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Tomaso Montanari: La sinistra è ricerca e libero pensiero

FLORENCE, ITALY - DECEMBER 20: Italian art historian and author Tomaso Montanari portrait session at his own home in Firenze on December 20, 2019 in Florence, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)

Esattamente un anno fa Tomaso Montanari pubblicava il libro Dalla parte del torto, per la sinistra che non c’è, un appassionato pamphlet che oggi ci appare più attuale e urgente che mai, dopo un anno di pandemia, mentre la crisi avanza e con essa si allarga la forbice delle disuguaglianze.

Nel volume edito da Chiarelettere, lo storico dell’arte che non ha mai disgiunto l’impegno accademico da quello civile fa una lucida disamina critica della deriva del centrosinistra folgorato sulla via di Damasco dal neoliberismo blairiano e poi, negli anni, impegnato a rincorrere le destre sul loro terreno: la legge Turco-Napolitano che istituì la detenzione amministrativa per i migranti aprendo la strada alla legge Bossi-Fini e ai decreti Salvini, la guerra umanitaria in Jugoslavia e la riforma del Titolo V (D’Alema), la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (Monti) sono solo alcune “perle” di una «sinistra di destra» che ha portato la sinistra quasi all’estinzione. In occasione del centenario della scissione del 1921 fra comunisti e socialisti (di cui ci occupiamo con un libro edito da Left) in questa storia di copertina torniamo a interrogarci sulle radici di questa profondissima crisi, cercando idee ma anche proponendo un pensiero nuovo per ripartire.

Su questi assi si è sviluppata questa nostra conversazione con il saggista e docente dell’Università per stranieri di Siena che nelle settimane scorse, dopo aver espresso in tv una legittima opinione sulla svendita di Firenze (che è sotto gli occhi di tutti) è stato investito da una ingente richiesta danni del sindaco Pd, Dario Nardella.

Tomaso Montanari come sta la sinistra in questo  difficile inizio del 2021?

Vedo un totale smarrimento delle ragioni fondanti della sinistra. Mi pare emblematica in questo senso la canea ingaggiata, non dalle destre come ci si potrebbe aspettare, ma da esponenti di centrosinistra verso chi (come Fabrizio Barca, ndr) condannando i fatti di Capitol Hill ha parlato anche di disuguaglianza. Gli assaltatori perlopiù sono stati descritti dai media come un manipolo di fascisti folcloristici. Ciò è certamente vero ma dietro ci sono 74 milioni di persone che hanno votato per Trump e rappresentano la parte più povera dell’America. Non sono i più poveri in assoluto – i neri non sono elettori Trump – ma quelli che sono stati tagliati fuori da un certo tenore di vita, dall’istruzione, dalla conoscenza. C’è un impoverimento della conoscenza dietro questa svolta distopica che assume la forma di una guerra fra populisti e meritocratici (dove la meritocrazia è cristallizzazione della disuguaglianza). In Italia la reazione di Italia viva è stata rimuovere il problema stesso delle disuguaglianza. Non c’è nulla di sinistra in questo. In realtà questo tipo di centrosinistra italiano ed europeo ha soltanto una vocazione a tutelare lo stato delle cose; il che significa agire a favore dei sicuri, dei salvati dei protetti. È la negazione più totale di una sinistra che si pone l’obiettivo di ribaltare l’ordine delle cose a favore degli esclusi, dei sommersi, dei “marginali”. È da cercare in tutto questo la causa dell’astensione. Io penso che sia proprio lì il popolo di sinistra. Va cercato tra quelli che non votano più, non tra quanti votano a destra.

Tu scrivi che la sinistra dovrebbe ripartire dalle lotte quotidiane, da un fronte del lavoro che tenga dentro anche quello povero, sfruttato, precario. Penso per esempio all’importante lotta sindacale dei riders. Ma c’è il rischio che queste lotte siano parziali e il quadro resti parcellizzato?

Castelvecchi ha appena ripubblicato i diari di Bruno Trentin, a mio avviso una delle menti più lucide degli ultimi anni in Italia e per questo isolato. Mi hanno fatto pensare a una questione che mi appare oggi come fondamentale: il punto non è come far andare la sinistra al governo, non è neanche la rappresentanza parlamentare, ma è quella che chiamerei la sinistra di ogni giorno.

Una nuova militanza?

La sinistra di ogni giorno per me è la capacità di governarsi più che di governare; è la restituzione alle donne e agli uomini della capacità di prendere in mano la propria vita. Lavoro significa poter vivere dignitosamente, il lavoro libera dalla schiavitù, dal ricatto e dall’oppressione. Questo è un problema che va affrontato prima di tutto a livello culturale e di formazione. Io penso che ci sia un enorme lavoro da fare sul senso comune, sulla visione del mondo. C’è il potere con la P maiuscola che è quello dei governi, della politica intesa come volontà di potenza per dirla con Bobbio. Ma c’è anche un darsi potere, un empowerment, che è quello della liberazione delle coscienze, della capacità di uno sguardo critico radicale nella vita di ogni giorno. Su questo sono impegnate associazioni, comitati, lotte dal basso che cambiano la vita, prima di tutto, di chi le fa, in primis da un punto mentale e morale. Non è un ripiegamento, è una premessa a cui abbiamo rinunciato. Il che spiega perché poi non si riesca ad avere tutto il resto.

In un momento come quello drammatico che stiamo vivendo, la questione del lavoro si lega ancor più strettamente a quella della giustizia sociale e della democrazia?

Il lavoro è importante anche come presa di coscienza dei propri diritti. La lotta di classe c’è, ma è fatta dall’altro verso il basso in maniera devastante e vincente ormai da tanti anni, tanto che il punto oggi è ricostruire un lessico comune, potersi capire… ed è quasi impossibile, in verità. Questo è il primo sforzo da compiere. C’è un lavoro da fare sul piano del pensiero e della lettura della realtà, perché di fronte a certi eventi ci siano elementi comuni di giudizio, che oggi non ci sono.

Qui veniamo al ruolo cardine svolto dalla scuola, bistrattata in Italia, e all’importanza dell’università su cui pesa l’essere stata «aziendalizzata», come tu scrivi. C’è un deficit molto grave anche nel centrosinistra nel valutare l’importanza dell’istruzione?

Io credo che quello che stiamo vedendo con la didattica a distanza sia gravissimo. Non solo, banalmente, perché la scuola è chiusa. Mi spiego: io avrei anche potuto accettare che, dovendo chiudere tutto a causa della pandemia, prima poi saremmo arrivati al punto di dover chiudere anche la scuola. Ma non è stato fatto questo e soprattutto non è stato impostato così il discorso. La scuola doveva essere l’ultima barriera, l’ultima barricata, l’ambito su cui investire tutto. Ma è successo invece quello che, purtroppo, è accaduto anche nella sanità e per le terapie intensive. Con il Covid, del resto, sono venuti al pettine i nodi che ci portiamo dietro da trent’anni.

Calamandrei parlava della scuola come organo costituzionale, ma neanche il centrosinistra ha fatto propria questa visione. Perché?

Della scuola non importa nulla a nessuno. Il fatto che sia il Pd il partito che preme di più per chiudere le scuole in presenza è incredibile. Evidenzia che si è perduto l’idea stessa del valore sociale dirimente della scuola. Essa è il luogo dove si superano o si perpetuano le disuguaglianze. Lì si gioca tutto, perché è lì che si possono mitigare e superare le differenze familiari. Rimandare i ragazzi a casa, costringerli in famiglia con la didattica a distanza, significa cristallizzare le disuguaglianze, aumentarle entropicamente e far perdere anche la speranza di un cambiamento. Ci stiamo giocando una generazione. Non sul piano cognitivo, come si dice. Il problema non è tanto da quali medici saremo operati, ma quale coscienza civile avremo. Questa è davvero una responsabilità enorme. Ed è un paradosso che sia una simile ministra M5s a difendere la scuola, mentre il Pd – e devo dire anche Leu – la vogliono tenere chiusa. Io sono esterrefatto, è la cosa più grave a cui stiamo assistendo. C’è un totale menefreghismo: abbiamo tenuto le discoteche aperte ad agosto per chiudere le scuole a settembre. Abbiamo fatto lo shopping natalizio per non riaprire le scuole a gennaio. Ci stiamo suicidando. Si sta suicidando la sinistra, non la destra: Salvini è all’opposizione.

Se la sinistra è lotta all’oppressione è anche riscatto, liberazione dall’ignoranza. L’articolo 9 della Carta tutela la libertà di ricerca come ricerca di base, ma anche, tu sottolinei, come ricerca della conoscenza. Come fare in modo che la politica e la cultura mainstream riconoscano l’importanza di questo aspetto che oggi è completamente negato?

Ci sono due aspetti. Il primo appartiene proprio alle scienze di base, alle scienze dure. Vediamo cosa sta succedendo sui vaccini… l’ha dovuto dire il papa che non ci dovrebbero essere brevetti sui vaccini. Il paradosso è che i soldi pubblici servono a finanziare vaccini che producono profitti privati. L’amministratore delegato della Pfizer ha venduto 5 milioni di azioni personali nel giorno in cui l’azienda ha annunciato il vaccino. Non riusciamo nemmeno ad avere un’idea di ricerca i cui frutti siano bene comune dell’umanità. Anche su questo aspetto agisce la dittatura del mercato.

Il secondo aspetto?

Riguarda appunto il tema della conoscenza intesa in un senso più largo. L’articolo 9 fu scritto dopo il fascismo. Il ventennio era cominciato bruciando i libri ed era finito con la complicità all’Olocausto nazista degli ebrei e dei diversi. C’è un elemento di continuità: la persecuzione della conoscenza, la persecuzione del pensiero libero, non solo del pensiero critico. Quella idea che la Repubblica si fondasse sulla ricerca comprendeva anche l’idea che si fondasse proprio sulla ricerca della verità e quindi sul dissenso come valore.

Oggi la libertà di ricerca e di pensiero in che modo viene sostenuta o osteggiata dalle istituzioni?

Ora siamo in un momento in cui si vorrebbe abolire la libertà dei parlamentari imponendo il vincolo di mandato, grazie al riflesso autoritario del M5s. Dall’altra parte Matteo Renzi propone che il rettore non venga più eletto dai docenti universitari e dagli studenti e dal personale tecnico amministrativo pro quota. Vorrebbe che fosse nominato dal cda. E questo mentre le università si sono date già dei cosiddetti codici etici, che in realtà sono liberticidi e paiono pensati apposta per stroncare il pensiero critico. Tutto questo cospira a fare dell’Università un luogo di formazione tecnocratica di funzionari dello status quo, non più un luogo rivoluzionario e di sedizione del pensiero critico come dovrebbe essere. Una università che non diffonde pensiero critico e coscienza civile non è una università. Io penso che il modello insuperato sia ancora quello del Galileo di Brecht. La libertà di pensiero deve poter trovare nell’università la sua massima garanzia, la conoscenza non deve avere nessun limite. Ora invece siamo passati agli uffici studio di Confindustria, la quale per altro non ha veri uffici studio, tanto che non riesce nemmeno a fare ricerca per il profitto. Siamo messi così.


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Lo scippo dell’acqua

https://www.flickr.com/photos/40969298@N05/14501625397/in/album-72157645760735142/ Joe BruskyStai Water Is A Right Tonight, we stand before one of the largest bodies of water in the world in solidarity with the people of Detroit. They’re shutting off water to the city’s most impoverished and vulnerable populations despite a recent United Nations report stating the action "constitutes a violation of the human right to water and other international human rights." Turn on the water!

L’entrata in Borsa dell’acqua è il risultato di una lunga serie di passaggi. All’inizio c’è stata la “petrolizzazione” dell’acqua. L’hanno annunciata, proclamata sin dagli anni 70. La “petrolizzazione dell’acqua” (di cui ho parlato la prima volta nel libro Le manifeste de l’eau del 1998) ha guidato la maniera di immaginare e vedere l’acqua nelle società industrializzate e “sviluppate”. Cosi, nel 2020 l’oro nero (il petrolio) ha una compagna “ufficiale”, l’oro blu (l’acqua).
La mercificazione dell’acqua è stata al centro della “petrolizzazione”. Il petrolio è una merce. Anche l’acqua lo è diventata. Il petrolio è una risorsa/merce non rinnovabile, l’acqua è rinnovabile ma l’abbiamo resa, specie sul piano della qualità buona per usi umani, una risorsa scarsa in via di rarefazione. Il valore economico del petrolio, il solo che conta nel suo caso, è determinato in Borsa. La politica energetica delle nostre società non è decisa principalmente dai poteri pubblici ma dal prezzo del petrolio grezzo stabilito dai mercati finanziari.

Con l’entrata in Borsa, il prezzo dell’acqua, il cui valore per la vita va largamente al di là della sua utilità economica, sarà, fra non molto, un prezzo mondiale e la politica idrica mondiale (ma anche continentale e “nazionale”) sarà dettata dagli operatori attivi nei vari mercati finanziari, per di più speculativi. La mercificazione dell’acqua minerale è stata ancora più rapida e massiccia. In pochi decenni l’acqua minerale è diventata il bene di consumo commerciale i fra i più preferiti dalla pubblicità televisiva. I poteri pubblici si sono sbarazzati del suo governo svendendone la gestione dell’uso e della sua cura alle grandi compagnie multinazionali quali Nestlé, Danone, Coca-Cola, PepsiCola…

Poi è venuta… la privatizzazione dell’acqua e la sua monetizzazione e finanziarizzazione (bancarizzazione compresa)
I poteri pubblici hanno oramai poco da dire. Sono in posizione subordinata in moltissimi Paesi del mondo dove i poteri decisionali sono passati, a seguito della privatizzazione della gestione dei servizi idrici, nelle mani di società private per le quali l’acqua è puramente un prodotto utilitario. Non per nulla le società di gestione sono chiamate utilities. Nell’Unione europea, con l’adozione della Direttiva quadro europea sull’acqua dell’anno 2000, i poteri reali di decisione nel campo dell’acqua sono stati affidati agli stakeholders (i portatori d’interesse) le cui scelte, specie per le società multiutilities e, ad ogni modo, delle società idriche quotate in borsa, sono valutate e giudicate dai…

*-*

L’autore: Riccardo Petrella è professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio).
È autore de “Il manifesto dell’acqua”, Ed. Gruppo Abele, 2001, (edizione originale “Le manifeste de l’eau”, 1998), promotore del Comitato internazionale per il contratto mondiale dell’acqua sin dal 1997 e dell’Agorà degli abitanti della terra


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L’attualità del socialismo a 100 anni dalla nascita del Partito comunista

La Rivoluzione Russa, nella semplicità delle sue parole d’ordine – «la pace, la terra ai contadini» – ha dato una soluzione positiva alle enormi questioni che la borghesia aveva creato – la guerra – o non era in grado di risolvere: la servitù della gleba e le diseguaglianze sociali.

I partiti comunisti nascono, sulla spinta della Rivoluzione Russa, come l’avanguardia di questo movimento universalistico che, a partire dalla classe operaia e dai contadini, agisce concretamente la liberazione di tutte e tutti gli sfruttati ed in prospettiva di tutto il genere umano. E’ un messaggio di fortissimo universalismo concreto quello che emerge dalla rivoluzione e – come esemplificato dallo slogan “fare come la Russia” – va oltre la politica tradizionale, parlando a tutte e tutti gli sfruttati.

Il comunismo 100 anni fa non era un fatto ideologico ma “la semplicità difficile a farsi”: la pace e la terra ai contadini, appunto. A quella semplicità dobbiamo tornare. Il comunismo non è una scelta religiosa o l’ideologia di un partito ma “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, cioè la ricerca della soluzione migliore a fronte delle enormi contraddizioni generate dal modo di produzione capitalistico.

A distanza di un secolo dalla prima guerra mondiale il capitalismo ci ha ributtati nella barbarie: della distruzione del pianeta, dello sfruttamento del lavoro produttivo e riproduttivo, del razzismo e della guerra, delle masse sterminate dei poveri a cui fanno da contraltare la concentrazione di enormi ricchezze. Il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva e solo la fuoriuscita dalla logica del profitto come principio organizzatore del vivere sociale può garantire un futuro all’umanità.

Per questo l’umanità ha bisogno di Socialismo: come regno della libertà a partire dal superamento dello sfruttamento del lavoro e della natura. Come possibilità per l’umanità di utilizzare positivamente l’enorme potenzialità data dallo sviluppo della scienza e della tecnica. Come superamento delle classi sociali e di ogni ruolo sociale gerarchico e fisso a partire da quelli legati al genere o al colore della pelle. Comunismo come libertà degli individui di sviluppare positivamente la propria personalità in un quadro in cui l’uscita dal regno della necessità è garantita dalla cooperazione e dalla solidarietà.

Di questo parleremo giovedì 21 nel celebrare la nascita del Partito comunista d’Italia. Nella consapevolezza delle difficoltà: dalla guerra tra i poveri alla pervasività del pensiero unico fino alla nostra debolezza politica e sociale. Ma nel convincimento che la rifondazione un pensiero ed una pratica comunista rappresentano non solo un bene comune dell’umanità ma la condizione per uscire dalla barbarie dello sfruttamento dell’umanità e della natura. Perché come ci ha insegnato Seneca, «non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare».

*-*

 

 

 

 

 

 

Libertà, pace, lavoro, giustizia sociale, democrazia, tutela dell’ambiente. A 100 anni dalla nascita del Partito Comunista, l’attualità del socialismo

21 gennaio 2021 ore 18.00

Convegno on line – Presiede Rosa Rinaldi – Introduce Paolo Ferrero – Conclude Maurizio Acerbo

con la partecipazione di 

Heinz Bierbaum, Presidente del Partito della Sinistra Europea

Cinty Misculini del Comitato Centrale del Partito Comunista Cileno

Fabien Roussel, segretario nazionale del Partito Comunista Francese

Enrique Santiago, segretario nazionale del Partito Comunista Spagnolo

Intervengono: Giovanna Capelli, Paolo Ciofi, Carlotta Cossutta, Rita De Petra (Left), Paolo Favilli, Andrea Ferroni, Eleonora Forenza, Francesca Fornario, Dino Greco, Guido Liguori, Maria Grazia Meriggi, Dmitrij Palagi, Giovanni Russo Spena

diretta sulla pagina fb rifondazione comunista

Partito della Rifondazione Comunista, Partito della Sinistra Europea

 

Demolition man

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 28-12-2020 Roma Politica Matteo Renzi presenta il progetto di Italia Viva per il Recovery Plan Nella foto Matteo Renzi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 28-12-2020 Rome (Italy) Matteo Renzi presents the Italia Viva party project for the Recovery Plan In the pic Matteo Renzi

Vi ricordate quando Renzi e i renziani volevano convincerci che la stampa internazionale impazzisse per lui e che solo grazie a lui l’Italia brillava nel mondo? Bene, ecco. Oggi proviamo solo a mettere in fila un po’ di commenti internazionali sull’ultima mossa politica di Renzi, perché ne vale la pena, perché rende l’idea e perché in fondo così il buongiorno si scrive praticamente da solo.

Demolition man Renzi mette sotto sopra Roma” è il titolo del Financial times, che scrive: «La crisi italiana minaccia di ostacolare il Recovery plan di Bruxelles». E poi aggiunge: «La mossa di Renzi potrebbe essere stata pensata per rafforzare il potere di interdizione del suo piccolo partito e la sua stessa immagine personale, ma potrebbe facilmente ritorcersi contro di lui, mentre il Paese combatte la pandemia».

Il Guardian scrive che la manovra «largamente impopolare» di Renzi arriva «nel momento peggiore possibile per l’Italia» e «lascia gli osservatori perplessi riguardo alle motivazioni». Nonostante siano stranieri hanno ben in mente i motivi della crisi: «La sua popolarità è crollata da quando ha dovuto dimettersi da premier dopo il fallito referendum del 2016. Italia viva nei sondaggi ha meno del 3% dei voti».

Andiamo avanti. El Paìs scrive di un «momento delicatissimo e difficile da spiegare». Il settimanale tedesco Die zeit scrive: «Con richieste sempre nuove» Renzi «ha portato alla caduta della coalizione di governo in Italia. Dietro c’è un calcolo di potere: il suo partito è basso nei sondaggi». «Renzi – conclude l’articolo – vuole far parte del prossimo governo», sia esso una riedizione «della coalizione precedente» sia nella forma di «una soluzione di tutti i partiti». «Ma se questo accadrà è scritto nelle stelle. È anche concepibile che Conte cerchi nuovi sostenitori tra i piccoli partiti di centro in Parlamento – e Renzi sederebbe poi all’opposizione senza alcuna influenza. O che si arrivi a nuove elezioni – e Italia viva lascerebbe quasi certamente il Parlamento. Renzi potrebbe allora passare alla storia come qualcuno che si è suicidato per paura della morte».

In Francia Le Figaro scrive: «Chi si assumerà la responsabilità della caduta del governo italiano in un momento in cui l’Italia sta attraversando una crisi senza precedenti?».

Insomma, un successo per Matteo. Pensate che aspirava alla Nato. Direi che anche questa missione è miseramente fallita.

Intanto la ministra Bonetti, quella che è stata dimessa da Renzi in una conferenza stampa che è stata tutto un attacco, ieri ha dichiarato: «Le mie dimissioni sono lo spazio perché questo tavolo si apra per le risposte da dare al Paese. Noi sgombriamo il campo, adesso si faccia la politica, noi ci stiamo». Aggiungendo di essere disposti a rimanere in maggioranza. Ettore Rosato, vicepresidente della Camera e presidente di Italia viva, è riuscito perfino a dire: «Se ci sono risposte concrete non abbiamo preclusioni rispetto a Giuseppe Conte».

Sempre peggio.
Buon venerdì.

A scuola prima di tutto

MILAN, ITALY - JANUARY 08: Italian students are preparing a sign to show during the protest against the posticipation of the schools reopening on January 08, 2021 in Milan, Italy. (Photo by Francesco Prandoni/Getty Images)

Ripartire dalla scuola pubblica come gesto radicale per cambiare il presente. Da qui in avanti, questa consapevolezza deve entrare nelle priorità di chi governa e del Paese intero. L’uscita da questa crisi avverrà solo se saremo capaci di tale cambiamento di rotta.

La pandemia ha reso evidente lo smantellamento dell’istruzione pubblica avvenuto negli ultimi decenni, insieme al totale disinteresse che un’intera classe politica ha nei confronti dei diritti dei/delle minori, della formazione e della cultura.

Garantire l’apertura di tutte le scuole in presenza, sicurezza e continuità, ribaltando le attuali priorità governative, è cogliere l’occasione da dentro questa crisi per ri-attivare un ragionamento sul ruolo del welfare pubblico nel presente e nel futuro – di una sua trasformazione, di una sua accessibilità potenziata. Organizzare tempestivamente l’apertura di tutte le scuole in presenza significa dare priorità al necessario rafforzamento del pubblico attraverso un suo finanziamento massiccio, invece di investire su una tecnologia proprietaria che, così applicata, non potrà mai fare scuola.

La scuola pubblica ha bisogno di soluzioni sul breve e sul lungo termine, dentro e oltre l’emergenza. Sul breve termine un rientro in sicurezza e continuità, in questo momento in Italia, significa garantire per tutta la popolazione scolastica screening di ingresso, così come organizzati ad esempio dalla Regione Toscana, e monitoraggio regolare. Quest’ultimo, come il movimento Priorità alla scuola chiede da aprile, renderebbe le scuole dei veri e propri…


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Il senso di Ken Loach per la working class

Ken Loach, director of "Sorry We Missed You." Photo courtesy of Zeitgeist films.

Come si manifestano le nuove forme di sfruttamento dei lavoratori, in particolare nei settori della logistica e della cura. Quale dovrebbe essere il ruolo dei sindacati, perché siano all’altezza delle sfide che hanno di fronte. Quale quello dei partiti di sinistra. Lo abbiamo chiesto al regista britannico Ken Loach, autore di film che pongono al centro le persone, costrette a fare i conti con un modello di società sempre più brutalizzata e oppressa dalle logiche di mercato. Unico a ricevere per due volte la Palma d’oro a Cannes (con Il vento che accarezza l’erba nel 2006 e Io, Daniel Blake nel 2016), il regista, premiato anche per capolavori recenti, quali La parte degli angeli (2012) e Sorry we missed you (2019), è stato tra le voci più autorevoli coinvolte dai Giovani comunisti/e, nell’ambito dell’iniziativa intitolata “Costruire il presente”, due giorni di dibattito in cui, partendo dalla pandemia, si è provato a gettare uno sguardo sul futuro. A margine dell’iniziativa, abbiamo rivolto a Loach alcune domande.

Ken, in Bread and roses (2000), hai posto come fulcro del film il processo di sindacalizzazione di un gruppo di dipendenti, assunti irregolarmente in un’impresa di pulizie. A distanza di vent’anni, quali sono le nuove forme di sfruttamento?
Le nuove forme di sfruttamento sono i lavori senza sicurezze o garanzie, quelli precari, che siano in ufficio o in fabbrica, nei turni notturni. Sono tutte quelle mansioni con basse retribuzioni e che non prevedono alcuna tutela per i lavoratori e le lavoratrici. Anche nell’ultimo film che abbiamo realizzato abbiamo esplorato due realtà di questo tipo, i lavoratori dell’assistenza e del settore logistico.

In effetti, in Sorry we missed you (2019), i protagonisti sono costretti a sacrificare la famiglia, pur di cercare un lavoro, che, per quanto instabile, garantisce maggiore sicurezza economica. In particolare, il protagonista si reinventa fattorino; può essere questa una forma di sfruttamento, secondo la tua definizione?
Non solo i rider, ma anche…


L’intervista prosegue su Left del 15-21 gennaio 2021

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Il sogno di una cosa

Da tre decadi navighiamo a vista tra i marosi della politica, stretti ai tronchi di una zattera legati dai fili di una solida identità che ci mantiene a galla, ci fa resistere e continuare a guardare alla politica come base del vivere civile. Abbiamo assistito a disastri ambientali, saccheggio delle risorse del pianeta, distruzione del mondo del lavoro, crollo di un intero mondo politico; liquefazione dei partiti storici. Inermi, siamo stati travolti da una potente ondata di populismo, quello grillino e quello delle destre reazionarie e razziste, privati di ogni rappresentanza politica: “ininfluenti”, come commenta ogni volta, sconsolato, un amico. Ora, fronteggiare l’emergenza Covid, ci può aiutare a dare una spallata ai populismi e a rimettere al centro della politica temi importanti: sanità pubblica, lavoro, istruzione e ambiente. Guidati da un governo M5s, meno rete e più partito, e da un Pd, che fa del tacere e dello stare immobile la sua cifra politica, abbiamo avuto un governo che si è dovuto occupare dell’emergenza ed ha amministrato più che governato, e quando è stato chiamato a misurarsi con la politica, per la presidenza del G20, ha dato pessime prove di sé. Greenpeace denuncia: «Il governo spieghi perché ha affidato a un manager Eni il ruolo di referente del tavolo ambiente e energia del G20». Eni, un’azienda con uno dei più alti tassi di emissioni al mondo; mentre al tavolo tecnico per le imprese manda Confindustria chiudendo ai sindacati.

Non andrà tutto bene. Trent’anni fa si è creduto che in Italia ci fosse bisogno di un grande partito socialdemocratico e riformista e che fosse necessario convertirsi al neoliberismo archiviando lotta di classe, eguaglianza e cultura, o per dirla con Gramsci «l’egemonia culturale». Si è mandata in soffitta l’utopia, quella di “un altro mondo è possibile”, o, come dice D’Alema: «Abbiamo appannato la nostra identità per inseguire la maggioranza», così oggi non abbiamo un partito rivoluzionario né uno riformista. Inermi abbiamo affrontato la pandemia, che ci ha sottratto gli affetti e si è abbattuta sul mondo del lavoro colpendo donne (-4,7%) e giovani (-8%). Nella legge di bilancio c’è la proroga del divieto dei licenziamenti fino al 31 marzo, dopodiché questi dati li dovremo aggiornare. L’onda lunga della pandemia la sentiremo negli anni a venire, quando all’interruzione forzata del percorso di formazione dei giovani corrisponderà un lavoro meno qualificato, sottopagato. Ma i lavoratori, donne e giovani, espulsi o che non avranno accesso al mondo del lavoro, cosa faranno, cosa penseranno, quali risentimenti coveranno? Quale movimento riuscirà a canalizzarli in energie positive volte al cambiamento? I movimenti? Con loro vinci le battaglie (referendum acqua pubblica e Costituzione 2016) e perdi sul terreno degli obiettivi concreti. Per questo ci vuole un partito che rappresenti queste istanze. «Un partito – come diceva il costituente Mortati – che faccia da cerniera tra società civile, società politica e istituzioni». Il rapporto tra Partito e Stato andrà approfondito; quello tipico dell’Occidente capitalistico non va universalizzato.

Quale partito? Non convince il coro dei politici che invoca un partito della sinistra, né asserzioni del tipo «riformare il capitalismo» di un D’Alema. Non è proponibile la “rete”. Il partito di cui la società italiana necessita deve avere un piede nei movimenti e uno nelle istituzioni; rimettere al centro i grandi temi (come facciamo con questa storia di copertina), avere la capacità di orientare gli umori, capire le aspirazioni e convogliarle in un programma politico credibile e aggregante. Un partito in grado di assumersi la responsabilità, che non deluda, ma abbia idee, ovvero metodo, prassi e teoria.

Quale “forma” di organizzazione per questo “partito” non è possibile dire, a meno che non si voglia partire da uno schema pregiudiziale. I partiti sono un prodotto storico (come raccontiamo in un libro sulla scissione del 1921, dal 15 gennaio in edicola, ndr) determinato dalle società in cui nascono e dalle leggi elettorali vigenti. Si può solo far riferimento all’art. 49 della Costituzione che pone a soggetto della formazione dei partiti «i cittadini» e indica la partecipazione dal basso alla politica nazionale con metodo “democratico”. Un diritto di libertà ribadito dall’art.12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: «I partiti politici a livello dell’Unione contribuiscono ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione». Dovranno dunque essere “i cittadini” a farsi artefici della rinascita di un partito della Sinistra, quelli che, a dirla con Marx grazie alla «riforma della coscienza» vedono «che da molto tempo il mondo ha il sogno di una cosa». Cittadini, che, noi speriamo, abbiano un gran “bagaglio” di sogni.


L’editoriale è tratto da Left del 15-21 gennaio 2021

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Gli ultimi barlumi di Narciso

Italian Senator, former premier and head of the political party 'Italia Viva' (IV), Matteo Renzi holds a press conference at the Italian Chamber of Deputies in Rome, Wednesday, Jan. 13, 2021. The Italian cabinet was in crisis on January 13, 2021 following the resignations of ministers Teresa Bellanova and Elena Bonetti, members of former premier Matteo Renzi's Italia Viva party. (Alberto Pizzoli/pool via AP)

Il più grande pregio di Renzi è anche il suo più grande difetto: riesce a irrompere nella scena politica dicendo parole sconclusionate che funzionerebbero in bocca a qualcuno che non abbia la sua storia, le sue alleanze, il suo ruolo e quello del suo partito e invece lui, con calma serafica, riesce veramente a farci credere che sia convinto davvero di quello che dice.

Così ieri Renzi, quello che vorrebbe spersonalizzare la politica, annuncia il ritiro dei suoi componenti del governo (le ministre Bellanova e Bonetti più Scalfarotto) accusando Conte di averle usate solo come “segnaposto” e lo fa usando i suoi compagni di partito come segnaposto al suo fianco mentre rovescia sugli altri le sue stesse politiche patologiche. Fa un po’ senso come trucco però evidentemente funziona. Meglio: lui è convinto che funzioni nonostante tutti i numeri di tutti i sondaggi dicano che questa crisi non l’ha capita nessuno e che la maggioranza degli italiani sia convinta che sia tutta una mossa personale dell’ex Matteo.

Però lui, Renzi, ieri è riuscito con il suo risicato 2% a tenere incollati i giornali e le televisioni come piace a lui, con quell’aspettativa che evidentemente gli procura l’adrenalina che gli serve per sentirsi vivo e con il suo bel faccione che oggi campeggia su tutti i giornali. A lui basta questo, a lui serve questo, del resto il suo scambiare la visibilità per consenso l’ha già portato a boicottarsi con le sue stesse mani.

Comunque il punto politico è che Renzi ritira le ministre e poi si dice pronto a qualsiasi scenario. Tradotto: ho fatto casino ma mi raccomando se riuscite tenetemi dentro. Poi dice di non avercela con nessuno. Tradotto: io amo me stesso e odio chi non mi ama, non è questione di contenuti o di persone ma è solo una questione della mia persona. Poi dice che non spetta a lui decidere il futuro. Tradotto: ho combinato caos per farvi rumorosamente sentire che esisto anch’io ora sta a voi provare a ricomporre le macerie. Però dice di essere pronto a discutere di tutto. Tradotto: dai, va bene, continuiamo a parlare di me.

Fuori intanto crescono i numeri di contagi e continua il tragico conto dei morti. Poi ci sono le aziende che chiudono, le attività in sofferenza e una caterva di rinchiusi che conta i danni dei propri tormenti. Ma Narciso sorride specchiandosi. C’è di buono che sono gli ultimi barlumi. Del resto per riuscire a specchiarsi ha dovuto inventarsi un partito che non esiste là fuori ma rimane un’esperienza extraterrestre favorita dai meccanismi parlamentari.

Buon giovedì.

Arnaud Antolinos: Le théâtre se sauva en suivant “le fil d’Ariane”

En France aussi, la culture souffre des conséquences de la crise sanitaire, surtout depuis que le confinement national du 1er novembre a imposé la fermeture de tous les lieux culturels, librairies incluses. À la suite de cette décision, l’État français a annoncé un vaste plan de relance de deux milliards d’euros pour la culture. De plus, cette fois-ci, les tournages, les répétitions et les captations d’œuvres sont autorisés. L’activité artistique peut ainsi continuer. Malgré tout, la culture peine à maintenir sa flamme allumée. Certains théâtres, musées et cinémas ont conçu des projets originaux afin de continuer à diffuser l’art pour répondre à la demande des citoyens et pour ne pas s’éteindre. C’est le cas du théâtre national de La Colline de Paris, qui propose des projets divers pour “créer un lien réel entre celui qui parle et celui qui écoute” malgré l’isolement. Nous en parlons avec le secrétaire général du théâtre, Arnaud Antolinos.

À l’heure actuelle, l’État français reconnaît-il le rôle essentiel que joue la culture pour la société ?
Je ne suis pas sûr que l’État dans ces discours définisse le théâtre et la culture comme prioritaires. À la vue de la crise actuelle, le message le plus important concerne plutôt l’éducation et la santé. Lors de certains discours du chef de l’État français, la culture a parfois été complètement oubliée. Mais d’autres fois, elle est citée. Donc, moi ce que j’en conclus, c’est que la culture n’est pas souvent évoquée, mais lorsqu’elle est évoquée c’est pour nous faire avancer et pour nous soutenir. Après, dans les faits on peut considérer que nous avons de la chance d’avoir un ministère de la Culture en France, ce qui n’est pas le cas de tous les pays. Et au sein de ce ministère de la Culture, on a une administration et une ministre qui sont à l’écoute des différents acteurs du milieu culturel.

L’État déploie-t-il les moyens et les fonds nécessaires pour permettre au secteur culturel d’affronter la crise ?
Le théâtre de la Colline, en tant que théâtre national, n’est pas complètement représentatif du secteur car c’est un théâtre qui appartient intégralement à l’État. Je ne sais pas si les moyens déployés par l’État sont suffisants. En tant qu’observateur, je peux dire que l’État essaie d’être attentif à toutes les branches. Après, cela ne veut pas dire que tout le monde est satisfait. Mais, d’un point de vue européen par exemple, c’est la France qui a insisté le plus pour faire entendre à tous les pays de l’UE qu’une part minimum, 2% du plan de relance, devait être consacrée à la culture. Et puis, j’ai la sensation que les acteurs de la culture française sont en tout cas écoutés et au mieux soutenus contrairement à d’autres pays européens ou du monde.

Après l’annonce du confinement en France, Jean-Michel Ribes, directeur du théâtre du Rond-Point à Paris, a déclaré : “Le théâtre va crever”. Le spectacle vivant est-il en train de mourir ?
J’ai toujours eu, je le sais, une vision un peu optimiste. Le théâtre est un des arts qui ont traversé les millénaires. Il a vécu des heures sombres dans son histoire, mais il n’est jamais mort. Donc, j’ose espérer que le théâtre ne va pas s’éteindre après 2 500 ans d’histoire à cause d’un virus. En revanche, je rejoins Jean-Michel Ribes sur le fait que le confinement est antinomique avec le théâtre. Parce que le théâtre c’est quoi ? C’est la rencontre entre des acteurs, une œuvre d’art et un spectateur au même endroit et au même moment. Donc évidemment, en temps de confinement, il n’y a pas de théâtre. L’art théâtral est complètement à l’arrêt. Tout ce que l’on peut proposer au public, ce n’est pas du théâtre parce qu’il n’y a pas une convocation du public dans les salles. Et si le confinement se poursuit, le théâtre n’existera plus. Mais à partir du moment où il y aura déconfinement, l’art théâtral pourra recommencer.

Le directeur de votre théâtre, Wadji Mouawad, affirme : “La parole poétique est une condition essentielle à notre survie”. Comment le théâtre de La Colline continue-t-il à diffuser cette “parole poétique” vitale malgré le confinement ?
En France, durant ce second confinement, nous pouvons continuer à travailler dans nos salles. C’est une nouveauté, car ce n’était pas du tout le cas entre mars et juin dernier. Donc, toutes nos salles de répétition sont actuellement pleines d’artistes. On a des spectacles qui continuent à être répétés, on a des spectacles qui sont prêts à être joués. Et, le fait d’être prêts, si nous avons la possibilité d’ouvrir courant décembre, assure une continuité artistique. Ensuite, nous continuons à être actifs grâce à l’invention de projets qui vont plutôt susciter la créativité, une certaine forme d’écriture, une certaine forme de poésie. La conception du projet “Le fil d’Ariane” est une façon pour nous de prolonger ce désir de créativité, à la fois des artistes et à la fois aussi de nos spectateurs. Il nous permet de garder un lien avec nos spectateurs.

Les différentes initiatives que comprend le projet “Le fil d’Ariane”, visent à la production d’œuvres artistiques de manière collective. Pourquoi avoir insisté sur la création d’un lien entre l’artiste et le spectateur ?
Cela vient de l’expérience que l’on a tirée du premier confinement. Les projets que l’on avait développés pour le premier confinement ont reçu un accueil très chaleureux du public. Nous nous sommes rendus compte que les spectateurs eux aussi avaient envie de participer à certains projets, donc on s’est dit que l’on allait tenter ce lien avec certains d’entre eux. Nous avons testé pour ce second confinement un autre type de rapport avec le spectateur. Par exemple, nous n’avons pas fait le choix de l’enregistrement vidéo parce nous voulons véritablement protéger l’art théâtral, la venue des spectateurs dans nos théâtres. Il faut faire la distinction entre spectacle et captation. Nous ne sommes pas opposés aux captations. Les captations, ça existe, mais il faut bien rappeler au spectateur qu’une captation, ça n’est pas du théâtre. Il faut être très clair sur la terminologie.

Le public répond-il présent à vos projets ? Les Français ont-ils soif de culture ?
Alors oui, le public est réceptif, ne serait-ce que par les encouragements qu’il nous prodigue. Une des leçons que l’on peut tirer du premier et du second confinement, c’est que toutes les sociétés ont tenu au cours de ces périodes-là autour d’un triptyque qui est la santé, l’éducation et la culture. Les deux confinements nous ont enseigné que la culture tient une place primordiale, pas seulement en France, mais très certainement dans le monde entier. Il y a une demande de culture de la part de l’humanité toute entière.

Donc l’art et la culture sont fondamentaux pour l’être humain ?
J’ai toujours été convaincu que la culture et l’art sont fondamentaux à l’équilibre d’une société. Et je crois que c’est la raison pour laquelle le théâtre existe depuis 2 500 ans, bien qu’il ait traversé les guerres, les périodes de barbaries, l’obscurantisme, les totalitarismes, etc. La Covid, qui a touché l’humanité entière, m’a plus que convaincu de cela. La preuve est claire. L’art a permis à la société de tenir moralement, intellectuellement et psychologiquement, en cette période de drame humanitaire. Je crois que la crise sanitaire a répondu à la question du poète allemand Friedrich Hölderlin : “À quoi bon des poètes en temps de détresse ?”.

L’article de Juliette Penn a été publié dans Left du 27 novembre au 3 décembre 2020

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SOMMARIO

La marcia dei Mille, disperati

A migrant walks during a snowfall at the Lipa camp, outside Bihac, Bosnia, Friday, Jan. 8, 2021. A fresh spate of snowy and very cold winter weather on has brought more misery for hundreds of migrants who have been stuck for days in a burnt out camp in northwest Bosnia waiting for heating and other facilities. (AP Photo/Kemal Softic)

Qualcuno di molto furbo e poco umano deve avere capito da tempo, dalle parti del cuore del potere d’Europa, che il primo trucco per sfumare l’emergenza umanitaria legata ai flussi migratori sia quello di fare sparire i migranti. Per carità, non è mica una criminale eliminazione fisica diretta, come invece avviene impunemente in Libia con il silenzio criminale proprio dell’Europa, ma se i corpi non sbarcano sulle coste, non si fanno fotografare troppo, non si mischiano ad altri abitanti, non rimangono sotto i riflettori allora il problema si annacqua, interessa solo agli “specializzati del settore” (come se esistesse una specializzazione in dignità dell’uomo) e l’argomento, statene sicuri, rimane relegato nelle pagine minori, nelle discussioni minori, sfugge al chiassoso dibattito pubblico.

In fondo è il problema dei naufragi in mare, di quelle gran rompiballe delle Ong che insistono a buttare navi nel Mediterraneo per salvare e per essere testimoni, che regolarmente ci aggiornano sui resti che galleggiano sull’acqua o sulle prevaricazioni della Guardia costiera libica o sui mancati soccorsi delle autorità italiane.

Nel gelo della Bosnia da settimane ci sono un migliaio di persone, migranti che seguono la cosiddetta “rotta balcanica”, che si surgelano sotto il freddo tagliente di quei posti e di questa stagione, che appaiono nelle (poche) immagini che arrivano dalla stampa in fila emaciate con lo stesso respiro di un campo di concentramento in un’epoca che dice di avere cancellato quell’orrore.

Lo scorso 23 dicembre un incendio ha devastato il campo profughi di Lipa, un inferno a cielo aperto che proprio quel giorno doveva essere evacuato, e le persone del campo (nella maggior parte giovani di 23, 25 anni, qualche minorenne, provenienti dall’Afghanistan, dal Pakistan o dal Bangladesh) sono rimaste lì intorno, tra i resti carbonizzati dell’inferno che era, in tende di fortuna, dentro qualche casa abbandonata e sgarruppata, abbandonati a se stessi e in fila sotto il gelo per accaparrarsi il cibo donato dai volontari che anche loro per l’ingente neve in questi giorni faticano ad arrivare.

A pochi chilometri c’è la Croazia, la porta d’ingresso dell’Europa, ma chi prova a passare, indovinate un po’, viene violentemente picchiato, spesso derubato, seviziato e rimandato indietro. Gli orrori, raccontano i cronisti sul posto, avvengono alla luce del sole perché funzionino da monito a quelli che si mettono in testa la folle idea di provare a salvarsi. E le violenze, badate bene, avvengono in suolo europeo, di quell’Europa che professa valori che da anni non riesce minimamente a vigilare, di quell’Europa che non ha proprio voglia di spingere gli occhi fino ai suoi confini, dove un’umanità sfilacciata e disperata si ammassa come una crosta disperante.

«L’Ue non può restare indifferente – dice Pietro Bartolo, il medico che per trent’anni ha soccorso i naufraghi di Lampedusa e oggi è eurodeputato -. Questa colpa resterà nella storia, come queste immagini di corpi congelati. Che fine hanno fatto i soldi che abbiamo dato a questi Paesi perché s’occupassero dei migranti? Ai Balcani c’è il confine europeo della disumanità. Ci sono violenze inconcepibili, la Croazia, l’Italia e la Slovenia non si comportano da Paesi europei: negare le domande d’asilo va contro ogni convenzione interazionale, questa è la vittoria di fascisti e populisti balcanici con la complicità di molti governi».

È sempre il solito imbuto, è sempre il solito orrore. Subappaltare l’orrore (le chiamano “riammissioni” ma sono semplicemente un lasciare rotolare le persone fuori dai confini europei) facendo fare agli altri il lavoro sporco. Ma i marginali hanno il grande pregio di stare lontano dal cuore delle notizie e dei poteri. E molti sperano che il freddo geli anche la dignità, la curiosità e l’indignazione.

Buon mercoledì.