Home Blog Pagina 452

Una democrazia avvelenata

TOPSHOT - Police detain a protester during a rally in support of jailed opposition leader Alexei Navalny in downtown Moscow on January 23, 2021. - Navalny, 44, was detained last Sunday upon returning to Moscow after five months in Germany recovering from a near-fatal poisoning with a nerve agent and later jailed for 30 days while awaiting trial for violating a suspended sentence he was handed in 2014. (Photo by NATALIA KOLESNIKOVA / AFP) (Photo by NATALIA KOLESNIKOVA/AFP via Getty Images)

«Vado in piazza a protestare perché credo che sotto Putin il Paese non solo sia diventato una dittatura ma ha anche visto peggiorare drasticamente la qualità della vita. Il dissenso e le opinioni alternative sono oppresse e il livello di corruzione è semplicemente spaventoso, sia nei piccoli problemi quotidiani che nelle grandi decisioni del governo». Sono le parole di Anastasia (nome di fantasia), giovane cittadina russa, rilasciate al nostro settimanale.

In Russia, domenica 23 gennaio, si sono svolte le più grandi manifestazioni di protesta contro il governo che l’era Putin ricordi. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Mosca, San Pietroburgo e in tante altre città periferiche dove è molto più raro che le manifestazioni di dissenso si propaghino. Le immagini dei cortei che hanno sfidato le temperature proibitive del “generale inverno” e la brutalità delle forze dell’ordine, hanno fatto velocemente il giro del mondo. Un moto di rivolta nato non per caso, ma, secondo gli analisti, figlio di un piano preciso. Il 17 gennaio, il principale oppositore del presidente Vladimir Putin, Aleksej Navalny (recentemente vittima di un misterioso avvelenamento), leader del partito populista di opposizione Russia Futura, si è consegnato alle autorità del Cremlino ed è stato immediatamente arrestato.

Il suo entourage, per tutta risposta, approfittando del clamore mediatico procurato dalla sua detenzione, ha diffuso una dettagliata inchiesta su una reggia attribuita a Putin sulle rive del mar Nero. Una villa di 17mila metri quadrati con un parco annesso di 7.800 ettari, un campo da hockey sotterraneo, un porto privato e oggetti di arredamento di lusso (il costo di un singolo divano di una sala da the di 1200 metri quadri, può superare i 20mila euro). In base a dei documenti pubblicati dall’agenzia internazionale Reuters, Vladimir Putin non avrebbe nulla di intestato ma il tutto sarebbe proprietà di vari prestanome. Tra questi compare Alexander Pomnomarenko, amico di vecchia data dell’ex agente del Kgb, ora capo del Cremlino.
La strategia di Navalny ha funzionato. Un video del così ribattezzato “nuovo palazzo di inverno”, effettuato con un drone, ha superato quota cento milioni di visualizzazioni su Youtube. Una propaganda che fa forza sulla discrepanza fra la ricchezza ostentata dall’oligarchia al potere e il basso stipendio medio di un cittadino russo. In un tweet di un account vicino all’oppositore del presidente si legge: «La residenza di Putin è la più grande casa privata in Russia. Il costo totale del palazzo, secondo Navalny, è di almeno 100 miliardi di rubli. E la tua pensione è di 140 dollari!». Mentre le proteste nel Paese aumentano, la…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

«Polizia ovunque, giustizia in nessun luogo»

TUNIS, TUNISIA - JANUARY 30: Tunisian protesters confront police officers forming a human shield to block the access to demonstrators to the interior ministry, during a rally to protest against "police repression" and demand the release of demonstrators detained in recent days in capital Tunis on January 30, 2021. (Photo by Yassine Gaidi/Anadolu Agency via Getty Images)

Il fraintendimento che negli ultimi dieci anni ha monopolizzato la narrazione delle primavere arabe ha trovato il suo miglior palcoscenico lì dove tutto è iniziato. In Tunisia. Il Paese che per primo si è sollevato, già nel dicembre 2010, contro i 23 anni di regime di Ben Ali ha scelto la data più significativa per rompere le righe: il 14 gennaio scorso, decimo anniversario della fuga del presidente da Tunisi dopo un mese di proteste di massa, i giovani sono tornati in piazza, di notte, sfidando un coprifuoco che più che anti-covid aveva palesemente mire anti-proteste.
E il fraintendimento coltivato dagli analisti occidentali si è frantumato. In Tunisia, dipinta come sola rivolta riuscita, capace di incamminarsi a grandi falcate verso la democratizzazione, è cambiato poco dal 17 dicembre 2010 quando il venditore ambulante Mohammed Bouazizi si diede fuoco a Sidi Bouzid, definitiva forma di protesta contro le angherie della polizia.

Se molto è cambiato sul piano dei diritti civili e politici – multipartitismo, elezioni, maggiore libertà di stampa, leggi contro le violenze domestiche e sessuali e modifiche alla patriarcale legislazione che limitava gli spazi politici e sociali delle donne – sul piano socio-economico i tunisini sono fermi al palo: le ragioni più profonde che a cavallo tra il 2010 e il 2011 portarono milioni di persone in strada (e ispirarono egiziani, siriani, yemeniti, bahrainiti) sono ancora lì, a strangolare ogni speranza di un futuro migliore, più eguale.

Da metà gennaio le proteste sono tornate, più limitate nei numeri ma non meno potenti. A manifestare sono giovani e adolescenti, minorenni, studenti e disoccupati. Molti erano bambini durante la rivoluzione dei gelsomini ma, come per altre società della regione, hanno assorbito un clima nuovo, una coscienza di sé e del cambiamento possibile che è per molti versi la migliore e più solida conquista delle rivoluzioni arabe.
Mentre scriviamo si è da poco conclusa un’altra grande manifestazione a Tunisi, che ha raccolto le istanze sollevate per prime dalle periferie della classe operaia e dei lavoratori a giornata, marginalizzate come dieci anni fa. Molti quartieri sono costruzioni informali, assorbite dalla grande città ma senza che a quell’annessione seguisse l’arrivo di servizi decenti e lavoro. Sabato 30 gennaio centinaia di persone hanno marciato sull’iconica Avenue Bourguiba verso la sede del ministero degli Interni. «Polizia ovunque, giustizia in nessun luogo», gridano e scrivono nei cartelli sollevati sopra le teste e le mascherine. Torna lo…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Ma che bel «Rinascimento» sulla pelle degli schiavi

FILE - In this Monday, July 27, 2020, file photo, workers disinfect the ground outside the Grand Mosque, over fears of the new coronavirus, at the Muslim holy city of Mecca, Saudi Arabia. In place of the 2.5 million pilgrims who performed the hajj last year, only a very limited number of faithful — anywhere from 1,000 to 10,000 — are being allowed to take part in what is largely a symbolic pilgrimage amid the coronavirus outbreak. (AP Photo)

La partecipazione, ben remunerata, del senatore Matteo Renzi alla Conferenza sull’innovazione nei giorni scorsi in Arabia Saudita e le sue imbarazzanti dichiarazioni su un «Rinascimento» saudita hanno involontariamente prodotto un effetto positivo. Renzi ha ammesso di invidiare le modalità di Riyad di contenimento del costo del lavoro. Neanche una parola sull’assolutismo della famiglia reale, sui legami con il terrorismo, sull’applicazione della pena di morte e di pene corporali, sulla condizione femminile. I bassi salari e l’assenza di diritti sono resi possibili grazie ad un sistema che si sintetizza in una sola parola «kafala».
Si tratta di un sistema di regolamentazione del lavoro migrante in voga nei diversi Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Arabo (Gcc) che comprende: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Bahrain e Qatar.

Kafala significa sponsorizzazione o patrocinio, ma si traduce anche col concetto tradizionale di “ergersi a garante” e in “prendersi cura” di chi non è in grado di badare a se stesso, come un minore, o forse una donna, uno straniero? Chi vuole lavorare nei Paesi Gcc necessita di un “kafeel” (sponsor).
La kafala fa perdere ai governi ogni responsabilità; le competenze su ogni aspetto della vita del dipendente ricadono sullo sponsor – che spesso coincide col datore di lavoro -, dal permesso di ingresso, al rinnovo, al visto di lavoro, alla cessazione del rapporto al trasferimento a altro datore di lavoro fino alla disponibilità a garantire un permesso di uscita.

Lo sponsor ha in mano la vita della persona entrata, dalle condizioni salariali ai documenti che consentono di restare legale. Sovente viene requisito il passaporto di chi lavora, il salario – già basso e tagliato anche del 50% in pandemia – spesso non viene corrisposto e, non da ultimo, ogni denuncia di abuso e di sfruttamento porta chi lavora a non poter esigere i propri diritti. Sono centinaia i casi rilevati da Human rights watch (Hrw ) di abusi, violenze, stupri per le lavoratrici e pene corporali per chi prova ad opporsi, fino a 300 frustate. Parliamo di Paesi in cui i diritti sindacali non sono garantiti e il rispetto dei diritti individuali è affidato ai datori di lavoro, senza alcun controllo.

Chi lavora può essere in qualsiasi momento licenziato e deportato nei Paesi di origine, condizione che gli Stati di provenienza non sono disponibili ad accettare.
Il Bangladesh, ad esempio, ha sottoscritto nel 2015 un accordo bilaterale per l’offerta di manodopera che ha portato decine di migliaia di donne ad una migrazione pressoché forzata, almeno 50mila nel solo 2019. Sia le famiglie che il Paese di partenza, malgrado i salari bassi, dipendono ancora dalle rimesse dei migranti. Il ministro degli Esteri del Bangladesh ha definito gli…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Ru486, la svolta della Regione Lazio

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 28 Ottobre 2020 Roma (Italia) Cronaca : Manifestazione delle donne davanti all’ambasciata polacca per protestare contro la legge che rende illegale l’aborto Nella Foto : le donne polacche supportate da organizzazioni italiane portano gli ombrelli e le rose in segno di lutto Photo Cecilia Fabiano/LaPresse October 28 , 2020 Roma (Italy) News : Demonstration of women in front of the Polish embassy to protest against the law that makes abortion illegal In The Pic : Polish women supported by Italian organizations carry umbrellas and roses as a sign of mourning

Ancora una volta, le strade delle maggiori città polacche si sono riempite di manifestanti. Sfidando le restrizioni anti-covid, le temperature sotto lo zero e le cariche della polizia, per protestare contro la sentenza della Corte suprema che rende praticamente impossibile l’accesso all’aborto. Guardando all’esempio vergognoso del governo di Kaczynski, il fronte antiabortista si è riorganizzato in tutta Europa.

In moltissime città italiane sono rispuntate da qualche tempo, violentemente bugiarde, le gigantografie che bollano la Ru486 come “veleno”; nelle Marche, dopo i tentativi di ritorno indietro dell’Umbria di Tesei e Pillon, la giunta regionale di centrodestra ha bocciato una mozione che chiedeva il recepimento delle nuove linee di indirizzo ministeriali sulla Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) farmacologica, dichiarando ufficialmente di non considerarle vincolanti. Per il capogruppo di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, la vera priorità sarebbe la denatalità nel nostro Paese, cui ovviamente l’aborto contribuisce, con il conseguente rischio di una «sostituzione etnica».

Pubblicata nell’agosto 2020, la circolare del ministero della Salute che ha aggiornato, dopo 10 anni, le linee di indirizzo per la Ivg farmacologica, eliminando l’obbligo di ricovero e introducendo la possibilità del regime ambulatoriale, è stata praticamente lettera morta fino ad ora; ciò ha costretto gli operatori a negare alle donne la procedura at home, per la mancanza di protocolli operativi regionali. Finalmente, in questi giorni, è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale Regione Lazio la determina con la quale il Lazio recepisce la circolare ministeriale. La procedura ambulatoriale, at home per la Ivg farmacologica, comune pratica clinica nella gran parte degli altri paesi, diventa dunque a tutti gli effetti una realtà, per cui presto sarà possibile, per le donne del Lazio, prendere la Ru486 in ambulatorio o in consultorio, ed il secondo farmaco, la prostaglandina, a casa.

Una semplificazione sicuramente necessaria in tempi in cui la pandemia Sars CoV-2 impone di limitare gli accessi in ambiente ospedaliero, al fine di ridurre il rischio di contagio, ma che diventa addirittura rivoluzionaria in questo clima di indifferenza e ostilità, in cui la propaganda politica si fa sbaciucchiando rosari e crocifissi e calpestando i diritti civili. Con questa determina la Regione Lazio ha rotto il silenzio, rispondendo in primo luogo ad un preciso dovere della Sanità pubblica, che è quello di garantire l’accesso ad una procedura sicura ed efficace su tutto il territorio regionale. Una procedura che, ribadisce la determina, può essere utilizzata non solo per l’interruzione volontaria di gravidanza del primo trimestre, ma anche per il trattamento di altre condizioni ostetriche, quali ad esempio l’aborto spontaneo ritenuto. Un’affermazione importante, questa, se si pensa che ancora oggi i servizi farmaceutici di molte aziende sanitarie non dispongono dei farmaci utilizzati nella procedura perché ad essi viene esteso il giudizio morale sull’aborto volontario, al quale vengono esclusivamente associati. Dunque, la determina introduce una de-stigmatizzazione che si estende alla procedura stessa, che viene riportata negli ambiti che le sono propri: nell’ambito sanitario, nell’ambito della relazione della donna con il medico e nell’ambito delle decisioni che le persone assumono riguardo la propria vita e la propria salute.

È in quest’ottica che, tra le strutture ambulatoriali interessate all’attuazione del protocollo, sono inclusi i consultori. Per la loro organizzazione, nonché per la presenza di una equipe multidisciplinare, i consultori sono infatti le strutture più adatte ad inserire l’aborto in un percorso più generale che guarda alla persona nella sua complessità, intrecciando la salute riproduttiva con i sentimenti, le relazioni sociali, le decisioni di ciascuna. D’altra parte, i consultori erano già al centro di un progetto di sperimentazione della Regione Lazio, che introduceva la possibilità del regime ambulatoriale at home per la Ivg farmacologica; approvato nel 2017, il progetto fu bloccato dall’allora ministra della Salute Beatrice Lorenzin. Oggi, le nuove linee di indirizzo ministeriali hanno abbattuto l’ipocrisia del paravento della sperimentazione (il regime at home era già utilizzato da anni in moltissimi paesi nel mondo), permettendo l’approvazione di un protocollo operativo che costituisce una svolta importante, rivoluzionaria, perché mette le donne, finalmente soggetti attivi, al centro di questa procedura.

È una svolta rivoluzionaria alla quale il personale sanitario, abituato a considerare le donne pazienti, oggetti passivi dell’agire medico, non è certamente preparato, e alla quale spesso è ostile perché ne percepisce il potenziale di scardinamento di pratiche inveterate e di rapporti di potere ai quali non è facile rinunciare. Sarà dunque necessaria una formazione rigorosa del personale che certo dovrà acquisire le necessarie nozioni tecniche, ma che dovrà compiere, soprattutto, un vero e proprio cambiamento culturale. Una formazione necessaria, alla quale, secondo la determina del Lazio, è chiamato tutto il personale sanitario, ospedaliero e territoriale, anche quello che abbia sollevato obiezione di coscienza. Certo, non è che un inizio. Bisognerà infatti coniugare l’impegno per attuare il protocollo approvato con un impegno reale nel rafforzamento della rete e dell’attività dei consultori, sempre più impoveriti e depotenziati da una gestione meramente economicista della Sanità pubblica.

In un clima di contrapposizioni ideologiche e di narrazioni lamentosamente retoriche, di proposte di aperture sempre più ampie al privato confessionale per il quale i percorsi per l’Ivg e per la contraccezione possono non esistere, l’esempio del Lazio, di un lavoro silenzioso e costruttivo per la salute delle donne, dovrebbe essere raccolto da altre Regioni. Moltiplicare questa esperienza, amplificarla, abbattere preconcetti e stigmatizzazioni, allargare le occasioni di empowerment per le donne, sono gli obiettivi doverosi e necessari a cui tutti dovremo puntare, perché quello di oggi “ce n’est qu’un debut”….!


L’articolo è tratto da Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Non si vive di sole Big pharma

A healthcare worker prepares a dose of the Pfizer-BioNtech Covid-19 vaccine at a large vaccination centre open by the Tel Aviv-Yafo Municipality and Tel Aviv Sourasky Medical Center on December 31, 2020 in the Israeli coastal city. - Israel began its third coronavirus lockdown, as Prime Minister Benjamin Netanyahu voiced optimism that a "world record" vaccination drive will restore a degree of normality within weeks. (Photo by JACK GUEZ / AFP) (Photo by JACK GUEZ/AFP via Getty Images)

Con le vaccinazioni eravamo partiti bene. Dopo la Caporetto del contenimento della seconda ondata di pandemia, culminata con i quasi mille morti al giorno di inizio dicembre, l’Italia aveva intrapreso con serietà e tenacia la via della immunizzazione di massa. Come una squadra stremata dopo la sua partita più difficile, il personale sanitario consumato da un anno di lotta al Covid-19 si era rimboccato le maniche per segnare ai supplementari il gol dell’immunizzazione, quello che può chiudere il match. Ma a portare via il pallone ci hanno pensato le aziende farmaceutiche produttrici dei vaccini anti-covid approvati dall’ente regolatore europeo: l’Ema. Tra ritardi nelle forniture, clausole contrattuali sfavorevoli per i cittadini Ue e un’Unione europea, al pari degli Stati membri, colta alla sprovvista dalla strategia di fornitura di Big pharma poco calibrata sulle esigenze dettate dalla salute pubblica e molto di più sul profitto puro.

Tutte cose queste che nel caso di Pfizer hanno provocato un improvviso rallentamento della fornitura stabilito unilateralmente che in Italia ha fatto saltare in pochi giorni il piano di vaccinazione nazionale. Stessa situazione si è verificata con la farmaceutica Moderna che dovrebbe distribuire 1,3 milioni di dosi entro primo trimestre 2021 e che ha comunicato una diminuzione del 20% nella fornitura della prossima settimana. Infine c’è il caso di Astrazeneca. L’accordo con l’Italia prevede l’invio di 8 milioni di dosi nel primo trimestre ma potrebbero arrivarne il 60% in meno a causa di problemi nella «produzione della sostanza basica del vaccino». Questa è la versione del Ceo di AZ, Pascal Soriot il quale ha anche aggiunto che in parte sono stati comunque risolti. Tutto ciò avviene in una situazione di sostanziale opacità dei contratti stipulati tra farmaceutiche e Unione europea per conto dei 27 Paesi Ue.

Al momento solo quelli firmati dalla tedesca Curevac e da Astrazeneca sono stati resi pubblici. Per modo di dire. Come nella trama dei più classici film di spionaggio infatti, i documenti sono disseminati di omissis. Per tutelare segreti imposti in gran parte – a quanto pare – dalle aziende produttrici.
«Nell’accordo con Curevac sono oscurati prezzi, tabelle di consegna, responsabilità delle parti – dice a Left Marc Botenga, europarlamentare del Partito del lavoro belga, uno tra i primi che ha potuto consultarlo -. Di quello con Astrazeneca siamo riusciti a vedere qualcosa in più, perché all’inizio la…


L’inchiesta prosegue su Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Quella frontiera sprangata dal governo italiano

Migrants walk through the snow at the Lipa camp northwestern Bosnia, near the border with Croatia, Saturday, Dec. 26, 2020. Hundreds of migrants are stranded in a burnt-out squalid camp in Bosnia as heavy snow fell in the country and temperatures dropped during a winter spell of bad weather after fire earlier this week destroyed much of the camp near the town of Bihac that already was harshly criticized by international officials and aid groups as inadequate for housing refugees and migrants.(AP Photo/Kemal Softic)

«Il 2 dicembre 2019 sei persone di origine siriana, due delle quali minori provenienti da Idlib, si trovavano nel bosco nei pressi di Pogledalo (Croazia). Impossibilitati a proseguire il cammino per le avverse condizioni atmosferiche contattavano la polizia croata, chiedendo aiuto. Sul posto giungevano tre agenti di polizia con un cane tipo belga Malinois, poi altri sette/otto agenti. Ignorando le richieste di asilo dei cittadini siriani, gli agenti urlavano ed imprecavano contro di loro e li costringevano a stendersi a terra, dando ordine al cane di attaccarli».
Questo un passo tratto dal dossier La rotta balcanica redatto dalla rete associativa RiVolti ai Balcani. Un documento prezioso, che ci è stato consegnato al termine della missione sul confine italo-sloveno. Un lavoro d’inchiesta fatto sul campo, testimonianza preziosa della vitalità e della voglia di non girarsi dall’altra parte delle associazioni triestine impegnate per garantire accoglienza e dignità.

Ci siamo recati sulla frontiera per capire meglio cosa sta accadendo sulla rotta. In Bosnia, in Croazia, e poi sul confine italo sloveno. E riporteremo a Bruxelles l’esito della missione con una specifica iniziativa parlamentare.
Siamo stati in Bosnia per capire come sia possibile accogliere le persone in transito in condizioni disumane, nonostante le cospicue risorse investite dall’Unione Europea. Dal 2018 l’Ue ha fornito 89 milioni di euro alla Bosnia-Erzegovina attraverso partner esecutivi per far fronte alle necessità immediate dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti. Questa cifra comprende anche i 13,8 milioni di euro in aiuti umanitari per fornire assistenza d’emergenza.

Dall’inizio del 2020 oltre 16mila persone sono arrivate in Bosnia. Si stima che vi siano circa 9mila rifugiati e migranti. Tra loro vi sono 500 minori non accompagnati. I posti letto disponibili nel Paese sono non più di 5mila.
Poi la tappa in Croazia, per verificare sul campo la veridicità delle tante testimonianze di migranti, anche minori, sulle violenze della polizia. L’atteggiamento arrogante che ha impedito, di fatto, a quattro europarlamentari di muoversi liberamente su territorio europeo è una pessima spia del modo di agire e pensare delle forze dell’ordine di quel Paese.
Tra gennaio 2019 e gennaio 2021 i volontari del Bvmn (Border violence monitoring network) hanno raccolto le testimonianze di 4.340 persone respinte da ufficiali della polizia croata (v. Left del 22 gennaio), 845 delle quali con uso di…


La versione integrale dell’articolo è pubblicata su Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Il governo “tecnico” non esiste

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 03 febbraio 2021 Roma (Italia) Cronaca : Mario Draghi accetta l’incarico con riserva Nella foto : Mario Draghi lascia la Camera Photo Cecilia Fabiano/LaPresse February 03 , 2021 Roma (Italy) News : Mario Draghi Leaving Montecitorio government palace In The Pic: Mario Draghi

Per disinfettare la scarsa credibilità che sono riusciti ad accumulare in questi anni i partiti (praticamente quasi tutti) si sono accodati alla narrazione fallace del “governo tecnico”, della “responsabilità”, al feticcio “dell’alto profilo” e al “governo voluto dal Presidente”. Vorrebbero convincerci quindi che siano in pratica “costretti” a partecipare al governo Draghi per condonare qualsiasi azione venga compiuta nei prossimi mesi, in caso di insediamento del governo, e poter poi ricominciare a sparare a palle incatenate contro Draghi l’uomo solo al comando che ritornerà utile abbattere quando calerà il consenso popolare di questo o di quel leader.

La definizione di “governo tecnico” è una truffa: è una locuzione che si ritira fuori ogni volta che non si ha il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e viene spalmata da certi giornaloni nella speranza di “sospendere la politica” in un liberi tutti che sospenda ogni giudizio. Eppure il prossimo governo Draghi, com’è giusto che sia, sarà un governo politicissimo: cosa c’è di più politico di decidere una maggioranza in Parlamento che si prenda la responsabilità di guidare un Paese in piena pandemia? Non è politica prendersi la responsabilità di scrivere una legge elettorale? Non è politica l’elezione prossima del Presidente della Repubblica? Non è politica decidere le priorità nella spesa dei soldi che arrivano dall’Europa? Non è politica decidere come e quanto ristorare un Paese in piena crisi occupazionale a causa del virus? Non è politica decidere come provare a fare ripartire un Paese?

Dai, non prendiamoci in giro, su. Questa smania di queste ore che ha colpito taluni capi di partito mentre si mettono in disparte in nome del culto di Draghi come se fosse un Babbo Natale da aspettare solo strizzando gli occhi e sperando di sentire il tintinnio delle renne non ha niente a che vedere con quel senso di responsabilità che viene sventolato in queste ore da tutte le parti. Non si appoggia Draghi perché “calcia le punizioni come Baggio” o perché è un “Ronaldo che non può stare in panchina” (a proposito: avrebbe dovuto essere l’inizio di una politica alta ma il livello dell’analisi è puro bar sport) ma ci si prende la responsabilità di ascoltare e porre i propri temi.

I temi, appunto: la scomparsa dei punti programmatici che fino a qualche giorno fa sembravano imprescindibili dimostra un primo preoccupante effetto Draghi che era facilmente immaginabile ovvero la tentazione dei partiti di nascondersi sotto la sua ombra per poi accoltellarlo alle prossime idi. Se davvero è il momento della serietà allora che si faccia i seri e che questo giro di consultazioni apra un dibattito vero su quali siano gli eventuali punti d’intesa di una maggioranza che potrebbe mettere insieme formazioni politiche inconciliabili fino all’altro ieri.

Perché più continueranno le iperboli sul nome di Draghi senza scendere nella discussione dei punti e più si sente l’odore della truffa. Fingono di prendersi Draghi a scatola chiusa perché sognano di rivendercelo, a scatola chiusa.

Buon venerdì.

Fino alla vittoria

Lab technician Alfredo Flores walks from home to home to collect samples for COVID-19 tests in Havana, Cuba, Thursday, May 14, 2020. (AP Photo/Ismael Francisco)

«Facciamo come a Cuba!». Un’istanza che da sempre risuona in ambienti definiti “estremisti”, all’interno dei quali è stata sempre sdegnosamente relegata dai media nostrani a cominciare da quelli che si dicono progressisti. Ma dopo un anno di pandemia, che ha messo a nudo definitivamente cosa può accadere quando la salute pubblica dipende da interessi privati, non è più così e la proposta “sovversiva” è arrivata a richiamare l’interesse anche di autorevoli testate internazionali. Qui da noi a portarla in auge non è stato solo l’effetto dell’intervento delle due brigate mediche cubane durante il primo lockdown che – oltre ovviamente agli effetti benefici – sollevò una commozione sincera e che però si spense dopo gli applausi e lo sventolio di bandierine. In questi ultimi tempi, a fronte delle esiziali inefficienze che i colossi farmaceutici mostrano nella fornitura dei vaccini contro Covid-19, emerge con crescente evidenza l’eccezionale risultato di una piccola isola caraibica con poco più di 11 milioni di abitanti, povera di risorse – e per di più vessata dalle inaccettabili sanzioni degli Stati Uniti – capace di sviluppare ben 4 vaccini contro Covid-19, il 6% di tutti i vaccini in sperimentazione clinica a livello mondiale, e conta dalla primavera di vaccinare tutta la popolazione e di cominciare a rifornire anche qualche Paese povero. Alcune di queste informazioni, che su Left sono comparse già tra giugno e novembre scorso, sono via via dilagate e fra la gente si diffonde lo stupore: «Perché non possiamo fare anche noi come Cuba?». Domanda salutare, ma anche ingenua se non si approfondisce un po’ la questione. Tanto per dire, proprio la Lombardia, che ha beneficiato del soccorso della prima brigata medica, è l’alfiere di un sistema sanitario che è agli antipodi di quello cubano. Lo sconvolgimento indotto dalla pandemia sta introducendo nei movimenti sociali il concetto di “Società della cura”, una società cioè che assuma come principio ispiratore e criterio fondamentale la cura delle persone, dell’ambiente, dei beni comuni. L’organizzazione e la struttura del sistema sanitario è uno dei termometri più sensibili del rapporto fra uno Stato e i suoi cittadini.
E non è una cosa che si cambi dall’oggi al domani. Anzi, è tanto più difficile quando da decenni si è costruito meticolosamente un sistema sanitario a misura degli interessi privati.
La “società della cura” cubana, dal 1959
La Rivoluzione cubana si è esplicitamente proposta fino dal 1959 di mettere al primo posto l’interesse della popolazione e del Paese. Aveva a quel tempo metà degli abitanti di ora, dei quali la maggioranza era analfabeta, e soprattutto nelle campagne non aveva mai visto un medico. Abbiamo già descritto su Left in diversi articoli tra il 2017 e il 2020 le scelte fondamentali, la capillare campagna di alfabetizzazione, l’istruzione gratuita per tutti fino ai massimi livelli, un sistema sanitario universale e gratuito (che da noi è stato smantellato anziché rafforzato), una struttura scientifica avanzata, che negli ultimi 40 anni ha consentito la realizzazione di un’industria biotecnologica di eccellenza mondiale (a dispetto, lo ripetiamo, del soffocante bloqueo) su un modello alternativo a quello capital-intensive dominante ma più efficiente, basato su un ciclo integrato (ricerca-sperimentazione-produzione-commercializzazione-esportazione) e sull’integrazione fra centri di ricerca, università, ospedali. Ma tutto questo…

Cuba all’avanguardia sui vaccini contro Covid-19

Cuba ha accumulato una grande esperienza nell’affrontare epidemie e il primo grande successo della nascente biotecnologia cubana è stato un vaccino contro la meningite meningococcica di tipo B che ha fermato un’epidemia da questo agente negli anni Ottanta. Attualmente il programma di immunizzazione cubano comprende 13 vaccini, di cui 8 prodotti a Cuba e non è sorprendente che l’Avana stia sviluppando dei vaccini specifici contro Sars-CoV-2. Il portafoglio include ben 4 candidati vaccinali specifici che sono in fase di studio clinico (anche avanzata) che dovrebbero contribuire al controllo definitivo di questa malattia sull’isola. Tramite BioCubaFarma il governo ha l’obiettivo di produrre entro l’anno 100 milioni di dosi del vaccino Soberana 02 (sviluppato dall’Instituto Finlay) contro Covid-19 e rispondere così alla propria domanda e a quella di altri Paesi. Si sono dimostrati interessati all’acquisto di Soberana 02: Venezuela, Vietnam, Pakistan, India ed Iran. In particolare è stato raggiunto un accordo con l’Istituto Pasteur dell’Iran per condurre la fase 3 della sperimentazione clinica su 150mila volontari, oltre a quella prevista a Cuba. Più in generale, come ci racconta il chimico-immunologo Fabrizio Chiodo, il quale collabora direttamente allo sviluppo dei vaccini con l’Instituto Finlay, «i vaccini cubani saranno di fondamentale supporto ai Paesi “poveri” ed a quelli sotto embargo Usa. Si tratta di vaccini low-cost – precisa Chiodo – e l’eventuale guadagno pubblico sarà investito in scienza e ricerca». Dal…

*-*

Gli autori: Angelo Baracca è un fisico e storico della scienza. Con Rosella Franconi, biotecnologa e ricercatrice, ha pubblicato il libro “Cuba: Medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014”
(Zambon edizioni, 2019)


La versione integrale dell’articolo è pubblicata su Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Pericoli pubblici

Nonostante il blocco dei licenziamenti c’è stato un crollo dell’occupazione in Italia che colpisce tutte le fasce di età. Il totale dei lavoratori si è ridotto di 101 mila unità, ma di queste 99 mila sono donne. E oltre ai disoccupati sono aumentati anche quelli che un lavoro non lo cercano nemmeno più. Intanto le destre avanzano e sono pronte a soffiare sul fuoco del malessere sociale.

È in questo drammatico quadro, lo ricordiamo, mentre i morti per Covid-19 sono ancora quasi 500 al giorno, che si è consumata la sconsiderata crisi di governo innescata da Matteo Renzi e che fa il gioco delle destre e insieme hanno aperto al governo Draghi.

Di fronte alla situazione gravissima in cui versa il Paese appare lunare, per usare un eufemismo, il teatrino politico («una lotta fra galli» l’ha definita Sabino Cassese) a cui per giorni e giorni abbiamo assistito. Dietro al rituale della crisi di governo c’è e c’è stata una feroce lotta di potere per gestire i 209 miliardi del Recovery fund più i 37 del Mes che Italia viva con altri soggetti della “coalizione Ursula” intendono chiedere. Un fiume di soldi che rappresentano una opportunità di crescita per le cordate relative alle “grandi opere” e che dà potere politico a chi si fa interprete delle loro istanze. Non a caso Italia Viva di Renzi quando era ancora in campo l’ipotesi di un Conte Ter aveva puntato ai ministeri delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico.

Dall’alto del suo 2% il senatore di Rignano, lo ribadiamo ancora una volta, ha avviato e condotto la crisi di governo in modo spregiudicato facendo saltare il tavolo della trattativa, facendo perdere giorni preziosi, in un momento in cui dovremmo essere molto solidi e certi per affrontare gli effetti devastanti della pandemia, per risolvere i problemi gravissimi del piano di vaccinazione di massa. Quali sono i valori alti di interesse per il Paese in nome dei quali Renzi ha acceso la miccia? Avere propri ministri nella compagine di un governo Draghi? Avere  come ministra dell’Istruzione Ascani piuttosto che Azzolina sarebbe un fattore dirimente? Diremmo proprio di no se pensiamo ai disastri della buona scuola renziana. Solo per dirne una.

E che dire dell’eventualità- per stare alla ridda del toto nomime- di Rosato alla difesa, visti i rapporti del segretario di Italia viva con l’Arabia Saudita? Il rottamatore, ricordiamolo, prima ha chiesto che Conte mollasse la delega ai servizi segreti e poi è andato a Riyad a magnificare Mohammad bin Salmān, capo di un regime feudale e totalitario, straparlando di «Rinascimento saudita».

Del resto, di Rinascimento Renzi si è sempre riempito la bocca, evidentemente senza capirne molto, ma sfruttandolo come brand commerciale fin da quando era sindaco di Firenze. Qualcuno dovrebbe avvertirlo che Lorenzo de’ Medici, come uomo di potere, ebbe l’intelligenza di rivolgersi agli artisti per conquistarsi fama e fare egemonia. Non alle armi, non al fondamentalismo e al terrorismo religioso come fa invece il principe saudita.

Vogliamo tornare su questa questione perché ci pare assai grave che chi ha avuto in mano per giorni il pallino della crisi di governo e ora si propone come salvatore della Patria per aver aperto la strada a un governo Draghi se ne sia andato alla chetichella a Riyad per fare i propri affari con il sovrano di un regime come quello saudita che viola i diritti umani, che sfrutta i lavoratori come schiavi («Sono molto invidioso del vostro costo del lavoro», ipse dixit). Parliamo di  un regime che mette in galera le donne se solo si azzardano a guidare l’auto, che fa uccidere i giornalisti scomodi, che ha distrutto un Paese bellissimo, lo Yemen, razziando e uccidendo la popolazione civile con armi di produzione Usa, inglesi e anche italiane. Armi di cui il regime del principe saudita fu rifornito proprio dal governo Renzi che nel 2016 gli accordò una maxi commessa di oltre 19mila bombe.

Finalmente quello sciagurato commercio con un regime dittatoriale è stato interrotto dopo una lunga battaglia parlamentare. Ma a proposito di regimi ancora resta irrisolta la questione della vendita di fregate militari a quello egiziano che ha torturato e ucciso Giulio Regeni e continua a tenere in prigione Patrick Zaki come torniamo a denunciare su questo numero.

Riguardo all’Arabia Saudita anche gli Usa hanno fatto un passo indietro dopo averla armata fino ai denti per anni. Il presidente Biden ha decretato un primo stop. Un passo importante che si aggiunge alla cancellazione, in pochi giorni, dei più inaccettabili provvedimenti che erano stati firmati da Trump.

Come raccontiamo in queste pagine qualcosa sembra muoversi anche sul fronte dell’appoggio unilaterale dato fin qui dagli Usa all’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele e forse anche riguardo all’embargo contro Cuba. La piccola isola caraibica pur dovendo lottare con le difficoltà economiche e con la pandemia sta sviluppando quattro vaccini di Stato. Dalla fine della prossima primavera saranno a disposizione gratuita per la popolazione cubana e in vendita a prezzi low cost ai Paesi poveri e a quelli sotto embargo Usa. Cuba rappresenta un modello alternativo di produzione di vaccini anti-covid indicando una strada che permetterebbe di sottrarsi al ricatto di multinazionali che, anche in momenti di gravi crisi come questo, producendo vaccini finanziati dalla ricerca pubblica perseguono una logica di profitti privati. Di questo ma anche del sistema sanitario universale cubano, gratuito e pubblico, dell’istruzione gratuita per tutti, degli investimenti in ricerca, dell’industria biotecnologica cubana e del sistema di vigilanza BioCubaFarma tornano a parlarci due esperti come il fisico e storico della medicina Angelo Baracca e la ricercatrice Rosella Franconi, a cui si aggiunge la voce di Fabrizio Chiodo, ricercatore che fa parte del team all’Avana.

Se ci è riuscita la piccola Cuba, da 59 anni colpita dal bloqueo Usa, perché non dovremmo riuscirci anche noi? è la domanda che abbiamo rivolto a parlamentari europei, medici, scienziati ed economisti. Il brevetto come diritto monopolistico crea penuria di vaccini, denuncia l’europarlamentare del gruppo Sinistra europea Marc Botenga,  con il quale da molti mesi Left sta lavorando fianco a fianco, insieme a Vittorio Agnolettto .

Abbiamo bisogno di espandere la produzione per arrivare all’immunità di gregge nel più breve tempo possibile. Le strade ci sono. Potrebbero essere sospesi i brevetti in periodi di pandemia come hanno chiesto India e Sudafrica. Si potrebbe ricorrere all’uso di licenze obbligatorie e molto altro ancora si può fare, come scoprirete leggendo questo nuovo numero di Left.


L’editoriale è tratto da Left del 5-11 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Messianismo, ancora

Il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi inizia oggi il suo giro di consultazioni. Le premesse non sono facili e questo è un punto politico, ci torneremo, ma ciò che conta che ad oggi Draghi l’abbiamo visto arrivare ai vari incontri istituzionali (i presidenti della Camera e del Senato e il presidente del Consiglio uscente), l’abbiamo ascoltato per qualche manciata di secondi in conferenza stampa mentre comunicava di accettare l’incarico con riserva e ne abbiamo potuto osservare l’eleganza del completo e la fulminante capacità di indossare correttamente la mascherina sopra al naso. Oggi inizierà a “fare politica”, oggi.

Eppure fin dalle prime ore di ieri mattina in Italia è scoppiato il messianismo e ancora una volta abbiamo assistito allo sport preferito di certa classe dirigente e di certo mondo dell’informazione: genuflettersi al prossimo leader, anche se ancora con riserva, e affidare a lui tutti i nostri vizi e le nostre fobie come se fosse uno psicoterapeuta e soprattutto comportarsi nel modo che abbiamo sempre criticato ai nostri avversari. Quelli che volevano il programma stampato con tutte le specifiche e i progetti declinati in centinaia di pagine ieri sono diventati barzotti per pochi secondi di discorso di circostanza: “ha sorriso!”, dicono, e in quel sorriso ci stanno infilando in queste ore tutto un ripieno di considerazioni politiche e finanche antropologiche, perfino il fatto che Draghi abbia sbagliato il lato dell’uscita dopo l’incontro con i giornalisti è diventato “un errore che lo rende più umano” come ha avuto il coraggio di scrivere qualcuno. Se fosse stato un avversario politico fino a due giorni fa ci avrebbero fatto un meme con una bella frase da sfottò. Poi ci sono quelli che per mesi ci hanno detto che “contano i fatti” e invece ora strepitano sul fatto che non dare la fiducia a Draghi sarebbe un sacrilegio: non si sa ancora un’idea che sia una di come Draghi abbia intenzione di portarci fuori dalla palude, sono gli stessi che ripetevano il ritornello del “contano le idee non le persone” e oggi si sono inzerbinati alle persone. Perché in fondo ciò che conta è l’atavica e feroce pulsione di gioire nella speranza della sparizione degli avversari, solo quella, solo per quello, un movimento di stomaco come il populismo che dicono di combattere.

In mancanza di temi veri la stampa ieri ha intervistato un centinaio di compagni di classe di Mario Draghi, un autorevole quotidiano che vorrebbe darci lezioni di giornalismo misurato ha scritto un lungo articolo su Mario “alunno brillante che non rinunciava alle battaglie con i cannoli e agli assalti ai prof con le pistole a riso”, Giancarlo Magalli è diventato un testimonial d’eccezione (come Salvini quando riporta le parole di Red Ronnie sul Recovery Fund), ovviamente ci si è buttati a pesce sulla moglie come curioso oggetto ornamentale da raccontare in tutti i suoi angoli d’osservazione. Agiografie dappertutto come se piovesse. Occhi puntati sui mercati come se fossero i giudici supremi della politica (perché è così che piace a molti di loro). Le agenzie di stampa battono convulse: “#Governo, look istituzionale per #Draghi”. Se lo aspettavano in braghette corte e anello al naso, probabilmente. Evviva, evviva. Dovremmo essere felici perché Draghi ha intenzione di relazionarsi con “rispetto” al Parlamento, evviva evviva. Anzi i più sfegatati invitano addirittura Draghi a “spazzare via tutti gli incompetenti in Parlamento”, qualcuno dice che dovrebbe “metterli a cuccia” e dire “faccio io”. Un delirio di incompetenza politica e di miseria istituzionale di un popolo perdutamente innamorato dell’uomo solo al comando, quello che da solo dovrebbe salvare l’Italia e che poi nel caso torna utilissimo da odiare in fretta e furia. Quelli che contestavano i “pieni poteri” che reclamava Salvini oggi vorrebbero un DPCM per affidare “pieni poteri” a Draghi: l’uomo forte al comando è un’idea che ha sempre germi che non portano a nulla di buono. 

Solo che oggi si comincia a fare sul serio e torna in campo il Parlamento, la politica, i partiti. Il primo capolavoro è avere resuscitato Salvini che era scomparso e ora è l’ago della bilancia. Non mi pare davvero una buona notizia. Anche questa volta la possibilità che si possa lavorare per ricostruire un centrosinistra seppur sgangherato sembra andare in frantumi, sarà per la prossima. C’è da trovare una maggioranza in Parlamento con quello che c’è e quel Parlamento è l’espressione democratica di quello che siamo noi. Ora siamo alla luna di miele ma quando ci sarà da parlare di soldi finirà questa tregua fatata e si ricomincerà di nuovo. È un moto circolare: ieri era l’ora dell’inno a Renzi che ci ha liberato da Conte, che ci aveva liberato da Salvini, che ci aveva liberato da Gentiloni, che ci aveva liberato di Renzi. Sempre con la soddisfazione bassa di avere eliminato qualcuno. E vorrebbero essere costruttori.

Ah, per i tifosi che leggono senza intendere: questo non è un articolo di critica preventiva verso Draghi di cui, vale la pena ripetere, al momento non conosciamo le proposte. Questo è un articolo per un pezzo di mondo che chiede “serietà” agli avversari e poi infantilmente tratta la politica come un reality show, anche senza Casalino.

Buon giovedì.