Home Blog Pagina 352

Nursel Aydoğan: Siamo le spine nel fianco di Erdoğan

Tra pandemia, difficoltà politiche, nuove crisi che hanno avuto risalto internazionale, è calato il silenzio su quanto accade in Turchia, in un’area vicina e governata da un dittatore con cui, lo ha affermato il presidente del Consiglio Draghi, bisogna dialogare perché “utile”. Il 15 febbraio saranno trascorsi 23 anni dal giorno in cui Abdullah Öcalan, leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) vive rinchiuso nell’isola-carcere di Imrali, senza avere prospettive di futuro. Öcalan, ricordiamo, venne catturato a Nairobi da un commando turco dopo che le autorità italiane nel 1998 gli avevano negato l’asilo politico. Il presidente/dittatore Tayyip Erdoğan sembra dominare indisturbato ma la società civile turca, nonostante la riduzione degli spazi democratici, non resta immobile anzi, reagisce, anche politicamente, esponendosi a rischi. In questi giorni è in Italia Nursel Aydoğan, deputata dell’Hdp, il Partito democratico dei popoli, spesso presentato superficialmente come partito dei curdi.

«Sono nata a Bursa, sono turca ma ho scoperto a 18 anni la causa curda e all’università sono entrata a far parte del movimento rivoluzionario – esordisce – Studiavo ad Ankara, fra il 1977 e il 1982, quando la causa curda era ignorata. Dopo il golpe del generale Kenan Evren nel 1980 il nostro movimento è stato liquidato ma ho continuato a lottare. Ho seguito i movimenti per la giustizia e la libertà delle donne, poi sono stata dirigente sindacale e dal 1999 al 2005 sono stata segretaria del Tuhad – Fed, la federazione delle associazioni che sostengono le famiglie dei detenuti. Intanto i partiti curdi hanno iniziato a presentarsi alle elezioni, dovendo cambiare ogni volta nome perché venivano dichiarati illegali. Il Bdp (Partito della pace e della democrazia) che succedette al Dtp (Partito della società democratica) e poi l’Hdp, il Partito democratico dei popoli. Con l’Hdp sono stata eletta parlamentare fra il 2011 e il 2017, nella circoscrizione curda di Diyarbakir, ma il 4 novembre del 2016 mi hanno arrestata, insieme ai coopresidenti del partito, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Ho passato sei mesi di carcere a Silvri, nei pressi di Istanbul, poi il rilascio e, due giorni dopo, un nuovo mandato d’arresto, nonostante l’immunità parlamentare, per motivazioni politiche. Questo è illegale e fascista, quindi mi sono rifugiata in Germania da dove continuo la mia lotta».

Ma anche dalla Germania può raccontare con chiarezza quanto avviene nel suo Paese e lo fa in maniera netta: «Abbiamo un regime autocratico. Gli organi di informazione sono sotto pressione con centinaia di giornalisti arrestati, radio e tv di opposizione chiuse. Simile sorte per le associazioni delle donne e della società civile. È stato chiesto di rendere illegale anche il mio partito. Tutto è sotto il controllo del partito di governo (Akp), decine di migliaia di persone subiscono processi o sono in carcere con l’accusa di aver offeso o criticato Erdoğan. Chi scende in piazza per manifestare il proprio dissenso rischia molto. Non ci sono tribunali indipendenti, tutto è…
(traduzione di Alessandro Nobili)


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Selay Ghaffar: Rompere il silenzio a Kabul

A woman holds a photograph during a protest to raise awareness regarding the situation in Afghanistan outside EU headquarters in Brussels, Wednesday, Aug. 18, 2021. The European Union has no immediate plans to recognize the Taliban after their sweeping victory in Afghanistan but will talk with the militants to ensure that European nationals and Afghans who have worked with the EU can leave safely, the bloc's top diplomat said Tuesday. (AP Photo/Francisco Seco)

L’ultima volta l’avevo incontrata a Kabul in una fredda giornata di novembre, nel 2017. Aveva il viso stanco ma gli stessi occhi magnetici e lo sguardo fiero di sempre, un lungo mantello e i capelli neri lunghi sciolti. Un particolare irrilevante per noi ma che non passa inosservato in Afghanistan. Altro che il leone del Panshir, Selay Ghaffar era anche dal vivo la figura carismatica di cui avevo letto e sentito parlare dalle colleghe. Quattro uomini armati e altri apparentemente disarmati ma vigili, controllavano l’ingresso dell’abitazione, una delle tante in cui era costretta a vivere solo per pochi giorni, spesso da sola, senza figli e marito.

Dopo quell’incontro a Kabul, la risento e la rivedo via zoom. È dovuta fuggire anche lei, poco prima di Natale, e per adesso non può dire in quale Paese ha chiesto rifugio. È passato più di un mese da quando ha lasciato l’Afghanistan con il marito ed una delle figlie, e si capisce subito che la costrizione alla fuga è ancora una ferita aperta. Glielo si legge negli occhi, combattenti ma tristi, nella voce che si rompe alla commozione. Sussurra tra una risposta e l’altra. «Mi avevano trovato, il sistema di sicurezza che avevamo messo in piedi era in ginocchio, mi avevano minacciato di nuovo dopo la morte di un’attivista a novembre – Sei tu la prossima…». Quasi a doversi giustificare, dopo anni di minacce vissute nel Paese e anni passati a nascondersi: «Non ho visto i miei figli per settimane e a volte mesi interi, ero costretta a dire che non ero sposata, e a mio marito è stato detto di fare lo stesso, ho cambiato molte case per nascondermi ma rifarei tutto perché so che questo era il prezzo da pagare per essere libera e lottare».   

Le chiedo di agosto, dei giorni della presa di Kabul da parte dei talebani e lei mi interrompe: «La rapida presa da parte dei talebani non è stata una sorpresa per me e per molti altri afgani ma certo la caduta di Kabul in un solo giorno ci ha scioccato».

Portavoce di Hambastagi, il Partito della solidarietà, l’unico partito politico laico presente in Afghanistan e figlia di una famiglia di attivisti, Selay ha già conosciuto l’esilio da bambina, quando la famiglia fuggì prima verso l’Iran e, successivamente verso il Pakistan, per liberarsi da un sistema fatto di violenza e discriminazione. Rivoluzionaria e combattente, non risparmia neppure questa volta le aspre critiche alle potenze occidentali, in primis agli Stati Uniti, colpevoli di aver riportato al potere i talebani.

Come giudica il comportamento degli Stati Uniti?
È stato chiaro a tutti gli afgani che…


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Come sempre, la guerra che non vuole nessuno

Alla fine ci si è ridotti ad attaccarsi alla telefonata tra Usa e Russia, perché in fondo passano gli anni ma le abitudini peggiori rimangono intatte. Se da quella telefonata tra Biden e Putin ci si aspettava uno sviluppo qualsiasi, anche minimamente positivo, si può ufficializzare la delusione: gli Usa che avevano ripetuto di non voler entrare nel conflitto (fingendo di non sapere che l’Ucraina sia nel bel mezzo di un percorso di annessione alla Nato) ora minaccia «reazioni» e «una risposta decisa». Non male per rasserenare gli animi.

Da parte sua Putin fa politica internazionale come l’ha sempre fatta, incapace di esercitare pressione senza sfoderare armi e militari. E nonostante il presidente russo abbia interloquito con Macron (che ha intensificato i suoi contatti anche con Biden) tutti i segnali indicano un risultato scontato. Dagli Usa indicano anche una data: la commissione parlamentare russa che gestisce gli affari degli Stati indipendenti discuterà martedì l’ipotesi di riconoscere ufficialmente le due repubbliche ribelli di Donetsk e di Lugansk. In caso di parere positivo, l’Aula della Duma sarebbe chiamata a votare il giorno seguente, e quindi mercoledì. Mercoledì potrebbe essere il giorno, quindi.

La guerra sarebbe un grosso problema anche per l’Ucraina che subirebbe una brusca frenata nel suo percorso di avvicinamento alla Nato. Il ministro Di Maio in audizione alle Camere ha ricordato l’articolo 10 del Patto atlantico, secondo il quale l’allargamento deve «accrescere la sicurezza collettiva». Tutto vero, per carità, ma sarebbe curioso chiedere se l’allargamento della Nato a Est abbia o meno contribuito proprio a destabilizzare, piuttosto che accrescere la sicurezza. Poi si potrebbe ricordare a tutti gli sfegatati atlantisti di queste ore, perché, se «ogni Stato ha il diritto di scegliersi l’alleato che vuole» (come si sente dire in giro per difendere il governo di Kiev), poi alla fine gli stessi Usa (e la Nato) abbiano usato i jihadisti contro l’Urss negli anni Ottanta, perché gli Usa (e la Nato) siano intervenuti in Libia nel 2011 con i risultati che abbiamo sotto gli occhi, perché si siano inventati una guerra in Iraq nel 2003 o, per finire, cosa ne dicono dell’ordine che hanno ristabilito in Afghanistan.

Di certo gli ucraini si sono affidati per il riarmo a Erdogan (un altro che non si capisce bene come contribuisca all’allargamento della sicurezza) e si è concesso a Putin di ammassare uomini e armi al confine in tutta tranquillità. Gli attori in scena sono tutt’altro che affidabili. Come sempre accade per le guerre tutti si occupano di trovare una giustificazione per una guerra che tutti fingono di non volere e intanto si apparecchia.

Buon lunedì.


Per approfondire, vedi Left dell’11-16 febbraio 2022

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Salute mentale, le proposte degli studenti

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 07-01-2021 Roma , Italia Cronaca Scuola - Scuole medie dopo il lockdown Nella foto: studenti delle scuole medie all’uscita dell’istituto dopo il primo giorno di rientro in presenza Photo Mauro Scrobogna /LaPresse January 07, 2021  Rome, Italy News School - Middle school after lockdown In the photo: middle school students leaving the institute after the first day of return to class

Il tema del benessere psichico è ancora un tabù in Italia. Attraverso il nostro lavoro come Rete degli studenti medi e Unione degli universitari nel contesto nazionale negli ultimi due anni abbiamo potuto constatare come tale tematica sia particolarmente sentita dalle nostre generazioni: il periodo pandemico ha messo in difficoltà tante e tanti di noi, corroborando malesseri preesistenti e rendendo la condizione presente insostenibile per i giovani e i ragazzi. La lente d’ingrandimento posta sopra il tema della salute mentale nel corso della pandemia ha fatto sì che, finalmente, tale necessità si facesse strada all’interno del dibattito pubblico, entro il quale sempre di più si parla di ricercare delle soluzioni strutturali ad un bisogno generalizzato che non può più passare in sordina. Le ricerche condotte negli ultimi due anni dagli esperti ed i fatti di cronaca nera parlano con chiarezza: stiamo sempre più male. Le forme di sofferenza psicologica sono molteplici e, spesso, lo stigma legato alla comunicazione di tale disagio porta i giovani a sentirsi deboli e sbagliati: la paura del giudizio spinge a rinchiudersi in sé stessi, acuendo il malessere e non riuscendo a farsi aiutare. Il primo ostacolo è ammettere di stare male, di aver bisogno di aiuto. Le malattie mentali, però, non sono arrivate con la pandemia. I disturbi alimentari, l’ansia e lo stress sono un qualcosa che ci portiamo dietro da tempo essendo anche la reazione a un contesto socio economico sempre più precario e nel quale a noi viene richiesto di rispondere a delle aspettative sempre più grandi. Il Covid ha peggiorato esponenzialmente la situazione permettendoci di prendere coscienza e provare a fare emergere il tema nel dibattito, portando alla luce una generazione che con sempre più forza chiede di essere ascoltata, compresa e aiutata: una generazione che oggi ha intenzione di…

*-* Gli autori

Luca Ianniello è coordinatore nazionale della Rete degli studenti medi. Camilla Piredda fa parte dell’esecutivo nazionale dell’Unione degli universitari


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Perché la Costituzione della Terra di Luigi Ferrajoli non è un’utopia

A woman walks by a fountain outside of the Billie Jean King Tennis National Center during the first round of the U.S. Open tennis tournament, Monday, Aug. 27, 2018, in New York. (AP Photo/Julio Cortez)

Un ambito rilevantissimo e decisivo per il nostro futuro, sfugge oggi all’attenzione e agli sforzi degli Stati per contenere il riscaldamento climatico e arginare gli squilibri ambientali. È quanto appare evidente, ad esempio, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza all’interno del più generale progetto Next generation Ue, così come nelle posizioni di altri governi nazionali, e in gran parte del dibattito ambientalista, soprattutto italiano. Quest’ambito è la divisione del mondo in Stati separati e contrapposti, se non addirittura, come accade in non poche regioni del pianeta, in reciproca guerra. L’organizzazione giuridica e istituzionale dell’umanità, frantumata in una moltitudine di entità giuridico-territoriali sovrane, divise da confini, delimitazioni, leggi e costituzioni diverse, appare drammaticamente vecchia, più vicina all’assetto europeo uscito dalla pace di Westfalia, nel 1648, che agli equilibri planetari e ai bisogni del nostro tempo. Vale a dire, una fase storica in cui i processi di globalizzazione hanno unificato il pianeta, non solo sul piano economico, finanziario, commerciale e delle comunicazioni, ma anche su quello delle malattie, della circolazione dei virus e degli sconvolgimenti ambientali, degli effetti del riscaldamento del clima. Oggi, per dire, se nel bacino del Mediterraneo cominciano a diventare frequenti i cicloni, accade al contempo che in Alaska e in Siberia incendi devastatori durino settimane; se in Africa d’estate la temperatura all’ombra supera per mesi i 50 gradi, in Antartide piattaforme di ghiaccio di migliaia di km2 si staccano e finiscono in mare. Un mare, come viene ricordato nelle proiezioni di alcuni scienziati, destinato in futuro a ospitare più rifiuti di plastica che pesci, se la tendenza corrente delle società consumistiche non subirà una decisa inversione.
Ma il quadro delle relazioni internazionali non è solo contrassegnato dalle delimitazioni territoriali e statali. Non siamo alla fine di una lunga guerra, e all’inizio di un periodo di pace, come nel 1648. A parte le due guerre mondiali, il pianeta Terra non era stato percorso da così tanti conflitti tra gli Stati, e all’interno degli stessi Stati, come da 20 anni a questa parte. Lo sviluppo capitalistico accompagnato e sorretto dalle ideologie neoliberistiche ha unificato la Terra sotto il profilo economico e finanziario, ma lo ha frantumato sul piano politico e istituzionale.

Come ha sottolineato un economista non catechizzato dalla vulgata neoliberista, Ernesto Longobardi, «la globalizzazione sfibra gli Stati nazionali, perché sottrae il mercato al loro controllo, senza che questo si traduca in alcun rafforzamento delle entità e delle forme di coordinamento sovranazionali, come ci si sarebbe potuto attendere. Ché anzi, essa segna il definitivo compimento di un processo di progressiva erosione del sistema del multilateralismo uscito dalla seconda guerra mondiale» (“Di fronte ai vincitori globali: l’esigenza di una nuova politica” nel libro a cura di F. Zappacosta Il senso umano delle cose. Ripensare la società oltre la pandemia, L’asino d’oro). E la progressiva marginalizzazione del ruolo dell’Onu, ricorda a ragione Longobardi, costituisce l’aspetto più rilevante di tale processo, il cui primo agente sono gli Usa e le loro politiche belliche e di espansione planetaria.

Su questo scenario drammatico, che mostra la crisi ambientale diventare di anno in anno sempre più minacciosa e imprevedibile, la pandemia mietere milioni di vittime, e gli Stati, con supremo cinismo, raddoppiare le spese in armamenti, interviene con ardimento intellettuale e autorevolezza Luigi Ferrajoli col suo Per una costituzione della Terra. L’umanità al bivio, (Feltrinelli). Si tratta di un testo che non si limita alla semplice perorazione di una necessità, all’invocazione di un intervento da parte di qualche autorità superiore, ma propone, già scandita in 100 articoli, una Carta per la terra. Può sembrare un gesto velleitario, un azzardo utopico e invece, se si vuol salvare il genere umano dalla china autodistruttiva in cui sta precipitando, non c’è atto più saggio e realistico che prefigurare un nuovo ordine mondiale con al centro la natura e il mondo vivente. E val la pena dare al lettore il senso vivo e solenne di questo patto universale elaborato da Ferrajoli, riportandone alcune righe d’avvio: «Noi popoli della Terra, che nel corso delle ultime generazioni abbiamo accumulato armi micidiali in grado di distruggere più volte l’umanità, abbiamo devastato l’ambiente naturale e messo in pericolo, con le nostre attività industriali la stabilità del pianeta; consapevoli della catastrofe ecologica che incombe sulla Terra, del nesso che lega la sopravvivenza dell’umanità e la salvaguardia dell’ambiente e del pericolo che, per la prima volta nella storia, il genere umano, a causa delle sue aggressioni alla natura, possa avviarsi all’estinzione; decisi a salvare la Terra e le generazioni future…».

Ecco, questa è la reale portata della sfida, e senza una concertazione globale dei poteri mondiali, senza un accordo pacifico per un diverso modo di utilizzare le risorse della Terra, senza porre fine alla competizione intercapitalistica, il nostro futuro precipiterà in una catena di catastrofi imprevedibili. Non per nulla, l’articolo 1 della Costituzione della Terra pone al primo posto della tutela universale non solo gli uomini, ma tutto il mondo vivente e conseguentemente la vita delle generazioni a venire: «La Terra è un pianeta vivente. Essa appartiene come casa comune, a tutti gli esseri viventi: agli esseri umani, agli animali e alle piante. Appartiene anche alle generazioni future, alle quali la nostra generazione ha il dovere di garantire, con la continuazione della storia, che esse vengano al mondo e possano sopravvivere».

Ferrajoli motiva l’elaborazione della sua Costituzione non solo sulla base di una necessità drammaticamente evidente. Senza una forma di concertazione globale gli Stati, oggi divisi e in gara, quando non in guerra, costretti a fare i conti con risorse sempre più scarse e danni ambientali crescenti, imboccheranno la strada di conflitti distruttivi. Ma un nuovo assetto costituzionale della Terra si rende necessario intanto perché la conquista della civiltà giuridica di una carta dei diritti delle persone appartiene a una parte limitata dell’umanità: «Le persone lasciate affogare nel Mediterraneo – ricorda Ferrajoli – nel tentativo di raggiungere i nostri paradisi democratici, l’apartheid mondiale nella quale vivono e muoiono un miliardo di esseri umani e le repressioni violente delle libertà fondamentali in gran parte del pianeta ci dicono che fuori dai confini dell’Occidente i diritti fondamentali appaiono privilegi e le loro proclamazioni senza il loro carattere indivisibile, decadono a vuota retorica».

E tuttavia, anche le nostre Costituzioni appaiono oggi drammaticamente inadeguate non solo per la loro limitatezza geografica, per la loro angustia nazionale, ma anche a causa del loro originario fondamento dottrinale. In un capitolo teoricamente dirompente del libro, “Per un costituzionalismo dei mercati”, che riprende sue precedenti elaborazioni, Ferrajoli mette in luce un peccato originale della nostra tradizione giuridica: l’assenza di un costituzionalismo di diritto privato accanto a quello di diritto pubblico. È pressoché ignoto, infatti, e assente dal dibattito teorico il fatto che i vincoli frapposti a garanzia dei diritti fondamentali riguardano i poteri pubblici, non i poteri privati. «L’espressione “Stato di diritto”, è emblematica: è solo lo “Stato”, e non anche il mercato, il soggetto nei cui confronti si giustificano regole, divieti, obblighi e controlli volti a impedirne soprusi e abusi a danno dei diritti fondamentali delle persone». È questa una eredità del primo liberalismo, che ha innervato la cultura giuridica dell’Occidente, quella che ha identificato i poteri unicamente con le pubbliche potestà, con la sovranità statale, riducendo i poteri privati a nient’altro che libertà individuali da tutelare. Libertà individuali che hanno finito col comprendere anche la proprietà privata dei singoli, consacrandola come diritto assoluto e intoccabile. Il capitalismo ha dunque trovato in questo deficit dottrinario originario un fondamento giuridico di particolare solidità.

Sicché oggi, nel momento in cui i mercati sovrastano e sabotano in piena libertà i poteri degli Stati, aggirano e svuotano le loro costituzioni, e singoli gruppi economico-finanziari decidono la sorte di milioni di persone, tale architettura giuridica emerge in tutta la sua paradossale insostenibilità. È anche grazie ad essa se le società di tutto il mondo sono lacerate da disuguaglianze abissali, da povertà diffuse e concentrazioni abnormi di ricchezze, generatrici di conflitti, di migrazioni disperate, di disordine politico crescente nello scenario mondiale.
Occorre dunque una svolta all’altezza dell’epoca nuova in cui siamo entrati. Il pensiero democratico più avanzato e coraggioso cerca di fare la sua parte elaborando un alto costrutto giuridico che attende l’azione politica di massa perché esso diventi materia di concertazione su scala internazionale.


L’articolo è stato pubblicato su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La rivoluzione silenziosa del maestro Mario Lodi

«Tutto, dentro e fuori della scuola, è predisposto per neutralizzare il bambino come essere pensante». Così Mario Lodi scriveva il 2 ottobre 1964 nella lettera a Katia, mettendo in guardia la ragazzina che si era appena iscritta all’istituto magistrale. Parole nette, una sintesi amara di quanto il maestro di Vho di Piadena aveva vissuto direttamente nei suoi anni di insegnamento, cominciato subito dopo la guerra. Una situazione di abbandono della scuola che però, fin dall’inizio, Mario Lodi aveva cercato di contrastare e superare, con una ricerca continua che lo portò ad elaborare un metodo didattico originale, attraverso una «rivoluzione silenziosa», come scrisse.

Oggi, a cento anni dalla nascita, il pensiero pedagogico di Lodi, risultato di una prassi costante, merita di essere conosciuto e valorizzato. La scuola non si trova certo nelle condizioni disastrate degli anni Cinquanta e Sessanta, segnata com’era da anacronistici principi di autorità, negazione dell’identità del bambino e da una rigida separazione dalla realtà. Ma se i tempi sono cambiati, le fragilità e i problemi del sistema scolastico sono ben evidenti, dopo decenni di riforme che hanno lentamente svuotato di senso il diritto all’istruzione per tutti sancito dalla Costituzione e dopo due anni di pandemia che hanno lasciato conseguenze pesanti sugli studenti e sugli insegnanti.

La lettera a Katia sopracitata si legge nelle prime pagine de Il paese sbagliato, il diario di un’esperienza didattica degli anni 1964-1969 uscito nel 1970 e che Einaudi ha appena ripubblicato con una introduzione di Franco Lorenzoni, un altro insegnante molto attivo nella ricerca pedagogica in quel segmento dell’istruzione così delicato e cruciale com’è la scuola primaria.
Mario Lodi era arrivato all’insegnamento nel 1948 e pochi anni dopo era approdato a Vho di Piadena, tra Cremona e Mantova, in quella Bassa padana costellata di cascine e filari di alberi tra la nebbia. Qui il giovanissimo maestro aveva trovato una situazione molto difficile: bambini annoiati, rassegnati, distratti di fronte ai compiti canonici che venivano loro assegnati, felici e liberi solo durante l’intervallo, figli e figlie di famiglie di contadini e artigiani, con addosso ancora i traumi della guerra e della miseria che scoprivano d’improvviso in un mendicante per strada o nei vicini di casa in preda alla fame. Lodi, maestro alle prime armi, alla ricerca di riferimenti validi che l’istituto magistrale non gli aveva dato, si chiede come…


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Russia-Ucraina, Berlino imbraccia le armi della diplomazia

08 February 2022, Ukraine, Schyrokyne: Annalena Baerbock on the front line in Ukraine. Photo by: Bernd von Jutrczenka/picture-alliance/dpa/AP Images

Recentemente il servizio di un telegiornale tedesco sul conflitto al confine russo-ucraino ha mostrato dei soldati e una portaerei nel Mediterraneo. Questo è abbastanza tipico rispetto alle notizie diffuse dai media tedeschi che diventano sempre più bellici. Non esiste infatti quasi nessuna informazione diversa. La Russia viene solitamente definita un Paese aggressore, per cui l’attacco russo all’Ucraina sarebbe solo una questione di tempo. I giornali e anche la televisione, invece, offrono una scarsa informazione critica per quanto riguarda la Nato. Molto spesso il governo tedesco viene criticato per essere troppo moderato. Fino ad oggi Berlino rifiuta di inviare armi all’Ucraina. Dall’altro lato, però, non c’è dubbio che anche il governo Scholz sostiene acriticamente la politica della Nato e vede nella Russia l’aggressore. Un militare di alto rango ha dovuto chiedere immediatamente il congedo, dopo che si era espresso sulle esigenze di sicurezza da parte della Russia.

Sappiamo che la nuova ministra degli Esteri Annalena Baerbock è molto critica nei confronti della Russia ed anche della Cina, e che vuole una politica estera basata sui valori, mirando in primo luogo ai diritti umani. Ma fino adesso anche lei si è mostrata abbastanza moderata. Non c’è molta differenza in effetti con la politica estera del governo Merkel che, del resto, non era un granché su questo tema. Berlino rifiuta un intervento militare ed è anche contro le forniture di armi. Il nuovo governo ha dichiarato il no all’invio di armi in regioni di conflitto e di crisi. Ma questa dichiarazione non è molto credibile, perché la Germania esporta armamenti in Paesi che sono impegnati in guerre come, per esempio, nel conflitto yemenita. La linea principale è la pressione economica e politica da attuare sulla Russia.

In questo contesto, il caso del gasdotto Nord Stream 2 gioca un ruolo centrale. Questo condotto (che attraverso il Mar Baltico, trasporta il gas dalla Russia in Europa occidentale, passando per la Germania), non ancora in funzione, era già dall’inizio molto controverso. Alcuni temono che la Germania diventi troppo dipendente dalla Russia per quanto riguarda l’energia. Altri, invece, vedono in questo condotto un…


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Cosa ci hanno insegnato i due anni di pandemia

Foto Claudio Furlan - LaPresse 21 Luglio 2020 Milano (Italia) News Murales in via Palizzi all'ingresso di Quarto Oggiaro realizzato dall'artista Cosimo Cheone dedicato ai medici e al personale sanitario dell'ospedale Sacco di Milano Photo Claudio Furlan - LaPresse 21 July 2020 Milan (Italy) Murals in via Palizzi at the entrance to Quarto Oggiaro created by the artist Cosimo Cheone dedicated to the doctors and health personnel of the Sacco hospital in Milan

Il coro delle cassandre
Non c’è alcun motivo di credere che l’Aids rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del Next Big One, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile (per i sismologi californiani il Big One è il terremoto che farà sprofondare in mare San Francisco, ma in questo contesto è un’epidemia letale di dimensioni catastrofiche). Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime? L’ipotesi è ormai così radicata che potremmo dedicarle una sigla, Nbo. La differenza tra Hiv-1 e Nbo potrebbe essere, per esempio, la velocità di azione: Nbo potrebbe essere tanto veloce a uccidere quanto l’altro è relativamente lento. Gran parte dei virus nuovi lavorano alla svelta».

Frasi profetiche scritte da David Quammen nel famoso libro Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic1: è il 2012, non siamo di fronte ad un’opera di science fiction ma ad un acuto osservatore di quello che sta accadendo al nostro pianeta e che diversi scienziati documentano con importanti ricerche spesso ignorate dall’immenso circuito di interessi che ruota attorno all’industria della salute.
“We Made the Coronavirus Epidemic. It may have started with a bat in a cave, but human activity set it loose” (Noi abbiamo prodotto l’epidemia di Coronavirus. Potrebbe aver avuto inizio con un pipistrello in una grotta, ma l’attività umana l’ha scatenata). Questo è il titolo di un articolo pubblicato sul New York Times il 28 gennaio 2020, nel quale lo stesso David Quammen individua delle precise responsabilità umane nello sviluppo delle recenti epidemie.

Ne riportiamo un brano: «Invadiamo foreste tropicali e altri paesaggi selvaggi, che ospitano così tante specie di animali e piante, e, all’interno di quelle creature, così tanti virus sconosciuti. Tagliamo gli alberi; uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia e li mandiamo ai mercati. Distruggiamo gli ecosistemi e liberiamo i virus dai loro ospiti naturali. Quando ciò accade, hanno bisogno di un nuovo ospite. Spesso siamo noi».
Quammen elenca alcuni di tali virus: «Machupo, Bolivia, 1961; Marburgo, Germania, 1967; Ebola, Zaire e Sudan, 1976; H.I.V., riconosciuto a New York e in California, 1981; una forma di Hanta (ora nota come Sin Nombre), Stati Uniti sudoccidentali, 1993; Hendra, Australia, 1994; influenza aviaria, Hong Kong, 1997; Nipah, Malesia, 1998; West Nile, New York, 1999; SARS, Cina, 2002-3; MERS, Arabia Saudita, 2012; Ebola di nuovo, Africa occidentale, 2014. […] Ora abbiamo nCoV-2019, l’ultimo colpo in batteria». E aggiunge: «Le circostanze attuali includono anche burocrati che mentono e nascondono cattive notizie, e funzionari eletti che si vantano davanti alla folla per il taglio delle foreste per creare posti di lavoro nell’industria del legname e per l’agricoltura o per tagliare i budget per la salute pubblica e la ricerca». Quammen ricorda inoltre che i virus, da qualsiasi Paese vengano, viaggiano comodamente in aereo, ospiti dei passeggeri.
Il dominio degli interessi privati, trasformatosi in logica predatoria, ha segnato in profondità il rapporto che si è stabilito tra l’essere umano, gli altri viventi presenti sulla terra e l’equilibrio di tutto il pianeta.

«[…] la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto “cigno nero” – scrive l’economista Gaël Giraud su Civiltà Cattolica – era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti, ma non è nemmeno uno “shock esogeno”. Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni […]». «La salute di tutti – continua Gaël Giraud nell’articolo citato – dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la “grande peste” che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri Coronavirus».
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel marzo del 2019 pubblicò Global Influenza strategy 2019-2030, un documento nel quale era scritto: «La minaccia di una nuova influenza pandemica è sempre presente. Il rischio di un nuovo virus influenzale che si trasmetta dagli animali all’uomo e causi una pandemia è più che mai reale. La domanda non è se avremo mai un’altra pandemia, ma quando. Dobbiamo essere vigili e preparati: il costo di una grave epidemia influenzale è molto superiore al prezzo di una prevenzione efficace».

Quale antropocene vogliamo?
Secondo il rapporto annuale del Programma congiunto di monitoraggio Unicef-Oms su acqua e igiene (Jmp), Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities, nel mondo una persona su tre ha uno scarso accesso all’acqua e ai servizi igienicosanitari; circa 2,2 miliardi di esseri umani non dispongono di un accesso all’acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per un semplice ma indispensabile comportamento igienico: lavarsi le mani; un gesto che a noi sembra banale, ma che, come abbiamo recentemente imparato, può evitare un’infezione potenzialmente mortale.

Moltissimi sono i dati che documentano come l’attuale modello di sviluppo stia distruggendo l’equilibrio del Pianeta; affrontare in profondità questo argomento esula dall’obiettivo di questo libro, mi limiterò quindi a ricordare l’impronta ecologica, un complesso indicatore che valuta il consumo delle risorse naturali da parte degli esseri umani, in relazione alla capacità della Terra di rigenerarle in modo tale da non modificare l’equilibrio del pianeta.
Ogni anno gli scienziati indicano l’Earth overshoot day, la data nella quale gli esseri umani hanno utilizzato la quantità totale di risorse biologiche che la Terra è capace di produrre nell’arco di dodici mesi; semplificando: quello che consumiamo da tale data fino alla fine dell’anno non verrà più rimpiazzato, provocando quindi un impoverimento delle risorse del pianeta. Nel 2020 la fatidica data è arrivata il 22 agosto, ventiquattro giorni dopo l’Earth overshoot day del 2019 che era stato il 29 luglio. Questo “risparmio” si è realizzato grazie ai blocchi dell’attività umana conseguenti alle misure decise per contrastare la diffusione del Coronavirus. Quest’anno consumeremo comunque circa il 60% in più delle risorse che potranno essere rinnovate dalla madre Terra.

La soluzione non è quella di augurarsi per il prossimo futuro un virus ancora più aggressivo, in grado di obbligarci a ulteriori lockdown, ma di essere capaci di modificare il nostro stile di vita per garantire un futuro all’umanità, superando un modello fondato su uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta. Le conseguenze le conosciamo: distruzione della natura, deforestazione, allevamenti intensivi e conseguente diffusione di elementi inquinanti in grado di danneggiare l’ambiente naturale, le piante e gli animali e di produrre/liberare agenti patogeni che possono costituire una minaccia per la nostra salute anche interrompendo e modificando le catene alimentari degli animali e diventandone noi stessi un eccellente mezzo di trasporto.

La salute universale e chi la minaccia 
Dalla conclusione della Seconda guerra mondiale si sviluppò, a livello globale, una grande attenzione per la salute collettiva come parte integrante di un percorso di rinascita dopo l’orrore nazista: nel 1946 nasce l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia e, subito dopo, il 22 luglio 1946, viene fondata l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che inizia ufficialmente la sua attività il 7 aprile 1948 e definisce la salute come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità».
Nell’Atto di costituzione dell’Oms viene affermato che «il godimento del più alto livello raggiungibile di salute è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, religione, credo politico, condizione economica o sociale».

Secondo l’Oms, i governi nazionali sono i primi responsabili della tutela e della promozione della salute dei loro cittadini e la qualità e il funzionamento dei sistemi sanitari nazionali sono elementi fondamentali per giudicare lo sviluppo sociale ed economico di un Paese.
Sono gli anni della “salute al primo posto”, dell’assistenza sanitaria di base per tutti, delle iniziative per ridurre la mortalità infantile, della prima lista dei farmaci essenziali per «soddisfare le necessità di cura della maggioranza della popolazione», argomenti che nel 1978 saranno al centro della conferenza di Alma Ata, il punto più alto raggiunto dall’elaborazione dell’Oms, dove s’ipotizza un servizio sanitario fondato sui principi di equità, partecipazione, prevenzione e approccio multidisciplinare. In Italia, il 1° gennaio 1948, entra in vigore la Costituzione repubblicana, che all’articolo 32 recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti […]» e all’articolo 3 è stabilito che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]».

In poche righe sono concentrati concetti importantissimi: la salute è un diritto fondamentale e di tutti (si parla di individui, non di cittadini italiani), la condizione economica non può costituire una barriera al diritto alla cura, lo Stato deve garantire concretamente questo diritto, che non va solo a vantaggio del singolo, ma che porta un beneficio all’intera collettività.
In sintonia con queste affermazioni, trent’anni dopo, nel 1978, fu approvata la Legge 833 di riforma sanitaria che istituiva il Servizio sanitario nazionale, con un forte messaggio di universalismo: l’accesso ai servizi è gratuito, perché sostenuto dalla fiscalità generale con una proporzionalità in relazione alle differenze di reddito. È l’epoca dell’istituzione dei consultori, della partecipazione nella gestione dei servizi sociosanitari, dello sviluppo della medicina del lavoro, della (lenta) chiusura dei manicomi, della nascita di associazioni come Medicina Democratica, fortemente impegnate nella difesa della salute collettiva.

Tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, contemporaneamente alla diffusione delle teorie liberiste dei Chicago Boys e all’ascesa al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, anche le priorità dell’Oms si modificarono in profondità: l’iniziativa privata e il mercato occuparono uno spazio sempre maggiore nell’elaborazione dei programmi sulla salute, spesso gestiti dalla Banca mondiale, sottoposti ai piani di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale e ai vincoli degli accordi sulla proprietà intellettuale dei farmaci stabiliti dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). L’Oms aprì il suo bilancio ai privati che, attraverso finanziamenti vincolati, ancora oggi ne condizionano pesantemente le scelte.

In questo contesto l’organizzazione dei servizi sanitari nazionali subì profonde modifiche, gli interventi sui contesti sociali tesi a migliorare le condizioni generali di vita, come parte integrante di un miglioramento della salute collettiva, hanno via via lasciato lo spazio agli interventi “verticali”, mirati alla singola patologia valutata in modo avulso dall’ambiente nel quale si è sviluppata. Gli obiettivi della pratica clinica si sono concentrati in modo esclusivo, o quasi, sul benessere del singolo individuo, a prescindere dalle sue relazioni sociali e ambientali.
Sono aumentate le differenze nell’aspettativa di vita anche all’interno delle medesime comunità locali, come dimostrò la scioccante indagine condotta nel primo decennio del nuovo millennio, sui cittadini di Calton, un quartiere alla periferia di Glasgow: qui, a causa del contesto sociale, l’aspettativa di vita degli uomini era di 25 anni più bassa di quella media dei maschi nel Regno Unito.
…………………………………………………..
Scrive Noam Chomsky nell’e-book Crisi di civiltà – Pandemia e capitalismo: «[…] Da tutta questa situazione si possono ricavare diverse lezioni, soprattutto, sugli aspetti suicidi di un capitalismo incontrollato e sul danno aggiuntivo procurato dalla piaga neoliberista. La crisi mette in luce quanto sia pericoloso trasferire il processo decisionale a istituzioni private svincolate da qualsiasi controllo pubblico e mosse esclusivamente dall’avidità, che è il loro dovere solenne, come ci hanno spiegato Milton Friedman e altri luminari invocando le leggi dell’economia sana».

Estratto del 4° capitolo del libro Senza Respiro – Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus in Lombardia, Italia, Europa, di Vittorio Agnoletto, ed. Altreconomia 2020, pubblicato sul nuovo numero del bimestrale di politica e cultura Su la testa che ha per titolo “Cambia il sistema, non il clima!”

*-* L’autore: Vittorio Agnoletto è medico specializzato in medicina del lavoro e insegna Globalizzazione e politiche della salute all’Università degli Studi di Milano. È stato portavoce del Genova social Forum nel 2001 e parlamentare europeo

Russia-Ucraina, c’è un’Italia che non vuole ripudiare la guerra

Military vehicles and tanks of Italy, Poland, Canada and United States roll during the NATO military exercises ''Namejs 2021'' at a training ground in Kadaga, Latvia, on Monday, Sept. 13, 2021. (AP Photo/Roman Koksarov)

Da un lato, le esercitazioni militari navali della Russia nel Mediterraneo, nell’Atlantico e nei Mari del Nord e gli spostamenti di truppe terrestri ai confini dell’Ucraina. Dall’altro, l’allerta del “blocco” occidentale che aumenta le unità delle truppe Nato nel quadrante orientale, spostandovi aerei, navi e soldati. In questa pericolosa partita a scacchi internazionale, che sembra preludere ad una invasione dell’Ucraina da parte della Russia e ad una conseguente risposta dell’Alleanza atlantica, spiccano come player più importanti Mosca, Washington e Bruxelles. Ma non sono gli unici. Ed è importante rendercene conto.

Nell’ipotesi sciagurata che la Russia passi dalle minacce ai fatti concreti, a fronte di una azione della Nato il nostro Paese non potrebbe certo tirarsi indietro, e si troverebbe impegnato nel conflitto con un ruolo assolutamente non marginale.

A chiarire l’entità dell’impegno dell’esercito tricolore attorno alle “zone calde” in Europa Orientale ci ha pensato l’Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x. In caso di guerra contro la Russia in Ucraina, infatti, «l’Italia si ritroverebbe in prima linea con propri assetti militari, terrestri ma soprattutto aerei e navali, che partecipano a missioni Nato a presidio dei confini orientali dell’Alleanza atlantica a un costo complessivo attuale di circa 78 milioni di euro», chiarisce l’Osservatorio in una nota.

Ma quali sono, nel dettaglio, gli assetti dispiegati dall’esercito italiano nella zona, e di che tipo di personale militare stiamo parlando? Andiamo con ordine.

Innanzitutto, come si spiega nel dossier di Mil€x, l’Aeronautica militare schiera una…


L’inchiesta prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’Europa (e l’Italia) alla canna del gas

13 January 2022, Belgium, Br'ssel: Climate activists protest in front of the EU Commission against a green EU label for nuclear power and gas. Photo by: Marek Majewsky/picture-alliance/dpa/AP Images

Questo sabato in tanti territori si manifesta per chiedere scelte giuste ed efficaci in grado di fermare il cambiamento climatico. Iniziative promosse da un vasto arco associativo, a cominciare dalle tre associazioni ambientaliste, Legambiente, Greenpeace e Wwf. L’obiettivo è informare la cittadinanza che le decisioni che si stanno prendendo vanno nella direzione opposta a quelle che consentono veramente di tagliare buona parte delle emissioni che alterano il clima del pianeta: un nuovo modello energetico e di mobilità rinnovabili e un progetto di società a cui serve produrre poca energia per garantire una vita dignitosa a tutte e tutti.

Si disse alla conferenza dell’Onu di Glasgow che il clima che cambia è come una seconda pandemia che semina distruzione e morte quanto quella sanitaria. Si predica bene e si razzola male, visto che, dopo settimane di discussioni poco trasparenti, Ursula Von der Leyen e la maggioranza della Commissione che presiede hanno deciso a maggioranza che gas e nucleare sono fonti energetiche da usare perché utili alla transizione ecologica. Non li ha fermati né la critica argomentata di una commissione di autorevoli esperti né l’opposizione di sei Stati membri, fra cui la Spagna. Una fesseria scientifica, ma anche una truffa. Deciderlo vuol dire togliere soldi pubblici alle rinnovabili per darli a queste due fonti. Doppiamente truffaldino perché, oltre alle risorse pubbliche, si indirizzano sul gas e il nucleare anche gli investimenti privati, attratti dalle possibilità di guadagnare presto e tanto, contrariamente alle rinnovabili sottoposte a innumerevoli e lunghe pratiche burocratiche.

La mobilitazione del 12 febbraio è solo un punto di partenza a cui farne seguire altre, se nei quattro mesi che mancano alla sua approvazione definitiva da parte del Parlamento europeo si vuole fermare la…


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO