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È la Lega, bellezza

Altra giornata convulsa ieri per Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, il suo capo Matteo Salvini e la distintissima Moratti, assessora al Welfare che non sta per niente bene dalle parti della Lombardia. Mentre Salvini si sbraccia e arranca e si affanna per dare la colpa dei dati sballati della Lombardia al governo nazionale ora ci sono anche le mail che testimoniano come proprio la Regione non avesse compilato tutti i campi che doveva compilare nei moduli da inviare all’Istituto superiore della sanità, esattamente come quelli che non leggono le noticine dei contratti che firmano e poi si ritrovano la casa debba di enciclopedie.

Il 22 gennaio il direttore generale del Welfare in Regione Marco Trivelli invia una mail all’Iss che dice chiaramente:

«Gentilissimi, tenuto conto della integrazione nel flusso dati trasmesso mercoledì 20 us rispetto al flusso trasmesso mercoledì 13 us, effettuata a seguito del confronto tecnico tra Iss e Dg Welfare e relativa alla riqualificazione del campo stato clinico da assenza di informazioni in merito alla presenza di sintomi in stato asintomatico nei casi con data inizio sintomi, si chiede la rivalutazione dell’indice Rt sintomi per la settimana n.35 ora per allora. Cordiali saluti».

Quella che Trivelli chiama “riqualificazione” è semplicemente un errore. E a causa di quell’errore l’Rt della Lombardia risultava 1,4 invece che 0,88 poiché a causa del mancato aggiornamento dello stato clinico risultavano molti più sintomatici.

In un Paese normale il presidente di una Regione che commette un errore del genere (l’erronea zona rossa sarebbe costata 600 milioni alla Lombardia, di cui ben 200 solo a Milano) avrebbe provocato le immediate dimissioni dei cialtroni al governo. E invece?

Invece la Lega, per bocca del suo prode Salvini, decide di buttarsi sulla strada della menzogna e addirittura rilancia. Sentite cosa ha detto Salvini ieri: «C’è stato un clamoroso e drammatico errore di calcolo sulla pelle dei cittadini fatto dal ministero della Salute. Speriamo che Speranza sia ministro ancora per poco. Di danni ne ha fatti abbastanza». Tutto falso, ovviamente, nessuna prova a supporto della tesi, niente di niente. E se pensate che sia un comportamento solo del segretario vi sbagliate di grosso: ieri tutti i presidenti di Regione leghisti sono accorsi al fischio del padrone firmando tutti insieme una lettera in cui chiedono una «revisione immediata delle procedure» per determinare il colore dei territori in modo da «affrontare con serenità maggiore una grave situazione». Fa niente che quelle stesse procedure funzionino dall’inizio della pandemia, fa niente che solo la Lombardia abbia sbagliato mentre le altre regioni non hanno avuto problemi. Niente di niente. Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia), Christian Solinas (Sardegna), Nino Spirlì (Calabria), Donatella Tesei (Umbria), addirittura Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto) hanno deciso di esporsi al pubblico ludibrio. Ah, a proposito: proposte? Nessuna.

È il metodo leghista: dire una bugia, ripeterla, farla ripetere a tutti gli scherani, gridarla in coro, insistere fino a ammaestrare i propri elettori; ridurre una questione tecnica a una barzelletta di propaganda; non entrare mai nel merito delle questione ma rilanciare sempre un nuovo nemico da additare, senza nemmeno passare dalla verifica dei fatti. Poi c’è il viscido gioco delle loro amicizie perverse: Matteo Salvini, quello che indossa la mascherina che raffigura il giudice Borsellino, ha avuto il coraggio di proporre Berlusconi presidente della Repubblica. Per dire cosa riescono ad essere, dove riescono ad arrivare. Ora chiudete gli occhi e immaginate al governo delle persone così.

Buon martedì.

Il gioco delle tre carte con i soldi per il Mezzogiorno

Taranto, Italy. August 10, 2014. A group of people taking pictures of the beautiful sunset over the sea in Taranto

Nel dedalo di avvenimenti politici che si susseguono incessanti si rischia seriamente di perdere il bandolo della matassa. Ripartiamo da quanto disposto dall’Europa a proposito del Recovery fund: «Gli Stati membri potranno beneficiare di un contributo finanziario sotto forma di un sostegno non rimborsabile. L’importo massimo per Stato membro sarà stabilito in base a un criterio di ripartizione definito».
Alle pagine 8 e 9 del regolamento, il Parlamento europeo fissa i paletti sui criteri di ripartizione delle risorse a fondo perduto del Recovery plan.

«Dovranno essere destinate maggiori risorse a quei territori con più residenti, con maggiore disoccupazione e prodotto interno lordo inferiore».
Seguendo i criteri europei, il governo Conte dei 209 miliardi del Recovery fund dovrebbe investire al Nord Italia il 21,20% dei 65,4 miliardi a fondo perduto previsti dal Piano nazionale ripresa e resilienza (Pnrr); il 12,81% al Centro e il 65,99% al Sud.

Al Mezzogiorno dovrebbero pertanto andare 43,15 miliardi; al Centro-Nord, dovrebbero essere destinati 22,24 miliardi. Bisogna infatti considerare che se il Sud non soffrisse di un così grave stato di prostrazione, causato dalle politiche monoculari a favore del Nord degli ultimi governi, mai all’Italia sarebbero assegnati 209 miliardi, visto che il vero tema dell’azione europea è quello della diminuzione delle diseguaglianze. Questo quanto richiesto dall’Unione europea, ma la realtà che si sta preparando è ben diversa, visto che per il Mezzogiorno considerando l’inserimento anche di 21 miliardi del Fondo sviluppo e coesione (già dovuti), il piano “promette” solo il 50% degli investimenti pubblici, contro il 65,99% (al netto dei fondi aggiuntivi) indicato dall’Europa: è già iniziata la sottrazione.
Ad esempio, il nuovo documento di 160 pagine approvato dal Consiglio dei ministri, alla voce “porti” assegna un miliardo in più, ma equamente distribuito fra quelli del Nord e del Sud, ma mentre assegna ai porti del Nord il ruolo di scalo dei traffici mondiali relega la missione dei porti del Sud a turismo e traffici locali.
Accade così che la marocchina Tangeri diventi il primo porto merci del Mediterraneo, grazie al fatto che l’Italia, contro l’interesse nazionale, non investe nei porti italiani al centro del Mediterraneo, come Augusta o Gioia Tauro, per non parlare di Taranto. Porti di serie A e serie B, così come i cittadini, in base ai…

*-*

L’autore: Natale Cuccurese è il presidente del Partito del Sud


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Avanzi di Gallera

Foto LaPresse - Claudio Furlan 19/01/2021 - Milano (Italia) Seduta del Consiglio Regione della Lombardia Nella foto: Letizia Moratti Attilio Fontana Photo LaPresse - Claudio Furlan January 19, 2021 - Milan(Italy) Meeting of the Lombardy Region Council In the photo: Attilio Fontana

In Lombardia non bisogna mai correre il rischio di pensare che peggio di così non potrebbe andare perché ci si imbatte sempre in una delusione cocente, in quella terribile sensazione per cui gli uomini al governo della Lombardia (quelli che Salvini e compagnia cantante ci porgono tutti i giorni come alti esempi di ottima amministrazione) riescono sempre a toccare il fondo, poi scavare, poi scavare e poi scavare ancora.

Facciamo un salto indietro: il 17 gennaio la Lombardia è una delle poche regioni che viene indicata come “zona rossa”, ovvero una regione ad alto rischio di contagio dove devono essere prese misure molto stringenti che impattano enormemente sulla vita dei suoi cittadini e delle sue attività economiche. Badate bene: la decisione del governo viene presa sulla base dei dati che Fontana, Letizia Moratti e i tecnici regionali mandano regolarmente al ministero. I dati dalla regione sono stati consegnati il 13 gennaio e infatti non è un caso che se sfogliate i giornali di quei giorni potrete incrociare un Fontana contritissimo che avvisa tutti che si finirà in zona rossa e che bisogna stare attenti. Poi, per il solito gioco della propaganda e del rimpiattino con il governo, accade che Fontana si dica costernato e stupito della decisione del governo. In sostanza si è stupito di quello che egli stesso pensava fino a poche ore prima. E già fin qui la vicenda rasenta una tragica irresponsabilità. Fontana fa ricorso al Tar. Letizia Moratti si lancia a dire: «La Lombardia non merita la zona rossa. Indubbiamente il rischio per la regione è di fermarsi, di fermare il lavoro, le attività e la vita sociale. Per questo con il presidente Fontana abbiamo ritenuto di voler presentare un ricorso, per uscire dalla zona rossa».

Attenzione al capolavoro. Il 20 gennaio la Regione Lombardia invia nuovi dati e sono molto diversi rispetto ai dati precedenti. In sostanza si smentiscono. E si scopre che la Lombardia sulla base dei nuovi numeri avrebbe dovuto essere zona arancione. Il ministero della Salute spiega molto chiaramente che a falsare il calcolo dell’Rt sono stati numeri parziali inviati dalla Regione. In base all’aggiornamento del 20 gennaio, i casi sintomatici che hanno sviluppato dei sintomi – cioè un dato fondamentale per calcolare l’Rt – fra il 15 e  il 30 dicembre non erano più 14.180 come segnalato il 13 gennaio, bensì 4.918, quasi tre volte di meno. In Lombardia, dopo avere fatto la figura di quelli che non sanno nemmeno fare da conto, si scatenano. Fontana dice: «A Roma devono smetterla di calunniare la Lombardia per coprire le proprie mancanze», Moratti rincalza dicendo: «Nessuna rettifica, a seguito di un approfondimento relativo all’algoritmo dell’Iss, abbiamo inviato la rivalorizzazione dei dati». Rivalorizzare un numero significa averlo sbagliato, l’elegante Moratti però lo dice con una perifrasi che vorrebbe nascondere l’errore.

All’Istituto Superiore della Sanità rispondono chiaramente: «L’algoritmo è corretto, da aprile non è mai cambiato ed è uguale per tutte le Regioni che lo hanno utilizzato finora senza alcun problema – scrive l’Iss -. Questo algoritmo e le modalità di calcolo dell’Rt sono state spiegate in dettaglio a tutti i referenti regionali perché lo potessero calcolare e potessero verificare da soli le stime che noi produciamo, ed è perciò accessibile a tutti». In sostanza: siete voi che non sapete fare i calcoli. È anzi l’Iss a sottolineare come l’anomalia sia stata fatta notare più volte a Regione Lombardia.

Salvini chiede le dimissioni dei responsabili. In sostanza sta chiedendo le dimissioni del suo presidente Fontana, quindi. Roba da teatro dell’assurdo. Secondo alcune stime il danno per i circa 10mila negozianti costretti a chiudere domenica 17 gennaio sono stati di circa 485 milioni di euro solo a Milano tra abbigliamento e pubblici esercizi secondo Confcommercio. Immaginate i totali di tutta la regione. E in più ci sono le scuole, le persone. Roba gravissima.

Ecco, se pensavate che l’addio di Gallera fosse una buona notizia non avete fatto i conti con gli avanzi che Gallera ha lasciato: il suo presidente, la sua sostituta e una Regione ormai completamente allo sbando. In sostanza questi hanno ricorso al Tar contro se stessi. E ora fanno i pesci in barile scaricando le colpe sul governo. Ah, a proposito: come ultima dichiarazione ieri Fontana ha detto che «forse non è colpa di nessuno».

Bravi, bene, bis.

Buon lunedì.

La geografia allarga la mente

"Faenza, Italy - May 24, 2009: Boy looks at a political map of Europe which is located in the train station."

«Parma!», risponde uno degli studenti de Il Collegio 5, il reality show trasmesso da Rai 2 tra ottobre e novembre 2020, al professore Raina che gli ha chiesto quale fosse il capoluogo della Sicilia. «Cosa divide la Sicilia dalla Calabria?», insiste il professore. «Lo stretto di Bering!», risponde senza incertezza lo stesso alunno, diciassettenne. La realtà stravolta dalla tv? Tutt’altro.
In una lettera inviata nel 2018 a Tecnicadellascuola.it una professoressa di una seconda media scrive(va): «Parlando della dominazione spagnola in Italia, ho accennato ai Promessi Sposi: «È un romanzo ambientato sul lago di Como», spiego. “Ma dove sta Como?”, mi sento chiedere. Piuttosto contrariata dall’ignoranza dimostrata, rispondo: “In Lombardia, non lontano da Milano!”. “Ah, io credevo stesse nel Lazio!”, è il commento di un’alunna».

I ragazzi hanno una conoscenza troppo spesso inadeguata della geografia. A partire da quella italiana. Gli indizi di questo declino della conoscenza dei luoghi e della loro localizzazione si rincorrono. Sovrapponendosi. Le testimonianze, si fanno sempre più numerose. Dimostrando che a scuola, dalle elementari alle superiori, la geografia ha assunto un ruolo marginale, da tempo. Spazi più che esigui negli orari, certo. Ma non solo. Così nei licei è addirittura assente come singola materia. Dopo l’accorpamento con la storia e quindi la creazione della “geostoria”. Un sapiente mix nelle intenzioni, forse. Nella realtà, un guazzabuglio. Nel quale la geografia ha un ruolo più che marginale rispetto alla storia. Con i libri di testo generalmente sprovvisti perfino delle carte geografiche.

Negli istituti tecnici economici, ad eccezione dell’indirizzo turismo, è presente solo al biennio per 3 ore settimanali. Mentre nei tecnici tecnologici è prevista un’ora, per l’intero ciclo di studio di 5 anni. Il problema è che in entrambi gli istituti è possibile che ad insegnare la geografia sia chiamato il docente di scienze, che nel corso degli studi universitari potrebbe non aver sostenuto nessun esame specifico. Potrebbe essere chiamato il docente di scienze, non solo se “perdente posto”. L’Associazione italiana insegnanti di geografia a ottobre 2019 ha controllato a campione gli organici di diritto di alcune province e sono emerse stime allarmanti: circa il 25 per cento delle ore di geografia che si dovevano potenzialmente assegnare alla classe di concorso A21 “Geografia” nell’anno scolastico 2019/2020, sono state attribuite ad altre classi di concorso, senza una motivazione lecita. Negli istituti professionali la geografia è…


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Il segno che ha fatto la Storia

Fountain pen on antique letters and empty sheet

Il sito International pen friends conta oggi circa 300mila iscritti in 192 Paesi e promuove la corrispondenza di lettere tra bambini, adolescenti e adulti di tutto il mondo. Il suo obiettivo principale è quello di conservare l’arte della scrittura delle lettere.
Nell’era digitale tanti scelgono ancora di scrivere a mano e, per conservare questa abilità, il 23 gennaio si celebra in tutto il mondo la Giornata della scrittura a mano.
Ormai è noto che la scrittura ha cambiato la storia dell’umanità e la sua invenzione ha datato la transizione dalla preistoria alla storia. Con il passaggio dall’oralità alla lingua scritta, l’uomo non ha più bisogno di utilizzare moduli fissi o frasi fatte per trasmettere la tradizione, la cultura e la memoria della propria civiltà. Questa è affidata ai libri. Ora attraverso la lingua scritta l’essere umano è libero di comunicare il proprio pensiero e le proprie emozioni.

La scrittura è nata in luoghi diversi, in modo indipendente, per rispondere alle necessità di contatti economici, sociali e culturali. Nel corso dei secoli la scrittura ha assunto valore anche da un punto di vista antropologico, poiché non trasmetteva soltanto dati relativi all’aspetto utilitaristico della vita dei popoli, ma coinvolgeva anche la sfera sociale e culturale. Carlo Magno, ad esempio, utilizzò la scrittura denominata “minuscola Carolina” come strumento unificante dei popoli dell’impero, anche se ogni area geografica ha rivendicato il proprio tratto distintivo attraverso specifiche caratteristiche grafiche. La scrittura inglese era sottile ed elegante, quella francese e spagnola tondeggiante, mentre quella italiana era grande e rotonda. Potremmo quindi ipotizzare che la calligrafia rappresenti elementi identitari sia collettivi sia individuali.
«Neurologi, antropologi e linguisti sono tornati a rifare la storia della scrittura per indagare che cosa ha significato nell’esperienza sensoriale dell’individuo l’invenzione della scrittura… e per capire cosa ha significato per il cervello umano la sfida di praticare la lingua non solo con le orecchie ma anche con gli occhi e con la mano», afferma Francesco Sabatini nel corso di formazione 2017/18 Leggere e scrivere,  dell’Accademia della Crusca.
Come si impara a scrivere? Si è scoperto che…


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Ghigo Renzulli: Quella volta che aprimmo il concerto dei Clash…

MILAN, ITALY - MARCH 31: Ghigo Renzulli of Italian rock-band Litfiba performs on stage on March 31, 2017 in Milan, Italy. (Photo by Sergione Infuso/Corbis via Getty Images)

Non è solo l’unica presenza fissa nei Litfiba, ma anche una delle star più rappresentative del panorama rock italiano. Federico “Ghigo” Renzulli si racconta senza filtri al nostro settimanale. A partire dalla cantina di via de’ Bardi, là dove tutto nacque negli anni 80, sino alla reunion con Piero Pelù alla fine degli anni Duemila. E all’ultimo progetto solista del chitarrista e autore campano di nascita e fiorentino di adozione, No.Vox. Un viaggio musicale di oltre quarant’anni, con sullo sfondo un’Europa che cambia. Ma partiamo dall’inizio.

La tua infanzia. I primi contatti con la musica. Il tuo rapporto con i tuoi genitori.
La mia infanzia è stata molto felice. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia unita e compatta, di mentalità un po’ all’antica e patriarcale, ma che mi ha dato una educazione rispettosa dei valori umani basati sul lavoro, sugli ideali e sul rispetto degli altri. Il mio rapporto con i genitori è sempre stato ottimo, anche con mio padre, un uomo all’antica tutto d’un pezzo, con cui ho avuto a volte qualche diverbio ideologico ma che ho sempre rispettato ed onorato. La passione per la musica invece me l’ha trasmessa mio nonno, diplomato in corno al conservatorio di Napoli. Fin da bambino mi faceva ascoltare la musica classica, l’opera e soprattutto la musica napoletana interpretata dai più famosi tenori dell’epoca.

Nel tuo libro 40 anni da Litfiba racconti tanti decenni. Ci parli dei tuoi anni Settanta?
Quelli furono per me gli anni della scoperta del mondo e della vita. Fu un periodo duro e difficile per l’Italia, ma nonostante tutto c’era la voglia di migliorare la società e di lottare per raggiungere questo scopo. Ero un ragazzo che ebbe comunque la fortuna di vivere la sua gioventù mentre si stavano affermando stili di vita alternativi e anticonformisti, e feci esperienze di tutti i tipi, sia belle che brutte, passando attraverso il mio periodo “lisergico”, il servizio militare e lunghi periodi vissuti all’estero, senza mai dimenticare la musica e la mia chitarra, che con forza sempre maggiore entravano a far parte della mia vita.

La cantina di via de’ Bardi a Firenze. Da qui è partito tutto. È ancora meta di pellegrinaggio?
Con il senno di poi devo dire che all’epoca fui un vero pioniere. Quando trovai il locale e lo feci diventare, con tanto sudore e tanto lavoro, una sala prove, non me ne rendevo conto. Seguivo solamente il mio istinto che era quello di un ragazzo che voleva vivere e godere della sua musica e che non si tirava indietro davanti a niente per farlo. Fu un luogo importantissimo dove…


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«Una sinistra democratica è ciò che vogliamo», dice Pahor…

L'écrivain Italien Boris Pahor, le 26 mai 2012 à Saint Malo, France. (Photo by Ulf ANDERSEN/Gamma-Rapho via Getty Images)

È la storia drammatica e appassionante di un partigiano e combattente delle idee e della libertà quella che Boris Pahor ha scritto con la sua vita e suoi scritti. 108 anni di integrità e coraggio al quale non ha rinunciato neanche quando nel luglio scorso Mattarella gli ha conferito l’onorificenza di cavaliere della Gran croce: «Un riconoscimento che ho accolto dal presidente della Repubblica con sincera gratitudine» ci dice al telefono. «Ma – precisa lo scrittore – deploro la fallace e pericolosa narrativa sulle foibe propalata con la Giorno del ricordo».

Dell’orrore e della disumanità del nazifascismo Pahor ha scritto in molti libri raccontando i due anni terribili passati in cinque campi di concentramento: Natzweiler, Dachau, Dora, Harzungen e Bergen Belsen. Già a 6 anni nella sua Trieste ebbe il primo scioccante incontro con azioni squadriste. Nella sua memoria sono ancora vive le fiamme dell’incendio del 13 luglio nel 1920 del Narodni dom, la casa della cultura slovena. Quel rogo dei libri mostrava la persecuzione verso il popolo sloveno autorizzandola. Il fascismo impediva qualsiasi forma di espressione associativa e di pensiero agli sloveni. E ne colpiva l’identità culturale proibendo loro l’uso della propria lingua, come Pahor ha raccontato in Qui è proibito parlare (Fazi editore) e Piazza Oberdan (Nuova dimensione). Anche per questo entrò nel Tigr, la resistenza slovena. Poi l’arresto da parte della Gestapo, i vagoni piombati, la stella rossa di prigioniero politico nei lager. Di tutto questo, con grande forza e umanità, ha scritto in Necropoli (Fazi).

Oggi come allora Boris Pahor si interroga sulle radici di quello sterminio lucido perpetrato dal nazifascismo e sull’omertà e l’indifferenza che ne furono il terreno di coltura. Ieri rispetto agli ebrei e oggi rispetto ai migranti che muoiono nel Mediterraneo e che vengono denudati, derubati e respinti lungo la rotta balcanica. Denunciando le conseguenze che potrebbero avere nel presente il tradimento della memoria, il negazionismo e la falsificazione della storia. A indignarlo in particolare è «La pletora di falsità che hanno accompagnato l’istituzione de il Giorno del ricordo che dal 2004 si celebra il 10 febbraio, senza menzionare esplicitamente i crimini fascisti contro gli sloveni nel ventennio fascista», come ha scritto insieme a Tatjana Rojc in Così ho vissuto (Bompiani). Ed è sulla pericolosità di questa narrazione che, nell’avvicinarsi dell’anniversario, Pahor vuole richiamare la nostra attenzione.

«Vorrei fare un riconoscimento al secolo trascorso dicendo che dobbiamo usarlo molto bene» esordisce, riprendendo immediatamente il filo della conversazione avviata dal collega Marino Calcinari (v. box): «Non mi capacito come sia possibile che anche massime cariche dello Stato colte e intelligenti possano dire che gli jugoslavi, ossia gli sloveni di sinistra, avrebbero sistematicamente mandato gente alle foibe, non è accettabile. La narrazione sulle foibe è basata su una bugia molto pericolosa. Che messaggio diamo ai giovani? Se diciamo loro una cosa non vera, ossia che gli sloveni di sinistra si sono vendicati, potremmo suscitare il pensiero che sia bene che arrivi una forza autoritaria per fare ordine in Italia». Quale dovrebbe essere dunque per lei, Boris Pahor, il senso del Giorno del ricordo?

«Si dovrebbero ricordare gli esuli. Ripeto, dire che gli sloveni si sono vendicati è una sporca menzogna. Anzi, ai militari fu detto: la guerra è finita, lasciate qui le armi e andate a casa. Potevamo fare dei prigionieri, ma abbiamo detto: siete liberi, andate a casa. Intanto i tedeschi erano già scesi a Milano. Alla stazione di Trieste c’erano i carabinieri. Io ho tagliato la corda, sono salito su un treno che mi ha portato a Miramare e sono salito in montagna per fare la lotta partigiana. Su quel treno che procedeva a fatica, piano piano, c’erano tanti altri giovani come me. All’epoca i giovani li mandavano a San Saba a lavorare per poca paga, ma noi abbiamo scelto un’altra strada».

La voce qui si fa più flebile quasi un soffio. Grazie professore delle sue parole, abbozzo, non voglio stancarla troppo. «Aspetti – mi ammonisce con garbo – vorrei che lei riportasse su Left che lo scrittore Boris Pahor ha scritto una lettera al presidente della Repubblica ricordando che la storia delle foibe è una bugia, certo non posso chiedergli di ritrattare il suo discorso, ma potrebbe sottoscrivere e rilanciare quanto ha dichiarato l’Unione italiana slovena di cultura e di storia che ha lavorato sei anni per scoprire la verità storica». Impossibile mettere sullo stesso piano partigiani comunisti e ragazzi  di Salò pena il tradimento della memoria di chi ha dato la vita per la democrazia e la libertà. «La verità è che abbiamo sperimentato una feroce dittatura nazifascista. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta – sottolinea con orgoglio -. Anche la casa di cultura slovena è stata riparata, ora è come nuova. Dunque sono stato contento di accettare il premio che il presidente della Repubblica mi ha conferito, parlando dei campi di concentramento. Lo ringrazio e offro il premio alla memoria delle vittime del fascismo, è importante non perdere la memoria dei luoghi, dei volti, delle storie».

Trieste è stata ed è uno straordinario crocevia di storie e culture, ma anche uno sfaccettato laboratorio di resistenza. Lo stesso Pahor da intellettuale di ispirazione cristiano democratico diventò partigiano di sinistra. Mentre si ricorda il centenario della nascita del partito comunista gli chiediamo quale fosse la sua posizione. «Io non sono mai stato anticomunista», risponde Pahor. «Sono sempre stato amico del comunismo che lotta per la dignità e la giustizia per i diritti dei lavoratori. Ho attaccato il comunismo quando è diventato dittatura. Non posso dire che Tito non avesse delle buone idee, ma è stato un dittatore. C’erano comunisti che erano contro la dittatura, ma non contavano, li mettevano ad attaccare i francobolli. Invece erano loro i veri comunisti».

Accadeva nella Repubblica socialista federale di Jugoslavia dell’epoca di Tito ed era accaduto in Urss. «Lenin voleva la dittatura del proletariato ma il proletario non deve mai diventare dittatore, il proletariato deve costruire una società solidale, libera, democratica. Morto Lenin, Stalin prese in carico il progetto di fare la dittatura, costruendo campi di concentramento in Siberia purtroppo facendo man bassa dei comunisti democratici. Chi è per me un comunista democratico? È un uomo che combatte con me per la libertà e la cultura delle minoranze, in Italia ci sono 12 minoranze linguistiche che chiamiamo nazionali, coscienti di essere italiani parlano un dialetto greco, un dialetto sloveno, un dialetto ladino, ecc. Siamo italiani grazie e per il dialogo», dice evocando il suo lungo impegno in questo ambito come direttore di riviste e animatore del dibattito culturale.

«Posso concludere con un augurio? Che la democrazia in Italia sia ricca, libera, non dittatoriale. La sinistra democratica ha diritto di vivere completamente libera. Che le pare? Potrebbe un bel titolo per questa nostra conversazione: “La sinistra democratica è ciò che vogliamo dice Pahor, la sinistra sì ma democratica”. Mi piacerebbe leggerlo su Left».

 


L’intervista è tratta da Left del 22 gennaio 2021

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Le tre eresie

POTOCARI, BOSNIA AND HERZEGOVINA - JULY 10: A young Muslim girl walks past a stone memorial bearing the names of victims of the 1995 Srebrenica massacre at the Potocari cemetery and memorial near Srebrenica on July 10, 2011 in Potocari, Bosnia and Herzegovina. The newly-identified remains of 613 victims are scheduled to be buried in a ceremony to be held on July 11, the 16th anniversary of the massacre. At least 8,3000 Bosnian Muslim men and boys who had sought safe heaven at the U.N.-protected enclave at Srebrenica were killed by members of the Republic of Serbia (Republika Srpska) army under the leadership of General Ratko Mladic, who is currently facing charges of war crimes in The Hague, during the Bosnian war in 1995. A Dutch court recently found the Dutch government responsible for the deaths of three of the victims when Dutch U.N. peacekeepers handed the three men, who had been working on the Dutch base in Srebrenica, over to Serbian soldiers. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Ci vorrebbe la capacità di un drammaturgo elisabettiano o la genialità del maestro del brivido per dipanare intrighi internazionali, vicende vere o presunte, follie di despoti locali, ordalie di mafie e capi carsimatici, apparizioni e crolli, deliri mistico-ideologici, miracoli, minareti e campanili, orrori tanti e stupri orrendi affogati nella rakija, tanta rakija a incendiare o spegnere, ogni cinquant’anni, la polveriera balcanica.

L’immagine migliore per raccontare ciò che è accaduto nei Balcani fra il 1980 e il 1995 (o 1999) la troviamo in As I lay dying (Mentre morivo) di William Faulkner, dove si racconta la vicenda della famiglia Burden, poveri contadini del sud degli Stati Uniti, che in occasione della morte della madre, trasportano il feretro per nove lunghi giorni fino a Jefferson per darle una degna sepoltura. Il padre Anse e i cinque figli, incontrano gli ostacoli dell’acqua e del fuoco prima di poter arrivare in città con il carro su cui la bara emana ormai un fetore terribile.

E sono proprio le difficoltà del viaggio a far esplodere tensioni e rancori che covano tra i membri della famiglia, ciascuno dei quali è prigioniero del proprio dramma privato e nasconde segreti e desideri più o meno inconfessabili, raccontati nel romanzo da ognuno dei protagonisti dal proprio punto di vista.

Nove giorni che in ex-Jugoslavia diventano nove anni, ovvero gli anni che trascorrono dalla morte di Tito (1980) al 28 giugno del 1989, giorno in cui Milosevic pronuncia il celebre discorso di Kosovo Polje sul rischio di un futuro scontro armato in difesa dell’identità nazionale serba.

Le date in questa storia sono importanti. Una in particolare. Il 28 giugno in ex-Jugoslavia non è un giorno come un altro, è un po’ come il…


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Violeta Tomic: «Così Bruxelles fa un favore ai nazionalisti»

Violeta Tomic andrebbe definita come una donna senza confini. Nata in Bosnia, a Sarajevo ma cresciuta in Slovenia, nota in tutto il Paese come attrice teatrale, cinematografica e televisiva, capace di passare dal dramma alla satira con una incredibile poliedricità. Ma insieme alla carriera artistica ha sempre coltivato la passione e l’impegno politico che l’ha portata dal 2014 ad essere eletta in Parlamento con la allora Sinistra unita. Nel 2015 è stata fra i protagonisti delle contestazioni contro il filo spinato anti immigrati fra Slovenia e Croazia. Riconfermata in parlamento nel 2018, con la formazione Levica (Sinistra), è stata nominata presidente della commissione cultura in Parlamento e, presso il Consiglio d’Europa Garante dei diritti delle persone Lgbt. Nel 2019 è stata indicata dal gruppo Gue/Ngl come candidata alla presidenza della Commissione europea (v. Left del 24 maggio 2019).

L’abbiamo raggiunta partendo da una occasione particolare, la decisione presa in sede Ue di nominare per il 2025 Nova Gorica e Gorizia, capitali della cultura europea. Una scelta che può avere caratteri interessanti non solo dal punto di vista simbolico. «Si tratta insieme di un onore e una sfida, soprattutto in questi tempi che non sono, per utilizzare un eufemismo, troppo amichevoli con chi crea cultura e con gli artisti. Mi auguro sinceramente che entro il 2025 avremo finito con la pandemia e che la creazione artistica possa riprendere ad agire col suo pieno potenziale. Anche la cooperazione transfrontaliera della capitale della cultura “Gorizia Nova Gorica”, tra Italia e Slovenia è importante, ancora di più in questa fase in cui assistiamo tutte e tutti a intolleranza, razzismo, nazionalismo e odio, amplificati dalle politiche di destra in Europa e nel mondo. La partecipazione congiunta di due Paesi vicini a progetti culturali è quindi un’opportunità per rafforzare il riconoscimento reciproco e la fiducia».

Pensi che da qui al 2025 si riuscirà a promuovere una maggiore conoscenza fra due mondi che sono rimasti molto separati?
Purtroppo, trovo che i tempi di crisi in cui viviamo oggi non abbiano un effetto positivo sulla società, sulla solidarietà e sulla cooperazione. Ognuno custodisce con ansia il proprio giardino, i gruppi neonazisti stanno rafforzando il loro potere, le fake news e l’incitamento all’odio stanno crescendo. Vengono violati i diritti umani e civili già acquisiti, l’uguaglianza delle donne è…


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«Escort». E tutti giù a ridere

Dunque Alan Friedman ospite della trasmissione Uno mattina mercoledì 20 gennaio per commentare l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, ha voluto regalarci una perla di maschilismo travestito da analisi politica dicendo: «Donald Trump si mette in aereo con la sua escort e vanno in Florida». Poi si è corretto, come si correggono i pessimi comici che non fanno ridere e ha detto «moglie».

La escort in questo caso era Melania Trump, moglie dell’ex presidente degli Usa. Si è levato giustamente un coro di indignazione ma poco, meno di come avrebbe dovuto essere. Perché? Perché in fondo offendere la compagna del proprio nemico politico è considerato meno grave per chi usa la difesa delle donne semplicemente come roncola, come l’ennesima arma da portarsi nell’agone politico.

Eppure offendere la moglie di un avversario per colpire lui è proprio un comportamento maschilista fatto e finito. Forse sarebbe il caso di difendere i principi e i valori indipendentemente dal fatto che ci tornino utili per attaccare quelli che non ci stanno a genio. Sì, è vero che fa ridere ascoltare Salvini che si indigna, proprio lui che ha portato sul palco una bambola gonfiabile paragonandola a Laura Boldrini. Ma questo non è il punto, ora. Il punto è difendere la dignità di Melania Trump, in quanto donna oggetto di attacchi maschilisti. Questo ci interessa.

Anche perché Friedman si è giustificato dicendo che non era una parola “voluta” e che stesse traducendo dall’inglese. «La parola che volevo dire era ‘accompagnatrice’», dice Friedman. Beh, caro Friedman, una moglie non è l’accompagnatrice del proprio uomo, non esiste solo in quanto portatrice dell’identità del suo marito o compagno. E poi sorge una domanda spontanea: Friedman è corrispondete dall’Italia dal 1983, davvero è ancora così indietro con la sua capacità di linguaggio? Dai, non scherziamo, su. Chiamare “gaffe” una frase sessista non si può sentire, no.

Ma andiamo avanti: la conduttrice rimprovera a Friedman la sua pessima uscita e lui dice che «Melania non è una vittima ma è razzista come Trump». Quindi il buon Friedman siccome voleva attaccare Melania Trump non le ha dato della razzista ma le ha dato della escort. Peggio di prima. Passano alcune ore e ieri Friedman scrive «ho fatto una battuta infelice, chiedo scusa». E niente, non riescono proprio a dire “ho fatto una battuta sessista e me ne scuso”. È più forte di loro.

Immaginate se quella stessa frase fosse stata rivolta alla moglie di Biden o peggio alla moglie di Obama: sarebbe scattato l’inferno. Dai, facciamo i seri e difendiamo i principi che vanno difesi senza farsi inquinare dal tifo. L’onestà intellettuale è una forma di rispetto per se stessi e in questo caso anche delle donne.

Buon venerdì.