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L’impolitica

Foto LaPresse - Massimo Paolone 18 agosto 2020 Rimini (Italia) Cronaca Rimini Meeting 2020 Edizione 41 Special Edition - Incontro inaugurale Nella foto: Mario Draghi Photo LaPresse - Massimo Paolone 18 August 2020, Rimini (Italy) Rimini Meeting 2020 Edition 41 Special Edition - Inaugural meeting In the pic: Mario Draghi

C’è un’aria frizzante questa mattina tra politici e commentatori, quasi tutti felici per avere demolito l’esistente e tutti subito attaccati alle braghe del commissario, tutti con quella felicità della classe che ha appena scoperto che oggi ci sarà il supplente e quindi sicuramente non interroga, non controlla i compiti fatti a casa e forse se va bene non si fa nemmeno lezione.

La giornata di ieri del resto è stata una convulsa regressione verso il gnegneismo che si possa ricordare. Tutti in fila a dare il peggio di sé dentro una trattativa politica che è stata uno spettacolo indecente: i Cinquestelle con Vito Crimi (il pro tempore più duraturo nella storia delle reggenze politiche) issato a difendere perfino l’indifendibile, il Partito Democratico come spesso accade trascinato dalla corrente, Renzi e la sua ciurma a fare finta di trattare come a una recita di fine anno mentre alzava la posta in gioco ogni minuto che passava e divertendosi come un matto. Uno spettacolo indecoroso mentre là fuori morivano le solite 500 persone a cui ci siamo abituati come se fossero brina mattutina.

E così quelli che per settimane ci hanno sfrantumato dicendo che la politica si fa con le idee e non si fa con i nomi ieri sera sono andati a dormire tutti esultanti perché sono riusciti a demolire gli avversari e si sentono rassicurati dall’arrivo del nuovo logo Mario Draghi, come se bastasse un’etichetta per nobilitare un Parlamento farcito di capetti viziati e capricciosi che si sono litigati la merenda fino all’ultimo minuto dell’intervallo e che ora esultano per un probabile governo verde loden. La sola idea che basti il profumo di Draghi perché l’Italia torni a volare è il sintomo più lampante della decadenza di una classe politica che si è fatta implodere, di una classe culturale eternamente appesa al prossimo salvatore e di un giornalismo rassicurato dall’essere fedele al prossimo padrone.

Alla fine in mezzo ai bambini è arrivato il Presidente Mattarella che ormai appare l’unico adulto là dentro e che prova tutti i giorni a metterci una pezza a questa immatura inconcludenza. Ma è lo stesso Mattarella che ieri nel suo discorso ha parlato di un governo «che non debba identificarsi con alcuna formula politica» e vedere esultare la politica per un governo impolitico rende perfettamente l’idea della crisi di rappresentanza democratica che sforna soluzioni costituzionalmente legittime ma che sono tutt’altro che una vittoria. Mario Draghi inevitabilmente perseguirà, com’è nell’anima di ogni governo, interessi e valori che probabilmente riusciranno a cementare una certa idea di centro (tendente a destra) che tanto piacciono a Renzi, a Berlusconi, a Calenda e a tutta quella compagnia di giro ma forse in mezzo a tutta questa esaltazione varrebbe la pena ricordare che le scorie del governo Monti portarono all’esplosione del populismo e di certa destra salviniana. Esulterei un po’ meno, ecco tutto.

Se invece il gioco è quello di convincerci che peggio di com’eravamo messi non potrebbe andare e quindi bisogna esultare perché “un governo Draghi non può fare peggio di questo governo” allora si rientra nel campo del fideismo da tifoserie e nell’infantile speranza che riesce ad accendersi solo quando vede le macerie. E si torna al punto di partenza: un impolitico gioco di specchietti per le allodole. Manca la politica, appunto.

Buon mercoledì.

 

Partoriranno il topolino

Se le cose andranno come sembra che potrebbero andare qualcuno dovrà rispondere dell’avere provocato una crisi politica che è solo un rimpasto travestito da duello finale tanto per aggiungere pathos e meritarsi un po’ di visibilità. Anche perché di pathos, quello vero, quello ruvido che sanguina e che strozza la gola, qui intorno ce n’è già parecchio e non avevamo proprio bisogno di aggiungerci una montagna che partorisce un topolino e che sta tenendo tutto sospeso e tutto bloccato per svolgere una trattativa politica che una politica seria, quella che tende più alla politica che allo spettacolo, avrebbe risolto come le risolvono le maggioranze responsabili.

Anche perché se si annusano gli ultimi venti di questa aria che tira intorno al governo che non c’è sembra che si assisterà all’ennesima trasformazione di una metamorfosi da cui ne escono tutti peggiori. Si è partiti con un presidente del Consiglio che teneva insieme il M5S (quelli che avevano spergiurato di non allearsi mai con nessuno) e Salvini e tutti a braccetto ci dicevano che erano fieri di essere populisti e di essere sovranisti. Quel primo Conte addirittura rivendicava la presenza del sovranismo all’interno della Costituzione e si prendeva scroscianti applausi. Dall’altra parte il Partito democratico ripeteva come un mantra che non si sarebbe mai alleato con il M5S, mai e poi mai, mentre il M5S diceva del Partito democratico che erano un partito di gaglioffi, di pedofili, che rapivano i bambini e che erano il peggio del peggio che si fosse mai visto. Fino a quando il Pd e il M5S (quello che aveva spergiurato di non allearsi mai con nessuno) non si sono presi a braccetto e hanno rinnovato il primo Conte che è diventato il secondo Conte trascinando con loro anche Matteo Renzi che ce l’aveva a morte con chi esce dal Pd per farsi il proprio partito e si è fatto il suo partito e ce l’aveva a morte con i «partitini che provocano la crisi» e ha provocato la crisi. Ora siamo agli stessi attori in campo (più qualche transfugo che avrebbero chiamato «traditore» e che invece ora è diventato «responsabile e costruttore») che vorrebbero fare un governo, loro, per arginare il populismo e il sovranismo.

Ieri hanno discusso di un programma scritto che però hanno deciso di non scrivere. Renzi ha alzato la posta (ma va?) chiedendo più soldi sulle infrastrutture e visto che ci sono hanno anche chiesto il ministero. Poi hanno parlato del Mes, non riescono a mettersi d’accordo sul Mes ma fanno filtrare che sono stati fatti “passi avanti”. Poi hanno parlato di legge elettorale. Eh sì, la legge elettorale: ricordate che avevano rassicurato tutti dopo il taglio dei parlamentari dicendo che era urgente pensare una buona legge elettorale che garantisse l’equilibrio di rappresentanza? Si erano scordati. Ieri al tavolo delle trattative gli è tornata in mente. Poi, siccome dovrebbero essere l’argine di Salvini e dei populisti che vorrebbero governare con l’emotività spicciola, Matteo Renzi ha pensato bene di sparare un tweet che dice così: «A quelli che dicono: “Ma che bisogno c’era di fare la crisi adesso?” Rispondete mostrando una foto dei vostri bambini che giocano in un asilo. Noi oggi stiamo decidendo il loro futuro, i loro debiti». A proposito di bambini e di emotività spicciola. Il più lucido alla fine è parso Tabacci (eh sì, il M5S è stato con Salvini, con Zingaretti, con Renzi e ora anche con Tabacci) che ha fatto notare che forse il programma si dovrebbe discutere con un presidente del Consiglio che per ora non c’è. Pensa te.

Potrebbe finire insomma che si spartiscano le poltrone. Ve lo ricordate quello che all’inizio di tutta questa crisi diceva che non sarebbe finita così? Ecco, sta finendo più o meno così. E se la soluzione sarà questa rimarrà il dubbio che sarebbe bastato parlarsi, di persona, senza spararsi palle incatenate sui giornali e in televisione. Ma vuoi mettere come si sono divertiti? Loro.

Buon martedì.

Vaccini, l’unico antidoto contro lo strapotere di Big pharma

TOPSHOT - Residents look as an artists gives finishing touches to a mural depicting frontline workers carrying a Covid-19 coronavirus vaccine in Kolkata on January 2, 2021. (Photo by Dibyangshu SARKAR / AFP) (Photo by DIBYANGSHU SARKAR/AFP via Getty Images)

Da presidente del Consiglio Conte aveva minacciato azioni legali per i ritardi negli approvvigionamenti di vaccini. E il presidente Usa Biden ha annunciato che ricorrerà al Defense production act per mettere in sicurezza il piano di vaccinazione di massa che dovrà portare a 100 milioni di vaccinati in 100 giorni. Pensata ai tempi della guerra in Corea, questa legge speciale viene ora riconvertita per la guerra al virus. La norma conferisce al presidente ampi poteri per mobilitare risorse e mezzi di produzione di società private per rispondere ad esigenze di difesa nazionale. Significa che l’apparato produttivo e infrastrutturale statunitense ha come priorità la realizzazione, la distribuzione e la somministrazione dei vaccini.

E l’Unione europea? Le grane con le multinazionali con cui sono stati sottoscritti contratti, miliardari e segreti, sono tante e cominciano a pesare. A partire dai ritardi e dalle incertezze nella distribuzione. Ma anche dalle forzature che si teme possano essere operate sui mercati da questo o quello Stato per ottenere i vaccini prima e di più. Mentre si moltiplicano le varianti del virus che allarmano – e l’economia, e la vita delle persone, sono sempre più stremate – il fattore tempo è fondamentale. Come la trasparenza, la congruità e il controllo di ciò che si decide e si fa.

L’ultimo Consiglio europeo, che si è svolto da remoto nei giorni scorsi, si è…


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Quando al governo ci sono persone responsabili

Prime Minister Pedro Sanchez, left and 2nd deputy Prime Minister Pablo Iglesias talk during a parliamentary session in Madrid, Spain, Wednesday Oct. 21, 2020. Spanish Prime Minister Pedro Sanchez faces a no confidence vote in Parliament put forth by the far right opposition party VOX. (AP Photo/Manu Fernandez, Pool)

Il governo progressista spagnolo è riuscito a far approvare, a dicembre, con un’ampia maggioranza, la nuova legge di bilancio per il 2021. Per la Spagna non è una notizia marginale, perché si tratta della prima finanziaria approvata dal 2018. Fin qui Sánchez ha dovuto governare senza un proprio bilancio, costretto a prorogare quello elaborato dall’esecutivo di destra di Mariano Rajoy. E non è da sottovalutare l’ampio consenso con cui è stato approvato, ben 189 voti a favore e solo 145 contro. Sono state ribaltate le preoccupazioni iniziate a gennaio 2020 – proprio un anno fa – quando Sánchez ha formato il governo di minoranza, stringendo l’alleanza con Podemos, con due soli voti di scarto. Per ora è fallito il disegno delle destre di far cadere l’esecutivo, sia il tentativo architettato dal Partito popolare e da Vox che hanno mobilitato la rabbia sociale, sia quello più moderato di Ciudadanos che – negando l’appoggio richiesto – ha puntato sulle contraddizioni interne al Psoe, con l’obiettivo di spingerlo a una rottura con Unidas Podemos e con le forze nazionaliste e indipendentiste regionali basche e catalane.

L’espressione governo Frankenstein viene usata in Spagna per definire l’esecutivo di Sánchez e dei suoi sostenitori parlamentari, allude a qualcosa di mostruoso che si tiene insieme non si sa bene come, ma dopo un anno di governo e quasi un anno di pandemia l’approvazione del piano di spesa dello Stato, che riguarda anche i miliardi di euro previsti dal Recovery plan, aumenta le possibilità di Sánchez di rimanere in carica fino alla fine della legislatura.

Le scelte che emergono dai conti approvati inducono a un moderato ottimismo. C’è il cambiamento del modello di sviluppo spagnolo, sono nominate le politiche sociali e fiscali per non lasciare indietro nessuno e si intravede la possibilità di avviare a soluzione la crisi territoriale spagnola, di cui la Catalogna è solo uno dei problemi.
Gli anticipi sui fondi del Next Generation Eu, con l’impegno di riuscire a spendere nei prossimi tre anni tutti i 140 miliardi di euro messi a disposizione dall’Europa, non basteranno a finanziare lo sforzo necessario alla manovra economica votata. Sono previsti anche aumenti delle imposte sul reddito, sul patrimonio e sulle società, si pensa a un…


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Matteo risponde (male)

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2021 Roma Politica Camera dei Deputati - Consultazioni del Presidente Roberto Fico Nella foto Matteo Renzi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2021 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Consultations by the President of the Chamber of Deputies Roberto Fico In the pic Matteo Renzi

Ieri Matteo Renzi è stato intervistato da Maria Teresa Meli per il Corriere della Sera. Chiamarla intervista in realtà è una parola grossa visto che l’ex premier, come spesso accade, ha potuto comiziare per iscritto praticamente intervistandosi da solo, come piace a lui. Poiché ormai la notizia del suo viaggio in Arabia Saudita è diventato un fatto non scavalcabile il senatore fiorentino è stato costretto a rispondere sul punto (senza rispondere, ovvio) e ha inanellato una serie di panzane che farebbe impallidire anche il più sfrontato dei bugiardi ma che Renzi invece ha sciorinato come se fosse un dogma.

«La accusano di avere fatto da testimonial del regime saudita», dice Maria Teresa Meli e l’ex presidente del Consiglio risponde: «Sono stato a fare una conferenza. Ne faccio tante, ogni anno, in tutto il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Medio Oriente alla Corea del Sud. È un’attività che viene svolta da molti ex primi ministri, almeno da chi è giudicato degno di ascolto e attenzioni in significativi consessi internazionali». Renzi non è andato a fare una semplice conferenza ma siede nel board della fondazione Future investment initiative che fa capo direttamente al principe Bin Salman e per questo è pagato fino a 80mila euro all’anno. Non era lì in veste di conferenziere ma è uno dei testimonial dell’organizzazione di queste iniziative. La differenza è notevole, mi pare. Poi: Renzi dice che molti ex primi ministri svolgono questa stessa attività ma dimentica di essere un senatore attualmente in carica, l’artefice principale di questa crisi di governo, un membro della commissione Difesa nonché lo stesso che chiedeva di avere in mano la delega ai Servizi. Se non vedete qualche problema di conflitti di interessi allora davvero risulta difficile perfino discuterne.

Poi, tanto per leccare un po’ il suo narcisismo e il suo odio personale per Conte Renzi aggiunge: «Sono certo che anche il presidente Conte, quando lascerà Palazzo Chigi, avrà le stesse opportunità di portare il suo contributo di idee». Roba da bisticci tra bambini. E addirittura rilancia: «E grazie a questo pago centinaia di migliaia di euro di tasse in Italia». Capito? Dovremmo ringraziarlo che paga le tasse. Dai, su.

Ma il capolavoro dell’intervista renziana sta in queste due frasi: «Il regime saudita è un baluardo contro l’estremismo islamico» e «Se vogliamo parlare di politica estera diciamolo: è grazie a Riyadh che il mondo islamico non è dominato dagli estremismi». E in effetti il senatore di Rignano deve avere dimenticato che 15 su 19 degli attentatori dell’11 settembre fossero sauditi (incluso Osama bin Laden) ma soprattutto che l’Arabia Saudita finanzi l’estremismo con molta indulgenza e pratichi l’estremismo proprio come forma di governo. Come quelli che sono interrogati in storia e non l’hanno studiata Renzi fa la cosa che gli viene più semplice: la riscrive. Infine, tanto per chiudere in bellezza, promette in futuro di rispondere «puntigliosamente in tutte le sedi» ventilando querele. Perfetto. Ovviamente nessuna osservazione da parte della giornalista: in Italia la seconda domanda è un tabù che non si riesce a superare.

Sarebbe anche interessante sapere da Renzi cosa ne pensi del “costo del lavoro” in Arabia Saudita che ha detto di invidiare, se è informato del fatto che il 76% dei lavoratori sono stranieri sottopagati che vivono in baracche malsane e che sono, di fatto, proprietà privata dei loro padroni che fino a qualche tempo fa addirittura tenevano i passaporti dei loro dipendenti come arma di ricatto per rispedirli a casa e che la situazione delle donne è perfino peggiore con “sponsor” che si spingono fino agli abusi psicologici e sessuali sulle loro dipendenti facendosi forza sul Corano che nella teocrazia saudita detta le leggi. E chissà se Renzi ha avuto il tempo almeno di leggersi una paginetta su Wikipedia (senza chiedere troppo) che dice chiaramente: «L’Arabia Saudita è uno di quegli Stati in cui le corti continuano a imporre punizioni corporali, inclusa l’amputazione delle mani e dei piedi per i ladri e la fustigazione per alcuni crimini come la cattiva condotta sessuale (omosessualità) e l’ubriachezza, lo spaccio o il gioco d’azzardo. Il numero di frustate non è chiaramente previsto dalla legge e varia a discrezione del giudice, da alcune dozzine a parecchie migliaia, inflitte generalmente lungo un periodo di settimane o di mesi. L’Arabia Saudita è anche uno dei Paesi in cui si applica la pena di morte, incluse le esecuzioni pubbliche effettuate tramite decapitazione».

Non c’è che dire: è proprio aria di Rinascimento. Davvero. O forse semplicemente Renzi ha detto la verità: lui invidia un mercato del lavoro così, dove il Jobs Act è stato scritto proprio come lo sognano i ricchi padroni.

Buon lunedì.

Carmen Yáñez: Lucho ed io, la nostra vita senza ritorno

«In questo libro c’è l’ultima poesia che ho scritto per Luis mentre era in vita. Eravamo stati ricoverati insieme poi io sono stata dimessa e sono tornata a casa. Ogni giorno alle 13.30 dovevo attendere la chiamata dall’ospedale per avere informazioni dal medico che lo aveva in cura. Tutti i giorni alle 13.30 io ascoltavo le sue parole e poi le trasmettevo in un gruppo su whatsapp che avevo creato per gli amici più intimi. E la mia giornata praticamente finiva lì, ad aspettare le 13.30 del giorno successivo». Carmen Yáñez, moglie e compagna di una vita di Luis Sepúlveda ha da poche settimane pubblicato in Italia per Guanda Senza ritorno, il suo nuovo libro di poesie. Uscito in Spagna con il titolo Sin regreso a fine 2019, nella versione italiana sono stati pubblicati i versi inediti dedicati al grande scrittore e giornalista cileno scomparso a Oviedo il 16 aprile 2020 dopo essere stato contagiato in febbraio dalla Sars-CoV-2. Sin regreso era in quelle settimane in fase di traduzione in italiano ed ecco cosa ci ha raccontato Carmen Yáñez del libro, di se stessa e di Lucho.

Partiamo dal titolo. Perché Senza ritorno?
Ho scelto io il titolo perché quando sei migrante hai sempre una speranza di ritornare alla tua terra, a casa, e quindi non disfai mai la valigia. C’è una poesia di Bertolt Brecht in cui lui scrive che non si svuota mai la valigia perché la speranza del ritorno non ti abbandona mai. Anch’io ho vissuto questo sentimento. Quando lasciai il Cile pensavo che sarei tornata entro un paio di anni al massimo, che il dittatore non sarebbe durato a lungo. Ma alla fine Pinochet non cadeva mai e gli anni di regime furono 17.

Ma anche dopo la fine della dittatura fascista non sei rientrata subito…
Per lungo tempo sono stata indecisa se tornare o non tornare. C’è gente che quando può torna per restare e c’è chi decide di non tornare a vivere più nel suo Paese. Un giorno ti ritrovi a cercare un luogo, una casa dove abitare definitivamente, a disfare la valigia, appendere i quadri ai muri, a pitturare la casa, e sistemare i vestiti negli armadi. Chi decide di tornare è altrettanto coraggioso, torna perché lo chiama la sua storia, la sua infanzia ma ricominciare da zero non è facile. Nemmeno tornare è facile. Negli anni tu sei cambiato, il tuo Paese è cambiato, le persone sono cambiate. La vita del migrante è…


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Portogallo, quella crepa nel Paese “modello a sinistra”

TOPSHOT - People wearing face masks stand next to Bica funicular in Lisbon on January 7, 2021. - Portugal reported a record 10,000 new coronavirus cases in 24 hours yesterday, and the government warned that its hospitals were under "enormous pressure" from the resurgence of the pandemic. (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP) (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP via Getty Images)

I portoghesi hanno eletto al primo turno il loro presidente della Repubblica. Per meglio dire, il 24 gennaio hanno rieletto (con circa il 60 per cento dei voti utili) il presidente in carica, Marcelo Rebelo de Sousa. I sondaggi che lo davano in vantaggio sui concorrenti di una cinquantina di punti percentuali sono stati confermati, dunque la vera notizia non è tanto questa quanto ciò che gira attorno a quella che sarebbe stata la passeggiata trionfale di Marcelo (qui lo chiamano tutti così, affettuosamente) se il contesto non si fosse notevolmente deteriorato. A cominciare dai numeri del coronavirus. Proprio alla vigilia della domenica elettorale il Portogallo aveva superato i 10mila decessi, ma il peggio è che 4mila di quelle morti erano avvenute nell’ultimo mese, mentre in una sola settimana il Paese registrava 74mila nuovi contagi, tanti quanti ne aveva avuti in tutto il primo semestre di pandemia.

Resterà in parte un mistero cosa abbia spinto una delle nazioni che, nella prima fase, avevano ottenuto i migliori risultati nella lotta al virus a dilapidare un capitale di esperienza propria e altrui e sprofondare in un caos ora difficilmente arrestabile. Fatto sta che, dall’autunno e fino al 15 gennaio scorso, il Portogallo ha silenziosamente optato per una soluzione moderatamente “svedese”: mascherine obbligatorie per strada, sì, ma con scuole e attività commerciali aperte, sia pure con dei limiti, sottoposti comunque a blandi controlli. All’apnea cui il virus ci costringe resistono indubbiamente meglio le economie più robuste e diversificate. Non è il caso del Portogallo che, dopo la crisi dell’euro, il piano triennale della Troika (2011-2014) e l’arrivo dei socialisti al governo nel 2015, è riuscito a far quadrare il cerchio della crescita economica accanto al pareggio di bilancio grazie al boom turistico e ai consumi interni.

L’impazienza strisciante e poi l’aperta protesta di questi settori economici, unite alla volontà ideologica (certamente ricca di preoccupazioni giuste e comprensibili, ma non meno pericolosa sul piano epidemiologico) di tenere aperte a tutti i costi le scuole di ogni ordine e grado, hanno alla fine innescato un’accelerazione pandemica che adesso sarà molto difficile frenare, anche con la quarantena severa che nel frattempo è stata decretata e che darà il colpo di grazia proprio all’economia e alla didattica che si è cercato di salvare. Parafrasando il Churchill del dopo conferenza di Monaco, si dirà che i portoghesi dovevano scegliere tra…


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Ian Anderson: Sul palco io “sono” musica

SAN DIEGO, CA - OCTOBER 17: Musician Ian Anderson of Jethro Tull: Written And Performed By Ian Anderson performs on stage at Balboa Theatre on October 17, 2016 in San Diego, California. (Photo by Daniel Knighton/Getty Images)

Thick as a brick, Minstrel in the gallery, Aqualung sono alcuni degli album con i pezzi composti da Ian Anderson con i Jethro Tull, contribuendo alle sperimentazioni musicali e artistiche degli anni 70 e in particolare del progressive rock. Anderson sembra uscire fuori da un racconto di Cortázar, una sorta di Johnny Carter per intenderci, dove la ricerca della dimensione magica, onirica attraverso la musica è sinonimo di catarsi. «L’ho suonato domani», dice il protagonista del racconto. Lui abbraccia un unico spazio fatto di realtà e allucinazione, restando perciò sempre un passo avanti al dipanarsi della Storia. Insegue il suo stesso genio artistico trasformandosi sul palco in molteplici personaggi come il giullare o il menestrello e tra i denti sempre il suo flauto traverso. Sono maschere che non nascondono il curioso Ian dai capelli lunghi arruffati, i fianchi stretti e con gli occhi tirati da un’ironica follia luciferina ma aprono alla visionarietà completandolo, proprio come le tante voci si allungano e si riflettono in una eco.

Cosa ha influito sul tuo linguaggio musicale e sulla scrittura dei testi?
L’arte visiva è fonte del 90 per cento di quello che scrivo. Sono stato molto appassionato di pittura e fotografia fin dai primi anni di college. Apprezzo la grandezza degli impressionisti, la surrealtà di Magritte ma in particolare sono affascinato da un certo filone di fotografi che rappresentano l’uomo che si muove all’interno di un piccolo spazio. Insomma, non amo particolarmente i ritratti stretti o i paesaggi senza personaggi. E così è per la scrittura; è per me come entrare in un teatro seduto a guardare uno spettacolo osservando gli attori che interpretano il loro personaggio, quello che fanno muovendosi all’interno della scenografia che ha per me un’importanza secondaria.

Quali fotografi ti hanno più ispirato?
Ammiro il documentarista Cartier-Bresson. Lui parte dalla scena e perciò dall’ambiente, dalla luce, dalle distanze mettendoli a fuoco con l’obiettivo della sua macchina fotografica per poi aspettare che questo spazio venga riempito dalle persone e dalle attività che svolgono creando anche una certa sfumatura dell’immagine dando vita a un vero e proprio spettacolo sociale. Tornando all’immagine teatrale è come se lui resti in attesa a guardare il palco con le tende aperte finché si riempia. Nel Regno Unito abbiamo avuto una scuola di pittori chiamata La scuola di Newland dal nome di un piccolo villaggio portuale nella Cornovaglia occidentale a sud-ovest dell’Inghilterra, ed era molto popolare nell’Ottocento, una sorta di anticipazione del pensiero fotografico documentarista dove si raffiguravano soprattutto lavoratori, pescatori dediti alle loro attività quotidiane nel loro scenario ambientale, per lo più marittimo. Si tratta di persone vere in luoghi reali. Io non…

(Traduzione di Ruben Vitiello)


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L’amore è ribellarsi al fascismo

Nel 1938 il poeta turco Nâzım Hikmet venne chiamato al banco degli imputati dal governo di İnönü perché i suoi versi erano accusati di incitare alla rivolta; passò in carcere più di dieci anni, non smise mai di scrivere.
Nel 1946 la poetessa russa Anna Achmatova fu espulsa dall’Unione degli scrittori sovietici, impedendole di fatto di pubblicare le sue poesie, ma mai di scriverle, recitarle, regalarle. Era ritenuta colpevole di estetismo e di non aderire ai canoni del realismo socialista.
Nel 1955, lo scrittore azero Samed Vurgun, fedelissimo del regime sovietico, così sentenziava: «Al centro del nostro pensiero poetico deve essere la grandiosa figura del nuovo uomo socialista», non c’è più spazio per la voce intima del poeta.

Il pericolo della poesia è sentito con forza dai regimi. I burocrati della censura se lo bisbigliano, mentre sudano freddo e tendono l’orecchio in ascolto. Perché la poesia si porta su pezzi di carta leggeri, che si nascondono nelle tasche, nelle borse, sotto i letti; sembra nulla, ma fa esplodere in mille pezzi i bastioni della repressione. Perché la poesia esiste anche se non viene scritta, se viene passata, di voce in voce, ai bordi delle strade. Si canta, la poesia, nelle notti d’amore. Si inventa, tutti possono inventarla: è un’arte democratica e popolare. Snobba il professionismo cattedratico, la tecnica e l’affettazione; cresce tra papaveri e ginestre, fuggendo gli allori.
Nel 1974, il 25 aprile, con una ribellione pacifica il Portogallo si liberò della dittatura fascista più longeva d’Europa, quella iniziata negli anni Trenta con Salazar. Nelle ore precedenti due canzoni vennero usate per annunciare alla radio che il momento era arrivato: prima “E depois do adeus”, struggente successo di Paulo de Carvalho; poi, a notte inoltrata, “Grândola vila morena” del cantautore antifascista Jose “Zeca” Afonso. Un canto proibito di una storia operaia. Tutti capirono che qualcosa stava per cambiare.

Nei lunghi mesi seguenti, sotto la spinta popolare, la rivoluzione prese sempre più un carattere socialista. A tutte le colonie fu riconosciuta l’indipendenza, imprese e banche vennero nazionalizzate, il latifondo fu abolito e le terre redistribuite. Una famosa vignetta del tempo ritraeva i maggiori pensatori comunisti della storia riuniti intorno a una lavagna, a studiare il caso portoghese. Dopo due anni tormentati, nel 1976 il Partito socialista vinse le libere elezioni e Mário Soares divenne primo ministro. I fantasmi della dittatura erano stati spazzati via.
In Portogallo la resistenza al fascismo non era mai stata domata. Poeti, scrittori, registi, cantanti, artisti avevano continuato a creare per immaginare un mondo nuovo. Doveva esserci qualcosa, in quella loro opposizione vitale, di quella coraggiosa speranza che portò sconosciuti marinai portoghesi e italiani a iniziare a navigare verso l’ignoto, ben prima degli spagnoli, immaginando un oltre.
Daniel Filipe, poeta capoverdiano, torturato e perseguitato dalla Pide, la polizia politica portoghese, aveva scritto nel 1961 un poema rivoluzionario: L’invenzione dell’amore. È la storia di…


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I sogni e lo scacco alla morte

La pandemia, evento morboso di natura infettiva esteso a tutta l’umanità, rientra nella categoria dei “disastri”. Il disastro è una situazione di stress collettivo legato a situazioni in seguito alle quali è impedito lo svolgimento di funzioni essenziali del vivere sociale. Pandemia e disastro sono sinonimi di crisi o “catastrofe” termine che nella Poetica di Aristotele indicava il punto culminante della tragedia caratterizzato dal passaggio brusco del protagonista da uno stato di benessere ad uno di infelicità di fronte alla soluzione, di solito luttuosa, del dramma. La catastrofe, come suggerisce l’etimologia della parola, è un rivolgimento, un rovesciamento improvviso che introduce una discontinuità, una frattura nella vita di una persona, di una comunità o dell’intera umanità. Karl Jaspers, agli inizi del Novecento, accennava alle psicosi da catastrofi, fenomeni psicopatologici
collettivi e reattivi ad eventi di particolare gravità. In seguito si sono individuati i “Disturbi post traumatici da stress”, ai quali oggi si fa continuo riferimento o le varie “sindromi da disastro”. Andando oltre le descrizioni sintomatologiche e le categorie nosografiche molti ricercatori si sono concentrati in tempi recenti sullo studio dei sogni cercando di comprendere a quali modificazioni essi vadano incontro in seguito ad eventi catastrofici in particolar modo nel periodo dell’emergenza da coronavirus. Mettere in relazione sogno e realtà storico sociale, nello specifico la pandemia da Covid-19, comporta implicitamente…


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