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Una rete per proteggersi dall’odio online

This is a person being alienated by a group of people. eps.10 Transparencies used.

Internet e il digitale hanno rappresentato in questo anno di pandemia la nuova fonte di socialità, uno dei pochi mezzi a disposizione per mantenere i rapporti professionali e personali.

Il digitale ha portato con sé nuove sfide, che seppur già presenti si sono manifestate con urgenza nel momento di un uso massivo della rete, che ha posto tutti noi in una condizione di isolamento fisico. “Solitudine” è stata una delle parole chiave degli ultimi mesi, un isolamento colmato per quanto possibile con la presenza in numerose piazze virtuali. Si è dibattuto a lungo delle conseguenze di questo isolamento sulle famiglie, sulle persone anziane. Si è parlato delle difficoltà legate a uno smart working per cui il Paese non era pronto e di quelle di una didattica a distanza organizzata in fretta dai docenti più abili con le tecnologie. Ma cosa è accaduto agli adolescenti che sono nella fase della vita in cui scoprono la relazione con l’altro, al di fuori del nucleo familiare, coloro che si trovano in quel periodo della vita in cui la crescita personale avviene anche grazie alle dinamiche di gruppo?

Le notizie degli ultimi giorni raccontano il disagio diffuso tra i più giovani, le conseguenze devastanti dell’isolamento associato ad una vita online che è aumentata a dismisura e ha portato con sé tutte le sfide e criticità di un uso non consapevole della rete. Gli adolescenti sono esposti a contenuti e incontri nocivi, rischiano di diventare il bersaglio di comportamenti pericolosi.

Secondo uno studio realizzato dall’associazione Di.Te. (Associazione nazionale dipendenze tecnologiche), assieme a Skuola.net e all’Università politecnica delle Marche, le manifestazioni dei bulli in rete sono…


L’articolo prosegue su Left del 29 gennaio – 4 febbraio 2021

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Ma vi ricordate l’app Immuni?

Medical workers wearing protective gear take swabs to test for COVID-19 at a drive-through for people returning from Croatia, Spain, Malta and Greece, at the San Carlo hospital, in Milan, Italy, Tuesday, Aug. 25, 2020. People returning to Italy from Spain, Malta, Greece and Croatia must be tested within 48 hours of entering the country, after those nations saw worrisome upticks in infections. (AP Photo/Luca Bruno)

Lanciata nella scorsa primavera e disponibile dall’1 giugno 2020, l’app Immuni era stata presentata come una delle armi che il governo italiano stava affilando contro la Covid-19, in parallelo con altri progetti simili di contact tracing sviluppati nel resto del mondo per fronteggiare la pandemia. Subito erano scoppiate le polemiche, tra fedelissimi dell’algoritmo salvatore e complottisti secondo cui l’app avrebbe potuto installarsi a nostra insaputa per defraudarci dei nostri dati sanitari. E poi c’era chi, come noi (v. Left dell’8 maggio 2020, ndr), semplicemente avanzava alcuni dubbi sulla reale efficacia e adeguatezza dello strumento. A ragione. Oggi quasi non se ne parla più, nessuno sembra interessarsi della sua funzionalità e del suo destino.

Per capire come stanno le cose, partiamo dai numeri che abbiamo a disposizione. Innanzitutto quelli delle comunicazioni di contatto stretto avvenute tramite app. Per avere un’idea di quanto (poco) incidano nella lotta alla pandemia, possiamo raffrontarli al numero di nuovi contagi da Covid-19, visto che non abbiamo a disposizione il numero totale dei contatti stretti rilevati nelle regioni italiane (che possono essere individuati non solo tramite app, ma anche tramite il tracciamento “analogico” operato dai Dipartimenti di prevenzione delle Asl).

Le regioni sul podio per numero di smartphone squillati a causa di Immuni nella settimana tra il 18 e il 24 gennaio sono…


L’editoriale è tratto da Left del 29 gennaio – 4 febbraio 2021

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Yemen, moneta di scambio tra Occidente e Medio oriente

SANA’A, YEMEN –NOVEMBER 28: Yemenis gather to receive food aids from a distributing center provided by charity people on November 28, 2018 in Sana’a, Yemen.

«La designazione degli Usa del movimento yemenita houthi (Ansar Allah) come organizzazione terroristica è stato l’ultimo sconcertante atto dell’amministrazione Trump». Non ha dubbi la nostra fonte yemenita nel commentare la decisione dell’ex Segretario di Stato Usa Mike Pompeo annunciata pochi giorni dall’insediamento del nuovo presidente statunitense Biden. «È un errore gravissimo che rischia di far cadere il Paese in una carestia di dimensioni mai viste dalla catastrofe degli anni 80 in Etiopia», aggiunge sconsolata.

Una denuncia condivisa da analisti e ong umanitarie che operano in Yemen. Ma soprattutto dal direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni unite per il Coordinamento degli affari umanitari Marc Lowcock che ha esortato a metà gennaio Washington ad annullare la sua disposizione perché «potrebbe portare ad aumento del costo cibo del 400%». «Già 50mila yemeniti rischiano di morire di fame in quella che è già una piccola carestia – ha spiegato -. Ma altri 5 milioni si trovano soltanto poco dietro».

Il disastro umanitario yemenita è evidente solo nei numeri: l’80% della popolazione (24 milioni su 30,5 complessivi) ha bisogno di assistenza umanitaria. Di questi, 14 milioni ne hanno assoluto bisogno. A preoccupare è soprattutto l’insicurezza alimentare che riguarda 20 milioni di persone, ovvero 2 su 3 yemeniti. Senza poi dimenticare che 20 milioni non hanno accesso all’acqua pulita e servizi igienico-sanitari. Lo Yemen è un Paese distrutto, lacerato dall’epidemia di colera (ora pare terminata) e ora dal Covid-19 le cui morti ufficiali sono sotto il migliaio. Un dato sicuramente a ribasso dato che il sistema sanitario è del tutto collassato dopo 6 anni della guerra saudita anti-houthi che ha fatto oltre 100mila vittime.
In questo contesto, la decisione nordamericana contro gli sciiti houthi filo-iraniani sembra dare il colpo finale. «La mossa soffocherà i flussi di cibo nel Paese che dipendono per lo più da importazioni e complicherà il lavoro delle agenzie umanitarie – denuncia la nostra fonte -. I commercianti yemeniti temono infatti che …


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L’arabo fenice

Dunque ieri abbiamo avuto l’occasione di assistere in differita al doppio Matteo Renzi, quello in versione zerbino di fronte al principe saudita Bin Salman e quello che fa la voce grossa nella crisi politica che lui stesso ha provocato in piena pandemia. Sono due Mattei così lontani tra di loro, probabilmente anche molto inopportuni nei tempi, che meritano di essere osservati per avere contezza dello stato attuale di crisi che non è solo politica ma forse e soprattuto di credibilità.

Il Renzi prostrato ai sauditi (per la modica cifra di 80mila euro l’anno) è quello che da senatore della Repubblica, da membro della commissione Difesa, quello stesso che da mesi vorrebbe avere in mano la delega ai Servizi segreti, riesce a fare la velina per il principe Bin Salman con il suo inglese alla Alberto Sordi celebrando l’Arabia Saudita (terra di principesca violenza e di diritti negati) come “terra di un nuovo Rinascimento” insozzando un po’ della sua Firenze di cui si sente padrone, è lo stesso Renzi che riesce a dirgli «non mi parli del costo del lavoro a Ryad, come italiano io sono geloso» dimenticando che da quelle parti siano vietati i sindacati (e quindi i diritti) e le manifestazioni (chissà cosa ne pensa l’ex ministra Bellanova), quello che si fa chiamare ripetutamente “Primo ministro” per celebrare e per autocelebrarsi. Una scena imbarazzante nei modi e nei contenuti da cui i renziani si difendono nel modo più bambinesco e cretino ripetendo all’infinito “e allora gli altri?” come avviene tra bambini dell’asilo.

Il Renzi italiano invece è quello che dopo il colloquio con Mattarella si ferma per un’ora davanti ai giornalisti scambiando come al solito una conferenza stampa per un comizio e raccontando ancora una volta un’impressionante serie di balle infilate una dopo l’altra, riducendo ancora tutta la crisi di governo alla difesa del suo partitino politico (indignato perché c’è qualcuno che non vuole più trattare con lui) e spiegando ai giornalisti di non avere posto veti su Conte al Presidente della Repubblica per poi smentirsi pochi minuti dopo con un suo stesso comunicato che invece chiede che l’incarico venga dato a un’altra personalità. «Oggi non si tratta di allargare la maggioranza ma di verificare se c’è una maggioranza: se vi fosse stata una maggioranza, non saremmo stati qui ma al Senato per votare la fiducia a Bonafede», ha detto ieri Renzi nel tentativo di fermare il tempo in questa fase che gli regala un po’ di visibilità e temendo tremendamente lo spettro delle elezioni che lo farebbero scomparire. Poi, sempre in nome della sua coerenza, è riuscito a stigmatizzare la nascita di un nuovo gruppo in Parlamento dimenticandosi che la sua stessa Italia viva sia frutto dello stesso trucco parlamentare. Ma si sa: per Renzi le stesse identiche azioni hanno dignità differente se è lui a compierle o se sono gli altri.

E così tra liti e tentativi di riconciliazioni si trascina una crisi politica che diventa ogni giorno di più una barzelletta, sfiancante per i toni e la bassezza dei protagonisti, sfiancante perché avviene in un momento di piena pandemia.

E viene voglia di dirsi che finisca tutto presto, il prima possibile.

Buon venerdì.

L’età della resistenza

Un anno di pandemia grava sulle nostre spalle. Per molti un anno pieno di lutti, di dolore per la perdita di persone care. Per tutti un anno di distanziamento sociale, che troppo spesso è diventato isolamento, a cui ora si aggiunge la crescente preoccupazione per quel che potrà accadere quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, mentre la crisi economica è sempre più nera e le disuguaglianze diventano abissali. E tutto questo mentre la campagna vaccinale procede a rilento e i governi nazionali impotenti subiscono il ricatto delle multinazionali del farmaco. Tanto più in Italia alle prese con una inopportuna e irresponsabile crisi di governo.

Pur avendo addosso tutta la fatica degli ultimi 365 giorni dobbiamo ancor più cementare la nostra vitalità e resistenza a livello individuale e collettivo, sviluppare capacità di reagire e di immaginare una via d’uscita dal tunnel. Non è facile. E tanto meno lo è per chi aveva già delle fragilità psicologiche che questa situazione può aver acuito e per chi ha visto ridursi le proprie possibilità di accesso alle terapie. Uno studio di Openpolis documenta che la crisi scoppiata col Covid-19 è stata particolarmente difficile per le persone che necessitano di servizi psichiatrici e psicologici. «Durante la prima ondata dei contagi, uno o più servizi dedicati a pazienti con problemi mentali, neurologici o di abuso di sostanze stupefacenti sono rimasti paralizzati in quasi tutti i Paesi monitorati dall’Organizzazione mondiale della Sanità». Di fatto 3 su 4 servizi di igiene mentale sono stati sospesi in Europa a causa della crisi da Covid-19. A fronte di una drastica riduzione dei servizi sanitari in presenza diffusi sul territorio c’è stato un aumento di offerta di servizi sanitari online da remoto nell’ambito della psichiatria. Ma non in tutti i Paesi alla stessa maniera.

Secondo i dati dell’Associazione europea di psichiatria riportati da Openpolis oltre il 75% dell’assistenza psichiatrica durante la prima ondata di Covid-19 in Europa è stata fatta online, ma con grandi differenze tra una nazione e l’altra. Quando è scoppiata la pandemia solo Finlandia, Paesi Bassi e Svezia avevano attivato programmi di psichiatria online a livello nazionale (fonte Oms). Grecia e Spagna avevano appena lanciato programmi pilota da remoto, mentre in Italia, Croazia e Lituania si registravano solo «iniziative sporadiche o informali». Ovunque hanno pesato differenze nella possibilità di accesso agli strumenti tecnologici e, per i più anziani, una più scarsa alfabetizzazione digitale. Avendo ancora davanti un lungo cammino prima di arrivare all’immunità di gregge come effetto di vaccinazioni di massa il punto è come colmare questi gap che lasciano esposte le persone malate e più fragili. Ma anche come fare prevenzione. Con particolare attenzione ai bambini e agli adolescenti cercando di comprendere quale impatto ha avuto sulla loro vita emotiva e sulla loro realtà psichica un anno di mancanza di relazioni sociali e di scuola in presenza con quel che la scuola significa non solo come occasione formativa ma anche relazionale.

Il direttore generale dell’Oms, Tedros A. Ghebreyesus, ha lanciato un allarme sull’impatto psicologico che l’emergenza in corso avrà non solo su chi ha già patologie conclamate. Gli esperti di salute mentale temono un’ondata di problemi psichici, ansia, conseguenze, da stress post traumatico. Fra i più colpiti da stress post traumatico e burnout ci sono i professionisti in campo sanitario, i medici, gli infermieri che ormai da molti mesi sono sempre in prima linea. Ma tra i più a rischio ci sarebbero, come accennavamo, anche gli adolescenti che si sono trovati ad affrontare questo periodo della vita caratterizzato da grandi cambiamenti da soli, stando chiusi nella propria cameretta trascorrendo sempre più tempo sui social.

Come riportiamo in questo numero di Left alcune ricerche parlano di un notevole aumento di casi di cyberbullismo e di autolesionismo, mentre drammatici casi di cronaca riportano in primo piano il rischio che i bambini in rete si possano trovare esposti a contenuti violenti, fra i quali anche “giochi” che istigano al superamento del limite e al suicidio. Senza demonizzare i social network, come proteggere i più piccoli e come intervenire per stimolare consapevolezza dei rischi, senso critico? Come cogliere i segnali del loro disagio che talora potrebbe non essere solo “disagio” ma essere espressione di una patologia? Sappiamo bene che la diagnosi e l’intervento precoce sono determinanti specie quando si parla di giovani. La chiusura delle scuole ha avuto come conseguenza anche l’impossibilità di poter avere l’aiuto fornito ai ragazzi dagli sportelli psicologici. Di tutto questo abbiamo parlato con alcuni dei maggiori esperti del settore, psichiatri e psicoterapeuti dell’età evolutiva in primis, chiedendo loro di aiutarci a tracciare un quadro della situazione anche suggerendo strumenti e possibilità di intervento.

Riuscire a reagire in modo sano a una situazione così difficile che si protrae ormai da lunghissimo tempo è la sfida che ci riguarda tutti. Così oltre a chiedere agli psichiatri di aiutarci a capire cosa sono e come si manifestano disturbi post traumatici da stress o, per esempio, come distinguere forme di depressione reattiva (dettata da una situazione oggettivamente drammatica) dalla depressione patologica più grave, abbiamo anche cercato di stimolarli a parlare delle risorse emotive e trasformative legate alla nostra identità più profonda. Cosa ci dicono a questo proposito i sogni? La pandemia in che modo ha impattato sull’attività onirica? In che modo cerchiamo di elaborare la situazione di crisi che stiamo attraversando? È un tema che ci apparso molto affascinante da affrontare perciò ci siamo rivolti a un team di psichiatri che sta studiando da mesi questo aspetto, curiosi di conoscere a quali risultati siano giunte le loro ricerche. Anche nei sogni, insomma, possiamo trovare una risorsa per non arrenderci. «Il pensiero e l’identità non razionale sono un nucleo di resistenza contro la violenza visibile e invisibile» di certa politica e cultura che guarda solo al profitto e non all’umano, scrive lo psichiatra Domenico Fargnoli.


L’editoriale è tratto da Left del 29 gennaio – 4 febbraio 2021

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Andrea Masini: Salute mentale, la parola è “prevenzione”

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 29 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, i ragazzi chiusi in casa passano molto tempo tra compiti ed attività a scarsa mobilità Nella Foto: un tredicenne che vive a Roma Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 29, 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency , kids locked down spending a lot of time working on homework and making activities with limited mobility In the pic: thirteen year old boy living in Rome

Crescita “spaventosa” degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio in età 12-18 anni. Picco dei disturbi dell’alimentazione tra gli adolescenti. Aumento dei ricoveri di ragazzi nei reparti di neuropsichiatria. Negli ultimi giorni una serie di articoli usciti sulla stampa ha posto l’accento in questo modo sui “danni” che le restrizioni imposte dalla Covid-19 avrebbero provocato alla tenuta psichica delle giovani generazioni. Notizie del genere colpiscono chiunque così come quelle piuttosto frequenti in cui si parla di un legame diretto tra la crisi economica provocata dalla pandemia e il suicidio di chi ha visto fallire la propria attività commerciale.

Ma il nesso è davvero così stringente o vanno valutati anche altri aspetti? Il lockdown, le restrizioni di varia natura e le misure di distanziamento sociale cui siamo sottoposti ormai da quasi un anno se da un lato hanno indubbiamente il merito di rallentare la diffusione del virus (unica vera arma a disposizione per evitare il collasso del Servizio sanitario nazionale in assenza di terapie efficaci e in attesa dell’immunità di gregge garantita dai vaccini), dall’altro in che modo hanno un ruolo nello sviluppo di una malattia mentale? E soprattutto, come si può intervenire su queste patologie in una situazione di lunga e costante emergenza socio-sanitaria?

Dato che la salute psichica è importante quanto quella fisica per fare chiarezza abbiamo rivolto alcune domande allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, direttore della rivista scientifica Il sogno della farfalla e docente della scuola di psicoterapia dinamica Bios Psichè di Roma.

Professor Masini, con particolare attenzione alle problematiche che riguardano gli adolescenti quali sono gli strumenti più efficaci oggi per fare prevenzione e intervenire sui casi più complessi?
Sicuramente la prevenzione è oggi il cardine per affrontare la malattia mentale. Un principio questo che vale per tutte le patologie ma per quella mentale in particolare. Ed è noto a tutti che la più importante forma di prevenzione è quella culturale. Cioè occorre in primis fare buona informazione su cosa è la malattia mentale, quali sono i disturbi, quali sono i problemi, le cause. Ma questo è un dibattito mondiale che richiederà ancora forse anni per trovare una definitiva chiarezza. Oggi infatti la psichiatria si dibatte in una serie di discussioni interminabili, però seguendo il grande filone della psicopatologia, della psicologia e dell’origine psicologica dei disturbi mentali indubbiamente fare prevenzione vuol dire cercare di capire come si determina e cosa determina la malattia mentale.

Leggiamo spesso sui media notizie in cui si imputa al lockdown e alla crisi economica che ne consegue l’aumento di casi patologici. Lei cosa ne pensa?
Penso che questo sillogismo sia un po’…


L’intervista prosegue su Left del 29 gennaio – 4 febbraio 2021

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Primule e Arcuri

Ve li ricordate i padiglioni a forma di primula che il prode turbocommissario Arcuri ha pensato per la campagna vaccinale contro la pandemia? Bene, ci siamo. Martedì 20 gennaio è stato pubblicato il bando per la realizzazione e ci sono alcuni punti interessanti da analizzare. Perché forse sarebbe il caso di essere curiosi prima per poi non pagare lo scotto dopo.

Una delle critiche più argomentate e che vale la pena riprendere è quella di Carlo Quintelli, docente di Ingegneria e architettura all’università degli studi di Parma, che in un post su Facebook ha analizzato tutti i dettagli del bando. Ripassiamoli. Scrive Quintelli:

«Il padiglione misura 315 mq e per realizzarne, trasportarne, allestirne 21 chiavi in mano arredi compresi in diverse parti d’Italia si danno 30 gg di tempo! E dove si richiede la riparazione degli impianti con intervento entro 30 minuti dalla chiamata! (da sottoporre all’attenzione della ricerca in logistica del Pentagono o di Amazon!). Delle due l’una verrebbe da pensare: o chi ha redatto il bando è totalmente ingenuo ed estraneo al settore o qualcuno ha già pronto tutto da inizio dicembre. Oppure succede come con i banchi per le scuole che sono andati quasi tutti fuori tempo di consegna contrattuale (e le penali?)». E in effetti verrebbe da chiedersi perché insistere pubblicando bandi che si sa che non possono essere rispettati per poi slittare il tutto. Almeno che non ci sia, anche dalle parti di un ruolo tecnico come è quello di Arcuri, troppa attenzione alla propaganda.

Poi, scrive Quintelli: «Il costo massimo è pari ad euro 1.300/mq + Iva ergo se Arcuri si limita ai 21 padiglioni (dimostrativi? sperimentali? promozionali? di fatto inutili ai fini della campagna vaccinale) staremo tra gli 8 e i 9 milioni di euro, ma se in un delirio di onnipotenza ne ordina 1.200 ci portiamo attorno al mezzo miliardo di euro (di soldi nostri)». Per avere un’idea dei costi, osserva Quintelli: «Ognuno di questi padiglioni potrà avere un costo massimo di euro 400.000 (+/- 20%) e a questa modica cifra è in grado di effettuare 6 vaccinazioni alla volta per la durata, compresa anamnesi, di 10/15 minuti a seconda dei soggetti. Ma diciamo pure 12 minuti per 6 postazioni = 30 vaccinazioni/ora per 10 ore = 300 x 90 gg (tre mesi), senza mancare un turno e con efficienza tayloristica, si vaccinano 27.000 persone, un piccolo centro da 30.000 abitanti, spendendo “solo” 10 volte tanto rispetto a un punto vaccini di analoga portata nella sala civica, in quella parrocchiale, nella palestra, sotto la tenda degli alpini e via dicendo…Per un centro da 100.000 abitanti il padiglione da quasi mezzo milione di euro li vaccina tutti ma gli ci vuole un anno (slow vaccination). La soluzione? Se ne acquistano tre, posizionati in tre diverse piazze e risolviamo spendendo la modica cifra di un milione e mezzo di euro. Ora capite perché il Commissario si riserva di ordinarne 1.200 se si pensa che abbiamo 103 città con più di 60.000 abitanti e diverse da oltre 200.000 più Roma e Milano. Che dire…capisco sempre di più le perplessità di certi paesi nel concederci il credito europeo».

E gli spazi? Ecco qua. Lo spiega Quintelli: «In ogni caso l’architettura è un’arte (tecne) dove la ratio è messa alla prova e allora non si spiegano quelle 16 persone in un’area di attesa di circa 40mq che funge anche da ingresso/uscita (non separate!), punto reception, disimpegno ai corridoi, dove tutti incrociano tutti ecc. ecc. Uno spazio oltretutto alto solo 2.70 (di tipo domestico) con volumi d’aria limitati e che andrà fortemente depressurizzato (con quali effetti?). Speriamo bene che non faccia da area di contaminazione….è stato certificata da qualcuno? Il resto degli ambienti è da sommergibile, 2,60 mt di profondità degli spazi per anamnesi e vaccinazione (idonei si dice a 4 persone tra operatori e pazienti/accompagnatori), corridoi da 1,40 mt, “sala attrezzata per reazioni avverse” da circa 9 mq (speriamo di non averne bisogno…) e dulcis in fundo, con una media di 50 persone sempre presenti nella primula, due soli bagni per i pazienti ed uno (evidentemente unisex) per gli operatori (confidiamo nei bar dei dintorni, se in zona gialla)».

Ora la domanda è una sola: siamo sicuri di avere preso una decisione che abbia un senso e che risulti vantaggiosa? Abbiamo il diritto di sapere? O come sempre aspettiamo la prossima conferenza stampa per sentire Arcuri non rispondere sul punto? Anche perché le vaccinazioni impattano sulla nostra vita molto di più delle beghe su cui si stanno sprecando tutti gli editoriali.

Buon giovedì.

Cercasi visione per una rivoluzione verde

Wide angle shot of a green tree surrounded by residential houses. The sun is shining through the green. Shot from directly below the tree

È

il 12 gennaio 2021 quando il Consiglio dei ministri, dopo un annus horribilis che segnerà in modo indelebile l’Italia e il mondo, nel buio della notte, approva il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non è notte solamente oltre i vetri delle finestre, è notte per il governo, alle prese con una crisi che si è avvitata in modo repentino. È notte per il Paese intero, che da mesi è attanagliato da una crisi economica e sociale dalla quale, con difficoltà, si inizia ad intravedere una via d’uscita solo ora. Dal blu cobalto della copertina del testo approvato spicca una foglia verde, luminosa e di un colore vivo, d’altronde il verde è speranza.

Il piano infatti è caratterizzato da una forte impronta green, fedele almeno idealmente al fil rouge tracciato dall’accordo di Parigi, e votato quindi alla riconversione ecologica e sostenibile del modello di sviluppo. Questo risultato non era assolutamente scontato, viste le numerose marce indietro che si fanno in nome dell’emergenza. Negli ultimi mesi, infatti, tanti sono stati gli assalti per smantellare l’impalcatura del Green deal europeo, millantando che l’apposizione di norme e principi ecologici e di tutela ambientale avrebbero strozzato la ripresa economica. 

Nell’incubo che stiamo vivendo, il messaggio di P. A. Sorokin di inizio del secolo scorso è quanto mai attuale, la pandemia non ha fatto che acuire e rendere più evidente quella “crisi di civiltà” che lega indissolubilmente crisi ambientale, sociale e culturale, ora poi che l’approccio riduzionista, che ha dominato il pensiero scientifico per secoli, ha rivelato le sue enormi falle. Questo implica una revisione integrale del rapporto Uomo-Natura optando per un approccio ecosistemico che possa informare e rinvigorire con nuova creatività un’economia differente, capace di produrre circoli virtuosi che valorizzino e preservino il capitale naturale e il patrimonio culturale per le nuove generazioni. Questa è l’economia circolare auspicata. La sfida attuale sta nel riscrivere le regole di equilibrio dell’Antropocene forti della consapevolezza che ciò che è bene per l’ambiente è bene anche per l’uomo. Dunque investire nella sostenibilità oggi vuol dire investire in competitività, tecnologia e riduzione delle disuguaglianze, obiettivi che il piano nazionale di ripresa e resilienza intende fare propri e mettere a sistema in via programmatica.

Partiamo dai dati principali. Sono 222,9 i miliardi che, tra sussidi e prestiti, l’Italia avrà dall’Europa, nei prossimi anni. Non è banale sottolineare quanto questo approccio sia inedito: solo un anno fa sarebbe stata inimmaginabile una politica economica continentale tanto espansiva e basata sulla condivisione del debito. Il piano è suddiviso in 6 aree di investimento, 16 cluster e 48 linee di intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi), rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi), infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,9 miliardi), istruzione e ricerca (28,4 miliardi), inclusione e sociale (27,6 miliardi) e salute (19,7 miliardi). Una mole di investimenti così elevata, concentrata in un lasso di tempo così breve, supera in proporzione il programma New Deal di rooseveltiana memoria che ha permesso di risollevare un Paese dalle macerie della guerra.

Un risultato lo possiamo, con la necessaria modestia, rivendicare. Quando abbiamo cominciato l’avventura dell’associazione Transizione ecologica solidale (Tes) nel 2018, il binomio “transizione ecologica” non era di casa nel gergo politico. Notiamo con piacere come ormai tale espressione sia invece entrata nel linguaggio quotidiano a tal punto da diventare elemento portante del piano: oltre a esservi affidata la coerenza di principi con gli impegni dell’agenda europea vi viene destinato il 40% dei fondi.

È necessario addentrarsi nel documento varato per comprendere, al di là dei punti di forza, le aree da puntellare o sulle quali occorre vigilare in modo cauto. Dei 68,9 miliardi di euro, destinati alla missione 2 “Rivoluzione verde e alla transizione ecologica”, 6,3 miliardi saranno destinati alla

*-*

Gli autori: Ludovica Marinaro e Alessandro Paglia fanno parte dell’associazione Tes, Transizione ecologica solidale. Marinaro è responsabile scientifico e Paglia è responsabile delle relazioni europee


L’articolo prosegue su Left del 22-28 gennaio 2021

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Renzi d’Arabia

Foto LaPresse/Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli politica09 11 2015 Riyadh - Arabia Saudita Pres. Renzi incontra il re d'ArabiaArabia Saudita, Matteo Renzi incontra il re d'Arabia Photo LaPresse/Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli news9 Nov 2015 Riyadh - Arabia SauditaMatteo Renzi visiting in Arabia Saudita,DISTRIBUTION FREE OF CHARGE - Obbligatorio citare la fonte © LaPresse/Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli

Dunque il curioso giornalista del quotidiano Domani, Emiliano Fittipaldi, ha scoperto che il prode Matteo Renzi, colui che ha provocato questa crisi di governo in piena pandemia, ha dovuto fare in fretta le valigie per tornare in Italia mentre se ne stava pasciuto in Arabia Saudita, a Riad, per il Fii events, organizzato dall’omonimo istituto voluto dalla famiglia reale, guidata dal re Salman e dal principe ereditario Mohammed bin Salman (detto MbS), leader incontrastato del Paese.

Renzi non era un semplice ospite e nemmeno un banale conferenziere come gli altri 150: il leader di Italia viva (che frequenta i sauditi dal 2017) siede nell’advisory board dell’Fii institute che si occupa di intelligenza artificiale, robotica e cybersicurezza per dare consigli «su come usare la cultura nelle città, che è un possibile driver del cambiamento del Paese mediorentale».

All’uscita della notizia gli scherani di Matteo sono subito accorsi per spiegarci come non ci sia nulla di male se un leader di un partito nazionale, senatore pagato con i soldi degli italiani, nel giorno della crisi che lui stesso ha scatenato (anche se ostinatamente insiste a negarlo come un Fontana qualsiasi), colui che ha accusato Conte di essere “un pericolo per la democrazia” sia pagato (si dice circa 80mila euro all’anno) da un regime che applica la Sharia nella sua forma più rigida, ossia dai governanti di un luogo dove le donne vengono discriminate più che in ogni altro posto al mondo, quella stessa Arabia Saudita che da anni sta devastando lo Yemen uccidendo civili (bambini inclusi) e bombardando ospedali, quella stessa Arabia Saudita che arresta e condanna giornalisti e attivisti e intellettuali per avere espresso delle libere opinioni, quella stessa Arabia Saudita che arbitrariamente ha arrestato i difensori dei diritti delle donne, quella stessa Arabia Saudita che ogni anno emette condanne a morte (anche tramite decapitazioni), quella stessa Arabia Saudita in cui Raif Badawi è stato condannato a 1.000 frustate e 10 anni di carcere semplicemente per aver scritto un blog, quella stessa Arabia Saudita in cui la tortura viene utilizzata come legittimo strumento punitivo, quella stessa Arabia Saudita in cui la discriminazione religiosa della minoranza sciita avviene alla luce del sole, quella stessa Arabia Saudita in cui è stato fatto pezzi il giornalista del Washington post Jamal Khashoggi.

Tutto bene, insomma. Anzi qualcuno ci dice che non essendoci nulla di illegale non se ne dovrebbe nemmeno parlare. Del resto la questione morale, dalle nostre parti, sembra contare ormai molto poco. Quando un anno fa Corrado Formigli gli chiese (dopo che un altro pezzo del Financial Times aveva segnalato la sua partecipazione a un meeting in Arabia) se da «senatore italiano» si ponesse «il problema etico quando tiene conferenze in Paesi che violano i diritti umani come l’Arabia Saudita», Renzi rispose sereno che non c’era alcun conflitto di interesse e che sarebbe sorto solo se lui avesse «fatto parte del governo come ministro o premier». Bei tempi quando in Italia si chiedeva la decadenza della cittadinanza italiana a Sandro Gozi in quanto consulente di Macron.

Intanto qui c’è una crisi di governo da sistemare. Che impiccio, per mister Renzi.

Buon mercoledì.

Vedi alla voce: Genocidio

Foto: Cecilia Fabiano-LaPresse 01-03-2020: Roma( Italia) Cronaca : 76° Anniversario della deportazione dei cittadini romani ed ebrei Nella Foto: il muro commemorativo al cimitero monumentale del Verano Photo: Cecilia Fabiano- LaPresse January ,03, 2020, Rome ( Italy ) News : 76° anniversary of the roman Jewish deportation in The Pic : the commemorative wall in Verano’s monumental cemetery

Il termine genocidio, coniato nel 1944 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin per indicare “l’insieme di azioni progettate e coordinate per la distruzione degli aspetti essenziali della vita di determinati gruppi etnici, allo scopo di annientare i gruppi stessi”, rimanda immediatamente all’immane tragedia della Shoah: la peggiore, forse, fra le tante che hanno purtroppo funestato il “secolo breve”. Ha scritto Marek Edelman: «Per una persona dotata di una psiche normale, è difficile comprendere che si possa assassinare gli esseri umani solo perché hanno un determinato colore di capelli e di occhi, solo perché hanno origini diverse» (Il ghetto di Varsavia lotta, Giuntina). Ciò che maggiormente colpisce e lascia attoniti, studiando lo sterminio degli Ebrei d’Europa – come Raul Hilberg ha intitolato il suo monumentale saggio, frutto di una ricerca durata tutta la vita – è la fredda razionalità con la quale operò il nazionalsocialismo, attuando sistematicamente, e in un arco di tempo relativamente breve – dal 1933 al 1945 – l’emarginazione, la persecuzione ed infine l’eliminazione fisica di circa sei milioni di esseri umani. Un’organizzazione estremamente precisa ed efficiente, quella messa in piedi dal Nsdap (Nazionalsozialistische deutsche arbeitpartei, Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi), era alla base del sistema concentrazionario, consistente in centinaia di campi, sei dei quali erano Vernichtungslager – letteralmente “campi di annientamento”, cioè di messa a morte – Treblinka, Sobibor, Auschwitz-Birkenau, Chelmno, Majdanek, Belzec.

Oltre che nei Lager, si moriva nelle stragi perpetrate nell’Europa dell’Est dagli Einsatzgruppen tramite fucilazioni di massa o con l’uso dei Gaswagen (autocarri convertiti in camere a gas), nonché nel famigerato “Progetto T4”. Quest’ultimo, avente come specifico obiettivo l’eliminazione fisica di portatori di handicap e malati di mente – considerati esponenti di un’umanità degradata e quindi inferiore («vite indegne di essere vissute», secondo la definizione del vocabolario nazista) e perciò pericolosi, in quanto potenziali agenti di contaminazione per la purezza della Volksgemeinschaft (“comunità di popolo”) ariana – prende il nome dall’indirizzo dell’istituto berlinese nel quale venne avviato, al numero 4 della Tiergartenstrasse.

Per anni la gigantesca macchina di morte nazista operò praticamente indisturbata, grazie all’indifferenza di molti Paesi (Stati Uniti compresi) e alla fattiva collaborazione di altri – prima fra tutte l’Italia fascista, che nel 1938 varò – del tutto autonomamente – le leggi razziste. Sino all’ideazione – scartate altre ipotesi, alcune delle quali bizzarre come quella di procedere al trasferimento coatto di tutti gli Ebrei in Madagascar – della Endlosung, la “soluzione finale”, durante la Conferenza di Wansee, il 20 gennaio 1942. Stücke, cioè “pezzi”, venivano definite le persone che, caricate come bestie sui Sonderzüge (“Treni speciali”) erano destinate quasi tutte alla morte nei Lager. «Soluzione finale», «risoluzione della questione ebraica», «pezzi», «treni speciali»: l’asettica neutralità del linguaggio della burocrazia nazista ulteriormente aggiunge, se possibile, orrore ad orrore. Com’è noto, nei campi oltre agli ebrei vennero deportati anche prigionieri appartenenti ad altre categorie: oppositori politici (furono i primi ad essere internati, nel campo di Dachau, in Baviera), omosessuali, testimoni di Geova, “asociali”. Il gruppo più numeroso dei prigionieri per motivi “razziali”, dopo gli Ebrei, fu quello dei Rom e dei Sinti: circa 500mila persone (ma un computo esatto è reso impossibile dal fatto che spesso queste popolazioni non venivano censite regolarmente) inghiottite dal nulla. Cosa accomunava, secondo la delirante ideologia nazista, i Rom e i Sinti agli Ebrei? Probabilmente soprattutto il fatto di essere, per vari motivi, degli sradicati, privi di patria. Una seria pericolosità sociale veniva attribuita dal razzismo nazista a popoli considerati tradizionalmente nomadi (ma in effetti, costretti nei secoli a spostarsi continuamente in quanto sempre emarginati, esclusi e scacciati, ovunque si trovino, come non si stanca di sottolineare il professor Santino Spinelli, docente di Lingua e Cultura Romanì all’Università di Chieti) come i Rom e i Sinti. Era infatti radicata nell’ideologia razzista la credenza in un’origine biologica, e dunque specificamente genetica, del cosiddetto Wandertrieb, ovvero l'”istinto del nomadismo” (sic!): caratteristica fenotipica che sarebbe stata appunto determinata dall’esistenza in un individuo di uno specifico gene. Anche questi popoli vennero quindi perseguitati dal nazionalsocialismo per motivi razziali, in quanto ritenuti, in base al razzismo biologico, «ariani degenerati, con l’istinto alla criminalità e al nomadismo» (Giovanna Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, in “Studi storici”, 2, aprile-giugno 1995, anno 36). All’interno del campo di Auschwitz-Birkenau esisteva un settore speciale per gli “zingari” (Zigeuner, 3): lo Zigeunerlager, liquidato durante la notte del 2 agosto 1944, quando in circa tremila tra uomini, donne e bambini trovarono la morte nelle camere a gas. Piero Terracina, che da ragazzo fu testimone di quel tragico evento, ha più volte raccontato il silenzio agghiacciante che improvvisamente, la mattina del giorno seguente, regnava nel campo dove sino a poche ore prima si sentivano le voci dei bambini (tra i pochi ad Auschwitz) rom e sinti. Il Samudaripen (in lingua romanì, “tutti uccisi”, dunque “genocidio”), definito anche, sempre in romanès, Baro Romano Meripen, cioè “la grande morte”, o, più comunemente Porrajmos (“divoramento”), presenta quindi numerosi tratti in comune con la persecuzione e lo sterminio degli ebrei; tuttavia, non si dovrebbe mai perdere di vista la specificità e l’unicità della Shoah sia rispetto al Porrajmos, sia rispetto ad altri genocidi – ad esempio, quello armeno.
Ma perché continuare, oggi, a fare ricerca storica sulla Shoah? Fatta salva la specificità di questo evento, studiare lo sterminio degli Ebrei può essere ancora importante anche per analizzare e mettere a nudo i meccanismi che sono alla radice di ogni genocidio: da quello degli Armeni, ai massacri di Pol Pot in Cambogia, alla guerra fratricida tra Hutu e Tutsi in Ruanda, sino alla “pulizia etnica” nella ex-Jugoslavia. Alla base di tali fenomeni c’è sempre l’annullamento dell’altro come essere umano: per vari motivi – di matrice etnica, politica, religiosa – esso non viene più percepito e considerato tale; a quel punto, se si verificano determinate condizioni storiche e sociali (una grave crisi economica, ad esempio, come accadde in Germania dopo il 1929), è possibile che si realizzi il passaggio dal pensare all’agire, cioè che venga messa in atto l’eliminazione fisica del “diverso”. Di fronte ai risorgenti e sempre più frequenti fenomeni di xenofobia e di razzismo di cui quotidianamente ci narrano le cronache italiane – e non solo – è oggi più che mai di fondamentale importanza tenere sempre viva la memoria di quanto è accaduto nel XX secolo. Conoscere e comprendere le dinamiche storiche che hanno prodotto i genocidi del passato dovrebbe spingerci a riflettere sugli avvenimenti del presente, per costruire un’analisi seria ed approfondita di fenomeni storici attuali come le migrazioni: contro la continua tentazione, alimentata soprattutto da parte di certa destra ultranazionalista, di individuare facili capri espiatori per coprire un evidente vuoto di idee e di contenuti.


Per approfondire, vedi Left del 22-28 gennaio 2021

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