Home Blog Pagina 460

Franco Loi: «La poesia è conoscenza»

Foto LaPresse - Stefano Porta 06/04/2018 Milano ( Mi ) Cronaca Intervista doppia agli scrittori in Viale Misurata 60 Nella foto: Franco Loi

Anche il poeta si accorge dell’Italia scunda «che laura e se despera». Nella lingua milanese, morbida come il suono di un flauto, Franco Loi canta dell’Italia nascosta «che lavora e si dispera». E va ancora più a fondo, senza alcun pudore, a cercare con le parole le cause del «mal». Che non è il «dulur», né tantomeno «la paura o la desgrassia / vèss pòer o ferì, / andà bèl biott…» (la paura o la disgrazia, essere povero o ferito, andare del tutto nudo), ma «despèrdess ne la nèbia del savè» (disperdersi nella nebbia del sapere). Loi ha da poco pubblicato per Interlinea la raccolta I niül (Le nuvole) in cui il grande poeta dialettale coglie immagini silenziose della città, sorpresa all’alba o all’imbrunire, lambita da nuvole rosa con sbuffi di scuro. Un’opera in cui soprattutto si manifesta l’interesse forte per l’umanità dolente dei nostri giorni. Come nelle pagine finali, in quel “monologo del povero cristo”, in cui la rabbia per l’ingiustizia è urlata a piena voce. Nato a Genova nel 1930 da padre ferroviere di origine sarda e madre emiliana, vissuto dal 1937 a Milano, Loi ha un passato di militante comunista, maturando poi una netta posizione critica che emerge anche oggi quando parla di ideologia. Loi, in questi tempi cupi di crisi economica e di lucide operazioni di “tecnici”, appare come un gentile e ostinato Mercurio. Un messaggero della forza del canto poetico, del “dire”. Lo farà anche al Salone del libro di Torino, giovedì 10 maggio all’incontro di cui è protagonista, dal titolo “La luce della poesia”.

Ed è da qui, dalla parola “luce” che inizia il colloquio con Franco Loi. La poesia, chiediamo subito, può illuminare lo “scuro”? Il poeta risponde: «Sì, perché la poesia non dice il nostro io cosciente. Tu ti affidi al tuo inconscio e dentro di te escono queste parole che sono poi suoni, ritmi». Il poeta “dice”, ed ecco che «la tua esperienza esce in modo completamente diverso da come l’hai nella mente. Tant’è vero che il poeta prima di tutto si stupisce di quello che ha scritto». Ma la poesia non solo desta stupore nel poeta. È uno strumento di conoscenza. «Il suo dire è pieno di cose, pensieri, sensazioni inconsce, emozioni» continua «e tutto questo ti fa capire di più e conoscere di più te stesso. Ecco perché io dico che fa luce dentro di te e rende chiaro qualcosa che prima era oscuro». E non si finisce mai di imparare perché anche il pubblico che ascolta può far notare qualcosa che era sfuggito all’autore. «La tua consapevolezza aumenta e tu impari sempre qualcosa di nuovo. Questo è straordinario. La poesia è una delle strade per la conoscenza, di te e delle cose che hai sperimentato nella vita». Certo, se ci si può affidare così liberamente a questa realtà interiore, significa che non se ne ha paura. Non c’è il mostro dentro di noi, quindi, come scriveva Stevenson ne Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde? «No. Anzi, io credo una cosa: che solo chi non fa continuamente conoscenza con se stesso allora sì che diventa un mostro!».
C’è anche, però, tra i poeti, chi è un po’ più prudente. Loi spiega: «Quando per esempio Zanzotto parla dell’inconscio e della poesia, fa il paragone con il terremoto del Friuli. E allora lui si ritrae perché è come se si trovasse davanti un baratro che lo può sommergere». Alla fine, continua il poeta milanese, è come «entrare in rapporto con il mistero della vita». Qualcosa, poi che accomuna poeti e scienziati, e qui Loi ricorda una frase di Max Planck (“Più conosco e più mi trovo davanti il mistero”). E a proposito di scienziati, cita volentieri («l’ho detto e lo ripeto sempre, perché è fondamentale») una frase di Einstein: «Non si perviene alle leggi universali per via di logica ma per intuizione. L’intuizione non la facciamo noi ma è possibile con il rapporto simpatetico, amoroso, con l’esperienza». Poeti, scienziati e anche filosofi. Franco Loi, inarrestabile, parla di Croce e di Dante e della celebre frase del “sommo poeta” (“Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta
dentro vo significando…”), per spiegare il «fare spirituale» che sta dietro al verbo greco poiein.

Ma, chiediamo ancora, se la poesia è conoscenza per il poeta, lo è anche per chi ascolta o legge? «Anche per lui! Intanto i suoni sono importanti: Yeats diceva che in poesia lo sono più dei significati apparenti. Quindi è come ascoltare la musica – la grande musica, Bach, Mozart… – e ti viene da piangere, senza sapere perché». «Se ascolti un poeta non è che senti solo i significati di quel che il poeta dice», continua Loi, «ma viene vuori anche il tuo significato, la tua memoria inconscia che si manifesta. È una crescita». E è qualcosa di profondamente diverso da quello che accade nel parlare comune perché c’è «quel legame tra chi dice e chi ascolta, che in genere nella chiacchera non c’è. La chiacchera è la chiacchera».

Questa però è un’epoca di “chiacchera” a cui contribuiscono anche quelle «antenn ‘me catanai/ ch’j porta merda aj gent denter i câ» (le antenne come arnesi / che portano merda alla gente dentro le case). «La sensibilità verso la poesia è diminuita tra la gente del popolo, ma le persone che ne sentono ancora il bisogno sono ancora tante», ammette Loi. «Il popolo, quello che ho conosciuto io, gli operai, gli artigiani, i contadini – gente che lavorava con le mani – guarda la televisione e crede che la poesia sia una cosa letteraria», aggiunge con una vena di tristezza. La scuola, poi, non la fa amare e la rende estranea ai ragazzi, perché «la insegnano come un gioco letterario, come una costruzione di testa e gli presentano come grandi poeti quelli che invece sono spesso pessimi poeti».
Ma la gente che ama la poesia c’è ancora, come c’è chi ama la musica, la pittura, «perché cerca, vuole capire». Quello che non va, aggiunge Loi, è l’ideologia, quella pretesa della conoscenza, di costruire una logica, «dopo di che rispondi all’idea, non pretendi più di conoscere te stesso e non ti confronti più con la realtà». È il rischio grande. Quello di perdere un frammento di meraviglia che può assalire leggendo per esempio queste parole: «E a l’umbra di purtun la lüna dansa / tra quèl tasè di üsèj ch’j par penser» (e all’ombra dei portoni la luna danza / tra quel tacere d’uccelli che sembrano pensieri).

Da Left del 4 maggio 2012

Il piano piano vaccinale di Gallera

Giulio Gallera, Welfare Counselor for the Lombardy Region attends a regional council meeting, in Milan, Italy, Tuesday, June 9, 2020. (AP Photo/Luca Bruno)

Io un giorno, per qualche ora soltanto, vorrei affittare un angolo della testa di Gallera, sedermi in disparte in qualche angolo e ascoltare quello che ci ronza dentro, sentire quel turbinio di pensieri che spinge l’assessore alla Sanità della regione più martoriata dalla pandemia a rilasciare interviste che sembrano elaborati copioni di un teatro dell’assurdo, frasi che abbatterebbero in un attimo la carriera politica di chiunque e invece lui, Gallera sempre in piedi, continua impunemente a sfoderare assurdità una dopo l’altra e non si muove una foglia, non viene mai messo in discussione.

Partiamo dall’inizio: arriva il virus e la Lombardia esplode. Eravamo all’inizio dell’anno scorso e Gallera ci spiega che la Lombardia ha numeri così alti perché è stata la regione “più colpita”. La giustificazione, per quanto fosse superficiale, poteva anche starci: peccato che a livello di contagiati (con il 22% dei casi nazionali) e di deceduti (ben il 33%) la Lombardia abbia continuato e continui a svettare. Insomma, l’effetto “sorpresa” ormai non regge più come scusa. Poi ci sono stati i pessimi risultati della medicina generale e delle Rsa, storie piene di dolore e di lutti che hanno attraversato tutti i quotidiani per mesi. Poi c’è stato il fallimento del tracciamento e dei tamponi, con lombardi che si sono ammalati e dopo mesi non hanno nemmeno un tampone che lo certifica. Poi ci sono i numeri disastrosi della campagna vaccinale antinfluenzale: al momento attuale siamo a 1 milione e 135mila vaccini su una popolazione di 2.302.527 persone, con una percentuale del 49,32 per cento ben lontana dall’obiettivo prefissato e addirittura inferiore a quella dello scorso anno quando venne vaccinato il 49,8 per cento della popolazione over 65. Peggio ancora per i bambini dai 2 ai 6 anni: l’obiettivo era vaccinarne il 50% e siamo al 16,72 per cento del totale, con picchi verso il basso dell’8,23 per cento nella zona di Pavia e del 9,58 per cento a Brescia.

Ora ci sono i numeri sconfortanti della campagna vaccinale anti Covid: la Lombardia svetta, come al solito, in fondo alla classifica con un vergognoso 3% sui vaccini consegnati. E qui Gallera si erge a livelli impensabili. Ci spiega che i suoi operatori sanitari sono in ferie (come se il piano ferie in Lombardia fosse diverso, chissà perché, da quello delle altre regioni), ci dice che non vuole bloccare “interi reparti per eventuali reazioni allergiche” (buttando lì a caso un po’ di allarmismo di cui non si sa niente e non si hanno evidenze), poi rantola su un’eventuale mancanza di siringhe (ma come? E le altre regioni?) e infine si supera affermando: «Agghiacciante una simile classifica. Per non parlare di quelle regioni che hanno fatto la corsa per dimostrare di essere più brave di chissà chi. Noi siamo una regione seria. Partiamo domani con 6000 vaccinazioni al giorno nei 65 hub regionali. I conti facciamoli tra 15 o 20 giorni».

In sostanza nella testa di Gallera il Veneto, Lazio e tutte le altre regioni che stanno facendo meglio si sarebbero messe d’accordo bisbigliando e dandosi di gomito solo per fargli fare una brutta figura. Infine, convinto di calare l’asso, ci dice che la Lombardia a pieno regime riuscirà a fare 10mila vaccinazioni al giorno. Campa cavallo: con 10 milioni di abitanti il calcolo viene semplice semplice, tenendo conto che di vaccini per ogni persona ne vengono fatti due, basterebbero 2mila giorni. In Israele, 9 milioni di abitanti, solo per fare un esempio, sono a 150mila vaccini al giorno.

Sarebbe una tragicommedia se non ci fossero di mezzo però tutti questi morti, questi contagi che ora tendono a risalire, questo futuro che appare ancora nero. Ma davvero, sul serio, lo dico anche ai leghisti che sostengono questo governo in Lombardia, cosa altro serve? Cosa, ancora?

Buon lunedì.

 

Il “regalino” dei banchieri Ue alle famiglie in difficoltà (nel frattempo in Vaticano…)

Rudolf Hilferding, grande conoscitore ed interprete del marxismo, ucciso dai nazisti, nel 1909 pubblicò “Il capitale finanziario”, mostrando tutte le sue perplessità sulla rivoluzione proletaria e teorizzando nel contempo l’affermazione del socialismo per via parlamentare.
Ma la straordinarietà di Hilferding sta nella sua analisi sulle dinamiche del capitale ancora attuali: “La caratteristica del capitalismo moderno è data da quei processi di concentrazione … in un rapporto sempre più stretto fra capitale bancario e capitale industriale. In forza di tale rapporto, il capitale industriale assume la forma di capitale finanziario …. la più compiuta realizzazione della dittatura dei magnati del capitale”. Dunque nel 1909 Hilferding aveva già teorizzato la finanziarizzazione dell’economia reale e aveva già previsto cosa accade quando la finanza divora l’economia. Oggi il capitale finanziario non si accontenta dei patrimoni privati, oggi il capitale finanziario vuole soggiogare il ”capitale umano” in una prospettiva di schiavizzazione che sostituirà la parola “diritto” con la parola “sopravvivenza” e la parola “libertà” con la parola “sottomissione”. Nella lucida follia dell’Unione europea, si è inserita l’Eba, l’Autorità bancaria europea, un altro mostro che determina regole astratte per garantire tragedie concrete.

Dall’1 gennaio di quest’anno l’Eba ha preteso che i conti correnti in rosso degli italiani dovessero essere strozzati in assenza di liquidità temporanea. Se le banche fino ad oggi avevano consentito sconfinamenti e garantito coperture per piccoli pagamenti, ora non sarà più possibile anche se si tratta di pagamenti di pochissimi euro. Migliaia di imprese e famiglie si ritroveranno, senza sapere perché, in una banca dati che li qualifica come debitori incalliti per una bolletta del gas rimasta impagata nella domiciliazione bancaria. La morsa perversa che si vuole stringere attorno al collo dei piccoli correntisti italiani, li renderà merce disponibile sul mercato senza tutele, una marea di schiavi in competizione per la sopravvivenza.
Alle banche sono stati imposte regole di bilancio tali da costringerle a stritolare comunque i correntisti in difficoltà, e soprattutto a liberarsi dei npl – non performing loans (prestiti non performanti) – ovvero i crediti deteriorati, quelli che fino a ieri erano prestiti e finanziamenti con margine di recupero difficile, e che oggi, con le nuove norme, includeranno anche i piccoli correntisti in rosso. I meccanismi finanziari consentono, ovviamente, la cartolarizzazione degli npl, che li trasforma comunque in merce di scambio, perché anche i debiti possono essere oggetto di speculazioni finanziarie.
Il capitale finanziario, comunque, non parla una sola voce, e non disdegna di guerreggiare nell’accaparramento e nell’accumulo. Sicché, se da una parte i proletari e le proletarie, e tra loro anche le partite iva, temono di affondare per un Rid respinto della società elettrica, anche di soli 100 euro, dall’altra c’è chi già da tempo ha avviato le proprie speculazioni sui npl, come ad esempio lo Ior-Istitute per le opere religiose, Ente della Santa Sede. Il 30 dicembre 2020 un giudice di Malta ha messo sotto sequestro 29 milioni dello Iop in una partita speculativa per l’acquisto di un edificio di lusso in Ungheria, iniziata proprio con una speculazione di 32 milioni di npl.
Alla fine del 2019 lo Ior aveva girato a Bergoglio, il suo unico azionista, utili per 38 milioni. Tra non molto conosceremo l’ammontare degli utili riservati al monarca pur in pendenza del sequestro per 29 milioni disposto da Malta. Queste sono le cifre della Chiesa povera di Bergoglio, in cui di realmente povera c’è solo la capacità cognitiva di chi pensa che non sia un capitalista come gli altri. In questo ribollir di guano, la classe politica italiana si arrabatta con regalie da brivido per gli italiani, inventandosi finanche i bonus idrici. In sintesi, visto che i proletari di tutto il mondo non si sono uniti, si sono uniti i capitalisti e mentre hanno finanziarizzato pure le nostre esistenze, ci hanno comunque lasciato lo spazio di manovra di una tirata di sciacquone su wc nuovi.

*-*

L’autrice: Carla Corsetti è segretario nazionale di Democrazia atea e componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Sulle tracce di Marcovaldo poeta in città

«Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza». Il Marcovaldo di Calvino si legge facilmente. Le righe scorrono, senza fatica. La scrittura è semplice, i periodi tutt’altro che articolati. Il vocabolario familiare. Insomma senza ricercatezze. Così inizia una delle venti novelle delle quali si compone il libro e quasi senza accorgersene si arriva alla fine. Per poi passare alla successiva. Accade perché si tratta di storie concluse. Dallo schema pressoché uguale. Anche per questo motivo credo sia utile lavorarci insieme ai ragazzi, in classe. Dedicargli del tempo. D’altra parte la prima edizione di Marcovaldo ovvero Le stagioni in città uscì nel 1963 in una collana di libri per ragazzi dell’editore Einaudi. Nel 1966 Calvino ripubblicò Marcovaldo in una collana di letture per la scuola media. Insomma, allo stesso autore era ben chiaro quanto questa opera potesse esercitare la sua benefica influenza sugli alunni delle medie. Sulla loro crescita. Come persone, naturalmente.

I motivi della mia scelta? Differenti, senza dubbio. Sono insiti nel sottotitolo di Marcovaldo, innanzitutto. Ovvero, “le stagioni in città”. Già, proprio quelle stagioni delle quali abbiamo perso in gran parte coscienza. La capacità di intravederne i caratteri nello scorrere dei mesi. Ma che ci sono, ancora. Anche se molto meno nitide rispetto agli anni Cinquanta del Novecento quando Calvino ha scritto le diverse novelle. La natura fa capolino qua e là nella città del Nord nella quale abita Marcovaldo. Si affaccia quando può. Dove trova uno spazio nel quale mostrarsi. Così, ecco il «piccolo giardino incolto» de “Il giardino dei gatti ostinati” e «la pianta in vaso dell’ingresso» della ditta nella quale lavorava de “La pioggia e le foglie”. «Il fiume nel suo corso a monte della città, e i fiumicelli suoi affluenti» de “Dov’é più azzurro il fiume” e «la collina» de “L’aria buona”. «Le rive del fiume» de “Un sabato di sole, sabbia e sonno” e «il verde di una piazza alberata» de “La villeggiatura in panchina”. Marcovaldo nota quel che…


L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Pinocchio, un vero rivoluzionario

Ed ecco che, se si parla di favole moderne, non si può che iniziare dalla storia del burattino più conosciuta al mondo.
La favola di Pinocchio prende vita dalla penna o se vogliamo dal calamaio di Carlo Lorenzini; lo pseudonimo, che lo rese famoso a noi tutti (anche se ne usò diversi altri), è Carlo Collodi, nome del paese della madre. La Storia di un burattino nasce a puntate fin dal primo numero del Giornale per bambini fondato a Roma da Ferdinando Martini, che porta la data del 7 luglio 1881.
L’ultimo appuntamento con il racconto terminava con l’impiccagione di Pinocchio; furono i giovani lettori a protestare per avere un seguito diverso. Così Collodi continuò a scrivere la Storia – andata avanti per circa due anni – e, finita e raccolta in un volume, nel 1883 ebbe il titolo nuovo di Le avventure di Pinocchio. Quasi certamente l’autore non immaginava che la favola avrebbe viaggiato per il mondo con continue ristampe, edizioni e traduzioni in tutte le lingue oltre che con interpretazioni teatrali e cinematografiche. Nonostante alcuni elementi chiave rimangano immutati rispetto alla favola tradizionale, quello del burattino è sicuramente un racconto che spezza con il passato e la tradizione e si proietta nel futuro. Ed è per questo che la letteratura d’avanguardia del secolo trascorso, fatta di sperimentazioni e rotture, ne rimase da subito affascinata e piena di interesse nello studiarlo.

La novità assoluta fu quella di scegliere come protagonista non un re o un ragazzino “per bene”, ma un pezzo di legno. Cambiava tutto, nasceva una favola diversa.
Vivace e ludica, distante dal romanticismo poetico, dal grottesco delle storie del ’600 e dal gotico fatto di torri e castelli magici, la favola descrive una Toscana artigiana, contadina e popolare. Sulla scena del racconto non si incontrano mai orchi, streghe, draghi, i personaggi classici delle novelle e delle favole tradizionali. Si descrive la realtà dell’Italia di fine ’800 pur rimanendo vicini ad immagini di fantasia.
Lo scrittore si distacca dalle regole ed espressioni di un pensiero borghese. La modernità del racconto del Lorenzini, infatti, sta nel sottolineare la realtà di una società repressiva – che ci presenta con satira, attraverso la favola – in cui vige una classe dominante insieme a un processo del lavoro alienante. Si conviene che Pinocchio, oltre che una fiaba per ragazzi, sia in effetti un’allegoria della società moderna. Si può leggere in chiave realistica, come la storia di un ragazzo povero della provincia italiana dell’Ottocento.

Il libro è ambientato non per caso nella Toscana contadina dopo l’Unità d’Italia e testimonia quella opera di sensibilizzazione scolastica a cui Lorenzini partecipò con i suoi stessi lavori promuovendo nuove letture per i più piccoli. I personaggi sono tutti poveri, gente buona, rassegnati alla propria condizione, dai valori semplici della frugalità e dell’onestà, abituati a subire le ingiustizie dei potenti.
Ancora oggi ci si può chiedere quale sia il posto che spetta a Collodi nel complesso itinerario della cultura moderna, e come il romanzo si colloca rispetto alle indagini ottocentesche sull’infanzia e all’elaborazione di teorie pedagogiche avvenuta nel corso del Novecento.

Franco Cambi, professore di pedagogia, studia e spiega come in Collodi vi sia una precisa «immagine dell’infanzia» che si distacca sempre più sensibilmente dalle tematizzazioni ottocentesche per proiettarsi, con sottile preveggenza, verso alcune dimensioni delle teorie legate alle prime fasi della fanciullezza ed elaborate nel Novecento toccando quei temi-base che saranno sviluppati non solo sul testo letterario, ma anche su tesi antropologiche, soprattutto, con una maggiore ricerca, nella seconda metà del secolo scorso.
Questa del burattino è un’opera apparentemente molto semplice, anche se ha vari percorsi interpretativi e piani di lettura. Così come, già dal titolo del critico e letterario e scrittore Giorgio Manganelli ci viene presentato: Pinocchio: un libro parallelo.

Manganelli ci mette davanti a tutte le possibili interpretazioni simboliche e allegoriche della storia del burattino, come fosse una caccia al tesoro, un libro nel libro. Una lettura fatta di sequenze dopo sequenze che, come lui stesso dice, non dovremmo essere frettolosi nel leggere poiché nascondono gesti, silenzi, parole da cui possiamo capire molto altro, oltre alla costruzione della favola.
Collodi, prima di far nascere il suo capolavoro, lavorava da tempo per alcune testate giornalistiche dell’epoca occupandosi di argomenti artistici, teatrali e letterari e anche in chiave umoristica, e come dice il giornalista e critico letterario Renato Bertacchini in molte delle sue ricerche sulla figura di Pinocchio e del suo autore, di Collodi bisogna «aver presente il suo non conformismo scolastico». Lo scrittore venne invitato nel 1875 dall’editore Paggi a tradurre le fiabe francesi più conosciute: il risultato di questo lavoro è la pubblicazione l’anno seguente de I racconti delle fate con le belle illustrazioni di quello che sarà uno degli amici più intimi del Collodi, nonché affezionato collaboratore: Enrico Mazzanti.

Per Collodi, il lavoro che svolse per il giornale di Paggi, su cui firmò diversi articoli, è una ricerca sulla realtà che lo circonda, sulla cultura che attraversa, è una scrittura concreta fatta di visione di immagini; diventa quindi il percorso adatto a capire il metodo e l’interpretazione che fanno nascere tutti i personaggi dei suoi racconti dove, tra teatralità, percorsi geografici e archetipi, farà muovere la più moderna favola d’autore ad oggi scritta.
È molto probabile che Carlo Lorenzini si sia ispirato alle novelle popolari che aveva sentito raccontare fin da bambino. Il pedagogista Luigi Volpicelli ricorda le analogie con le storie raccolte dallo studioso del folklore Gherardo Nerucci, e in particolare con la novella montalese intitolata “Pipetta bugiardo”, «il cui protagonista ha tante somiglianze morali con Pinocchio. Come lui bugiardo, scapestrato, ghiottone e tuttavia, ancora come lui, di buona pasta umana e di buon cuore». E anche considerando le Novelle popolari toscane del Pitré le somiglianze sembrano tantissime.

L’autore fa una dedica alla Commedia moderna, alla Commedia dell’arte. Pinocchio è un burattino, così come sono burattini i protagonisti del teatro, ed il teatro dei burattini è un luogo frequentato dallo scrittore, ma il teatro, anzi, «il Gran teatro» è anche il luogo importante dove Pinocchio scopre il suo coraggio e la sua sensibilità, che lo stesso Mangiafoco gli riconosce.
Volpicelli dice: «Ne è venuta fuori, così, una creatura proverbiale e fiabesca, eppure realissima, un nuovo personaggio della commedia dell’arte, nelle cui maschere il nostro Paese espresse e raddensò la sua saggezza e la sua filosofia della vita». Prima di chiamarsi Pinocchio, e divertire i monelli di tutto il mondo, ha scritto una volta per tutte Paul Hazard – primo iniziatore della critica su Pinocchio – il nome del nostro burattino fu Arlecchino, Pulcinella, Stenterello.

Sono infatti gli stessi burattini, durante la rappresentazione in teatro a riconoscere Pinocchio, chiamandolo addirittura per nome. Anche lui, come loro, è personaggio popolare: «Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò una mezza rivoluzione».
Uno di noi, «un nostro fratello», urlò Arlecchino che all’improvviso smise di recitare richiamando l’attenzione dell’intera sala. Come se a Pinocchio, oltre a riconoscergli le fattezze, gli si chieda con entusiasmo una complicità, una salvezza, «Pinocchio tu che sei uguale a noi ma diverso».
«Pinocchio vieni quassù da me! – grida Arlecchino – Vieni a gettarti tra le braccia dei tuoi fratelli di legno!».
E Pinocchio accetta subito l’invito, «spicca un salto» e dalla platea arriva fino ai posti distinti, saltando ancora «monta sulla testa del direttore di orchestra» e poi «schizza sul palcoscenico», poiché Pinocchio, come l’autore e il lettore, è attore e spettatore di questa storia.

Il protagonista rappresenta quello che può essere interpretato anche come un cambiamento culturale: si può decidere di non essere più marionette o burattini ed avere un proprio pensiero. Ed è l’immagine femminile, rappresentata della fata, ad aiutarlo a prendere coraggio. Rappresentato come marionetta di legno, soggiace alle leggi della natura, difatti si brucia i piedi, eppure pensa e agisce come un ragazzo, non legnosamente da burattino, si rende ben conto di ciò che è accaduto ed è lì che Geppetto – poiché Pinocchio nasce “orfano”, per quella magia che è la vita stessa – ha la possibilità di diventargli padre, facendogli nuovamente due gambe. Il falegname si commuove nel vedere il suo Pinocchio in quello stato, incapace di alzarsi e camminare, prende dunque gli arnesi del lavoro… E Geppetto gli rifà due piedi con due pezzetti di legno stagionato e glieli fa da «artista di genio».

Qui c’è qualcosa di strano – coglie Manganelli nel suo libro – ma che forse deve restare tale. Da questo momento Pinocchio è discontinuo a se stesso. Non è più tutto e solamente quel «pezzo di legno da catasta». Ha perso i piedi, protagonisti del suo primo espediente di fuga, i suoi piedi «materni»; ora dal padre ha in dono dei piedi, come che siano diversi. E, si precisa, «svelti, asciutti e nervosi» e infatti da artista. I nuovi piedi, una sorta di innesto, sembra abbiano qualcosa di singolare; e che il «genio» di Geppetto si provi in cosa tanto umile, vuol forse dire che quei piedi sono un capolavoro allusivo, un dono «d’autore». Si allude quindi che, «d’autore» sia l’intera storia, e Collodi, come mastro Geppetto, diventa padre di un libro che fa crescere generazioni intere. Le gambe rappresentano appunto il cammino, il viaggio; la possibilità di andare verso delle novità, ed infatti Lorenzini si incammina lui stesso, in veste sia di padre che di figlio, a scardinar una letteratura per ragazzi fatta fino a quel momento per dare consigli e velati rimproveri. Pinocchio supera le prove come un eroe, diventa umano, ora può veramente camminare per quella «fuga» che è la storia stessa del protagonista. Qui, con Pinocchio, si corre con nuove gambe. Tra paure e gioie, verso un’avventura fantastica!

L’articolo di Ilaria Capanna è stato pubblicato su Left
del 20 marzo 2020

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Buon anno buono

Forse abbiamo imparato che quello che accade agli altri conta anche per noi. E forse abbiamo imparato che le nostre azioni e i nostri comportamenti a volte infliggono. L’abbiamo imparato con il virus ma vale per tutto, per le cose buone e per le cose cattive, vale per i nostri gesti, per i nostri comportamenti. Spostandosi, lavorando insieme, incrociandoci ci passiamo aliti che potrebbero anche non portare virus ma che potrebbero costruire relazione, lasciare afflati positivi, cambiare le prospettive se diventano virali. Chissà se il 2021 non sia l’anno in cui ci si scambia germi buoni, si smette di strofinarsi addosso come isole. Nessun uomo è un’isola, ci ha detto il 2020.

Forse abbiamo imparato che le cose semplici non sono banali. Forse abbiamo imparato che ci capita, eccome se ci capita, di intendere come acquisiti i benefici di una compagnia, di un vezzo che ci concediamo, di un diritto a cui non facciamo caso, di un’abitudine o di un’azione. Chissà se il 2021 non sia l’anno in cui affiliamo il gusto di sentire tutto quello che ci passa con i pori tutti aperti, di dare valore al nostro tempo e al nostro spazio. E chissà che non si pretenda che ne abbiamo cura del nostro tempo e del nostro spazio.

Forse abbiamo imparato che il futuro non firma contratti, che tutto è molto caduco e che il diritto di attraversare le intemperie è qualcosa che interessa anche a persone che non pensavano di averne mai bisogno. Essere garantiti non significa essere dei privilegiati ma significa avere uno scafo abbastanza sicuro per superare anche le onde più alte e impreviste. Chissà che il 2021 non sia l’anno in cui finalmente si decida di fissare degli standard minimi, come dicono i dirigenti, quelli che in italiano si chiamano dignità, che è una parola faticosa ma liberatoria, la dignità.

Ci auguro un anno in cui si rimettano in moto quegli ingranaggi azzurri della speranza, quella voglia di attraversare i giorni per lasciare impronte dappertutto, in cui si assapora il gusto di essere comunità, una comunità larghissima, con la voglia di essere una comunità onnicomprensiva. Noi qui a Left abbiamo provato a fare seriamente la nostra parte, abbiamo tornito le parole proprio in quest’anno in cui le parole sono diventate pesantissime perché ci è mancato molto del resto. E nel nostro piccolo ci siamo fatti comunità.

Buon 2021, che sia un anno buono.


L’illustrazione in alto di Fabio Magnasciutti è una delle opere che compongono il calendario 2021 di Left. Lo trovate in edicola fino al 7 gennaio in allegato al numero 52

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Lettera aperta ai “grandi” del pianeta

02 December 2020, Brandenburg, J'nschwalde: Behind a lake, steam rises from the cooling towers of the J'nschwalde lignite-fired power plant of Lausitz Energie Bergbau AG (LEAG). The lignite is mined in the nearby J'nschwalde opencast mine. The lignite-fired power plant is scheduled to go off the grid by the end of 2028. Block A is to be shut down as early as 2025. Photo by: Patrick Pleul/picture-alliance/dpa/AP Images

Un titolo altisonante, People, prosperity, planet, è stato dato al G20 che si svolgerà questo 2021 e di cui l’Italia ha la presidenza, assunta già dal primo dicembre scorso. Molto enfatici gli obiettivi: incentrare le azioni politiche sulle persone; fornire risposte su questioni chiave come il cambiamento climatico, il degrado del suolo, la perdita di biodiversità; sfruttare tutto il potenziale della rivoluzione tecnologica per migliorare concretamente le condizioni di vita dei cittadini di tutto il mondo, in ogni aspetto della loro vita. A suggello il logo scelto richiama l’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci.

Intorno al vertice dei leader dei Paesi più industrializzati che si svolgerà il 30-31 ottobre 2021 è previsto un nutrito calendario di appuntamenti, di meeting e di eventi speciali. Spicca tra questi ultimi il Globalhealth summit, tra i ministri della Sanità, che si terrà il 21 maggio sempre a Roma con la collaborazione della Commissione europea. Si partirà il 3-4 maggio a Roma, quando si affronteranno Cultura e turismo, e poi si girerà tra varie città italiane per parlare dei molti temi: Lavoro e istruzione (Catania, 22-23 giugno); Esteri e sviluppo più sessione su cooperazione (Matera e Brindisi, 28-30 giugno); Economia e finanze (Venezia, 9-10 luglio); Ambiente, clima e energia (Napoli, 22-23 luglio); Innovazione e ricerca (Trieste, 5-6 agosto); Salute (Roma, 5-6 settembre); Agricoltura (Firenze, 19-20 settembre); Commercio internazionale (Sorrento, 5 ottobre). Il 26 agosto ci sarà una conferenza ministeriale internazionale sul Women’s empowerment. In occasione del vertice finale ci sarà un incontro tra i ministri di Economia-finanze e quelli della Salute. Altri eventi speciali sono in definizione, ma certamente il cuore sarà l’evento sulla salute visto che, per riprendere il titolo del G20, la prosperity delle people del planet è messa duramente alla prova dalla pandemia.

Il G20 è uno di quei luoghi “informali” che hanno caratterizzato l’epoca della globalizzazione liberista. Ne fanno parte i 19 Paesi più industrializzati più l’Unione Europea. Pesa i due terzi del commercio e della popolazione mondiale e oltre l’80% del Pil. L’esordio fu a Berlino nel 1999. Inizialmente partecipavano ministri delle Finanze e banchieri centrali. Dal 2008, in concomitanza con la prima grande crisi, a Washington si ha il primo vertice con i capi di Stato. A che punto saremo a maggio con la pandemia non lo possiamo sapere. Certo è che…


L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Leghismo in briciole, a Lodi

Foto Piero Cruciatti / LaPresse 16/10/2018 - Lodi, Italia News Presidio per i bambini stranieri esclusi dalla mensa a Lodi Nella foto: uscita dei bambini dalla scuola elementare Cabrini di Lodi Foto Piero Cruciatti / LaPresse 16/10/2018 - Lodi, Italia News Demo against the denial of school meals to migrant children in Lodi In the photo: pupils leaving Cabrini school in Lodi

Il Canto di Natale quest’anno è stato scritto a Lodi, città incastrata nelle campagne lombarde e che ci porta un dono di fine anno significativo perché rimette i sensi a posto, restituisce alle parole il suo significato e perché racconta una vicenda che è un vocabolario politico per comprendere come il leghismo ma più in generale il cattivismo, la voglia di disgregazione e l’arroccamento ignorante franino di fronte alla realtà degli eventi e delle leggi.

Qui a Lodi nel 2017 la sindaca Sara Casanova aveva pensato di ritagliarsi un po’ di notorietà con un nuovo regolamento comunale che discriminava l’accesso dei bambini stranieri ad alcuni servizi essenziali come la mensa scolastica e lo scuolabus. Aveva pensato, quel gran geniaccio di sindaca, di imporre delle regole apposite per i genitori degli alunni stranieri prevedendo l’accesso alle tariffe agevolate (che in Italia vengono stabilite in base al reddito) richiedendo dei documenti aggiuntivi che certificassero chissà quali ricchezze nascoste nei loro Paesi di origine. Del resto era un ottimo modo per inoculare il dubbio che gli stranieri scappino dalla guerra lasciando enormi ricchezze. Una persona normale ci riderebbe su, i sovranisti invece, poverini, ci scrivono golosi teoremi e profondi editoriali.

La vicenda era odiosa perché metteva di mezzo gli stranieri ma soprattutto perché se la prendeva con i bambini. Del resto è tipico dei leghisti fare i forti con i deboli, loro ci riescono solo così. E si sentono perfino dei condottieri, poveretti, quando sono solo gli scherani di una poraccitudine che affila i denti sulle prede indifese. Era andata a finire che molti genitori avevano chiesto di condividere i pasti dei propri figli con i bambini stranieri. Del resto dividersi il pane dovrebbe essere l’atto politico più alto e nobile. Dovrebbe.

Nel 2018 l’Asgi, associazione degli studi giuridici sull’Immigrazione, e il Naga, associazione volontaria di assistenza sociosanitaria e per i diritti di cittadini stranieri, rom e sinti, presentò un ricorso contro il regolamento del Comune di Lodi. Il 13 dicembre 2018, un’ordinanza del tribunale di Milano stabilì che il regolamento era discriminatorio e chiese il ripristino dei precedenti criteri di accesso alle agevolazioni per le mense e il trasporto scolastico.

La sindaca Casanova insiste, presenta ricorso. Ora la Corte d’appello di Milano ha respinto il ricorso. Nella sentenza si legge: “La differenziazione introdotta dal regolamento del Comune di Lodi introdotto con Dgc 28/2017 in punto di documentazione su redditi/beni posseduti (o non posseduti ) all’estero costituisce una discriminazione diretta nei confronti dei cittadini di Stati extra Ue per ragioni di nazionalità perché di fatto, attraverso i gravosi oneri documentali aggiuntivi richiesti, rende loro difficoltoso concorrere all’accesso alle prestazioni sociali agevolate, così precludendo ai predetti il pieno sviluppo della loro persona e l’integrazione nella comunità di accoglienza; ne consegue il respingimento dell’appello presentato dallo stesso Comune”. Il Comune di Lodi è stato anche condannato a pagare le spese legali sostenute dal Comitato Uguali Doveri, una rete di cittadini che in quei giorni si è costituita per difendere il diritto di essere uguali.

Sconfitti e costosi: eccoli i sindaci leghisti. E quei giorni orrendi sono diventati un manifesto d’umanità.

Buon giovedì.

 

Simon Njami: La decolonizzazione culturale dell’Africa è incompiuta

NEW YORK, NEW YORK - MAY 30: Simon Njami speaks during the Moleskine Foundation "I had a dream" Exhibition Opening at The Africa Center on May 30, 2019 in New York City. (Photo by Jemal Countess/Getty Images for The Moleskine Foundation)

«Restituzioni temporanee o definitive del patrimonio africano in Africa». Di questo parlò Emmanuel Macron il 28 novembre 2017 a Ouagadougou, in un discorso che fece grande scalpore tra i Paesi europei colonizzatori e aprì il dibattito sulle restituzione delle opere artistiche e dei manufatti depredati al continente africano. In Belgio, in Germania, nei Paesi Bassi sono fiorite le riflessioni su come realizzare il ritorno del patrimonio in Africa. Dopo l’annuncio, nel 2018 la filosofa Bénédicte Savoy e l’economista Felwine Sarr hanno redatto un rapporto sulle possibili modalità di resa delle opere africane, su richiesta del governo.

Dopo la convocazione di una Commissione mista paritetica che ha recepito le richieste dei due rami del Parlamento, il disegno di legge per la restituzione di una sciabola al Senegal – attribuita a El Hadji Omar Tall, condottiero e religioso dell’Africa occidentale del XIX secolo – e di 26 manufatti al Benin è stato approvato definitivamente dall’Assemblea nazionale (la Camera bassa) il 17 dicembre. Ma quasi nulla di concreto è stato ancora fatto in termini di restituzione. Inoltre, i Paesi africani sembrano svolgere un ruolo minore in tutta questa vicenda, nella quale dovrebbero essere invece i protagonisti. Ne parliamo con Simon Njami, scrittore, curatore e critico d’arte camerunese, co-fondatore della rivista di arte contemporanea africana Revue Noire e direttore artistico per molti anni della biennale di fotografia di Bamako.

La restituzione del patrimonio artistico-culturale africano si basa su una reale volontà di giustizia o segue solo interessi diplomatici?
È una forma di auto-promozione, per mostrare un’apertura mentale. In realtà, nei depositi dei musei francesi ci sono migliaia di manufatti sottratti in Africa. La Francia ne può rendere una parte e dire di aver compiuto un gesto fantastico, ma non sappiamo in realtà quanto si continua a tenere. L’operazione che compie il governo francese serve per dare l’apparenza di aver rotto col proprio passato coloniale.

Il possesso di opere africane da parte dei Paesi europei è il riflesso di un processo di decolonizzazione incompiuto?
No, non penso che rappresenti il prosieguo in altre forme della dominazione coloniale. Il possesso di questo patrimonio riflette la colonizzazione passata. Inoltre, al Louvre ad esempio ci sono anche opere d’arte italiane: c’è un sistema di dominazione più generale in questo ambito. Bisogna poi dire che…


L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Il prezzo dell’indipendenza

Sessanta anni fa il mondo scoprì che l’Africa non era una entità indistinta ma un complesso mosaico politico, culturale, economico. Nel 1960 diciassette Paesi acquisirono l’indipendenza e iniziarono travagliati percorsi. Cambiarono le carte geografiche di un continente e per un breve lasso di tempo si pensò che da quegli Stati, i cui confini erano stati tracciati dalle potenze coloniali, potesse nascere un mondo nuovo. Ancora oggi, nell’immaginario eurocentrico, si confondono popoli e Paesi in un unico oscuro calderone.

Proprio l’1 gennaio di quell’anno fatidico si rese indipendente il Camerun, con il presidente Ahmadou Ahidjo che provò a ricomporre il Paese. Con le dominazioni passate, si era creata una maggioranza francofona e una minoranza anglofona, permanendo poi ulteriori divisioni interne. Non riuscì nel compito, dovendo affrontare anche una guerra civile, ma il Camerun conobbe un periodo di relativa prosperità. Si dimise nel 1982 per lasciare posto a Paul Biya ancora oggi al potere con un regime autoritario.

Il 27 aprile nacque il Togo di cui…


L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO