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La fobia delle foibe

Come accade ogni anno l’enorme tragedia delle foibe viene masticata sull’altare della propaganda. Evidentemente a qualche personaggetto di matrice fascista (anche piuttosto ignorante) torna utile credere di avere a disposizione un eccidio provocato dal “comunista Tito” (di solito scrivono sempre così) per provare a mondare le lordure del fascismo e la corresponsabilità nella Shoah.

Quest’anno avremmo potuto già scrivere questo editoriale una settimana fa, senza nemmeno aspettare gli eventi, ma il colpo da fuoriclasse arriva direttamente dal capo del dipartimento per il sistema educativo Stefano Versari, braccio destro del ministro Bianchi, che ha inviato una circolare dal titolo “10 febbraio 2022 Giorno del ricordo – opportunità d’apprendimento” in cui ci dice della «conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la “categoria” umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla “categoria” degli ebrei».

Paragonare 6 milioni di ebrei indifesi alla vicenda minore e complessa delle Foibe significa non saper distinguere uno sterminio pianificato per motivi razziali e parificare senza nessuna contestualizzazione storica eventi molto diversi. L’uomo del ministro Bianchi nella missiva, dopo aver citato gli ebrei e gli italiani scrive: «Pochi decenni prima ancora era toccato alla “categoria” degli armeni. Eppoi? Sempre vicino a noi, negli anni novanta, vittima è stata la “categoria” dei mussulmani di Srebrenica… non serve proseguire».

Insieme all’Anpi (che ha giustamente definito «aberrante» la lettera) sono insorti anche tutti quelli che la storia preferiscono studiarla piuttosto che usarla per fini politici. E come accade ogni anno la battaglia è diventata tutta politica e pecoreccia.

Ma l’uscita di Versari è talmente infelice e grave che perfino il silenzioso ministro Bianchi è stato costretto a intervenire: «Ogni dramma ha la sua unicità – ha scritto in una nota stampa – va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore». Peccato che avrebbe dovuto dirlo al suo fedele consigliere.

In compenso quest’anno, con il governo dei migliori, abbiamo potuto leggere su carta bollata un bisbiglio destrorso che fino ad ora solo qualche sventurato politico dalla chiara matrice aveva il coraggio al massimo di twittare. C’è un problema di fondo: per rendersi conto della gravità della questione bisognerebbe avere studiato la Storia.

Buon venerdì.

Russia-Ucraina, gli strateghi della tensione

A Ukrainian border guard patrols the border with Russia not far from Hoptivka village, Kharkiv region, Ukraine, Wednesday, Feb. 2, 2022. Russian President Vladimir Putin is accusing the U.S. and its allies of ignoring Russia's top security demands but says Moscow is willing to talk more to ease tensions over Ukraine. (AP Photo/Evgeniy Maloletka)

«Ho cinque fucili, mi piace sparare», dice il ministro della Difesa ucraino Oleksi Reznikov in un’intervista del 6 febbraio anche se poi ammette: bisogna trattare per evitare la guerra. La Russia di Putin ha ammassato 120mila uomini al confine ucraino e minaccia una nuova invasione dopo quella in Crimea del 2014. Motivo del contendere è l’espansionismo Nato. Putin non vuole che l’alleanza atlantica coinvolga Paesi ex Urss arrivando a lambire i confini russi. Gli Usa, a loro volta, minacciano di intervenire in difesa dell’Ucraina e del diritto degli Stati sovrani ad aderire alla Nato (che è uscita in modo disastroso dall’Afghanistan e cerca altre ribalte).

Così l’Europa rischia l’esplosione di un conflitto perché Stati Uniti e Russia cercano di ridisegnare le proprie aree di influenza. Molti sono gli interessi in ballo che spingono ad alzare la febbre della crisi. Dietro c’è anche una sciagurata corsa al riarmo che coinvolge anche l’Italia che, per alleanza Nato, spende 78 milioni per mantenere mezzi e militari nell’Est Europa. Mentre scriviamo apprendiamo che Kiev avrebbe chiesto a Washington di dispiegare il sistema anti missilistico Thaad in zona Kharov. Già nelle settimane scorse il presidente ucraino Zelensky – l’ex comico populista al potere dal 2019 – si è recato da Erdoğan (un tempo suo bersaglio preferito in tv e ora invocato come “un padre), per acquistare droni prodotti dal genero dell’autocrate turco.

Fin qui dal riposizionamento di armi e soldati si è sottratta la Germania che ha deciso di mandare in Ucraina solo elmetti e presidi medici. Un gesto importante attento ai diritti umani, frutto del nuovo corso della coalizione rossoverde guidata da Scholz, affiancato dalla ministra verde Baerbock. Ma anche una mossa strategica per salvaguardare i propri interessi economici, a cominciare con quelli sul nuovo gasdotto Nord stream2. Perché, come rimarcano Heinz Bierbaum e Massimo Serafini su Left, l’approvvigionamento di gas è il vero motivo del contendere. Ma come la Germania, anche l’Italia e altri Paesi Ue dipendono, chi più chi meno, dalle forniture russe di gas. E ora la Commissione europea ha fatto l’antiscientifica e improvvida scelta di includere il gas, insieme al nucleare, nella tassonomia di fonti energetiche per la transizione ecologica. Se scoppiasse un conflitto russo-ucraino l’Europa sarebbe costretta ad acquistare il costosissimo gas prodotto dagli Usa, auspica Biden.

Dunque chi ha più interesse a soffiare sul fuoco di questa crisi? A questo dedichiamo la nostra inchiesta di copertina. E da qualunque lato si guardino questi giochi di potere, chi ci rimette, come sempre sono i cittadini. Indirettamente anche noi che siamo già alle prese con un fortissimo caro bollette. Direttamente gli ucraini di cui colpevolmente nessuno parla come rimarca l’analista dell’Ispi Eleonora Tafuro Ambrosetti. Avendo già vissuto di recente una guerra e portandone tutte le ferite la popolazione ucraina chiede pace e stabilità.

Dalla “rivoluzione della dignità” (l’Euromaidan del 2013) quando la polizia del presidente Yanukovich, burattino di Putin, attaccò i manifestanti il Paese ha cercato di uscire dalla povertà, di liberarsi della corruzione e dell’oppressione. Lo stesso Zelensky ha cavalcato queste battaglie presentandosi, alla Grillo, come anti-establishment, anti oligarchie, fondando un proprio partito personale, “Servo del popolo”, dal nome della trasmissione che lo aveva reso popolare. Oggi lo ritroviamo a sua volta implicato in scandali emersi con i Pandora papers e indagato per corruzione.

Quel che rileviamo in tutta questa complessa vicenda geopolitica, che proviamo a dipanare con l’aiuto di esperti come Alessandro Scassellati, è la mancanza di ribalte mediatiche per i movimenti progressisti della società civile, ecologisti e per il disarmo. Ma colpisce anche il silenzio e l’inerzia di Bruxelles.

L’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Borrell ha detto che questo è il momento più pericoloso per la Ue dai tempi della guerra fredda. «Bisogna essere preparati al peggio per evitarlo». Ma quali sono i passi concreti intrapresi dalla Ue per il dialogo fra le parti? A costruire percorsi per una de-escalation ci ha provato il presidente francese Macron nell’incontro con Putin. Ci sta provando, per interessi economici, anche la Cina, con furbo doppio gioco. Xi Jinping sostiene Putin perché la Cina importa gas a basso costo dalla Russia ma dall’altro lato non riconosce l’annessione della Crimea e non ha per nulla gradito l’intervento russo in Kazakistan, Paese strategico per Pechino. Così pur schierandosi contro eventuali sanzioni unilaterali contro la Russia, definite «illegali», la Cina auspica che si mantenga la calma e che si evitino mosse che intensifichino i conflitti e aumentino le tensioni.

E l’Italia cosa fa sul piano diplomatico? Sono preoccupanti le parole del ministro della Difesa Guerini, che riferendo sulla crisi russo-ucraina davanti alle commissioni Esteri e Difesa della Camera ha parlato di confronto diplomatico «che pretende innanzitutto un atteggiamento coeso da parte dell’Alleanza, nell’esplorazione di tutte le soluzioni ma anche nel definire una adeguata postura di deterrenza e difesa, attraverso la disponibilità e l’incremento della prontezza degli assetti necessari». Purtroppo sappiamo bene quanto “il ministro della guerra” si sia impegnato nella corsa italiana agli armamenti.


L’editoriale è tratto da Left dell’11-16 febbraio 2022 

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Eleonora Tafuro Ambrosetti (Ispi): Russia-Ucraina, attenzione all’effetto domino

Distratti dalle tensioni tra le grandi potenze coinvolte nella crisi tra Russia e Ucraina, i grandi media raramente mostrano attenzione nei confronti di chi la guerra la vive ogni giorno. «Non si parla mai degli ucraini, delle persone che questo conflitto lo vivono in maniera diretta. Tendiamo a dimenticare la loro sorte eppure le conseguenze politiche, economiche e di sicurezza per la popolazione civile ucraina sono molto gravi». Eleonora Tafuro Ambrosetti è un’analista politica dell’Ispi-Istituto per gli studi di politica internazionale, esperta di questioni che riguardano l’area “Russia, Caucaso e Asia centrale”. Le abbiamo rivolto alcune domande per cercare di orientarci nell’intricata matassa geopolitica che ruota intorno al conflitto tra Mosca e Kiev dopo che negli ultimi giorni si è tornato a parlare con insistenza di minaccia imminente di invasione da parte delle truppe di Putin. Il primo pensiero della ricercatrice va ai civili: «Spesso – dice – vediamo che nella popolazione c’è un’opposizione alla guerra. C’è sicuramente una diffusa avversione nei confronti della Russia ma c’è anche una forte stanchezza e un grande desiderio di pace».

Quanto è reale la minaccia di un’invasione della Russia nei confronti dell’Ucraina?
Molti in Ucraina e altrove direbbero che l’invasione già c’è stata. Da un certo punto di vista hanno ragione. La Crimea è stata annessa nel 2014 abbastanza pacificamente ma illegalmente e c’è una presenza russa in Donbass riconosciuta anche dal Cremlino. Sebbene Mosca neghi che si tratti di una presenza militare regolare ha ammesso che ci sono delle personalità legate all’intelligence militare.
Secondo lei, in Ucraina orientale la situazione può degenerare?
Non credo che il Cremlino abbia un interesse reale a invadere ulteriormente. Anche perché annettere una parte dei territori del Donbass non avrebbe un ritorno strategico importante.
Perché?
Per diversi motivi: economici, di politica estera e di politica interna. Il Donbass è già dipendente economicamente dalla Russia, sarebbe solamente un peso in più soprattutto nelle condizioni attuali dell’economia russa. Inoltre l’annessione attirerebbe altre pesantissime sanzioni internazionali. Infine, in termini di politica interna, non comporterebbe nemmeno un aumento di popolarità per il regime di Putin. Diversamente da quanto accadde in Crimea nel 2014 non genererebbe sostegno tra la popolazione.
Più in generale cosa ha impedito a Putin fino a ora di attaccare l’Ucraina?
Io penso che l’annessione non sia una prospettiva plausibile nel breve medio termine. Le altre opzioni che avrebbe Putin sono: un’incursione mirata, magari da usare come leva politica per costringere l’Ucraina a un rispetto degli accordi del Minsk2 del 12 febbraio 2015, e l’invasione totale, con Putin che arriva al confine con l’Ue. Ma non credo proprio che questo avverrà.
Dunque, non c’è il rischio che questa crisi si trasformi in una crisi militare tra Russia e forze Usa/Nato?
In generale credo che la Russia non abbia intenzione di attuare un’azione militare così forte, cioè l’invasione totale dell’Ucraina, perché non ne ha l’interesse. Quella a cui stiamo assistendo è una prova di forza per rafforzare la posizione negoziale con gli Stati Uniti ma questo mostrare i muscoli ha generato un effetto domino di reazioni dalla parte occidentale che a loro volta hanno provocato lo stallo in cui ci si trova adesso.
Vale a dire?
La Russia più avanti di così non può andare. Nel senso che l’unico passo ulteriore dopo quelli già compiuti è quello dell’azione militare. Dal canto suo Washington ha a disposizione delle leve da poter usare nei confronti di Mosca per farla desistere. Ciò non toglie la situazione sia oggettivamente pericolosa vista la crescente militarizzazione di tutta l’area. Stando così le cose, può bastare l’errata interpretazione di un segnale dell’avversario per far degenerare tutto.
Quali sono le leve che hanno a disposizione gli Usa?
La leva primaria è quella delle sanzioni catastrofiche che stanno paventando da mesi. Andrebbero a indebolire l’economia russa che già fa molta fatica, ma non dimentichiamo che farebbero un danno importante anche per le economie che con Mosca continuano a fare affari. In primis quelle europee: la Russia è il quinto partner commerciale per l’Ue. Per Washington il discorso è completamente diverso perché Mosca è il partner commerciale nr. 30. Poi c’è la leva militare. La Nato non potrebbe intervenire nel caso di un attacco diretto, perché l’Ucraina non è un Paese membro e quindi non si attiverebbe l’articolo 5. Però gli Usa e la Nato stano mandando truppe nei Paesi alleati (Germania, Polonia) e far vedere a Putin che la presenza militare è aumentata è un altro tentativo di dissuasione. Allo stesso tempo, si sta mostrando una volontà di proseguire il dialogo diplomatico. È una strada che tutti vogliono percorrere nonostante la differenza di posizioni.
In tutto questo come si sta muovendo la diplomazia Ue?
Purtroppo ha dimostrato di non essere molto incisiva, ma non solo per colpa sua. Russia e Usa hanno intavolato questa discussione senza coinvolgere Bruxelles, sebbene questa crisi riguardi anche l’Europa. In passato Merkel e Macron hanno……

Illustrazione di Carolina Calabresi per Left


L’intervista prosegue su Left del 11-16 febbraio 2022 

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Stalking, il cortocircuito giudiziario della riforma Cartabia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 19-01-2022 Roma Camera dei Deputati - Comunicazioni della Ministra Marta Cartabia sull'amministrazione della Giustizia Nella foto Marta Cartabia Photo Roberto Monaldo / LaPresse 19-01-2022 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Communications from Minister Marta Cartabia on the Justice administration In the pic Marta Cartabia

Dopo un accesissimo dibattito politico, la cosiddetta riforma Cartabia, ovvero la legge 134/2021 è entrata in vigore il 19 ottobre scorso. Nell’ottica della riduzione del 25% dei tempi dei giudizi penali, così come chiede il Piano nazionale di ripresa e resilienza, contiene modifiche al Codice penale ed a quello di procedura penale. Anche sul piano giuridico, incredibilmente la riforma Cartabia, non smette di sorprenderci. L’occasione ci è data da una notizia appresa qualche giorno fa a proposito di una vicenda giudiziaria accaduta a Parma e definita dal procuratore della Repubblica Alfonso D’Avino «paradossale». Un uomo accusato del reato di stalking, arrestato per aver violato il divieto di avvicinamento all’ex compagna, viene liberato subito dopo l’udienza di convalida dell’arresto. La notizia è di quelle che lasciano allibiti. Cerchiamo di capire cosa è accaduto, dov’è il cortocircuito giudiziario. Il Codice Rosso (legge 69/2019) ha introdotto nel Codice penale una nuova ipotesi di reato: la violazione del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. La riforma Cartabia, al fine di rendere efficace la tutela prevista dal Codice penale ha stabilito (art. 2, comma 15) che, nel caso il soggetto sia colto in flagranza di reato, debba essere arrestato dalla polizia giudiziaria (art. 380).

A questo punto c’è un buco nero, poiché manca il coordinamento tra la norma del Codice penale e quelle del Codice di procedura penale. In particolare, da una parte, il reato di violazione del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art.387 bis c.p.) è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, dall’altra, l’art 380, secondo comma (L-ter) del Codice di procedura penale, ha stabilito l’arresto in flagranza per questo reato, mentre l’art. 280 primo comma c.p.p. prevede l’applicazione delle misure coercitive solo per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a tre anni. Quindi il giudice della convalida deve procedere alla liberazione dell’arrestato. Ed ecco il vulnus che ha prodotto quella che D’Avino ha definito «un paradosso». Insomma, l’aggressore prima viene fermato e arrestato e poi liberato. Tutta questa faccenda ha dell’incredibile anche per il fatto che già a novembre del 2021, quindi ad un mese dall’entrata in vigore della legge, a proposito di questa abnorme contraddizione, in una circolare interna della procura della Repubblica di Torino, si leggeva tra l’altro, che la legge cosi come ora è congegnata, «limita le finalità di tutela che il legislatore si proponeva di realizzare».

Finalità di tutela più volte ribadite, non senza orgoglio, anche di recente dalla ministra della Giustizia che in varie occasioni pubbliche ha sfoggiato come un fiore all’occhiello tutte le misure di prevenzione e tutela che si stanno approntando per le donne vittime di violenza definendo quest’ultima «una vera barbarie». Nonostante le norme introdotte abbiano cercato di adeguare l’ordinamento interno alla Convenzione di Istanbul, quello che per ora leggiamo è un’inaccettabile svista che proprio quegli obiettivi mette in grave pericolo. Le cronache quasi quotidiane raccontano come questo fenomeno finisca spesso in un femminicidio. È possibile che di fronte a tutto ciò ci si possa permettere una simile distrazione? È come dare un’ulteriore arma in mano a chi già si nutre di progetti criminosi. Cosa può passare nella testa di chi accusato di violenze, si vede arrestato perché denunciato dalla propria vittima, e poi inusitatamente rilasciato?
È probabile che il pensiero che faccia è “gliela faccio pagare”.

Ci chiediamo come sia possibile che non si sia verificato che tutto fosse congruo e soprattutto idoneo alla finalità che le norme si prefiggono. Oppure è prevalsa la finalità di ridurre i tempi della giustizia e blandire cosi l’opinione pubblica? Non vogliamo cadere nel tranello di pensare che tutti gli apprezzabili sforzi di tutela siano in realtà come la tela di Penelope che di giorno lavorava per tesserla e di notte la scioglieva. Si vuole oppure no una normativa efficace ed efficiente, realmente tutelante? Non vogliamo essere malpensanti, tuttavia anche sul piano della politica giudiziaria si possono fare delle riflessioni. Attribuire il potere di privazione della libertà personale alla polizia giudiziaria e non prevedere la stessa possibilità per il giudice è sinceramente allarmante. In questo caso il giudice deve convalidare un provvedimento della polizia e non può emettere la stessa misura in quanto le norme in vigore non glielo permettono. Non vorremo che rientrasse in un piano di delegittimazione della magistratura che, con tutti i suoi difetti e le sue ombre, sicuramente da correggere, proprio per la sua intrinseca funzione attribuitale dalla Costituzione funge da baluardo di tutela anche per chi è dalla parte del torto. Nonostante sia stata prodotta del governo dei migliori, è una legge di riforma della giustizia da rivedere.

*-* L’autrice: Concetta Guarino è insegnante di Diritto

I Montesano e le figuracce familiari

Ieri Tommaso Montesano, giornalista di Libero, ha pensato bene di scrivere un tweet che recita testualmente: «Le bare di Bergamo stanno al Covid19 come il lago della Duchessa sta al sequestro Moro», costruendo un parallelismo tra il negazionismo del falso comunicato delle Brigate Rosse e le false (secondo lui) morti nella città bergamasca. Ovviamente un’affermazione così grave è salita subito alla ribalta: che i camion di Bergamo siano una costruzione scenica ormai è credenza solo dei più penosi cretini negazionisti. Gente che non ha nulla a che vedere con gli eventuali critici sul Green pass.

Tommaso Montesano però è riuscito a compiere un miracolo visto che ha spinto perfino Libero a vergognarsi, cosa che pareva incredibile. Il direttore Alessandro Sallusti ha spiegato all’Ansa «di aver chiesto all’azienda di valutare con gli uffici legali se ci sono gli estremi per un licenziamento». «Trovo quanto scritto di una gravità inaccettabile – ha aggiunto il direttore -. Non solo è un falso ma è un falso che offende la nostra testata e la redazione: i più arrabbiati sono proprio i colleghi».

Nelle ore successive esce un altro comunicato: «Il Comitato di redazione del quotidiano Libero si dissocia dagli interventi con i quali un collega nella sostanza nega una correlazione tra la foto simbolo delle bare di Bergamo e il Covid. E si scusa con le famiglie delle decine di migliaia di persone che hanno perso la vita a causa della pandemia. Si possono avere le idee più diverse su vaccini e Green pass, ma le teorie negazioniste sono quanto di più lontano dai valori dei giornalisti di Libero».

Montesano figlio, colto in fallo, ovviamente ci dice di essere stato frainteso e nel suo profilo Facebook scrive: «Il mio tweet, su cui in molti in queste ore si stanno scagliando, è stato gravemente equivocato. Il mio pensiero era un semplice parallelismo – espresso in modo icastico ma evidentemente infelice – tra la forza simbolica dei camion militari di Bergamo, che hanno avuto il merito di far aprire gli occhi anche ai più scettici che negavano la gravità della pandemia, e le immagini della ricerca del corpo dell’onorevole Moro nel lago della Duchessa che, secondo le ricostruzioni storiche, convinsero l’opinione pubblica ad accettare l’ineluttabilità del destino di Moro!». Poi ovviamente chiude tutti i suoi profili social, atteggiamento tipico di chi è convinto di essere nel giusto.

L’infelice uscita fa il paio con l’atteggiamento del padre Enrico, ormai idolo dei complottisti: le figuracce a volte sono familiari. Ci sono stelle in discesa che cercano conforto tra i complottisti ma pure stelle in ascesa. Complimenti ad entrambi.

Buon giovedì.

La triste maretta contro Conte

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 26 Gennaio 2022 Roma (Italia) Politica : Elezioni del Presidente della Repubblica entrate alla Camera dei Deputati Nella Foto : Giuseppe Conte Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 26 2022 Rome (Italy) News : Elections of the President of the Republic politicians entering in the Chamber of Deputies In The Pic : Giuseppe Conte

Tocca tornare sul Movimento 5 stelle e sulla decisione del tribunale di Napoli di azzerare i vertici non tanto per loro, che come tutti i partiti vivono un momento convulso, ma per sottolineare la stolida reazione di quelli che da anni vorrebbero la distruzione del M5s come unico obiettivo politico e che da anni si rivendono come “diversi”, “seri”, e “non populisti”.

Matteo Renzi si spreme in un tweet che cola renzismo e scrive: «Il professor Conte ha scritto lo Statuto dei Cinque stelle con la stessa chiarezza con cui scriveva i Dpcm: il risultato è l’esplosione del Movimento. E questa volta non c’è stato nemmeno bisogno di combatterli: hanno fatto tutto da soli #StelleCadenti». Matteo Renzi dimostra di non saper leggere poiché l’ordinanza del Tribunale dice tutt’altro: lo Statuto era chiaro, ma i 5S non l’hanno applicato. Evidentemente distorcere la realtà non è un problema se torna utile per fare una battuta. Ma ancora più importante è che Renzi è lo stesso che ha sbagliato nel 2016 a scrivere il Codice degli appalti (corretto con 181 correzioni e 220 articoli), si è fatto sospendere dal Consiglio di Stato le norme attuative sulle banche popolari, si è fatto bocciare dalla Consulta la legge sulla Buona scuola, poi la legge Madia e poi quella che doveva essere “la legge elettorale più bella del mondo”, l’Italicum. Non male per uno che si atteggia da maestrino. Ma del resto la questione dei grillini torna utilissima per non parlare del suo milione di euro intascato dal regime dittatoriale saudita per fare il ragazzo immagine.

Carlo Calenda, quello che tutti i giorni ci insegna che bisogna essere seri, ieri twittava #cancelliamoli come un bambino in curva allo stadio. I liberali che auspicano la cancellazione degli altri sono una deforme variante tutta italiana. Una sua elettrice educatamente gli risponde: «Mi sento di dire, con grande tranquillità, che alla maggioranza degli iscritti ad Azione (me compresa) non piace questo linguaggio di pancia, che poco ha a che fare con una politica lontana dal populismo. Eppure saremo “qui” per questo». Calenda serafico le risponde: «Dici. Eppure lo usiamo dall’evento fondativo di Azione. I 5S hanno inquinato il dibattito politico italiano, preso in giro milioni di cittadini, distrutto politiche importanti da impresa 4.0 a Ilva, preso in giro gli operai etc etc. devono sparire politicamente». Da notare che un mese fa proprio Calenda riferendosi ai 5S si augurava «meno veti» e diceva che «non sono più un problema». Poi non è riuscito a trattenersi. A proposito di serietà e misura e soprattutto a proposito di politica fatta di contenuti che Calenda condensa in un hashtag.

Notevoli anche i garantisti, quelli che ogni volta lamentano l’intervento della magistratura sulla politica anche quando si tratta di un politico amico di una folta schiera di mafiosi e che invece oggi esultano per una magistratura che sospende i vertici di un partito. Garantisti con gli amici e manettari con i nemici.

A proposito di leggi: ieri Beppe Grillo ha dovuto ribadire che le sentenze si rispettano al partito che è nato proprio sull’onda delle sentenze. Almeno questo. E io aspetterei per esultare sulla scomparsa politica di Conte: la nuova votazione rischia di confermare il leader in modo ancora più largo e Conte potrebbe avere l’occasione per fortificarsi e liberarsi di Di Maio (la cui visione politica a quanto pare si ridurrebbe sull’abolizione dei due mandati per poter fare il terzo per un paio di volte) in un colpo solo.

Ieri scrivevamo che centrodestra e centrosinistra non stavano proprio benissimo ma ci eravamo dimenticati delle qualità del centro. Eccole qua.

Buon mercoledì.

Il mandato zero del M5s

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 23 Gennaio 2022 Roma (Italia) Politica : Elezioni del Presidente della Repubblica vertice del centro sinistra alla camera Nella Foto : Giuseppe Conte lascia la Camera Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse January , 23 2022 Rome (Italy) News : Elections of the President of the Italian Republic meeting of the progressives coalition In The Pic : Giuseppe Conte leaves deputies chamber

Tutto da rifare. Il Tribunale di Napoli ha sospeso le due delibere con cui, nell’agosto del 2021, il Movimento 5 stelle ha modificato il proprio statuto e poi incoronato Giuseppe Conte come leader. Secondo il Tribunale ci sarebbero «gravi vizi nel processo decisionale» anche a causa dell’esclusione dalla votazione di circa un terzo degli iscritti. Il mancato raggiungimento del quorum necessario per validare l’elezione: il Tribunale di Napoli scrive di un’«illegittima esclusione dalla platea dei partecipanti all’assemblea del 3 agosto 2021 degli iscritti all’Associazione Movimento 5 Stelle da meno di sei  mesi». Quella scelta avrebbe «determinato» – per  la settima sezione civile del tribunale di Napoli – «l’alterazione del quorum assembleare nella deliberazione di modifica del proprio statuto». «Tale delibera infatti risulta adottata sulla base di un’assemblea formata da soli 113.894 iscritti – si legge nell’ordinanza – (quelli da più di sei mesi) in luogo dei 195.387 associati iscritti a quella data; con l’illegittima esclusione di 81.839 iscritti all’ente dal quorum costitutivo e deliberativo, maggiore dei soli 60.940 associati che hanno partecipato all’assemblea, la cui delibera è stata poi approvata dall’87% di questi». Per questo i giudici ritengono che «l’assemblea dell’Associazione Movimento 5 stelle che ha deliberato il 3 agosto del 2021 non era correttamente costituita perché risulta che vi hanno partecipato un numero di iscritti inferiore a quello richiesto in prima convocazione. I 60.940 iscritti che vi hanno partecipato erano di numero inferiore alla metà più uno del quorum».

Giuseppe Conte non guida più il M5s. Per ora torna come reggente Vito Crimi, bisogna rifare tutto dall’inizio. Le reazioni sono facilmente immaginabili: chi da sempre ha puntato il dito contro il dilettantismo politico del Movimento 5 Stelle ha un’ulteriore prova a sostegno della propria tesi; chi confida nello spostamento del collocamento politico (magari con un ritorno a destra) può sperare in una nuova e diversa classe dirigente; chi da tempo sogna il ritorno di Di Battista e un presunto “ritorno alle origini” confida nella nuova partita.

Di sicuro c’è che la notizia arriva proprio nel bel mezzo di uno scontro interno ormai conclamato tra Conte (e i suoi) e Di Maio (e i suoi). La guerra intestina tra l’altro aveva già provocato pittoresche inversioni nel panorama politico: gli stessi che additavano Di Maio come “bibitaro” ora lo celebrano come grande statista perché “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, come accade nelle scorribande del tifo. La crisi del M5s, piaccia o no, determina comunque un importante smottamento nel cosiddetto centrosinistra italiano. Abbiamo passato settimane a leggere giustamente che il centrodestra fosse messo male, anche dall’altra parte non stanno messi benissimo.

Buon martedì.

Se la discriminazione è assicurata

Driving car on a forest asphalt road among trees

Due coetanei residenti a Milano, con un simile passato da guidatori, ossia con il medesimo stesso storico assicurativo, possessori dello stesso modello di automobile, potrebbero trovarsi a pagare un prezzo assai diverso per una polizza. Come mai? Come chiarisce una ricerca congiunta delle Università di Padova, Udine e Carnegie Mellon, la ragione è legata al loro diverso luogo di nascitao alla nazionalità.

Di questi tempi, infatti, le aziende assicurative stanno sviluppando algoritmi sempre più complessi basati sull’intelligenza artificiale per stabilire i prezzi delle assicurazioni auto, e in alcuni casi secondo lo studio intitolato Algorithmic audit of italian car insurance: Evidence of unfairness in access and pricing i calcoli compiuti da questi cervelli artificiali per elaborare le tariffe si basano anche sulla nazione o sulla città di origine del potenziale cliente, finendo per determinare una discriminazione che ricade sul costo del servizio venduto. Lo studio mostra per esempio che una persona nata in Ghana e residente a Milano può pagare oltre mille euro in più rispetto a un coetaneo nato e residente a Milano possessore di un’auto identica e con la stessa classe di rischio assicurativo.
Per capire in che modo e da quando succede tutto ciò, occorre fare un lungo passo indietro nel tempo.

Ad accorgersi per primo di questa “abitudine” è stato Udo Enwereuzor, senior policy advisor di Cospe onlus: già nel 2002 aveva notato come la cittadinanza fosse usata come elemento di differenziazione nell’ambito della stipula delle Rc auto. Gli algoritmi, all’epoca, ancora non c’erano. «Prima dell’avvento di internet, si poteva acquistare una polizza Rca per telefono», ricorda Enwereuzor. «Provai a contattare la stessa compagnia due volte, prima presentandomi come un cittadino italiano e poi come un cittadino nigeriano. Ho potuto farlo, avendo una doppia cittadinanza. E ho subito notato che il prezzo dei due preventivi era diverso». Insomma, le disparità tra possibili clienti alla ricerca di una polizza sono un fenomeno antico. Oggi, a quanto pare la situazione non è cambiata ma è molto più difficile scoprirlo sebbene sia molto più semplice e immediato ottenere un’ipotesi di prezzo.
Il preventivo che un tempo si richiedeva per telefono oggi si ottiene infatti in pochi minuti su un qualsiasi sito web di una compagnia assicurativa inserendo la targa nell’aggregatore. Oppure nei vari siti che mettono a confronto in tempo reale i preventivi di compagnie diverse. Molti di questi siti, una volta inserita la targa, essendo collegati con il Pubblico registro automobilistico, risalgono in automatico ai dati anagrafici di…


L’articolo prosegue su Left del 4-10 febbraio 2022 

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Lo Stato del lavoro

Foto Marco Alpozzi / LaPresse 22 Dicembre 2021 Torino (Italia) Cronaca Crollo della gru in via Genova a Torino - i periti al lavoro nella zona del crollo Photo Marco Alpozzi /LaPresse December 22, 2021 News the experts at work in the area of the collapse in via Genova Foto Marco Alpozzi / LaPresse 22 Dicembre 2021 Torino (Italia) Cronaca Crollo della gru in via Genova a Torino - i periti al lavoro nella zona del crollo Nella Foto: Photo Marco Alpozzi /LaPresse December 22, 2021 News the experts at work in the area of the collapse In the pic:

Piccola e breve carrellata di notizie alla scoperta di un Paese in cui non si parla di un argomento, il lavoro, che a breve irromperà nella scena politica e nel dibattito pubblico e sarebbe bene non dimenticare chi ha fatto di tutto per normalizzare l’intollerabile.

Nel Lazio i Nas di Latina hanno scoperto che almeno 200 braccianti di nazionalità indiana impiegati nei campi e nelle serre subivano dai loro padroni massicce dosi di ossicodone (un farmaco simile alla morfina, di solito usato come antidolorifico) per poter essere più performanti nel lavoro senza sentire troppa fatica. Un medico di base, un avvocato e un farmacista brigavano per migliaia di ricetta in esenzione per un valore di 146mila euro. Risolvere farmacologicamente il flagello della mancanza di diritti, evidentemente, è stata considerata una geniale soluzione.

Laila El Harim, rimasta incastrata e schiacciata in una fustellatrice presso la ditta Bombonette di Camposanto (Modena), grossa azienda attiva nel settore packaging. Due sono gli indagati per la Procura di Modena, Fiano Setti, 86 anni, di Camposanto, fondatore e legale rappresentante della ditta Bombonette, e Jacopo Setti, 31 anni, di Finale Emilia, delegato alla Sicurezza. Dovranno rispondere del reato di omicidio colposo in concorso, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme antinfortunistiche. Indagata anche la ditta Bombonette srl come soggetto giuridico. Secondo la pm Maria Angela Sighicelli la fustellatrice utilizzata nell’azienda Bombonette di Camposanto, in cui è rimasta incastrata e uccisa lo scorso agosto l’operaia 40enne, sarebbe stata modificata rispetto al manuale d’uso, la pm al riguardo sottolinea la presenza di pareggiatori in gomma da regolare manualmente non previsti e l’assenza di una protezione, prevista. Il macchinario manomesso accelerava il lavoro.

Non ce l’ha fatta Luca Blondi, il giardiniere di 50 anni schiacciato tre giorni fa da una piattaforma elevatrice, che stava utilizzando durante un intervento di potatura nel giardino di un condominio in via Torricelli a Lissone, in provincia di Monza e Brianza. L’uomo era stato trasportato all’ospedale San Gerardo di Monza già in arresto cardiaco ed è morto dopo poco il suo arrivo.

Cinque persone sotto indagine per la morte sul lavoro di Francesco Gallo, 48 anni, 4 giorni fa. Faceva il saldatore: è caduto da un ballatoio durante un intervento di manutenzione a Fusina, presso Marghera. Siciliano di Gela, abitava nel Bergamasco.  Gli indagati  per concorso in omicidio colposo sono tre dirigenti di Ecoprogetto, società del gruppo Veritas di Venezia per i servizi ambientali, il titolare e il responsabile della sicurezza della Omd, ditta trevigiana di carpenteria.

Nel 2021 più di 3 persone sono morte ogni giorno nell’esercizio della propria attività lavorativa. Ben 1.221 gli incidenti con esito mortale presentate all’Inail nell’intero arco del 2021. Complessivamente, le denunce di infortunio sul lavoro nell’anno appena trascorso sono state 555.236 (+0,2% rispetto al 2020). In aumento le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 55.288 (+22,8% rispetto al 2020). Questi i principali dati del Bollettino trimestrale Inail, comprensivi delle denunce relative alle infezioni da Covid-19 avvenute nell’ambiente di lavoro, o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa e in itinere.

A proposito: nei mesi di applicazione della nuova normativa del Superbonus, su 5mila imprese edili controllate ben l’87% è risultato irregolare in materia di sicurezza.

Sul tema del lavoro si deciderà molta della credibilità della politica. Chissà se dopo tutti questi anni ricorderanno ancora le parole per parlarne e farne parlare.

Buon lunedì.

Nella foto: la gru crollata a Torino che ha provocato la morte di tre operai, 22 dicembre 2021

Ex Gkn, prove tecniche di riconversione

Il 98,8% dei lavoratori ex Gkn, oggi Qf, ha approvato l’accordo raggiunto il 19 gennaio al ministero dello Sviluppo economico dalla nuova società con governo, Invitalia, sindacati, Rsu e istituzioni locali. Cinque pagine di impegni assunti per la reindustrializzazione dello stabilimento di Campi Bisenzio e la continuità occupazionale dei lavoratori.
Il crono programma prevede che l’imprenditore Francesco Borgomeo, dopo aver rilevato il 31 dicembre scorso le quote di Gkn Driveline Firenze, raccolga le manifestazioni di interesse di altri investitori, ne valuti i piani industriali e, dopo una negoziazione con sindacati e istituzioni, entro il 31 agosto, ceda l’attività a una nuova dirigenza.
Il piano sarà periodicamente verificato al ministero e a livello aziendale, grazie anche all’istituzione di una commissione di sorveglianza, proposta e controllo degli investimenti pubblici, composta da Rsu, sindacati ed istituzioni.

Un ottimo risultato che ci assicura il mantenimento del posto di lavoro a 370 addetti, pari al numero di occupati al momento del passaggio tra Gkn e Borgomeo e rispetto alle attività esterne garantisce che Qf utilizzerà il bacino di lavoratori che operavano in appalto.
Saranno attivati percorsi di formazione e verranno utilizzati gli ammortizzatori sociali utili a governare al meglio le difficoltà: da gennaio cassa integrazione ordinaria e poi di “transizione”. E se al 31 agosto non dovesse concretizzarsi il progetto di riconversione industriale, sarà Qf stessa ad assumersi l’onere.

Se siamo arrivati fin qua lo dobbiamo alla lotta dei lavoratori, all’“affetto” con cui hanno custodito la fabbrica e all’azione sindacale della Fiom Cgil. Per questo è importante ricordare i fatti.
La multinazionale leader nella produzione di semiassi, di proprietà del fondo finanziario britannico Melrose e partner di Stellantis, aveva previsto per il 9 luglio 2021 una giornata di permesso collettivo. Nessuno immaginava che in quella data avrebbe comunicato la volontà di chiudere lo storico stabilimento ex Fiat e licenziare i 422 dipendenti. Una strategia subdola che considera i lavoratori solo dei numeri. L’ennesimo dramma sociale, economico e produttivo per tutto il territorio, in nome del…


L’articolo prosegue su Left del 4-10 febbraio 2022 

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