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Tante promesse per nulla

Niente, gli è andata male anche questa: Salvini ci teneva così tanto a fare il martire per il suo processo che avrebbe dovuto cominciare il prossimo 4 luglio, quello che lo vede imputato per sequestro di persona per il cosiddetto “caso Gregoretti” quando 131 migranti rimasero per quattro giorni su una nave militare italiana prima dello sbarco ad Augusta il 31 luglio del 2019. Ci teneva moltissimo Salvini perché avrebbe potuto mettere in scena la trama del povero perseguitato che viene messo all’angolo dalla magistratura cercando un legame (che non c’è) con la vicenda delle orrende intercettazioni del magistrato Palamara. E invece niente. «C’è mezza Italia ferma però mi è arrivata una convocazione a Catania per il 4 luglio», aveva dichiarato il leader leghista e invece il presidente dell’ufficio del giudice dell’udienza preliminare Nunzio Sarpietro è stato costretto al rinvio: «I nostri ruoli sono stati travolti dallo stop per l’emergenza coronavirus, ci sono migliaia di processi rinviati che hanno precedenza e ho dovuto spostare l’inizio del processo che vede imputato il senatore Salvini ad ottobre», spiega. E anche sui dubbi di un processo ingiusto Sarpietro tranquillizza l’ex ministro: «Stia tranquillo il senatore Salvini, avrà un processo equo, giusto e imparziale come tutti i cittadini. Né io né nessun giudice che si è occupato di questo fascicolo abbiamo nulla a che spartire con Palamara. E sono d’accordo con lui: quelle intercettazioni tra magistrati sono una vergogna».

Tutto fermo, quindi e niente scontro giudiziario come quelli che piacciono così tanto al centrodestra eppure l’ombra di Salvini, al di là delle vicende processuali, continua a pesare su questo governo e a essere un macigno per questo centro sinistra che si ritrova alleato con gli stessi alleati che furono di Salvini, con lo stesso presidente del Consiglio che celebrò proprio i decreti sicurezza e con un’aria stagnante per quello che riguarda il futuro prossimo sul tema. “Discontinuità”, avevano promesso proprio all’inizio del Conte bis. In molti si ricordano che le due leggi estremamente restrittive sull’immigrazione furono ampiamente contestate da buona parte del Partito democratico, in molti si ricordano le promesse che furono fatte e poi ripetute e in molti si ricordano che furono proprio i maggiorenti democratici a dirci di stare tranquilli che sarebbe cambiato tutto e che si sarebbe cancellato presto quell’abominio. Niente di niente. I decreti sicurezza sono lì e dopo otto mesi non sono stati cambiati. Non sono nemmeno state apportate le modifiche che addirittura il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva chiesto in una sua comunicazione ufficiale. E se è vero che il numero di persone che cercano di attraversare il Mediterraneo è diminuito in questi primi mesi dell’anno è altresì vero che dopo la pandemia sicuramente ci si ritroverà di fronte allo stesso identico problema, con le stesse identiche strumentalizzazioni di Salvini (e della ringalluzzita Meloni) e ancora una volta si assisterà al cortocircuito del governo che tiene insieme quelli che andavano a visitare le barche tenute alla deriva di Salvini e quegli stessi che con Salvini definivano «taxi del mare» le navi delle Ong. Sono diverse le proposte di modifica depositate nei mesi: la riduzione delle multe che i decreti prevedono per le navi Ong impegnate nei salvataggi in mare (su cui anche Mattarella aveva avuto da ridire), il ripristino di alcune forme di protezione internazionale per rendere più facile la regolarizzazione delle persone sbarcate nonché maggiori investimenti nel sistema di accoglienza diffusa, quella che ha sempre funzionato meglio coinvolgendo piccoli gruppi in piccole strutture sparse sul territorio italiano. Niente di niente. Rimane solo qualche parola delle poche interviste rilasciate dalla ministra dell’Interno Lamorgese, l’ultima all’inizio di questa settimana, che ha più volte ripetuto di non essere favorevole allo stravolgimento delle leggi. A posto così. Figuratevi, tra l’altro, se in un contesto del genere si possa anche solo lontanamente parlare di ius soli o di ius culturae che erano altri capisaldi di una certa sinistra progressista che urlava ad alto volume contro Salvini e che ora si è inabissata in un penoso silenzio.

Ma è rimasto tutto fermo? No, no, è andata addirittura peggio di così: all’inizio di aprile il governo ha stabilito che i porti italiani non possono più essere definiti “porti sicuri” per le persone soccorse in mare e di nazionalità diversa da quella italiana, di fatto impedendo l’accesso delle navi delle Ong, riuscendo nel capolavoro di fare ciò che nemmeno Salvini era riuscito a fare con tutte le carte a posto. Nonostante la sanatoria approvata dal Consiglio dei ministri per rimpinzare di braccia i campi dell’ortofrutticolo e per garantire l’ingrasso della grande distribuzione il governo non ha nemmeno trovato il tempo di rivedere la legge Bossi-Fini del 2002 che di fatto rende impossibile trovare lavoro regolare per qualsiasi straniero extra comunitario. A metà dello scorso aprile dodici persone sono morte per sete e per annegamento (mentre altre cinquantuno sono state riportate nei lager libici) e anche l’indignazione per i morti sembra ormai essersi rarefatta. Il giornalista Francesco Cundari il 18 aprile ha colto perfettamente il punto: «Il governo ha abbandonato anche quel minimo di ipocrisia che ancora consentiva di accreditare una qualche differenza, almeno di principio, tra le parole d’ordine di Matteo Salvini e la linea della nuova maggioranza in tema di immigrazione, sicurezza e diritti umani», ha scritto per Linkiesta. Ed è proprio così: ormai la sinistra non finge nemmeno più di essere sinistra e spera solo che non si sollevi troppa polemica. Tutto si trascina in un desolante silenzio spezzato solo dalle inascoltate parole di qualche associazione umanitaria e dalla interrogazione parlamentare di Rossella Muroni sui respingimenti illegali, di cui leggerete nell’inchiesta di Leonardo Filippi che apre questo numero. Mentre in Parlamento ci si inginocchia in memoria di George Floyd qui ci si dimentica di quelli che senza ginocchio si riempiono i polmoni d’acqua per i criminali accordi che l’Italia continua a sostenere con la Libia e ci si dimentica di quelli che muoiono nelle baracche di qualche borgo di fortuna per schiavi.

Poi, in tutto questo, vedrete che arriverà il tempo in cui Salvini tornerà a fare il Salvini e tutti si mostreranno stupiti, ci diranno che vogliono fare tutto e che vogliono farlo presto e intanto sarà troppo tardi, intanto la gente muore, intanto gli elettori si allontanano e si ricomincia di nuovo daccapo.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 19 giugno

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Montanelli, cilindro fascista

Era già successo. Le attiviste di Non una di meno avevano versato vernice rosa sulla testa di Indro Montanelli formato statua. Mica al tempo di quegli slogan così fastidiosi per certuni: «Tremate, tremate, le streghe son tornate», solo un anno fa. L’8 marzo, manco a dirlo. Rivendicazione in nome di Destà, la bambina etiope («animalino selvatico ma docile» per dirla col “gran maestro del giornalismo”) «comprata assieme a un cavallo e un fucile per 500 lire». Diceva – il “gran” – che era usanza (certo, non obbligatoria, ma «usanza»). Si diceva «madamato», significava stupro. Beh, l’interpretazione di quel «madamato» da parte del “maestro” pare sia stata molto estensiva, stando allo stesso manuale coloniale sui Principi di diritto consuetudinario dell’Eritrea pubblicato a cura del Ministero delle Colonie.

Come spiega il collega Maurizio Peggio – che di quel manuale possiede una copia – «è vero che nel diritto eritreo esisteva un matrimonio a termine chiamato damòz, che venne reso illegale dopo la guerra di liberazione dall’Italia, ma quell’istituto prevedeva diverse misure a protezione della sposa che però non vennero mai rispettare dalla dominazione coloniale italiana». Era inoltre previsto che l’età delle spose-bambine non fosse inferiore ai 14 anni, e che lo sposo-adulto non avesse un’età che superasse i 5 anni di differenza. Consuetudine, a cui si appellava Montanelli (e ora i suoi fan) voleva 3 anni al massimo di differenza. Lui ne aveva tre volte tanti (rispetto ai 5 non ai 3): cioè come quei barbagianni che in certe regioni del mondo sposano (comprano) spose-bambine provocando tutto il nostro occidentalissimo sdegno. Si sdegnano pure quelle voci corse in aiuto dell’onore montanelliano.

Nessuna «legge del luogo», quindi, come qualcuna di quelle voci ha acrobaticamente cercato di spiegare su giornali e tv. Va anche ricordato anche che la pedofilia (ché è di questo che stiamo parlando) era inquadrata come reato già dal fascistissimo Regio decreto dal codice Rocco. Sento già il rumore degli «e allora questo?», «e allora quello?». Portandomi avanti ricorderò i criminali Luigi Cadorna e Nino Bixio. Di loro ci si ricorda raramente e malamente, il “gran maestro” è invece regolarmente attenzionato da qualche anno…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 19 giugno

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Bussano a Villa Pamphilj

Che immagine potente vedere la classe dirigente riunita in un consesso sull’economia nell’elegante Villa Pamphilj a decidere delle sorti post pandemia e fuori c’è un sindacalista, un sindacalista di quelli che viene dalla scuola di Di Vittorio, uno di quelli con il nerbo di chi tira fuori la testa anche se molte mani gliela schiacciano sotto terra, a reclamare i diritti degli invisibili. Aboubakar Soumahoro è stato ricevuto da Conte e da qualche ministro, gli hanno promesso che valuteranno le risposte, si sono addirittura lanciati a dirgli che la revisione dei decreti sicurezza di salviniana memoria sono nell’agenda di governo (sì, ciao) e sono stati costretti ad aprire il portone agli sfruttati che bussano.

Bussare alle porte del potere è considerato così maleducato, in questi tempi in cui la moderazione e la buona educazione sono i sinonimi di un invito perpetuo a restare tiepidi, che c’è da augurarsi che invece lo imparino in fretta i nostri ragazzi, quel buon sapore che c’è nel parteggiare, nell’odiare gli indifferenti, nell’insistere fino allo sfinimento a frugare tra i diritti seviziati e tra tutti i laterali che sembrano non entrare mai in partita.

Bussa a Villa Pamphilj anche la scuola, quella scuola che in questi giorni si è rabberciata ancora una volta per permettere lo svolgimento degli esami e che si merita un solo punto di studio nell’articolato piano in discussione durante questi Stati Generali. È la scuola a cui nelle intenzioni, in quel mare di soldi che arrivano per la pandemia, sono stati destinati 1 miliardo e 4oo milioni, nemmeno la metà di quello che si è speso per Alitalia. È la scuola figlia dei disastri di tutti i governi passati che ci hanno reso il Paese con il più basso tasso di laureati d’Europa (dopo la Romania) con strutture scolastiche spesso fatiscenti e con un 6,9% della spesa pubblica dedicato all’istruzione mentre negli Usa spendono quasi il doppio e in Cile addirittura il triplo.

Bussa a Villa Pamphilj un Paese che si accorgerà dei disastri del Covid a settembre, nell’economia e nel lavoro, e mai come ora è il momento di bussare, di esserci, di farsi sentire, di decidere fortissimamente da che parte stare, di non tacere. Il futuro si disegna decidendo i capitoli di spesa per gli anni a venire e questo è il momento.

Aboubakar ci è andato. Noi?

Buon giovedì.

A sinistra ci vorrebbe un partito

La sinistra ha avuto ragione su (quasi) tutto, ma ha perso. Le analisi critiche svolte da un punto di vista socialista, ecologista, femminista si sono rivelate giuste, ma i diritti e i salari dei lavoratori, le condizioni delle donne e il nostro ambiente stanno peggio di prima. Le forze politiche che si ispirano a questi valori rischiano di scomparire. Abbiamo studiato e analizzato tanto, ora dobbiamo organizzarci. Per questo, ci vorrebbe un Partito.

Viviamo in una società sempre più ingiusta dal punto di vista economico e sociale. Le spaventose disuguaglianze si riflettono anche sul mondo politico: chi ha di più in termini di ricchezza e di potere ha anche maggiore forza e maggiore capacità per farsi ascoltare, mentre coloro che più sopportano il peso della crisi, della povertà, delle discriminazioni e dello sfruttamento hanno sempre meno forza e meno strumenti per farsi ascoltare.

In questi anni non sono mancati dalla nostra parte, dalla parte socialista ecologista e progressista della società, analisi e riflessioni sulle cause del malessere sociale che attraversa le fasce più basse della nostra società: i lavoratori e le lavoratrici, i precari e le precarie, le donne, i giovani, i disoccupati. Queste analisi e riflessioni si sono rivelate oltretutto per lo più analisi e riflessioni giuste. Come più giusto sarebbe il nostro Paese se le ricette che da quelle analisi abbiamo fatto derivare venissero tradotte in legge dal mondo politico. Eppure queste idee e queste riflessioni non hanno voce in politica.

In questi anni non sono mancate neppure le mobilitazioni da parte delle fasce di popolazione più colpite dalla crisi. Dalle manifestazioni oceaniche contro l’abolizione dell’articolo 18 alle piazze di Genova contro il G8, dal Social forum alle manifestazioni contro le guerre, dalle lotte dei precari e dei lavoratori fino ai Fridays for future, paradossalmente nel nostro Paese si è raggiunta una grande capacità di mobilitazione negli stessi anni in cui si è perso di più in termini di diritti e di benessere da parte della gente comune. In assenza di risultati tangibili, alla fine il potenziale dei movimenti sociali rischia di affievolirsi.

L’epidemia di coronavirus ed il tracollo economico che la sta accompagnando stanno evidenziando sempre di più le ingiustizie legate a questo stato di cose. Eppure tutti possiamo vedere che è in atto un tentativo di scaricare addosso alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari e ai giovani, alle partite Iva parasubordinate e agli artigiani, i costi sociali e ambientali della crisi. La nostra oligarchia capitalista si attende di ricevere tutto e di essere l’unica casta ad avere il potere di orientare tutte le scelte per far uscire il Paese dalla crisi.

O per farcelo cadere sempre di più, visto che l’epidemia ha fatto da acceleratore a tendenze già in atto di impoverimento del Paese, del lavoro e dei servizi pubblici. E così, dopo aver sopportato la crisi, dopo aver retto l’urto dell’epidemia ed aver pagato – statistiche alla mano – di più in termini di vite umane e di salute, ora si vorrebbe che le lavoratrici e i lavoratori, i precari e i giovani vedessero gravare sulle proprie spalle il peso della ricostruzione.

In questa situazione, le oligarchie non solo sono più forti e si ritrovano più mezzi a disposizione per farsi ascoltare, ma sono anche più attrezzate e meglio organizzate. Agiscono con unitarietà di intenti, dispongono di canali organizzativi e di mezzi di comunicazione di massa, hanno capacità egemonica, cioè di coinvolgere attorno alle proprie parole d’ordine anche pezzi di società non direttamente interessati alle loro ricette.

Per rispondere a questa offensiva le lavoratrici ed i lavoratori, i socialisti, i progressisti e gli ecologisti hanno il dovere di organizzarsi. Abbiamo accumulato analisi, pensiero critico, capacità di mobilitazione. Ora occorre organizzarsi e unirsi. Occorre far confluire tutti gli sforzi fatti fino a qui in una organizzazione aperta a tutti quelli che si riconoscono nella necessità di rappresentare i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani e dei precari e che si riconoscono in un orizzonte di mutamento sociale; in una organizzazione chiusa soltanto ai rappresentanti politici dell’oligarchia e ai settarismi; in una organizzazione che si faccia interprete dei bisogni della società e non delle sommatorie del ceto politico; in una organizzazione che sappia raccogliere il meglio della storia popolare del Paese, del comunismo e del socialismo italiani, delle lotte sindacali e per i diritti, delle case del popolo; in una organizzazione rinnovata nelle facce e nelle pratiche organizzative e di propaganda.

Non è più attuale una distinzione tra “sinistra radicale” e “sinistra moderata”, tra gli idealisti e chi è disposto a scendere a compromessi: distinzioni destinate solo ad accendere dibattiti tra i pochi che riusciamo a coinvolgere. Come non è tempo per vie di mezzo, equilibrismi, tatticismi, attenzioni ossessive nei confronti delle ipotetiche alleanze, purismi identitari e rendite di posizione. Ci vorrebbe un Partito.

Per aderire compila QUI il form oppure scrivici a: [email protected]

Marco Adorni (Centro studi sui movimenti)
Fausto Anderlini (Sociologo)
Luca Baccelli (Docente universitario)
Dusca Bartoli
Paolo Borioni (Docente universitario)
Maurizio Brotini (Direttivo nazionale Cgil)
Salvatore Cingari (Docente universitario)
Domenico De Blasio (Senso Comune)
Sabatino De Lucia (Cgil Vinci)
Nicola Dessì 
Antonio Floridia (Politologo)
Zaccaria Gigli (Studente)
Roberto Giordano (Fiom Lazio)
Denise Latini (Avvocato)
Senka Majda (Assemblea Nazionale Fp Cgil)
Tommaso Nencioni (Senso comune)
Laura Pinzauti (Senso comune)
Stefano Poggi (Storico)
Paolo Solimleno (Giuristi democratici)
Serena Spinelli (Consigliere regionale Toscana)
Mauro Valiani

La Spagna verso la transizione ecologica

Il governo spagnolo gioca d’anticipo sugli altri pPaesi europei lanciando, come via d’uscita dalla crisi del coronavirus, la legge sul cambiamento climatico. La ministra e vicepresidente del governo Teresa Ribera ha inviato al congresso dei deputati, per l’approvazione definitiva, il disegno di legge che dovrebbe portare la Spagna all’eliminazione dei combustibili fossili e avviare la tanto acclamata transizione ecologica, richiesta per il rilancio dopo Covid-19 anche nel Next Generation Ue, che parla proprio di una economia digitale, sostenibile e climaticamente neutra.
In estrema sintesi con il disegno di legge spagnolo si intende azzerare, entro il 2050, le emissioni clima alteranti e i combustibili fossili. Fondi e risparmio energetico sono gli ingredienti della proposta, più di 200 miliardi di euro di investimenti – il 70% di capitale privato, il resto pubblico – tra il 2021 e il 2030. Gli obiettivi sono realisticamente scaglionati stabilendo il 2030 come tappa intermedia in cui si prevede di ridurre le emissioni del 23% rispetto al 1990, portando l’uso delle rinnovabili al 35-42% e riducendo del 35% il consumo energetico del paese, attraverso l’efficienza e la riqualificazione del patrimonio abitativo e incentivando la mobilità con mezzi ad alimentazione elettrica. L’idea chiave della legge è mettere al centro della transizione ecologica un modello energetico rinnovabile e bisognoso di poca energia, liberando il paese dalla sua dipendenza da fonti fossili e nucleari, a cui viene da subito tolto ogni sussidio e ogni sgravio fiscale. Sarà anche un vero modello di ripresa economica, perché esprime il potenziale di generare un occupazione di qualità e stabile, stimando un aumento di quasi 350mila nuove persone occupate.
Strategica è la scelta del momento per avviare questo disegno di legge mentre in Spagna, come in tutta Europa, si anima il dibattito sulle misure da intraprendere per rispondere alla crisi economica e sociale che si inasprisce ogni giorno di più, mentre tende a diminuire quella sanitaria.
Ha fatto bene la ministra a ricordare che l’ambizione di questa legge è anche quella di essere l’opzione che guida questa discussione: mentre si progetta come ricostruire il paese indica con chiarezza quale sia la direzione su cui il governo Sánchez ha deciso di avviare la Spagna. Vengono definite le politiche necessarie per rispettare gli impegni internazionali in materia di clima, come l’accordo di Parigi e le varie norme europee, finora disattese un po’ da tutti.

L’obiettivo illustrato nella proposta di legge non è però valutato abbastanza ambizioso secondo le principali ong ambientaliste, Ecologistas en Acción e Greenpeace. La proposta contiene elementi poco chiari, soprattutto per quanto riguarda l’idea di mobilità di persone e cose, proprio quando le fabbriche automobilistiche e i concessionari spagnoli hanno subito una chiusura prolungata per lo stato di allarme e le vendite continuano a non riprendersi dopo aver registrato i minimi storici in aprile e maggio. O scarseggiano progetti di riconversione per la produzione industriale adesso che la Nissan ha annunciato l’intenzione di chiudere il suo impianto di produzione a Barcellona, mossa che potrebbe portare alla perdita di almeno 3mila posti di lavoro.
Il governo Psoe-Unidas Podemos per la realizzazione del piano per avviare la transizione ecologica, che incorpori anche l’inclusione sociale, prevede di utilizzare una parte consistente di quel fondo di 750 miliardi destinato dall’Europa alla Spagna.
Tutto questo ha risvegliato le critiche del Partito Popolare ben attento a tutelare gli interessi delle grandi corporazioni energetiche che traggono profitti con fonti fossili e trivellazioni per estrarre petrolio, gas e carbone. Lo stesso Sánchez, in un intervento pubblico, ha chiesto al partito della destra di non aderire all’opposizione dei paesi cosiddetti frugali – come i Paesi Bassi, l’Austria, la Svezia e la Danimarca – che vogliono imporre alla Spagna dure condizioni di accesso ai fondi europei, vincolandoli ai soliti tagli di spesa per pensioni e stato sociale. Per le destre spagnole, da decenni abituate a sperperare il denaro pubblico per i loro affari privati, restare lontano dalla gestione dei soldi che la commissione europea vuole mobilitare, essere ininfluenti sulle scelte politiche di come spenderli, o meglio di come assegnarli ai soliti imprenditori legati all’economia liberista, è insopportabile, è un virus più letale del Covid-19.

Che affare, la pandemia

La pandemia no non ci ha reso tutti uguali e secondo il premio Nobel Joseph Stiglitz e l’economista francese Thomas Piketty «ha esacerbato le diseguaglianze». «Le stesse grandi compagnie di Internet, fino a ieri impegnate in pratiche di elusione fiscale, sono state le principali beneficiarie del coronavirus», ha detto Stiglitz durante la conferenza stampa virtuale convocata dalla Commissione indipendente per la riforma della fiscalità internazionale d’impresa (Icrict) e dall’Ong Oxfam.

Facebook, Amazon, Apple, Alphabet, Google nel cuore dell’Europa, in Irlanda, «pagano tasse su una frazione del loro fatturato», dicono i due economisti che propongono anche un soluzione: un regime fiscale minimo. «Sarà molto difficile», ha detto Piketty, ma il fatto che tutta l’Europa stia riflettendo sul debito e stia muovendo somme impensabili potrebbe fare ritrovare il coraggio di parlarne una volta per tutte.

Eppure se ci pensate sono molte le disuguaglianze di cui si è discusso durante l’epidemia, quando davvero si credeva che potesse essere messo in discussione almeno un pezzo di sistema e invece è tornato già tutto nei binari normali. Anche gli eroi si sono già normalizzati, rientrati nei ranghi. Infermieri, insegnanti e perfino i rider, quelli che ringraziavamo ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali, sono finiti ancora nelle retrovie. La scuola è rimasta l’ultima preoccupazione del governo che non ha riaperto le aule e che non sa ancora quando e come si riapriranno mentre ci si assembra sui campi da calcio e nelle manifestazioni politiche. Gli artisti che hanno addolcito la quarantena sono lasciati a inventarsi qualcosa. Lo spettacolo dal vivo è ripartito claudicante.

Tutto bene, tutto normale. Che affare, la pandemia, per i ricchi che sono rimasti ricchi e non sono nemmeno stati messi in discussione. Che affare, la pandemia, per gli eroi che hanno avuto i loro 5 minuti di notorietà e ora devono tornare ai loro posti.

Buon mercoledì.

Come ti sconsiglio l’aborto in Umbria

Foto Stefano Cavicchi / lapresse 27/10/2019 Montefalco / Perugia politicaElezioni Umbria: Donatella Tesei presidente, Trionfo Salvini Nella Foto Donatella Tesei (Presidente Regione Umbri) a con Matteo Salvini in festaPhoto LaPresse - Stefano Cavicchi27th October 2019 Montefalco (PG) - ITANewsThe candidate of Right coalition at president of Umbria Region Donatella Tesei in the pic: Donatella Tesei and Matteo Salvini

In Umbria governa Donatella Tesei  la quale ha pensato bene che uno dei più annosi problemi da risolvere nella regione fosse allungare il tempo di ricovero per l’interruzione di gravidanza volontaria farmacologica, da sempre come sapete una delle fobie di leghisti e destrorsi vari che sognerebbero di abolirlo per intero, l’aborto.

Nel 2018 la Regione Umbria aveva introdotto la possibilità di abortire grazie alla pillola Ru486 entro la settima settimana di gravidanza e aveva chiesto a tutti gli ospedali di organizzarsi in modo che le donne potessero effettuare l’interruzione della gravidanza grazie a una prestazione di day hospital o anche solo grazie a un servizio di assistenza domiciliare. La possibilità di rinunciare alla gravidanza con la pillola Ru486 è utilizzata oltre il 90% dei casi in nord Europa, per il 60% in Francia e solo per il 18% in Italia.

Ora la Tesei e la sua Giunta hanno deciso che serviranno almeno tre giorni di ricovero obbligatori per accedere all’interruzione di gravidanza farmacologica, cianciando di non si sa bene quale maggiore tutela considerando che in nessun Paese al mondo l’aborto farmacologico avviene al di fuori del regime di day hospital. Per scoprire perché un’azione sia stata intrapresa basta osservare chi è il primo che esulta: in Umbria ha esultato tantissimo il senatore ultraconservatore della Lega Simone Pillon, promotore del Family Day nonché commissario della Lega in Umbria.

Sono riusciti a rendere ancora più difficilmente sostenibile, soprattutto psicologicamente, il ricorso all’interruzione di gravidanza. Non è un caso, no, è una lucida strategia che si inventa qualsiasi passaggio punitivo pur di scoraggiare un atto che non hanno il coraggio di discutere deliberatamente faccia a faccia con le donne. Il fatto poi che in tempi di Covid si aumentino i giorni di degenza, mentre i malati non riescono nemmeno a ottenere le cure che gli spettano, rende tutto talmente goffo da risultare tragicamente imbarazzante.

Buon martedì.

#Bloomsday. Un Ulisse tutto da ridere

Tradurre è sempre un po’ tradire. Ma può essere anche “trans ducere”, portando in luce un senso più profondo. E’ questo il caso della traduzione dell’Ulisse di James Joyce firmata da Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi uscita qualche anno fa per Newton Compton e che ha aperto la strada al nuovo, monumentale, lavoro di Terrinoni con Fabio Pedone: la traduzione del Finnegans wake, uscita di recente per Mondadori.

Il 16 giugno, il giorno in cui non solo in Irlanda ma in tutto il mondo si festeggia il Bloomsday, ecco cosa ha detto a Left il filosofo della scienza Giulio Giorello, grande appassionato di Joyce e grande conoscitore dell’Irlanda: «Sono particolarmente felice che si torni a parlare dell’Ulisse fuori dall’accademia. Troppo spesso la discussione fra eruditi dimentica che i versi di Dante erano cantati dal popolo a Firenze. Che chi andava a vedere Shakespeare, fra un palco e l’altro, arrostiva un montone o improvvisava un duello. In Joyce vibra la voce roca, ma affascinante, del coraggioso proletariato irlandese che nel 1916 nella cosiddetta Pasqua di sangue fece vedere i sorci verdi agli occupanti britannici».

In una lettera giovanile lo stesso Joyce si definiva «scrittore socialista» e, nonostante l’Ulisse sia poi diventato un libro di culto e per molti versi poco accessibile, nasceva dall’idea di scrivere una moderna Odissea che restituisse dignità alla vita quotidiana delle persone “qualunque”, come lo è il suo protagonista, Leopold Bloom.

«La traduzione dell’Ulisse uscita per Newton Compton ha il merito di far emergere il carattere democratico di questo meraviglioso romanzo che, per me – sottolinea il filosofo – è il più grande testo del Novecento. Qui ritrovo l’humour e un senso plebeo dell’esistenza molto Irish, che rende l’Ulisse così affascinante».

L’Ulisse fece storcere il naso a molti, fra questi Virginia Woolf che lo giudicava “un testo scomposto” e “disgustoso”, scritto da “un proletario autodidatta”. «Sarà certo vero quello che diceva la signora Woolf, ma per me» dice Giorello «fra l’ Ulisse e gli esangui, tristi, romanzi della Woolf c’è la stessa differenza che corre fra un buon whisky e un’aranciata». Poi entrando più nel merito della traduzione Newton Compton uscita a più di cinquant’anni da quella classica di De Angelis, il filosofo approfondisce: «Mi colpisce soprattutto la vitalità di questa versione. Che, per esempio, usa il tu in dialoghi chiave come quello fra Bloom (Ulisse) e Dedalus (Telemaco) quando, in una taverna, imboccano una discussione alta su scienza e religione». E poi, per fare un altro esempio, nella traduzione di Terrinoni e Bigazzi «si coglie tutta l’ironia di Joyce verso Darwin. Un caso per tutti: a proposito della tragica storia irlandese, Joyce parla di Destruction of the Fittest, qui correttamente reso come la distruzione del più adatto. E non come la distruzione dei migliori. Che sarebbe sbagliato». Joyce ben conosceva il dibattito sulle idee di Darwin fortemente osteggiato dai gesuiti e si divertiva a prendere in giro gli slogan dei darwinisti sostenendo che è la storia umana non riflette l’evoluzione ma quasi drammaticamente la contrasta».

E da notare è anche «che questa intuizione di Joyce, che era un cultore di Nietzsche, trova un preciso parallelismo in Umano troppo umano dove il filosofo tedesco mostra tutta l’ambiguità di un darwinismo ideologico e ingenuo». Quanto all’incipit invece? «In questo caso», ammette Giorello, «sono affezionato alla vecchia traduzione di De Angelis: “Solenne, paffuto, Buck Mulligan spuntò in cima alle scale” recitava. Qui invece si legge, “statuario e pingue”. Pensando forse al Falstaff shakespeariano che era molto presente nell’opera dello scrittore irlandese».

Shakespeare era indubbiamente un modello forte per Joyce, come scrittore a tutto tondo, interessato all’umano, inteso come corpo e mente. «E’ uno dei suoi grandi riferimenti insieme ad Omero e a Dante. Poi nel suo orizzonte ci sono due grandi filosofi napoletani: Giordano Bruno è più volte riecheggiato nel libro e Vico, che sarà uno dei grandi riferimenti di Finnegans Wake, compare già qui. E’ la grande sfida di Ulisse essere un grande poema in prosa irlandese e nello stesso tempo il grande poema dell’umanità nell’incertezza».

Gli strali verso i più ideologici epigoni di Darwin, intuizioni sull’idea di spazio tempo in linea con la teoria della relatività, ma anche Freud compare indirettamente nel romanzo. Come bersaglio critico. Joyce non amava Freud, è ben noto, e rispose da scrittore all’apertura all’irrazionale avviata dall’arte di inizi Novecento. Lo fece dilatando l’Ulisse a misura del tempo interiore del protagonista Leopold Bloom. E affidando il racconto a una lingua icastica, vitale, polifonica. «Insieme a Faulkner, Joyce è a mio avviso lo scrittore del secolo scorso che più di ogni altro ha colto il tempo del profondo» commenta Giorello. Quanto alla lingua era «innervata da uno spirito autenticamente democratico. La lingua che usa Joyce», ci ricorda Giorello, «è quella dei vetturini, degli agenti cambio, degli uomini della strada e dei pub. Era lontano anni luce da atmosfere intellettuali esangui. Nell’Ulisse ci sono la carne e il sangue di un popolo che era riemerso da una storia tragica, con una concezione». Peraltro, aggiunge il professore, l’Irlanda ne è uscita «con un’idea molto bella di tolleranza delle diverse scelte di vita. Con l’idea che la democrazia non è fare quello che vuole la maggioranza, ma significa seguire la vocazione delle minoranze, senza dimenticare il diritto di coloro che sono oppressi a ribellarsi».

Lo stesso Bloom in Ulisse esprime un’umanità ben diversa dall’eroe omerico maestro d’inganno e astuzia. «Qui l’eroe è anti omerico», precisa Giorello. «In questo senso Bloom è anche anti shakespeariano e, per esempio, scopertosi cornuto, conclude la faccenda con la signorile decisione di lasciar perdere. Un po’ come i personaggi dell’opera di Mozart che Joyce ama di più: ovvero le ragazze di Così fan tutte, non certo il Don Giovanni».

E qui il pensiero corre al libro di Giorello, Il tradimento, in cui Bloom è eletto a modello antimoralistico. «Beh invece della vendetta di Otello o del macello che fa Ulisse quando torna in patria, trovo che questa nonchalance di Bloom mostri tutta la dimensione amabile del personaggio: uomo non banale, sensibile, attento alle conquiste della scienza. E che forse a sua volta avrebbe qualcosa da farsi perdonare quanto a fedeltà. Una parola che è appunto motto dell’arma dei carabinieri, ma non so quanto utile nel rapporto fra uomo e donna».

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Articolo pubblicato su Left del 16 giugno 2012

Per un Sapere Sensibile

 

Le storie si trasformano in sapere e il sapere in materia. La visione dualistica del mondo opera una separazione tra la materia e le storie, ma la narrativa costituisce il materiale con il quale costruiamo la nostra propria visione del mondo e, a sua volta, prende forma attraverso oggetti fisici: libri, edifici, confini e così via. Anche all’interno dei nostri corpi, il sapere si tramuta in materia. Così come nell’embrione umano la prima struttura a formarsi è il midollo spinale, allo stesso modo, il sapere costituisce il midollo di tutte le idee che danno forma alla nostra vita. Il nostro modo di sentire e muoverci nel mondo, l’aria che respiriamo, la salute degli alberi, il cibo che mangiamo, le idee che sosteniamo, il nostro modo di danzare e di fare l’amore: tutto è un riflesso di ciò che conosciamo.

L’idea che il calcolo sia il solo ragionamento valido attraverso cui spiegare la realtà è uno dei concetti più pericolosi mai elaborati. Il nostro approccio alla conoscenza è diventato fondamentalmente regolamentato e rigido. Il processo di civilizzazione è assetato di pensiero umanistico come il Sahara lo è di acqua. Tanto più la società assume caratteri robotici, più numerose sono le problematiche sociali, le quali, a loro volta, richiamano metodi diagnostici di sorveglianza. Come sempre accade, sono gli strati sociali più poveri a pagare il prezzo più alto in questa dinamica di valutazione ossessiva. Nel Regno Unito, per prendere decisioni nell’ambito del welfare, i Comuni ricorrono sempre più frequentemente all’utilizzo di algoritmi. Ovunque, è una regola ormai, le decisioni cruciali che riguardano le realtà più complesse della vita degli individui sono stabilite tramite metodi computabili, lasciando così coloro che hanno bisogno di ascolto in mano al verdetto autoritario di un computer.
L’incapacità di ascolto conduce al soffocamento dei sentimenti e diventa tossica nel suo trascurare la realtà. Il motivo per il quale le personalità più violente tendono a esprimersi in individui di sesso maschile risiede nel fatto che l’educazione sociale insegna ai maschi a reprimere le loro emozioni. È una repressione che conduce sempre alla violenza, di natura fisica e non fisica, rivolta verso sé stessi e verso gli altri.

È necessario un approccio alla conoscenza in grado di sintetizzare immaginazione e razionalità, ciò che è quantificabile e ciò che non lo è, la dimensione intellettuale e quella emotiva. Senza i sentimenti, il sapere diventa stantio; senza razionalità, diviene indiscreto. C’è bisogno di un approccio capace di misurare la saggezza non solo attraverso scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (STIM) o sulla base del prodotto interno lordo (PIL), ma anche attraverso una valutazione etica dello sviluppo sociale. Abbiamo bisogno di un sapere che coinvolga la realtà interiore oltre a quella esteriore. Di un Sapere Sensibile.

Per sensibile, non si intende sensuale. Infatti, se la sensualità è legata agli appetiti del corpo e all’indulgente piacere dei sensi (tatto, gusto, vista, odorato e udito), la sensibilità trascende gli istinti. Quando qualcosa è sensibile non implica il coinvolgimento esclusivo dei sensi ma quello dell’intero essere – mente, anima e corpo. I libri, ad esempio, sono oggetti sensibili. Si possono vedere, toccare e anche annusare. Si possono ascoltare in forma di audiolibri e gustarne le parole sulla lingua. I libri sono oggetti tangibili, dalle infinite consistenze – antichi, con copertina rigida, rilegati a mano… Sono mentalmente stimolanti, terapeutici e potenzialmente in grado di trasformare i più profondi schemi di pensiero. Sono capaci di coinvolgere in modo assoluto.
Nel coniare il termine sensuos nel suo Of Education, trattato del 1644, il poeta John Milton volle di proposito escludere la connotazione sessuale contenuta nel termine sensuale. Perciò egli descrive il suo genere – la poesia – come “semplice, sensibile e appassionato”. Il Sapere Sensibile è, dunque, un approccio poetico; l’unione dell’intelligenza emotiva con le abilità intellettive. Esso considera la conoscenza come un’entità vivente e pulsante più che un prodotto finito e destinato al consumo passivo. Questa interpretazione guarda al sapere come a un compagno anziché come a un servitore, se non addirittura a un padrone. Tutto ciò conduce a considerare il sapere come qualcosa di così prezioso da essere in grado di farci evolvere nell’incarnazione dei suoi stessi meriti. Il Sapere Sensibile è la conoscenza che infonde vitalità nella mente e nel corpo, con un impatto simile alla scia di un profumo. È un sapere malleabile, non duro come la roccia. Il Sapere Sensibile spinge verso l’elevazione e il progresso senza saziare la fame di potere.

Per essere chiari, nonostante la sensibilità e la sensualità non siano sinonimi, non desidero negare l’elemento erotico. Per contrasto, si potrebbe affermare che io sia favorevole a una erotizzazione del sapere. Il Sapere Europatriarcale elimina l’aspetto erotico, non da ultimo per via della sua associazione con il femminile. Rifiuta la contaminazione del sapere con il sensibile, prediligendo il concetto austero secondo cui la conoscenza non avrebbe nulla a che fare con l’esperienza materiale. Nell’Europatriarcato tutto segue l’impostazione binaria o/o. Mente o corpo, ragione o emozione, locale o globale, natura o contesto, maschile o femminile. Il Sapere Sensibile, invece, è caleidoscopico, applica la logica di con/nel. La mente esiste con nel corpo, la ragione con e nell’emozione, il femminile con e nel maschile e viceversa. Il Sapere Europatriarcale, inoltre, svaluta la dimensione erotica, femminile e poetica in quanto aspetti connessi al mondo naturale. Questo tipo di narrazione svilisce l’essenza dell’interiorità, dell’ogbon-inu. La Poesia è il linguaggio dell’interiorità o dell’anima. La Natura abita l’interno della terra. Allo stesso modo, gli organi sessuali femminili, strumento della poiesis (vita, piacere, creazione) sono interni. La vagina non è soltanto un luogo umido, caldo e scuro, come un’enclave nella foresta, ma conduce a uno spazio ancora più nascosto e custode di vita, l’utero. A proteggere tutta questa interiorità sessuale, come uno strato di ozono, è la clitoride, un organo poetico, se davvero ne esisteva uno.

Gli esseri umani sono l’unica specie distintamente poetica ed erotica; svilire queste qualità nella produzione del sapere equivale a privare il sapere stesso della sua umanità e renderlo robotico. La poesia è capace di esprimere un sentimento come la solitudine in un modo impossibile per il metodo scientifico. La danza può descrivere la libertà in un modo impossibile alla matematica. L’immobilità interiore testimonia l’esistenza in un modo ineguagliabile per la tecnologia. Accettare la qualità pura e primitiva dell’interiorità è azione essenziale per un cambiamento significativo. Se, per esempio, si applicasse il Sapere Sensibile all’economia, esso produrrebbe una sorta di “economia erotica”, in cui sarebbero reciprocità e sostenibilità a prosperare al posto di surplus e scarsità. Se lo si applicasse all’educazione, i ragazzi prenderebbero lezioni di empatia e dialogo, oltre che di matematica e scienze. E queste materie di combinerebbero: durante una lezione di matematica si discuterebbe di comunicazione; durante una lezione di empatia si studierebbero i modelli statistici accanto alle opere d’arte.

(da Sensuous Knowledge: A Black Feminist Approach for Everyone, Zed Books Ltd, 2020)

Traduzione di Lucia Zanfi

Venerdì 19 giugno alle ore 19 Minna Salami sarà in dialogo con l’attivista e studiosa Ilenia Caleo nell’ambito di Performing Resistance, piattaforma digitale di scambio con studiosi, attivisti, curatori e artisti internazionali che esplorano il rapporto tra arti, migrazioni e cittadinanze, dinamiche di riappropriazione dello spazio pubblico, pratiche artistiche capaci di costruire spazi di resistenze culturali.
Performing Resistance. Dialogues on Arts, Migrations, Inclusive Cities in programma dal 16  al 20 giugno è parte di Atlas of Transitions. New Geographies for a Cross-Cultural Europe, un progetto europeo che promuove traiettorie comuni tra residenti italiani, residenti stranieri e nuovi arrivati, sperimentando altri modi di interazione e reciprocità tra culture diverse.
Performing Resistance, di cui Left è mediapartner, è curato da Piersandra Di Matteo, Pietro Floridia, Melissa Moralli e Pierluigi Musarò ed è promosso da Emilia Romagna Teatro Fondazione, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia, Cantieri Meticci | Regione Emilia Romagna | Comune di Bologna, con la partecipazione di università e istituzioni europee.

Info sul programma www.emiliaromagnateatro.it 

 

Firenze città in crisi, due o tre cose che il sindaco Nardella dovrebbe tenere a mente

A Firenze abbiamo un grosso problema di agibilità democratica, che potremmo tranquillamente definire dittatura della maggioranza. Eccone una recentissima prova. Siamo stati intervistati da Report, insieme a Tomaso Montanari, a proposito della nostra inchiesta “A chi fa gola Firenze: i nuovi padroni della città. Il servizio “Svenditalia” ha suscitato un’ondata di indignazione in tutto il paese. Quasi 2 milioni e mezzo di persone hanno potuto comprendere come il patrimonio architettonico e culturale delle città d’arte stia subendo un processo di liquidazione a vantaggio di privati. Una gentrificazione che porta all’espulsione dei residenti dal centro storico. Questo servizio ha suscitato le “ire” del sindaco Dario Nardella. È stata addirittura coinvolta la Commissione di vigilanza Rai e il Pd ha annunciato un’interrogazione parlamentare. Su cosa? Non sulla veridicità o meno di quanto affermato, ma sulla «mancanza di contraddittorio». L’amministrazione fiorentina ci definisce “professionisti da tempo dediti solo a screditare l’operato dell’amministrazione” appartenenti “a gruppi politici che non sono parte della maggioranza”. Come a dire che solo chi comanda ha diritto di trovare spazio sui media per esporre un pensiero unico, visto che non si tollera che un gruppo di esperti e attivisti che da anni si dedica alla città, possa sostenere opinioni antagoniste basate su documenti e fonti attendibili. Il paradosso è che nei “giorni dell’ira” nessuno ha confutato nessuna delle nostre affermazioni.
Ci ha sorpreso leggere che il servizio della Rai «non tiene conto dell’impegno del Comune per la tutela e la valorizzazione della città». Quale impegno? Doveva forse ricordare come Nardella sia andato a vendere palazzi storici per le fiere immobiliari di mezzo mondo chiamando questa operazione di svendita “Invest in Florence”? Oggi invece, dopo pandemia e conseguente crisi del turismo, l’amministrazione dichiara di voler difendere la città dalle orde di turisti, dalla trasformazione degli appartamenti in
airb&b e dei palazzi storici in residence di lusso, e promette che cambierà il Piano urbanistico che consente tutto questo. Incredibilmente però, detto Piano viene generosamente prorogato dalla Regione Toscana di un anno e, nel frattempo, sono stati dati i permessi per due nuove importanti strutture ricettive. A dispetto di quanto affermato il sindaco continua a cercare investitori su Firenze, – “con il cappello in mano”, nelle umilianti parole di una nota tv statunitense -, paragonando la città post-Covid alla città che nel 1966 fu devastata dall’alluvione e raccolse così la solidarietà internazionale.

Il sindaco dichiara di voler fare il contrario di quello che ha fatto fino all’inizio del 2020, prima che il Coronavirus mostrasse a tutti i limiti culturali, economici e sociali del modello di sviluppo che Nardella, e prima ancora Renzi e Domenici, hanno propugnato nell’ultimo ventennio. Ci permettiamo di avere dei dubbi in proposito. perUnaltracittà ha analizzato criticamente i suoi stessi atti istituzionali i cui gravi effetti non sono stati resi noti grazie anche al silenzio della stampa locale. Ecco cosa è emerso.
Tra il 2014 e il 2019 Nardella ha promosso misure che, anziché regolamentare lo sviluppo del turismo, ne hanno assecondato la propagazione pervasiva. Il vuoto immaginativo nella politica cittadina ha determinato un quadro nel quale il potere sulle trasformazioni dello spazio fisico si trova, ben saldo, in mano ai privati. In nome della competitività sul mercato, dal 2014 gli uffici comunali redigono “
Invest in Florence. The city of opportunities”: la brochure contiene una descrizione dettagliata dei maggiori edifici in vendita a Firenze – pubblici, ma anche privati – che il sindaco presenta alle fiere internazionali. I bocconi migliori sono stati venduti ai grandi capitali e trasformati in alberghi, centri benessere, suites di lusso. Interi settori urbani – di cui molti pubblici irreversibilmente passati al privato – costituiscono oggi l’occasione mancata per il ridisegno della città storica.

Abbiamo studiato gli effetti degli atti del primo mandato di Nardella. L’indagine sulle schede urbanistiche delle grandi “Aree di Trasformazione”, comparti strategici ricadenti nel centro, ha confermato che viene privilegiato l’insediamento di funzioni turistiche. Ciò è avvenuto, e avviene, malgrado le inefficaci norme del Piano strutturale che bloccherebbero la destinazione d’uso “turistico-ricettivo” all’interno dell’area Unesco ma che vengono sconfitte sul binario parallelo della “variante”, caso per caso, della deroga al Piano.
Per introdurre i risultati del nostro bilancio è necessario soffermarsi sulla terminologia dell’urbanistica fiorentina. Grazie ad un uso strumentale della sua ambiguità semantica, è possibile piegare il senso delle parole: nella voce “residenziale”, ad esempio, il Piano urbanistico fa rientrare le “case appartamenti vacanza, bed & breakfast, affittacamere”. Questo trucco rende plausibile il dato che riguarda circa un terzo (30,48%) delle superfici in trasformazione nel centro storico, che sarebbero migrate verso il “residenziale”. Ma di un residenziale fugace che ha caratteristiche di lusso, che lo rendono inaccessibile alle fasce medie e deboli.
Nel “direzionale”, poi, ricadono gli studentati di lusso. Uno
Student Hotel da 20.000 mq è già entrato in funzione e altri due sono in costruzione nella ex Manifattura Tabacchi e nell’ex Fiat di viale Belfiore. In questa chiave va letto il mutamento d’uso in attività direzionale di più di un terzo (36,48%) delle superficie. Ovvero, in studentati di lusso e foresterie, che si sommano alla superficie interessata dalle strutture “turistico-ricettive” (23,99%): 46.875,20 mq, più di nove campi da calcio in un centro antico tra i più saturi di alberghi al mondo.
Alla luce di questo
escamotage, le dichiarazioni di Palazzo Vecchio in merito alla virtuosità di talune operazioni, devono essere approfondite. Primo esempio: l’ex ospedale militare di via San Gallo, grande area strategica per cui il Piano prevedeva un generico «mix di funzioni», è stato indirizzato a 63% di turistico-ricettivo, 25% di residenziale, 7% di direzionale e 5% di commerciale. Percentuali che dicono poco. O molto. L’edificio, infatti, ospiterà alberghi per il 63%, mentre per un quarto potrà essere destinato a bed & breakfast, per il 7% a ricettivo studentesco e per il 4% a commerciale. Secondo esempio: i 21mila mq dell’ex Teatro comunale (valutato 44,5 milioni e venduto a 27) saranno trasformati in residenze private, dice il Comune. Ma residenze di che tipo? In “stile Fifth avenue” si legge sui giornali. Ancora una volta ad uso e consumo del lusso.

Nel centro storico – ma fuori dai confini delle cosiddette “aree strategiche” – i cambiamenti di destinazione d’uso per via ordinaria sono orientati verso il settore “turistico alberghiero” (+ 774%) e verso il “residenziale”, che nell’accezione locale include b&b et similia (+ 430%). Elevata l’incidenza dei frazionamenti delle abitazioni: le unità abitative hanno avuto un incremento del 252,60%, legato alle locazioni brevi. E a poco vale il limite minimo dei 50 mq per l’unità di frazionamento. Fuori i residenti, dentro i turisti, quindi. Una recente ricerca della Sapienza di Roma ha dimostrato che durante la pandemia il numero degli abitanti del centro era inferiore rispetto alle stime del Comune: meno di 10mila contro i 41mila indicati da Palazzo Vecchio. Queste grandi alterazioni cittadine sono rese possibili da una variante del 2017 che favorisce la ristrutturazione degli edifici storici e abolisce l’obbligatorietà del restauro sugli edifici monumentali: un altro favore alla speculazione immobiliare.

Infine, se davvero Nardella volesse un’inversione di tendenza, dovrebbe agire ora, e non tra un anno. Troppo tempo per una città fragile come Firenze, al centro della speculazione e in questo momento governata da chi non accetta un confronto e procede con minacce e intimidazioni. Sarebbe bastato poco per scoprire che insieme alla critica perUnaltracittà offre anche proposte alternative che possono contribuire a riportare l’urbanistica al servizio della persona, come, ma è solo un esempio, nel Manifesto per la riconquista popolare della città.

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perUnaltracittà è il laboratorio politico fiorentino fondato, tra gli altri, da Ornella De Zordo. Edita la rivista La Città Invisibile. Sito web 

Le immagini sono di Gabriella Falcone