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Non gli resta che intralciare

Foto POOL LaPresse 19-01-2021 Roma Politica Senato - Comunicazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla situazione politica Nella foto Matteo Renzi Photo POOL LaPresse 19-01-2021 Rome (Italy) Senate - Communications by Prime Minister Giuseppe Conte on the political situation In the pic Matteo Renzi

La mossa del cavallo non gli è riuscita, nemmeno stavolta. Ne sta sbagliando parecchie ultimamente Matteo Renzi ma la crisi di governo che alla fine non è andata a buon fine rimane una delle sue imprese più deprimenti per modalità, per l’accrocchio di motivazioni e per l’esito finale. Ma esattamente cosa ha ottenuto Renzi? Voleva ancora una volta essere lo spiffero che apriva una crepa per potersi intestare un eventuale nuovo governo e rivendicare un ruolo d’azionista, continuando a galleggiare con un peso politico dopato che esiste solo in Parlamento (perché bisognerebbe ricordare che il numero di parlamentari che Italia Viva ha ora sono solo il frutto di meccanismi di palazzo che non hanno nessuna corrispondenza nelle proporzioni nel mondo reale) e invece si ritrova ad essere all’opposizione con Meloni e con Salvini sempre più solo, circondato perfino dal malumore dei suoi uomini che ora gli presentano il conto del risultato rancido.

Renzi avrà avuto forse la soddisfazione di avere indebolito Conte e il governo (ma può essere un obiettivo politico destabilizzare un governo senza nemmeno la forza di farlo cadere?) ma sostanzialmente cosa ha ottenuto? Niente, zero, nisba. E infatti non è un caso che già ieri qualcuno dei suoi abbia cominciato a proporre aperture al governo e abbia cominciato a parlare dell’esigenza “di ricostruire”.

E ora che faranno Renzi e i renziani? Faranno gli intralciatori, ovvio, per farsi notare, per non sparire mentre fanno ciao ciao con la manina e nella giornata politica di ieri si è già avuto un assaggio significativo: durante il voto sulle misure contro la pandemia (misure discusse e decise quando Italia Viva era ancora in maggioranza) la capogruppo in Senato Laura Garavini ha annunciato il voto di astensione (per la discussione della pregiudiziale di costituzionalità ndr) con parole che sarebbero degne di una Meloni o di un Salvini qualsiasi: “stiamo assistendo ad una inedita modalità di produzione normativa. Un modo di procedere che non solo crea confusione tra i cittadini, a causa della sovrapposizione tra i diversi testi. Ma che viola le regole democratiche dei rapporti tra le fonti normative”, ha detto Garavini. Peccato che solo tre giorni fa il renziano Rosato dicesse: “la nostra è una rottura responsabile. Voteremo il decreto ristori, mercoledì in Aula voteremo lo scostamento di bilancio, giovedì e venerdì anche il decreto sul Covid, così come continueremo a sostenere tutte le misure che aiuteranno il nostro Paese nella lotta al coronavirus“. Niente, promessa mancata.

Ora continueranno così, pronti a essere l’elemento disturbante per potersi fare notare, pronti a fare pesare il loro (debole) peso per intralciare ogni cosa, almeno per certificare la propria esistenza. IV: intralciatori vivi. Segnatevelo ogni volta che sentirete Renzi parlare di “responsabilità”.

Buon mercoledì.

Cent’anni dopo. Il Congresso di Livorno e la sinistra di oggi

Sono cent’anni esatti. Da quel gennaio 1921 quando, al termine del XVII Congresso del Partito socialista italiano, si consumò a Livorno la scissione della componente comunista di Amadeo Bordiga, Palmiro Togliatti, Antonio Gramsci. Fu allora che il gruppo di delegati comunisti lasciò il teatro Goldoni per dirigersi verso il fatiscente teatro San Marco, dove fu fondato il Partito comunista d’Italia. Un evento indubbiamente periodizzante, nella storia della sinistra, ma nell’insieme della storia politica del ’900. E con conseguenze che arrivano ad oggi, come dimostrano anche i numerosi interventi, libri, articoli, che da mesi animano il dibattito pubblico su quei fatti lontani cent’anni. Questo libro promosso da Left è però qualcosa di più di un instant book. Non un palinsesto d’occasione, ma un contributo autonomo, plurale, critico. Non c’è dubbio che con sempre maggior forza dopo il 1989, dopo cioè lo scioglimento del Pci e il disperante fallimento delle esperienze che ne scaturirono, dal Pds, ai Ds, al Pd, alla stessa Rifondazione, l’intera vicenda iniziata nel ’21 è stata liquidata come errore, colpa, fallimento. E anche del socialismo si è detto che “è morto”. A certe “narrazioni” questa raccolta di saggi intende reagire. Senza nostalgie. Questo è certo. Ma con attenzione critica, approfondimento di temi, proposizione di prospettive diverse e più comprensive. Oggi l’Italia è l’unico Paese in Europa senza più una sinistra. Né comunista, né socialista. E neanche azionista, sindacalista, movimentista, ecologista ecc. Interrogarsi sulle ragioni remote di tutto ciò è un dovere.

Possono aiutare alcune domande radicali: a Livorno vi fu davvero la scissione dei comunisti? La separazione da Filippo Turati e dai riformisti fu un atto di puro e semplice settarismo? E infine: la fondazione del Pcd’I fu un diktat di Mosca? È evidente che a seconda di come si risponde a tali interrogativi la storia prende una piega diversa. Si capiscono e si vedono cose diverse. È necessario però che le risposte siano altrettanto nette delle domande. Nell’ordine: a mio avviso a Livorno non vi fu nessuna scissione dei comunisti dal Psi. Accadde altro. Perché altro era l’obiettivo di partenza. La frazione comunista intendeva sicuramente assumere la guida del Psi, ma facendo blocco con la maggioranza centrista di Giacinto Menotti Serrati ed espellendo i riformisti di Turati. Quindi non si voleva una scissione, al contrario una espulsione. Questa era la linea dell’Internazionale comunista (le famose 21 condizioni imposte a tutti i partiti che volessero restare nell’Internazionale). Ma gli stessi comunisti erano divisi, da una parte Gramsci, Togliatti e Angelo Tasca decisamente contrari alla scissione, che ritenevano giocoforza minoritaria, dall’altra Bordiga, Bruno Fortichiari e quanti invece volevano il “vero partito comunista italiano”, duro e puro.

Il quadro era dunque assai complesso e va colto nel suo insieme se si vuole capire qualcosa di Livorno. C’erano tre componenti di massima: la sinistra comunista, divisa nel modo ora detto, la maggioranza centrista di Serrati, che accettava le 21 tesi ma avrebbe evitato di espellere i riformisti, la destra riformista di Turati e Claudio Treves. Il congresso sarebbe stato vinto da quella delle due “estreme” (comunisti o riformisti) che fosse riuscita a trarre a sé i centristi, formando una larga maggioranza. Il che però avrebbe comportato o l’espulsione dei riformisti o quella dei comunisti. Questi i termini della partita. Decisivo fu lo scontro congressuale fra Umberto Terracini e Turati. L’intervento del comunista torinese fu di alto livello. A suo dire in Occidente c’erano le condizioni “oggettive” per la rivoluzione. Per questo occorreva un nuovo tipo di partito. Il giudizio sull’esperienza riformista non era però liquidatorio. E qui si risponde alla seconda domanda posta all’inizio. Terracini riconosceva l’“attività necessaria” svolta dal partito a guida turatiana fra ’800 e ’900, esso «nel periodo prebellico ha creato in Italia delle forti organizzazioni sindacali, ha creato se stesso come forte partito politico, ha creato le cooperative, le mutue ecc.». Dunque non settarismo, ma un’analisi articolata della storia politica nazionale e in essa del movimento operaio. Dopo la prima guerra mondiale, dopo l’Ottobre, in presenza del fascismo montante, un certo tipo di partito e di politica, secondo i comunisti, era superato. Questa…


L’introduzione prosegue su “Livorno 1921, il tormento di una nascita” 

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SOMMARIO

Livorno 1921, il tormento di una nascita – Sommario del libro di Left

Introduzione

Cent’anni dopo
di Fabio Vander

Capitolo 1

11
Livorno, cronaca di una scissione annunciata
di Rita De Petra

28
Un dopoguerra incendiario
di Leda Di Paolo

44
Marx e l’Internazionale dei lavoratori
di Anna Schettini

61
Il difficile, generoso, cammino
della sinistra
di Giampiero Minasi

78
La battaglia culturale di Gramsci dirigente del Pci
di Noemi Ghetti

95
Le scissioni della sinistra italiana dal 1989 ai nostri giorni
di Edoardo Raimondi

Capitolo 2 – Interviste
a cura di Rita De Petra

106
Giovanni Cerchia:
Il Pci e la via italiana al socialismo

114
Francesco Somaini:
Cosa ci insegna la storia del socialismo italiano

129
Giovanni Russo Spena:
La sinistra o è anticapitalista o non è

136
Andrea Ventura:
La razionalità disumana dell’uomo economico

Intanto

Intanto, mentre in Parlamento si consuma una crisi di governo che ha ancora bisogno di tempo per dispiegarsi, spiegarsi, risolversi e dirci di qualcosa di significativo davvero, intanto succedono cose, in Italia e nel mondo, e noi qui con le orecchie tese ad ascoltare parlamentari che sputano nel microfono le loro rivendicazioni che sono personali ma che vengono rivendute come temi politici. E va bene.

Intanto ieri è morto Emanuele Macaluso. Un gigante comunista. Uno che a 96 anni ancora si svegliava alle 6 del mattino e leggeva la pila di giornali, mentre la stragrande maggioranza di questi si cerca tutte le mattine su Google e conta i mi piace sui social. Uno che nel 1944 andò a tenere un comizio a Villalba, uno dei feudi della mafia, a sfidare il boss Calogero Vizzini e gli spararono addosso. Uno che si faceva cinquanta chilometri a piedi per fare politica in un periodo in cui i sindacalisti uccisi erano all’ordine del giorno. A quei tempi la lotta alla mafia non consisteva nell’indossare una mascherina o nel twittare un foto. Ieri l’hanno ricordato tutti, commossi, compresi quelli che hanno tradito quelle idee perché sono stati incapaci di modernizzarle.

Intanto ieri Biden ha scelto Rachel Levine come sottosegretaria alla sanità, che sarà quindi la prima donna transgender ad essere assegnata a un incarico federale dal Senato. Tutto questo mentre intorno all’insediamento del nuovo presidente Usa ci sono le stesse forze militari di un assedio. Qui ancora si discute della bufala genitore 1 – genitore 2.

Intanto in Bosnia l’inferno congelato dei migranti vicino al confine croato continua tra freddo, fame e immobilismo. Gli ultimi brandelli di decenza dell’Europa si sono surgelati lì. Qualcuno ne scrive. Pochi ne leggono. Pochissimi ne parlano. Nessuna istituzione interviene.

Intanto a Patrick Zaki hanno rinnovato la detenzione per altri 15 giorni. Zaki ormai da quasi un anno ha sprecato la sua vita in arresto senza accuse chiare, senza un processo equo e con parecchia solidarietà di facciata, quella facile da dare ma che non condiziona niente, non serve a niente.

Intanto, a proposito della sua idea di assegnare i vaccini in base al Pil, l’assessora lombarda Letizia Moratti dice che è stata solo una frase fraintesa. Ma dai. E poi è uscita la registrazione della sua frase che invece nella registrazione è chiarissima. E niente, a posto così.

Intanto i vaccini sono in ritardo.

Ah, a proposito, intanto ieri ci sono stati oltre 600 morti. Dicono che sia retorico ricordare che si muore mentre quelli si arrovellano in Parlamento. Sarà. Ma vale la pena ricordarlo. Perché se vi è capitato di assistere alla discussione parlamentare di questi ultimi due giorni vi renderete conto che il livello generale è di una bassezza che fa spavento, che offende i morti e pure i vivi. Che uno si aspetterebbe generosità in un momento drammatico e invece arrivano solo quintali di grettezza. Va bene così.

Buon mercoledì.

È che ci vorrebbero felici di essere schiavi

Food and supplies delivery man in motion blur. He is rushing on a destination in a downtown district. Belgrade, Serbia

Ieri ha fatto molto discutere un articolo pubblicato da La Stampa, a firma di Antonella Boralevi, che racconta di tale Emiliano Zappalà, un rider felicissimo di essere rider, secondo Boralevi, che pedala per 100 km al giorno e guadagna come un manager dopo avere dovuto chiudere il suo studio da commercialista a causa dell’epidemia. Il sottotesto dell’articolo (in cui si attacca anche il reddito di cittadinanza) è in sostanza questo: se siete poveri è colpa vostra che non avete voglia di fare un cazzo perché il mondo del lavoro è pieno di grandi opportunità. Insomma, il solito articolo da libberisti (con due b) che vedono in giro un mondo perfetto e che tacciano coloro che rivendicano diritti come fastidiosi lagnosi.

“Si chiama Emiliano Zappalà, ha 35 anni. Aveva aperto uno studio di commercialista, il Covid gliel’ha fatto chiudere. E lui, invece di chiedere il reddito di cittadinanza, si è messo a lavorare. Dove? In uno dei settori che il Covid ha reso vincenti: la consegna a domicilio. Business raddoppiato in 10 mesi, come il numero degli addetti”, si legge nel pezzo di Boralevi. E già l’incipit è roba da orticaria. E poi: “Come racconta in un’intervista al Messaggero, da quasi un anno il Dottor Zappalà è un rider di Deliveroo. Cioè fa circa 100 chilometri al giorno in bicicletta, con un borsone giallo sulle spalle e consegna pizze e pranzi e spesa. Guadagna 2000 euro netti al mese e, certi mesi, anche 4000. Uno stipendio da manager. Ed è felice”. Felice, capito?

Il pezzo ovviamente è diventato subito combustibile per infiammare gli stomaci contro gli sfaticati che si lamentano e che non producono. Tutto perfettamente in linea con una certa narrazione che vorrebbe risolvere il problema della povertà e dei diritti del lavoro semplicemente negando. Se è felice Emiliano Zappalà dovremmo essere felici tutti. Ovvio. Ah, il grande sogno americano.

Peccato però che Emiliano Zappalà non esista e che quell’articolo sia completamente falso. E c’è da scommettere che tutti quelli che l’hanno rilanciato siano gli stessi che inorridiscono per le fake news in internet, ci metto la firma.

Emiliano Zappalà si chiama Emanuele (vabbè, ha solo sbagliato il nome, una giornalista, a proposito di meritocrazia e di cura nel proprio lavoro), ha studiato da commercialista ma non lo è mai diventato e quindi non ha mai aperto uno studio che quindi non è mai stato costretto a chiudere per la pandemia. Anzi i chilometri che percorre li macina su un motorino. Quindi si perde anche il culto dell’attività fisica, che peccato. Raggiunto da un giornalista de La fionda racconta di avere avuto mesi positivi, di lavorare molte ore al giorno e di guadagnare in media 1.600 euro al mese. Niente stipendio da manager, insomma. Anzi a voler indagare per bene si vede che proprio un Emiliano Zappalà risulta tra i firmatari del contratto siglato da Assodelivery e Ugl, un contratto che introdusse un “cottimo mascherato” e per questo è stato sconfessato e ritenuto illegittimo dallo stesso ministero del Lavoro. Tra l’altro, denunciano molti rider, “la sottoscrizione del contratto è stata utilizzata dalle aziende per ricattare più o meno velatamente i lavoratori: chi non firma, viene estromesso dalle piattaforme”. Insomma Zappalà è molto aziendalista, senza dubbio. E infatti dal suo profilo Linkedin rilancia con molto entusiasmo le comunicazioni aziendali di Deliveroo.

Quindi per l’ennesima volta la favola che avrebbe dovuto colpevolizzare i disoccupati si rivela semplice fuffa buona solo ad alimentare pregiudizi. Un bell’editoriale che si basa tutto su una notizia falsa e su una pregiudiziale narrazione a favore dello schiavismo felice. Perché loro ci vorrebbero così: mica solo schiavi, addirittura anche felici.

A proposito: “è un fatto o no?” chiedeva Antonella Boralevi in chiusura del suo saccente articolo. No, signora Boralevi. No.

Buon martedì.

Meno mercato della salute, molto più Stato

A medical student holds a placard reading "Who will cure you ?" as medical students, newly qualified doctors and doctors in training stage a protest outside Milan's Central railway station on May 29, 2020, asking for an educational reform of medical training, as the country eases its lockdown measures aimed at curbing the spread of the COVID-19 infection, caused by the novel coronavirus. (Photo by Piero Cruciatti / AFP) (Photo by PIERO CRUCIATTI/AFP via Getty Images)

Se dovessi stilare una scala di priorità della sinistra sul fronte della sanità per il 2021, al primo posto metterei la costituzione di un’industria farmaceutica pubblica europea. I cui prodotti siano esenti da brevetti e considerati a disposizione dell’umanità. Compresi quelli sviluppati in collaborazione col privato. La ricerca scientifica sui farmaci, oggi in mano alle case farmaceutiche private, deve tornare ad avere una forte presenza pubblica, grazie ad interventi sia italiani che europei. Oggi ci troviamo in una situazione doppiamente inaccettabile. Da un lato miliardi di persone nel Sud del mondo non possono accedere a farmaci prodotti privatamente o persino con una compartecipazione pubblica. Dall’altro, persone nell’emisfero Nord che possono usufruirne ma a fronte di costi insostenibili da parte dello Stato.

Possiamo fare l’esempio dei vaccini per il Covid-19 per il cui sviluppo sono stati trasferiti miliardi dal pubblico al privato affinché realizzasse un prodotto che il pubblico ha dovuto ricomperare dal privato. Una follia, per questo abbiamo lanciato in Ue l’Iniziativa dei cittadini europei “Right2cure – No profit on pandemic” per spingere la Commissione a tutelare la salute di tutti. Ma c’è anche l’esempio delle cure per l’epatite C, con l’antivirale sofosbuvir, oppure i farmaci per l’Aids, ecc. E si potrebbe continuare.

Al secondo posto, in questa lista di obiettivi, c’è quello di avere in Italia un…


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Prove tecniche di assalto al Palácio, il piano di Bolsonaro per restare al potere

Brazilian President Jair Bolsonaro attends the National Flag Day celebration at Planalto Palace in Brasilia, on November 19, 2020. (Photo by EVARISTO SA / AFP) (Photo by EVARISTO SA/AFP via Getty Images)

Il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, dopo aver visto le scene dell’assalto di Capitol Hill da parte degli estremisti di destra, adepti di QAnon e adoratori di Donald Trump, li ha immediatamente assolti, giustificando le loro azioni violente: era il popolo che stava protestando per conclamati brogli elettorali. «C’era gente che aveva votato tre o quattro volte! Pure i morti avevano votato da quelle parti». La mancanza di fiducia della gente ha generato il problema, così ha sentenziato, chiosando con una previsione allarmante che sapeva di auspicio: «Se nel 2022 ci sarà il voto elettronico, qui succederà lo stesso!».
Le intenzioni di Jair Bolsonaro di spingere il Brasile a una guerra civile nel caso non venga riconfermato al Palacio do Planalto, la sede presidenziale in Brasilia, sono spesso emerse dalle sue parole e azioni. Con una chiara strategia attuata sin dall’inizio dal suo governo, ha spianato le porte ai militari, dandogli oltre 6mila incarichi governativi, prima occupati da civili. Un sogno non nuovo per J. M. Bolsonaro, anzi trentennale, desiderato e voluto dalle sue prime apparizioni in Tv.

Nel libro A escolha, pubblicato a ottobre del 2020, l’ex presidente Michel Temer ha rivelato candidamente un importante retroscena sul processo di impeachment a Dilma Rousseff, al quale aveva partecipato con grande entusiasmo. L’ex-presidente strappata dal potere avrebbe «disturbato i militari» con l’istituzione della Comissão nacional da verdade, che aveva raccolto una vastissima documentazione sulla dittatura militare brasiliana (1964-1985) e sui crimini commessi. L’intenzione di Rousseff di modificare la legge di amnistia che aveva graziato militari responsabili di omicidi, sequestri e torture agli oppositori del regime era inaccettabile per gli alti vertici delle Forze armate. Il potere le doveva essere tolto con qualsiasi pretesto, scrive Temer nel suo libro.

È dall’incontenibile desiderio di autoproclamarsi un dittatore che derivano i discorsi di odio di Bolsonaro verso la sinistra e le minoranze, così come le misure intraprese per armare “il suo popolo”, cioè, chiunque sia disposto ad imbracciare un’arma per difenderlo “quando arriverà il momento”, ovvero, le elezioni presidenziali del 2022.
I preparativi sono già iniziati. Il 15 aprile del 2020, di fronte all’inerzia dello Stato, la Suprema corte brasiliana ha dichiarato che sindaci e governatori potevano promulgare misure d’isolamento e di distanziamento sociale per fermare il dilagare della pandemia di Covid-19. Per i giudici della Corte, Bolsonaro stava utilizzando i suoi poteri per mettere in atto «una politica pubblica di carattere genocida», promuovendo assembramenti e sminuendo le misure raccomandate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Con un sistematico attacco sui social network, J. M. Bolsonaro scaricò la…


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L’osceno teatrino

Quando qualcuno provoca una crisi di governo bisognerebbe capire esattamente cosa abbia in testa. Se si va a rileggere le parole della conferenza stampa di Matteo Renzi pare ovvio che in Italia esista un serio problema di democrazia (l’ha detto a chiare lettere lui) e che Giuseppe Conte sia il male generatore di tutti i mali di tutti gli italiani. Per carità, ognuno è libero di fare ciò che vuole, assumendosene tutte le responsabilità, però provocare una crisi, soprattutto in questo momento, e poi ribussare alla porta per chiedere di rientrare è qualcosa che sfugge a ogni logica. “Se il presidente del consiglio Conte scioglie alcuni nodi irrisolti all’interno della maggioranza di governo, noi ci siamo”, ha detto ieri il renziano Davide Faraone. “Se Conte fa marcia indietro siamo pronti”, ha aggiunto. Sulla stessa linea anche la ministra Bellanova che dice al Pd “ci uniscono tante cose, disponibili a fare ripartire l’agenda di governo”. Al di là del dato politico c’è anche un dato prettamente comunicativo: se Renzi pensa di essere un grande comunicatore dovrebbe osservare che la sua mossa è incomprensibile ai più.

In mezzo c’è Conte che sogna di personalizzare la sfida. E questa non è una buona notizia, no, per niente. Perché raccogliere qualche votastro in giro per il Senato, nonostante rientri legittimamente nei meccanismi di una democrazia parlamentare, non è mai un bel vedere e non lascia certo l’idea di un governo forte e che possa durare. Continua a ripetere di voler andare alla conta ma alla conta i conti non tornano. La politica è una ridda di opinioni ma la matematica è fatta dai numeri e i numeri mancano. La svolta editoriale di chi ha fucilato con quintali di editoriali i cambi di casacca in Parlamento e che ora parla di “responsabili” e di “costruttori” non è un bel vedere. Anche questo, almeno questo, anche no.

Le crisi di governo denudano tutti e tutti ne escono peggiori. Siamo perfino riusciti a riabilitare quel Clemente Mastella, sì, proprio quello, non è un omonimo, chiamato alla pesca a strascico per raccogliere gente. In sostanza si ripetono ciclicamente le stesse dinamiche e quelli che prima le condannavano ora si impegnano a nobilitarle provando a sputare un dizionario nuovo e così tutto si capovolge, perde di senso, perde serietà. Negli ultimi giorni si è discusso a lungo di una telefonata privata tra Calenda e Mastella resa pubblica dal candidato al Campidoglio (che ha un solo parlamentare, uno solo). Pensate come ci siamo ridotti.

Ora si attendono gli ultimi sviluppi. E in fondo la sensazione è quella, ancora una volta, di avere assistito a uno svilente teatrino. Chissà chi ci guadagna, chissà chi ci ha guadagnato. Chissà se ce lo meritavamo, un inizio anno così.

Buon lunedì.

Gli orfani di Potus e i “demoni” di QAnon

A Qanon believer speaks to a crowd of President Donald Trump supporters outside of the Maricopa County Recorder's Office where votes in the general election are being counted, in Phoenix, Thursday, Nov. 5, 2020. (AP Photo/Dario Lopez-MIlls)

«Buongiorno e ben svegliati, adesso avete capito che siamo in guerra. E la guerra si fa con i militari. Le mosse di prima erano solo di preparazione al terreno ad essi. Il presidente Trump vuole e deve rimanere garante della costituzione. Non può essere lui ad esercitare la leva dell’acceleratore per tornare al potere!». Recita come una chiamata alle armi questo messaggio comparso su Telegram in una chat di QAnon appena dopo che la notizia dell’assalto a Capitol Hill è diventata virale. Migliaia di persone si sono radunate attorno al palazzo del Congresso statunitense per contestare il risultato delle elezioni presidenziali e sostenere la richiesta di Donald Trump al vicepresidente Mike Pence e al Congresso di rifiutare la proclamazione di Joe Biden alla Casa Bianca. Tumulti che sono costati la vita a 4 persone, l’arresto di 52 rivoltosi e il disinnesco di 4 ordigni artigianali da parte delle forze dell’ordine. Un entusiasmo che è andato presto a scemare, ed è totalmente scomparso quando il collegio elettorale ha confermato il risultato espresso dal voto.

«Io stesso non mi fido più di nessuno, ma la guerra non è ancora terminata, è solo iniziata. E per come sta messo il mondo, Trump è forse l’unica possibilità che ci è rimasta per quanto riguarda gli uomini… sulla Terra. Comunque vedremo cosa accadrà da oggi al 20 gennaio e poi il 28 gennaio. Penso che ci sarà qualcosa di grosso che ci riguarderà tutti e scuoterà un po’ il mondo». Questo post su Facebook è comparso il 9 gennaio in una pagina QAnon italiana. Un tentativo di risposta a chi aveva creduto ciecamente nel Potus e ora lo dà per spacciato. Fra le informazioni dell’account si può leggere: «Stai lottando contro le forze del male che non è possibile vedere senza quelle lenti» e il simbolo del personaggio dei fumetti The punisher (eroe caro all’ultra destra americana) campeggia come immagine di profilo. Fra le decine di post presenti, quasi la maggior parte in questi giorni tratta le elezioni Usa, scalzando quasi del tutto il vecchio trend, fatto di disinformazione sui vaccini e incitamenti alla disobbedienza contro le regole dei vari Dpcm del governo Conte II.

L’assalto alla sede del Congresso statunitense è stato ripreso da tutti i media mondiali. Le immagini del manipolo di uomini che irrompe nel tempio della democrazia americana, ammantati con i simboli dell’Alt-right e capeggiati dallo “sciamano QAnon”, rimarranno molto a lungo nella nostra memoria, forse alla pari con il crollo delle Torri gemelle durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Un epilogo forse prevedibile stando agli hashtag presenti su Twitter da mesi come #StopTheSteal e #OccupyCapitols, che aumentavano la loro viralità in tutti i social e si sommavano alla…


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Giampiero Vigorito: A Stereonotte la musica non dormiva mai

«La musica per chi vive e lavora di notte». Mezzanotte in punto e scatta la sigla di “Viaggiando” – scritta appositamente da Roberto Colombo – e si parte per un lungo viaggio notturno fino all’alba delle 5 e 45 del mattino in compagnia di cinque conduttori che, (cosa rivoluzionaria per l’epoca) avevano accuratamente preparato le proprie scalette musicali portandosi i propri vinili da casa.
Grazie alla pubblicazione di Rai Stereonotte, il volume appena uscito per i tipi di Iacobelli Editore, stiamo rivivendo l’epopea del programma trasmesso in diretta dagli studi Rai di via Po 14 che dal 1982 rivoluzionò l’ascolto notturno, grazie all’intuizione di un coraggioso funzionario – Pierluigi Tabasso – e a un gruppo di giovani conduttori – tra cui Ernesto Assante, Marco Boccitto, Alberto Castelli, Massimo Cotto, Alex Righi, Teresa De Santis, Enrico Sisti, Fabrizio Stramacci, e Giancarlo Susanna ed Ernesto De Pascale (questi ultimi scomparsi) – che per la maggior parte si erano fatti le ossa trasmettendo dalle radio libere (si chiamavano ancora così) e scrivendo sulle nuove riviste rock allora in prepotente ascesa.

Fu così che tra il 1982 ed il 1995 l’etere notturno fu inondato da uno tsunami di musica di qualità, non solo rock di ogni tempo e da ogni latitudine, da Elvis Presley ai Talking Heads, ma anche folk e blues, black & soul music, ska, reggae, jazz, musiche dal mondo, ritmi africani, canzone d’autore, senza steccati o pregiudizi di ogni sorta.
Il libro, introdotto da una interessante prefazione “storica” di Carlo Massarini, ripercorre quell’esperienza unica attraverso le testimonianze sia dei diretti protagonisti, sia di personaggi del mondo della musica e dello spettacolo in generale, da Renzo Arbore a Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, Ligabue, Paolo Fresu, Fiorella Mannoia e tanti altri. Il curatore, Giampiero Vigorito, conduttore radiofonico, critico musicale, ma anche giornalista sportivo di lungo corso, ha vissuto in prima persona quell’avventura.

Come è nata l’idea del libro, e come mai proprio in questo momento?
In realtà l’idea covava sotto la cenere da parecchi anni. Il progetto iniziale era quello di raccogliere il meglio delle lettere che all’epoca ci arrivavano dagli ascoltatori. Bisogna tener conto che, per precisa scelta editoriale dell’ideatore del programma, non avevamo telefono, né fax, né numero verde, e quindi ogni settimana arrivavano in redazione centinaia di lettere degli ascoltatori, che Tabasso distribuiva poi personalmente ai singoli conduttori. Parliamo oltretutto di un’epoca in cui non…


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