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Morti sul lavoro, uno stillicidio intollerabile

A worker operates at a construction site in Milan, Italy, Thursday, May 7, 2020. Italy began stirring again after the coronavirus shutdown, with 4.4 million Italians able to return to work and restrictions on movement eased in the first European country to lock down in a bid to stem COVID-19 infections. (AP Photo/Luca Bruno)

Due morti al giorno sul lavoro nel corso dei primi tre mesi del 2021: questo il dato fornito dall’Inail. La cronaca, invece, racconta che, negli ultimi giorni, una donna è morta in modo atroce in una fabbrica tessile e un uomo è deceduto dopo essere stato colpito da una lastra di cemento nel cantiere dove lavorava. Sono fatti inaccettabili, un lutto straziante per i loro cari, una ferita profonda per le loro comunità e per la coscienza nazionale. Sì, parlo di coscienza nazionale perché è un tema che investe ognuno di noi per la propria parte: la tutela della salute dei lavoratori e le norme di sicurezza non possono essere un optional. Non ci si può permettere un abbassamento del livello di guardia, come ci ricordano i dati sulle morti, sul luogo di lavoro e in itinere, che a gennaio, febbraio e marzo di quest’anno sono aumentate dell’11% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Quelli che stiamo vivendo saranno ricordati come i due anni in cui la pandemia ha fatto un numero di vittime come se fossimo in guerra, cogliendo il mondo impreparato alla sua violenza e costringendo scienziati e ricercatori a bruciare i tempi nella disperata corsa al vaccino. Ebbene, la strage continua sul lavoro non è causata da un nemico nuovo e invisibile quale è stato il Covid-19; è ancora conseguenza di inosservanza delle norme di sicurezza.

La crescita, dopo anni di un trend in calo, di incidenti e morti sul lavoro ci deve, dunque, interrogare. Come mai accade? Sbaglia chi pensa che se aumentano i morti sul lavoro vuol dire che ci sono più persone tornate nel ciclo produttivo perché sarebbe in atto una ripresa. La realtà ci racconta altro: ancora una volta noi ci basiamo su dati oggettivi, elaborati dal nostro Centro studi di Lavoro&Welfare (sulla base di statistiche dell’Inps, dei ministeri del Lavoro e della Salute). Ebbene, se prendiamo un termometro importante per verificare lo stato di salute della nostra economia, quello è senza dubbio la cassa integrazione: a gennaio, febbraio e marzo del 2020 l’Inps autorizzava mediamente 20 milioni di ore per ciascun mese, mentre nel corso del primo trimestre di quest’anno ne ha autorizzate mediamente 343 milioni, sempre al mese. Quindi, non è vero che ci troviamo di fronte a un’impetuosa ripresa produttiva in questi primi tre mesi del 2021, tale da giustificare un aumento degli incidenti sul lavoro. Sta accadendo qualcosa di diverso.

È possibile, ad esempio, che questo aumento di decessi sia in gran parte dovuto al…


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Legittima difesa?

A woman reacts while standing near the rubble of a building that was destroyed by an Israeli airstrike on Saturday that housed The Associated Press, broadcaster Al-Jazeera and other media outlets, in Gaza City, Sunday, May 16, 2021. (AP Photo/Adel Hana)

Questo non è un articolo per infiammare il tifo di Israele o della Palestina (in questo cronico errore di confondere i due popoli con i loro governi, di confondere la violenza di Hamas e di Netanyahu con i loro due popoli), questa è una semplice domanda.

Dall’inizio degli scontri il conto dei morti (fino a ieri) era di almeno 174 palestinesi. Times of Israel ieri sera scriveva che sarebbero almeno 47 i bambini uccisi. Ci sono 1.200 palestinesi feriti.

Sami Mshasha, direttore delle Relazioni esterne dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi che dal 1949 opera sul territorio ha raccontato: «Un bombardamento è accaduto nel campo di Shati. Ci sono giunte conferme che l’intera famiglia di 8 bambini e due donne sono morte nell’attacco. E ora stiamo cercando di capire quanti di loro studiavano nelle nostre scuole». Al quotidiano Domani ha detto: «I civili stanno pagando a caro prezzo questo conflitto. Ci hanno detto che molti dei bambini rimasti uccisi studiavano e studiano nelle nostre scuole, è una notizia estremamente triste e deplorevole» dice Mshasha che lancia un appello: «Chiediamo a tutte le parti coinvolte nel conflitto di fermare i bombardamenti indiscriminati nelle aree civili».

L’esercito israeliano ha abbattuto la torre Al Jala a Gaza che ospitava diversi giornalisti e le sedi delle emittenti internazionali per cui lavoravano, come Al Mayadeen, Voice of Prisoners, Doha media center, AP e Al Jazeera. Quando il proprietario della torre Al Jala, Jawad Mehdi ha chiesto al telefono con l’esercito israeliano di avere un po’ più tempo per sgomberare l’edificio l’ufficiale israeliano gli ha risposto al telefono: «È la vostra vita, non la mia, prega il Profeta». Israele dice di avere compiuto l’attacco perché il palazzo avrebbe ospitato rifugi di uomini di Hamas. Peccato che a oggi non esista nessuna prova dettagliata di quanto affermato da Israele. In compenso il portavoce delle forze armate israeliane, Jonathan Conricus, non si è limitato a parlare della presenza di Hamas all’interno della torre, bensì ha esplicitamente negato che la stessa ospitasse sedi di emittenti giornalistiche, affermazione che risulta in ogni caso falsa. Le forze armate israeliane parlano anche di uffici della Jihad Islamica, altra formazione islamista della Striscia, peraltro “in concorrenza” con Hamas. Anche in questo caso, prove, nessuna.

Ciò che è certo è che le voci che raccontano l’inferno con quel bombardamento sono state silenziate. Questo è un fatto incontrovertibile.

La domanda è: a voi sembra una difesa legittima? Proviamo a partire da qui.

Buon lunedì.

Nancy Fraser: «Il razzismo sistemico è endemico nel capitalismo»

Punto di riferimento costante del pensiero critico, delle lotte sociali e politiche contro il capitalismo e dell’attivismo femminista, Nancy Fraser non si sottrae alla «tempesta perfetta» che oggi si sta abbattendo su di noi. Il Covid ha gettato una luce abbagliante sul nostro mondo, rendendo inconfondibili le forze che lo attraversano, e tendendone fino al punto di rottura le contraddizioni endemiche. Certo, non manca nel lessico comune una consapevolezza del momento critico che oggi, ma forse già da decenni, stiamo affrontando. E tuttavia la parola “crisi” è «spesso usata in modo approssimativo». In questa ampia intervista, la filosofa, docente alla New school for social research a New York, chiarisce la profondità e la complessità di un concetto strutturale nella sua comprensione della realtà.

«La mia definizione di crisi – ci spiega – rimanda a un sistema sociale strutturalmente auto-destabilizzante a causa dei suoi imperativi contraddittori», proprio come il capitalismo, il quale mina alla base le proprie condizioni di esistenza, oltre a rendere difficile, e perfino impossibile, la nostra vita. E non si tratta solo delle contraddizioni economiche che già Marx ha rivelato. Espandendo l’analisi, «è possibile osservare come il capitalismo minacci le stesse condizioni ecologiche di cui necessita per continuare a organizzare la produzione in modo redditizio; come esso indebolisca i poteri pubblici e le istanze regolative che gli permettono di funzionare; come esaurisca le capacità sociali delle persone di cooperare e prendersi cura l’una dell’altra». Ecologica, politica, sociale: tre contraddizioni che segnano carsicamente ogni dimensione riconfigurata dal capitalismo, e che «il sistema normalmente trova il modo di aggirare o stemperare». Ci sono però momenti «in cui il sistema non è più in grado di contenere le proprie contraddizioni»; momenti in cui le crisi raggiungono una fase acuta e impossibile da mitigare. «Quando tutte queste tendenze convergono e si esacerbano a vicenda, si ha quella che io chiamo una “crisi generale”». E se già prima si poteva parlare di una crisi generale acuta, oggi «la pandemia di Covid rende tale evidenza inconfondibile».

Alcuni sostenevano che tutto sarebbe cambiato con questa pandemia. In realtà, sembra che essa stia accelerando fenomeni preesistenti. E ora che vari problemi emergono, le analisi politiche tendono a osservare il Covid come unica causa, senza interrogarsi troppo sull’eventualità che la pandemia stessa sia un effetto di più profonde contraddizioni, che essa non fa che acuire. In che modo le contraddizioni del capitalismo si sono rese più evidenti. Per esempio, c’è una correlazione tra la pandemia e la crisi ecologica?
Questa pandemia è una tempesta perfetta di irrazionalità e ingiustizia capitaliste. Essa ci offre una definizione da manuale di quanto il sistema capitalistico sia incline alla crisi e di quanto esso sia invivibile. La contraddizione ecologica del capitalismo è…


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Simone Marchesi: Dante è tutt’altro che un’icona nazionalista

Devo confessare «che non mi sono mai piaciute le illustrazioni dei libri di poesia», scrive il dantista Robert Hollander in risposta a un messaggio in cui il suo allievo e collega Simone Marchesi, docente all’Università di Princeton, gli annuncia l’uscita di A proposito di Dante, cento passi nella Commedia con disegni. In effetti la poesia è, di per sé, creatrice di immagini. «E quella di Dante lo fa in modo potente», risponde Marchesi al celebre professore nell’esergo di questo suo affascinante volume, illustrato da Roberto Abbiati e pubblicato da Keller.

Creare una Commedia per immagini è indubbiamente impresa da far tremare le vene e i polsi, come è nata questa vostra bella sfida?
È nata grazie a Roberto Keller, che ha pensato che sarebbe stato bello celebrare il centenario dantesco con una pubblicazione che unisse parole e immagini, sulla scia di un progetto di alcuni anni prima, il volume di tavole per Moby Dick, in cui Roberto Abbiati aveva abbinato al titolo di ciascun capitolo del romanzo una sua potente e suggestiva illustrazione. Per il caso di Dante, però, Abbiati e Keller hanno deciso subito di dare più spazio alle parole di quanto avevano fatto con Melville e, per invitare il pubblico ad avvicinarsi al testo senza timore, di sottoporre alla poesia di Dante il commento di un dantista di professione. Così, nell’estate del 2018 Abbiati mi ha scovato, grazie a una comune amica, nella casa in Toscana dove mi rifugio ogni anno appena si chiude il semestre accademico americano. Abbiamo subito trovato una formula per il nostro lavoro – scegliere una terzina, scrivere una nota, creare un’immagine per ogni canto – che ci ha dato il modo di illustrare il poema in maniera, penso, nuova.

In che senso, nuova?
Abbiamo deciso immediatamente che non avremmo riprodotto, come fa la lunga tradizione di illustrazioni della Commedia, quello che il poema dice, cioè i paesaggi dell’aldilà che Dante inventa, chi immagina di incontrare, le tonalità narrative che adotta. Questo era esattamente quanto Hollander obiettava alle illustrazioni tradizionali. Abbiamo, invece, provato a rappresentare quello che il poema fa, cioè invitare noi lettori e lettrici di oggi a lasciarci coinvolgere dal testo, a confrontarci con le questioni che lo animano e soprattutto a imparare a guardare a noi e al mondo che ci circonda con occhi attenti e nuovi. C’è il ritornello di una vecchia canzone di De Andrè, la “Canzone del Maggio”, che dice molto bene quello che anche Dante ci ripete nella sua poesia, quando ci mette di fronte esemplari umani coi quali abbiamo molto da spartire: cioè che anche se…

Illustrazione di Roberto Abbiati


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Le case usurpate, le manifestazioni, le bombe, le vittime

Ricostruire quanto accaduto negli ultimi giorni ci può aiutare a capire dove questa storia può andare a finire. Esiste una legge in Israele che permette, a chi possiede la cittadinanza israeliana, di rivendicare la proprietà di terre possedute prima del 1948, se può esibirne il titolo, anche nel caso in cui queste siano oggi abitate da palestinesi, cui invece è negato diritto analogo. Chi non ha la cittadinanza israeliana, come i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, difficilmente riesce a produrre un titolo di proprietà valido, se chiamato in giudizio.

Negli anni alcune società hanno, per questo, acquisito molti di questi titoli di proprietà dalle antiche famiglie possidenti, delle comunità ebraiche che già prima della nascita dello Stato di Israele vivevano nella Terra Santa delle tre religioni monoteiste. In applicazione di questa legge, la Absentee Property Law, sono centinaia i palestinesi che ogni anno sono forzatamente costretti ad abbandonare le proprie abitazioni.

È questo il caso delle famiglie di Sheikh Jarrah, uno dei quartieri arabi di Gerusalemme e luogo da cui si è accesa la miccia dell’escalation di violenza che in questi giorni sta macchiando di sangue le strade della Palestina. Lì Nahalat Shimon, un’organizzazione radicale religiosa di israeliani che mira a ridurre la presenza araba a Gerusalemme Est, ha intentato una causa, finita ora alla Corte suprema israeliana, che ha sospeso la sua pronuncia visti gli scontri generati dalla questione.

Così, sulla base della rivendicazione di un diritto di proprietà antecedente la nascita stessa dello Stato di Israele, si avalla la sostituzione di composizione etnica di un quartiere. Quelle case, inoltre, sono state costruite con l’aiuto dell’Unrwa, ovvero l’agenzia Onu dedicata ai profughi palestinesi, quando negli anni Ciquanta su Gerusalemme Est era la Giordania ad esercitare il controllo, all’interno di un piano generale volto a costruire – più o meno – case per i palestinesi sfollati dai propri villaggi.

Non è un caso che su questa vicenda soffino le forze di ultradestra, fondamentalisti di religione ebraica che sostengono con forza la legittimità, non solo dell’occupazione in generale, ma anche nello specifico di razzismo e odio nei confronti della componente palestinese della società. Una linea politica che ha rafforzato le sue posizioni dopo le ultime elezioni, che per l’ennesima volta in poco tempo (in Israele si è andati al voto 4 volte negli ultimi 2 anni) non hanno permesso la formazione di un governo stabile, ma che hanno aperto le porte della Knesset – il parlamento israeliano – a forze estremiste di ultradestra che nella società oggi si sentono legittimate a perpetrare violenza e prevaricazione nei confronti del popolo palestinese.

Tanti sono stati, negli ultimi mesi, gli episodi di violenze e aggressioni, talvolta anche armate, da parte di questi gruppi che hanno alzato la tensione a Gerusalemme e non solo, con il benestare delle forze armate e di polizia. Rilevano, in proposito, le limitazioni poste all’ingresso nella moschea di Al Aqsa e alla Porta di Damasco.

A questo punto è necessario fare un passo di lato: da 12 aprile al 12 maggio i fedeli musulmani di tutto il mondo osservano il mese sacro del Ramadan. Un mese in cui le comunità palestinesi digiunano il giorno per incontrarsi e mangiare insieme al calar del Sole, in cui religione e tradizioni si fondono nella più intima definizione di identità di un popolo che non ha uno Stato e che trova sé stesso nelle profonde radici della propria cultura, nel rinnovarsi dei legami familiari e delle promesse di resistenza. Al termine di questo mese alcuni giorni di festa portano i fedeli nelle moschee per ritrovarsi in preghiera.

Qualcosa di simile alla Pasqua dei cattolici, le feste e i pranzi, i piatti della tradizione e le messe per la “resurrezione”. L’importanza di queste feste, per un popolo estremamente legato alla religione e alle tradizioni che questa porta con sé, aumenta se nei luoghi sacri si vede anche la rivendicazione di un’identità comune negata.

Questo è un elemento importante per capire con occhio più sensibile la forza dirompente delle immagini degli ultimi giorni. Nel centro della Città Vecchia di Gerusalemme si trova l’antichissima Moschea di Al Aqsa che insieme alla Cupola della roccia forma la Spianata delle Moschee o al-Haram al-Sharif ed è, al tempo stesso, il terzo luogo più sacro dell’Islam e il simbolo della resistenza palestinese all’occupazione.

Quando nella notte tra giovedì 7 e venerdì 8 maggio – giorno sacro per i fedeli musulmani – le forze di sicurezza israeliane, armate di tutto punto, hanno fatto irruzione all’interno della Spianata per disperdere i fedeli sparando gas, lacrimogeni e bombe sonore, non stavano solo praticando un atto di violenza. Come e di più delle tradizioni e delle feste religiose, Al Aqsa in sé è il simbolo della Palestina: violarlo con le armi nei giorni di festa ha significato umiliare in diretta mondiale il popolo palestinese e, a voler allargare lo sguardo, i musulmani di tutto il mondo.

Il giorno successivo migliaia di palestinesi, anche a piedi e da villaggi lontanissimi (perché l’esercito israeliano bloccava le strade) si sono messi in marcia per raggiungere e difendere Gerusalemme dall’oltraggio. La giornata è iniziata con scontri dalla mattina per le strade della Città Santa e fin dentro le sale di preghiera della moschea. I video e le immagini dei feriti, circolati all’impazzata sui social, non hanno fatto che aumentare ulteriormente la tensione in vista del 10 maggio.

Per i cittadini israeliani, un giorno di festa, il Jerusalem Day: si festeggia l’annessione di Gerusalemme Est, che per questo è considerata dall’Onu un territorio occupato, avvenuta al culmine della guerra dei sei giorni, nel 1967, in cui Israele conquistò una parte considerevole del territorio che oggi controlla. In quel giorno erano previste manifestazioni da parte dei gruppi di fondamentalisti ebraici, che avevano l’obiettivo di entrare addirittura sulla Spianata delle Moschee, come già successo nelle settimane precedenti.

L’innesto, in un clima di così dure tensioni, di questo ulteriore elemento, ha reso la situazione incandescente: le forze di sicurezza israeliane hanno provato già dalle prime ore del giorno a bloccare l’ingresso alla Moschea di Al Aqsa per i fedeli musulmani, generando scontri durissimi in tutta la parte Est della città. In poco meno di tre giorni, sono stati centinaia i palestinesi rimasti feriti.

Giovani shebab nati nell’occupazione, cresciuti dopo l’ultima Intifada – grande ribellione – del 2000 e, soprattutto, senza più i forti legami con le fazioni organizzate della resistenza palestinese che avevano caratterizzato le generazioni precedenti.

Nei Territori Occupati e a Gaza non si vota dal 2006. Proprio in queste settimane si sarebbero dovute svolgere nuove elezioni che avrebbero certamente messo in discussione i due centri di potere: Hamas – il movimento islamico di resistenza – che controlla militarmente Gaza e l’Autorità Nazionale Palestinese che governa, in parte, i Territori Occupati.

Entrambi, però, non godevano di sondaggi favorevoli nelle aree da loro controllate, e così, poco male quando Israele ha negato la possibilità di far partecipare al voto i cittadini palestinesi di Gerusalemme: elezioni rinviate a data da destinarsi.
Un processo di partecipazione democratica alla politica palestinese avrebbe messo in discussione gli equilibri e i sistemi di interesse e di potere che si sono stabilizzati in questi anni, e avrebbe dato forza e vigore alla causa.

Le elezioni avrebbero potuto aprire un processo di rinnovamento del tessuto politico e amministrativo, dando voce e protagonismo a nuove generazioni di palestinesi che fino ad oggi sono stati escluse dalla gestione della resistenza e dell’amministrazione.

Una vittoria laica a Gaza avrebbe messo in discussione lo status di assedio permanente della Striscia, così come una vittoria di Hamas nei Territori Occupati avrebbe messo in seria difficoltà l’apparato di gestione della Cisgiordania, che è integrato, per quanto formalmente alternativo, al sistema di occupazione israeliana.

Nessuna forza in gioco avrebbe avuto un vantaggio dalle elezioni, men che meno Israele, che in un momento di debolezza e sfaldamento della politica interna non poteva proprio permettersi un ricompattamento democratico e legittimato del popolo palestinese, per esempio sotto la guida di figure come Marwan Barghouti, leader laico candidato alle elezioni e da anni detenuto nelle prigioni israeliane.

Un’occasione persa e una porta chiusa alla possibilità di cambiamento.
Quindi, quegli shebab, sono scesi in piazza in tutta la Palestina e nelle città israeliane dei territori annessi nel 1948. Questo dato riflette una condizione inedita nella storia della questione israelo-palestinese, sintomo della profonda ferita che la torsione religiosa e identitaria di Israele ha prodotto nella sua stessa società. Non hanno niente da perdere e sono determinati a difendere la loro identità culturale e religiosa.

In questo contesto, con il numero crescente di violenze nelle strade, è arrivato l’ultimatum di Hamas ad Israele di martedì 11 pomeriggio, cui è seguito l’inizio del lancio di centinaia di razzi verso città vicine (come Ashkelon, che si trova a meno di 10 km dalla Striscia di Gaza) e obiettivi lontani come Tel Aviv. L’Iron Dome difende le cittadine e i cittadini israeliani con un’efficacia altissima che ha permesso, assieme al sistema di rifugi antiaerei, di tutelarne la vita e limitare fortunatamente le vittime civili.

Già dai primi momenti l’esercito israeliano ha attaccato duramente la Striscia di Gaza: target militari, infrastrutture, strade e palazzi interi rasi al suolo da una delle aviazioni più potenti del mondo. Una escalation che ha portato ad oltre cento vittime, di cui tanti sono bambini, e che non accenna a fermarsi, nonostante le pressioni internazionali e la richiesta di Hamas di trattare per un cessate il fuoco.

Quanto accade ci permette di dire chiaramente che la sproporzione di forze in campo è troppo grande per parlare di una guerra. La densità abitativa altissima di un luogo chiuso come la Striscia di Gaza non lascia spazio alla retorica degli obiettivi militari mirati: non colpire i civili è impossibile quando si conducono bombardamenti a tappeto su zone abitate da migliaia di persone.

Radere ciclicamente al suolo i palazzi, colpire ogni forma di infrastruttura, permette ad Israele di mantenere un controllo totale sullo sviluppo economico e sociale di una popolazione intera. La recrudescenza dell’operazione militare condotta la notte tra il 13 e il 14 maggio, con il sostegno delle truppe di terra portate al confine e centinaia di attacchi aerei, ha lasciato la distruzione completa in molte aree della Striscia di Gaza, come Beit Hanoun.

La promessa di infliggere ad Hamas un colpo duro e decisivo verrà pagata dalle migliaia di persone che stanno perdendo tutto. Le famiglie sfollate, ancora una volta, dovranno ricostruire da zero la propria vita nella continua ripetizione di quella che sembra essere una maledizione che ogni nuova generazione di palestinesi è condannata a vivere: la deterrenza della distruzione segna la coscienza e la memoria di un popolo di giovani ragazze e ragazzi.
Intanto, fuori da Gaza, oltre la linea del fuoco e delle recinzioni, la situazione non è migliore. Città israeliane come Lod stanno vivendo giorni di scontri durissimi tra le comunità di palestinesi arabo-israeliani e i gruppi di fondamentalisti dell’estrema destra israeliana.

Allo stesso modo, con forza e determinazione stanno protestando i palestinesi dei Territori Occupati. Ragazze e ragazzi nelle strade contro l’esercito israeliano, che ha aumentato i contingenti e richiamato i riservisti per mantenere il controllo di una situazione sempre più tesa.

Lo sviluppo delle prossime ore ci aiuterà a capire quando e come si evolverà il quadro attuale, consapevoli che la ferita aperta ha portato alla luce con nuova forza questioni antiche, ma non solo. Le tante voci internazionali che si sono levate contro o a favore della linea dura adottata dal governo israeliano hanno evidenziato l’estremo isolamento che vive, oggi, il popolo palestinese, orfano di una leadership laica capace di godere dell’appoggio di un occidente (Italia in primis) ormai perfettamente allineato su posizioni filoisraeliane.

La dignità colpita delle tradizioni e dei luoghi religiosi lascia entrare in gioco un attore pericoloso, l’unico forse nello scenario internazionale ad essere in grado di parlare direttamente al popolo palestinese: Erdogan, capace di cogliere ad ogni occasione i vuoti di potere e di influenza prodotti dall’evolversi degli eventi.

Così, mentre molti tra i paesi arabi hanno avviato processi di dialogo e distensione dei rapporti con Israele, e per questo ora non ne compromettono i rapporti, la Turchia, per mezzo anche del Qatar, fedele banchiere di Hamas, si erge a difensore dei luoghi sacri dell’Islam e del popolo palestinese. Il presidente turco è addirittura arrivato a minacciare un intervento diretto, che, per quanto improbabile, lascia intendere che la potenza turca, in espansione in tutto il Mediterraneo, non ha intenzione di defilarsi dalla possibilità, ora un po’ più concreta, di contribuire in qualche modo alla destabilizzazione di Israele.

Un po’ più chiara appare, infine, oggi la funzione opposta ricercata da Benjamin Netanyahu, che, grazie a questa offensiva, ha ricompattato la sua maggioranza garantendosi ancora una volta la possibilità di rimanere al potere fino a nuove elezioni.

Ma qual è il prezzo? I palestinesi vivono e sono pronti a morire per la loro terra, non se ne andranno oggi come non hanno fatto in 70 anni. Che in Israele lo vogliano o no, i palestinesi esistono e resistono, e forse è arrivato il momento di accettarlo: porre fine subito al sistema di apartheid e alle violenze, riconoscere dignità, libertà e giustizia per il popolo palestinese, prima che sia il vecchio sultano a tornare ad affacciarsi alle porte di Gerusalemme.

*-*

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Cosa non risolve il ddl Zan

«Per la legge Zan e molto di più: non un passo indietro». È questo lo slogan che unisce attivisti e cittadini che parteciperanno alla mobilitazione nazionale del 15 maggio a Roma, organizzata da una quarantina di associazioni, accompagnata da numerose altre piazze in tutta Italia. Perché «siamo stanchi di vedere giochi al ribasso sulle nostre vite – scrivono i promotori -. Il ddl Zan non è che un primo passo e ne esigiamo l’approvazione senza altri compromessi e passi indietro».

Il disegno di legge per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, di cui molto si sta discutendo, e che ancora si trova in ostaggio delle destre in Parlamento, «riconosce pienamente alle soggettività discriminate di essere tutelate giuridicamente, e poi accolte nei “centri antidiscriminazione” (per garantire loro assistenza legale, sanitaria, psicologica, ndr), per questo motivo va difesa, ma è anche vero che si tratta di una norma che arriva tardi, “mette una pezza” e non possiamo certo considerarla sufficiente», dice a Left Elisa Ragogna, attivista di Non una di meno Roma.

«La nostra paura – prosegue l’attivista – è che si faccia come con la legge 194 sull’aborto, si approvi una norma ridotta ai minimi termini, per farla digerire a questo Parlamento, e poi per decenni non si riapra la discussione su questo fronte».

Cosa è assente, dunque, nel disegno di legge in discussione? «Innanzitutto manca un intervento che…

 

* Nell’immagine in alto, un presidio promosso il 28 marzo 2021 da associazioni Lgbt+, realtà universitarie e associazioni di quartiere per protestare contro un’aggressione omofoba avvenuta a Roma il 26 febbraio nella stazione della Metro Valle Aurelia. Foto di Renato Ferrantini


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Una legge che è davvero uguale per tutte e tutti

Rostov-on-Don, Russia - September 29, 2018: Festival of Medieval Culture in Gorky Park. A disabled woman in a wheelchair is watching the festival .

“Abilismo” è un neologismo che nasconde un mondo, spesso avvolto nel silenzio, fatto di violenze fisiche e verbali, soprusi e violazione dei diritti. La parola, come si legge nel sito dell’istituto Treccani, significa «atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità» ed è diventata attuale attraverso il ddl Zan, al centro di un iter travagliato al Senato. A ottobre 2020, come aveva annunciato lo stesso Alessandro Zan, relatore della proposta di legge «contro l’omolesbobitransfobia e misoginia», era stato deciso «di accogliere la richiesta proveniente da molte associazioni di persone con disabilità di estendere le previsioni degli articoli 604 bis e ter del codice penale anche ai delitti commessi per ragioni legate alla disabilità della vittima».

Le cifre testimoniano una drammatica realtà. Numeri basati sulle segnalazioni di associazioni, istituzioni e privati cittadini. L’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) del ministero dell’Interno li fornisce nel rapporto del 2021 L’odio contro le persone disabili curato da Stefano Chirico e Federico Buscarino. I dati comunicati dall’Oscad all’Osce (Organizzazione per le sicurezza e la cooperazione in Europa) evidenziano che in Italia si è verificato un aumento di reati con vittime persone con disabilità: dai 157 casi del 2017 si è passati ai 207 del 2019. E le aggressioni fisiche sono raddoppiate: da 54 a 96. E sono segnalate anche rapine, furti, minacce.

E poi ci sono le discriminazioni multiple, ancora più violente. «Si sta cominciando a parlare, soprattutto ad opera di alcune attiviste, della…


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I desaparecidos di Bogotà

People light candles in a vigil in honor of those that died during anti-government protests in the country, Bogota, Colombia, Thursday, May 6, 2021. The protests that began last week over a tax reform proposal continue despite President Ivan Duque's withdrawal of the tax plan on Sunday, May 2. (AP Photo/Fernando Vergara)

«Non serve sperare due, quarantotto o settantadue ore. Denuncia immediatamente la sparizione forzata. Le prime ore sono cruciali per ritrovare le persone scomparse». La comunicazione di crisi dell’Unità di ricerca dei desaparecidos (Ubpd) mostra le conseguenze dell’abdicazione della politica in Colombia, incapace di leggere la portata epocale del “Paro nacional” (Sciopero nazionale), che nella figura del presidente Iván Duque ha deciso di demandare alle forze di polizia il confronto con il conflitto sociale.

La convocazione in piazza del Comitato per lo sciopero nazionale, composto dai principali sindacati, è stata alle nove del mattino del 28 aprile al Parco nazionale di Bogotá. Da quel giorno milioni di persone hanno invaso le strade in pressoché tutte le municipalità della Colombia e all’estero, da Times Square al Colosseo, si sono moltiplicati i cortei di solidarietà. Il Comitato aveva chiesto al governo di non far intervenire i temuti battaglioni dell’unità speciale anti sommossa Esmad, di cui da tempo le organizzazioni per i diritti umani domandano lo scioglimento, che invece ha preso la scena.

Mentre scriviamo non è ancora possibile trarre un bilancio definitivo delle vittime. L’istituzione statale Defensoría del Pueblo ha accertato la morte violenta di 25 civili sotto i trentasei anni di età, e di un capitano di polizia; mentre sono 963 le detenzioni arbitrarie e 548 le sparizioni forzate, quindi i desaparecidos. Secondo l’Ong Indepaz i feriti tra i manifestanti sono almeno 1220. Le denunce di violenza sessuale perpetrata dai poliziotti sono dodici. «Non avevamo mai assistito a una repressione tanto dura e sistematica della protesta in larga parte pacifica – testimonia da Bogotá il sociologo Dario Sendoya -. A Cali c’è stata la guerra totale con il maggior numero di morti. Tutte le notti succedono cose difficili da decifrare. Le autorità hanno avuto molta paura del movimento che mette in discussione la gestione del potere».

La protesta, dall’anima eterogenea e priva di un leader riconoscibile, non è dunque arretrata e ha raggiunto a caro prezzo l’obiettivo del ritiro dell’ipotesi di riforma tributaria, firmata dal dimissionario ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla, già membro nell’esecutivo dell’ex presidente Álvaro Uribe. Quest’ultimo non ha esitato a definire legittima l’attività repressiva per il ripristino dell’ordine pubblico. Le domande fondamentali per comprendere fino a dove si spingerà la reazione militare sproporzionata, denunciata dalle Nazioni Unite e da Amnesty international, sono due: chi ha l’autorizzazione di…


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Andrebbe riletto Primo Levi

Andrebbe riletto Primo Levi. Andrebbe riletto il libro di Berel Lang in cui Levi dice: «Dal 1935 al 1940, rimasi affascinato dalla propaganda sionista, ammiravo il Paese e il futuro che stava pianificando, di uguaglianza e fratellanza». Andrebbe riletta la Conversazione con Levi di Ferdinando Camon in cui Levi dice: «Lo Stato d’Israele avrebbe dovuto cambiare la storia del popolo ebraico, avrebbe dovuto essere un zattera di salvataggio, il santuario a cui sarebbero dovuti accorrere gli ebrei minacciati negli altri Paesi. L’idea dei padri fondatori era questa, ed era antecedente alla tragedia nazista: la tragedia nazista l’ha moltiplicata per mille. Non poteva più mancare quel Paese della salvezza. Che ci fossero gli arabi in quel Paese, non ci pensava nessuno. Ed era considerato un fatto trascurabile di fronte a questa gigantesca vis a tergo, che spingeva là gli ebrei da tutta Europa. Secondo me, Israele sta assumendo il carattere e il comportamento dei suoi vicini. Lo dico con dolore, con collera. Non c’è differenza tra Begin e Khomeini».

Andrebbe riletto il testo dell’appello pubblicato il 16 giugno 1982 su Repubblica (altri tempi, eh) che si intitolava “Perché Israele si ritiri” e iniziava con: «Facciamo appello, in quanto democratici ed ebrei, perché il governo israeliano ritiri immediatamente le sue truppe dal Libano». Lo firmarono Franco Belgrado, Edith Bruck, Ugo Caffaz, Miriam Cohen e Natalia Ginzburg, criticava «la soluzione militare» scelta da Israele perché evocava «un linguaggio di triste memoria per ogni ebreo» e i firmatari affermarono di averlo scritto sperando di «combattere i germi potenziali di un nuovo antisemitismo che si verrebbe ad aggiungere alle vecchie e mai scomparse tendenze antiebraiche in seno alla società civile».

Andrebbe riletta la sua intervista al Secolo XIX in cui Levi parlò di «orrore» per una «rappresaglia sbilanciata che assume forme e dimensioni barbariche». Andrebbe riletto l’articolo di Levi sulla prima pagina de La Stampa il 24 giugno 1982 in cui scrisse: «Israele, sempre meno Terra Santa, sempre più Paese militare, va acquisendo i comportamenti degli altri Paesi del medio oriente, il loro radicalismo, la loro sfiducia nella trattativa». Oppure la sua intervista a Giorgio Calcagno de La Stampa il 12 giugno 1982 in cui raccontava il suo allontanamento da Israele: «Ho giudicato il sionismo una forza e una necessità politica. Questa gente non poteva che seguire un verbo che aveva una forma biblica. Oggi la questione si è complicata, perché la Palestina è in un nodo geografico sotto tensioni spaventose, costretta a una difesa costosissima e logorante, che spinge anche ad azioni temerarie o politicamente sbagliate. Il sionismo di allora pensava a un Paese contadino. Israele, oggi è diventato un Paese militare e industriale».

Altrimenti si rischia davvero di credere a certi articoli, di questi tristi giorni, che raccontano di una guerra iniziata per una “manciata di case” a cui i palestinesi non vorrebbero rinunciare. La realtà è complessa e ognuno si porta dietro i segni sulla pelle della propria storia.

Buon venerdì.

Sindaco di Roma. Cosa si muove a sinistra?

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 04-02-2020 Roma Politica Roberto Gualtieri ospite a "L'aria che tira" Nella foto Roberto Gualtieri Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 04-02-2020 Rome (Italy) Politic Roberto Gualtieri guest for "L'aria che tira" In the pic Roberto Gualtieri

La situazione delle amministrative a Roma può ben illustrare, con la valenza nazionale che rappresenta, lo sfascio in cui si dibatte tutto il centrosinistra, risultando impossibile scegliere da chi farsi rappresentare, e votare, come in una democrazia rappresentativa dovrebbe essere.

Da un lato si ha un Pd che concepisce il tavolo del centro sinistra non già come luogo di incontro e confronto tra possibili alleati, dove ricercare un programma comune, un progetto, un’idea, ma come rituale e mal sopportato passaggio in cui dettare le proprie scelte, tempi e metodi, cui si può solo assentire: le primarie, che solo il suo statuto prevede (sempre sovvertibili da un notaio), sospensioni in attesa di risolvere i propri equilibri interni, il rilancio con l’opzione Zingaretti, nel qual caso Primarie pro-forma, quindi retromarcia, senza l’accordo con i 5S, per cui si torna a Gualtieri. Insomma una concezione ancillare degli alleati, semplici vassalli al cospetto del Re. Primarie foglia di fico di manovre di corridoio da millantare come partecipazione popolare.

D’altro lato una variegata sinistra, che tanto per cambiare si presenta divisa, subalterna, senza visione, idee, uomini, prona alle volontà del Capo, accattona, che rinuncia ad una propria autonomia di pensiero, ad una propria identità, disposta a dare un appoggio in cambio al più di qualche consulenza dorata. Soggetti che propongono niente di meno di ripescare Leu, pur essendo tra quelli che più ostinatamente ne hanno decretato la fine, con a suggerirlo gli stessi affossatori, buoni per ogni stagione e sapendo che si è ancora più distanti dell’epoca: chi al governo con Draghi, chi all’opposizione.

Altri che pensano, comprensibilmente, di capitalizzare la propria opposizione al governo Draghi, con, anche qui, gli stessi identici nomi delle fallimentari esperienze precedenti. E ancora quelli che si rifanno alle esperienze “civiche”, che in questo quadro, pur lodevoli e meritevoli, non essendo legate da un progetto complessivo, si risolvono in supplenza, in pratica caritatevole, e che, non a caso, fin dal nascere si pongono culturalmente del tutto interne alle logiche del Pd (Liberare Roma: «Le Primarie come proprio sistema valoriale»).

E quindi un fiorire delle più diverse ipotesi: una lista sul modello Emilia Romagna Coraggiosa o sul tipo toscano di Sinistra Civica Ecologista. Ci si dibatte tra subalternità o accettazione di una retorica, cultura, logica distruttive, proprie della dottrina veltroniana in cui, lì si, hanno senso le Primarie, strumento della “vocazione maggioritaria”, del voto utile, che è servito per marginalizzare le forze a sinistra del Pd, partecipe della cultura del partito del leader. Se questa è la situazione, quale soggetto è rappresentativo per evitare che, a sinistra, ci si rifugi tra le fila degli astensionisti? Mi si dirà che così vince la destra. Ed è possibile. Ma io credo che se si lavora tenacemente, ostinatamente, pervicacemente per allontanare la gente, e i militanti in particolare, la colpa non è di chi sfinito cede, ma di chi ha allontanato. Temo purtroppo che quindi, per arrestare questo meritato declino, bisogna passare necessariamente attraverso la sconfitta di tali pratiche, tali “culture”, tali metodi, e perciò anche attraverso la sconfitta elettorale, condizione minima se pure non sufficiente. Per una sinistra rinunciataria, meglio perdere le elezioni che l’anima.

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L’autore: Lionello Fittante è tra i promotori degli Autoconvocati di Leu,
ed ex componente del Comitato nazionale èViva!

Nella foto Roberto Gualtieri, Pd