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Mattarellati

Italian President Sergio Mattarella, today 29 January 2022 The Italian President Sergio Mattarella is elected for a new term as President of the Republic Photo by: Stefano Spaziani/picture-alliance/dpa/AP Images

Può un evento essere una buona soluzione per il Paese e contemporaneamente una cattiva sconfitta della politica? Sì, certo, e qui sta tutto lo scollamento tra il Parlamento che esulta per l’elezione di Mattarella e la realtà.

Innanzitutto crea un certo disagio vedere questi capi partito che sono nati rottamatori, scardinatori di scatolette di tonno, rifondatori della nuova destra, spazzatori della vecchia politica e rivoluzionari che si compiacciono per avere lasciato le cose come stanno. Sia chiaro, ben venga Mattarella rispetto alla risibile risma che è stata proposta dal centrodestra, ma che alcuni partiti abbiano incamerato voti per sovvertire il presente e ora scodinzolino per essere stato bravi a mantenere intatto il passato è qualcosa che in termini di consenso gli costerà parecchio.

In una settimana, tra l’altro, il Parlamento è riuscito a utilizzare per una lotta tutta politicista la seconda carica dello Stato (con Casellati che ha utilizzato il proprio ruolo di Presidente del Sentato come trampolino), una responsabile dei Servizi, l’attuale presidente del Consiglio Draghi e il leader storico del centrodestra italiano. Non è una mera questione di avere bruciato nomi, qui si tratta di avere sporcato importanti cariche istituzionali che ora inevitabilmente subiranno il logorio delle sgraziate fanfaronate che si sono consumate. La settimana di locura ha contribuito allo spasmo generale dei media ma ha usurato la credibilità di molti.

Che i partiti abbiano dovuto implorare un ex Presidente che ha ripetuto più volte di non avere intenzione di continuare nel suo ruolo è un fatto che non ha bisogno di troppe interpretazioni. Che i tiepidi e gli inconsistenti rivendano il risultato come un trionfo della diplomazia è il solito trucco dei vaghi che farciscono il niente con la diplomazia.

Quando Napolitano venne rieletto per mediocrità del Parlamento nel suo discorso disse: «Quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità». Siamo ancora a quel punto.

Questa elezione dimostra anche che le coalizioni che si rivendono come salde all’opinione pubblica allo stato attuale non esistono nemmeno: il centrodestra si è spaccato ancora una volta poiché ormai è il cortile dove Salvini e Meloni si contendono la leadership, concentrati in un gioco endemico che non ha nulla da dire di concreto al Paese. Anche il fronte progressista tra Pd e M5s non sembra godere di ottima salute. Volendo andare più a fondo persino i partiti si sono mostrati disuniti. La sensazione è che Draghi vinca (e Mattarella perduri) per inconsistenza generale. E questa non è una buona notizia, per niente.

Fare campagna elettorale anche sull’elezione del presidente della Repubblica rende perfettamente la cifra politica e lo spessore morale di molti attori in campo. Il tema non sono i nomi che sono stati di bassa levatura: è un Parlamento di bassa levatura.

Ma il punto sostanziale è un altro: questa elezione per il Quirinale certifica che questa maggioranza non riesce a trovare una sintesi nemmeno per il presidente della Repubblica. E quindi la domanda vera è: perché stanno insieme? Cosa li tiene insieme?

Buon lunedì.

Il senso dell’Irlanda per la poesia

Undated handout photo issued by the Mid Ulster District Council of the entrance to the Seamus Heaney centre in Co Londonderry, which has won an award for excellence. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Friday October 6, 2017. Seamus Heaney HomePlace in Bellaghy was named best visitor centre by the Association for Heritage Interpretation (AHI). See PA story ULSTER Heaney. Photo credit should read: Mid Ulster District Council/PA Wire NOTE TO EDITORS: This handout photo may only be used in for editorial reporting purposes for the contemporaneous illustration of events, things or the people in the image or facts mentioned in the caption. Reuse of the picture may require further permission from the copyright holder.

Sostiene Seamus Heaney, tra i più grandi poeti dell’Irlanda moderna e della contemporaneità: «Non mi viene in mente nessun caso in cui la poesia abbia cambiato il mondo»; e poi aggiunge: «Però, può cambiare il modo di capire quel che accade, nel mondo». Cambiare il mondo è un’ambizione di molti, e non sempre sono poeti. Ma di poeti che ambivano a tanto ce ne sono da sempre, e lo dimostra il caso irlandese. Patrick Pearse, ad esempio, il leader della Rivoluzione di Pasqua del 1916 sedata nel sangue dagli inglesi, consegnò il suo messaggio di rivoluzione non soltanto a comizi e proclami, ma anche ai versi: «Mia madre mi ha partorito in catene, in catene mia madre venne al mondo». Come lui tanti altri, tra cui nell’Ottocento quel James Clarence Mangan che fu tra i poeti preferiti di Joyce: «Diffonditi, canto mio, come il fiume impetuoso / che scorre fino al mare potente». La sua politica era insita nella forza della parola. E questo Joyce lo coglierà appieno. Anche Heaney, il bardo di Derry, fu un poeta politico, ma in senso sottilissimo. Era noto in Irlanda mediante il faceto epiteto famous Seamus dettato non dalla tipica indole burlesca degli irlandesi. Era davvero famoso. Un fenomeno cult, quasi. I suoi libri divenivano spesso dei best-seller subito dopo l’uscita. È un dato di fatto che le librerie irlandesi siano piene zeppe di raccolte di poesia, e la rilevanza del genere nella società è assodata. Questo sin dai tempi dei filidh, ovvero i poeti tradizionali ereditari che nell’ordine sociale erano secondi soltanto ai re e collocati un gradino sopra i sacerdoti. Ai percorsi della poesia irlandese, a partire dai suoi albori per arrivare proprio ai tempi di Heaney, è dedicato un gran libro di Piero Boitani, Vedere le cose. Il grande racconto della poesia d’Irlanda, uscito da poche settimane per Mondadori. Trae il titolo da una nota raccolta quasi profetica di Heaney, Seeing Things, pubblicata nel 1991, quattro anni prima del Nobel, ed ha il grande pregio di proporre vedute che sono al contempo “dall’alto” e “al microscopio”. Indaga, ovvero, le radici storiche di un sentire quasi innato in una cultura legata, molto più di altre, ai sentieri dell’oralità. Una cultura, quella d’Irlanda, continuamente sull’orlo del baratro, minacciata dalle politiche dell’isola vicina, spesso infida sorella maggiore, che vedeva proprio nella creatività degli irlandesi l’afflato libertario di un popolo renitente a ogni idea di subalternità e soggiogamento. Subalternità e soggiogamento linguistici prima di tutto, ma poi anche sociali, religiosi, politici. Una condizione, quindi, pervasiva e oggi imprescindibile per chi voglia avvicinare la poesia antica e moderna dell’isola di smeraldo. Le sue radici, infatti, affondano nell’universo sfaccettato della lirica gaelica…


L’articolo prosegue su Left del 28 gennaio 2022 

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Disturbi alimentari e infodemia

Intervista a Maria Gabriella Gatti. Già neonatologa dell’Azienda ospedaliera universitaria di Siena, Gatti è pediatra e psicoterapeuta docente della Scuola di psicoterapia dinamica Bios Psychè

Professoressa Gatti, sulla base del suo lavoro di pediatra e psicoterapeuta ci può dire che effetto hanno realmente i contenuti ossessivi sulla magrezza e sulla forma del corpo sui social network? Possono causare il sopraggiungere di un disturbo alimentare o amplificarlo se già esistente?
I contenuti ossessivi dei social network sul controllo del peso e nel proporre una immagine di magrezza possono colludere, ma non fare insorgere una malattia come l’anoressia. Il problema è sicuramente più complesso. Il comportamento alimentare patologico si manifesta in maniera evidente durante l’adolescenza, ma le sue origini devono essere ricercate nella realtà non cosciente che si forma nel rapporto con chi si prende cura del bambino nel primo anno di vita. La realtà psichica del neonato è fusa con il corpo che reagisce con una notevole sensibilità agli affetti percepiti. Il rapporto deludente con l’adulto lo porterà a realizzare la pulsione di annullamento contro la realtà umana diventando in tal modo anaffettivo e realizzando una scissione mente corpo con gravi carenze del sapere di se stesso e degli altri. L’immagine corporea è fusione tra l’immagine non cosciente del proprio corpo e l’immagine cosciente che si origina con la maturazione della vista e permette di riconoscersi allo specchio.
Cosa caratterizza le patologie del comportamento alimentare?
Le patologie del comportamento alimentare sono accomunate da un’alterata immagine corporea e per la violenta aggressione al corpo e per la difficoltà di fare pensieri o esprimere con un linguaggio gli affetti: questi sono relegati nella realtà fisica del corpo e fatti sparire con esso. Tutto ciò che proviene dal corpo e quindi il sentire, non è elaborato, ma eliminato e quando non è possibile controllato. La realtà non cosciente separata dal corpo che è la fonte del sentire ne risulta alterata mentre il pensiero cosciente funziona correttamente. Ma può accadere che la dissociazione sia così grave da coinvolgere tutto il pensiero che diventa incoerente, con perdita anche di nessi logici. La mente cosciente pensa di poter controllare il corpo e la realtà non cosciente. Quando alla pubertà tale controllo viene minacciato dai primi segnali fisici, questi devono sparire, perché il corpo propone la sessualità che si costruisce sul non cosciente. Il corpo con la magrezza viene riportato allo stadio prepubere.
Cosa può dirci dei disturbi alimentari “altri” e meno conosciuti diversi dall’anoressia e dalla bulimia?
L’immagine corporea è una rappresentazione inconscia che in condizioni di “normalità” è silente, ma in caso di alterazione affiora alla coscienza con sintomi caratteristici che riguardano la preoccupazione per il proprio aspetto fino a rasentare la dismorfofobia. Quest’ultima è una percezione alterata della propria figura-immagine allo specchio che non corrisponde a nessun dato di realtà: a volte sono coinvolti gli arti o altre parti del corpo che appaiono troppo grasse, altre volte alcuni parti del volto vengono viste in modo alterato. Diventa un pensiero dominante che limita la vita sociale, fino al completo evitamento.
Qual è la deriva a cui può portare confondere il disturbo, la vera e propria malattia con lo “stile di vita”, come sta accadendo sul web?
Il cosiddetto “stile di vita” costringe a un’alimentazione con un controllo ossessivo delle calorie sia attraverso gli alimenti scelti che con una calcolata attività di palestra. Per gli uomini la dieta è soprattutto iperproteica, con aggiunta di integratori non sempre salutari, al fine di potenziare la muscolatura. La cultura dominante propone all’adolescente, come obiettivo, canoni estetici astratti completamente scissi dall’immagine corporea interna non cosciente e quindi dagli affetti. Come accennavo prima la cultura dominante collude ma non è, da sola, causa di malattia. La malattia è…


L’intervista prosegue su Left del 28 gennaio 2022 

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Contro il qualunquismo dall’alto che da trent’anni sposta a destra l’Italia

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 28 Gennaio 2022 Roma (Italia) Politica : Elezioni del Presidente della Repubblica quinto giorno di votazioni Nella Foto : Giorgia Meloni Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 28 2022 Rome (Italy) News : Election of the presidente of the republic fifth day of votes In The Pic : Giorgia Meloni

Da settimane è in atto un ansiogeno e ossessivo racconto mediatico intorno all’elezione del presidente della Repubblica che tende a delegittimare il parlamento e i partiti che ci metterebbero chissà quanto tempo a scegliere il nuovo presidente.
Questa tiritera ha addirittura anticipato la prima votazione. “Ma come? Non ci potevano pensare prima?”.

Noi che siamo all’opposizione di questi partiti non dobbiamo cadere nella tentazione di assecondare questa narrazione. Siamo di fronte all’ennesima puntata della lunga campagna di qualunquismo dall’alto che ha delegittimato la democrazia costituzionale in questo paese. A fomentare questo sentimento popolare contro il parlamento sono commentatori mediatici in un coro pari a quello che ha trasformato Draghi in superMario e dieci anni fa Mario Monti in Mosè che scendeva dal Monte Sinai dopo aver parlato col Signore (le tavole sotto formula di letterina le avevano già mandate Trichet e Draghi). Lo fa per abitudine, per audience, ma una parte consistente di questo coro spazientito è imbevuta di un’ideologia e di un immaginario antiparlamentarista. Avrebbe applaudito a scena aperta se il parlamento avesse eletto Draghi alla prima votazione.

Molti di quelli che sparano contro questa lungaggine ne approfittano per rilanciare la proposta di introdurre il presidenzialismo e far eleggere direttamente dal popolo il presidente (ci metteremmo meno tempo a fare le elezioni?). Si tratta della proposta che negli anni ’70 sosteneva soltanto Giorgio Almirante e che rimane un cavallo di battaglia di Giorgia Meloni e della destra. L’hanno rilanciata in questi giorni Paolo Mieli, Matteo Renzi e tanti altri.

Nell’era di Trump e Bolsonaro, Paolo Mieli ha l’ardire di dichiarare che la preoccupazione che avevano i costituenti non sarebbe fondata e che potremmo andare tranquillamente verso il presidenzialismo. Segnalo che è stata proprio la Costituzione a impedire a Berlusconi negli anni ’90, nel 2001, nel 2008 di diventare un monarca ma troppi sembrano dimenticarlo.

La ricetta rappresenta un ulteriore passo nell’americanizzazione della politica, un altro passo verso il suo restringimento oligarchico.
Cominciò con il martellamento contro la legge proporzionale che fu abolita a furor di popolo. Eppure si trattava di una legge che consentiva di eleggere un parlamento che era “specchio del Paese” senza distorsioni della rappresentanza, e che spesso legiferava su temi fondamentali mettendo in minoranza il principale partito di governo.
In quel parlamento si fecero le nazionalizzazioni, si istituì il servizio sanitario nazionale, si approvò lo Statuto dei Lavoratori, si aprirono le scuole e le università alle classi popolari, si fecero riforme avanzatissime. Non ce lo dicono ma nella maggior parte dei Paesi europei le leggi elettorali sono rimaste proporzionali, mentre è l’America Latina ad avere sistemi presidenzialistici a imitazione dello zio Sam.

Con il maggioritario e il bipolarismo il parlamento è stato sottomesso all’esecutivo. E sono state create le condizioni politiche per le privatizzazioni e le tante controriforme sollecitate sempre da quelli che alimentano il “qualunquismo dall’alto”.
Da tempo siamo dentro un circolo vizioso con la perdita di credibilità del ceto politico selezionato in questi decenni di neoliberismo bipartisan che ha prodotto crescente malcontento e insoddisfazione. Se la politica conta sempre meno si seleziona il personale adatto.

Non ho nessuna simpatia verso i partiti presenti in parlamento che ai miei occhi fanno parte tutti di un arco anticostituzionale. I nomi che propongono per la presidenza della Repubblica suscitano perplessità e preoccupazione. A volte orrore o ilarità disperata.
Detto questo però difendo il fatto che i partiti discutano e il parlamento voti finché non si riesce a eleggere un presidente. E che questo non sia tempo perso.
Viviamo in una postdemocrazia. Lottiamo per eliminare il post non quel che resta della democrazia.

Meno bonus, più sanità pubblica

Nulla di nuovo all’orizzonte nonostante la pandemia, ci verrebbe da dire in riferimento all’acceso dibattito che si sta consumando in questi giorni sul cosiddetto “Bonus psicologo”, perché in realtà la discussione va collocata nel contesto più ampio delle sterili politiche di sostegno al welfare degli ultimi trent’anni che oggi non mostrano in alcun modo segnali di cambiamento. L’argomento non può essere affrontato in modo riduzionistico cercando soltanto vantaggi e svantaggi, effetti positivi e negativi del provvedimento, perché sarebbe una semplificazione di un tema che in realtà investe, anche in considerazione del grande interesse che ha suscitato, temi politici, economici, culturali e, oserei dire, antropologici.

La salute delle persone intesa secondo la definizione dell’Oms come «stato di benessere dinamico bio-psico-sociale, condizionato da fattori determinanti strutturali della società: relazioni familiari e sociali, istruzione, formazione, lavoro, ricerca, infrastrutture, ambiente» – a cui noi aggiungiamo economia, politica e cultura – apre orizzonti di riflessione molto ampi, che interessano la vita dell’uomo ed il suo sviluppo dalla nascita fino alla morte. Le politiche economiche degli ultimi anni che hanno condizionato le nostre esistenze in effetti sono state ispirate dalle logiche pervasive del mercato esprimendosi, sulle persone e sulla loro salute, in termini di medicalizzazione della vita, di erogazione di prestazioni, di spesa e profitto.

«Il processo di globalizzazione se da un lato ci ha aperto mondi fino ad ora sconosciuti, dall’altro ha cambiato la nostra antropologia in conseguenza proprio dell’impatto delle logiche economico-finanziarie su tutti gli aspetti della nostra vita, compresi quelli del welfare e della salute minacciati dalla pervasività del mercato e trasformati in privilegio individuale, in costi per prestazioni di consumo che, pertanto, possono vendersi e/o comprarsi», questo abbiamo scritto nella presentazione della piattaforma programmatica “La salute che vogliamo”, realizzata dalla nostra organizzazione (Fp Cgil medici e dirigenti Ssn, ndr).

In tale contesto le politiche di welfare, negli anni, hanno smarrito via via la vocazione di provvedimenti strutturali e strutturanti la società e le persone. Sono state interpretate non come un investimento che favorisse lo sviluppo sociale e quindi economico del Paese, ma come una voce di spesa da controllare e se possibile ridurre o tagliare. I bonus, siano essi per la famiglia, per la scuola, per il sostegno al reddito o per la salute, assumono così il significato di concessioni in cui si perde il senso di un diritto da una parte e di un valore dall’altro. Il cd. “Bonus psicologo”, in…

*L’autore: Andrea Filippi è psichiatra e segretario nazionale Fp-Cgil medici e dirigenti Ssn


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Nebbia sull’irto Colle

Foto Ettore Ferrari/LaPresse/POOL Ansa 27-01-2022 Roma, Italia Politica Camera dei Deputati - Elezione del Presidente della Repubblica Nella foto: Maria Elisabetta Alberti Casellati, Roberto Fico Photo Ettore Ferrari/LaPresse/POOL Ansa 27-01-2022 Rome, Italy Politics Chamber of Deputies - Election of the President of the Republic In the pic: Maria Elisabetta Alberti Casellati, Roberto Fico

Se i partiti vivono l’elezione del presidente della Repubblica come occasione di accrescimento del prestigio personale dei proponenti e non come momento di responsabilità per eleggere un garante della Repubblica, è inevitabile che lo spettacolo sia quello che è. L’elemento straordinariamente prevedibile è che ancora una volta tutti riescono meravigliosamente ad apparire perdenti, confusi, egoisti e non all’altezza. Come è sempre accaduto in questi ultimi anni.

Così negli ultimi giorni abbiamo assistito a una girandola di nomi che non vengono discussi per il Presidente che potrebbero essere, ma che vengono marchiati dal proponendo, dimostrando ancora una volta che l’arco parlamentare non riesce ad elevarsi nemmeno di fronte al più alto atto repubblicano, ovvero la convergenza sul più alto rappresentante. Prevedibile anche questo: sono gli stessi partiti che hanno dimostrato ben poco senso di responsabilità e di unità di fronte a una pandemia.

Di fondo c’è che i partiti, ma soprattutto le coalizioni, sono messe maluccio. Nel centrodestra Salvini è sempre di più il disturbatore che si affanna per apparire nelle inquadrature. Sono giorni che ci dice di avere un nome di alto profilo e poi ci rifila il brodino di indigeribile berlusconiano. Del resto il leader leghista usa anche il Quirinale semplicemente per duellare con Giorgia Meloni, vivendo qualsiasi epoca politica come occasione di show. Il centrodestra non esiste ed è sempre uguale a se stesso: solo l’auto candidatura di Berlusconi è riuscita a tenere a cuccia la coalizione. Siamo sempre lì, sono ancora lì.

Resta da capire come Pd e M5s possano pensare di costruire un fronte progressista se non riescono a trovare un punto comune nel giudizio delle personalità in campo. Non si tratta solo della tiepidezza delle proposte (proporre un Mattarella bis e Draghi come ripiego è la solita scelta non-scelta di sponda di chi non sa decidersi per decidere), le trattative per il Quirinale hanno mostrato la fragilità (per usare un eufemismo) dell’accordo tra un partito, il Pd, con un gruppo parlamentare più fedele a un fuoriuscito che al suo segretario e con il M5s che è evidentemente attraversato da correnti. Anche nel loro caso guardandoli da fuori non fanno una gran figura.

Così si cerca affannosamente un nome autorevole estraneo alla politica senza rendersi conto che il ruolo del Presidente sia invece politicissimo, ma politico nel senso alto del termine, di quella consapevolezza e avvedutezza che sarebbe richiesta. Avere un presidente del Consiglio e un presidente della Repubblica che hanno come principale caratteristica quella di essere non politici non è una buona notizia. Si sperava che avessimo imparato la lezione, e invece no.

In un’elezione rivolta più ai sondaggi e al branding che all’individuazione di una figura all’altezza è inevitabile che possa accadere di tutto, perfino che si trovi un accordo all’ultimo momento. Del resto inseguire il sentimento dell’indignazione porta i leader di partito a cedere alla velocità come elemento fondamentale dell’elezione del Presidente. C’è un’emergenza, scrivono qui fuori, e quelli dimenticano che la politica è trattativa (leale e alta, possibilmente) e che Sandro Pertini fu eletto dopo 16 scrutini con il Paese nel buio dell’uccisione di Aldo Moro avvenuto un paio di mesi prima. Non è la quantità del tempo ma è la qualità del tempo a essere sconsolante.

Fumo molto, sostanza poca.

Buon venerdì.

Esiste anche la salute mentale

Nei due anni di necessarie misure di distanziamento sociale a causa della pandemia, di apprensione per la salute propria e dei propri affetti, e di preoccupazione per la crisi economica, si è registrato un forte aumento della richiesta di cure psichiche. Come emerge da un sondaggio Ipsos condotto in collaborazione con il World economic forum, già a marzo 2021 i dati mostravano un peggioramento della salute mentale per il 45% degli intervistati a livello internazionale. E l’Italia figurava tra i Paesi in cui i cittadini hanno subito maggiormente le conseguenze del Covid. Nello stesso sondaggio «più della metà degli italiani intervistati (54%) ha dichiarato un peggioramento e soltanto l’8% un miglioramento» del benessere psichico.

Nella vita reale questo si è tradotto in una maggiore richiesta di accesso alle cure, che però ha dovuto fare i conti con la crisi che si è abbattuta sul mondo del lavoro. Stando a uno studio dell’Istituto Piepoli, nel 2021 il 27,5% delle persone che volevano iniziare un percorso psicoterapico non ha potuto farlo per ragioni economiche. Mentre il 21% è stato costretto a interromperlo. A giugno 2021 su Left, Massimo Cozza, direttore del dipartimento di salute mentale della Asl Roma 2 (il più grande d’Italia con un bacino di utenza di 1,3mln di abitanti), sollecitato dai colleghi psichiatri e psicoterapeuti Alice Dell’Erba e Riccardo Saba, notava che dopo la progressiva riapertura le richieste d’aiuto urgenti rivolte agli psichiatri erano aumentate a dismisura.

«Quella principale riguarda gli adolescenti – ci ha spiegato Cozza -. Si tratta di disturbi depressivi, di gesti autolesivi e di disturbi del comportamento alimentare, rispetto ai quali stimiamo un aumento della richiesta di circa il 30%». Mancavano pochi giorni alla II Conferenza nazionale convocata dal ministro Speranza, considerata da tanti operatori un’occasione di rilancio delle tematiche centrate sulla tutela della salute mentale in età evolutiva e non solo. Finita la Conferenza, però, come un fiume carsico, il dibattito politico si inabissato scomparendo dai media mainstream per riemergere all’inizio del 2022 con la proposta, appoggiata da tutti i principali gruppi parlamentari, di inserire nella legge di Bilancio il cosiddetto “bonus psicologo”, un voucher di 50 milioni di euro complessivi per aiutare economicamente le persone che decidono di rivolgersi a uno psicologo, uno psichiatra o uno psicoterapeuta.

Se ne è discusso brevemente dopo la bocciatura del “bonus” da parte del governo e di nuovo la questione della salute mentale è scomparsa dai radar dell’informazione generalista. Come se il benessere psichico degli adolescenti e degli adulti non fosse altrettanto prioritario della salute fisica. Come se i problemi che gravano sulla salute mentale non fossero legati a doppio filo a deficit strutturali della sanità pubblica dopo vent’anni di tagli, deficit che il coronavirus ha reso più evidenti.

Una lezione di sensibilità e senso civico arriva dal sindacato studentesco della Rete degli studenti medi che, come leggerete nella storia di copertina, ha inserito il diritto alla salute mentale tra i 4 pilastri di un documento dal titolo Il futuro è nostro. Ripartiamo da zero. Ovvero, scrive l’autrice dell’inchiesta, Angela Galloro, si riparta dal punto in cui i giovani sentono tristemente di essere stati lasciati. «Abbiamo il diritto a essere ascoltati per superare le problematiche che la nostra età e la realtà ci mettono di fronte, vogliamo incontri a scuola con esperti per poter affrontare e prevenire l’ansia, la depressione che la pandemia ha reso più frequenti» raccontano gli studenti intervistati riportando in primo piano il ruolo fondamentale della scuola e quindi del servizio pubblico nella tutela della salute psichica.

Va detto che dei segnali positivi ci sono stati. Ad esempio, ad oggi, in seguito al protocollo di intesa tra l’Ordine degli psicologi e il ministero dell’Istruzione siglato a settembre 2021, il 69% degli istituti scolastici ha attivato la presenza di una figura professionale di sostegno. Tuttavia, come sottolineano gli studenti della Rete, questa si limita a poche ore a settimana, insufficienti per i tanti ragazzi che vorrebbero usufruirne.

Insomma, di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio e con questo nuovo numero di Left vogliamo rivitalizzare il dibattito e tenere alta l’attenzione sulla portata e le conseguenze di un problema diffuso e irrisolto. Per questo abbiamo sollecitato il ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha risposto alla nostra intervista, e abbiamo aperto un dibattito coinvolgendo la senatrice Paola Boldrini, vicepresidente della Commissione Sanità e prima firma dell’emendamento sul Bonus salute mentale, Nicola Fratoianni, deputato di Sinistra italiana, Andrea Filippi, segretario nazionale Fp-Cgil medici, e Marta Bonafoni consigliera della Regione Lazio che nei giorni scorsi ha varato un “bonus psicologo” da 2,5mln.

Senza negare il lavoro fondamentale svolto da psichiatri, psicoterapeuti e psicologi in ambito privato vogliamo approfondire la riflessione avviata da Cozza su Left sull’opportunità del voucher e sul rischio che una sua (già ventilata) riproposizione in futuri provvedimenti risponda a logiche di mercato e a una svalutazione del ruolo fondamentale del Servizio sanitario nazionale, che invece – ribadiamo – va implementato in termini di figure professionali e finanziato a dovere, perché tutti possano avere accesso alle cure. Per questo si potrebbe, per esempio, iniziare con il dirottare verso la salute mentale qualche miliardo destinato ad inutili armamenti. Chiediamo troppo?


L’editoriale è tratto da Left del 28 gennaio 2022 

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Carlo Greppi: Vi racconto la storia di Jacobs, il partigiano tedesco

Scegliere da che parte stare, anche a rischio della vita. Scegliere di stare dalla parte degli ideali democratici, della giustizia, della lotta antifascista, disertando, trovandosi a combattere contro le squadracce fasciste e contro i propri ex commilitoni nazisti. Rudolf Jacobs (Brema, 26 luglio 1914-Sarzana 3 novembre 1944) ebbe il coraggio e l’umanità di fare questa scelta, schierandosi con i partigiani. Al pari del suo attendente austriaco, di cui, prima di questo appassionante libro dello storico Carlo Greppi, Il buon tedesco (Laterza), poco o nulla si sapeva.
Di Jacobs, per fortuna, gli abitanti della Lunigiana avevano ricordo, qualcuno addirittura conservardo sue foto fra quelle della propria famiglia. «La sua storia è stata tramandata grazie al fatto che nel territorio toscano dove disertò, i partigiani ne hanno sempre curato la sua memoria», ci dice Greppi.

La sua è una vicenda straordinaria, affascinante, drammatica, che nel libro emerge in tutta la sua dimensione umana.
Jacobs aveva solo da perdere nel fare quella scelta irreversibile di passare dall’altra parte, dalla parte della Resistenza. Siamo fortunati perché la sua è una storia abbastanza ben documentata, sebbene, come gli storici ben sanno, come sempre ci siano un sacco di punti che non verranno mai chiariti e di domande che resteranno aperte.

Ricostruendo la sua storia, lei si è imbattuto in quella del suo attendente che invece era rimasta sempre in ombra?
Sì, sempre citato dalle fonti, rimaneva però una figura estremamente misteriosa. Ho cercato di battagliare con l’oblio per dare un nome e un volto a quest’uomo che ha sempre accompagnato Jacobs nella sua scelta.

Lei è riuscito a dargli un nome come si scopre leggendo il suo libro, di cui non vogliamo svelare tutto, invitando a leggerlo.
Ho cercato di farlo anche con altri, ma devo dire questa storia dell’attendente austriaco, rimasto a lungo senza nome, mi ha preso, ha cominciato un po’ ad ossessionarmi, perché credo che il compito di uno storico sia anche quello di dare la dignità che meritano a figure fondamentalmente eroiche come queste.

Jacobs veniva dalla buona borghesia di Brema. Come capitano doveva costruire fortificazioni. Avrebbe anche potuto starsene in villa, ma non ebbe problemi a mettersi insieme ai comunisti. Che cosa li univa?
C’era una travolgente voglia di libertà. Le resistenze europee riuscirono a trasmetterle ai propri combattenti e a chi via via si univa a loro insieme alla popolazione civile che li sosteneva. Tracimarono così oltre le linee, arrivando a convincere, con l’esempio e con l’azione, anche presunti nemici.

Il collante era un internazionalismo, anche di valori?
La prospettiva internazionalista secondo me è fortissima e ampiamente sottovalutata da tutte le storiografie compresa quella italiana. Perché, se poi se si va a vedere, questa capacità di…

Nell’immagine: tavola tratta dal trailer Laterza


L’intervista prosegue su Left del 21-27 gennaio 2022 

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L’epidemia parallela

Un’emergenza sanitaria meno manifesta del Covid, subdola e silenziosa, ha colpito giovani e adulti indistintamente negli ultimi due anni di pandemia.
All’isolamento, alla didattica a distanza, allo smart working, al cambiamento radicale dei rapporti sociali e dei luoghi associativi che eravamo abituati a frequentare, già nel primo anno di pandemia è corrisposto un incremento di casi documentati di ansia, depressione, disturbi alimentari (questi ultimi son aumentati del 30% da febbraio 2020 a febbraio 2021, fonte Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica). Questioni che fanno riflettere e delle quali Left si occupa costantemente, ma c’è una cosa che va ulteriormente sottolineata e per certi versi rappresenta una novità. I ragazzi sentono l’esigenza di tutelare la propria salute mentale più degli adulti, lo urlano a gran voce in manifestazioni e assemblee. Questa reazione che è un chiaro grido di aiuto e di allarme tuttavia non ha ancora ricevuto un risposta adeguata da parte del governo e del Parlamento. Si è molto parlato nei giorni scorsi di un bonus per la psicoterapia, bocciato dall’Aula, ma una misura del genere non avrebbe certamente soddisfatto tutte le richieste di cura.
Non possiamo dimenticare i report dell’Oms in cui emerge che i disturbi del comportamento alimentare sono ancora la seconda causa di morte per gli adolescenti dopo gli incidenti stradali.

In Italia la rete di prevenzione – la scuola, le istituzioni, la famiglia, la sanità – che dovrebbe tutelare la loro salute mentale non è sufficiente a far fronte a tutte queste situazioni patologiche.
Quel che è più grave, denunciano i ragazzi, è un problema culturale, una diffusa mancanza di fiducia nelle potenzialità della psicoterapia anche come intervento precoce che permette di evitare in molti casi ricoveri drammatici.
La tutela della salute mentale è uno dei quattro pilastri del documento redatto già all’inizio dell’anno scolastico dal sindacato studentesco Rete degli studenti medi, intitolato Il futuro è nostro. Ripartiamo da zero, ovvero dal punto in cui i giovani sentono tristemente di essere stati lasciati.
Alessia, Roberta, Valeria, Marco e i loro compagni, che incontriamo prima di un’assemblea della Rete, ci parlano dell’aumento di ansie, depressioni, per qualcuno anche attacchi di panico, episodi di autolesionismo, per molti disturbi del comportamento alimentare. C’è anche chi, come Giulia, nome di fantasia, ci racconta di un drammatico ricovero in ospedale per anoressia. E si dice «fortunata» ad aver trovato posto in reparto.

La pressione sugli ospedali dovuta ai pazienti Covid, come abbiamo denunciato nelle scorse settimane su queste pagine, ha ricadute gravissime non da oggi sul diritto alla cura di chi soffre di altre patologie. Nell’aprile del 2021 i medici neuropsichiatri infantili delle Regioni Piemonte, Val d’Aosta e Liguria in una lettera aperta denunciavano la carenza di risorse per l’aumento di accessi al pronto soccorso e i ricoveri lunghi per acuzie, ma prima di tutto un’insufficiente rete di prevenzione per i giovani e per i nuclei familiari. La Società italiana di pediatria, in un’indagine condotta su nove Regioni italiane, ha segnalato un +84% degli accessi in pronto soccorso per patologie neuropsichiatriche dei giovani tra marzo 2020 e marzo 2021 con un significativo aumento dei casi di ideazione suicidaria (+147% rispetto al periodo pre-Covid).

«Già da marzo-aprile 2020 abbiamo visto un incremento delle urgenze…


L’inchiesta prosegue su Left del 28 gennaio 2022 

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