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Era solo questione di tempo, purtroppo

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 28 gennaio 2022 Roma, Italia Cronaca Pomeriggio di scontri nel centro di Roma alla manifestazione per la morte di Lorenzo Parelli, lo studente vittima di un incidente sul lavoro nell’ultimo giorno di stage a Udine. Nella foto : la manifestazione Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 28 2022 Rome, Italy News Afternoon of clashes in the center of Rome where hundreds of boys had gathered in a protest sit-in in memory of Lorenzo Parelli, the dead boy crushed by a beam in the Udine company chosen for school-work alternation. In The Pic: clashes between students and police

Nei giorni scorsi in tutta Italia studentesse e studenti si sono mobilitati in presidi e cortei per ricordare la morte di Lorenzo Parelli, un ragazzo di 18 anni, un ragazzo come qualsiasi altro, morto ad Udine in un incidente sul lavoro mentre svolgeva uno stage previsto dal suo percorso scolastico. La notizia, la prima nel suo genere in Italia, ha lasciato sgomenti gli studenti dal Nord al Sud del Paese. Morire “di scuola” è inaccettabile e accanto al dolore non si può fare a meno di provare tanta rabbia.

Quanto accaduto, seppur per certi versi imprevedibile, di certo, in un Paese che conta 1.404 morti sul lavoro l’anno, non era inimmaginabile. In un mondo del lavoro precario ed insicuro, in cui vengono tolte anno dopo anno sempre più tutele, probabilmente era solo questione di tempo prima che ci scontrassimo con la dura realtà. Seppur Lorenzo non stesse svolgendo propriamente i Pcto (l’ex Alternanza scuola-lavoro), bensì un percorso di formazione duale presso un’azienda specializzata, la riflessione non può non andare alla nota Buona scuola del 2015 che ha introdotto e disciplinato tutti i vari percorsi lavorativi nel corso delle superiori. Ampiamente contestata già allora, rimane una legge che ha consentito una progressiva aziendalizzazione della scuola pubblica, in cui il percorso formativo di ciascuno studente è sempre più finalizzato esclusivamente all’inserimento nel mondo lavorativo, permettendo di fare esperienze di lavoro già in classe.

Dinanzi ad un mondo del lavoro in difficoltà, in cui abbondano contratti precari, scarse tutele, zero investimenti in sicurezza, riconoscere e legalizzare da parte della scuola attraverso stage e Pcto questa tendenza non può non portare ad altro se non a una normalizzazione del fenomeno. La morale che dunque si impone nella narrazione comune e in classe è quella del lavoro ad ogni costo, qualsivoglia siano le condizioni e la paga. E la scuola, purtroppo, continua ad inseguire il mondo lavorativo senza riflettere realmente su quelli che dovrebbero essere i propri obiettivi e le proprie finalità, educando alla precarietà, facendo apparire come casuale che si possa morire a 18 anni lavorando gratis.

La scuola dovrebbe essere la comunità dove si forma la coscienza e la personalità del singolo, dove si forma il cittadino del domani, conscio dei propri diritti e dei propri doveri, dove si rende lo studente in grado di scegliere da sé il proprio futuro, non il luogo atto a produrre esclusivamente individui atomizzati e specializzati da inserire nel mondo lavorativo. Proprio per questo occorrerebbe, invece, introdurre percorsi obbligatori che abbiano come finalità quella di formare gli studenti sul funzionamento del mondo del lavoro, passando dallo Statuto dei lavoratori alle nuove norme sulla sicurezza, studiando il funzionamento dei contratti e cosa può essere previsto al loro interno e cosa no.

Dopo una settimana di mobilitazioni in tutto il Paese, dopo che gli studenti e le studentesse hanno mostrato vicinanza, sensibilità e anche paura nei confronti della morte di Lorenzo, dal governo e dal ministero dell’Istruzione è arrivato solo silenzio. Di contro invece a Roma, Torino, Napoli e Milano si sono verificate cariche violente sugli studenti in seguito alle agitazioni, l’ennesima dimostrazione della totale incapacità da parte dello Stato non solo di ascoltare le istanze studentesche, ma anche di gestire il dissenso nei confronti delle istituzioni e la normale democratica manifestazione delle proprie idee. Nel silenzio di un Paese che non riesce a discutere di giovani e di futuro, rimane indelebile la ferita lasciata dalla morte di Lorenzo, morto “di scuola”.


L’editoriale è tratto da Left del 4-10 febbraio 2022 

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Tamponi e bastoni

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 28 gennaio 2022 Roma, Italia Cronaca Pomeriggio di scontri nel centro di Roma alla manifestazione per la morte di Lorenzo Parelli, lo studente vittima di un incidente sul lavoro nell’ultimo giorno di stage a Udine. Nella foto : la manifestazione Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 28 2022 Rome, Italy News Afternoon of clashes in the center of Rome where hundreds of boys had gathered in a protest sit-in in memory of Lorenzo Parelli, the dead boy crushed by a beam in the Udine company chosen for school-work alternation. In The Pic: clashes between students and police

Se siete tra quelli che hanno trovato vergognoso il silenzio del governo dopo i pestaggi degli studenti da parte della Polizia durante le manifestazioni di Milano, di Napoli e di Torino dei giorni scorsi potete mettervi il cuore in pace: era meglio così. Ieri infatti sul punto è intervenuta la ministra dell’Interno Lamorgese (ovviamente perché stuzzicata dalle interrogazioni parlamentari depositate, altrimenti sarebbe stata bella comoda nell’ombra) che ha rilasciato un comunicato in cui dice «deve essere sempre garantito il diritto di manifestare e di esprimere il disagio sociale, compreso quello dei tanti giovani e degli studenti che legittimamente intendono far sentire la loro voce» (ci mancherebbe) e poi ci fa sapere che «purtroppo alcune manifestazioni sono state infiltrate da gruppi che hanno cercato gli incidenti – scrive Lamorgese – Dobbiamo quindi operare per evitare nuovi disordini, scongiurando che le legittime proteste nelle nostre piazze possano essere strumentalizzate da chi intende alimentare violenze e attacchi contro le forze di polizia».

Non una parola, nemmeno di striscio, sui ragazzi manganellati e sulle orribili immagini che per due settimane abbiamo visto con cariche della Polizia lanciate senza nessuna apparente provocazione. Nessuna parola sui feriti (solo a Torino sono venti, alcuni con fratture e punti alla testa) e nessuna parola sulla violenza degli agenti. Del resto il portavoce dell’Associazione nazionale funzionari di polizia Girolamo Lacquaniti ci ha detto che «esiste un limite per manifestare e quel limite è la violenza nei confronti dei poliziotti», riferendosi evidentemente al terribile spavento che possono procurare ai poliziotti degli studenti in piazza per manifestare contro l’alternanza scuola-lavoro e per chiedere giustizia sulla vicenda di Lorenzo Parelli, morto schiacciato nel suo ultimo giorno di stage prima di rientrare in classe.

È curioso e importante notare che Lamorgese è la stessa ministra che ha lasciato pascolare i fascisti durante la manifestazione di Roma (ricordate l’irruzione nella sede della Cgil?) ed è la stessa ministra che ha la linea di comando di tutte le piazze che, guarda caso, hanno visto un’azione coordinata delle Forze dell’ordine da Torino a Napoli, come se avessero avuto un chiaro ordine superiore.

È la stessa ministra che concima il patto con la Libia (ha compiuto 5 anni, tanti grandi complimenti a Minniti che da sinistra è riuscito a fare più schifo della peggiore destra) ed è la stessa ministra che qualcuno celebrava perché “non usa i social”. A questo punto c’è da sperare che si apra un account su Twitter, almeno per avere il polso della reale situazione del Paese. Anche perché questa bugia degli infiltrati l’abbiamo sentita per anni e davvero sarebbe troppo cascarci ancora. A proposito, cara ministra, dove sono le prove degli infiltrati? E soprattutto, se davvero ci fossero, perché avete pestato i ragazzi e non quelli?

Buon giovedì.


Per approfondire, vedi Left del 4-10 febbraio 2022 

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Bastano pochi click!

Pierpaolo Bombardieri: Patto di stabilità? No grazie

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 16 Dicembre 2021 Roma (Italia) Cronaca : Porta a Porta Nella Foto : Pierpaolo Bombardieri Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse December 16 , 2021 Rome (Italy) News : Porta a Porta Talk show In The Pic : Pierpaolo Bombardieri

La morte di un ragazzo di 18 anni è una tragedia: ora dobbiamo solo stare in rispettoso silenzio al fianco dei suoi genitori. C’è, però, tanto dolore e tanta rabbia. Ci affidiamo al lavoro della magistratura per far luce sull’accaduto», dice il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. È indubbiamente una immensa tragedia e inaccettabile che Lorenzo Parelli abbia perso la vita in un luogo di lavoro durante un tirocinio scolastico. I ragazzi a quell’età dovrebbero poter studiare e basta, non essere “impiegati”come mano d’opera per giunta in contesti che li mettono a rischio. «Penso che l’alternanza scuola lavoro debba essere ripensata, privilegiando per i giovani il momento dello studio, affinché non succeda mai più nulla del genere», approfondisce Bombardieri. «Per noi, il rispetto della vita e della sicurezza sul lavoro viene prima di ogni altra cosa e ciò vale a maggior ragione per chi comincia ad avvicinarsi a questa realtà».
Sappiamo anche che, purtroppo, in Italia sono i giovani a pagare il prezzo più alto della disoccupazione della precarietà. Anche chi ha in tasca una laurea si trova a doversi arrangiare lavorando senza alcuna tutela per le grandi piattaforme. Ora una nuova direttiva europea considera i lavoratori delle piattaforme come lavoratori dipendenti. Bombardieri, potremmo fare altrettanto in Italia?
Io dico proprio di sì. I lavoratori delle piattaforme devono essere riconosciuti come lavoratori dipendenti. La direttiva Ue che lo stabilisce sta per essere recepita dal Parlamento europeo. L’Italia potrebbe recepire in anticipo quei principi e valori che, per altro, sono gli stessi espressi da una sentenza che in Italia ha riconosciuto i riders come lavoratori dipendenti. Questa è la proposta che abbiamo fatto al ministro del Lavoro Andrea Orlando la settimana scorsa nel tavolo di confronto che si è aperto su questo e altri temi, dopo lo sciopero indetto da Cgil e Uil lo scorso 16 dicembre.
La mobilitazione ha dato voce e rappresentanza politica al malessere sociale sempre più diffuso in Italia dopo due anni di pandemia. Lo stesso ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha comunicato che in Italia un lavoratore su dieci è in povertà nonostante lavori. Come si affronta questa grave situazione?
Intanto mettendo il tema del lavoro al centro della ricostruzione di questo Paese. La pandemia ha acuito la crisi. Ma la tendenza è stata fin qui raccontare la storia che in questo Paese tutto sta andando bene. Si è molto sottolineato il più 6% del Pil senza specificare che è un rimbalzo, per cui la pallina tornerà indietro. Si sono sottostimati il costo dell’inflazione e l’aumento del costo delle materie prime.
Come si risponde a questa ottimistica e distorta narrazione?
In primis andando a vedere quale è la condizione del lavoro, quale è la realtà dei lavoratori e delle lavoratrici in questo Paese. Partiamo dai numeri: negli ultimi tre anni (e dunque non nell’ultimo anno della pandemia) sono stati avviati 4 milioni di contratti di lavoro a tempo indeterminato, a fronte di 20 milioni di rapporti attivati su forme di lavoro a tempo determinato, a chiamata, in somministrazione e quant’altro. Questo quadro dovrebbe far riflettere tutti. Il futuro dell’Italia sarà determinato dalle scelte sulle pensioni, da quelle sul welfare. Lo ripetiamo con forza: non è una cosa di cui sentirsi in colpa rivendicare, come noi facciamo, uno stato sociale adeguato per chi rimane indietro.
Per creare lavoro stabile bisogna superare i contratti precari e a tempo determinato come sta facendo il governo spagnolo?
Noi abbiamo proposto un patto che va proprio in quella direzione. Da mesi in Italia ci viene proposto un patto senza chiarirne i contenuti. In una famosa commedia di Eduardo, Natale in casa Cupiello, Lucariello chiedeva: “Ti piace o’ presepe?”, non occupandosi minimamente di ciò che stavano vivendo la moglie, il figlio, la sorella, non interessandosi delle condizioni in cui si trovava la famiglia. L’unico suo problema era capire se i pastorelli fossero al posto giusto e se a tutti piaceva il presepe. Per mesi abbiamo assistito a questa commedia napoletana: “Ti piace o’ presepe?”. E non si capisce su che cosa il patto si sarebbe dovuto fare. Noi ne abbiamo proposto uno concreto sul modello di quello che è stato sottoscritto in Spagna tra organizzazioni datoriali, organizzazioni sindacali e governo, nel quale si dice che sono eliminati i contratti a tempo determinato. Non ridotti, ma eliminati. I contratti a tempo determinato possono essere utilizzati solo nel caso di lavoratori che devono essere sostituiti per motivi personali o di salute, maternità ecc. o in casi particolari di picchi produttivi.
Aiuterebbe anche i più giovani?
Certamente. Se non diamo stabilità ai ragazzi che devono entrare nel mondo del lavoro, sarà complicato costruire un discorso sul futuro. Immagino sarà capitato anche a voi di Left, se si intervista un giovane chiedendogli come sarà la sua pensione, nel 99% dei casi risponde: “Non avrò una pensione”. Questo significa che si è creata una condizione per cui i ragazzi che vanno a lavorare pensano e sanno che non ci sarà una pensione. Anche grazie a questo pensiero e a questo clima accettano il lavoro a nero. Dobbiamo cambiare questa realtà.

Sul salario minimo l’Europa si sta muovendo. Quale è la vostra posizione?

Come per quel che riguarda il lavoro povero, anche per il salario minimo mi pare che la politica scappi dalle proprie responsabilità. Con umiltà mi permetto di dire che molti politici parlano di salario minimo senza aver letto la direttiva europea. Come sindacato europeo abbiamo contribuito a quella direttiva che ha l’obiettivo di aumentare i livelli di contrattazione nazionale. È costruita in quel modo perché nella Ue ci sono Paesi che hanno forti forme di contratto nazionale e ci sono Paesi dove c’è il salario minimo. In questi ultimi, come ad esempio la Polonia, un operaio specializzato metalmeccanico guadagna 600 euro al mese. È una delle ragioni per cui le aziende delocalizzano. Anche alla luce di questo contesto dovremmo parlare in Italia di salario minimo che coincida con il minimo contrattuale. Perché il contratto tutela di più i lavoratori, perché prevede le ferie, il mantenimento del posto di lavoro, la copertura previdenziale e una serie di diritti che il salario minimo non dà.

Bisogna contrastare anche i contratti pirata?

Quando stipuliamo un contratto c’è un soggetto, ci sono dei principi, dei diritti “medi” a cui fare riferimento, sotto ai quali si dice “questo non è un contratto”. Se c’è un contratto che non riconosce una certa retribuzione, un congruo numero di ferie ecc. si può dire che quel contratto non è un contratto? Su questo la politica non decide, non riesce ad esprimere con chiara esattezza quali sono i valori di riferimento.

Prima abbiamo accennato al tema delle delocalizzazioni selvagge. Anche su questo non si vede sufficientemente luce da parte del governo Draghi?

Su questo non solo non si vede la luce, ma direi è buio pesto. Per una evidente scelta politica: prevale la vecchia logica per cui non si deve dare fastidio al mercato e alle aziende. Anche sulle delocalizzazioni abbiamo avanzato una proposta molto chiara: alcuni principi e comportamenti sono stati fissati da un accordo Ocse firmato da tutti. Abbiamo chiesto che venga applicato in Italia.

Cosa c’è scritto?

C’è scritto che se vai via, devi avvisare per tempo il territorio, devi dare il tempo alle persone, devi investire, devi trovare la possibilità di reimpiegare i lavoratori, devi trovare delle soluzioni. Invece quando si tratta di cartelli potenti riscontriamo sempre qualche dubbio ad intervenire.

È giusto che delle aziende che prendono finanziamenti in Italia delocalizzino, pur essendo in attivo?

Non è accettabile che anche in Italia ci siano multinazionali che spostano le proprie produzioni in altri Paesi avendo un attivo di bilancio, solo perché altrove pagano meno tasse. Certo, è una questione che dovrebbe essere affrontata a livello europeo. Ma intanto anche da noi qualcosa si può fare. Si può dire che chi prende risorse in Italia le deve rimettere. Ciò che è previsto finora non basta, bisogna rafforzare questa norma, far sì che chi oggi in Italia produce, raggiunge utili, paghi le tasse qui e non in un paradiso fiscale. Io ricordo che grandi multinazionali come Amazon – tanto per citarne una che tutti conosciamo – ha prodotto nell’anno della pandemia 42 miliardi di utile in Italia e in Europa e non ha pagato un euro di tasse. Su questo mi pare ci sia troppa timidezza. Il ministro Orlando ci ha provato ma quel decreto è stato annacquato e nascosto nei corridoi, a proposito di mancanza di luce.

Anche durante la pandemia non c’è stato un adeguato sostegno al lavoro, mentre ingenti somme sono state date alle imprese. Manca una complessiva politica industriale?

Lo abbiamo dimostrato e denunciato in più occasioni. In questo Paese manca una seria politica industriale. Per esempio sull’automotive. Basta fare un raffronto con altri Paesi europei, guardiamo come la Francia è entrata in Stellantis. Guardiamo anche come altri Stati siedono in alcune aziende dell’energia. Noi non abbiamo ancora chiarito quali siano i nostri asset industriali strategici e tanto meno abbiamo scelto politiche industriali adeguate.

Dunque non le abbiamo messe in connessione con le scelte che abbiamo fatto sul Pnrr?

Io sfido chiunque a trovare una connessione fra le nostre sfide industriali e quello che è visto e previsto dentro le scelte strategiche del Pnrr, per esempio per le politiche di transizione.

Di questo sui giornali mainstream non si parla ma per mesi molto spazio è stato dato agli strali di Bonomi contro quello che il capo di Confindustria chiama “Sussidistan”.

Rispetto a tutto questo ho reagito furiosamente, ricordando che in Italia durante la pandemia sono stati erogati 170 milioni di euro, senza nessuna causale. Sono stati dati a chi ha licenziato, a chi se ne è andato, a chi ha licenziato senza neanche dare il tempo di svuotare gli armadietti. I soldi che invece sono stati dati ai lavoratori, sono stati erogati in modo condizionato. Quando parliamo di cassa integrazione dobbiamo dire che non è stata pagata dalle aziende, la paghiamo tutti noi. Perché sono soldi che abbiamo preso con il programma Sure e che dovremo restituire.

Con la pandemia l’Europa ha avuto per la prima volta il coraggio e la lungimiranza di sospendere il patto si stabilità. Ora cosa accade?

Proprio su questo la Uil ha lanciato una campagna di sensibilizzazione: “Patto di stabilità no grazie”. Con mio rammarico, essendo un europeista convinto, noto che quando si discute di una cosa importante che riguarda l’Europa in Italia non se ne parla. Noi abbiamo posto il problema alle forze politiche. Spero che gli altri colleghi dei sindacati lo facciano quanto prima.

Quali scenari si preparano?

Se non superiamo la logica del patto di stabilità, facendo una critica dell’austerity, cambiando l’impianto economico e finanziario europeo e italiano, fra un paio di anni ci ritroveremo con un governo – qualunque esso sia – che dirà che bisogna rientrare dal debito, e non si potranno fare gli investimenti verdi. Invece io penso che anche dal punto di vista degli investitori ci sia voglia di dare spazio agli investimenti sociali e ambientali. Ricordo che quando varammo il programma Sure, quando si misero a bando gli Eurobond, c’era scetticismo tra i tecnocrati di Bruxelles. Dicevano, i mercati non investiranno. Il risultato è stato invece che le richieste di investimenti su quei bond collegati a Sure e quindi a un programma sociale sono state sei volte maggiori rispetto alla disponibilità emersa.

Next generation Eu resterà un unicum?

Io penso che dovremmo provare a fare in modo che un evento straordinario come Next generation Eu diventi un fatto strutturale della politica europea. È necessario, se vogliamo effettivamente cambiare la politica dell’Europa, se vogliamo davvero cambiare la percezione che se ne ha.

Cambiare il patto di stabilità è un obiettivo fondamentale ma non facile da raggiungere?

Purtroppo neanche il cambio di governo in Germania lo garantisce, considerato che il ministro dell’Economia è un liberale (devo dire però che neanche i socialdemocratici hanno brillato per richieste di modifica). Mettiamola così, spero che questo cambio di passo rispetto alla gestione Merkel possa dare una spinta. In Italia dobbiamo parlare di questi temi, partecipare a questa consultazione spiegando perché quella scelta economica e politica del patto di stabilità e della politica dell’austerity debbano essere cambiate.

Anche la manovra del governo Draghi risente di quelle vecchie politiche?

A mio avviso dovremmo fare, in modo scientifico, una scelta di economia keynesiana. Si dice che quella attuata dal governo sia una manovra espansiva, che ci siano politiche keynesiane, io in realtà ne vedo molto poche, per non dire nessuna. Credo che nessuno di noi sia convinto che il debito pubblico sia una variabile indipendente e dunque si possa arrivare chissà dove. Nelle settimane scorse ho ascoltato grandi elogi del presidente europeo David Sassoli ma nessuno che lo abbia ricordato per il suo ragionamento su come si poteva affrontare il tema del debito.

Quando Sassoli ha osato parlare di cancellazione del debito è stato silenziato, anche dal suo partito.

Tutti quelli che lo hanno lapidato ora dicono quanto era bravo Sassoli. Su questo ci sarebbe molto da riflettere rileggendo il libro di Bobbio, Destra e sinistra. Andrebbe diffuso nelle scuole.


L’intervista prosegue su Left del 28 gennaio 2022 

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Come e perché il Portogallo si è tinto di rosso

A man wearing a face mask holds a Portuguese Socialist Party flag and a red rose during an election campaign event in the outskirts of Lisbon, Thursday, Jan. 27, 2022. Portugal holds a general election on Jan. 30. (AP Photo/Armando Franca)

Il Portogallo è socialista a «maggioranza assoluta». Questo il risultato delle elezioni politiche che si sono tenute domenica 30 gennaio, di cui il protagonista indiscusso – senza dubbio – si conferma il leader del Partito socialista (Ps) António Costa. La sinistra radicale perde consensi in modo significativo, la destra populista Chega (“Basta”) di André Ventura sale al 7,2 percento, i socialdemocratici del Psd (centrodestra in Portogallo) si fermano al 27, mentre lo storico partito di centro Cds – Partido Popular (nato contro la dittatura di Salazar) per la prima volta è fuori dal Parlamento. Ma prima di avventurarci in improbabili e fantasiosi parallelismi con lo scenario politico del nostro Paese – lo so, la tentazione è grande – facciamo un passo indietro.

Quando scrissi per la prima volta del leader socialista António Costa era il 2013: sul blog Sosteniamo Pereira cercavo di raccontare, appena sbarcato a Lisbona, la vittoria del Partito socialista alle elezioni comunali della Capitale. Il Portogallo era ancora in pieno commissariamento europeo e le elezioni amministrative di allora sancirono inequivocabilmente una bocciatura delle politiche di austerity, che l’ala conservatrice del Parlamento lusitano – i socialdemocratici portoghesi – recepirono senza batter ciglio per tutto il corso del loro mandato elettorale. Le manifestazioni di piazza, all’epoca, scandivano il ritmo quasi quotidiano della vita delle cittadine e dei cittadini, almeno di coloro che abitavano la Capitale: ebbene, Costa fu riconfermato sindaco di Lisbona per la seconda volta di seguito in un contesto in cui, a livello nazionale, il Ps si attestava al 36,4 per cento. Oggi, agli inizi del 2022, il leader socialista ritorna sempre per la seconda volta, dopo la vittoria del 2015, alla guida dell’intero Paese ottenendo il 41 percento dei consensi e dunque la maggioranza assoluta in Parlamento con 117 seggi (ne bastano 116 per ottenerla nell’Assemblea della Repubblica portoghese) a cui si potrebbero aggiungere altri 2 seggi dai collegi esteri.

«Una maggioranza assoluta non equivale al potere assoluto» ha commentato a caldo Costa subito dopo gli esiti del voto, arrivati nella notte del 30 gennaio scorso. Sì, perché a questo giro, al contrario del 2015, il leader del partito nato nel 1973 in funzione rivoluzionaria contro il regime salazarista (e il cui simbolo raffigura ancora un pugno chiuso su sfondo rosso) potrà governare da solo senza prevedibili difficoltà, senza dover ricorrere al sostegno della sinistra radicale. Non a caso Costa, circa sei anni fa, per riuscire a reggere un governo di maggioranza relativa dovette dar vita all’esperimento della cosiddetta geringonça – un “trabiccolo”, un “aggeggio” – che vedeva i socialisti accordati con il Bloco de esquerda (blocco di una sinistra, potremmo dire, “eterodossa”) e con la Coligação democrática unitária (Cdu), la storica coalizione tra il Partito comunista portoghese e i Verdi. Si formava così un governo di minoranza monocolore socialista (in Portogallo si può fare) e sostenuto dall’esterno di volta in volta dai gruppi della sinistra radicale. Un’esperienza che è proseguita nel 2019 e che si è conclusa anticipatamente lo scorso ottobre, quando proprio il Bloco e la Coligação hanno deciso di non sostenere la legge di bilancio, dal momento che una parte delle loro richieste (soprattutto in merito a scelte economiche redistributive) sono state escluse dalla manovra. Uno scenario, questo sì, che potrebbe ricordare vicende tutte italiane.

Questa volta in Portogallo è diverso, si diceva. Ogni pronostico che fino a domenica dava Costa per perdente è stato ribaltato: sarà stata la paura di lasciare in mano il Paese ai conservatori che si sarebbero potuti alleare con i neofascisti di Chega o il timore di perdere il treno delle risorse europee, circa 30 miliardi per le infrastrutture e circa 15 per aumentare la competitività delle imprese private. Fatto sta che un leader, oggi, i socialisti lo hanno. La sinistra radicale precipita (la Cdu e il Bloco si fermano entrambi a solo il 4,4 per cento, laddove nell’ultimo decennio erano riusciti a raggiungere, rispettivamente, picchi dell’11 e del 7 circa), la destra estrema avanza. In tal senso, paragonare il partito socialista portoghese al Partito democratico italiano sarebbe del tutto improprio. Basti pensare alle politiche sociali e del lavoro messe in atto nel post commissariamento, così come all’alleanza con i comunisti. Basti pensare che Costa ha detto esplicitamente che con partiti neofascisti come Chega non potrà mai esserci alcun dialogo. E poi, basti ragionare sul fatto che, in Portogallo, anche la sinistra radicale ha delle sue precise peculiarità: non dimenticherò mai quando, durante un manifestazione nel 2013 indetta dal principale sindacato del Paese – la Cgtp – contro le politiche di austerità, vidi sventolare insieme alle bandiere rosse quelle con il simbolo del Portogallo, a ricordarci, per esempio, che “patriottismo” (di certo più similmente a una tradizione di esquerda latinoamericana) non fa rima necessariamente con “sovranismo”. Per inciso: per un Paese europeo che – per evidenti ragioni storiche – ha sempre rivolto lo sguardo più oltre oceano, verso il Brasile, che non alla grigia Bruxelles, la notizia di qualche giorno fa della definitiva liberazione di Lula dalle accuse di corruzione che gli erano state mosse da Sergio Moro, ex giudice, ex ministro della giustizia brasiliano e grande amico di Bolsonaro, non deve essere affatto sottovalutata.

Non sono certo che gli stessi portoghesi (e ancor di più noi) sappiano spiegarsi in modo chiaro e lineare il perché di una simile vittoria così schiacciante. Tuttavia: cosa accadrà senza una corposa rappresentanza della sinistra radicale in Parlamento di fronte all’arrembaggio neoliberista di ogni ambito del lavoro e della vita in tempi di pandemia? Come si trasformerà il Portogallo delle sole imprese private? Come verrà gestito il fenomeno devastante della gentrificazione totale che sta ormai inglobando, a ritmi serrati, soprattutto la buona vecchia Lisboa? Sarà che quella portoghese è una democrazia ancora “giovane”, ma da qualche anno, ormai, ho l’impressione che le sue istituzioni democratiche sappiano ancora produrre anticorpi attivi ed efficaci. A fronte delle tendenze sociopolitiche attuali, certo, la famiglia socialista europea può tornare a esultare per qualche ora. D’altro canto, alla sinistra dei socialisti portoghesi incombe ormai l’ombra della perpetua irrilevanza politica, mentre l’estrema destra continua a guadagnare centimetri. Ecco, sono queste le uniche, possibili analogie con il contesto politico italiano che, per l’Europa e per il Portogallo, è bene che restino mere fantasticherie.

Se ne può parlare di Israele?

Palestinians flee their homes after overnight Israeli heavy missile strikes on their neighborhoods in the outskirts of Gaza City, Friday, May 14, 2021. (AP Photo/Khalil Hamra)

Le autorità israeliane devono essere chiamate a rendere conto del crimine di apartheid contro i palestinesi. È quanto ha dichiarato ieri Amnesty International in un rapporto di 278 pagine nel quale descrive dettagliatamente il sistema di oppressione e dominazione di Israele nei confronti della popolazione palestinese, ovunque eserciti controllo sui loro diritti: i palestinesi residenti in Israele, quelli dei Territori palestinesi occupati e i rifugiati che vivono in altri Stati.

Nel rapporto si legge che le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi fanno parte di un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid. Questo sistema si basa su violazioni dei diritti umani che, secondo Amnesty International, qualificano l’apartheid come crimine contro l’umanità così come definito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e dalla Convenzione sull’apartheid.

Amnesty International chiede al Tribunale penale internazionale di includere il crimine di apartheid nella sua indagine riguardante i Territori palestinesi occupati e a tutti gli Stati di esercitare la giurisdizione universale per portare di fronte alla giustizia i responsabili del crimine di apartheid.

«Il nostro rapporto rivela la reale dimensione del regime di apartheid di Israele. Che vivano a Gaza, a Gerusalemme Est, a Hebron o in Israele, i palestinesi sono trattati come un gruppo razziale inferiore e sono sistematicamente privati dei loro diritti. Abbiamo riscontrato che le crudeli politiche delle autorità israeliane di segregazione, spossessamento ed esclusione in tutti i territori sotto il loro controllo costituiscono chiaramente apartheid. La comunità internazionale ha l’obbligo di agire», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

Secondo Amnesty «dall’annessione di Gerusalemme est nel 1967, i governi israeliani hanno fissato obiettivi per il rapporto demografico tra ebrei e palestinesi a Gerusalemme nel suo insieme e hanno chiarito attraverso dichiarazioni pubbliche che la negazione dei diritti economici e sociali ai palestinesi a Gerusalemme est è un atto politico intenzionale per costringerli a lasciare la città. Il ritiro da parte di Israele dei suoi coloni da Gaza, pur mantenendo il controllo sulla popolazione nel territorio in altri modi, era espressamente legato anche a questioni demografiche e alla consapevolezza che lì non si poteva raggiungere una maggioranza ebraica. Infine, i materiali pubblici pubblicati dal governo israeliano rendono ovvio che la politica di lunga data di Israele di privare milioni di rifugiati palestinesi del diritto di tornare alle loro case è guidata anche da considerazioni demografiche».

Il rapporto di Amnesty International contiene numerose raccomandazioni specifiche affinché Israele possa smantellare il sistema di apartheid e la discriminazione, la segregazione e l’oppressione che lo sostengono. L’organizzazione per i diritti umani chiede in primo luogo la fine delle pratiche brutali delle demolizioni delle abitazioni e degli sgombri forzati. «Inoltre, Israele – scrive Amnesty – deve riconoscere uguali diritti a tutti i palestinesi in Israele e nei Territori palestinesi occupati, come prevedono i principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario; deve riconoscere il diritto dei rifugiati e dei loro discendenti al ritorno nelle abitazioni dove loro o i loro familiari vivevano; deve fornire piena riparazione alle vittime delle violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità».

Non siamo di fronte alle dichiarazioni di presunti terroristi, qui si parla di un documento di una delle più importanti organizzazioni mondiali in tema di diritti, quella stessa organizzazione che spesso viene citata quando tocca Paesi e interessi lontani e non disturbanti per noi. La questione palestinese sembra essere completamente scomparsa dal dibattito politico. Se ne può parlare, di Israele?

Buon mercoledì.

I furbetti, quelli veri

Mentre tutti i liberisti da strapazzo di questo nostro straziato Paese starnazzavano contro i poveracci che incassano 500 euro di reddito di cittadinanza (misura che ha evidentemente delle storture e che andrebbe migliorata) su queste pagine ci permettevamo di dire che anche nello sdegno le proporzioni sono importanti e che forse sarebbe stato utile guardare i lauti sussidi che rischiavano di andare sprecati, quelli che fanno meno notizia ma che costano sul serio.

Ieri la Guardia di Finanza di Rimini ha ipotizzato il reato di frode per 440 milioni di euro per fondi illecitamente percepiti attraverso la creazione e la commercializzazione di falsi crediti d’imposta. Sono oltre 100 le società coinvolte, create ad hoc per ottenere bonus locazioni, bonus per ristrutturazioni con miglioramenti sismici ed energetici e i cosiddetti bonus facciate che nell’ultimo anno hanno portato all’apertura di una moltitudine di cantieri edili in tutta Italia. In un’intercettazione uno degli indagati al telefono con il commercialista dice: «Cioè, lo Stato italiano è pazzesco, è una cosa… vogliono essere inc**lati praticamente…». «Vedi che io ero abituato – si legge nell’intercettazione – a queste cifre prima del carcere … cioè non mi fanno impressione. A me mi fanno impressione quelli che andiamo a fare adesso … quelli sì mi fanno un po’ impressione da gestire … da gestire … da gestire gli incassi, da gestire il bonus … trenta miliun … sarebbe da pazzi. Sarebbe come dire all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza ‘veniteli a prendere’. Dovremmo avere una Spa…»

Per il gip: «Inutile dire che le condotte degli indiziati, anche nell’ottica della missione della Repubblica di rimuovere gli ostacoli all’affermazione dell’eguaglianza sostanziale fra i cittadini, qui specificamente traguardata mediante il riconoscimento di una serie di provvidenze ai settori dell’economia reale ritenuti maggiormente bisognosi, si rivelano di una inaudita rimproverabilità e meritevolezza di pena… Non solo, ma l’autentica dedizione alla criminalità di profitto di molti degli indagati, già veri e propri habitué della frode … lascia presagire, in modo ragionevolmente certo, che gli stessi, in preda ad una sorta di ludopatia da reato, eluderebbero con disinvoltura, pur di continuare a delinquere o comunque pur di mettere al sicuro i profitti di reati già commessi».

La cifra contestata, tanto per avere un’idea, è il 50% di quanto lo Stato ha messo nella scuola nell’ultima Legge di Bilancio. Ora vi propongo un gioco: andate a vedere se tutti gli indignati contro i poveri che vengono aiutati con qualche spiccio parlano di questa inchiesta e raccontano di uno Stato di Sussidistan per gli imprenditori che si intascavano soldi senza averne diritto. A proposito: ieri la Guardia di finanza di Treviso ha denunciato 51 imprenditori per aver ricevuto – senza averne diritto – o utilizzato – per finalità non consentite – oltre 1,5 milioni di euro di aiuti statali, sotto forma di prestiti garantiti o contributi a fondo perduto per fronteggiare l’emergenza Covid. Altri 15 imprenditori, responsabili di irregolarità di minore gravità o che hanno ricevuto somme inferiori ai 4mila euro, sono stati segnalati per l’irrogazione di una sanzione amministrativa.

Non ci vuole molto per capire le parti in gioco.

Buon martedì.

Parole, parole, soltanto parole

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 29 Gennaio 2022 Roma (Italia) Politica : Elezioni del Presidente della Repubblica sesto giorno di votazioni Nella Foto : Matteo Salvini Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 28 2022 Rome (Italy) News : Election of the presidente of the republic sixth day of votes In The Pic : Matteo Salvini

Alto profilo

“Sinonimi: [di alto livello] ≈ eccellente, eccezionale, ottimo.
il profilo resta ovviamente un’immagine molto radicata nella nostra percezione e nel nostro modo di pensare; dopotutto conosciamo il mondo per profili, e solo con uno sforzo possiamo prendere cognizione del volume e dell’essenza delle cose. L’espressione ‘d’alto profilo’, nata in ambito giornalistico e particolarmente elegante, racconta il valore di qualcosa proprio in quell’istintiva traccia.” fonte Treccani

Super partes

“Super partes locuzione latina (propr. «sopra le parti»), espressione usata, in contesti di tono aulico, per indicare la posizione indipendente e spassionata di chi deve giudicare, o di chi ricopre comunque una carica o adempie una funzione che esigono da parte sua assoluta imparzialità fra partiti opposti, fra parti in contesa, e simili: il Presidente della Repubblica deve essere, in ogni occasione, super partes”. fonte Treccani

Presidente Repubblica italiana

Art. 84 Costituzione: “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici. L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.”

Elezione

Art. 83 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica Italiana è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze.”
Art. 84 “Il mandato dura sette anni a partire dalla data del giuramento.”
“La previsione di un settennato impedisce che un presidente possa essere rieletto dalle stesse Camere, che hanno mandato quinquennale, e contribuisce a svincolarlo da eccessivi legami politici con l’organo che lo vota.
La Costituzione Italiana non prevede un limite al numero di mandati per quanto concerne la carica di presidente della Repubblica.” fonte Wikipedia

Candidati

“Candidato s. m. (f. -a) [dal latino candidatus «vestito di bianco», secondo l’uso di Roma antica per coloro che aspiravano a una magistratura]. – Chi aspira o è proposto per una carica pubblica o un grado accademico; chi si presenta a un esame o a un concorso: c. alla Camera, al Senato; la designazione dei c. (alle elezioni politiche, amministrative, regionali), fatta dai diversi partiti attraverso la presentazione di liste di candidati.” fonte Treccani

Donna

“Dònna s. f. [lat. dŏmĭna «signora, padrona», lat. volg. dŏmna]. –una giovane d., una d. anziana; non è ancora una d. (non ha ancora raggiunto la pubertà); è già una d.; si dà arie da d. o da d. fatta; frequente in frasi di apprezzamento: una bella d., una d. affascinante, piacente, elegante, di classe, di spirito, una vera donna. Si contrappone a uomo in espressioni come: voce di donna; scarpe, abiti, borse, orologi da donna (nelle quali si alterna, spesso con da signora o con l’agg. femminile); il carattere, la sensibilità, l’intuito della d., ecc., dove il sing. donna ha in genere valore collettivo, ch’è ancora più marcato quando donna viene assunto a rappresentare l’intera componente femminile della società.” fonte Treccani

“Nella specie umana, individuo di sesso femminile, che ha raggiunto la maturità sessuale e quindi l’età adulta. Come in altre specie animali, anche in quella umana esiste una distinzione tra i due sessi basata sulle differenze biologiche tra l’organismo maschile e quello femminile. Ma da questa diversità biologica è derivata una serie di differenziazioni di modelli di comportamento che sono un prodotto culturale: per es., se è la natura ad assegnare alla d. il ruolo materno, sono però la società e la cultura ad attribuirle esclusivamente il compito di allevare e curare la prole.” fonte Treccani

Donna oggetto

“L’espressione “oggettivazione sessuale” è stata utilizzata per la prima volta nel 1785 dal filosofo Immanuel Kant il quale affermò che quando una persona viene considerata solo come mezzo di soddisfacimento del piacere sessuale di un altro soggetto, allora si può parlare di oggettificazione.
Nel 1977 Fredrikson e Roberts introdussero la “Teoria dell’oggettivazione sessuale” nell’ambito della psicologia per esaminare le cause e le conseguenze che ne possono derivare. Vennero mostrati i processi cognitivi e motivazionali delle persone che considerano altri soggetti come dei meri oggetti sessuali e, al tempo stesso, le conseguenze psicologiche sulle vittime che vengono oggettificate. Analizzando i processi cognitivi, gli studi hanno dimostrato che quando una persona viene oggettificata, il soggetto che compie l’azione commette un errore percettivo perché arriva a catalogare un essere umano nella categoria degli oggetti, a cui appunto esso non appartiene. L’oggettificazione sessuale viene pertanto considerata una valutazione sbagliata di una persona, dovuta ad un processo cognitivo grossolano….
L’oggettificazione sessuale delle donne è stata oggetto di molti dibattiti sull’etica sessuale e la filosofia della sessualità. I circoli di pensiero femministi e le correnti psichiatriche da essi derivati considerano l’oggettivazione sessuale una delle cause della disparità di genere.” fonte Wikipedia

Candidati ignari

“Ignaro agg. [dal latino ignarus, comp. di in- e gnarus «esperto, pratico»]. – Che non sa, che non ha conoscenza (o esperienza) di determinate cose.” fonte Treccani

Candidati allo sbaraglio

“Sbaraglio s. m. [der. di sbaragliare]. – [lo sbaragliare o l’essere sbaragliati in un’azione militare e sim.] annientamento, débâcle, disfatta, distruzione, rotta, (non com.) sbaragliamento. sconfitta. trionfo. successo, vittoria. mandare (o buttare) allo sbaraglio buttarsi (o gettarsi) allo sbaraglio [affrontare rischi e seri pericoli senza le opportune precauzioni] arrischiarsi, avventurarsi, azzardare, esporsi, rischiare. mandare (o buttare) allo sbaraglio [esporre qualcuno a una grave sconfitta, a una rovina quasi certa: mandare allo s. i propri uomini] esporre, mettere a repentaglio, rischiare.” fonte Treccani 

Incapacità

“Insipiènza s. f. [dal lat. insipientia; v. insipiente]. – Ignoranza, stoltezza intellettuale o morale, ottusità di spirito: l’i. si accompagna spesso all’arroganza; per la loro i., non si accorgono di vivere nell’errore.” fonte Treccani

Indignazione

“Indignazióne s. f. [dal latino indignatio-onis, der. di indignari «sdegnarsi»]. deplorazione, esecrazione. disapprovazione, riprovazione. Stato dell’animo indignato, risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale: fatti che suscitano i.; muovere, provocare, suscitare la pubblica i.; manifestare la propria i.; diedi sfogo alla mia i.; atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice (Beccaria); [il padre Cristoforo] sentiva un’indegnazione santa, per la turpe persecuzione della quale [Lucia] era divenuta l’oggetto (Manzoni).” fonte Treccani

Amen

Tutte le frasi e le parole sono citazioni citando la fonte.

Lo spillover delle disuguaglianze

Maurizio Perrone, center, stands in the line for food at the 'Pane Quotidiano'(Daily Bread) Onlus, in Milan, northern Italy, Thursday, Dec. 17, 2020. Nowhere in Italy is poverty more evident than in Lombardy, the northern region that has been the pandemic epicenter in both surges. The Coldiretti agriculture lobby estimates that the virus has created 300,000 so-called "new poor,'' based on surveys of the dozens of charity associations operating in the region. (AP Photo/Luca Bruno)

Siamo stati colpiti dalla pandemia come da una calamità, ma non tutti allo stesso modo. è stato come se, di fronte ad una tempesta, in pochi si trovassero su uno yacht, gli altri su una zattera». Elisa Bacciotti, responsabile per le campagne di Oxfam Italia, sintetizza così i risultati del rapporto 2022 realizzato dalla rete di Ong che opera in 90 Paesi del mondo a fianco delle comunità per garantire risorse, diritti e regole più eque. Molti, finora, hanno focalizzato l’attenzione sulle ricchezze accumulate da poche persone. I volti e i nomi dei super ricchi, nel mondo e in Italia, rendono solo in parte la gravità della situazione fotografata dal rapporto che ha preso in considerazione il periodo che va da marzo 2020 a novembre 2021. «Se ci si ferma alla superficie non si capiscono le reali diseguaglianze e le misure strutturali che vanno prese per la salvezza di tutti, anche della stessa economia di mercato – prosegue Bacciotti -. Abbiamo realizzato il rapporto sull’Italia seguendo la stessa metodologia utilizzata per quello mondiale. Il risultato è sconfortante: il “top one” – l’1% più ricco della popolazione italiana – a fine 2020 è arrivato a detenere un patrimonio che vale oltre 51 volte la ricchezza nelle mani del 20% più povero. E la ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 40,4% della ricchezza nazionale netta) è stata superiore allo stock di ricchezza detenuta dall’80% più povero (32,4%). La povertà oggi è pervasiva. Il nostro non è un rapporto contro i ricchi, ma contro un sistema che fa affluire le ricchezze verso poche mani». Utilizzando anche i dati della Banca mondiale e di altri istituti internazionali, nel testo si fa una accurata disamina del sistema Italia e di cosa è accaduto con la pandemia. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli…


L’articolo prosegue su Left del 28 gennaio 2022 

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SOMMARIO

Mattarellati

Italian President Sergio Mattarella, today 29 January 2022 The Italian President Sergio Mattarella is elected for a new term as President of the Republic Photo by: Stefano Spaziani/picture-alliance/dpa/AP Images

Può un evento essere una buona soluzione per il Paese e contemporaneamente una cattiva sconfitta della politica? Sì, certo, e qui sta tutto lo scollamento tra il Parlamento che esulta per l’elezione di Mattarella e la realtà.

Innanzitutto crea un certo disagio vedere questi capi partito che sono nati rottamatori, scardinatori di scatolette di tonno, rifondatori della nuova destra, spazzatori della vecchia politica e rivoluzionari che si compiacciono per avere lasciato le cose come stanno. Sia chiaro, ben venga Mattarella rispetto alla risibile risma che è stata proposta dal centrodestra, ma che alcuni partiti abbiano incamerato voti per sovvertire il presente e ora scodinzolino per essere stato bravi a mantenere intatto il passato è qualcosa che in termini di consenso gli costerà parecchio.

In una settimana, tra l’altro, il Parlamento è riuscito a utilizzare per una lotta tutta politicista la seconda carica dello Stato (con Casellati che ha utilizzato il proprio ruolo di Presidente del Sentato come trampolino), una responsabile dei Servizi, l’attuale presidente del Consiglio Draghi e il leader storico del centrodestra italiano. Non è una mera questione di avere bruciato nomi, qui si tratta di avere sporcato importanti cariche istituzionali che ora inevitabilmente subiranno il logorio delle sgraziate fanfaronate che si sono consumate. La settimana di locura ha contribuito allo spasmo generale dei media ma ha usurato la credibilità di molti.

Che i partiti abbiano dovuto implorare un ex Presidente che ha ripetuto più volte di non avere intenzione di continuare nel suo ruolo è un fatto che non ha bisogno di troppe interpretazioni. Che i tiepidi e gli inconsistenti rivendano il risultato come un trionfo della diplomazia è il solito trucco dei vaghi che farciscono il niente con la diplomazia.

Quando Napolitano venne rieletto per mediocrità del Parlamento nel suo discorso disse: «Quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità». Siamo ancora a quel punto.

Questa elezione dimostra anche che le coalizioni che si rivendono come salde all’opinione pubblica allo stato attuale non esistono nemmeno: il centrodestra si è spaccato ancora una volta poiché ormai è il cortile dove Salvini e Meloni si contendono la leadership, concentrati in un gioco endemico che non ha nulla da dire di concreto al Paese. Anche il fronte progressista tra Pd e M5s non sembra godere di ottima salute. Volendo andare più a fondo persino i partiti si sono mostrati disuniti. La sensazione è che Draghi vinca (e Mattarella perduri) per inconsistenza generale. E questa non è una buona notizia, per niente.

Fare campagna elettorale anche sull’elezione del presidente della Repubblica rende perfettamente la cifra politica e lo spessore morale di molti attori in campo. Il tema non sono i nomi che sono stati di bassa levatura: è un Parlamento di bassa levatura.

Ma il punto sostanziale è un altro: questa elezione per il Quirinale certifica che questa maggioranza non riesce a trovare una sintesi nemmeno per il presidente della Repubblica. E quindi la domanda vera è: perché stanno insieme? Cosa li tiene insieme?

Buon lunedì.