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Ex Gkn, prove tecniche di riconversione

Il 98,8% dei lavoratori ex Gkn, oggi Qf, ha approvato l’accordo raggiunto il 19 gennaio al ministero dello Sviluppo economico dalla nuova società con governo, Invitalia, sindacati, Rsu e istituzioni locali. Cinque pagine di impegni assunti per la reindustrializzazione dello stabilimento di Campi Bisenzio e la continuità occupazionale dei lavoratori.
Il crono programma prevede che l’imprenditore Francesco Borgomeo, dopo aver rilevato il 31 dicembre scorso le quote di Gkn Driveline Firenze, raccolga le manifestazioni di interesse di altri investitori, ne valuti i piani industriali e, dopo una negoziazione con sindacati e istituzioni, entro il 31 agosto, ceda l’attività a una nuova dirigenza.
Il piano sarà periodicamente verificato al ministero e a livello aziendale, grazie anche all’istituzione di una commissione di sorveglianza, proposta e controllo degli investimenti pubblici, composta da Rsu, sindacati ed istituzioni.

Un ottimo risultato che ci assicura il mantenimento del posto di lavoro a 370 addetti, pari al numero di occupati al momento del passaggio tra Gkn e Borgomeo e rispetto alle attività esterne garantisce che Qf utilizzerà il bacino di lavoratori che operavano in appalto.
Saranno attivati percorsi di formazione e verranno utilizzati gli ammortizzatori sociali utili a governare al meglio le difficoltà: da gennaio cassa integrazione ordinaria e poi di “transizione”. E se al 31 agosto non dovesse concretizzarsi il progetto di riconversione industriale, sarà Qf stessa ad assumersi l’onere.

Se siamo arrivati fin qua lo dobbiamo alla lotta dei lavoratori, all’“affetto” con cui hanno custodito la fabbrica e all’azione sindacale della Fiom Cgil. Per questo è importante ricordare i fatti.
La multinazionale leader nella produzione di semiassi, di proprietà del fondo finanziario britannico Melrose e partner di Stellantis, aveva previsto per il 9 luglio 2021 una giornata di permesso collettivo. Nessuno immaginava che in quella data avrebbe comunicato la volontà di chiudere lo storico stabilimento ex Fiat e licenziare i 422 dipendenti. Una strategia subdola che considera i lavoratori solo dei numeri. L’ennesimo dramma sociale, economico e produttivo per tutto il territorio, in nome del…


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La geopolitica del passaporto

World map created with passport stamps, travel concept

I cittadini del Giappone e di Singapore possono entrare in 192 Paesi del mondo senza richiedere un visto. Gli afgani hanno libero accesso solo a 26. La nuova classifica del “potere dei passaporti”, stilata pochi giorni fa in base all’Henley passport index, ci ricorda quanto i confini politici nei 5 continenti siano ben delineati. Anche dove non ci sono muri, non tutti i passaporti sono sufficienti ad attraversare tali confini, incrementando così la distanza tra Paesi ricchi e Paesi poveri. In due anni di pandemia abbiamo tutti fatto i conti con la limitazione dei nostri movimenti – per motivi sanitari – prima da un Paese all’altro, poi tra regioni, infine all’interno della stesso comune di residenza. Le zone bianche, gialle e rosse adottate dall’Italia, nel mondo – con “colori” diversi – sono una costante. Spesso però si tende a non avere consapevolezza dell’enorme privilegio di poter entrare in 189 Paesi senza la necessità di richiedere un visto. Solo grazie al Passaporto rosso. Un documento che l’Italia condivide con gli altri Paesi dell’Unione europea presenti nelle prime posizioni dell’indice calcolato sin dal 2006 dalla Henley&Partners.

Tra il primo posto, occupato da Giappone e Singapore, e l’ultimo, in cui si posiziona l’Afghanistan nella classifica realizzata a gennaio 2022, ci sono ben 166 destinazioni possibili di differenza. L’Henley passport index si basa su dati forniti dall’International air transport association (Iata) e ordina i passaporti in base al loro “potere”, determinato dal numero di destinazioni a cui i titolari hanno accesso senza bisogno di un visto preventivo. Nell’ultima classifica non rientrano ancora le restrizioni dovute alla pandemia ma già da un report “intermedio” di ottobre è stato evidente l’aumento di barriere legate alla diffusione del virus in determinati Paesi contribuendo al più ampio divario di mobilità globale dal 2006 (anno in cui è stato stilato il primo indice di Henley&Partners). Sono le nazioni “più potenti” ad aver imposto maggiori restrizioni legate alla pandemia, mentre quelle con passaporto più debole hanno aperto ancor di più i loro confini senza ricevere in cambio reciprocità.
Prendiamo il caso del Giappone. Da un lato i suoi cittadini possono andare praticamente ovunque senza visto, dall’altro Tokyo è ultima nella Welcoming countries rank di Arton capital, vietando l’ingresso da qualsiasi Paese sia con eventuale visto (salvo casi rarissimi) che con il solo passaporto, in risposta alla diffusione della variante Omicron. L’Italia, al terzo posto dell’indice con ingresso garantito in 189 Paesi, nel 2019 permetteva l’accesso senza visto ai cittadini di 93 Paesi che in queste prime settimane del 2022 risultano ridotti a 50.
Il Covid è diventato quindi un nuovo strumento per…


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Quel sorriso di Carlo Levi

FEBBRAIO 1956 ROMA - PREMIO MARZOTTO - L' INTELLETTUALE ED ARTISTA CARLO LEVI NEL SUO STUDIO, SEDUTO, POLTRONA, FUMARE, SIGARO, ANNI 50, ITALIA, B/N, 744145/4, 03-00004981

C’è qualcosa di meravigliosamente inafferrabile nella figura di Carlo Levi, che non sta soltanto nel suo eclettismo instancabile, nel suo disinvolto spaziare dalla pittura alla poesia, dal diario di viaggio al saggio politico. Perché c’è in lui, prima ancora del talento e dell’entusiasmo, una straordinaria curiosità della vita che mai si spegnerà, neanche nei momenti più difficili e oscuri. È quella curiosità che gli fa attraversare l’esperienza del confino in Lucania come una scoperta che si snoda giorno per giorno lungo i mesi d’esilio fra i calanchi, e che la fa diventare un momento fondativo del suo impegno artistico, intellettuale e politico. Per altri che condivisero la stessa condanna da parte del regime fascista non fu affatto così: Cesare Pavese la considerava un capitolo da dimenticare, insopportabile. Per Natalia Ginzburg era stato l’approdo in un mondo ignoto e incomunicabile.

Perché il frutto di quell’esperienza per Carlo Levi non fu tanto e soltanto il suo romanzo di gran lunga più celebrato, Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945, quanto una sua visione del mondo che risente profondamente del dialogo che Levi apre sin da subito con quel territorio ai margini di ogni storia, con quella società umana che solo in apparenza non ha nulla in comune né con lui né con il resto del mondo. Il meridionalismo di Levi, infatti, che nei lunghi anni del dopoguerra fu anche militante e costruttivo, mira a rifondare non tanto il Sud d’Italia e ogni altro Sud del mondo, quanto la coscienza collettiva e la politica nazionale di tutti per ripensare equilibri, convinzioni, prospettive. Perché se c’è una cosa che arriva a comprendere, sperduto com’è nel paesello di Aliano, è che il Sud è in lui, in tutti noi. Il Sud è la condanna ma anche la vocazione a migrare, a darsi radici aeree e portar con sé il senso della terra, della casa, della nostalgia, del dolore e della forza di vincerlo.

Ma Carlo Levi non è soltanto il “Cristo” e l’esperienza del confino. A 120 anni dalla nascita, compleanno che nella tradizione ebraica è l’impossibile augurio e ricorrente nella speranza di raggiungere quella che fu l’età del “nostro maestro” Mosè, ripercorrere la figura di Carlo Levi significa innanzitutto rimediare a una sorta di incolpevole oblio collettivo ma prima ancora ritrovare un intellettuale di calibro straordinario, un uomo capace sempre di sfuggire a qualunque tentativo di…


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Adriano Prosperi: La scuola deve promuovere la libera formazione

Adriano Prosperi Storico Università di Pisa (PISA - 2013-01-20, VITO PANICO) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Lorenzo Parelli è morto sul luogo di lavoro quando, come tutti i ragazzi della sua età, avrebbe avuto tutto il diritto di starsene in classe a studiare. Tanti studenti sono scesi in piazza a Roma, Milano, Torino, Napoli, per manifestare, per denunciare che la sua morte, inaccettabile, non è stata una fatalità e che l’alternanza scuola lavoro deve essere abolita. Ma sono stati pesantemente caricati dalla polizia. Cosa sta succedendo in questo Paese che non dà futuro e sicurezza ai giovani ma li prende a manganellate? Come è potuto accadere? È la non facile domanda che abbiamo rivolto allo storico Adriano Prosperi, professore emerito della Normale di Pisa che per la scuola come luogo di libera formazione si è sempre impegnato molto. A questo tema ha dedicato anche ampia parte dell’appassionato libro Un tempo senza storia (Einaudi) che ha suscitato molto interesse, non solo fra gli specialisti. «Purtroppo con i libri non si cambia il mondo, lo si cambia con la lotta», accenna il professore. «E rispondere alla morte di Lorenzo, che è un fatto lacerante, significa prendere atto che siamo arrivati al punto che i ragazzi, messi nelle mani della scuola, vengono sfruttati in fabbriche che approfittano di forme di alternanza scuola lavoro e di tirocini gratuiti per far risparmiare ai padroni qualche soldo. Quello che vedo – approfondisce Prosperi – è che si cerca di fare di questi ragazzi dei robot. È la ferocia del neoliberismo che tipicamente si esprime in modo impersonale. Quanto meno il vecchio padrone delle ferriere era un essere umano che vedeva qualche altro essere umano. Ora guardano solo i loro rendiconti annuali. Lorenzo è morto perché non c’era con lui la persona che doveva sostenerlo, sorvegliarlo, proteggerlo. Ed è una morte che deve scuotere le coscienze».

«Non è scuola e non è lavoro» dicono dell’alternanza scuola lavoro gli studenti. Che ne pensa?
Le ragazze e i ragazzi affidati alla scuola perché siano formati e maturino intellettualmente vengono deviati su un binario sbagliato, quello dell’avviamento al lavoro subordinato su cui grava l’antica maledizione della dipendenza servile. E così accade allo studente di morire di lavoro, una maledizione sociale che condivide coi lavoratori italiani. Le deficienze della scuola superiore sono state mascherate con meccanismi della vecchia scuola di avviamento al lavoro. Questo fa sì che i giovani lavorino gratis nelle fabbriche. Non è assolutamente accettabile. La scuola deve promuovere la libera formazione, la libera crescita della personalità.

Una sua contro proposta?
Dobbiamo sciogliere questo vincolo e sostituirlo con qualcosa di più produttivo: dopo le ore che ha passato a scuola, il giovane potrebbe trascorrerne altre in luoghi di alta cultura, in centri di ricerca per apprendere come la scienza va avanti. Tra i 14 e i 18 anni i ragazzi hanno una potenzialità intellettuale straordinaria, possono imparare molto, tanto più oggi. La loro formazione universitaria potrebbe iniziare prima.

Cosa lo impedisce?
Tutti i problemi di un Paese che ha cessato di investire sulla scuola, che anzi ha tagliato alla cieca, che manda i giovani in aule non adeguate, dove i tetti crollano, dove non ci sono biblioteche, dove gli insegnanti sono sotto pagati. Assistiamo a cambiamenti profondi e a fenomeni innescati anche dal mondo della rete che abitua a raccogliere informazioni non validate. A fronte di tutto questo la scuola è stata depauperata, ha subito colpi molto gravi. Penso per esempio alla crisi del 2008 quando hanno tagliato i fondi massicciamente. Penso al precariato su cui si regge la scuola, al blocco dei concorsi. Alla formazione continua che dovrebbero fare gli insegnanti e a cui non si pensa più.

Ma c’è il bonus cultura…
È una presa in giro, il problema vero è quello della formazione. Un insegnante dopo 30 anni di insegnamento è logorato, se non trova il respiro per dedicarsi all’aggiornamento – cosa che accedeva nell’Italia del secolo scorso. Dovrebbero potersi recare in luoghi di cultura, dove poter fare ricerca, rinfrescarsi.

In questo immobilismo è impantanato il ministro Patrizio Bianchi?
Il ministro finge che le cose siano andate bene nell’universo scolastico tanto da indire un esame di maturità con ben due scritti. Non sono andate bene invece le cose della scuola negli anni della pandemia e noi rischiamo di penalizzare i più fragili. In vista di questo nostro incontro ho riletto Nello specchio della scuola (Il Mulino), il libro che Bianchi ha pubblicato nel 2020: è pieno di considerazioni, se vogliamo, anche condivisibili. Ripercorre la storia, ci pone davanti alle statistiche, per ribadire che il problema della scuola è primario. Ma se questa è l’opinione del ministro, non si direbbe che questa sia la visione del governo Draghi e dei precedenti governi che si sono sempre espressi sull’importanza della scuola, ma non hanno mai fatto niente di concreto.

C’è anche chi propone la riduzione del corso di studi delle superiori a quattro anni.
Lo fa lo stesso ministro Bianchi nel libro che citavo. Si taglia la scuola di libera formazione per che cosa? Come accennavo si rischia di incoraggiare il mondo dell’industria e del capitale a sfruttare i giovani inserendoli nel sistema produttivo con funzioni servili.

Il ministro Bianchi sostiene anche che nella didattica a distanza ci siano aspetti positivi che andrebbero sviluppati.
Riconoscimenti alla Dad non sono tollerabili perché rivelano l’intenzione di ricorrervi anche oltre il Covid per mascherare e rendere incancrenite le piaghe di questi anni. La Dad può essere utile nel rapporto burocratico di ministeri e sedi di articolazioni amministrative o di gestioni di aziende. Niente può sostituire la parola viva del dialogo di insegnamento dove il docente deve far parlare le ricchezze della cultura e del sapere in modo da appassionare i giovani in un incontro ricco e stimolante, suggerendo i campi dove cercare risposta alle domande fondamentali dell’età in cui ci si apre al mondo. Dando loro strumenti critici contro le fake news diffuse dalla scuola impersonale, stupida e incontrollabile della rete.

Gli studenti sono scesi in piazza con cartelli con cui rivendicano il proprio diritto alla conoscenza e non solo alla competenze. È un messaggio importante?
Importantissimo. Questa tendenza a arricchirli di competenze, di capacità funzionali in realtà è una specie di cavallo di Troia attraverso il quale si sostituisce la formazione di una cultura aperta dello studente con l’addestramento a rispondere perfettamente a quello che gli viene richiesto. Vengono valutati con test fatti a domande a crocette. Ci sono tre risposte e devi sceglierne una. Una mia nipotina al posto delle tre domande ne ha aggiunta una propria e ha preso un brutto voto. Questo per dire che trovare esattamente la spina dove devi inserire il tuo filo è cosa diversa dall’immaginare un mondo differente; è cosa diversa dall’essere aperto alle molte possibilità della realtà. In genere gli studenti sono molto più ricchi di risposte dei loro docenti e soprattutto non devono essere addestrati all’obbedienza, questo è un modo per creare la Metropolis del futuro, in cui ci sono i robot. Ma qui i robot sono stati sostituiti dagli esseri umani.

La scuola in Italia è stata, oltreché uno strumento di alfabetizzazione, anche di coesione sociale, ha ancora questa funzione?
Nella scuola si è formata una coscienza collettiva. L’Italia aveva lingue e culture diversissime. È arrivata all’Unità senza coinvolgere nella rivoluzione nazionale le classi subalterne e contadine. La legge Casati, l’avvio della scuola per tutti furono l’inizio di un cambiamento, pur zoppicando, perché non era facile contrastare una realtà sociale che non permetteva alle classi lavoratrici di mandare i figli a scuola, dal momento che era possibile impiegarli nel mondo del lavoro subito. Importante fu la lotta contro il lavoro minorile. Oggi negare l’accesso al sistema scolastico a chi non ha la cittadinanza significa tagliarsi le gambe per la formazione del Paese di domani.

Di questi temi lei si è occupato nel libro a più mani La scuola interrotta (Ets) promosso da insegnanti.
Tutto è cominciato per iniziativa di un gruppo di docenti di Casalecchio di Reno che hanno raccolto documenti e riflessioni. Ne è nato un volume a cura del Presidio primaverile per una scuola a scuola. Ho collaborato anche io ricordando il ruolo che ha avuto la scuola nella costruzione di un orizzonte collettivo in un Paese come l’Italia che è arrivato tardi all’unità nazionale e alla rivoluzione industriale, che ha pagato questo ritardo con l’interruzione della legalità, con la dittatura, con le leggi razziali, con pesanti macchie della fedina collettiva. Impoverire la scuola vuol dire ricreare le condizioni di questo arretramento.

Episodi violenti come quello del bambino ebreo insultato e aggredito a Venturina da adolescenti razziste ne sono una spia?
È un fatto inaccettabile e da non sottovalutare. Il punto è come nascono queste cose. Come diventano normali? Pensavamo di vivere ormai in una cultura aperta, antifascista, che Livorno e il suo territorio ne fossero espressione. E invece non c’è un posto sicuro. Tutto questo si combatte sul terreno della scuola. Agli inizi del mio percorso ho insegnato in un liceo, parlo di sessant’anni fa: i problemi che emergevano nelle riunioni dei docenti erano quelli drammatici delle famiglie operaie, dei figli che crescevano sulla strada, del rischio della droga, e la scuola se ne faceva carico; i docenti si facevano avanti con il personale sanitario per affrontare le questioni. Ora né le scuole né le Asl hanno il personale per farlo. Eppure in questi due anni di pandemia la società ha aggravato i suoi problemi, sono aumentate le disuguaglianze, si sono allentati i legami sociali, le famiglie impoverite sono rimaste chiuse in casa, senza neanche la libertà per i ragazzi di andare a scuola.

C’è un problema di ignoranza ma anche di negazione della storia? In Un tempo senza storia lei denuncia gli insulti alla senatrice Segre, il rigurgito di prodotti culturali apologetici di Mussolini, mentre le destre strizzano l’occhio a gruppi che si definiscono fascisti del XXI secolo…
Il problema è gravissimo, la scuola era rimasta l’unico agente collettivo in Italia dopo la scomparsa dei partiti di massa che veicolavano una certa cultura, una certa memoria, una certa tradizione, come ha scritto benissimo Eric Hobsbawm. È scomparsa la prospettiva del cambiamento radicale della società che quei partiti proponevano combattendo le profonde radici che il fascismo, il razzismo avevano nel corpo collettivo della nazione. Scomparso tutto questo, si è perduta la memoria collettiva. Non è stata sostituita dalla scuola che è stata monopolizzata da pedagogisti che hanno diffuso precetti, regole, comportamenti svuotando però la materia formativa e marginalizzando la storia.

Fino a proporre di abolire, in tempi recenti, la traccia di storia alla maturità?Facciamo un passo indietro: noi abbiamo ereditato dal primo Novecento e dalle lotte sociali l’idea di una struttura dell’insegnamento in cui il tronco era la storia. Tutte le altre discipline erano articolate in senso storico: c’era una storia del pensiero filosofico, c’era una storia della letteratura, c’era una storia dell’arte. Tutte facevano riferimento a questo asse portante della storia che veniva insegnata come storia politico-sociale, come storia della civiltà, sulla quale si innestavano le altre forme di sapere e di cultura. Questo albero è stato segato alla radice e ci si è limitati a dire che i programmi dovevano coprire il Novecento. Ma quasi nessun docente ci arrivava di fatto, salvo saltare altre parti del programma. Poi, più di recente, si è arrivati a proporre di abolire la traccia di storia. Imparare a scrivere, ad esprimere un proprio pensiero, a misurarsi con le domande che riguardano la storia contemporanea è fondamentale. C’è stato un vero abbandono, una corsa all’indietro che non poteva non fare danno, anche perché quello spazio è stato sostituito e riempito dalla formazione che si fa attraverso la rete e sappiamo benissimo che non è uno strumento neutro, è percorsa da bande organizzate, finanziate, che fanno sì che due adolescenti possano pensare che esista l’ebreo in quanto essere diverso e che lo si possa torturare. Ripeto, è un fenomeno da non sottovalutare. Il razzismo fascista non fu colpa di pochi come invece alcuni storici hanno cercato di sostenere.

Perdita della memoria collettiva, ignoranza della nostra storia e oblio formano un mix particolarmente pericoloso anche oggi?
Il mio libretto, Un tempo senza storia, ha riscosso reazioni negative da parte di alcuni storici tedeschi che sostengono l’importanza di dimenticare. Ma dimenticando si arriva a documenti come quella risoluzione votata dal Parlamento europeo nel 2019 che è piena di balle: vi è scritto che furono i combattenti occidentali democratici a liberare i campi di concentramento, quando tutti doverebbero sapere che a Auschwitz i primi ad arrivare furono i russi. È terribile che il Parlamento abbia approvato un documento di questo genere e nessuno lo ha veramente contestato. In questo modo costruiscono l’ideologia che, a loro avviso, deve sostenere questa Europa così debole, così fragile, così assente, legata solo alla ricchezza dei traffici commerciali. Il problema dell’assenza della storia, come si vede, non è un fatto minore e non basta neanche reintegrare la traccia di storia per risolverlo, bisogna ripensare profondamente i danni di una pedagogia dalle buone intenzioni e dalle nefande conseguenze, che si impose con l’iter della riforma Berlinguer.

Abbiamo da poco celebrato il giorno della memoria, è importante, ma certo non basta?
È un giorno di ricordo per 365 giorni di dimenticanza. Non serve a niente. Non è con questi pannicelli caldi che si risolve il problema di una presa di coscienza della realtà che abbiamo alle spalle. La nostra civiltà è stata interrotta da qualcosa che non era l’arrivo di quattro briganti al potere, come storici malintenzionati hanno cercato di sostenere. Pensiamo a quando De Felice scrisse su commissione un libro su ebrei e fascismo negando che esistesse un nazismo fascista. Lui ed altri hanno modificato la realtà a loro piacere in funzione propagandistica. In realtà con le leggi razziali il fascismo riuscì addirittura a battere in velocità i nazisti e a offrire loro un modello. E sappiamo quante vittime tutto questo abbia causato. Ci vuole ben altro che un giorno di memoria. Tuttavia, al tempo stesso, cancellare la giornata della memoria sarebbe percepito come un segno di ulteriore abbandono. Ciò che servirebbe davvero sono forme di educazione permanente per insegnanti, per studenti, per cittadini basate sullo studio della storia come costruzione severa e autentica non su fake news. Certo, è molto difficile scoprire la verità in un contesto in cui la capacità di inganno è così potente e grande. Ma è una sfida essenziale.


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Non è alternanza, è sfruttamento

Milano. Protesta Studenti per la morte di Lorenzo Parelli scontri sotto la sede di assolombarda (Milano - 2022-01-28, Carlo Cozzoli) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

La morte di Lorenzo Parelli avvenuta durante l’ultimo giorno di tirocinio curricolare non può continuare a lasciare questo Paese indifferente. Questa tragedia richiede con urgenza risposte concrete. In primo luogo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il rafforzamento della prevenzione, dei controlli, della formazione e delle sanzioni sono ancora obiettivi fondamentali per evitare la strage continua. Il diritto alla sicurezza sul lavoro comporta soprattutto l’assunzione di responsabilità collettiva e il rifiuto della logica del profitto che prevale sulla salute e sulle condizioni di lavoro.

È innegabile il legame tra precarietà e riduzione delle condizioni di sicurezza. In questo senso è necessario un salto di qualità e radicali interventi per far sì che la ripresa economica del nostro Paese non si traduca – come sta già avvenendo – in contratti di lavoro discontinui e precari e sostanzialmente una stagnazione dei livelli di occupazione soprattutto di giovani e donne. Tra gli interventi necessari mi riferisco anche a quella pletora di strumenti (tirocini, ex alternanza) di carattere essenzialmente formativo che purtroppo, troppo spesso, nascondono lavoro sfruttato.

Per questo è necessario rivedere completamente il rapporto tra istruzione e formazione e lavoro, ridefinendo i…

*L’autrice: Gianna Fracassi è vicesegretaria generale Cgil


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Massimo D’orzi: La “mia” Bosnia e l’arte della resistenza

C’è un dolce fatto di mille sfoglie e frutta secca intriso di sciroppo di miele che si chiama baklava e che unisce diversi Paesi, dai Balcani fino in Medio Oriente, e poi c’è un film, Bosnia Express che racconta anche di questo dolce. Sembra quasi di sentirne il sapore. Eppure se il baklava unisce tutti i popoli, c’è stato un momento in cui nel cuore dei Balcani si sono fatti la guerra, una guerra fatta da chi ha vissuto insieme per secoli.

Bosnia Express è un viaggio tra passato e presente. Trieste, Sarajevo, Srebrenica Tuzla, Stolac, Mostar, Medjugorje. Un viaggio che fa un salto temporale dalla guerra del 1995 ai giorni nostri. Una guerra che nessuno potrà mai dimenticare. Questo però non è un film sulla guerra, è un film di denuncia, un film sulla rivincita. La rivincita delle donne che sono state le più attaccate, quelle che maggiormente hanno cercato di distruggere. In quest’ultima frase c’è qualcosa che stona, qualcosa che non suona bene, forse perché il verbo “distruggere” e la parola “donna” non dovrebbero mai stare uno vicino all’altra.
Bosnia Express del regista, scrittore e produttore Massimo D’orzi, ispirato al libro omonimo di Luca Leone, è la terza tappa di una trilogia iniziata dal regista nel 2003 con La rosa più bella del nostro giardino, proseguita nel 2004 con Adisa o la storia dei mille anni, film ambientato fra le comunità Rom della Bosnia Erzegovina, presentato in numerosi festival internazionali e distribuito in molti Paesi del mondo.

«Avevo un conto in sospeso con la Bosnia dopo esserci stato nel 1996 insieme ad un gruppo di servizi umanitari e poi nuovamente nel 2004. Nel 1996 arrivai in una Mostar distrutta, senza luce, sprofondata nel medioevo, dove si camminava con il rischio di calpestare una mina. Non avrei mai immaginato si potesse arrivare a tanto. Un viaggio che mi ha segnato profondamente. In quell’occasione incontrai molte persone testimoni di quella guerra. Incontrai anche diverse donne, molte di loro erano state vittime di stupro e ogni tipo di violenza. Mi ricordo in particolare Ana, aveva gli occhi di vetro, non sorrideva più. Forse Bosnia Express è la risposta a…


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Obtorto colle

Incontro con i Presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico, che gli hanno comunicato l'esito della votazione per l'elezione del Presidente della Repubblica Palazzo del Quirinale 29/01/2022 Il Presidente Sergio Mattarella con il Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e il Presidente della Camera Roberto Fico, in occasione della comunicazione dell'esito della votazione per l'elezione del Presidente della Repubblica.

La rielezione del presidente Mattarella ci induce ad alcune prime riflessioni le quali pretendono, certo, più approfondite elaborazioni per gli eventi che scaturiranno. Parto, innanzitutto, dalla lettera dell’articolo 85 della Costituzione: «Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni». La Costituzione, quindi, non prevede, anche se non esclude, il secondo settennato. Certo, in una democrazia parlamentare, quattordici anni sono tanti, sono un inedito costituzionale. Siamo di fronte ad una eccezione, quindi; anche se legittima. Occorre vigilanza democratica affinché, dopo il “caso” Napolitano, il secondo mandato non diventi una regola. Lo stesso Mattarella, del resto, nel recente passato, ha parlato di un ulteriore settennato come di una «sgrammaticatura costituzionale». Mai più deve accadere; altrimenti il presidente della Repubblica si trasforma in un oligarca democratico.

Ritengo, come seconda osservazione, che sia un fatto molto positivo un recupero, per quanto fievole e confuso, di dignità da parte del Parlamento. Molti parlamentari hanno voluto Mattarella anche in contrasto con le direttive dei segretari di partito.

Sono state sconfitte – ed è il terzo punto – le due iniziali autocandidature. Quella, grottesca ed improbabile, di Berlusconi; e quella, a mio modesto avviso, pericolosa, di Draghi. L’elezione di Draghi ci avrebbe fatto scivolare, anche in assenza di contrappesi, verso una sorta di quinta repubblica gollista. Draghi non aveva, forse, compreso che doveva essere lui a rispettare la Costituzione, non la Costituzione ad adattarsi alla sua ambizione. Ha immaginato di diventare presidente della Repubblica scegliendo un suo “uomo” come presidente del Consiglio: un iperpresidenzialismo di fatto.

Draghi, ponendo con forza la sua autocandidatura, non ha compreso il…


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L’applauso degli utili idioti

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 03-02-2022 Roma Camera dei Deputati - Giuramento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Nella foto Sergio Mattarella, Roberto Fico, Maria Elisabetta Alberti Casellati Photo Roberto Monaldo / LaPresse 03-02-2022 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Oath of the President of the Republic Sergio Mattarella In the pic Sergio Mattarella, Roberto Fico, Maria Elisabetta Alberti Casellati

È andata come doveva andare, con Mattarella nella sua versione bis che dopo il giuramento pronuncia il suo discorso al Parlamento e con uno stuolo di ipocriti che applaude festante, con la gioia di chi se l’è cavata grazie allo spessore del Presidente bis senza dover fare i conti con la mancanza di spessore proprio.

Che sarebbe finita con applausi e standing ovation avremmo potuto scriverlo giorni fa, appena i partiti hanno provato a rivenderci l’incapacità di trovare una sintesi (che è poi il senso stesso del fare politica) come una vittoria e poi addirittura si sono risentiti quando gli è stato fatto notare. «Avrebbe potuto esserci Berlusconi!» è la risposta che circola di più in certi ambienti del centrosinistra e non si rendono nemmeno conto che la modalità del “meno peggio” porta inevitabilmente al peggio, in un continuo lento scivolamento verso il basso.

55 applausi a un discorso che non hanno capito, che se l’hanno capito non hanno intenzione di attuare e che anche se avessero voglia di attuare non ne avrebbero le capacità. Forse hanno applaudito per poter dire di essere riusciti ad ascoltare perché altrimenti non si capirebbe come abbiano potuto applaudire Mattarella mentre diceva «delle urgenze – sanitaria, economica e sociale – che ci interpellano. Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze».

Mattarella si augura «un Paese che cresca in unità. In cui le disuguaglianze – territoriali e sociali – che attraversano le nostre comunità vengano meno. Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la coesione del nostro popolo» e quelli applaudono, mentre la disgregazione sociale (il solito trucco della guerra tra poveri) e le disuguaglianze incombono. «Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita, sono piuttosto il freno di ogni prospettiva reale di crescita», dice Mattarella. E quelli applaudono.

Non devono nemmeno avere capito, i parlamentari festanti, il passaggio di Mattarella in cui si augura che «il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi». Non devono avere capito che quelle parole si riferiscono proprio ai continui decreti e alle decisioni che vengono sottoposte (come nel caso del Pnrr) al Parlamento senza nemmeno avere il tempo di approfondire. Ma quelli, intanto, applaudono.

Hanno applaudito Mattarella mentre intimava «mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro», hanno applaudito anche quelli che in tutti questi giorni hanno provato a convincerci che la morte di Lorenzo fosse un accadimento collaterale, quasi normale. Hanno applaudito Mattarella mentre definiva «doveroso ascoltare la voce degli studenti, che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni»: li hanno bastonati e applaudono.

«Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità», dice Mattarella. E quelli applaudono. «Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti». E quelli applaudono. Mattarella parla di mafie, di cui nessuno parla più, e quelli applaudono. Hanno applaudito Mattarella sulla riforma della giustizia, quella che non faranno mai perché non riusciranno mai a farla.

La sensazione è che Mattarella abbia in testa una Repubblica delle dignità che sarebbe bellissima ma il Parlamento abbia solo in testa di evitare di rischiare il posto o di dover prendere decisioni. Quell’applauso in fondo è il loro modo di esternare il proprio sollievo.

Buon venerdì.

 

Case popolari, così i giudici bocciano la politica leghista del “Prima gli italiani”

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse 13/07/2019 Ferrara, Italia Politica Il vicepremier Matteo Salvini a Ferrara Nella foto: Matteo Salvini con Alan Fabbri sindaco di Ferrara Photo Stefano Cavicchi/LaPresse 13/07/2019 Ferrara, Italy Polics Matteo Salvini in Ferrara In the picture: Matteo Salvini, Alan Fabbri

Due anni di emergenza Covid sono costati in Italia il drammatico aumento della soglia di povertà e non solo a Ferrara, dove al Comune sono pervenute all’inizio del 2020 circa 730 domande per una casa popolare. Domande di cittadini in difficoltà ancora in attesa di una risposta. Per assegnare appena un’ottantina di alloggi disponibili, infatti, il sindaco Alan Fabbri ha ingaggiato una battaglia con il tribunale. Lo scopo della giunta a trazione leghista, come già argomentato in precedenza su queste pagine, era quello di stabilire chi fosse «il più bisognoso».

Un rapido memorandum: dopo che sia i sindacati, l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) sia le associazioni cattoliche avevano manifestato preoccupazione riguardo i requisiti stabiliti dall’amministrazione per l’assegnazione degli alloggi Erp, lo scorso maggio, il Tribunale di Ferrara si era espresso ritenendoli discriminatori e imponendo al Municipio di formulare «nuovi criteri e punteggi», e di «adottare procedure più idonee» per l’assegnazione delle suddette dimore. Nonostante l’ordinanza a sfavore, il sindaco mantenne la posizione e nel luglio 2021, nella persona del giudice Maria Marta Cristoni, il Tribunale ha rimarcato l’irregolarità, giudicando discriminatorio il regolamento del Comune sia rispetto all’impossidenza, «per la richiesta a soli cittadini extracomunitari di documentazione aggiuntiva e gravosa, sia rispetto al punteggio dedicato alla residenzialità storica, preponderante rispetto ai requisiti indicativi di uno stato di bisogno abitativo».

Non è finita: due cittadine che si trovavano in una condizione di urgente necessità, si sono viste scavalcare in graduatoria da altre in condizioni nettamente migliori, soltanto poiché residenti da più di sedici anni sul territorio comunale, valutando così di procedere con i ricorsi. Seguendo la minuziosa ricostruzione del quotidiano locale Estense.com e la perizia del suo direttore Marco Zavagli, il bando premiava in misura eccessiva e immotivata la residenzialità storica e obbligava gli stranieri senza cittadinanza italiana a dimostrare di non possedere beni nel Paese di provenienza. Si tratta di un requisito ostico da provare attraverso documenti ufficiali, specialmente non sapendo se i Paesi in questione siano in possesso di quei dati o banalmente disposti a collaborare. Documentazione preventiva che invece non è stata richiesta agli italiani, per i quali è sufficiente un’autocertificazione su cui sarebbero poi il Comune e gli enti preposti, a loro discrezione, a procedere con eventuali controlli di veridicità.

Secondo il Tribunale, «tale criterio contravviene ai principi fissati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 9/2021 che ha evidenziato il carattere discriminatorio della legge regionale dell’Abruzzo, che aveva fissato principi del tutto analoghi a quelli contenuti nella delibera e nel bando di Ferrara». Pertanto tali previsioni sono state considerate «irragionevoli e discriminatorie» e il Comune è stato «condannato a cessare la condotta discriminatoria, annullando o modificando gli atti, oltre al pagamento delle spese legali».
Per tutta risposta, il sindaco Fabbri ha replicato attaccando direttamente il giudice e pubblicando i nomi delle ricorrenti su Facebook, rischiando così di metterle alla pubblica gogna, in sfregio alla privacy e al rispetto delle fragilità altrui. Inoltre, la richiesta presentata dal Comune di sospendere l’ordinanza del tribunale ferrarese che imponeva di modificare il regolamento strenuamente dibattuto, è stata rigettata giusto una settimana fa dalla Corte d’Appello di Bologna. La Corte ha rinviato al 26 marzo 2024 la prosecuzione della causa e dunque, fino ad allora, sarà pienamente esecutiva la decisione del giudice Cristoni.

Nel marasma che si è creato in Consiglio Comunale, non è da tralasciare che l’unica componente dell’opposizione a formulare un’interrogazione a sostegno delle due ricorrenti vessate sia stata l’ex leghista Anna Ferraresi. La consigliera del Gruppo misto si è poi focalizzata sul denaro pubblico stanziato dal Comune per le spese legali relative ai vari ricorsi legati all’opposizione del sindaco Fabbri: ad ora risulterebbe un totale di 35.228,93 euro, esclusi oneri e spese accessorie, che di fatto peseranno sulle tasche dei contribuenti.

Infine, c’è da registrare un’altra situazione, paradossale: ha suscitato infatti non poche polemiche il fatto che il vice sindaco Nicola “Naomo” Lodi, che percepisce un’indennità di oltre 6mila euro al mese, continui ad abitare in un alloggio dell’Acer (l’ente che gestisce le case popolari). Sono trascorsi quasi tre anni dalla sua nomina istituzionale e per quanto migliaia di cittadini si chiedano se non si tratti di conflitto di interessi, Lodi non molla l’appartamento ottenuto in passato, sostenendo che lo farà quando scadranno i termini stabiliti dal regolamento regionale. Inutile sottolineare che per quanto la classe politica sia riflesso ed emanazione del luogo di appartenenza, non dovrebbe sperperare le risorse degli elettori.

Nella foto: Alan Fabbri con Matteo Salvini

La scuola tradita

07 June 2021, Lower Saxony, Papenburg: A safety helmet worn by an employee of the Meyer shipyard lies on the ground during the works meeting in a parking lot outside the gates of the shipyard. The works council had called for the staff meeting in the dispute over job cuts at the cruise ship builder. Germany's largest shipbuilding company is in crisis because of the standstill in the cruise industry. Photo by: Mohssen Assanimoghaddam/picture-alliance/dpa/AP Images

Lo hanno trovato con il caschetto e i guanti, mentre forse si stava prendendo una pausa, sotto una barra di acciaio di 150 chili. È morto così il 21 gennaio scorso Lorenzo Parelli, a 18 anni, nell’azienda di costruzioni meccaniche Burimec a Lauzacco, una frazione di Pavia di Udine. Un incidente agghiacciante e inaccettabile, reso ancor più grave da un aspetto non secondario: Lorenzo in quel momento non stava lavorando, per lui era “scuola”. Il giovane era infatti impegnato nell’ultimo giorno di apprendistato previsto dal suo corso di studi a indirizzo meccanico presso il Centro di formazione professionale Bearzi di Udine, gestito dai salesiani. La procura del capoluogo friulano ha aperto un’inchiesta, che tra le altre cose punta a far luce sulla sostituzione del tutor aziendale dello studente, avvenuta poco prima dell’incidente causa malattia. Nei comunicati stampa del Bearzi si pone l’accento sull’importanza della preghiera (!?), si parla di «tragica circostanza», mentre non si cita mai l’esigenza di far luce fino in fondo a questa vicenda. Nel frattempo, la tragedia ha portato nelle piazze di varie città italiane migliaia di studenti, per protestare contro questo modello di formazione che comprende anche l’ex Alternanza scuola-lavoro, ora riformata e rinominata Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto), che obbliga i ragazzi a sperimentare un ingresso anticipato nel mondo del lavoro che troppo spesso è poco formativo, quando non addirittura pericoloso e senza tutele.
Negli ultimi anni infatti, oltre al caso di Lorenzo, sono stati diversi gli episodi di infortunio di studenti impegnati in percorsi di formazione professionale.
Il 16 giugno scorso, a Rovato in provincia di Brescia, uno studente di 16 anni è stato ricoverato in gravissime condizioni dopo essere precipitato da un’altezza di cinque metri. Stava lavorando a bordo di una piattaforma aerea sollevata dal braccio meccanico di un furgone, per montare uno striscione. Il ragazzo, che stava frequentando un percorso di formazione scuola-lavoro, è poi riuscito a sopravvivere.
Il 6 febbraio 2020, siamo a Genola in provincia di Cuneo, un 17enne è stato portato d’urgenza nel reparto di rianimazione dell’ospedale Molinette di Torino dopo essere rimasto schiacciato dall’improvvisa uscita dal binario di una pesante cancellata in ferro. Frequentava il corso di “Tecnico riparatore veicoli a motore” alla scuola di formazione professionale Afp di Verzuolo, e stava svolgendo le ore di stage scuola-lavoro. Anche lui fortunatamente si è salvato.
Il 13 giugno 2018, a Montemurlo in provincia di Prato, un ragazzo di…


L’inchiesta prosegue su Left del 4-10 febbraio 2022 

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