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La roadmap per ripartire

Lo scorso 27 dicembre in tutta Europa, tranne che in Ungheria dove Orban ha deciso di disattendere gli accordi presi e di iniziare prima, è partito il Vax day, il giorno del vaccino. È una data destinata a cambiare il corso di una storia iniziata lo scorso inverno e che ha sconvolto un intero pianeta: mesi e mesi a combattere una battaglia contro un nemico invisibile ma potentissimo, che ha ucciso decine di migliaia di persone e mobilitato giorno e notte le migliori intelligenze di tutto il mondo per cercare un antidoto, un vaccino, in grado di riportarci alla vita che avevamo. Ma la partenza nel nostro Paese è stata a rilento, diversa da Regione a Regione, si impone dunque, una decisa accelerazione oppure “l’immunità di gregge” arriverà tra tanti, troppi mesi.

Dunque, il nostro compito di comunità, è quello di rimboccarci le maniche e provare a ripartire, continuando a rispettare le norme di tutela della salute fino a quando non sarà raggiunta la quota di vaccinati nella popolazione – il valore di soglia dovrebbe raggiungere il 60-70% – che ci metterà al riparo. Di fronte a questo scenario che richiama la necessità di fare presto e bene sul fronte sanitario, il compito della politica dovrebbe essere quello di mettere in campo, contestualmente, un piano di ricostruzione nazionale che metta riparo alle macerie lasciate dal Covid. Economia, occupazione, coesione sociale, salute pubblica, istruzione, ricerca: c’è bisogno di un progetto di lungo respiro che sappia indicarci una via di sbocco e un paradigma economico che superi il turbocapitalismo liberista che ci ha portato dove eravamo dieci mesi fa, prima dell’arrivo della pandemia: in una situazione già segnata dalla mancanza di crescita e da diseguaglianze sociali mai viste precedentemente.

Appare surreale, per non dire irresponsabile, parlare di crisi di governo in questo contesto. Eppure, non si sta facendo altro da settimane: stiamo assistendo a un dibattito che rappresenta un unicum nel panorama europeo mentre la pandemia continua a contagiare e uccidere le persone e a piegare l’economia. Da dove nasce questa ennesima e tragicomica crisi? Dalla necessità di un leader di un partito minoritario – a rischio estinzione come Iv di Matteo Renzi – di dimostrare la propria esistenza. È una crisi esistenziale.
Durante la prima ondata pandemica il nostro governo (e i partiti della maggioranza), malgrado sapessimo davvero poco del Covid-19, è stato in grado di…

*-*

L’autore: Cesare Damiano, già ministro del lavoro, è presidente di Lavoro&Welfare


L’articolo prosegue su Left dell’8 gennaio 2021

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Il fiuto di David Bowie per l’arte e i nuovi talenti

Cinque anni senza David Bowie. Ma la sua musica e la sua arte continuano a ispirare altra musica, arte, letteratura. E poi saggistica e omaggi di autore. Molti anche qui in Italia, a cominciare da quello spiritosamente agiografico di Gianluigi Recuperati, Generosity (Piemme, 2021), in cui lo scrittore usa come paradigma di interpretazione dell’opera di Bowie quello della “generosità”, intesa non come regalo di ciò che si ha in abbondanza, ma come dono di ciò che ci è essenziale.
In effetti la generosità nel riconoscere il talento altrui ha fatto di Bowie un artista estremamente recettivo e aperto al nuovo, come ci raccontano Damiano Cantone e Tiberio Snaidero nell’interessante saggio Codice Bowie (Meltemi, 2020). Anche quando era ormai una rockstar non ha mai smesso di ascoltare le nuove uscite, di andare ai concerti di artisti emergenti, cercando con loro un dialogo e un confronto. Era estremamente curioso delle nuove tendenze in ambito musicale ma anche in quello dell’architettura, del design e delle arti figurative. Ed è su quest’aspetto e sul suo rapporto con le immagini che vorremmo soffermarci qui.

Le sue canzoni, come è noto, sono piene di immagini, visionarie, oniriche, allusive, dense di senso. Apparentemente slegate fra loro, nel tempo rivelano una tessitura profonda, un filo di pensiero che ha che vedere con il vissuto emotivo dell’artista, con la sua dimensione più intima, ma anche con il suo sfaccettato orizzonte filosofico. Lettore di Nietzsche e curioso dell’esoterismo, aveva mutuato dal buddismo il pensiero dell’impermanenza di tutte le cose e l’importanza dello spirito di ricerca. Mettendo insieme differenti linguaggi espressivi – dalla musica, al canto, alla danza, al video – nelle sue performance cercava di dare forma e rappresentazione alla trasformazione continua del mondo interiore. Il tentativo era sempre esprimere una dimensione altra, diversa da quella lucida e razionale della veglia. Per questo le immagini erano essenziali per lui. Si nutriva di arte come appassionato conoscitore ed anche come collezionista, soprattutto come forma di auto-formazione; la sua era largamente da autodidatta e vorace lettore. Insieme al lavoro di composizione, in cui contavano molto l’improvvisazione e tecniche di cut-up alla William S. Burroughs, lavorava ai suoi album, traducendoli in articolate story boards.

Bowie ricorreva alla pittura soprattutto quando si trovava in un cul de sac creativo. Affascinato dalla tradizione antica di uso del disegno in chiave esplorativa che ha avuto in Leonardo uno dei suoi massimi esponenti, rappresentare per immagini era per lui un modo per superare l’impasse. L’interesse per il Rinascimento fiorentino è sempre stato fortissimo in lui che, come ci ha fatto notare Fabio Magnasciutti, si divertiva ad evocare il David di Michelangelo citandone il gesto della mano nel video di “Heroes”. Se apriamo il capitolo citazioni moltissimo ci sarebbe da dire. Bowie disseminava i suoi lavori di citazioni implicite, aprendo le sue creazioni a una pluralità di piani di lettura. Basta pensare per esempio alla figura del Minotauro cieco che si fa guidare dalla fanciulla: un gesto esemplato dalle opere grafiche di Picasso con cui Bowie ha chiuso molti dei suoi ultimi concerti, uscendo di scena poggiando la mano sulla spalla della bassista e polistrumentista Gail Ann Dorsey, asse femminile, portante, della sua musica dal vivo e in studio.

Ma veniamo al suo rapporto con il fiammeggiante Tintoretto di cui Bowie, dall’alto delle sue possibilità economiche, poté acquistare L’angelo annuncia il martirio di Santa Caterina d’Alessandria (1560). Quell’opera, che è stata messa all’asta dopo la sua morte, era il fulcro della sua collezione. Motivo d’ispirazione per la luce, per il tratto emotivo e febbrile, la forza visionaria. In Codice Bowie i due autori riportano alcune interviste in cui Bowie parlava dell’artista veneziano come di una sorta di alter ego anche per il modo in cui si era esposto totalmente, regalando le sue opere, lavorando in modo “matto e disperatissimo” per potersi esprimere in spazi pubblici. (In suo omaggio negli anni Novanta Bowie chiamò la sua casa di produzione Tintoretto music). L’amore per il pittore veneziano si lega soprattutto al suo sguardo, alla sua capacità di trasfigurare la realtà, al dinamismo delle sue scene sacre, in cui arde un fuoco umanissimo. La questione dello sguardo è sempre stata centrale per Bowie. Ce lo ricorda questo denso e appassionato lavoro di Cantone e Snaidero ricordando un dato biografico: i due occhi diversi di Bowie. Il suo sguardo straniante era frutto di un incidente di gioventù, una scazzottata finita male con un compagno di scuola per una ragazza. Bowie ne uscì con una pupilla dilatata. Seppe fare di quell’handicap un segno per dire altro. Evocando uno sguardo su una realtà più profonda. Bowie ha cercato di portare sulla scena pop rock il messaggio colto di Tiresia che, come racconta il mito greco, seppur cieco sul piano fisico aveva il dono di una visione interiore. Il tema dello sguardo attraversa tutta l’opera di Bowie, ricostruisce Codice Bowie, dal «Wild eyed boy» di Space oddity (1969) all’ultimo Blackstar (2016) in cui nei panni del personaggio Lazarus appare in video con una benda forata a coprire gli occhi, a simboleggiare l’imminente conclusione del ciclo biologico della vita. L’ateismo di Bowie, il suo anticlericalismo e più ancora la sua avversione a una dimensione religiosa che annienta l’umano, sono alcuni aspetti indagati da questo saggio che esplora l’opera di Bowie attraverso 50 lemmi, parole chiave che schiudono mondi come porte girevoli. Oltre a “sogno”, “arte”, “bellezza”, “avanguardia”, “trasformazione”, tra molte altre c’è anche la voce “religione”: «Non ci sono dubbi sull’anticlericalismo di Bowie», scrivono i due autori. «È un atteggiamento che ha ripetutamente ribadito, da The next day a Blackstar», la sua ultima opera dove Gesù e i ladroni sono raffigurati come tre spaventapasseri. «È dunque il prete la figura più odiata da Bowie», perché i preti negano ogni possibilità di riscatto in terra, negano la sessualità, perché condannano al dolore e alla sofferenza come espiazione. «Dio è una rovinosa sovrastruttura» ebbe a dire Bowie in un’intervista rilasciata ad Epok nel 2003 e riproposta in questo libro. Non accettava messaggi consolatori. «L’unica strada è sperimentare, accettare il rischio del fallimento, affrontare l’ignoto senza paura, cercando bellezza e una possibilità di conoscenza».


L’articolo prosegue su Left dell’8 gennaio 2021

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E gli amichetti di Trump?

Il giorno dopo l’assalto al Congresso Usa qui da noi si è assistito a un teatrino desolante ma significativo. Qualcosa che va raccontato perché se è vero che le violenze hanno un nome e un cognome, Donald Trump che istigato, lisciato e perfino ringraziato i manifestanti, è anche vero che gli amichetti di Trump, quelli che per 4 anni hanno fatto finta di non vedere questo tragico intercedere dello svilimento della democrazia che si professa la “più importante del mondo” sono desolanti nella loro vergogna.

Gli amichetti italiani di Trump fischiettano facendo finta di niente e intercedono come se quello che sia avvenuto negli Usa sia qualcosa che non li riguardi, sorridono alle telecamere parlando il più genericamente possibile e sperano di non essere visti mentre si infilano la testa sotto la sabbia.

Partiamo da un presupposto: gli accadimenti americani sono figli di un presidente che prima ha usato la rabbia e la violenza per racimolare voti, poi ha alimentato la rabbia e la violenza con un linguaggio e dei comportamenti della stessa pasta e rilanciando notizie false, poi l’ha condonata quando sono accaduti episodi condannabili nel suo Paese da parte dei suoi sostenitori, poi l’ha legittimata inventandosi nemici per giustificare i propri limiti di governo e infine l’ha istituzionalizzata cianciando di elezioni truccate senza nemmeno riuscire a raccogliere uno straccio di prova a supporto della sua tesi. Quelli hanno occupato i palazzi delle istituzioni perché si sentono loro stessi “istituzioni” sotto assedio. Era immaginabile che finisse così.

Ma in Italia? Giorgia Meloni lo scorso gennaio a proposito di Trump diceva che fosse «la ricetta che vogliamo portare in Italia». Ora che dice, al di là di quattro tweet sputati di circostanza in cui condanna la violenza dimenticandosi di nominare il violento? Matteo Salvini che diceva lo scorso 5 novembre «ha ragione Trump a chiedere controllino voto per voto, seggio per seggio e non escludo nulla. Vedrete che potranno esserci sorprese», che dice delle sorprese che ci sono state? Lui che diceva «vigileremo» che dice? Ma attenzione, non si tratta solo dei destrorsi che a Trump si rifanno in tutto e per tutto da anni. Che dice Di Battista, grande fan di Trump piuttosto che di «quelli golpista di Obama», come ebbe a dire? Davvero il presidente del consiglio Conte non riesce a infilare il nome di Trump nei suoi comunicati di preoccupazione? Vi ricordate Beppe Grillo che diceva che Trump e il M5s avessero “delle similitudini” celebrando l’elezione di Trump a presidente?

La leadership si misura anche nella capacità di fare i nomi e i cognomi. Non è difficile. «Trump ha responsabilità in quanto accaduto» ha detto ieri la Merkel. Perfino il presidente della Ligura Toti e il braccio destro di Giorgia Meloni ci sono riusciti. Dai, sforzatevi, su.

Buon venerdì.

In un mondo che cambia

Un anno fa guardavamo con occhi sgranati quel che stava accadendo a Wuhan dove con grande rigore e senso di responsabilità i cittadini rispondevano all’obbligo di lockdown, unico modo per contenere la diffusione del coronavirus di cui poco o nulla si sapeva. Ricordiamo i servizi tv che mostravano la metropoli da 11 milioni di abitanti improvvisamente piombata in un vuoto pneumatico. Non avevamo ancora capito che presto sarebbe toccato anche a noi. E quando è accaduto la risposta non è stata quella di pensare all’interesse collettivo, ma si è scatenata una terribile caccia all’untore. In redazione setacciavamo le fonti scientifiche in cerca di quelle più validate e autorevoli per fare corretta informazione in un mare montante di fake news e stiamo stati fra i primi a denunciare l’inaccettabile sinofobia che stava divorando l’Italia: Weiying Sun, una ragazza di Shanghai che vive a Milano campeggiava in copertina di Left con la scritta: “Non sono un virus”. Era il 14 febbraio 2020.

Proiettare sull’altro, cercare un capro espiatorio, non è mai servito a niente. Se non a discriminare e a procurare maggiore sofferenza.

Malgrado gli enormi sforzi del personale sanitario, 11 mesi dopo, mentre siamo ancora immersi nella seconda ondata e non è ancora partita una massiccia campagna vaccinale, il bilancio è sanguinoso: più di 75.300 persone morte in Italia, più di un milione e ottocento mila persone nel mondo. Fra questi anche il medico Li Wenliang che fra i primi aveva parlato di una sospetta polmonite da coronavirus, ipotizzando una variante della Sars e fu accusato di procurato allarme dalle autorità cinesi.

Il doloroso e difficile anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato anche l’anno in cui, nonostante l’assordante rumore dei negazionisti, gli scienziati hanno guadagnato la scena pubblica, collaborando strettamente a livello internazionale, arrivando in tempi record al vaccino. La salute come bene comune, rimettere al centro il benessere psicofisico delle persone, ripensare il modello di sviluppo perché sia più rispettoso dell’ambiente, ripensare il sistema di welfare per una società più giusta e inclusiva sono le questioni centrali oggi, anche a causa della dura lezione che la pandemia ci ha impartito. Abbiamo visto come le politiche neoliberiste abbiano fallito. Gli Stati Uniti di Trump hanno registrato un numero record di morti, con percentuali altissime nelle comunità afroamericane più povere, fra coloro che non si possono pagare l’assistenza sanitaria.

Ma quanto davvero teniamo conto di questa immane tragedia per cominciare a costruire un futuro diverso? Pochissimo diremmo, se guardiamo a quel che sta accadendo sulla scena politica italiana. Mentre i contagi stanno risalendo, mentre manca ancora un chiaro e organizzato piano pandemico, nelle ultime settimane non si è fatto che discutere di crisi di governo, di rimpasto, di deleghe ai servizi segreti, di politica piccola piccola. Mentre la crisi economica morde e in tanti più di prima non sanno come arrivare a fine mese, mentre una intera generazione di studenti ha perso quasi un anno di scuola, i media mainstream sono pieni di retroscena sui giochetti di potere di questo o quel partitino. Ma ci rendiamo conto che siamo di fronte a una crisi epocale che chiede visione politica, lungimiranza, inclusione, pianificazione, investimenti sul lavoro in vista di quando verrà meno il blocco dei licenziamenti? Ci rendiamo conto che i soldi del Recovery fund vanno spesi bene e in tempi utili? Ma soprattutto ci rendiamo conto che lo scenario internazionale è completamente cambiato e tanto più cambierà nei mesi a venire? Mentre i quotidiani a più larga diffusione in Italia rincorrono le dichiarazioni di Renzi, Salvini, Meloni ecc, il mondo va avanti.

Pensando a fare informazione come servizio ai cittadini sentiamo il dovere di allargare lo sguardo. Mentre la politica italiana si guardava l’ombelico il primo gennaio 2021 in Africa (vedi Left n. 52) è entrata in funzione l’African continental free trade Area, una vastissima area di libero scambio africana, avviando un processo epocale. Per restare sul piano degli accordi economici, ma che assumono molti altri significati sul piano geopolitico e del riassetto mondiale, ricordiamo che a metà novembre la Cina, che è riuscita a contenere la pandemia e ne sta uscendo con un’economia dal segno più, ha firmato un patto commerciale con 14 Paesi, compresi Corea e Giapponese. E che – con grande smacco degli Usa – ha firmato anche un patto con la Ue per cominciare ad aprire il mercato cinese interno promettendo nel frattempo maggiore tutela della proprietà intellettuale e della privacy.

In un momento in cui, anche per motivi di tracciamento sanitario, il controllo è diventato estremamente serrato in Cina, mentre la blogger Zhang Zhan è stata condannata a quattro anni per aver diffuso notizie sulla pandemia, in quale direzione andrà veramente il Paese guidato da Xi Jinping? Piaccia o meno la Cina diventerà presto la prima potenza economica mondiale. Da molti anni sta esercitando il suo “soft power” finanziando infrastrutture in Africa e ora sta tracciando una via della seta sanitaria per fare business.

Vogliamo cercare di capire quali sono gli elementi propulsivi, la straordinaria forza culturale di quel Paese ma anche i limiti che ancora sconta sul piano della tutela dei diritti umani? Questa a nostro avviso è una delle grandi sfide che attendono l’informazione in Italia. Per avviarci in questa impresa abbiamo chiesto al sinologo Federico Masini della Sapienza di guidarci e di fornirci strumenti critici e di riflessione, insieme ai suoi autorevoli collaboratori, docenti universitari in Italia e in Cina, E abbiamo chiesto a Francesco Radicioni di aiutarci a capire più a fondo cosa sta succedendo nel Sud Est asiatico, dove la lotta per la democrazia in Thailandia si lega a quella di Hong Kong. In modo che ognuno possa farsi liberamente la propria opinione. Conoscere per deliberare è il motto einaudiano e radicale che sentiamo anche nostro.


L’editoriale è tratto da Left dell’8 gennaio 2021

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La mossa del Dragone

Se non fosse stato un anno horribilis, dovremmo dire che il 2020 appena concluso è stato l’anno della Cina. Cinese è stato il primo caso di coronavirus scoperto nella città di Wuhan alla fine del 2019, cinesi sono stati i primi due pazienti in Italia e in generale la Cina ha dominato i mezzi di comunicazione di tutto il mondo per un anno intero, come non era mai accaduto negli ultimi millenni. La Cina è diventata vicina, allora?
Partiamo dai fatti. Al principio dell’anno, anche noi che eravamo appena rientrati da Wuhan a dicembre 2019, avevamo una sensazione di lontananza quando le televisioni diffondevano le notizie dei primi casi di Sars-Cov-2. Guardavamo con diffidenza quei medici vestiti da astronauti e mostravamo meraviglia per la rapida costruzione di un ospedale da campo; poi siamo restati sconcertati dalle misure – per noi allora giudicate folli – di completa segregazione di milioni di persone costrette a restare chiuse in casa. Io stesso, guardavo con sufficienza i miei studenti cinesi, che un giorno comparvero in aula, con una mascherina in volto, come fossero chirurghi in sala operatoria. Poche settimane dopo, i miei studenti italiani erano chiamati a fare da interpreti per i primi due pazienti cinesi, trovati in un albergo romano e ricoverati allo Spallanzani. Rapidamente nelle nostre città si erano diffusi mai sopiti sentimenti razzisti nei confronti dei cinesi, novelli untori. Un pezzo di Cina sembrava essere arrivata da noi e dovevamo contenerla, allontanarla, l’equazione cinesi e Covid-19 ebbe immediatamente buon gioco, perché fondata anche su un dato di realtà epidemiologico.

Improvvisamente, distanziato da un fuso orario lungo due mesi, tutto quello che avevamo visto in televisione, usciva fuori dallo schermo ed entrava nel nostro mondo. Era pandemia: tutto il mondo era come la Cina. Ciascun Paese, seguendo l’inesorabile fuso temporale della diffusione epidemica, adottava misure di contenimento pratiche, o solo ideologiche, come Gran Bretagna e Stati Uniti che, praticando una forma di annullamento della realtà, dichiaravano semplicemente che il virus non esisteva, salvo poi doverne fare le spese in maniera ancora più drammatica di altri. La Cina continuava, frattanto, a seguire i metodi più rigidi immaginabili, fatti di contenimento fisico, tracciamento, abolizione totale di ogni libertà personale e costruzione rapidissima di strutture sanitarie, avviando contemporaneamente una battaglia mediatica senza paragoni, sia a livello interno, come sempre accaduto nella sua millenaria storia, ma soprattutto – e questa e la vera novità – a livello internazionale.

Per la prima volta forse nella sua storia plurisecolare la Cina ha lanciato una campagna mediatica senza paragoni a livello planetario. Prima la politica delle donazioni di quelle mascherine di cui a quel punto avevamo un gran bisogno anche noi, e poi la collaborazione scientifica, con l’invio di delegazioni di medici e specialisti di Wuhan. Accanto a questi gesti concreti di solidarietà, la Cina si è candidata prima a diventare il primo fornitore al mondo di presidi sanitari anti Covid-19 e adesso a produttore di vaccini, spesso sperimentati in Paesi africani. Tuttavia, la campagna principale era quella mediatica, volta a contrastare l’equazione del presidente nordamericano, Covid-19 uguale «virus cinese», uguale attacco della Cina agli Stati Uniti. La lotta contro la pandemia era diventata una guerra commerciale per la supremazia mondiale. Mentre le economie segnavano il passo e le nostre stesse democrazie erano messe a dura prova dalle limitazioni delle libertà individuali e dal crollo delle attività produttive, il modello centralizzato cinese dava tutti i suoi frutti, sia nell’ambito del contenimento dell’epidemia, che dal punto di vista economico. La grandezza geografica della Cina aveva consentito la creazione di zone limitate di contenimento, mentre il resto del Paese proseguiva le proprie attività, cosicché alla fine la produzione nazionale pur avendo avuto un netto rallentamento nel primo trimestre, riusciva a segnare un più complessivamente per l’anno appena concluso. Infatti, la Cina è stata l’unica economia mondiale a segnare uno sviluppo anche nel 2020, il peggiore per le economie occidentali da un secolo.
Se ci fermassimo qui, allora potrebbe essere corretto il ragionamento delle destre, che il “virus cinese” ha portato benefici alla Cina, gettando in depressione tutto il resto del mondo.
Se consultassimo un qualunque motore di ricerca delle nostre parti ci potremmo accorgere che la parola più diffusa in tutto il mondo è stata virus o Coronavirus, nulla di strano. Ma in Cina? No in Cina questa è solo la seconda o la terza. Le prime…

*-*

L’autore: Il sinologo Federico Masini è docente di Lingua e letteratura cinese all’Università “La Sapienza” di Roma


L’articolo prosegue su Left dell’8 gennaio 2021

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Porti chiusi. Per ‘ndrangheta

Badolato è un gioiello calabrese appoggiato sulla costa jonica. Un comune in provincia di Catanzaro che negli anni 90 si è salvato dal declino dello spopolamento grazie ai molti turisti che lì hanno comprato dei vecchi edifici che sono stati messi in vendita e sono stati rimessi a nuovo. A Badolato da più di vent’anni si parla del nuovo porto come fiore all’occhiello di una rinascita calabrese che passi attraverso nuovi servizi e nuove infrastrutture. La storia potrebbe sembrare un piccola storia locale ed è invece il paradigma attraverso cui leggere un argomento che di questi tempi sembra sia passato completamente di moda: le mafie.

Il clan Gallace-Gallelli spadroneggia. Un’inchiesta passata, la Itaca Free-Boat, aveva evidenziato gli interessi di uomini di ‘ndrangheta per il porto. Bene, seguitemi: Carlo Stabellini è l’amministratore della Salteg che si occupa dei lavori di costruzione. Stabellini ha denunciato le pressioni subite dalla ‘ndrangheta e le sue dichiarazioni hanno permesso di fare luce su un sistema di oppressione mafiosa.

Il sindaco di Badolato è Gerardo Mannello, in carica dal 2016. Pochi giorni dopo la sua elezione è stato accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso proprio con gli uomini del clan Gallelli e proprio ai danni della Salteg, di Stabellini e dei suoi soci dell’epoca. E per quelle vicende è adesso sotto processo. Scrivono i magistrati che Mannello con altri, tra cui il boss mafioso della zona, si sarebbe adoperato negli anni dal 2001 al 2004 “per garantire la tranquillità nell’esecuzione dei lavori”, costringendo la Salteg ad una serie di assunzioni e ad affidare lavori in subappalto “per sbancamento, movimentazione terra, realizzazione della diga foranea alle ditte riconducibili a Vincenzo Gallelli “Macineju” e formalmente intestate ai generi Andrea Santillo e Luciano Antonio Papaleo, a quella del nipote Pietro Gallelli e a quella del suo storico referente Angelo Domenico Papaleo”. Il tutto con un’ estorsione anche di 100mila euro per il clan Guardavalle al tempo guidato da Vincenzo Gallace e Carmelo Novella.

Arriviamo ad oggi: il sindaco in carica Mannello (che non è decaduto) ha dichiarato cessata la concessione alla ditta Salteg (la stessa che è accusato di avere minacciato) per “gravi inadempienze contrattuali”. E fa niente che il tribunale scriva che il “persistente tentativo della ‘ndrangheta di condizionamento e infiltrazione nella gestione dell’attività portuale deducendone ulteriormente, che, a causa delle vertenze penali, il porto di Badolato è rimasto sequestrato dal 4 agosto 2004 al 6 maggio 2006 e dal 19 gennaio 2015 al 23 ottobre 2017 e che, pertanto la società non ha avuto la possibilità di completare i lavori ad essa demandati”.

“La burocrazia badolatese, con a capo il Sindaco Mannello – scrive in un’accorata lettera aperta Stabellini – ha ottenuto, volente o nolente, quello che i vari Saraco, Antonio Ranieri, Gallelli, Ammiragli, condannati nel procedimento penale “Itaca-Free Boat” per reati aggravati dal metodo mafioso, non erano riusciti a fare con le loro macchinazioni. Vedremo se il Consiglio di Stato, cui la Salteg ricorrerà, tra un anno saprà mettere fine ad una delle vicende più assurde e paradossali della storia calabrese”.

Dalla patria delle contraddizioni per ora è tutto.

Buon giovedì.

Anche la crisi è in crisi

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 10-03-2019 Roma Politica Matteo Renzi ospite di "12 ora in più" Nella foto Matteo Renzi Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 10-03-2019 Roma (Italy) Politic Matteo Renzi guest for "12 ora in più" In the pic Matteo Renzi

Tanto tuonò che non piovve. Almeno per ora è solo una leggera foschia che però vedrete che si risolverà con qualche “mediazione” e quando la politica si fa magheggio le mediazioni di solito sono qualche posto al sole per qualcuno dei malpancisti che così si ristora un po’ e si mette calmo per il prossimo periodo.

La crisi di governo del governo italiano è una notizia che sbiadisce negli organi d’informazione, che vagheggia blanda tra gli addetti del settore e che irretisce quelli che si ritrovano ad affrontare malattia e incertezza. E siccome nel pieno di una pandemia l’incertezza è un elemento purtroppo popolarissimo questa crisi di governo, qua fuori, un po’ fa cadere le braccia per l’impopolare momento in cui si è voluta fare cadere, come se servisse altro per rimarcare la distanza tra i cittadini e i palazzi romani, come se non bastasse già questo senso di straniamento che percorre un Paese appeso al vaccino e al ritorno di una normalità che ci siamo già dimenticati che non fosse un granché.

Le voci dai corridoi del Parlamento dicono che nelle ultime ore stiano crescendo di molto le possibilità che tutto si risolva con un rimpasto. In sostanza si sarebbero passati giorni e giorni a dire “non ci interessano le poltrone” e invece cambiano le poltrone. Poi, beh, ci sarà qualche aggiustamento di tiro nel programma perché non è che si possa fare proprio sporca sporca. Sono in calo le quotazioni di una crisi pilotata, con Conte che chiede la fiducia alle Camere con un nuovo esecutivo. Bassissime le possibilità di un ritorno alle urne: l’attaccamento alla poltrona (e daje con le poltrone) di partiti che si vedrebbero le truppe dimezzate e che addirittura rischierebbero di sparire dal Parlamento sono un collante micidiale. Si sposteranno i ministri, qualcuno saluterà mesto e ovviamente un ministero importante si sta scaldando per la truppa di Italia Viva. Sì, sì, loro, quelli che non volevano poltrone (e tre).

Conte vorrebbe evitare di dover ritornare in Parlamento a chiedere la fiducia per la paura di qualche sgambetto. Fallito anche il tentativo di trovare “responsabili” in giro che gli permettessero di scrollarsi di dosso Renzi. Sulle percentuali di una sua possibile lista tra l’altro le sensazioni sono molto eterogenee, meglio non rischiare. Renzi, in caso di elezioni, sparirebbe con i numeri di oggi. E quindi figurati. Il M5S ne uscirebbe più che dimezzato, quindi niente. Perfino Giorgia Meloni preferisce aspettare il giusto tempo per continuare a erodere Salvini.

E così si sta, come d’autunno sugli alberi le foglie. Pronti anche ad affidarsi a un “governo di unità nazionale” (ovvero un “dentro quasi tutti”) pur di non andare al voto. Poi ci sarebbe da riflettere sul pericoloso can can sollevato nel bel mezzo della pandemia e nella fase cruciale dell’organizzazione della campagna vaccinale. Ci sarebbe da discutere del senso di responsabilità di chi ventila lo sfascio perché incapace di trattare su un tavolo squisitamente politico. Ma qui torniamo sempre ai soliti comportamenti dei soliti personaggi.

E guardando qui fuori, quello che accade nel Paese, potrebbe sembrare uno spreco di energie. Ma a qualcuno lì al governo no, a qualcuno è parsa un’ottima idea. Finché anche la crisi di governo non è entrata in crisi.

Buon mercoledì.

Zhang Zhan e gli altri, colpevoli di difendere i diritti umani

A pro-democracy activist holds placards with the picture of Chinese citizen journalist Zhang Zhan outside the Chinese central government's liaison office, in Hong Kong, Monday, Dec. 28, 2020. Zhang, a former lawyer and citizen journalist from Shanghai, has been sentenced to four years in prison for her reporting on the initial coronavirus outbreak in Wuhan, China. The activists demand the releases of Zhang, as well as the 12 Hong Kong activists detained at sea by Chinese authorities. (AP Photo/Kin Cheung)

In prigione per «aver provocato litigi e problemi» dopo aver documentato attraverso i suoi video e le testimonianze orali raccolte a Wuhan le prime settimane della pandemia da Covid-19. In prigione per i prossimi 4 anni. È questa la sentenza per la blogger cinese ed ex avvocato Zhang Zhan emessa da un tribunale di Shanghai, in Cina. Zhang Zhan è accusata inoltre di aver «diffuso false informazioni» sull’emergenza sanitaria prima sulla piattaforma social cinese WeChat e poi, quando il suo account è stato eliminato, su Twitter e Youtube che non sono accessibili legalmente dalla Cina.

Tutto questo è accaduto negli ultimi giorni del 2020 proprio nel momento in cui l’Unione europea e la Cina hanno chiuso lo storico accordo sugli investimenti e scambi commerciali (valore stimato: 560 miliardi), dopo sette anni di negoziati tormentati, più volte arenati su questioni delicate come i diritti umani. Già, i diritti umani. Tenendoli come punto di riferimento, la cronologia degli ultimi 3 giorni di dicembre è molto interessante. Il 28 dicembre Zhang Zhan è stata condannata, il 29 dicembre l’Unione europea, tramite le parole di Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ne ha chiesto l’immediato rilascio insieme ad altri attivisti e avvocati dei diritti umani detenuti in Cina, tra cui Li Yuhan, Huang Qi, Ge Jueping, Qin Yongmin, Gao Zhisheng, Ilham Tohti, Tashi Wangchuk, Wu Gan, Liu Feiyue. Il 30 dicembre la stessa Unione europea ha siglato gli accordi con Pechino. Che cosa può essere successo tra il 29 e il 30? Bruxelles ha improvvisamente voltato le spalle al diritto di espressione e di cronaca della citizen journalist e degli altri attivisti? Oppure Pechino ha “promesso” qualcosa in loro favore? Sarebbe questa una vera svolta considerando che Zhang Zhan era già nota alle autorità cinesi – e nel mondo – appunto come attivista per i diritti umani. Va ricordato infatti che era già stata arrestata nel 2019 per il suo supporto e le testimonianze pubblicate durante le proteste di Hong Kong.

Qualunque sia la risposta, per mantenere viva l’attenzione sul suo caso ricostruiamo la vicenda.

All’inizio di febbraio del 2020 Zhang Zhan aveva deciso di recarsi a Wuhan per documentare di persona cosa stesse accadendo nell’epicentro della misteriosa polmonite virale che aveva costretto il governo centrale a isolare un’intera città di 11 milioni di abitanti.

Così come aveva fatto il giovane oculista Li Wenliang poche settimane prima di lei – che aveva dato per primo l’allarme sulla diffusione del coronavirus, ma non era stato ascoltato dalle autorità e anzi era stato iscritto nel registro degli indagati e messo in guardia dal diffondere «interpretazioni false» – i video incriminati di Zhang Zhan documentavano una situazione d’emergenza molto più grave rispetto alla narrazione ufficiale del governo. Mentre i media nazionali cercavano di minimizzare la pericolosità del Sars-Cov-2 ed elogiavano la gestione di Pechino, Zhang Zhan filmava i corridoi degli ospedali pieni di letti e barelle, e i crematori locali saturi, incapace di conteggiare i morti. Nei suoi video aveva anche raccolto con difficoltà alcune rimostranze dei familiari delle vittime nei confronti delle autorità e denunciava inoltre la scomparsa di altri reporter indipendenti recatisi a Wuhan con il suo stesso intento: Li Zehua, Chen Qiushi e Fang Bin.

Finché il 14 maggio 2020 non è svanita nel nulla anche lei. Secondo la Chinese Human Rights Defenders, organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani in Cina, la giornalista sarebbe stata portata a Shanghai e incarcerata immediatamente. Ma le accuse ufficiali sono arrivate solo mesi dopo, a settembre. Zhang Zhan si è dichiarata innocente, ha respinto l’accusa di aver fabbricato notizie false e per protesta contro la censura del governo cinese ha iniziato lo sciopero della fame.

Uno dei suoi avvocati, Zhang Keke, ha ottenuto due colloqui con la giovane assistita a novembre e dicembre e si è dichiarato seriamente preoccupato per il suo stato di salute mentale e fisico. L’aveva trovata debole, magrissima, psicologicamente esausta. Keke ha scoperto inoltre che la giornalista veniva costretta all’alimentazione forzata tramite sondino naso-gastrico e legata per evitare che lo rimuovesse.

Il 28 dicembre scorso è arrivato il giorno del processo e il verdetto: quattro anni per aver fatto quello che qualsiasi giornalista dovrebbe fare, raccontare la verità. L’avvocato Ren Quanniu ha dichiarato all’agenzia Reuters che probabilmente ricorreranno in appello e che la sua assistita è fortemente convinta «di essere stata perseguita per aver esercitato la sua libertà di parola».

Nel frattempo non si hanno ancora notizie certe degli altri citizen journalists scomparsi a Wuhan.

Li Zehua si era recato nella città a metà febbraio, in cerca del reporter e amico Chen Qiushi che sosteneva che il governo cinese stesse appositamente nascondendo la gravità della crisi sanitaria controllando le informazioni che provenivano dal suo epicentro.

Nei suoi primi video aveva raccontato non solo che gli ospedali erano al collasso e il numero dei morti molto più alto delle notizie ufficiali, ma anche che la sua presenza non era passata inosservata alla polizia locale. E infatti il suo ultimo video ne documenta l’arresto il 26 febbraio. Solo ad aprile, in un nuova registrazione, il giornalista ha potuto raccontare di essere stato interrogato, non incarcerato, ma trattenuto in quarantena forzata prima a Wuhan, poi nella sua città d’origine, senza dispositivi tecnologici. Nel suo discorso Li Zehua ha anche voluto ringraziare le forze di polizia e il governo cinese per il suo trattamento durante la quarantena. Un cambiamento di toni che è stato sottolineato dai suoi follower non solo in Cina.

Non si hanno invece notizie di prima mano su Chen Qiushi, avvocato per i diritti umani svanito nel nulla il 6 febbraio. Dopo mesi di silenzio, a settembre Xu Xiaodong, amico di Chen Qiushi, aveva postato su Youtube un video in cui diceva che starebbe bene, si troverebbe a casa dei genitori ma vivrebbe sotto stretta sorveglianza delle autorità, pur non essendo legalmente accusato di nulla. L’ipotesi è che anche lui sia stato costretto per mesi a una quarantena forzata non si sa dove da parte delle forze di polizia.

Non sembrerebbe essere stato altrettanto “fortunato” il terzo giornalista scomparso nello stesso periodo, Fang Bin. Businessman e abitante di Wuhan, fin dal 25 gennaio aveva iniziato a caricare sui social media cinesi e Youtube riprese della drammatica situazione in vari distretti della città, criticando duramente il governo per come stava gestendo l’emergenza e per l’arresto dei giornalisti che volevano raccontare la situazione reale della città.

Il 4 febbraio Fang Bin aveva ripreso e subito postato su internet la polizia presentarsi a casa sua due volte. Visibilmente preoccupato di essere arrestato, si era rifiutato di aprire la porta senza un mandato. Al 9 febbraio risale il suo ultimo breve video: l’immagine di un foglio con su scritto “Resist all citizens, hand the power of the government back to the people”. Ad oggi sono oltre dieci mesi che non si sa che fine abbia fatto.

Io e Internet al tempo del Covid-19. Mi vede mentre dormo, mi vede mentre veglio

Non vedo mia figlia. da un abisso di tempo. Lei è rimasta catturata in America tra Covid-19 e trappole sul visto. Quindi sono psicologicamente molto fragile sul fronte comunicazione. L’altro giorno mi dice “Papà guarda che prodotto fantastico, posso parlare e mi segue… va di qua e va di là come una ripresa televisiva vera, addirittura zooma e io vedo tutto sul mio grande Tv. Compralo ti prego così ci vediamo meglio”.
Non aspetto che un paio d’ore e compro il nuovo gadget. Il prezzo al solito è di lancio e con una offerta “imperdibile”. Naturalmente fa tutte le cose dette vere e anche molto di più. In una parola è il fratello maggiore di Ginexa (ricordate, su LeftInternet 3) e appartiene allo stesso clan. Mi segue veramente con la sua telecamera, rende naturale il parlarsi con due o in più persone e poi ci sono tutta una serie di App fatte apposta per nonni e genitori.

La storia interattiva è meravigliosa e fa sempre leva sulla separazione, un leitmotiv dei nostri anni e del lockdown globale. Anni fa ricordavo che un amico mi parlava del sollievo che gli dava Skype e il fatto di poter leggere una storia al figlio anche se separato dalla moglie. Preistoria! Oggi una storia viene raccontata in maniera altamente interattiva: chi legge viene mascherato a seconda dei casi con cappelli o barbe, può muovere oggetti e personaggi e apparire in un riquadro della fiaba che il bambino o la bambina guarda. Sempre a distanza.

Insomma il gadget è un must, per me. Nel frattempo ho letto pillole di saggezza da Calvin & Hobbes. Si tratta di una strip creata di Bill Watterson che la ha disegnato solo per il decennio 1985-1995 per poi ritirarsi. Si è sempre rifiutato di fare dei suoi personaggi “paccottiglia” per il merchandising, scrive Linus che lo pubblica ora in Italia.
Il fumetto si basa sui dialogo tra Calvin un bambino sarcastico e cinico e la sua tigre, sensata e saggia, Hobbes. Ecco una scena profetica.

Calvin ascolta la radio che dice “Ti vede mentre dormi, ti vede mentre vegli”. Nella vignetta seguente: “Se sei stato buono o cattivo lui lo sa, puoi stare sicuro”. Nella terza vignetta Calvin spegne la radio, e nella quarta dice: “Babbo Natale, vecchio Elfo gentile o agente della Cia?”.

 

La vignetta era del 1987 e sembra che i dati del problema fossero già chiaramente stesi tutti davanti a noi
Facendo leva sul nostro bisogno di comunicazione in questo drammatico anno il nostro mondo di internet ci ha inserito in un livello di sorveglianza ancora più sofisticato. L’occhio del fratello maggiore di Ginexa ci segue sempre, non solo ci ascolta, come la sorella, ma anche ci scruta. E ci inquadra solo le labbra, se magari parliamo troppo piano, può usar cosi il riconoscimento labiale. Ma non è fantastico? Calvin dice in una altra vignetta: “Tutta questa storia di Babbo Natale mi scoccia, soprattutto la faccenda del giudizio”. Io invece non sono cosi preoccupato, è sin dal 2006 che ho teorizzato (e pubblicato) questa idea che internet è la cosa più vicina a Dio che l’uomo abbia inventato (vedi qui). Si espande sempre più come verifichiamo di continuo, e ora letteralmente ci guarda!

Siamo di fronte al solito dilemma. Ma come sapete da ex motociclista io accetto il rischio, e vi invito con cautela ad accettarlo anche voi. Da marzo a giugno di quest’anno ho fatto un intero corso on line. Sono venticinque lezioni di 35 minuti l’una l’argomento è La rivoluzione informatica in architettura. Io parlavo in telecamera in tempo reale, avevo un blog di appoggio per le immagini. La mia idea era che fosse un corso solo per amici miei coetanei o per giovani curiosi. In realtà è servito anche istituzionalmente, meglio. Quest’anno magari ne faccio una versione implementata, in cui mi muovo in giro e anche chi mi segue può fare lo stesso. L’idea è che il corpo nella sua crescente complessità entri nella nostra comunicazione internet. Ci cominciamo a staccare dalla tastiera e dalla schermo anche quello smart dei telefonino per andare in giro. Credo che abbia enormi, inesplorate possibilità.

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Antonino Saggio, insegna dal 1985 Informatica e Architettura prima alla Carnegie-Mellon di Pittsburgh, poi all’ETH di Zurigo e dal 1999 alla “Sapienza” di Roma. Ha fondato la collana internazionale “La rivoluzione informatica in Architettura” (Birkhauser, Edilstampa) che dal 1998 ha prodotto 38 volumi ognuno incentrato su una personalità o su un tema rivelante per comprendere il grande cambiamento di orizzonte teorico e culturale di cui l’Informatica è portatrice anche per l’architettura.

Su Left.it si possono leggere le quattro puntate di Io e Internet. Breve storia della rete, da Arpanet ai nostri giorni di Antonino Saggio

L’inessenzialità della scuola

Foto Claudio Furlan - LaPresse 25 Novembre 2020 Milano (Italia) News Lezioni nel cortile del Liceo Bottoni per protestare la didattica a distanza Photo Claudio Furlan - LaPresse 25 November 2020 Milan ( Italy ) News Lessons in the courtyard of the Liceo Bottoni to protest distance learning

Ora ci sono anche i numeri: nel periodo tra il 31 agosto e il 27 dicembre 2020, il sistema di monitoraggio dell’Iss, l’Istituto superiore di sanità, «ha rilevato 3.173 focolai in ambito scolastico, che rappresentano il 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale». Lo dice il report Apertura delle scuole e andamento dei casi confermati di Sars-Cov-2: la situazione in Italia.

Solo il 2% dei focolai hanno origine in ambito scolastico. Ma il report fissa anche un altro punto: Le scuole non rappresentano i primi tre contesti di trasmissione in Italia, che sono nell’ordine il contesto familiare/domiciliare, sanitario assistenziale e lavorativo».

Fra pochi giorni si dovrebbe tornare a scuola ma non si tornerà, le decisioni verranno prese a macchia di leopardo, i presidenti di Regione ci ricameranno sopra un po’ di retorica elettorale e si ricomincia di nuovo. Si è parlato moltissimo della capacità di osservare il contagio, di convivere con il virus, di conoscere e controllare tutte le variabili in campo ma per le scuole ci si affida alle tifoserie in campo senza che si riesca a studiare un piano complessivo, qualcosa di più dei banchi con le rotelle e le finestre aperte. Sui trasporti si è perennemente in ritardo, sulle precauzioni in classe bene o male si è riusciti a fare qualcosa mentre non si è mai parlato seriamente di risolvere il problema della ventilazione. Ora vi diranno che è tardi. Eppure non sarebbe stato tardi pensarci in tempo, eppure non sappiamo quanto ancora questo elastico di aperture e di chiusure durerà.

Ieri Maddalena Gissi della Cisl Scuola ha rilasciato una dichiarazione che merita attenzione: «Continuiamo a leggere notizie giornalistiche ma con il Ministero non c’è nessun tipo di confronto. I dirigenti scolastici sono stremati; continuano a fare e rifare orari per le attività didattiche in presenza al 50%. Le famiglie sono confuse, i docenti si stanno reinventando modalità didattiche per tenere insieme i gruppi classe e quelli in Ddi (Didattica digitale integrata, ndr). Non è ancora chiaro se alle Regioni sono arrivate le risorse per ampliare la mobilità con mezzi aggiuntivi. In alcuni casi non vengono investiti i finanziamenti assegnati nei mesi scorsi per ritardi burocratici. Ci preoccupa tanto la disomogeneità delle soluzioni».

La Cgil fa notare che «attualmente siamo di fronte a contesti e realtà fortemente differenziate, non solo tra territorio e territorio, ma anche tra scuola e scuola, ecco perché sono necessari monitoraggi e strumenti flessibili finalizzati a fornire le giuste risposte alla varietà delle situazioni, valorizzando l’autonomia delle istituzioni scolastiche e fornendo le risorse necessarie».

Molti esperti temono la riapertura. Qualcuno sommessamente fa notare che l’Italia è uno dei Paesi che più di tutti ha penalizzato le scuole con la chiusura. Qualche virologo propone che vengano usati i tamponi regolarmente (accade nelle fabbriche, del resto, no?) ma niente.

Una cosa è certa: la frammentazione del dibattito indica chiaramente che no, la scuola non è una priorità come lo è stata l’apertura dei grandi magazzini sotto le feste di Natale. La scuola evidentemente non è un servizio essenziale. E, badate bene, non si tratta di chiedere un dissennato rientro in classe fregandosene della pandemia e della salute ma si tratta ancora una volta di sottolineare come la sicurezza in classe sia un argomento da affrontare sempre e solo qualche ora prima della prevista riapertura. Come accade ora.

L’altro ieri il professore di matematica Riccardo Giannitrapani ha condensato benissimo il concetto: «La gestione della scuola in questi mesi ha un grande valore didattico: insegna a ragazzi e ragazze che il cosiddetto mondo adulto può essere inadeguato. Una preziosa lezione sul fallimento».

Buon martedì.