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La memoria dimenticata

Esercitare la memoria non significa imparare perfettamente le date e i protagonisti degli eventi che furono. Esercitare la memoria significa tenere a mente i segnali degli accadimenti che furono e allenare le antenne per riconoscerli nel presente. Conoscere significa riconoscere gli eventi quando provano a ripetersi.

I morti della Shoah furono moltissimi perché intorno allo sterminio degli ebrei (e delle popolazioni slave delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, dei neri europei, dei prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, massoni, minoranze etniche come rom, sinti e jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali e portatori di handicap mentali e/o fisici) si crearono le condizioni per essere ferocemente indifferenti e si instillò la normalizzazione degli eventi.

La normalizzazione delle morti oggi è una sindone laica che contiene il sangue dei profughi annegati nel mediterraneo (il vagone merci del binario 21 è stato sostituito da qualche barchino pericolante che affronta le onde), c’è il sangue dei bambini nello Yemen ammazzati dai sauditi considerati addirittura amici, c’è il sangue che scorre in Siria, ci sono i bambini congelati nel confine del Canada, c’è il sangue degli annegati nel canale de La Manica, ci sono i morti di freddo sulla rotta balcanica, c’è il sangue senza ossigeno degli emigranti che sono morti senza farsi trovare.

La normalizzazione delle idee che portarono a quegli eventi sta nella “matrice” che qualche partito di destra insiste nel non voler scorgere, nei nuovi fascismi che oggi indossano l’abito della festa e fingono di essere illuminati, sta nell’antifascismo visto come sentimento di parte e non come sentimento di democrazia.

Veniamo da giorni in cui 7 migranti sono morti di freddo uccisi da un’Europa che appalta le frontiere, un dodicenne a cui è stato augurato il morire nei forni perché ebreo e un co-fondatore di Fratelli d’Italia che ha collezionato una bella quantità di voti per la presidenza della Repubblica.

C’è da fare, più che ricordare.

Buon giovedì.

Perché l’elezione di Draghi sarebbe un pericolo per la democrazia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-11-2021 Roma Villa Madama - Conferenza stampa del Presidente del Consiglio Mario Draghi e del Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron dopo la firma del Trattato del Quirinale Nella foto Mario Draghi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 26-11-2021 Rome (Italy) Villa Madama - Press conference by Prime Minister Mario Draghi and President of the French Republic Emmanuel Macron after the signing of the Quirinale Treaty In the pic Mario Draghi

Nel 1991, nell’avvio delle trattative che avrebbero portato al varo dell’Euro, Mario Draghi guidò la delegazione italiana nelle riunioni dei funzionari di governo. Guido Carli, che come ministro del Tesoro gli affidò l’incarico, nelle sue memorie affermò che la classe politica italiana non era consapevole di tutte le conseguenze di quella scelta. Cambiava, infatti, la natura stessa della nostra democrazia, la quale da allora avrebbe dovuto esercitarsi non all’interno dei vincoli costituzionali, ma nel rispetto del “vincolo esterno” derivato dall’adesione ad una comunità europea che aveva nel libero mercato il suo elemento costitutivo. Con l’adesione alla moneta unica, lo Stato e i governi non solo furono privati della prerogativa di emettere moneta, ma ne uscirono anche indeboliti nella capacità di influire su variabili chiave per la distribuzione del reddito quali il livello dei tassi di interesse (cioè le condizioni di finanziamento del debito pubblico), le condizioni del lavoro, la possibilità di controllare i movimenti dei capitali, le banche e alcune grandi imprese.

Difficile valutare in che misura il nostro Paese avrebbe potuto seguire una strada diversa: nel mondo la globalizzazione procedeva a tappe forzate, in quasi tutti i Paesi industriali i principi dell’economia mista (cioè di un’economia in larga parte soggetta al controllo pubblico) venivano abbandonati, e in Europa la Germania riunificata ricostituiva la sua forza e stabiliva con la Francia un asse privilegiato. Dunque, forse, l’idea che la sovranità del Paese potesse essere rafforzata, piuttosto che indebolita, mantenendo l’Italia all’interno di quel gruppo di Paesi che decidevano le sorti del continente, aveva la sua ragion d’essere. Di fatto però quel percorso ha condotto ad un cambiamento della natura della nostra democrazia: si sono indeboliti sia le organizzazioni dei lavoratori, sia i partiti della prima Repubblica, che con tutti i loro limiti erano riusciti a ricostruire un sistema democratico sulle ceneri del fascismo. Questi ultimi, in quegli stessi anni, furono anche travolti dallo scandalo di Tangentopoli e, sul versante del Partito comunista, dal collasso dell’Unione Sovietica.

Tra l’adesione alla moneta unica e il crollo del sistema dei partiti, da allora un ruolo sempre crescente fu svolto da un gruppo relativamente ristretto di economisti di formazione neoliberista. La carriera di Draghi, a cavallo tra incarichi pubblici e interessi privati, si è svolta all’interno di questo percorso. Lo ritroviamo, infatti, sempre alla Direzione generale del Tesoro – o meglio sul panfilo della famiglia reale inglese Britannia, da cui tenne un celebre discorso rivolto alle élite finanziarie globali – come artefice delle grandi privatizzazioni, avviate per smantellare la presenza pubblica nell’economia. L’incarico al Tesoro termina col passaggio di Draghi ai vertici di Goldman Sachs, posizione che ricoprì quando la banca d’affari americana truccò i bilanci della Grecia per consentirgli di aderire alla moneta unica. Dopo Goldman Sachs, Draghi tornò in Italia come governatore della Banca d’Italia, posizione che occupò quando il Monte dei paschi di Siena si lanciò nella sconsiderata acquisizione di Antonveneta senza che la vigilanza della nostra Banca centrale avesse nulla da obiettare.

L’indebolimento della sovranità statale generato dalle scelte degli anni Novanta è apparsa in tutta la sua portata quando il 5 agosto 2011, in piena crisi finanziaria, il governatore uscente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, e il governatore in pectore Mario Draghi, inviarono al governo italiano, allora presieduto da Berlusconi, una lettera dove si indicavano una serie di riforme che il Paese avrebbe dovuto adottare per avere il sostegno della Bce al proprio debito pubblico. Nella lettera erano chieste ulteriori liberalizzazioni, riforme del mercato del lavoro, delle pensioni, tagli agli stipendi pubblici, una riforma costituzionale che prevedesse un vincolo al disavanzo pubblico, l’abolizione delle provincie, indicando per alcuni di questi provvedimenti anche rapidissimi tempi di attuazione. Un gesto al di là del mandato di qualsiasi banca centrale, che riflette una costituzione economica dove la sovranità monetaria, di fatto, confligge con la sovranità democratica. Come esito di questo conflitto, nel novembre dello stesso anno, Berlusconi si dimise e Mario Monti ricevette da Napolitano l’incarico di formare un nuovo governo, anche nella prospettiva di una sua nomina a presidente della Repubblica.

L’ascesa a capo del governo di Monti – membro del Consiglio consultivo di Goldman Sachs, consulente della Coca Cola, con forti legami con la Trilateral, il gruppo Bildelberg e altri organismi privati di orientamento neoliberista -, richiama quanto avvenuto nel febbraio dell’anno scorso: dopo la caduta del secondo governo Conte, nonostante nessun partito lo abbia indicato nel consueto giro di consultazioni, il Presidente della Repubblica Mattarella ha assegnato a Draghi l’incarico di formare il nuovo governo. Anche se per ragioni assai differenti, oggi come nel 2011 le condizioni del nostro Paese destano forti preoccupazioni: l’emergenza sanitaria ha generato un’ulteriore crescita del debito pubblico di tutti i Paesi europei, con quello italiano che ha raggiunto il 155% del Pil.

Va qui chiarito un punto decisivo, che può consentire di comprendere la partita in corso. Anzitutto il problema della gestione del nostro debito non riguarda soltanto noi, in quanto ovunque, per il suo collocamento, un ruolo decisivo lo svolgono le banche centrali. Ma la Banca centrale europea è un organismo che non è sotto il controllo del governo italiano, cosicché la gestione del nostro debito richiede scelte sulle quali il nostro Paese può incidere in modo limitato. In secondo luogo, un elevato debito pubblico non è necessariamente un problema per noi, o per la stabilità dell’economia globale. I debiti pubblici, infatti, sono ormai assolutamente necessari per assicurare il funzionamento del sistema bancario, dove fungono da garanzia per i “contratti Repo”, cioè i prestiti a termine che le banche si concedono reciprocamente per coprire squilibri di liquidità. Il sistema finanziario pertanto ha necessità assoluta di titoli pubblici il cui valore sia stabile nel tempo. Quando nel marzo 2020 i titoli del debito americano cominciarono ad essere venduti in quantità massicce, indicando che stava venendo meno un pilastro fondamentale della stabilità finanziaria, la Federal reserve intervenne immediatamente. Sempre nel marzo 2020, per prevenire una nuova crisi, anche la Banca centrale europea intervenne con un programma straordinario di acquisti dei titoli del debito (Pepp).

Il dilemma in cui si trovano oggi l’Italia e l’Europa è che da un lato la stabilità dei nostri titoli del debito (come di quelli francesi e tedeschi, cioè dei principali Paesi debitori) è necessaria per il funzionamento del sistema finanziario, dunque deve essere garantita dalla Bce; dall’altro questa garanzia non è prevista dallo statuto della Bce che vieta il finanziamento monetario del debito dei Paesi membri. La Bce è dunque costretta ad intervenire, e dal 2011 interviene, con operazioni che hanno dato luogo a controversie e anche a battaglie legali. La soluzione a questo dilemma è che, di fatto, per il rilievo internazionale che hanno le nostre scelte interne, il Paese venga commissariato: come Napolitano assegnò l’incarico a Monti, che impose l’austerità nel 2012, Draghi funge oggi da garante perché il Paese avvii ulteriori riforme nella direzione della modernizzazione neoliberista. Al di là di ogni valutazione su quali riforme abbiano un impianto condivisibile, e quali no, con l’accettazione del Pnrr qualsiasi governo entri in carica nei prossimi anni ha un programma in larga parte già definito, con uno scadenzario da rispettare, pena la perdita dell’accesso ai fondi europei. Ma i governi sono sovrani, dunque potrebbe profilarsi, ancora una volta, uno scontro su quali siano i luoghi della sovranità: il rispetto del “vicolo esterno” o la sovranità del Parlamento e della nostra democrazia. Le pressioni affinché Draghi assuma la Presidenza della Repubblica, e da questa posizione funga da garante, o forse commissario del Paese, derivano da qui.

Nella sostanza siamo ad uno snodo cruciale della storia del Paese, come anche dell’Europa e della moneta unica. La sinistra ha costituito la sua identità nell’adesione al progetto europeo, progetto che si è svolto all’insegna del neoliberismo e l’ha condotta a perdere la fiducia di quelle classi sociali che nel secolo scorso hanno fatto la sua forza. La destra cerca di cavalcare il malcontento, e nella prossima legislatura potrebbe essere maggioranza in Parlamento, senza che la sua posizione sull’Europa sia del tutto chiara. In un momento in cui da più parti si avanzano proposte su come superare quei trattati che per decenni hanno giustificato le politiche di austerità, il nostro Paese potrebbe svolgere un ruolo di rilievo. Per svolgere questo ruolo sarebbe necessaria una classe politica che non scelga scorciatoie: né quelle tecnocratiche, subalterne all’ideologia neoliberista ancora dominante in Europa, né quelle che vorrebbero un recupero della sovranità senza la consapevolezza dei nessi inestricabili che legano il nostro destino a quello degli altri Paesi del continente. La scelta del presidente della Repubblica, del quale al momento in cui scriviamo non sono ancora noti gli esiti, è un passaggio cruciale per il nostro futuro e per la nostra democrazia.

La riscossa del Sud, perché il Meridione non sia più terra di conquista e sfruttamento

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 18 Giugno 2021 Roma (Italia) Cronaca Manifestazione dei lavoratori della Whirpool parte dalla stazione Termini e raggiunge il MISE Nella Foto : i lavoratori davanti al MISE Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse June 18 , 2021 Roma (Italy) News Whirlpool workers demonstration starts from Termini station and reaches the economic development ministry In the pic : Whirpool workers in from of Economic Development Ministry

Bisogna capovolgere la prospettiva geografica e in ottica euromediterranea iniziare ad operare politicamente per costruire tutti insieme una grande forza del Sud che possa controbilanciare la logica che da più di 160 anni prevale e mantiene ogni centro di potere finanziario, politico, culturale al Nord e che vede il Mezzogiorno solo come una colonia interna estrattiva. È ovvio che questo può avvenire solo in un’ottica marxista e deve necessariamente fare leva con chi non è compromesso da decenni di connivenza politica e finanziaria con il “fronte del Nord”, al fine di dare una degna rappresentanza ai territori del Sud. Il tutto non in ottica revanscista, ne farebbe una Lega del Sud, ma solo di equità nazionale, in rispetto dei principi costituzionali e andando a creare una sinergia positiva per tutta la nazione, ma soprattutto per tutti i cittadini, del Sud così come del Nord.

Come Laboratorio per la riscossa del Sud, in collaborazione con la rivista Left e Transform Italia, crediamo che la fase storica attuale per il Mezzogiorno sia particolarmente delicata. Il Sud si dibatte fra Autonomia differenziata e destinazione dei fondi del Pnrr e appare ancora una volta come una colonia depredata ed abbandonata. Terra di conquista, di sfruttamento ed abbandono, dal 1861 vive una condizione che ne ha determinato nel corso dei secoli, nel senso comune, la convinzione di una zavorra per lo sviluppo del Paese, condizionandone da un lato un approccio antropologico della popolazione nella gestione del territorio e del quotidiano ma dall’altro la messa in discussione di uno stato di accettazione che ha dato vita a focolai di lotta e di conquista. I nostri territori sono stati luoghi di rivolte contadine, dei movimenti di occupazione delle terre, di movimenti per il salario, per il diritto al lavoro e alla casa, di movimenti femministi, delle conflittualità urbane lungo tutto il Novecento. Tutte rivoluzioni tradite, tutte “Rivoluzioni (sfruttate a favore) del ricco” così come bollate da Salvemini. Un lento trascinarsi che, come ben delineato da Antonio Gramsci hanno portato alla nascita e all’incancrenirsi della “Questione meridionale”, fino all’attuale degenerazione in dispregio degli articoli della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.

Al fine di invertire la prospettiva geografica stiamo già lavorando da più di due anni. Da tutto questo lavoro sono nati sia documenti come la Carta dei diritti del Sud, lettere aperte ai deputati meridionali, al ministro del Sud, sia con incontri sui territori, fin quando è stato possibile vista l’emergenza in cui ci troviamo tutti a vivere ed operare, e poi con tanti incontri in diretta on-line.
L’ultimo dei quali con Luigi de Magistris nei giorni scorsi per presentare il libro Lezioni meridionali nato in collaborazione con Left ( qui il link alla presentazione video) dove sono stati sottolineati aspetti che a noi sembrano fondamentali, così come sottolineato anche dalle condivisibili parole di Luigi de Magistris.
Nei giorni antecedenti quest’ultimo incontro abbiamo prodotto il testo “Sud senza rappresentanza” che si può leggere su Transform!italia proprio per porre in rilievo questi aspetti. La nostra idea è che il Sud alla fine dell’attuale commedia politica, gestita dal governo più antimeridionale e classista della storia della Repubblica, ben supportato nell’inganno da politici del Sud evidentemente interessati al mantenimento dello status quo, si ritroverà, se va bene e come sempre, con un’elemosina per quanto riguarda il Pnrr e con l’Autonomia differenziata in dirittura d’arrivo. Data la situazione drammatica in cui versa la democrazia nel nostro Paese, è facile capire come la balcanizzazione del Paese, prevista da molti osservatori, sia dietro l’angolo se non si interviene rapidamente per eliminare le sempre più insopportabili differenze ed iniquità territoriali.
Per cui a nostro avviso è ora di dare una “scossa” e una degna rappresentanza politica al Sud!

Dato che il laboratorio permanente “La riscossa del Sud” è uno spazio di confronto che incontra i territori, attraversando tutte le regioni del Sud, pensiamo di organizzare un primo grande appuntamento assembleare, non appena l’emergenza in corso lo renderà possibile, tra le realtà organizzate meridionali, per strutturare la nostra opposizione, non solo con quanti in questi lunghi mesi hanno aderito al nostro percorso e che ringraziamo, ma aperta anche a tutti quanti lottano per i diritti negati e le offese recate al Sud.

Abbiamo il compito di creare “Comunità ribelli” con il “cappello in testa”, una nuova forma di soggettività conflittuali, che dalla contraddizione capitale/vita metta in campo un agire di collettivo che parta dalla difesa del territorio, dai bisogni individuali per un’autorganizzazione collettiva, per l’organizzazione di conflitto ad ogni insulto del potere e delle relazioni sociali dominanti ad un popolo e la sua terra. Comunità, luoghi di critica biopolitica e auto organizzazione, di costruzione del contropotere in contrapposizione al modello di sviluppo capitalistico.
L’alternativa oggi può nascere da Sud.

Nella foto: manifestazione dei lavoratori Whirlpool davanti al ministero dello Sviluppo economico., Roma, 18 giugno 2021

Un mosaico di vittime del nazifascismo, quegli italiani deportati ad Auschwitz

Da quando, con la legge 211 del luglio 2000, in Italia è stato istituito il Giorno della memoria, il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz (che simboleggia l’intero universo concentrazionario nazista, ed alla cui liberazione è legata la data del 27 gennaio) è quasi prepotentemente entrato a far parte del dibattito pubblico, dell’immaginario collettivo e del bagaglio culturale degli studenti e di tutti i cittadini.

Sui possibili limiti (in seguito dimostratisi concreti) di quella legge, c’era stata, tuttavia, un’ampia discussione già prima dell’approvazione parlamentare del testo; ed ancora oggi – dopo ventidue ricorrenze del Giorno della memoria – è forte il rischio che la Shoah venga da essa troppo “monumentalizzata”: sia per un uso pubblico assai retorico della sua storia, sia per una “inflazione memoriale” che tende a svuotarla dell’essenza fattuale e, in relazione all’Italia, a mostrarla come sostanzialmente estranea alla sua vicenda nazionale.

Va detto, d’altra parte, che, anche grazie alla spinta civile e culturale prodotta dalla legge 211, negli ultimi decenni sono stati condotti studi e ricerche molto importanti sulla persecuzione antiebraica nazifascista e la deportazione politica e razziale dalla Penisola, nonché sul coinvolgimento italiano nella Shoah. E tra essi, indubbiamente, vanno collocati due volumi significativi apparsi poco tempo fa, uno in Italia e un altro in Polonia: quello di Elisa Guida (storica dell’Università della Tuscia e socia fondatrice dell’associazione Arte in memoria), intitolato Senza perdere la dignità. Una biografia di Piero Terracina, con introduzione di Bruno Maida, edito da Viella nel 2021, e quello di Laura Fontana (storica, insegnante e responsabile per l’Italia del Mémorial de la Shoah di Parigi), intitolato Gli Italiani ad Auschwitz (1943-1945). Deportazioni – “Soluzione finale” – lavoro forzato. Un mosaico di vittime, pubblicato in lingua italiana, nello stesso anno, dal Museo statale di Auschwitz-Birkenau.

Il lavoro di Elisa Guida è un libro-biografia incentrato sulla vicenda esemplare di un ragazzo-uomo ed ex deportato ad Auschwitz: Piero Terracina, nato a Roma nel 1928 e morto nel 2019; unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia, composta da nonno, genitori, zii, due fratelli ed una sorella. Non un intellettuale o un uomo politico, ma una “persona normale” divenuta poi, dopo i sessant’anni, uno dei più importanti testimoni italiani del dopoguerra.
Senza perdere la dignità è, per molti aspetti, una storia assai rappresentativa della Shoah nel nostro Paese; utile anche per un approfondimento sull’ebraismo dell’epoca ed i suoi rapporti col regime, perché Guida, “senza perdere la tenerezza”, incardina Terracina nella propria geografia esistenziale e…


L’articolo prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

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Non ce la fanno

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 25-01-2022 Roma Conferenza stampa del centrodestra su elezione Presidente della Repubblica Nella foto Giorgia Meloni, Matteo Salvini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 25-01-2022 Rome (Italy) Press conference by the center-right coalition on Election of the President of the Republic In the pic Giorgia Meloni, Matteo Salvini

Il senso di responsabilità del centrodestra sta tutto nelle giornate che abbiamo passato a sorbirci Silvio Berlusconi, intendo a cacciare il suo ultimo trofeo in carriera, inseguendo il Quirinale come se fosse l’ultimo e esclusivo modello imperdibile di un accessorio introvabile che avrebbe accresciuto il proprio prestigio.

Se qualcuno, ottimisticamente sbagliando, ha potuto pensare che quello stallo fosse il tributo dovuto al padrone ma poi si sarebbe finalmente tornati a fare sul serio (come prevederebbe la serietà e la responsabilità della Costituzione), ieri è stato smentito dal tris di proposte “di alto profilo” che ha partorito i nomi di Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio come papabili presidenti della Repubblica.

L’occasione è stata un’ottima opportunità fotografica anche per mostrare l’unità del centrodestra che non esiste (ma che serve in proiezione delle future elezioni) e per sentire spaventose parole in libertà di Salvini e Meloni, ormai talmente abituati a essere scollegati dalla realtà da dire che Moratti e Lombardia sono stati grandi protagonisti nella gestione della pandemia o che Pera potrebbe essere un ottimo presidente perché ha scritto un libro con il Papa. Di Letizia Moratti proprio su queste pagine abbiamo già raccontato la parabola (da ministra all’Istruzione e sindaca di Milano) che avrebbe teso qualsiasi credibilità politica se non fosse che tra la borghesia milanese la credibilità si può ricomprare al chilo potendoselo permettere. Di Carlo Nordio vale la pena, solo in tempi recenti, ricordare quando ci disse che la pedofilia è “un orientamento sessuale”. Ma si sa che dalle parti di Silvio normalizzare e invertire le sessomanie è un esercizio praticato da anni. Marcello Pera indicò la legge Zan come “un suicidio dell’Occidente” e da ministro durante un suo viaggio in Spagna bollò il matrimonio gay come “nessuna conquista ma solo un capriccio”.

Molti editorialisti concordano nel credere che il tris in realtà sia un bluff (sempre a proposito di responsabilità) per estrarre dal cilindro alla quarta votazione la presidente del Senato Casellati, quella che andò in televisione a giurarci che Ruby fosse la nipote di Mubarak e che ora vorrebbe giurare sulla Costituzione. La cifra politica e morale del centrodestra sta tutta qui, nella venerazione della mediocrità rivenduta come senso di appartenenza. I nomi che si bisbigliano dietro questo rumore di fondo sono Casini (il cui opportunismo molti scambiano per capacità di mediazione) e il solito Draghi che si è autocandidato esattamente come Berlusconi ma non ha nemmeno il peso di doversi confrontare con un partito poiché è circondato solo da ammiratori.

La giornata scorre così, in attesa di un presidente della Repubblica che possa non essere una bandierina di partiti ai blocchi di partenza per la prossima campagna elettorale ma che possa essere un garante nel suo ruolo (anche su questo noto una certa confusione). Di sicuro dopo la girandola di nomi in questi primi giorni, poiché le persone si abituano a tutto, alla fine scopriremo di ritenere accettabile anche ciò che era una sciagura fino a una settimana fa.

Buon mercoledì.

Dubai, dietro la maschera dell’oasi dorata

Gli occhi del mondo sono abbagliati dalle luci dell’Expo2020, che stanno attirando milioni di visitatori in quel di Dubai, paradiso perduto tra dune di contraddizioni. Ospitata per la prima volta nella storia delle esposizioni universali in un Paese arabo, l’Expo è in corso da ottobre 2021 e leverà le tende il 31 marzo. Gli Emirati Arabi Uniti si sono aggiudicati nel 2013 l’onore di ospitare tale evento di portata mondiale che, posticipato di un anno a causa della pandemia, è ricaduto in concomitanza al cinquantesimo anniversario della nascita del giovane Stato mediorientale (2 dicembre 1971). Eventi come l’Expo permettono agli Emirati di esercitare il loro soft power, mostrandosi al grande pubblico come una nazione moderna e tollerante e facendo distogliere lo sguardo dalle ripetute violazioni dei diritti umani.

Da tempo, infatti, lo Stato del “tutto è possibile” viene accusato di non rispettare i diritti umani sia da organizzazioni umanitarie internazionali che da attivisti locali, come l’emiratino Ahmed Mansoor, che sta scontando dal 2017 una condanna di 10 anni di carcere per aver svolto la sua attività in difesa dei diritti umani attraverso i social media. In molti si sono espressi, attivisti e organizzazioni della società civile, per richiedere il rilascio di Mansoor e di tutti i difensori dei diritti umani. È dell’inizio di gennaio un comunicato di Human rights watch (Hrw) e del Centro del Golfo per i diritti umani (Gchr) in cui si lancia l’allarme sullo stato di isolamento a cui sarebbe costretto il prigioniero, privato anche di cure mediche.

Tuttavia, molti altri, turisti e investitori ad esempio, hanno già da tempo scelto di…


L’inchiesta prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

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«Ho già venduto le mie figlie, ora il mio rene»

Aziz Gul, second from right, and her 10-year-old daughter Qandi, center, sit outside their home with other family members, near Herat, Afghanistan. Dec. 16, 2021. Qandi's father sold her into marriage without telling his wife, Aziz, taking a down-payment so he could feed his family of five children. Without that money, he told her, they would all starve. He had to sacrifice one to save the rest. (AP Photo/Mstyslav Chernov)

Poiché dalle nostre parti i giornali stranieri si leggono solo quando parlano di noi (e soprattutto se parlano bene di mister Draghi) vale la pena recuperare un articolo del The Guardian, a firma di M Mursal e Zahra Nader, che racconta le vicissitudini della famiglia afghana Rahmati che vive in una capanna di fango con un tetto di plastica in uno dei bassifondi della città di Herat.

La temperatura anche da quelle parti sta scendendo sotto lo zero e Delaram Rahmati lotta quotidianamente per dare da mangiare ai suoi figli. La siccità ha reso il loro villaggio invivibile e i terreni impraticabili. Non c’è lavoro. Ma la 50enne Delaram ha le spese ospedaliere per pagare due dei suoi figli, uno dei quali è paralizzato e l’altro che ha una malattia mentale, oltre alle medicine per il marito.

«Sono stata costretta a vendere due delle mie figlie, una di otto e sei anni», racconta. Rahmati dice di aver venduto le sue figlie alcuni mesi fa per 100mila afgani ciascuna a famiglie che non conosce. Le sue figlie rimarranno con lei fino al raggiungimento della pubertà e poi saranno consegnate a estranei. Non è raro in Afghanistan organizzare la vendita di una figlia in un futuro matrimonio, ma crescerla a casa fino al momento della sua partenza. La carestia in atto però sta provocando un abbassamento dell’età in cui i bambini vengono venduti.

Vendere le figlie però non le è bastato e così Delaram Rahmati è stata costretta a vendere un proprio rene per racimolare un po’ di denaro. Il commercio di reni in Afghanistan è in crescita da tempo. Ma da quando i talebani hanno preso il potere, il prezzo e le condizioni in cui avviene il commercio illegale di organi sono cambiati. Il prezzo di un rene, che una volta variava da $ 3.500 a $ 4.000, è sceso a meno di $ 1.500 . Ma il numero dei volontari continua a crescere. Rahmati ha venduto il suo rene destro per 150mila afgani ma la sua guarigione dall’operazione non è stata buona e ora, come suo marito, anche lei è malata, senza soldi per farsi visitare da un medico.

«Sono passati mesi dall’ultima volta che abbiamo mangiato il riso. Difficilmente troviamo pane e tè. Tre sere a settimana non possiamo permetterci di cenare», racconta Salahuddin Taheri, che vive nello stesso quartiere della famiglia Rahmati. Taheri, un 27enne padre di quattro figli, raccoglie abbastanza soldi per cinque pagnotte di pane ogni giorno raccogliendo e vendendo rifiuti riciclati ma sta cercando un acquirente per il suo rene. «Sono molti giorni che chiedo agli ospedali privati ​​di Herat se hanno bisogno di reni. Ho anche detto loro che se ne hanno bisogno urgente, posso venderlo al di sotto del prezzo di mercato, ma non ho avuto risposta», dice Taheri. «Ho bisogno di sfamare i miei figli, non ho altra scelta».

Cercare un rene a buon mercato nelle zone più povere di Herat è ormai una pratica comune, benché illegale, nell’Afghanistan che secondo l’Onu, sta «vivendo la peggiore crisi umanitaria della sua storia contemporanea». La siccità, il Covid-19 e le sanzioni economiche imposte dopo la presa del potere dei talebani nell’agosto 2021 hanno avuto conseguenze catastrofiche sull’economia. I drammatici aumenti dell’inflazione hanno portato all’impennata dei prezzi dei generi alimentari. La fame nel Paese ha raggiunto livelli davvero senza precedenti. Quasi 23 milioni di persone, ovvero il 55% della popolazione, stanno affrontando livelli estremi di fame e quasi 9 milioni di loro sono a rischio di carestia.

Buon martedì.

Nella foto: Una famiglia fuori della propria casa. Una delle ragazze è stata venduta dal padre per sfamare i suoi cinque figli, Herat, 16 dicembre 2021


Per approfondire, Left del 24 dicembre 2021

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La “tagliola Spid” e il diritto di cittadinanza

Salerno, Italy. 1st April, 2016. 545 refugees intercepted a few kilometers from the coast of Pozzallo in Sicily landed by Norwegian ship "Stavanger" in Salerno, waiting to be registered and transferred to welcome centers in Campania. Photo Credit: Ivan Romano/Sintesi/Alamy Live News

Come fa uno straniero a diventare italiano? Il dibattito politico ci ha abituato ad usare bizzarre formule latine, e così tutti sappiamo che esistono lo ius sanguinis e lo ius soli: nel primo caso, è italiano chi è figlio di genitori italiani, mentre nel secondo ottiene la nazionalità chi nasce sul suolo italico. Il problema è che queste due formule ci dicono ben poco sui meccanismi più diffusi di acquisizione della cittadinanza.

Secondo una ricerca di Salvatore Strozza, Cinzia Conti ed Enrico Tucci (Nuovi cittadini, Il Mulino 2021), il 60% degli stranieri divenuti italiani ha ottenuto la nazionalità con meccanismi che non hanno nulla a che fare con queste formulette: si tratta infatti di persone che hanno presentato domanda di “naturalizzazione”, cioè hanno chiesto la cittadinanza o perché erano coniugi di cittadini italiani, o perché erano residenti sul territorio nazionale da almeno dieci anni. Ecco uno strano paradosso: la politica discute da anni di cittadinanza, ma il principale meccanismo con cui si diventa italiani non è quasi mai oggetto di dibattito.

Una cittadinanza «discrezionale»
Eppure, ci sono oggi decine di migliaia di immigrati stranieri che hanno chiesto o stanno chiedendo la naturalizzazione, e che per districarsi nel labirinto burocratico delle relative procedure mobilitano avvocati, sportelli legali, uffici sindacali e commercialisti. E, sul versante opposto, ci sono centinaia di funzionari – nelle prefetture e al ministero dell’Interno – che valutano le domande, e decidono se…


L’inchiesta prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

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Due, tre cose sul Presidente

Un pessimo Parlamento non poteva che mostrarci un pessimo avvicinamento all’elezione del presidente della Repubblica. Lo spettacolo era talmente prevedibile che avremmo potuto scriverne la sceneggiatura già da mesi e quando si tratta di non rischiare di smentire la propria mediocrità lo schieramento parlamentare riesce sempre a essere campione.

Così sono passati giorni assistendo alla monopolizzazione del dibattito da parte di Berlusconi, uno che di monopolii se ne intende per vocazione, uno che aspira nella vita a cacciare tutto il cacciabile (che siano donne, influenze giudiziarie, senatori per fare cadere governi, giudici per condizionare sentenze, protezioni mafiose) come se fosse roba potabile. Per aggiungere un tocco di farsa alla tragicommedia abbiamo avuto anche Vittorio Sgarbi nel ruolo di procacciatore per conto del Cavaliere.

Berlusconi si ritira ma nella sua lettera di commiato alle proprie ispirazioni chiarisce di non volere Draghi, non è roba da poco: il predestinato rischia di non arrivare a destinazione e qualcuno riesce addirittura in queste ore a scrivere seriamente che senza Draghi saremo invasi dalle cavallette. Un Paese che sia impiccato su un presidente del Consiglio che dovrebbe diventare presidente della Repubblica per rispettare una cambiale (non si sa firmata esattamente da chi) e che dovrebbe nominare il suo successore che dovrebbe essere il suo sicario senza troppo farsi notare è una stortura che molti vedono dirigibile. Beati loro. Sfortunati noi.

Era prevedibile anche una certa ignoranza istituzionale: il presidente della Repubblica non è una bandierina da piantare per potersela rivendicare ma fino a poche ore prima dell’inizio delle votazioni l’immaturità dei partiti sembra non averlo capito. Così si leggono in giro nomi di politici (più o meno di valore) che nella vita sono stati “di rottura”. Evidentemente ai più sfugge che un Presidente debba essere una figura autorevole e riconosciuta da tutti, abile nelle mediazioni, capace di “tenere insieme” il Paese. Se abbiamo un nostro Presidente “preferito” perché è stato bravo ad affossare l’avversario probabilmente non ha le caratteristiche per diventare Presidente. Sarebbe ora di diventare adulti.

Sfugge a molti anche che il Parlamento sia in maggioranza di centrodestra, altrimenti non sarebbe caduto il secondo governo Conte. Anche fare i conti con la realtà aiuterebbe l’ecologia del dibattito. Siamo una repubblica parlamentare, piaccia o meno, e il Parlamento dei Ciampolillo, degli Sgarbi, dei Renzi, dei transfughi, di Lega e Fratelli d’Italia che guidano la maggioranza nelle Camere, è chiamato a eleggere un Presidente. Confidiamo nel miracolo.

Di sicuro c’è che ancora una volta assistiamo sotto mentite spoglie all’unico esercizio prioritario di questi partiti: provare a garantirsi l’autopreservazione. Iniziamo la conta.

Buon lunedì.

Jorit: L’immaginario collettivo viaggia sui muri

Alessandro Pone - Lapresse Napoli 06 giugno 2020 Cronaca Napoli, quartiere Barra, un murale con 5 volti: Lenin, Martin Luther King, Floyd, Malcom X e Angela Davis. Lo street artist italo olandese Jorit per la prima volta ritrae 5 personaggi in un'unica opera, realizzata su un edficio del rione Bisignano per rendere omaggio a George Floyd ucciso dalla polizia a Minneapolis. Alessandro Pone - Lapresse Naples 06 june 2020 news Naples, Barra district, a mural with 5 faces: Lenin, Martin Luther King, Floyd, Malcom X and Angela Davis. The Italian Dutch street artist Jorit for the first time portrays 5 characters in a single work, made on a building in the Bisignano district to pay homage to George Floyd killed by the police in Minneapolis.

A Spaccanapoli, tra i palazzi di tufo e di cemento raschiato, su un muro c’è il volto di un giovane dai tratti ben definiti (le labbra carnose, i capelli e gli occhi marroni e la pelle non troppo chiara), con le guance segnate da due graffi rossi e lo sguardo rivolto verso i tetti dei palazzi. Non solo il Gennaro popolare a Napoli: Jorit Agoch ha dipinto personaggi come Mandela, Pasolini, Gramsci, Ilaria Cucchi, Luana D’Orazio (la ragazza vittima sul lavoro), Angela Davis, Pablo Neruda in Cile, Jurij Gagarin in Russia, Santiago Maldonado in Argentina, ma anche volti immaginari come la bambina Ael dipinta su un grande muro di Scampia. «Voglio rappresentare lo spirito di una collettività universale e, attraverso le mie opere, creare un immaginario», dice l’artista.

Jorit, la sua attività artistica è sempre stata accompagnata dall’attivismo sociale. Nel tempo, che tipo di evoluzione creativa e politica c’è stata?
Ho iniziato come autodidatta. Ho frequentato l’Accademia, ma il mio professore non dipingeva e non ci ha mai fatto prendere un pennello in mano. Ho perciò imparato per strada e nel corso degli anni c’è stata un’evoluzione, per me incredibile e inaspettata, che è andata dalla realizzazione delle semplici tag (i graffiti che rappresentano le firme dei writer ndr) al dipingere le facciate dei palazzi e poi dei grattacieli. Queste trasformazioni mi hanno fatto capire che più si cresce e più si può penetrare il mondo e avere voce. E adesso vorrei sempre più contribuire a sensibilizzare le persone sulla necessità di avere un pensiero critico.

L’arte come può essere veicolo di rivendicazione dei diritti fondamentali?
Faccio sempre l’esempio di Picasso con Guernica che è un’opera di denuncia sociale, rivoluzionaria. Gli artisti che non si interessano alla realtà, che non entrano nelle contraddizioni del presente, che non si schierano, secondo me non sono veri artisti. Possono essere pittori, decoratori ma nient’altro.

Nelle sue opere i volti sono segnati da due graffi rossi sulle guance. E lei raffigura i personaggi parlando dell’appartenenza alla “tribù umana”. Cosa significa?
Da ragazzino facevo molto volontariato. Avevo il bisogno di portare il mio contributo nei Paesi dove la vita è ancora più difficile rispetto che all’Italia. Sono stato spesso in Tanzania, in Kenya, anche per lunghi periodi. In questi luoghi vedevo i ragazzini con dei tagli sul volto, a volte anche molto profondi. Per loro erano un segno di appartenenza alla loro tribù d’origine che li avrebbe legati per sempre al loro popolo. Mi ha affascinato così tanto questo concetto di…


L’intervista prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

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