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“Storici” a 14 anni, piccoli antifascisti crescono

Cos’è l’antifascismo per un quattordicenne? Come spiegargli il suo significato profondo? E come insegnare ai ragazzi la memoria, storica e civile, degli avvenimenti fondanti la nostra democrazia?
Se Piero Calamandrei invitava ad andare in pellegrinaggio nei luoghi dove è nata la Costituzione, recandosi nelle montagne dove caddero i partigiani, o nelle carceri dove furono imprigionati, in una scuola media inferiore di Pistoia, vicino ad alcune di quelle montagne partigiane, è stato messo a punto un modo ulteriore per far conoscere gli eventi di quel periodo così importante.

«Il metodo, semplice ma efficace, consiste nell’utilizzo delle piccole storie locali, quelle delle persone considerate comuni, per insegnare la Storia con la esse maiuscola. Alcuni anni fa, la mamma di un nostro alunno ci ha consegnato un piccolo diario dalla copertina nera dove erano appuntati i pensieri e le fatiche estenuanti di un soldato pistoiese, Giuseppe Ferri, durante la campagna di Russia».

Giulia Barontini è una delle tre insegnanti della scuola Martin Luther King di Bottegone (Pistoia) ad aver ricevuto in dono il diario, e insieme alle colleghe Silvia Mannelli e Francesca Banchini, ha intuito che quella breve autobiografia, dalla scrittura incerta a matita, poteva rappresentare uno strumento prezioso di lavoro e di conoscenza per i suoi ragazzi.
«Giuseppe ha partecipato alla campagna di Russia dall’aprile al dicembre del 1942, portando con sé una piccola agenda di pelle in cui ha annotato le sue esperienze, in maniera scarna e non senza errori, fino al congedo e al ritorno in Italia» precisa l’insegnante.

«Innanzitutto è stata necessaria la completa trascrizione del testo, non sempre facile, vista la difficoltà di decifrare alcune parole ormai quasi sbiadite, perché scritte con la matita,- continua Barontini – ma poi ne abbiamo capito il motivo. Semplicemente perché l’inchiostro, nel freddo della Russia, si sarebbe al contrario congelato».
Ma le difficoltà maggiori sono state altre: «L’aspetto più complicato ha riguardato i nomi delle località in quanto erano state riportate in base alla pronuncia italiana, mentre altre ancora, dopo la caduta dell’Urss, hanno cambiato nome e non riuscivamo a individuarle nelle carte geografiche», aggiunge.

Il piccolo diario però conteneva anche altri misteri: chi era il “tenente Arcadipane” menzionato dall’autore? Chi era il commilitone con il quale era riuscito a cucinarsi persino una frittata? Si erano salvati come Giuseppe o erano deceduti nella disfatta?
«Quel libriccino è diventato un vero e proprio rompicapo storico per tutti noi, e i ragazzi si sono enormemente appassionati alla vicenda. Ma per rispondere alle loro domande non erano più sufficienti gli strumenti di ricerca classici di una scuola – prosegue Barontini – e così è stato necessario rivolgerci al ministero della Difesa che ci ha indirizzato alla Banca dati dei caduti e dei dispersi delle due guerre mondiali, scoprendo ad esempio che tutti i compagni di Giuseppe, tranne pochissime eccezioni, erano purtroppo morti nella tremenda ritirata della campagna di Russia».

«L’altro enigma da risolvere – continua la docente – riguardava appunto i nomi delle località. In questo caso abbiamo scoperto, con l’aiuto dell’Archivio storico dell’Esercito, che molte denominazioni di luoghi erano state cambiate nel corso del tempo, mentre altri, come ad esempio il ponte “Sciangai”, erano nomi in codice dati dall’esercito stesso durante la guerra».
Da questa lunga ricerca, durata un intero anno scolastico, è nato il libro Il cuore batte nel pensiero edito nel 2018 da Sarnus.

«La pubblicazione del libro è stata sicuramente un’immensa soddisfazione, – conclude Barontini – ma l’aspetto più rilevante e gratificante, come docenti ed educatrici, è stato essere riuscite a coinvolgere i ragazzi appassionandoli alla grande storia attraverso la storia delle persone “comuni”. Leggere in prima persona delle emozioni di Giuseppe, dalla paura alla nostalgia per i familiari, dallo sconcerto per le interminabile marce nel gelo e per le azioni militari fino alla felicità per il congedo, è un modo quanto mai efficace per insegnare la materia. L’abbiamo umanizzata e resa così realmente accessibile a dei giovanissimi alunni delle scuole medie».

Nel 2019 è stato pubblicato un secondo volume, Una piccola storia. Storia di un italiano qualunque (Alvivo Edizioni), anch’esso nato dall’indagine e dalla ricerca dei piccoli “cacciatori di memoria”, come si sono autodefiniti gli alunni nel blog della scuola, incentrato sulla ricostruzione della vicenda del maestro elementare Filippo Benizzi sulla base del carteggio con la moglie. Oltre 140 lettere conservate in una cartella di legno, quella che lo stesso autore utilizzava da bambino per andare a scuola, sono state trascritte dai ragazzi e le cui informazioni sono state verificate ancora una volta all’Archivio storico dell’Esercito di Roma. La ricerca ha riportato alla luce una storia sconosciuta persino agli stessi familiari: la vicenda di un uomo che dopo l’8 settembre 1943 viene richiamato per essere arruolato come ufficiale con la Repubblica di Salò, tra tanti tormenti fisici e morali.

«Quella della scuola di Pistoia è un’ottima espressione della cosiddetta “buona memoria”, intesa come l’insegnamento della storia che ne permetta di cogliere il senso e il significato profondo da parte dei ragazzi, così che parole come antifascismo o Liberazione non siano solo ideali astratti ma compresi e sentiti interiormente» precisa Francesca Di Marco dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, che promuove e diffonde le “buone pratiche” per lo studio della storia, e che ha da poco organizzato un incontro sul rapporto tra memoria e territorio.

Ma in un momento di revisionismo storico come il nostro, la memoria è ancora uno strumento efficace? «È una questione che prevede una risposta complessa, ed azioni altrettanto complesse e molteplici, con un investimento pubblico costante che purtroppo è ad oggi carente. In relazione all’insegnamento, – conclude Di Marco – e di come pensiamo di formare futuri cittadini consapevoli, la risposta è appunto la “buona memoria”. Per smontare le narrazioni tossiche dei nostri tempi, è necessario il coinvolgimento in prima persona dei ragazzi. La retorica con loro non funziona, tanto meno una didattica meramente cronologica. La memoria è un esercizio continuo che li deve riguardare direttamente, solo così potranno possedere le coordinate per leggere il presente. Solo una società che ha memoria è una società sana, e il più possibile immune da falsi revisionismi».

Uno vale uno ma congresso lo stesso

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 23-06-2019 Roma Politica Alessandro Di Battista ospite di "In Mezz'ora in più" Nella foto Alessandro Di Battista Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 23-06-2019 Roma (Italy) Politic Alessandro Di Battista guest for "In Mezz'ora in più" In the pic Alessandro Di Battista

Ma chi dovrebbe volere un congresso, la scelta di un capo in un partito in cui gli unici capi avrebbero dovuto essere gli elettori e in cui semplicemente serviva un garante per il rispetto del regolamento interno? A proposito di regolamento interno: perché Di Maio avrebbe dato il via libera all’abolizione della regola dei 2 mandati (in particolare alle sindache Virginia Raggi e Chiara Appendino), in quale veste. E poi: chi c’è dietro l’estromissione di Casaleggio dagli ultimi movimenti interni al Movimento 5 Stelle? Oltre al non invito agli stati generali dell’economia a Casaleggio ormai ben pochi parlamentari versano i 300 euro mensili per l’Associazione Rousseau. A proposito di soldi: che fine hanno fatto i tagli agli stipendi degli eletti (fatevi un giro sul sito tirendiconto.it per verificare con i vostri occhi) e i famosi mega assegni che Beppe Grillo mostrava (giustamente) soddisfatto con tutte le restituzioni?

E poi: Beppe Grillo? Del Movimento 5 Stelle (a parte quelli comodamente seduti al governo) si sente solo la voce di ritorno di Alessandro Di Battista che ora torna alla carica per riprendersi in mano il Movimento (con posizioni completamente opposte ai suoi compagni di partito sul Mes che “non rispetterebbe gli interessi nazionali”, detto come un Salvini qualunque, e contro Conte che se vuole fare il leader “deve iscriversi al M5S”, come se non sapesse che il progetto di Conte è tutt’altro). Quelli che “uno vale uno” ora vogliono fare un congresso perché uno valga più degli altri, un altro dopo Grillo, dopo Casaleggio e dopo tutti quelli che in realtà valevano di più ma non avevano il fegato di ammetterlo.

Allora facciamo una cosa, cari amici del Movimento 5 Stelle: riconoscete che la maturazione di un movimento in forma-partito è la naturale sequenza delle cose in politica, riconoscete che molta dell’innovazione che avete sventolato è stata perlomeno annacquata (per usare un eufemismo) e mettetevi a fare politica con gli organi democratici che la Costituzione prevede. Semplicemente. Avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e ora sono i tonni pronti a farsi pescare dal nuovo leader all’orizzonte. È normale, accade sempre così. E chissà se qualcuno nel Partito Democratico comincia a capire che questa alleanza (e questo governo) poggia su un Movimento che non è mai stato in movimento com’è adesso.

Buon lunedì.

In America. Libri da un mondo in rivolta

Demonstrators kneel in a moment of silence outside the Long Beach Police Department on Sunday, May 31, 2020, in Long Beach during a protest over the death of George Floyd. Protests were held in U.S. cities over the death of Floyd, a black man who died after being restrained by Minneapolis police officers on May 25. (AP Photo/Ashley Landis)

L’assassinio di George Floyd è tutt’altro che un caso isolato, purtroppo. Dopo la sua morte è emersa la vicenda di un altro afroamericano, Maurice Gordon, ucciso dalla polizia nel New Jersey. E ancora: Il 23 febbraio a Brunswick, in Georgia, il venticinquenne Ahmaud Arbery è uscito per fare jogging; vederlo correre ha fatto scattare il grilletto a un poliziotto, bianco, in pensione che l’ha ucciso con la complicità del proprio figlio. La violenza della polizia e la discriminazione della minoranza afroamericana sono un fatto drammaticamente endemico negli Usa. «Sarebbe un errore pensare che accada solo sotto la presidenza Trump», avverte lo scrittore, editor e traduttore Luca Briasco, autore di Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea (Minimum Fax), di cui uscirà una nuova edizione, ampliata, a luglio. «Non ci dobbiamo dimenticare che casi del genere sono accaduti anche all’epoca della presidenza Obama. Specialmente durante il suo secondo mandato… una quantità inquietante».

Ma cosa ha fatto scattare solo ora una reazione così forte nelle piazze americane e non solo? «È stata la presa di posizione del presidente Usa. Trump è divisivo e indirettamente è riuscito a compattare l’opposizione. È razzista, è figlio di un razzista, un palazzinaro che non affittava ai neri, quel Mr Trump cantato da Woody Guthrie in “Mr Trump”», risponde Briasco e aggiunge: «Imbracciando la Bibbia, ha detto faccio intervenire l’esercito. Così ha innescato una escalation, ha acceso la reazione di insofferenza contro i metodi della polizia, acuita dalla crescita delle disparità sociali. Perché il fenomeno che abbiamo sotto gli occhi è di discriminazione sociale e razziale ad un tempo». Lo racconta bene il libro inchiesta di Gary Younge Un altro giorno di morte in America (Add editore) in cui il giornalista inglese sceglie un giorno a caso ricostruendo le storie delle persone uccise in quelle 24 ore con un colpo di arma da fuoco. Ogni giorno negli Usa muoiono in questo modo in media sette ragazzini, perlopiù neri, dei quartieri più svantaggiati. Spesso ad ucciderli sono le forze dell’ordine. Non è facile comprendere per chi non l’abbia vissuto sulla propria pelle cosa significhi sperimentare tutti i giorni questo rischio e senso di pericolo. «Il razzismo non è un fenomeno solo americano, ovviamente. Ma per quanto possano accadere anche qui casi simili, da noi non è problema strutturale come negli Usa», approfondisce Briasco. «Il razzismo è il “peccato originale” degli Stati Uniti che nascono su quel retaggio e che poi…

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Breve storia di una nazione fondata sull’odio razziale

The civil rights leader Martin Luther King (C) waves to supporters 28 August 1963 on the Mall in Washington DC (Washington Monument in background) during the "March on Washington". - King said the march was "the greatest demonstration of freedom in the history of the United States." Martin Luther King was assassinated on 04 April 1968 in Memphis, Tennessee. James Earl Ray confessed to shooting King and was sentenced to 99 years in prison. King's killing sent shock waves through American society at the time, and is still regarded as a landmark event in recent US history. AFP PHOTO (Photo by - / AFP) (Photo by -/AFP via Getty Images)

Eredi della colonizzazione inglese nel controllo e nell’utilizzazione del territorio nordamericano, gli Stati Uniti si svilupparono grazie alla sottrazione delle terre dei nativi americani e allo sfruttamento del lavoro degli schiavi africani. Per operare nella maniera più efficace, questo meccanismo di duplice appropriazione di regioni geografiche e manodopera necessitò di una forte coesione della popolazione di ascendenza europea. La compattezza dei bianchi fu conseguita stimolando il senso di superiorità, il disprezzo, la paura e l’odio nei confronti di chi era diverso per il colore della pelle. Nel Sud quest’ultimo sentimento servì anche a inibire la possibile empatia con gli schiavi da parte dei bianchi che non ne possedevano, impedendo alleanze trasversali che minacciassero il potere dei grandi piantatori.

L’odio definì in genere l’atteggiamento dei bianchi verso i neri dove la schiavitù era legale. Determinò non solo la brutalità e le vessazioni sugli schiavi, ma anche la sproporzione delle punizioni. Nel South Carolina, ad esempio, gli schiavi fuggiaschi, se catturati, venivano evirati; alle schiave, invece, erano amputate le orecchie. Nat Turner, leader di una rivolta di schiavi in Virginia nel 1831, non fu semplicemente giustiziato: venne impiccato, decapitato, sventrato e squartato. La repressione si abbatté pure su donne e bambini afroamericani estranei alla sommossa, provocando circa 200 vittime. Nel corso della guerra civile, le truppe confederate di norma non prendevano prigionieri tra i soldati neri nordisti. Nel caso più efferato, il 12 aprile 1864, l’intera guarnigione afroamericana di Fort Pillow fu massacrata dopo essersi arresa.

Tali episodi attestano anche che a suscitare l’odio dei bianchi furono specialmente i neri che non accettavano di farsi opprimere e si ribellavano alla condizione in cui erano relegati. Pertanto, dopo l’abolizione della schiavitù nel 1865, l’ostilità verso gli afroamericani non diminuì, ma si accrebbe, indirizzandosi in particolare contro coloro che rivendicavano la pienezza dei diritti di persone libere e non volevano…

Stefano Luconi è professore associato di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova. Per Le Monnier Università è autore del saggio La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020)

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La lezione della Regina viarum

Famous Villa dei Quintili, archaeological site of Rome. Roman villa of the first half of the 2nd century.

Venti anni fa, l’estate del 2000 ha segnato l’inizio di una nuova vita per l’Appia, con le aperture del complesso del Mausoleo di Cecilia Metella e il medievale Palazzo Caetani, la Villa dei Quintili, i restauri della strada e di alcuni monumenti funerari che la fiancheggiano, la ricucitura della via Appia, grazie all’interramento delle corsie del Grande raccordo anulare. Questi interventi sono stati realizzati con i finanziamenti straordinari per il Grande Giubileo 2000, come risorsa aggiuntiva anche per il patrimonio storico artistico diffuso della città. Nei tempi brevi imposti dall’evento, con un team di professionisti della Soprintendenza ed esterni, si sono portati a compimento progetti a carattere stabile, per una effettiva fruizione pubblica. In molte situazioni Stato e Comune hanno lavorato in collaborazione: nell’area archeologica centrale e sull’Appia, come dichiarato da Francesco Rutelli, allora sindaco e Commissario straordinario per il Grande Giubileo: «…Veniva avviata la fase cruciale dei nuovi scavi ai Fori Imperiali, premessa indispensabile per la realizzazione dell’idea di Antonio Cederna: il grande parco archeologico romano lungo l’asse Campidoglio-Fori-passeggiata archeologica-Terme di Caracalla fino all’Appia antica». Nonostante questo progetto, di primaria importanza per l’intera città, sia ancora in attesa di una definizione, all’epoca, il Comune completava gli interventi di restauro ambientale e dei monumenti nella valle della Caffarella e la Soprintendenza archeologica di Roma realizzava scavi, restauri e adeguamenti per la via Appia e i complessi monumentali, operazioni necessarie all’attuazione del grande piano Fori-Appia, ma rimaste isolate.

La tutela infinita
La tutela ha comportato un impegno enorme nel tentativo di contenere il fenomeno dell’abusivismo e vigilare sui tanti monumenti in proprietà privata. L’interrogativo assillante era: come mai l’ambito dell’Appia, quel cuneo verde ben evidenziato nel Piano regolatore del 1965 come parco pubblico, inedificabile, tutelato dai vincoli archeologici e paesaggistici, aveva lasciato crescere forme di illegalità così sfacciate, era attraversato da un traffico intenso, senza regole anche sulla stessa regina viarum, e il “Parco” corrispondeva a un ente regionale, di carattere naturalistico? Tra estenuanti procedure per fare fronte a condoni e ricorsi amministrativi, troppo spesso favorevoli agli interessi privati, l’unico incitamento arrivava da Antonio Cederna. «La via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto… perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte, intoccabile come l’Acropoli di Atene…». Così scriveva Cederna, ne “I gangster dell’Appia”, articolo pubblicato su Il Mondo, l’8 settembre 1953.
L’impegno per la tutela dell’Appia non è terminato, ma da quell’estate del 2000, la forza dell’affermazione della storia ha ripreso il sopravvento e ha fatto crescere una consapevolezza, soprattutto presso la collettività, il cui ruolo è di primaria importanza e richiamato l’attenzione dei media, anche a livello internazionale.
Dalla fine del 1998 alcune criticità nell’esercizio della tutela sono state in parte superate con il vincolo paesaggistico per le zone di interesse archeologico, a salvaguardia del comprensorio dell’Appia nella sua integrità, inclusa la Tenuta di Tor Marancia, destinata a lottizzazione, con il fine di preservare la situazione storico-topografica come bene culturale d’insieme. Dal 2010 è vigente il Piano territoriale paesistico specifico, Valle della Caffarella, Appia Antica e Acquedotti, redatto dalla Regione Lazio, di concerto con il ministero e le altre amministrazioni che spalanca una visione adeguata a questo ambito, basata sull’importanza che l’Appia ha assunto nella cultura europea, testimoniata dalla mole di documenti scritti e iconografici, fornendo indicazioni per la tutela e la pianificazione.

La strada
Se il progetto per un grande Parco dal Campidoglio ai Castelli Romani, avviato nel 1887, è fallito tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, poi col programma del regime fascista, trasformando l’area archeologica centrale in grandi viali, con i monumenti rimasti isolati, in precedenza, tra gli anni 1850 e 1853 l’architetto Luigi Canina, Commissario alle Antichità di Roma del governo pontificio, aveva realizzato una grandiosa opera per il recupero della via Appia e dei monumenti fino all’antica Boville (Marino), acquisendo alla proprietà pubblica anche le fasce laterali. Si crea un grande “museo all’aperto” per la salvaguardia e la fruizione della Via Appia, divenuta un luogo di attrazione, ben mantenuto che richiamava migliaia di visitatori, anche stranieri. Già alla fine del secolo, purtroppo, l’integrità della via Appia, passata allo Stato italiano, in consegna al ministero e alle soprintendenze, subisce i primi guasti e nella prima metà del Novecento, incredibilmente, si rilasciano licenze per la costruzione di ville progettate secondo uno stile Appia. Lo Stato distratto, dimenticando l’essenza di monumento della via Appia, consente che ne vengano demoliti tratti per gli accessi alle nuove costruzioni, riducendola al rango di una qualsiasi strada che manteneva un proprio fascino, ma non nell’interesse pubblico.
Sono gli anni in cui Antonio Cederna, dal 1953, inizia a denunciare con la serie di articoli “I gangster dell’Appia”, sulla rivista Il Mondo, gli scempi e il prevalere di interessi privati nell’indifferenza delle amministrazioni pubbliche per smantellare la regina viarum, recuperata un secolo prima come straordinario museo all’aperto. Per agevolare il traffico automobilistico e i collegamenti con Cinecittà e l’aeroporto di Ciampino, il basolato antico viene coperto da più strati di asfalto e nessuna regola interviene in soccorso della strada-monumento.

Il riscatto
Con i lavori completati venti anni fa e con i successivi costanti interventi di restauro e manutenzione da parte dell’allora Soprintendenza archeologica di Roma, la via Appia ha conquistato una fase di riscatto e i tratti di basolato riscoperti hanno automaticamente contenuto il traffico veicolare, almeno nel tratto monumentale, ribaltando in parte la tendenza dei decenni precedenti. I lavori di interramento delle corsie del Gra hanno consentito di eliminare quella ferita che tagliava la Via Appia, oggi ricucita e dimenticata.
I risultati conseguiti a partire dalle prime aperture del 2000, festeggiate in una indimenticabile serata con l’allora ministro Giovanna Melandri, il soprintendente Adriano La Regina, tanti colleghi e ospiti, possono essere considerati un modello e un metodo: i progetti e le realizzazioni con cui si è iniziato hanno dato vita a ulteriori processi di crescita graduale della conoscenza, della salvaguardia, della valorizzazione, nel senso di valore aggiunto, offrendo anche opportunità di ricerca per università e istituti di ricerca archeologica italiani e stranieri e di eventi culturali, dando vita a un autentico “Laboratorio di mondi possibili”.
Il sapiente restauro di alcuni dei monumenti lungo la via offre l’opportunità imperdibile di conoscere la storia della strada antica e moderna, dal museo all’aperto dell’Ottocento alle circostanze per la salvaguardia di questo monumento unico al mondo, anche con l’ausilio di tecnologie, segnaletica, mostre fotografiche e filmati.
Il complesso del Mausoleo di Cecilia Metella con il Palazzo nel Castrum Caetani, dopo scavi, restauri strutturali impegnativi e nuovi allestimenti della raccolta museale, è stato aperto completamente al pubblico, con servizi e supporti illustrativi. La scoperta inattesa della testata terminale della colata lavica prodotta oltre 260 mila anni fa dal vulcano laziale, ha permesso di completare gli studi geologici e presentarne una sintesi nel livello inferiore scavato, dove si impone il fronte della lava.
Con gli scavi nella Villa dei Quintili, svolti nell’arco dei venti anni dal 1998 al 2018, è stata riscoperta gran parte della lussuosa residenza; contestualmente il sito è stato gradualmente adeguato e attrezzato per la visita del pubblico e aperto come un laboratorio continuo a ricerche da parte di Università, Istituti italiani e stranieri, studiosi, studenti, cantieri scuola, luogo di applicazione di nuove tecnologie per la conservazione delle strutture e dei rivestimenti a mosaico e in marmo, di allestimenti nei percorsi, verso una accessibilità completa. Ricerche sul campo e negli archivi hanno guidato la scelta su dove e quanto scavare, tenendo sempre conto che ci si sarebbe dovuti spingere solo con la certezza di poter mantenere a vista quello che si scopriva e assicurando costantemente la fruizione pubblica del sito. Le scoperte hanno fatto luce su tutti gli aspetti del complesso, i programmi decorativi, il cantiere antico, le trasformazioni continue per adeguamenti e abbellimenti nei passaggi di proprietà dai fratelli Quintili agli imperatori, fino ai periodi più tardi con i fenomeni di riutilizzo e agli usi agricoli dell’epoca moderna. La conoscenza delle collezioni del Museo nazionale romano ha favorito l’arricchimento dell’Antiquarium presso il sito archeologico dove, oltre ai materiali degli scavi recenti, sono stati allestiti quelli di scoperte fortuite dei primi decenni del Novecento, quando l’area era ancora in proprietà privata, confluiti nel museo e non esposti, dei quali si sono trovati ulteriori dati di conoscenza dagli scavi recenti. Il museo e il sito archeologico, acquistato dallo Stato solo nel 1985, hanno potuto stabilire connessioni importanti tra i materiali e i luoghi di ritrovamento, operazione di ricerca e valorizzazione che sarebbe impossibile con l’attuale assetto di separazione tra il Museo nazionale romano e il territorio, appartenenti ora a Istituti diversi, dopo la riforma del ministero, con impedimenti allo sviluppo di processi conoscitivi integrati.

Nuove acquisizioni
Con la consapevolezza che il patrimonio pubblico dovesse essere incrementato, per arricchire la conoscenza dell’Appia e le sue trasformazioni nei secoli e per creare luoghi di sosta e visita lungo la via, sono state acquisite alcune proprietà private. Nel 2002 la Soprintendenza ha acquistato una villa poco distante dal Mausoleo di Cecilia Metella, oggi il sito Capo di Bove che gli scavi e le ricerche storico-archivistiche hanno ricollegato alla vasta tenuta del Triopio di Erode Attico del II sec. d.C, estesa al terzo miglio della strada, tra la Caffarella e l’Appia, ampliando la conoscenza della topografia della zona.
La villa è stata adattata per accogliere eventi culturali, conferenze, concerti, lezioni, per offrire al pubblico l’opportunità di scoprirne la storia e avere servizi e ristoro; qui è ospitato l’archivio di Antonio Cederna donato dalla famiglia allo Stato, consultabile personalmente e dal sito web.
Disponendo di spazi chiusi e completamente accessibili si è potuto dare avvio a quel “Laboratorio di mondi possibili”, grazie anche a un progetto di comunicazione strategica, per stabilire con il pubblico una relazione emotiva nel trasmettere l’immenso valore dell’Appia, dove cultura e natura si incontrano, in grado di suggerire nuovi modelli di vita per la città. In questo senso si è ideato anche un festival, Dal tramonto all’Appia, che, superando le iniziative organizzate da tempo di eventi musicali, fosse in grado di offrire un programma culturale articolato e creato specificamente, con l’idea all’estate romana inventata da Renato Nicolini quarant’anni prima.
La proprietà di Santa Maria Nova, confinante con la Villa dei Quintili sull’Appia antica, al quinto miglio, in stato di abbandono, verso la quale da tempo vi era attenzione, è stata acquistata dalla Soprintendenza nel 2006 e oggi è un tutt’uno con la Villa dei Quintili di cui in antico faceva parte. Anche qui scavi, ricerche storiche e i complessi restauri e adeguamenti del casale, hanno portato a risultati sorprendenti. Si è lavorato con la finalità del recupero del bene di pari passo con lo studio del sito, emblematico delle trasformazioni del territorio della città dall’epoca antica a oggi.
La creazione del nuovo istituto autonomo del Parco archeologico dell’Appia antica avrebbe dovuto offrire nuove opportunità rispetto alla gestione precedente con la quale sono stati conseguiti i risultati ricordati qui solo in parte. Per poter andare avanti superando l’indigenza e i disagi che questo cambiamento di status ha determinato occorrono risorse da assegnare a questo bene che si offre alla città, come dono esclusivo e gratuito, investimenti in grado di far crescere la conoscenza e il godimento dell’immenso patrimonio. È necessario non accontentarsi dei risultati raggiunti mirando a un progetto di ampia portata in un sistema che sani le lacerazioni e agevoli la piena fruizione. Voglia il ministero onorare concretamente questa magnificenza!

Rita Paris, archeologa, è stata responsabile dell’Appia per la Soprintendenza dal 1996 al 2017. Da marzo 2017 a dicembre 2018 è stata direttore del Parco archeologico dell’Appia Antica

 

CAFFARELLA, BREVE STORIA DI UN PARCO RICONQUISTATO

di Mirella Di Giovine

Appena fuori dalle Mura aureliane, in continuità funzionale e visiva con l’area centrale dei Fori, si apre la valle della Caffarella, l’ingresso privilegiato al Parco dell’Appia antica.
La valle si estende per circa 330 ettari, a ridosso della città storica, da Porta S. Sebastiano, lungo la via Latina, la via Appia antica, fino alla via dell’Almone, è attraversata dal sacro fiume Almone e da piccoli corsi d’acqua, ricchissima di sorgenti, terra fertilissima. Antico luogo di miti e leggende, il suo nome deriva dalla storica tenuta agricola cinquecentesca di proprietà dei Caffarelli. La valle della Caffarella racconta ancor oggi una storia di insediamenti e di evoluzione del paesaggio, che si sviluppa a partire dal II sec a.C. e raggiunge il suo fulgore in epoca imperiale, quindi ricca di testimonianze archeologiche, ma anche medievali, cinquecentesche, ottocentesche, fino ai nostri giorni. Un luogo che ha costituito nei secoli fonte di ispirazione di artisti e poeti.
La valle, come tutto il parco dell’Appia antica, è stata riconquistata al suo paesaggio, con tenaci battaglie. Vale la pena di ricordare alcuni passaggi per comprendere la particolarità di questa riconquista pubblica. Le aree sono state strappate alla speculazione edilizia, che mirava a farne una gigantesca lottizzazione, grazie alle storiche battaglie culturali ed urbanistiche di Antonio Cederna per l’Appia. In seguito si sono sviluppate anche tenaci battaglie locali come quelle dello storico Comitato della Caffarella che ancor oggi vigila e si batte per ulteriori conquiste. L’esproprio, nonostante il Piano regolatore e la Legge per Roma Capitale del 1990, era stato tentato dal Comune per ben due volte, senza successo. La valle, “rovina romantica”, era divenuta una discarica di inerti delle costruzioni circostanti, edificate negli anni 50-80, un’area di agricoltura disordinata e pascolo indiscriminato. D’altra parte la storia ci racconta che questa valle ha attraversato momenti alterni, di ribalta e di oscuramento, ma sempre ha rappresentato un paesaggio identitario del luogo, sentito dalla collettività e fortemente caratterizzato nell’immaginario collettivo.

Con il Piano, l’esproprio e gli interventi sviluppati nel Giubileo 2000 dal Comune di Roma, in collaborazione stretta con le Soprintendenze, si sono fatti scavi e scoperte importanti, come la necropoli del Colombario, i cunicoli sotterranei per la distribuzione dell’acqua termale, la piscina del Ninfeo di Egeria, si è ricostruito attentamente il paesaggio storico, restituito alla fruizione e alla conoscenza di tutta la città, e si è così definita la prioritaria importanza dei sistemi archeologici e del paesaggio di contesto. L’apertura di questi spazi al pubblico, grazie all’impegno dell’amministrazione Rutelli, è stata molto gradita dai cittadini e ha modificato la percezione del Parco dell’Appia antica per tutta la città e la qualità della vita dei quartieri contermini.
Un bel paesaggio ritrovato, ma che ancora non esprime tutta la sua identità storico archeologica, perché ancora non completo come meriterebbe. Da anni si attende di attuare le connessioni previste con i sistemi archeologici e paesaggistici del Parco dell’Appia e i collegamenti con la stessa via Appia. Manca la conclusione dell’esproprio di alcuni monumenti e aree residue come il sepolcro di Geta, e la fruizione di monumenti come il tempio di Sant’Urbano, espropriato ma non fruibile perché affidato al Vaticano. Permane la frammentazione della gestione, oggi distinta fra vari enti, Comune, Parco archeologico Mibact, Parco regionale, che impedisce di valorizzare le peculiarità archeologiche e di paesaggio delle parti monumentali e soprattutto impedisce una percezione unitaria del complesso dell’Appia e dei suoi sistemi archeologici e paesaggistici. Inoltre la non gestione dell’agricoltura, che andrebbe invece attentamente indirizzata per tutelare il paesaggio rurale storico, rischia di comprometterne la corretta percezione. Altro obiettivo incompiuto è, infatti, il recupero, già avviato e ora abbandonato, dello storico casale della Vaccareccia, simbolo e centro della tenuta storica e possibile centro agricolo e di servizi, perché nessun ente sembra interessato, né il Comune proprietario, né la Regione.
Dopo venti anni dalla sua riconquista, la difficoltà di completare i piani ed i progetti già esistenti, nonostante le opportunità finanziarie, e nonostante la consapevolezza e la pressione della collettività, caratterizza la storia del recupero delle peculiarità storico archeologiche e paesaggistiche di questa valle, storia e destino che l’accomuna da sempre a tutto il Parco dell’Appia antica.

Mirella Di Giovine, architetto, è stata dirigente del Comune di Roma e tra gli altri incarichi ha curato l’esproprio e il restauro della Caffarella

Gli articoli sono stati pubblicati su Left
del 12 giugno 2020

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Cuba 2020. Resistere alla pandemia e al virus dell’embargo

Restaurant worker Julio Diago looks over the empty road along the Malecon sea wall from the Nazdarovie restaurant, which is closed amid the lockdown to help contain the spread of the new coronavirus in Havana, Cuba, Monday, April 27, 2020. Many restaurants are closed while only work considered essential is allowed to continue. (AP Photo/Ismael Francisco)

Le due brigate mediche inviate dalla piccola Cuba a Crema e a Torino per fronteggiare la pandemia Covid-19, causata dal nuovo coronavirus Sars-Cov-2, stanno per lasciare l’Italia. Cuba è venuta in nostro soccorso malgrado subisca uno spietato strangolamento dal bloqueo e nonostante che il contagio sia stato portato nella Isla Grande proprio da tre turisti italiani. L’Avana è ben attrezzata da 60 anni ad affrontare emergenze di tutti i tipi – dai cicloni tropicali alle epidemie (non sempre dovute a fatalità) – grazie ad una pianificazione nazionale connessa con le organizzazioni locali in ogni angolo del Paese: il sistema di pronta risposta ai disastri, con l’immediata evacuazione dei soggetti vulnerabili o disabili, e delle donne in gravidanza, ha provveduto in passato a risparmiare vite umane nei casi di uragani.

Ovviamente il sistema sanitario viene immediatamente allertato in questi casi: qui c’è il più elevato rapporto al mondo medici/popolazione (anche quando si escludono i medici in missione all’estero), 9 ogni mille abitanti, un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità infantile, e una popolazione dall’istruzione elevata. Uno dei vantaggi di un’economia centralizzata come quella cubana è la rapidità con cui le risorse finanziarie (anche se non ingenti) possono essere mobilitate nel momento del bisogno. Insomma, Cuba è pronta a rispondere alle emergenze, anche se come per tutti questa pandemia costituisce un’emergenza assolutamente nuova.

Negli anni, in altri articoli su Left abbiamo discusso come, fin dai primissimi anni Ottanta, Cuba promosse lo sviluppo di un campo di ricerca biotecnologica avanzato a livello mondiale, grazie ad un ciclo integrato dalla ricerca di base ai test clinici-produzione-commercializzazione-esportazione ed allo stretto coordinamento fra centri di ricerca, università e sistema sanitario nel suo complesso. Prima di venire nello specifico alla risposta di Cuba alla pandemia di Covid-19, è necessario insistere come proprio le sanzioni e l’embargo degli Stati Uniti ostruiscano l’accesso di Cuba a tecnologie, equipaggiamento, risorse finanziarie, forniture sanitarie. Esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno lanciato un appello per chiedere a Washington di revocare il bloqueo che ostacola le risposte umanitarie di aiuto al sistema sanitario cubano. Veniamo ora direttamente alla risposta di Cuba alla pandemia di Covid-19…

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Angelo Baracca è un fisico e storico della scienza. Con Rosella Franconi, biotecnologa e ricercatrice, ha pubblicato il libro “Cuba: Medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014” (Zambon edizioni, 2019)

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Free Hong Kong. Limpidi come l’acqua, mobili come l’acqua

In this aerial view, participants start to gather for a vigil for the victims of the 1989 Tiananmen Square Massacre at Victoria Park in Causeway Bay, Hong Kong, Thursday, June 4,2020, despite applications for it being officially denied. China is tightening controls over dissidents while pro-democracy activists in Hong Kong and elsewhere try to mark the 31st anniversary of the crushing of the pro-democracy movement in Beijing's Tiananmen Square. (AP Photo/Vincent Yu)

«Essere senza forma, essere come l’acqua». È dallo scorso anno che la filosofia del “Be water” alla base del Jeet Kune Do, la tecnica di arti marziali di Bruce Lee, è diventata un mantra per gli attivisti pro-democrazia di Hong Kong. «Se metti l’acqua in una tazza, prende la forma della tazza», ammoniva Bruce Lee, nei panni di un insegnante di arti marziali, in una serie tv degli anni 70. «L’acqua può fluire o può scorrere lentamente, può cadere a gocce o può schiantarsi». Quarantasei anni dopo la morte prematura dell’attore, le parole dell’icona del kung fu sono tornate a riecheggiare sui forum e i canali Telegram usati per coordinare le proteste degli ultimi mesi nell’ex-colonia britannica. «I giovani manifestanti di Hong Kong stanno evitando le strategie di occupazioni fisse e immobili del passato, preferendo uno stile di protesta altamente mobile e agile», spiegava già la scorsa estate Antony Dapiran, autore di City on Fire: the fight for Hong Kong. «Un raduno può trasformarsi in una marcia, un corteo può prendere una direzione e poi cambiarla bruscamente, l’obiettivo di una manifestazione può emergere solo durante la stessa protesta».

Mentre i media internazionali descrivevano le paure e lo scoramento che serpeggia tra gli attivisti di Hong Kong, nei giorni scorsi – come un fiume carsico – lo spirito del “Be water” si è di nuovo manifestato. Citando le norme sul contenimento del coronavirus che limitano a un massimo di otto persone i raduni in città, la polizia dell’ex-colonia britannica aveva negato l’autorizzazione alla tradizionale veglia di Victoria Park in occasione dell’anniversario della tragica repressione di piazza Tian’anmen. Sfidando i divieti, l’imponente presenza di polizia e le possibili ripercussioni legali per aver partecipato a un raduno illegale, la sera del 4 giugno i manifestanti hanno però scavalcato le transenne erette intorno a Victoria Park e illuminato con migliaia di candele lo spazio verde chiuso tra gli shopping mall e gli edifici di vetrocemento nel distretto di Causeway Bay.
Veglie in ricordo del massacro di Tian’anmen si sono tenute anche sull’altro lato della baia, a Kowloon e nei Nuovi Territori. Da decenni, la commemorazione a Victoria Park è l’unica celebrazione tollerata sul suolo cinese in memoria delle centinaia, o forse migliaia, di vittime del bagno di sangue che si consumò per le strade di Pechino la notte tra il 3 e il 4 giugno 1989: quando…

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Storia di Mohamed, morto tra le fiamme nel ghetto dei braccianti

Foto da dirittiglobali.it

Si continua a morire a Borgo Mezzanone (in provincia di Foggia), nelle fiamme, senza tregua. Si continua a morire ai margini, senza la possibilità di pronunciare un’ultima parola su questa Europa che esclude e marginalizza.
L’ultima vittima è Mohamed Ben Ali, arrivato dal Senegal in Italia, più di 15 anni fa. Non viveva a Borgo Mezzanone da molto, un anno circa. Prima aveva vissuto a Bologna e Napoli, lavorando come commerciante e venditore ambulante. È morto carbonizzato, alle prime luci del giorno, nella sua abitazione di fortuna precaria, isolata in una parte del ghetto. Non aveva né corrente né gas, e per questo motivo non è chiaro quale sia stata la scintilla che ha dato inizio all’incendio. Abdoulaye (nome di fantasia) lo conosceva bene, andava spesso nel suo negozio, parlavano per ore. L’ultima volta, pochi giorni fa, avevano parlato fino a tarda notte, della vita in Italia, del Senegal, delle speranze deluse. A differenza dei tanti incendi a cui ha assistito e che ha documentato con il suo telefono, questa volta non è andato sul luogo dell’incendio. Non ha avuto la forza di vedere il corpo di un amico carbonizzato, di non poter riconoscere il volto né traccia di una vita che aveva conosciuto.

A Borgo Mezzanone si incontrano molteplici storie di esclusione, che tentano di ricostruirsi, in un pezzo di terra che non sembra Italia, una parvenza di normalità.
Piuttosto che condannare gli insediamenti informali del Sud Italia di per sé, sarebbe necessario interrogarsi sulle ragioni alla base della loro esistenza, che non possono essere rintracciate esclusivamente nello sfruttamento nella filiera del cibo o nei decreti sicurezza. A Borgo Mezzanone non vivono solo irregolari, né solo ‘braccianti’.

Nelle strade polverose di Borgo Mezzanone ho incontrato diverse persone, in Italia da più di un decennio, costrette ad emigrare dai distretti industriali del nord Italia al Sud a causa dei licenziamenti e della crisi del 2008-2010, in una sorta di ciclo inverso della migrazione. Ritrovatisi da un giorno all’altro a passare da una vita più o meno stabile, ad una precarietà esistenziale fatta di una ricerca quotidiana di espedienti di sopravvivenza, dormendo in abitazioni di fortuna e svegliandosi la mattina alle cinque per lavorare nelle campagne foggiane. Altri, come Mohamed, sono stati colpiti dalla stretta sui venditori ambulanti e contro la contraffazione promossa dall’ex-ministro dell’Interno nell’estate 2018. Percorsi già di per sé precari, bruscamente interrotti.

La vita e la morte di Mohamed raccontano la storia di un’Italia in cui la durata della permanenza o il tipo di permesso di soggiorno non sono mai conquiste definitive né garanzia di stabilità. Un’Italia in cui il colore della pelle è un fattore di discriminazione strutturale, che contribuisce a relegare decine di migliaia di persone ai margini delle nostre città. Perché il motivo per cui molte persone si trovano costrette ad abitare in una baracca piuttosto che in una casa non è esclusivamente dovuto allo status economico o giuridico. Ma anche alla discriminazione razziale che impedisce di trovare una casa in affitto nel centro di Foggia, o trovare un lavoro in un altro settore che non sia quello dell’agricoltura, che come conferma il recente provvedimento di regolarizzazione, sembrerebbe essere l’unico ritenuto idoneo per chi è straniero.

Per evitare di continuare a contare le morti, per poter gridare che le vite dei migranti contano e le vite nere contano, anche in Italia, non è sufficiente continuare ad attaccare il caporalato, la grande distribuzione o decreti sicurezza come unici responsabili della precarietà esistenziale di chi si trova a dover vivere negli insediamenti informali. La frase che viene ripetutamente ciclicamente dai migranti in queste occasioni, dagli eventi di Rosarno fino all’incendio di questi giorni è “non siamo animali, siamo esseri umani e vogliamo essere trattati come tali”. E per mettere fine a questi episodi è necessario eradicare il profondo e dilagante razzismo della società italiana, non gridando che siamo “tutti scimmie” ma che nessuno lo è.

 

L’abuso di polizia in Italia è ancora un tabù, a quando una vera riforma?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 07-06-2020 Roma Cronaca Black Lives Matter - Manifestazione in memoria di George Floyd e contro il razzismo Nella foto Un momento della manifestazione a p.zza del Popolo Photo Roberto Monaldo / LaPresse 07-06-2020 Rome (Italy) Black Lives Matter - Demonstration in memory of George Floyd and against the racism In the pic A moment of the demonstration

Otto minuti e 46 secondi. Tanto è durato il placcaggio, con compressione del torace e del collo, di George Floyd. Otto minuti e 46 secondi che hanno portato l’abuso di polizia sui cittadini di pelle nera negli Stati Uniti alla ribalta mediatica e politica internazionale. È un filmato doloroso e scioccante, ma non sorprendente. Gli archivi sono pieni di casi simili a quello di George. E non accade solo negli Stati Uniti.
Pochi mesi fa in Francia alcuni passanti hanno girato dei filmati simili a quello di Minneapolis: Cédric Chouviat, un fattorino fermato per un controllo, dopo un diverbio con un gruppo di agenti è stato messo faccia a terra e ammanettato; nei video si vedono le gambe di Cédric che si dimenano a lungo, poi sempre meno, fino a fermarsi. Aveva 42 anni.

In Francia l’abuso di polizia, specie sulle minoranze, è un rilevante tema di discussione mediatica e politica. L’anno scorso il film Les misérables di Ladj Ly è stato fra i più visti e apprezzati della stagione: ambientato in una banlieue, tratta proprio questo argomento; un ragazzo viene colpito e ferito gravemente da un agente, la pattuglia cerca di occultare il fatto e nascondere le prove, segue una violenta rivolta dei giovani del quartiere. Il film è stato da poco diffuso in Italia e merita d’essere visto, specie in un Paese come il nostro, poco abituato a discutere in pubblico su questi temi e con imbarazzanti trascorsi in materia. La condizione dei neri negli Stati Uniti e anche le tensioni delle banlieue francesi non sono comparabili con quanto succede nelle nostre città, ma certe modalità d’arresto…

Lorenzo Guadagnucci fa parte del Comitato verità e giustizia per Genova

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Eyad come George Floyd: Palestinian Lives Matter 

TOPSHOT - A Palestinian man walks past a graffiti of George Floyd, an unarmed black man who died after a white policeman knelt on his neck during an arrest in the US, painted on a section of Israel's controversial separation barrier in the city of Bethlehem in the occupied West Bank on June 7, 2020. (Photo by Musa Al SHAER / AFP) (Photo by MUSA AL SHAER/AFP via Getty Images)

Come ogni giorno degli ultimi sei anni, anche sabato 30 maggio il 32enne Eyad al-Halak aveva lasciato casa alle 6 del mattino per recarsi alla scuola per disabili al-Bakriyyah, nella città vecchia di Gerusalemme. Eyad, affetto da autismo, era solo: in mano aveva un sacchetto di immondizia che avrebbe gettato come faceva ogni mattina prima di recarsi al centro. Tutto, insomma, seguiva la sua routine, la sua “normalità”, qualora sia “normale” l’occupazione da parte israeliana della parte orientale palestinese di Gerusalemme. Ma quel giorno Eyad al suo centro non è mai arrivato: i poliziotti israeliani che lo hanno visto hanno pensato che fosse armato e che fosse sul punto di estrarre un’arma e perciò gli hanno sparato alle gambe (prima) e poi l’hanno finito dopo un inseguimento. Poco importa che la sua consulente gridasse loro che il giovane fosse disabile e che il ragazzo stesso, a terra inerte con la gamba sanguinante, fosse incapace di muoversi e non avesse alcuna arma con sé.
I poliziotti non hanno mai pensato di arrestarlo o di verificare se i loro timori fossero fondati. Eyad, dopo tutto, era palestinese ed è stato trattato come tanti suoi connazionali uccisi per un «sospetto».

Le organizzazioni internazionali chiamano questa pratica israeliana “Sparare per uccidere”: anche se il palestinese (presunto o vero attentatore che sia) non rappresenta una minaccia, la prima reazione delle autorità di Tel Aviv è sparargli contro. I numeri dell’organizzazione israeliana B’Tselem sono emblematici: la politica d’Israele del “grilletto facile” ha ucciso nel solo 2019 133 palestinesi (28 minorenni). E se è così praticata, è perché i rischi penali sono nulli: quasi mai viene aperta un’inchiesta che si conclude con una condanna qualora a commettere l’omicidio o le violenze siano soldati o coloni. E pure quando c’è la pena, la punizione è molto blanda: il soldato Azaria che uccise a sangue freddo Abdel Fattah al-Sharif, ormai inerte a terra perché gravemente ferito dopo aver accoltellato un militare, ha scontato solo 9 mesi di carcere…

 

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