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Francesca Fagioli: La patologia mentale non è un destino

Psichiatra e psicoterapeuta che da anni lavora nel servizio pubblico Francesca Fagioli si occupa in particolare dello sviluppo psicologico del bambino e dell’adolescente e delle patologie che possono insorgere in quella fase delicata della vita. Docente della scuola di psicoterapia Bios Psychè e componente del comitato editoriale della rivista scientifica Il Sogno della Farfalla, a lei ci siamo rivolti per capire come potrebbe essere potenziato il servizio sanitario per la salute mentale dedicato agli adolescenti, e cosa si potrebbe fare di più e meglio per la prevenzione.
Professoressa Fagioli, alla luce della sua esperienza anche in progetti di avanguardia per le acuzie, reputa sufficienti le cosiddette strutture di “primo intervento”?
In Italia il Servizio sanitario per la salute mentale dedicato agli adolescenti è sicuramente poco rappresentato e distribuito a macchia di leopardo sul territorio nazionale, non inserito in un programma condiviso ma lasciato a iniziative territoriali anche se molte di queste sono all’avanguardia.
In che modo andrebbe implementato e migliorato il Servizio sanitario per la salute mentale dedicato agli adolescenti?
Sarebbe importante usare le buone esperienze dei progetti esistenti considerandoli pilota per replicarli in tutti i servizi come modelli da applicare su basi scientifiche che rispondano ai criteri di efficienza ed efficacia. La ricerca, la clinica, la distribuzione delle risorse e l’organizzazione dei servizi dovrebbero lavorare in modo condiviso per lo stesso obiettivo. Fondamentale è avere un’idea teorica su base scientifica che imposti culturalmente la prassi operativa.
Quanto è importante la presenza degli sportelli d’ascolto nelle scuole?
Lo sportello di ascolto nelle scuole è una risorsa fondamentale per il lavoro di prevenzione. È fruibile da parte degli studenti ma anche dai docenti e dai genitori. Nel corso del tempo si è modificata l’idea, legata allo stigma, che chi accedeva al “Cic” così era chiamato, era un soggetto malato, un po’ “fuori di testa”. Ormai da vari anni i ragazzi che vengono allo sportello di ascolto sono adolescenti curiosi che pongono domande, alcune volte portatori di un malessere psicologico, altre volte preoccupati per un amico sofferente, ma comunque senza alcun senso di vergogna o d’imbarazzo nel venire a parlare con un operatore della salute mentale sia esso psicologo, infermiere o psichiatra.
Con la didattica a distanza si è potuto sopperire a questo strumento?
Durante la Dad, dopo un’iniziale difficoltà, con l’aiuto fondamentale della scuola che ha saputo organizzarsi, le richieste sono diventate numerose, sia su segnalazioni del personale scolastico sia direttamente, per lo più legate a situazioni di ritiro scolastico, ma anche di cyberbullismo e disturbi del comportamento alimentare, con un incremento di richiesta da parte dei genitori, preoccupati, quasi “svegliati”, essendosi resi conto di essere parte attiva dello sviluppo psicologico dei figli. Lo sportello d’ascolto è una possibilità, un’opportunità, se l’operatore non risponde, non suscita simpatia, lo studente si alza e va via ma se trova una risposta e non solo un ascolto si crea un sottile filo che permette di intercettare le situazioni a rischio e individuare precocemente il malessere nascosto. Altre volte, più semplicemente, una spinta all’autostima dà una marcia in più per affrontare la crisi del momento.
È vero che in Italia la salute mentale a livello pubblico è pensata quasi esclusivamente per gli adulti? Perché? Con quali conseguenze?
Le risorse della salute mentale per il 90 per cento sono destinate all’assistenza della cronicità, troppo poche quelle per l’acuzie e per la prevenzione. I servizi per adolescenti, per troppo tempo divisi dall’età in servizi di neuropsichiatria infantile e Centri di salute mentale adulti, nella veste nuova di servizi specifici per adolescenti, faticano a trovare applicazione. È necessario operare un cambio di paradigma che investa sulla prevenzione e sull’intervento precoce attraverso programmi di promozione della salute mentale, principalmente nelle scuole di ogni ordine e grado perché il malessere psicologico che esordisce in adolescenza ha le sue radici nella prima infanzia. Fondamentale intervenire quando la malattia mentale è ancora curabile e sui fattori e le relazioni che ne condizionano l’evoluzione.
I dati degli ultimi giorni dicono che usciamo da un anno e mezzo di pandemia con un milione in più di poveri rispetto a prima dell’emergenza sanitaria. Tantissime famiglie sono alle prese con la crisi economica e la perdita del lavoro. E la politica non sembra in grado di dare adeguate risposte ai bisogni e alle esigenze dei giovani. Quali ripercussioni può avere sui ragazzi la preoccupazione per un futuro così incerto?
Sicuramente delle ripercussioni importanti. Però se da una parte sappiamo che l’aggravarsi delle condizioni sociali determina un aumento statistico di tutte le malattie e anche di quelle psichiatriche, non possiamo fare un semplice sillogismo che dice che più si è poveri e più si è a rischio di malattia mentale perché questo non è vero. La malattia mentale non è dovuta a fattori sociali anche se può essere aggravata da questi.
Un altro dato preoccupante è la dispersione scolastica. Anche questa è aumentata durante la pandemia. Che effetti può produrre?
Viceversa il livello d’istruzione è un fattore protettivo nei confronti della malattia mentale e quindi sia l’incertezza sul futuro, sia la dispersione scolastica agiranno negli anni come determinanti negativi.
Cosa si può “rispondere” a chi in questo lungo anno e mezzo sui media ha descritto i giovani come oziosi, indisciplinati, addirittura untori acuendo i pregiudizi contro l’età adolescenziale?
Come abbiamo più volte raccontato, i giovani fin dai tempi dei clerici vagantes sono sempre stati la parte più vitale della società con la ricerca di sapere e conoscenza. In quest’anno e mezzo di pandemia la maggior parte degli adolescenti è stata in grado di reagire con energia e intelligenza, anche se le condizioni d’isolamento sono state per loro più pesanti che per chiunque altro. Pensiamo solo al fatto di dover seguire le lezioni a distanza con la Dad e non poter frequentare i luoghi abituali di ritrovo che per loro costituiscono un’esigenza primaria. Ci sono state delle minoranze che in nome di un’apparente ribellione, che cela una fatuità, non hanno osservato le regole del distanziamento e le precauzioni necessarie. Come un altro fattore potenzialmente distruttivo che può aver portato a comportamenti oziosi, indisciplinati, addirittura antisociali, può essere ricercato nel fenomeno per cui ai giovani chiusi all’interno delle mura domestiche sono venute a mancare le solidità delle relazioni affettive esterne, dalla scuola allo sport, semplicemente agli amici e hanno visto aggravarsi conflitti preesistenti, sotto soglia, nascosti dalla routine della vita quotidiana in famiglia. Quindi, non untori o sprovveduti ma, alcuni giovani superficiali, alcuni giovani che si sono ammalati, ma sicuramente una gran parte sono stati ragazzi orgogliosi e coraggiosi che hanno lottato e che hanno cercato un sentire insieme per ricominciare.


L’articolo è stato pubblicato su Left del 25 giugno – 1 luglio 2021

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Gli stercorari e il poliziotto

Alle 19 di sabato scorso a Roma in via Marsala, di fianco alla stazione Termini Ahmed Brahim ha dato in escandescenze con un coltello in mano. Un agente della Polizia Ferroviaria dà l’allarme e sul posto arrivano alcuni poliziotti e uomini dell’esercito. Un video documenta gli attimi in cui l’uomo brandisce il coltello e i militari provano a tenersi a distanza di sicurezza colpendolo con un manganello. Ad un certo punto un agente della Polfer spara ferendo Brahim alla gamba. L’uomo è stato già denunciato per violenza e minacce a pubblico ufficiale in diverse occasioni, è irregolare in Italia ma al momento non è stato possibile espellerlo a causa delle difficoltà riscontrate nell’eseguire le procedure di riconoscimento presso i consolati competenti di Gambia, Costa d’Avorio e Ghana (sempre a proposito di chi sparla con molta superficialità di “rimpatri di massa” senza conoscere le enormi difficoltà nel sistema). Ora dovrà rispondere delle accuse di minacce e resistenza a pubblico ufficiale, porto abusivo d’arma e un’iniziale accusa di tentato omicidio che è poi subito decaduta: si trova ricoverato in ospedale piantonato e non è in pericolo di vita.

Come è ovvio che sia la Procura ha aperto un’indagine anche sul poliziotto. Chiunque sappia un minimo di legge sa perfettamente che l’apertura dell’indagine è un atto dovuto e chiunque sappia poco poco di democrazia dovrebbe immaginare che se qualcuno spara a qualcun altro ci siano delle indagini che accertino la dinamica degli eventi. È proprio una questione di “sicurezza”. L’istruttore dei militari, tanto per citare un parere, ha dichiarato che lui non avrebbe esploso nessun colpo non essendoci nelle immagini a disposizione i segnali di minacce imminenti verso gli agenti. Ma siamo sempre nel campo delle illazioni: nessuno meglio di una Procura può accertare con serenità i fatti. Le indagini sono a garanzia anche del poliziotto, ovviamente.

Cosa è accaduto? Ieri sobillati da Salvini e Meloni in molti ci hanno tenuto a vomitare odio e razzismo dichiarando di essere “dalla parte del poliziotto”, ovviamente basandosi sui processi direttamente sui social come piacciono ai due capipopolo sovranisti e una marea di odio verso la Procura (sono perfino tornate di moda le “toghe rosse” in alcuni commenti) ha invaso la rete. Giorgia Meloni aizza i suoi scrivendo «Incondizionata solidarietà all’agente: l’unico atto dovuto era intervenire per fermare un soggetto estremamente pericoloso, che con un coltello minacciava le Forze dell’ordine e avrebbe potuto fare del male a cittadini e passanti», emettendo direttamente una sentenza, dicendoci che stiamo a posto così. Evviva. Salvini riporta le parole della sedicente giornalista Annalisa Chirico che ci spiega come «solo in Italia se reagisci a un teppista che si agita con un coltello in mano finisci indagato», un’affermazione completamente falsa. Poi Salvini twitta una scena di poliziotti che salvano una bambina, che non c’entra niente con l’episodio di Termini, con una sua solita frase da bar: «Invece di essere indagati, donne e uomini in divisa andrebbero solo ringraziati!». Marco Gervasoni, il professore universitario indagato idolo dei sovranisti, ci mette tutto il suo spessore culturale e giuridico e scrive: «Ecco pazzesco la giustizia sta con i clandestini delinquenti come sempre».

Insomma, la loro idea di sicurezza è che se qualcuno in divisa spara un colpo non ci debba essere un organo che valuti le responsabilità. Non è proprio sicurissimo il Paese che hanno in mente ma sono troppo presi dalla propaganda per rendersene conto.

Gli stercorari sono scarabei che si nutrono di sterco e che raccolgono il loro nutrimento (per conservarlo o per deporvi le uova) facendone caratteristiche pallottole e facendole rotolare sul suolo. Se non fossero scarabei ma fossero segretari di partito o esponenti politici o “intellettuali” di riferimento quella pallottola la farebbero raccogliendo in giro le notizie di cronaca nera (meglio se con un clandestino di mezzo) per farle rotolare sul suolo dei loro seguaci e nutrire la rabbia e una visione utilmente ignorante (delle regole di una democrazia) per farne propaganda.

Indovina le differenze.

Buon giovedì.

I baciapile sono il problema

Toh, si stupiscono. La Chiesa fa la Chiesa, fedele al suo marchio e sempre in linea con il proprio marketing, decidendo di ergersi a moralizzatrice su un disegno di legge, il ddl Zan, che si propone di legittimare persone che dovrebbero essere libere e che invece devono nascondersi da una “caccia all’omo” (tanto per citare il bel libro di Simone Alliva) che imperversa. La Chiesa fa la Chiesa, appunto: figurati se può osservare senza spavento la libertà degli altri chi governa il proprio consenso con i dogmi, figurarsi se può guardare al progresso chi ha nella sua ragione di esistere un conservatorismo con duemila anni di storia.

Ieri la Chiesa ci ha fatto sapere che secondo loro la legge Zan violerebbe il Concordato. Una persona normale, laica e consapevole dell’importanza di vivere in un Paese laico, avrebbe colto al balzo l’occasione per rispondere che sì, che è vero, che quindi forse è davvero il caso di abolire il Concordato e invece come sempre accade la crosta clericale che affligge la nostra cultura popolare è riuscita a dare il peggio di sé. Penosa, lasciatemelo dire, la politica: una parte ha ovviamente preso la palla al balzo per fomentare la propria battaglia contro i diritti degli altri (normale e prevedibile: quando la Chiesa fa la Chiesa concima certa destra con grande fervore) ma l’altra (quella che dovrebbe essere laica) addirittura si imbarazza, arrossisce, ci fa sapere (come dicono fonti del Pd) che “si cercherà un’interlocuzione”. Ma davvero? Si va a discutere di educazione sessuale da chi la sessualità ce l’ha castrata per dogma (con pessimi risultati, tra l’altro)? Si discute di “famiglia naturale” con quelli di una roba a tre con un angelo? Dai, siamo seri, su.

La Chiesa fa la Chiesa, quello è il suo ruolo ed è legittimo che lo faccia ma che le ingerenze politiche ancora oggi ottengano risultati è qualcosa che davvero non si riesce nemmeno a scrivere. Ma non eravamo nell’era “della scienza” come ripetevano tutti? Che è successo? Ma vi immaginate un dibattito su una proposta di legge qualsiasi se domani l’Islanda ci facesse sapere di non apprezzarla? A proposito: ore meravigliose passate a osservare questi sovranisti in difesa della Patria che stanno godendo per l’invasione legislativa di uno Stato straniero come il Vaticano. Se arrivasse un cronista straniero, uno non figlio della cultura che permea questo Paese fintamente perbenista e paracattolico non troverebbe nemmeno un senso. La fede è la fede, la politica è la politica: mischiare le due cose è una manipolazione.

Siate fedeli, alla Costituzione e a quell’articolo 7 che dice «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Anzi cogliamo la palla al balzo e parliamo anche dell’8×1000 inoptato, dell’Imu sugli immobili della Chiesa, dei finanziamenti alle scuole paritarie, dell’ora di religione a scuola, del motivo per cui non si può parlare di eutanasia, cannabis, matrimonio egualitario. Insomma, se ci pensate sarebbe un assist non indifferente perché la sinistra faccia la sinistra.

Ma il problema non è il Vaticano che è stato spesso dalla parte sbagliata della Storia (pedofilia, inquisizione, pensiero magico e antiscientifico, oppressione delle donne, omofobia, sessismo, patriarcato) ma chi continua a permetterlo. Ancora. Il 23 giugno del 2021.

I baciapile sono il problema.

(A proposito: questo è un buon momento per smettere di considerare il Papa un riferimento per la sinistra, che dite?)

Buon mercoledì.

Fedeli alla linea

© Roberto Monaldo / LaPresse 27-05-2010 Citta' del Vaticano Interni 61ma assemblea della Conferenza Episcopale Italiana Nella foto Vescovi durante l'assemblea © Roberto Monaldo / LaPresse 27-05-2010 Vatican City 61th Assembly of the Italian Episcopal Conference In the photo A moment of assembly

Se ne sta in disparte la Conferenza episcopale italiana riguardo il dibattito sulla legge Zan. O almeno così pare. In realtà, come sempre quando di mezzo ci sono diritti civili “sgraditi” al Vaticano perché non coerenti con i capisaldi della cultura cattolica, anche in questo caso sono i vescovi a dettare la linea ai leader delle destre, e più in generale a tutti politici baciapile. Lo si nota mettendo a confronto i comunicati della Cei con le affermazioni fotocopia negli ultimi mesi dei vari Salvini, Meloni, Tajani e personaggi di contorno come Pillon. Quello che recitano costoro non è altro che lo spartito redatto dai vescovi quando nel giugno scorso il ddl Zan arrivò finalmente alla Camera (dove è stato approvato 5 mesi dopo). Non serve una nuova legge, «non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni» ammoniva il 10 giugno 2020 la Cei paventando anche «derive liberticide» in realtà inesistenti. Secondo i vescovi infatti sottoporre «a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione». E ancora: «Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso». Sappiamo che questa affermazione è falsa (anche solo per via dell’articolo 4 del ddl Zan, vedi box). Tuttavia essendo di facile comprensione e quindi di facile diffusione non a caso è la più gettonata dai leader politici oltre che da organizzazioni integraliste come Pro Vita et similia che stanno facendo propaganda in ogni dove per far fallire il voto in Senato.

O meglio, quella affermazione è solo parzialmente vera. È vero infatti che la legge già oggi prevede che l’istigazione alla discriminazione e alla violenza per ragioni etniche, nazionali e religiose sia considerato un reato con un’aggravante per delitti commessi per finalità di odio etnico, razziale o religioso (legge Mancino).

Quel che non vogliono la Cei e i suoi sodali è che i crimini d’odio o le aggravanti fondate su ragioni di odio debbano valere anche quando il bersaglio sono persone Lgbt e disabili. Dire dunque che questa equiparazione rischi di punire penalmente la propaganda a favore della famiglia cosiddetta tradizionale è dire il falso e farlo consapevolmente. Perché significherebbe che la legge Mancino punisce anche il proselitismo religioso, cosa che palesemente non fa e questo la Cei lo sa benissimo. Però tutto fa brodo.

Perché tanta agitazione dei vescovi? Forse perché è fondamentale impedire che si disvelino definitivamente anche da noi venti secoli di reiterata negazione di diritti umani e civili basata su fandonie violentissime sulla realtà umana e intromissione nella vita privata dei cittadini. Un piccolo esempio. «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati – cita il Catechismo al canone 2357 – Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita… In nessun caso possono essere approvati». E poi più avanti al canone 2360, il primo del capitolo intitolato “L’amore degli sposi”: «La sessualità è ordinata all’amore coniugale dell’uomo e della donna». La matrice di queste “idee” è il VI Comandamento (“Non commettere atti impuri”) ma non vi ricorda l’ultimo Tajani quando dice che la donna si realizza solo con la maternità e che la famiglia senza figli non esiste? La cultura della discriminazione delle persone omosessuali va dunque preservata perché porta con sé la visione dell’identità di donna che si realizzerebbe solo quando è moglie e madre. Una visione è bene ribadirlo tanto cara anche ai fascisti di ieri e di oggi.

È dunque lecito pensare che la strenua opposizione della Chiesa al ddl Zan vada ben oltre il rifiuto (a parole) dell’omosessualità. Addirittura potrebbe essere in gioco uno dei pilastri della cultura e del potere ecclesiastico il cui baricentro è in Italia. Forse è esagerato come pensiero. O forse no. Del resto sono ormai 25 anni che si tenta di varare una legge contro l’omofobia, visto che le prime proposte furono presentate nel 1996 quando era presidente del Consiglio Romano Prodi.

Nelle ultime tre legislature, prima del ddl Zan, il tentativo è stato poi affidato a parlamentari espressione dell’associazionismo Lgbt, come Franco Grillini o Anna Paola Concia, ma senza esito. Per capire in che modo la Chiesa gestisce queste situazioni e quale pericolo intraveda nel via libera al riconoscimento di determinati diritti, vale qui la pena ricordare cosa accadde alle due proposte di legge del 1996.

Nell’ottobre 1998, dopo la caduta di Prodi, il governo D’Alema volle “coprirsi” a sinistra mandando avanti temi sui diritti civili. Il deputato del Ppi Paolo Palma che ne fu relatore ha raccontato all’Ansa come andò. A fine maggio 1999, «una volta messo a punto il testo unificato volli confrontarmi con il mio vescovo (di Cosenza, ndr) e lui mi fece solo una piccola osservazione, peraltro di buon senso, che raccolsi». L’1 luglio 1999 il deputato cattolico presentò il testo unificato in Commissione. Come l’attuale testo Zan, si estendevano le sanzioni penali della legge Mancino ai comportamenti violenti o discriminatori motivati da ragioni di “orientamento sessuale”. In più vi erano norme sulla privacy e misure antidiscriminatorie sul lavoro e nella scuola. Il testo ebbe l’appoggio del governo e il sostegno della maggioranza (Ppi, Ds, Verdi, Socialisti) e del Prc.

L’opposizione ovviamente fu durissima, con An e Ccd in testa. Ci fu chi equiparò l’omosessualità alla pedofilia e chi, come Carlo Giovanardi (allora vice presidente della Camera), riuscì a dire che la legge avrebbe finito «per tutelare anche comportamenti sessuali quali il feticismo e l’ingresso nelle forze armate degli omosessuali dichiarati» (!?).

Dopo queste perle arrivò il primo siluro della Chiesa attraverso il cardinale Ersilio Tonini, influente “comunicatore” e molto presente in tv sui canali Rai durante gli anni Novanta: «Tonini non aveva letto il mio testo – racconta Palma – e fu subornato da Giovanardi, il più feroce avversario alla Camera». Il 2 ottobre 1999 Pieluigi Castagnetti venne eletto segretario del Ppi e chiese a Palma di andare a parlare con la Cei per tranquillizzarla: «Non ero entusiasta perché non mi piaceva l’idea che il legislatore dovesse passare gli scrutini della Chiesa, ma andai. Incontrai mons. Betori (che nel 2001 sarebbe diventato segretario generale della Cei, ndr) a cui spiegai che la legge non avrebbe scassato le famiglie ma solo protetto da discriminazioni e violenze delle persone deboli, ed era quindi una legge cristiana». «Lei ha ragione – disse Betori a Palma – ma noi guardiamo lontano; se ad un muro togli un mattone, poi l’edificio crolla». Una frase che da sola spiega tutto, no? Palma incontrò successivamente anche mons.


Antonelli, allora segretario generale della Cei, ma evidentemente non lo convinse. «Fecero delle pressioni fortissime per fermare tutto». In effetti poco dopo il governo D’Alema preannunciò un proprio disegno di legge che bloccò l’iter della legge, e dopo la sconfitta del centrosinistra alle regionali del 2000, l’esecutivo cadde. Il muro vaticano aveva tenuto.


L’articolo è tratto da Left del 14-20 maggio 2021

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La dittatura Montesanitaria

L’altro ieri Enrico Montesano, triste come possono essere tristi i comici quando non fanno più ridere, ha pensato di condividere un video in cui sputare i suoi soliti ridicoli complotti sulla pandemia. Sosteneva che secondo una fonte «di rango» dell’Avis il sangue dei vaccinati anti Covid19 si sarebbe coagulato, tanto che i centri avrebbero gettato via le sacche. Per chi non sapesse il comico che non fa ridere già da tempo si è ritagliato il suo piccolo palcoscenico tra la platea di no vax, negazionisti e complottisti vari.

L’Avis ha risposto direttamente sul suo sito facendo rimediare a Montesano una figura barbina: «Donare il sangue dopo aver ricevuto il vaccino contro il Covid non comporta alcun rischio né per il donatore stesso né per i pazienti a cui trasfonderlo. Affermare il contrario, come ha fatto il signor Enrico Montesano nel suo video, è un gesto altamente pericoloso per gli equilibri del nostro sistema sanitario, ma in particolare lesivo nei confronti di Avis e di tutti i donatori che, quotidianamente, compiono questo gesto di solidarietà, a garanzia del diritto di cura di ogni malato», ha scritto il presidente Gianpietro Briola, aggiungendo di comprendere «la voglia di notorietà e pure la convinzione delle proprie idee» (cattivi, eh) chiarendo che «temi come questo non devono basarsi su percezioni, paure o, peggio, diffamanti affermazioni».

Montesano, che come tutti i ribelli diventa pecora appena ha paura di essere toccato sul portafoglio, ha fatto un nuovo video in cui ritratta poi ci dice che comunque ha il diritto di avere le sue idee e che è un uomo libero e che la colpa è del governo e tutto il resto. Mi sono permesso di rispondergli con un commento (mi capita raramente di farlo) che diceva così:

«Vedi caro Montesano, l’aspetto più triste non è l’enorme boiata che hai sparato
su sangue che si coagula e sacche “buttate via”, recitata con la stanca boria che
contraddistingue un attore a corto di repertorio. L’aspetto più inquietante è che in un momento come questo l’Avis abbia dovuto spendere tempo e energie per
rispondere al letame che irresponsabilmente hai sparso per ottenere un qualche
timido applauso ammaestrato. E poi c’è un punto, ancora più sostanziale:
nonostante l’enorme figura barbina che sei riuscito a collezionare ancora spendi
un po’ di presunzione a parlare di “mezzi di informazione”, tu che scambi per
“informazione” il “sentito che” per moltiplicarlo ai tuoi fans. Vai controcorrente
come vanno controcorrente quelli che per distinguersi semplicemente dicono il
contrario, sapendo che è più facile spiccare tra i cretini che lì dove contano le
opinioni e le prove alle proprie tesi. Giochi a fare il protagonista di una scemotta
commediola che andrebbe in seconda serata scambiando la ridicolaggine per
comicità. E ancora scrivi “ho le mie idee” come se il fatto siano tue basti a
leggittimarle. Tu hai le tue idee. Noi abbiamo il diritto di additarle come cretine».

E sapete cosa ha fatto Enrico Montesano il difensore della libertà di avere idee cretine? Mi ha bannato. Anzi, come direbbero loro, mi ha “censurato”, probabilmente perché sono contro i poteri forti. O probabilmente perché anche lui, come capita spesso, reclama solo il diritto di avere idee che siano confacenti alle sue. Il sovranismo delle opinioni, insomma.

E allora ho capito: ha ragione Montesano, siamo nel bel mezzo di una dittatura Montesanitaria.

(Se passate di lì salutatemelo, fategli leggere questo pezzo, raccontategli di un povero giornalista oscurato dal sistema, vittima del Montesanamente corretto)

Buon venerdì.

A proposito: vi siete abbonati qui, vero?

Figliuolo, ci siamo persi il tracciamento

Foto Marco Alpozzi/LaPresse 14 Aprile 2021 Torino, Italia Cronaca Apertura del nuovo centro vaccinale del Lingotto a Torino. Nella foto: Francesco Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 Photo Marco Alpozzi/LaPresse April 14, 2021 Torino, Italy News Opening of the new Lingotto vaccination center in Turin. In the pic: Francesco Figliuolo,

Cinquanta casi di Covid su 100mila abitanti ogni sette giorni. Nell’ultima settimana di maggio, quasi tutte le regioni sono rientrate al di sotto di questa soglia. Tutte, nella prima di giugno. Ora, potrebbe sembrare un traguardo simbolico. Ma non lo è. Per almeno due motivi, che ci riguardano da vicino.

Primo. Restare per tre settimane consecutive al di sotto di questo livello di incidenza del contagio è il criterio principe fissato per far transitare le regioni nella bramata “zona bianca”. Secondo. Non oltrepassare i cinquanta contagi alla settimana ogni 100mila cittadini è il presupposto base perché possa riprendere un tracciamento sistematico del contagio. Da mesi l’Istituto superiore di sanità continua a ribadire il concetto: solo se non si supera questa asticella si potrebbe tornare a tracciare seriamente, e dunque a “contenere” la diffusione del virus, non più solo a “mitigarla”.

Tracciare bene, in questa fase, è una partita decisiva per evitare nuove sofferenze e restrizioni. Ma, al momento, la stiamo perdendo. E troppo poco è stato sinora l’impegno del governo e del commissario all’emergenza sanitaria Figliuolo su questo frangente. Peraltro, per iniziare a cambiare rotta, basterebbero alcuni accorgimenti non troppo impegnativi. Ma raccontiamo questa vicenda dall’inizio.

Come funziona, ad oggi, il tracciamento? Si svolge in due modi. C’è quello “analogico”, tradizionale per così dire, effettuato di persona dagli operatori dei Dipartimenti di prevenzione delle Asl, e quello “digitale”, 2.0, realizzato con l’app Immuni. Entrambi i metodi sono fondamentali, ora più che mai. Per diversi motivi. Innanzitutto perché il…


L’articolo prosegue su Left dell’18-24 giugno 2021

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Per il logorio del giornalismo moderno

È accaduto qualcosa di significativo negli ultimi giorni intorno alla sentenza con cui il Tar del Lazio ha dato ragione all’avvocato Andrea Mascetti, uomo molto vicino alla Lega e a Attilio Fontana protagonista a ottobre 2020 di una puntata di Report intitolata “Vassalli, valvassori e valvassini” che indagava sugli appalti pubblici in Lombardia.

Nella sentenza del Tar si legge che Mascetti aveva chiesto di accedere a tutto il materiale informativo, in particolare «tutte le richieste rivolte dai giornalisti e dalla redazione di Report, tramite e-mail o con qualsiasi mezzo scritto o orale, a persone fisiche ed enti pubblici (Comuni, Province, ecc.) o privati (fondazioni, società, ecc.), per ottenere informazioni e/o documenti riguardanti la persona dell’avv. Andrea Mascetti e la sua attività professionale e culturale».

Nella sentenza sostanzialmente si equipara l’attività dei giornalisti della Rai a una mera attività amministrativa (e per questo stiamo parlando di Tar) con un obbrobrio giuridico che appare subito evidente che di fatto discriminerebbe i giornalisti Rai rispetto a qualsiasi giornalista di qualsiasi testata privata impedendo nel servizio pubblico il giornalismo d’inchiesta. Il Tar infatti chiede di pubblicare “dati” e “informazioni” detenuti dalla Rai, perché giudica la Rai sul piano dell’accesso documentale, assoggettabile ai “gestori di pubblici servizi” pur nella sua veste formalmente privatistica di S.p.a. e pur agendo mediante atti di diritto privato. Per il Tar il segreto della fonte non è applicabile sullo scambio di mail tra i giornalisti di Report e i dipendenti della pubblica amministrazione, perché equipara il lavoro giornalistico svolto in Rai a un atto amministrativo.

E qui sta il punto: un nutrito gruppetto di indignati dalle parti di Italia Viva (con il solito deputato renziano Luciano Nobili usato come ariete) ha cominciato a fare burocraticissime lezioni di giornalismo spiegandoci che il tribunale non ha richiesto di svelare le fonti (come se il mostrare la corrispondenza non sia di fatto un disvelamento delle fonti) e insistendo con la tiritera che la “Rai la pagano i cittadini” e che quindi, secondo l’idea di alcuni renziani e di una certa cricca, dovrebbe essere “servile” più che servire il proprio mandato editoriale. Ovviamente tutta gente che ha usato il giornalismo come megafono e che non ha idea di cosa significhi proteggere una fonte.

L’odio dei renziani nei confronti di Report (colpevole di avere toccato il loro illustre capetto) ha raggiunto livelli infimi nel fingere di essere esperti di giornalismo per vendicarsi con il loro nemico, il conduttore Sigfrido Ranucci in testa, con lo stesso populismo che fingono di combattere e che invece praticano tutti i giorni tutto il giorno. Dal canto suo Ranucci ha già dichiarato che non svelerà le fonti e che proteggerà il suo essere giornalista, incassando ovviamente la solidarietà di molti.

Chiariamo un punto: se qualcuno si sente diffamato da un servizio giornalistico ha la facoltà di agire per vie legali, presentando una querela e lasciando valutare un giudice. Che il Tar possa diventare l’ufficio “sputtanamento delle fonti” con una semplice richiesta di accesso agli atti sancisce la fine di qualsiasi giornalismo d’inchiesta in Rai, con buona pace dei potentati di turno.

Ma l’aspetto grave è anche altro: l’irresponsabilità di un partito politico (con più parlamentari che elettori) che per vendetta personale non si accorge di logorare il giornalismo tutto inserendosi in un’antica delegittimazione del giornalismo sfruttando qualsiasi occasione (da parte di molte forze politiche) sognando un Paese inzerbinato. Sono quelli che pensano di potersi togliere qualche sassolino di vicende personali senza rendersi conto di concorrere a un progetto di logoramento molto più ampio.

I soliti piccoli cortili che convergono nel rendere ogni giorno questo Paese peggiore. La convergenza dei cretini più o meno inconsapevoli morde ogni giorno le fondamenta della democrazia. Avanti così. Buon lunedì.

 

Srebrenica, l’ultimo oltraggio

Former Bosnian Serb military chief Ratko Mladic imitates taking pictures as he sits the court room in The Hague, Netherlands, Tuesday, June 8, 2021, where the United Nations court delivers its verdict in the appeal of Mladic against his convictions for genocide and other crimes and his life sentence for masterminding atrocities throughout the Bosnian war. (AP Photo/Peter Dejong, Pool)

Nell’ora della sentenza di condanna definitiva di Ratko Mladić, ex comandante dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel conflitto armato, Srebrenica è silenziosa come nei giorni in cui le ferite si approfondiscono. Le strade sono vuote, un silenzio che pare un urlo strozzato.
La barbarie compiuta tra il 10 e il 19 luglio del 1995, di cui Mladić è stato ritenuto colpevole, è una ferita non trattata, ancora priva del riconoscimento tra vittime e carnefici. Dopo tre anni di assedio di Srebrenica, le milizie guidate dal generale serbo bosniaco perpetrarono il genocidio più grande in Europa dalla Seconda guerra mondiale ai danni della popolazione maschile locale e dei profughi bosgnacchi (i bosniaci musulmani). In pochi giorni scomparvero oltre ottomila persone.

L’8 giugno, data del pronunciamento del Meccanismo residuale per i tribunali penali internazionali (Irmct), l’organo che ha preso il posto del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia delle Nazioni Unite (Icty), sul processo d’appello Mladić, a Srebrenica, a parte una nutrita presenza dei media, non c’è stata nessuna particolare manifestazione.
«Credo che ognuno tra le mura domestiche conduca le proprie battaglie interiori e si stia misurando con alcune verità. I leader religiosi e politici continuano a manipolare le paure, i numeri e la verità. Le persone restano schiavizzate dai rispettivi traumi e dalle sofferenze che li consumano. A volte credo che noi, cittadini di Srebrenica, saremo inghiottiti da questi inammissibili silenzi».

A parlare è Valentina Gagić Lazić, tra le anime della comunità interetnica Adopt Srebrenica, nata nel 2005 con il sostegno della Fondazione Alex Langer, che è un laboratorio di socialità e convivenza. Lei è arrivata in città nel settembre del 1995 con il marito, anch’egli un profugo serbo bosniaco. Ha riconosciuto e preso piena coscienza del genocidio, quando i profughi musulmani hanno cominciato a tornare. Dal 1999 lavora insieme alle donne di Srebrenica, che nel luglio del 1995 hanno visto svanire padri, mariti e figli.
La sede dell’associazione dista pochi chilometri dai ruderi dell’ex base Onu di Potočari, dove sembra di respirare ancora la solitudine e il terrore vissuti dalle migliaia di persone che vi cercarono inutilmente la salvezza davanti all’inerzia e alla resa dei Caschi blu olandesi. Sull’antistante collina di Potočari, nel Memoriale aperto quindici anni fa, giacciono le spoglie mortali di 6.539 dei 6.973 bosgnacchi finora riconosciuti grazie all’esame del Dna.
«A cinque chilometri da qui, nella cittadina di Bratunac, alla vigilia della sentenza si è tenuta una celebrazione in onore di Mladić – dice Emir Suljagić, direttore del Memoriale del genocidio di Srebrenica -. Esiste un…


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Ana, Ado, Monica e i due generali

In una fiaba dei Balcani si racconta di un pastore che mentre faceva pascolare le sue pecore vide un serpente in mezzo alle fiamme. Dopo essere stata salvata dal fuoco, la serpe, per ricompensare il pastore, lo conduce al cospetto di suo padre, lo zar dei serpenti.
«Tu non pretendere nulla», disse la serpe al pastore «chiedigli soltanto la lingua indicibile».«Come posso ricompensarti per aver salvato mio figlio?» chiese lo zar al pastore. «Non voglio nient’altro che la lingua indicibile», rispose il pastore. Allora lo zar si avvicinò alla bocca del pastore e ci sputò dentro: «Ora hai la lingua indicibile. Bada però di non dire niente a nessuno, altrimenti morirai all’istante».
Ado ha otto anni nel luglio del 1995. Suo padre è rimasto a Srebrenica mentre lui, insieme alla madre e i due fratellini, si è rifugiato a Tuzla.
Monica, all’inizio del 1993, ha solo diciannove anni ma è già una delle più grandi campionesse di tennis di tutti i tempi battendo ogni record dentro e fuori la Jugoslavia.
Ana vive in una bella casa di Belgrado. È prossima alla laurea in medicina e sul finire del 1993 riesce perfino a vedere un bel futuro davanti a sé.
Un anno prima, allo scoppio della guerra in Bosnia, due generali, entrambi serbi di nascita, si ritrovano dalle parti opposte della barricata. Ratko, che ha posto l’assedio alla città di Sarajevo, il più lungo dai tempi di Varsavia, domina la città dai monti circostanti; Jovan, invece, è risoluto a restare nella città assediata a difesa delle donne e dei bambini. Senza distinzioni. Non ha paura.
Ratko è stato membro della Lega dei comunisti Jugoslava: è jugoslavo e serbo, si professa ateo ed è un fervente cristiano ortodosso, un nazionalista; è affascinato dalle api e dopo aver occupato un villaggio, uccidendo gli uomini e violentando le donne, si reca personalmente a dare da mangiare alle bestie: «Anche le bestie devono sapere che sono arrivati i generali».
Jovan è semplicemente un uomo.
Monica non ha paura quando scende in campo. Ha sfidato e sconfitto tutte le avversarie: Evert, Navratilova, Sabatini, ma soprattutto ha spodestato dal trono la regina incontrastata del momento, la tedesca Steffi Graff.
Ado a Tuzla vede dalle finestre senza vetri il cielo illuminarsi di scie luminose e pensa che siano fuochi d’artificio quelli che passano sulla sua testa. La mattina, per mano alla madre, bussa alle porte delle case in cerca di un tozzo di pane.
Ana, ad un passo dalla laurea, si è guadagnata un viaggio premio a Mosca. È la prima volta che esce dalla Jugoslavia, fuori dalla Serbia.
Un mese di guerra è un evento terribile, un anno è atroce. Tre diventano la nuova condizione umana.
Fin dal 1991 Ratko è…


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Clara Gallini, l’esploratrice della terra sconfinata

Esistono studiosi che rifuggono da ogni facile inquadramento e incasellamento, giocano e plasmano i confini con l’originalità del loro pensiero. Clara Gallini è stata certamente tra questi. Come antropologa si è avventurata per i percorsi più svariati: dal folklore sardo all’Ottocento italiano, dal razzismo alla rete, fino al ritorno del simbolismo della croce. A novant’anni dalla nascita, l’uscita per le Edizioni Kurumuny di una sua nuova raccolta, Chiaroscuri. Storie di fantasmi, miracoli e gran dottori, ci offre l’occasione di ripensarne l’itinerario.

Cremasca di origine, si laureò in lettere classiche a Milano con una tesi di storia delle religioni e si perfezionò alla scuola romana di Raffaele Pettazzoni. Nel 1959 l’incontro che avrebbe cambiato la sua vita: Ernesto de Martino le propose, senza conoscerla ma sapendola molto brava, di seguirlo come assistente all’Università di Cagliari. La Sardegna, «la sua immagine poteva bastare per far paura a molti», ricorderà in seguito l’antropologa. Ma Gallini rispose e non ne venne nessuna sventura.
Delle pagine demartiniane del Mondo magico non aveva allora capito molto, confesserà, solo una cosa: «Che lì dentro c’era qualcosa di forte, dirompente, un pensiero vivo e attivo, che coniugava la nostra vita con quella degli altri». Da questa intuizione hanno preso le mosse i suoi primi studi, sull’argismo sardo, e tutta la sua ulteriore vita di ricerca. Ha tracciato un percorso autonomo rispetto a quello del maestro, tenendone però sempre ferma l’impostazione di metodo radicale e rivoluzionaria. Di fronte all’inaspettato che si incontrava sul campo, la domanda da farsi non era sulla “verità” o la “falsità” dei fenomeni magici, ma sul loro significato storico-culturale, restituendo alle donne e agli uomini il senso delle loro storie.

Nel 1983 esce La sonnambula meravigliosa (ripubblicato nel 2013). Un salto vertiginoso dal mondo insulare mediterraneo indietro fino all’Ottocento. Inizia per Gallini una ricerca sul manifestarsi, agli albori della contemporaneità, di fenomeni strani, imprevisti, apparentemente fuori tempo massimo. Sonnambule e magnetisti, spiritisti e fantasmi, miracolati e medici. È una storia nuova. Qui risiede l’estrema originalità del pensiero galliniano, la fondazione storico-antropologica di uno sguardo sull’Ottocento che, fino a quel momento, non era stato ancora tentato, un’etnografia del meraviglioso. È questo filone di ricerca che il volume appena edito ci permette di esplorare: una raccolta dei suoi articoli sparsi cui l’autrice stessa stava lavorando nel 2017, alla sua morte, e per la quale aveva già scritto un saggio inedito. I testi qui riproposti costituiscono, con il volume dell’83, una…


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