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Immaginare città a dimensione umana, la sfida della politica

Pedestrian and cyclist wearing protective face masks in Milan, Lombardy, Italy.

Che le nostre città stiano cambiando, ormai è un dato di fatto.
Le città vivono, quindi si trasformano.
Crescono, muoiono, rinascono.
Certo la città è un caleidoscopio che mostra immagini diverse ad ogni sguardo, ma rimane lo spazio unico dove si riversa gran parte della conoscenza umana.
Da sempre, fin dall’antichità, come ci racconta Richard Sennet in Costruire e abitare. Etica per la città (Feltrinelli Editore, Milano, 2018), esiste una tensione tra il modo in cui le città sono costruite e la capacità delle persone di abitarle.
Da una parte infatti “sta il terreno edificato, dall’altra il modo in cui la gente abita e vive”, non senza che però questi due aspetti siano fra loro connessi, al punto di condizionarsi uno con l’altro.

Sarebbe impossibile infatti oggi, nella società in cui viviamo, tradurre gli spazi di una metropoli senza calarla nella dimensione politica, sociale ed economica in cui è nata e cresciuta.
Cambiano le città e si trasformano.
Il modo in cui abitiamo allora, in cui viviamo le nostre città, è influenzato da come è pensato, costruito, collocato all’interno di una dimensione più ampia e collettiva.

Allo stesso tempo è proprio questa nostra funzione, quella di immaginare e disegnare una città che poi può influenzare il modo di vivere le città stesse.
Ecco che le strutture, le funzioni, gli spazi pubblici e verdi, i processi di riqualificazione e rigenerazione possono diventare determinanti per dare una prospettiva diversa alle città che viviamo.
Il lavoro e la sua qualità diventano elemento determinante per disinnescare non solo i classici processi di “gentrification” in atto, ma anche per ridisegnare le città, il nostro modo di viverle.

C’è un tema di struttura quindi, interno alla dinamica legata all’organizzazione del lavoro, ma soprattutto la questione è politica e in particolare si lega a come si orientano le politiche pubbliche territoriali, urbanistiche, di sviluppo e anche appunto di sostegno alle classi lavoratrici.
Se è vero che le città e i Comuni sono, più di altri, i luoghi comunitari dove vengono condivisi sogni e prospettive, dove si costruiscono progresso sociale e futuro, allo stesso tempo è in questo spazio che possiamo e dobbiamo provare a intervenire con politiche mirate e per certi aspetti innovative.
Occorre quindi ripartire dall’unità di misura locale, quella come detto più vicina al cittadino, dove la stessa valutazione quantitativa e qualitativa dei servizi è misurabile e anche meglio percepita.

È nell’ambito delle politiche pubbliche locali che ci giochiamo la partita del futuro, quella della credibilità oltre al consenso, se però troviamo il coraggio di formulare proposte innovative, ambiziose e radicali attraverso il rinnovamento del policy making come processo di coinvolgimento di attori nuovi con competenze eterogenee e ruoli diversificati.
Dal basso quindi, valorizzando la partecipazione attiva e i processi democratici territoriali, tenendo vivi tutti i percorsi di lotta e di mutuo soccorso, provando a legare assieme i nuovi protagonisti dell’intervento sociale con i policy makers tradizionali.
Questo non solo nel tentativo di trovare, nei diversi spazi, nuove risposte a bisogni sempre più diffusi, articolati e complessi, ma anche per intervenire nel disegno della città futura, provando a immaginare un luogo aperto, inclusivo e accogliente.

La politica, come spazio collettivo e concorso di idee, progetti, sogni.
La politica, prendendo in prestito il pensiero di Pietro Ingrao, capace di pensare l’impossibile così da avere la misura di quello che si può cambiare.
Ma soprattutto una politica con una visione e una prospettiva di lungo termine,
che sappia accogliere i bisogni del territorio e di conseguenza riesca a governare i processi di trasformazione attraverso il coinvolgimento e il protagonismo delle organizzazioni, dalle associazioni di volontariato alle associazioni culturali e sportive, fino ai singoli.
Dalla scuola, ri-costruendo uno spazio aperto e condiviso, come luogo per rinsaldare rapporti e legami attraverso la messa a disposizione di spazi per un uso comune e pubblico, così da restituire alla città un ambiente da vivere e costruire in senso democratico.

Un percorso permanente che possa valorizzare le sensibilità ambientali che animano le vertenze del territorio grazie a un confronto continuo con tutte le esperienze a difesa e a tutela dell’ambiente, che possa far tesoro delle competenze acquisite negli anni dai movimenti contro le grandi opere così da coglierne suggerimenti, proposte, alternative con l’obiettivo del bene comune e collettivo, capace di tenere insieme giustizia sociale e tutela del territorio.
Una politica del lavoro per il territorio e con il territorio, per accrescere la vivibilità in una dimensione maggiormente inclusiva riportando così le città ad essere vissute e quindi abitabili.
Per salvare la città dagli abissi, serve allora una politica coraggiosa che sappia ridisegnare gli spazi, ripensare politiche pubbliche di sostegno, che rimetta l’anima della città al centro.
E l’anima della città è il cervello e il corpo che la vive, sono le donne e gli uomini che la abitano, sono le scelte che poi la portano a prendere una piega oppure un’altra, che la fanno diventare un porto di umanità oppure una barca senza direzione pronta a naufragare.
«Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone» (Italo Calvino).

*-*

L’autore:  Lorenzo Ballerini, iscritto a Rifondazione Comunista, dal 2018 è consigliere comunale di Campi a sinistra a Campi Bisenzio (Firenze)

 

Il calendario dell’avvento (di Renzi)

Foto Riccardo Antimiani/LaPresse/POOL Ansa 22-07-2020 Roma, Italia Politica Senato - Informativa del Presidente del Consiglio sugli esiti del Consiglio europeo Nella Foto Matteo Renzi Photo Riccardo Antimiani/LaPresse/POOL Ansa July 22, 2020  Rome, Italy Politics Prime minister Conte reports at the Senate on Recovery Fund In the pic Senator Matteo Renzi (L) delivers a speech after prime minister Giuseppe Conte reported at the Senate on Recovery Fund,

Era il 9 dicembre quando Matteo Renzi aprì la “crisi di governo” che ancora oggi si stiracchia sulle pagine di tutti i giornali. “È il momento di dirci le cose in faccia” tuonò con uno di quegli interventi che risulta perfetto per essere confezionato e diventare una clip già pronta per i social e take away per tutti i telegiornali. Disse: “Per giocare pulito e trasparente, noi diciamo: se c’è un provvedimento che tiene dentro la governance del Next Generation Eu, noi votiamo contro. Siamo pronti a discutere, ma non a usare la manovra come veicolo di quello che abbiamo letto sui giornali, compresi i servizi segreti. Se c’è una norma che mette la governance con i servizi votiamo no”. Minacciò di ritirare immediatamente i suoi ministri. Non accadde.

Il giorno successivo, il 10 dicembre, il segretario del Pd Zingaretti e alcuni membri provarono a placare gli animi. Da quel giorno ovviamente la cosiddetta “crisi” si è spostata sui giornali e in televisione, il campo preferito da Renzi. Pochissimi i passaggi istituzionali. Renzi rilascia due interviste, a Il Messaggero e a El Pais, in cui dice: “Se Conte non fa marcia indietro siamo pronti a far cadere il governo”. Conte intanto era a Bruxelles per chiudere l’accordo. Alla grande, direi.

Il 12 dicembre interviene il presidente della Camera Roberto Fico che dice che se cade il governo si va a elezioni. A nome di Renzi interviene Anzaldi che dice che le elezioni le decide il Presidente della Repubblica. E via già con la via d’uscita di un accordicchio, quindi.

A quel punto Conte convoca i partiti a Palazzo Chigi per discuterne. Ve lo ricordate? Renzi dice: “noi abbiamo detto ‘Presidente, se vogliamo andare avanti noi ci siamo con lealtà, se ritieni che quello che proponiamo non va bene, con rispetto per le istituzioni, noi ci alziamo e ci dimettiamo”. E via di nuovo con l’ennesimo penultimatum. Ovviamente continuano le interviste dappertutto.

Il 28 dicembre Renzi presenta il suo piano (che chiama simpaticamente “Ciao”, che simpaticone). 13 righe di proposte in tutto. “Se c’è accordo su questo bene. Altrimenti è evidente che faranno senza di noi e le ministre si dimetteranno”, dice Renzi. Sempre per dare un’idea di come si svolge la trattativa.

A fine anno c’è il discorso di Mattarella. Renzi ovviamente pensa a se stesso quando il Presidente della Repubblica dice che “servono costruttori”. Figurati. Però non coglie il monito di Mattarella a non perdersi in polemiche. Passano 48 ore dal discorso del Presidente e Renzi dice, a Il Messaggero: “Se Conte ha scelto di andare a contarsi in aula accettiamo la sfida”.

Il 5 gennaio è un giorno da fantascienza. Renzi è ospite di Nicola Porro su Rete 4 e dice che bisognerebbe trovare un accordo preliminare sui temi. Sembra un’apertura. E invece poi serafico aggiunge: “Poi vedremo se il premier sarà Conte o un altro“.

Arriviamo agli ultimi giorni. Conte ringrazia i partiti di maggioranza per i contributi portati (quindi anche Renzi) e Renzi gli risponde “se Conte è in grado di lavorare lo faccia, altrimenti toccherà ad altri. Ha detto che è pronto a venire in Aula, lo aspettiamo lì”. L’8 gennaio si incontrano per discutere e i renziani Boschi, Faraone e Bellanova protestano: “Il documento sul Recovery Plan non c’è: c’è una sintesi di 13 pagine e una tabella. Il Paese ha bisogno di serietà e ciò comporta leggere e studiare un testo completo“.

Ieri Renzi ha detto sì al Recovery però minaccia di ritirare le sue ministre dopo il Consiglio dei Ministri. E siamo a oggi. Gli scenari sono o un corposo rimpasto (con quelle poltrone che a Renzi non interessano, segnatevelo), o un Conte ter o un governo tecnico. Le elezioni? figurarsi. Se ci fosse davvero il pericolo delle elezioni non avremmo visto nulla di tutto questo.

Buon martedì.

 

Livorno 1921. C’è scissione e scissione, non tutto è dannazione

Nel 2021 ricorre il centenario della fondazione del Partito comunista d’Italia, costituitosi a Livorno nel gennaio 1921. Molti sono i libri, gli articoli, le occasioni di dibattito in ordine ad un evento indubbiamente periodizzante nella storia politica italiana del Novecento.
Questa non è però una rassegna dedicata, ma un insieme di riflessioni dettate dal libro di Ezio Mauro, La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo (Feltrinelli, 2020).
Il libro di un giornalista, certo non un saggio storico, né storico-politico. Un libro d’occasione, espressamente concepito in vista del centenario del congresso della scissione, il XVII della storia del Partito socialista italiano. L’intento è dichiarato: ragionare della “dannazione” in cui è storicamente incappata la sinistra italiana nel corso della sua gloriosa, ultracentenaria storia. La maledizione della “scissione”, delle divisioni intestine che hanno il più delle volte minato la storia della sinistra in Italia, impedendogli di svolgere quella funzione rivoluzionaria e pure di governo che le era congeniale e sarebbe stata indispensabile per il Paese.

Epperò poi nel libro la “dannazione” è ridotta alla sola scissione comunista di Livorno. La “colpa” insomma (della “dannazione”, delle divisioni, addirittura dell’avvento del fascismo) è solo dei comunisti. Questo il lettore evince dal taglio complessivo del lavoro di Mauro. E del resto si tratta di una “narrazione” largamente in uso ormai da decenni, alimentata anche, se non soprattutto, dagli ex-comunisti, finiti oggi nel modo che tutti sanno. E invece le scissioni nella storia della sinistra italiana furono molte. E molti i colpevoli della “dannazione”.
“Dannazione” che ha infatti una storia. Il libro manca di quello sguardo sinottico e di prospettiva che avrebbe dato al discorso maggiore spessore e utilità.

Proviamo a ripercorrere alcune tappe della “dannazione”. Senza dire della ottocentesca scissione fra l’anima democratico-rivoluzionaria di Mazzini e quella rivoluzionaria senz’altro di Marx in seno alla prima Internazionale, né di quella fra l’idea di rivoluzione di Marx e degli anarchici di Bakunin, prima tappa italiana di questa storia è sicuramente il congresso di Genova del 1892. Che cosa fu la nascita del Partito dei lavoratori italiani se non una scissione originaria, costitutiva, storica? Mauro vi accenna, fa riferimento al contrasto fra Turati e gli anarchici e il resto del vecchio Partito operaio, ma non sembra considerarla la…


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Guardare Facebook che indica la luna

Ne avevamo parlato già qualche tempo fa, proprio sulle pagine del buongiorno, di questa continua rivendicazione di “avere il diritto di avere opinioni false, pericolose e di incitazione alla violenza” sui social network. È la distorsione della realtà di alcuni pezzi (soprattutto della destra in giro per il mondo) che vorrebbero essere liberi di essere ad esempio fascisti, come accade qui da noi, in nome di una presunta “libertà di pensiero” che sostanzialmente consiste nel diritto di essere “illegali”. Poi accade che un social network qualsiasi (può essere Facebook, Twitter, o chiunque altro) decida di intervenire per contravvenzione delle regole (regole tra l’altro che spesso sono scritte anche nel codice penale) e si riparte con la solfa della mancata libertà e così via.

Ora accade che il presidente degli Usa Trump abbia per mesi fomentato la violenza veicolando messaggi falsi, irresponsabili e portatori d’odio e che quel suo rimestare la melma abbia acceso la miccia per l’assalto a Capitol Hill che ha provocato morti e feriti. I proprietari dei social che il presidente Usa ha utilizzato come megafono della sua irresponsabilità hanno deciso, in base alle proprie regole, di impedirgliene l’uso e si leva il coro sdegnato di chi pensa che ci sia in atto “un attacco alla libertà”. Badate bene: l’attacco alla libertà non è l’assalto al Congresso, no, ma un account che viene silenziato. E già questo lascia perplessi.

Vale la pena fare qualche considerazione:

  • il problema non è il ban di Trump. Il problema è politico e appartiene a tutto il sistema democratico americano: com’è stato possibile permettere a un presidente di aizzare le folle e di spargere tesi che non hanno alcun fondamento come se fossero verità assolute? Com’è accaduto che il Congresso americano non sia intervenuto in questa escalation di volgarità e violenza che è sfociata com’è sfociata? Come è accaduto che il sistema dei media (che scrivono lunghi editoriali sui social e sono sempre latitanti nell’autocritica) non abbia verificato, analizzato, smontato i deliri di Trump e dei suoi seguaci? Non è troppo comodo lasciare a Facebook e Twitter l’ostico compito di un giudizio che avrebbe dovuto consumarsi nelle sedi istituzionali e opportune con gli strumenti che una democrazia mette a disposizione?
  • I social network fanno capo a società private. A qualcuno pare sfuggire questo punto centrale della discussione. Se il proprietario di Twitter non accetta di avere “in casa sua” qualcuno che incita la sua comunità a “eliminare con qualsiasi metodo” gli avversari politici e qualcuno che diffonde odio e falsità è libero di farlo. Notate bene: quelli che ora urlacciano per difendere Trump sono gli stessi che ci dicono da anni che “ognuno deve essere libero di imporre le proprie regole a casa sua”, sono proprio loro. Hanno confuso per ignoranza internet con i social e ora improvvisamente invertono le proprie idee.
  • Torniamo sempre al solito punto: si è liberi di fomentare odio e violenza? No. Lo dice la legge. Anche in questo caso c’è un curioso aspetto: quelli che vorrebbero essere liberi di odiare qualcuno per il suo colore, per la sua religione, per la sua provenienza o per le sue idee politiche sono gli stessi che urlano “ordine e disciplina”, Trump compreso.
  • Dicono: “non si può silenziare un presidente di Stato”. E chi l’ha detto? Sulle piattaforme un presidente di Stato, al pari di un comune cittadino, ha il dovere di rispettare le regole. Il consenso popolare non si traduce automaticamente in un più ampio margine di manovra tra le leggi. Difficile da accettare per i potenti, eh? È per questo che esiste la Costituzione. Di solito quelli ribattono: “e ma ci sono tante schifezze su Facebook che non bannano e perché bannare proprio Trump”. Il difficile e mancato controllo dei social è un tema importante e serissimo ma non c’entra nulla se usato come benaltrismo: che poi le parole di Trump saltino un po’ più all’occhio di quelle di un ragioniere di Vidigulfo mi pare abbastanza scontato. A maggior popolarità corrisponde maggior responsabilità. Eh, già.
  • Ultimo punto sostanziale: ma davvero il problema sono i social (quindi: una forma di comunicazione) e non il punto politico e sociale? Davvero stiamo spendendo quintali di parole per una decisione di Twitter e non riusciamo ad avere la stessa indignazione per l’oscenità di un presidente pericoloso, violento, dissennato? Quando usciamo da questa gabbia di confondere la politica con i suoi tweet? Perché per chiedere serietà alla classe dirigente bisognerebbe cominciare a imbastire dibattiti seri. O no?

Buon lunedì.

Thailandia, il Paese dei golpe è in cerca di pace

Security officers make a barricade on a road decorated with the images of King Maha Vajiralongkorn close to Ananta Samakhom Throne Hall, ahead of a pro-democracy street march and a rally in Bangkok, Thailand Sunday, Nov. 8, 2020. Thai pro-democracy protesters were confronted by riot police and sprayed by water cannons Sunday as they tried to approach Bangkok's Grand Palace to deliver letters about their political grievances addressed to the country's king. (AP Photo/Wason Wanichakorn)

«Né dio, né re, solo un uomo». Per oltre cinque mesi è stato questo lo slogan che ha riecheggiato nei campus universitari e per le strade di Bangkok diventati dalla scorsa estate il palcoscenico di imponenti manifestazioni pro-democrazia. Animate dagli studenti delle università più prestigiose, dagli artisti e dagli intellettuali, dall’emergente classe media, le proteste sono arrivate a sfidare il tabù supremo in Thailandia: la monarchia. All’inizio di agosto, è stato l’avvocato per i diritti umani Arnon Nampa il primo a parlare apertamente della riforma della più alta istituzione del Paese. «La monarchia ha più potere di quanto consentito dal sistema», ha spiegato l’attivista davanti al monumento alla Democrazia, la scultura art déco eretta nel cuore del quartiere antico di Bangkok per celebrare la fine nel 1932 dell’assolutismo nell’antico Regno del Siam.

«Questo non significa rovesciare la monarchia», ma spetta al palazzo reale esistere «seguendo un sistema di governo democratico». Un colpo per l’istituzione semi-divina che fin da bambini i Thai sono educati a venerare come simbolo dell’identità nazionale e vertice della gerarchia sociale nel Paese. Al rispetto si somma la paura: esistono pochi Paesi dove il vilipendio della famiglia reale è punito severamente come in Thailandia. Secondo il famigerato articolo 112 «chiunque diffami, insulti e minacci il re, la regina o l’erede al trono» rischia una condanna a 15 anni di carcere. Può però anche andare peggio.

Negli ultimi anni, diversi attivisti che avevano trovato rifugio in altri Paesi del sud-est asiatico sono spariti nel nulla e il loro corpo orribilmente mutilato ritrovato nel Mekong. La sera del 10 agosto la studentessa di sociologia e antropologia Panusaya “Rung” Sithijirawattanakul è salita sul palco all’Università Thammasat di Bangkok per leggere un manifesto in dieci punti: oltre all’abolizione della draconiana legge sulla lesa maestà, gli studenti chiedevano la riduzione del budget destinato al palazzo reale, una chiara distinzione tra gli asset privati di re Maha Vajiralongkorn e il fondo della corona. «Il sovrano – aveva aggiunto la ventiduenne – non deve più dare il suo sostegno ai colpi di Stato». (Nell’ultimo secolo per ben 13 volte le forze armate hanno preso il potere in Thailandia: una media di un golpe ogni 7 anni). Tutto era iniziato già qualche mese prima. A febbraio in migliaia erano scesi per le strade di Bangkok dopo lo scioglimento di Future forward, il partito fondato dal carismatico miliardario Thanathorn Juangroongruangkit, considerato la…


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Parliamo di persone, non di numeri

In this photo taken on Saturday, Oct. 27, 2018, migrants arrive at the port of San Roque, southern Spain, after being rescued by Spain's Maritime Rescue Service in the Strait of Gibraltar. Spain's maritime rescue service saved 520 people trying to cross from Africa to Spain's shores on Saturday. Also, one boat with 70 migrants arrived to the Canary Islands. Over 1,960 people have died trying to cross the Mediterranean to Europe this year, according to the United Nations. (AP Photo/Marcos Moreno)

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo assistito a un calo dell’attenzione sul tema delle rotte migratorie. Abbiamo problemi molto grossi, innanzitutto il Covid-19. Non deve quindi sorprenderci che si parli sempre meno di quello che stanno passando i migranti, ed è per questo che l’iniziativa di Agora Europe di una serie di webinar dedicati al mare come frontiera ci pare importante.
Sta avvenendo qualcosa che non è mai avvenuto prima, ovvero le rotte sono impazzite. Non esistono più una o due rotte, abbiamo oramai molte rotte migratorie che si intersecano e che cambiano continuamente. Ci sono migranti che vengono dall’Africa, che arrivano però dalla rotta balcanica. Abbiamo siriani, afghani che arrivano dalla Libia. Insomma, si è un po’ mescolato tutto. Questo non vuol dire che la situazione sia migliore, anzi vuol dire che più persone migranti prese dalla disperazione, dalle lunghe attese, dalle violenze, dai respingimenti le tentano un po’ tutte.

A Roma la situazione di colpo è diventata di nuovo molto difficile. Se Baobab experience nasce nel 2015 per preoccuparsi di migranti transitanti, e cioè di quei migranti che non considerano l’Italia come Paese di “final destination” ma come Paese di transito (Italia, Spagna e Grecia, insomma il Sud dell’Europa, sono Paesi di arrivo, e non di destinazione), negli anni successivi, a causa del fenomeno dell’esternalizzazione delle frontiere, del blocco e dei respingimenti ai confini, e del conseguente calo dei flussi migratori, il Baobab ha cominciato ad occuparsi di più dei migranti stanziali e dei loro diritti. Negli ultimi mesi la situazione è cambiata ed è ripreso in maniera massiccia il flusso dei migranti, provenienti dal Corno d’Africa, dagli hotspot e dalle navi quarantena che sono diretti verso i Paesi del Nord. Abbiamo quindi un afflusso giornaliero di 40-50 migranti che non hanno accoglienza.

A questi numeri si aggiungono i migranti stanziali nei pressi della stazione Tiburtina e quindi in questi giorni siamo particolarmente impegnati per portare almeno un minimo di aiuto a queste persone in difficoltà. Il motivo per cui dal 2015 ci battiamo è che non esiste un’accoglienza per i migranti transitanti.
È un momento molto difficile per la migrazione. Arrivano famiglie, bambini e attualmente non esiste accoglienza, non c’è un’accoglienza ufficiale per tutti loro. Sono i cittadini, e Baobab experience con l’aiuto di tante altre organizzazioni, che cercano di aiutare i migranti. Lo stesso vale per i salvataggi in mare: è la flotta civile europea a compiere quei soccorsi che i trattati internazionali e la legge del mare rendono obbligatori per gli Stati. E ancora prima delle leggi, è il mare a…


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Pechino e il dilemma africano

TOPSHOT - People hold Chinese and Djiboutian national flags as they wait for the arrival of Djibouti's President Ismail Omar Guellehas before the launching ceremony of new 1000-unit housing contruction project in Djibouti, on July 4, 2018. - The new 1000-unit construction project by the Ismail Omar Guelleh Foundation for Housing is financially supported by China Merchant, the operation parther of newly inaugurated Djibouti International Free Trade Zone (DITTZ) with Djibouti Ports and Free Zones Authority, to build basic two bedroom apartments for low income people. (Photo by Yasuyoshi CHIBA / AFP) (Photo credit should read YASUYOSHI CHIBA/AFP via Getty Images)

Da Shenzhen ad Addis Abeba, Etiopia, verso il resto dell’Africa. È il percorso che compiranno i vaccini cinesi grazie alla costruzione di una rete logistica che prevede un ponte aereo della catena del freddo con il sussidio di Cainiao, il braccio logistico di Alibaba. Mentre i Paesi sviluppati si sono già assicurati la fetta più consistente delle forniture farmaceutiche globali, dopo aver dispensato tamponi, mascherine e respiratori, Pechino continuerà a sostenere il continente nella lotta al coronavirus.

«I Paesi africani saranno tra i primi a beneficiare» del vaccino cinese, aveva assicurato il presidente Xi Jinping lo scorso giugno durante un vertice straordinario convocato online per coordinare la riposta contro l’epidemia nel continente. Non solo la promessa è stata mantenuta. A dicembre nella capitale etiope sono cominciati i lavori per il nuovo Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie; progetto finanziato, costruito ed equipaggiato interamente dal governo cinese, che si va ad aggiungere alla lunga lista di stadi ed edifici governativi realizzati dal gigante asiatico nel continente.

Nel bene e nel male, la pandemia sta aiutando Pechino a cementare la propria posizione nella regione. Complice il disimpegno Usa e l’assenza di un’alternativa europea. Il tempismo non potrebbe essere più azzeccato. Mentre l’Africa conserva ancora un notevole potenziale economico e politico (dispensando voti filocinesi in sede Onu), il vecchio “business model” del gigante asiatico nel continente comincia a scricchiolare: con l’oscillazione dei prezzi delle commodities, l’equazione prestiti facili in cambio di materie prime non solo espone le banche statali cinesi a gravi rischi. Non è neanche più così conveniente ora che …


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Non è stato un anno perso

A student wearing a face mask to help curb the spread of the coronavirus waves next to a masked security guard as she arrives to a primary school in Beijing, Monday, Sept. 7, 2020. Students returned to school in the Chinese capital on Monday in a staggered start to the new school year because of the coronavirus outbreak. (AP Photo/Andy Wong)

Dall’inizio del 2020 la pandemia da Covid-19 è entrata prepotentemente nelle vite di tutti noi, cambiandole radicalmente. Uno degli effetti più pervasivi del diffondersi del virus, che ha avuto un forte impatto sulle nostre esistenze, è stato quello della chiusura delle scuole di ogni ordine e grado e più in generale sul sistema educativo di tutto il mondo. Secondo l’Unicef, le chiusure avvenute in risposta alla pandemia hanno colpito il 61,6% della popolazione studentesca mondiale, coinvolgendo nel periodo di picco pandemico circa 1,7 miliardi di studenti. Un rapporto dell’Unesco sulle conseguenze negative delle chiusure scolastiche sottolinea che l’impatto di queste ultime non si limita agli studenti, ai docenti e alle famiglie, ma ha delle fortissime conseguenze economiche e sociali. Alla fine del febbraio 2020 il maggior numero di studenti costretti a casa a seguito delle misure attuate in risposta al diffondersi del Covid-19 si trovavano in Cina, per un totale di 233 milioni di ragazzi.

Il 9 marzo, in Italia, il premier Conte firmava il Dpcm decretando l’inizio del lockdown e la chiusura delle scuole fino alla fine dell’anno scolastico. In Cina, invece, alla fine di marzo ovvero dopo circa 10 settimane di chiusura, alcune scuole si preparavano a riaprire, a seguito dello spegnersi dell’emergenza Covid e della strabiliante reazione collettiva all’epidemia, oggetto di studio e stupore (“come avranno fatto?”), commenti pro (“laggiù sì che si rispettano le regole, non come da noi”) e contro (“ma in Cina c’è la dittatura”).

Negli Stati Uniti, secondo il New York Times, il problema maggiore riguardo la gestione del sistema scolastico durante la pandemia è stata l’assenza di una strategia unificata nazionale. Ogni Stato ha agito autonomamente, fronteggiando la carenza di test e tamponi a tappeto, genitori restii a rimandare i figli a lezione in presenza, sindacati dei docenti in rivolta per mancanza di protocolli di sicurezza unificati, studenti nei college che sfidano le regole organizzando raduni e feste.

Come è stata gestita l’emergenza scolastica in Cina, il Paese per primo colpito dal virus Covid-19? Nella Repubblica popolare cinese, come è semplice immaginare, tutto è stato gestito in maniera centralizzata e non vi è stato un dibattito, perlomeno pubblico e su larga scala, simile a quello occidentale.

Secondo un dossier di Edsurge, una Ong americana impegnata nel settore delle “education news”, dal 20 febbraio in poi il governo cinese ha…


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Prossima fermata: Pianeta rosso

TOPSHOT - A Long March 3B rocket carrying the Beidou-3GEO3 satellite lifts off from the Xichang Satellite Launch Center in Xichang in China's southwestern Sichuan province on June 23, 2020. - China on June 23 launched the final satellite in its homegrown geolocation system designed to rival the US GPS network, marking a major step in its race for market share in the lucrative sector. (Photo by STR / AFP) / China OUT (Photo by STR/AFP via Getty Images)

Trasportando sulla Terra due kg circa di campioni lunari, la capsula di rientro della sonda cinese Chang’e-5 è atterrata con successo in Mongolia Interna. Accadeva lo scorso 16 dicembre. A 48 anni dalla fine del programma statunitense Apollo, e a 44 dal lancio della sonda sovietica Luna24 – l’ultima missione robotica adibita al trasporto di un carico lunare -, la Cina è così divenuta la terza nazione a trasferire sul nostro pianeta alcuni frammenti di rocce seleniche. Il rientro della capsula cinese, avvenuto tramite una complessa manovra di skip reentry – un movimento “a salti”, in grado di rallentare il modulo facendolo rimbalzare sull’atmosfera terrestre – ha rappresentato il punto d’arrivo di un percorso di esplorazione dell’ambiente lunare estremamente complesso e articolato, la cui riuscita ha confermato le grandi capacità tecnologiche raggiunte dal Paese negli ultimi decenni.

In un anno particolarmente complicato come quello appena trascorso però, tale successo ha garantito alla Cina anche un cospicuo ritorno in termini di prestigio, potenziando il capitale politico del Partito alla guida del Paese: in un momento in cui il mondo occidentale è ancora impegnato nella difficile gestione della pandemia, la Repubblica popolare cinese (Rpc) è invece uscita da tempo dall’emergenza che l’aveva colta nei primi mesi dell’anno, proseguendo lungo la strada dell’avanzamento tecnologico, anche in ambito aerospaziale. Proprio a dispetto dei Paesi occidentali, le cui attività astronautiche hanno subito diversi ritardi e rallentamenti, i progetti spaziali portati avanti dalla Cina senza apparenti intoppi sono stati sapientemente impiegati dalla propaganda ufficiale come ulteriore prova delle grandi capacità del Partito e come strumento in grado di rafforzare il sentimento patriottico della comunità nazionale.

Con i lanci effettuati nel corso del 2020, infatti, la Cina sembra aver…


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Fang Fang, un ponte di parole da e per Wuhan

WUHAN, CHINA - FEBRUARY 07: General view of empty streets on February 7, 2020 in Wuhan, Hubei province, China. The number of those who have died from the Wuhan coronavirus, known as 2019-nCoV, in China climbed to 636. (Photo by Getty Images)

Cosa può fare la letteratura in tempi di pandemia? Come potremmo noi, studiosi e ricercatori delle cosiddette scienze umane, dare un contributo in un momento così difficile? Sono essenzialmente queste le domande che hanno scandito il mio 2020 da quando immagini distopiche di uomini in tute vagamente spaziali hanno cominciato a susseguirsi sugli schermi e sull’umanità tutta sembrava incombere un pericolo definitivo e indefinito.

Per chi è attivo nel campo della cultura il senso di impotenza e di frustrazione è stato amplificato da quanto hanno fatto e stanno facendo i ricercatori delle cosiddette scienze dure. La prima consolante considerazione è che la storia umana pullula di esempi letterari in cui un morbo contagioso, una pestilenza inspiegabile, irrompe nelle vite degli esseri umani stravolgendole. Questa presenza “morbosa” è narrata in molti dei nostri classici: dal Decameron ai Promessi sposi al più recente Cecità.

È interessante notare che nella letteratura cinese, morbi ed epidemie non hanno occupato uno spazio così importante e che spesso, più che spiegate come una punizione divina, pestilenze e catastrofi sono “lette” in termini etici e morali: si verificano quando viene a rompersi quel patto implicito tra Uomo e Cielo, tra realtà sociale e realtà naturale che garantisce l’armonia tra le cose.

Negli ultimi anni i ripetuti annunci di una possibile pandemia, gonfiati ad hoc dalla stampa con titoli apocalittici e rinforzati dalle dichiarazioni dell’Oms che già nel novembre 2005 ne annunciava l’arrivo, rimandano all’estinzione dell’essere umano facendo leva su paure antiche ma sono anche sintomatici delle ansie derivate dall’impatto della globalizzazione sulle nostre esistenze e sugli equilibri geopolitici. La globalizzazione ha nutrito angosce pregresse e le…


L’articolo prosegue su Left dell’8 gennaio 2021

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