A statue of Indro Montanelli, a one-time fascist who became and icon of Italy's right and a leading name in Italian journalism, is covered with red paint during a Black Lives Matter protest, in Milan, Italy, Saturday, June 13, 2020. Protesters want to remove the statue. (AP Photo/Antonio Calanni)
Esiste un’ottima e ampia storiografia critica sul fascismo in Italia. Eppure qualcosa non ha funzionato dal punto di vista della costruzione della memoria collettiva. Tanto che un viscerale e “istintivo” rifiuto del fascismo nella Penisola non pare essere ancora diffuso sentimento popolare.
Perché dopo l’orrore del Ventennio gli italiani non sono ancora vaccinati e immuni? Parte da questa dolorosa considerazione il nuovo libro di Francesco FilippiMa perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri), ideale continuazione del bestseller Mussolini ha fatto anche cose buone in cui lo storico e formatore dell’associazione Deina, smonta fake news e falsi miti, duri a morire. Come nel precedente lavoro anche qui Filippi unisce rigore nella ricerca a divulgazione immediata e coinvolgente: nel preludio, per esempio, ci invita a ripensare ai film Lui è tornato di David Wnendt (ispirato al romanzo di Timur Vermes) che immagina il risveglio di Hitler nella Berlino nel 2011 e Sono tornato di Luca Miniero in cui Mussolini si risveglia nel 2017 a Roma. Un confronto impietoso: tanto è corrosivo il primo, quanto edulcorato il secondo…
Filippi, perché non abbiamo ancora fatto fino in fondo i conti con il fascismo? Cosa è successo?
Se guardiamo al modo in cui muoiono i due regimi, notiamo una differenza fra Italia e Germania. Per quanto la denazistificazione tedesca sia stata un po’ mitizzata, è vero anche che i popoli tedeschi hanno fatto grandi passi avanti, facendo i conti seppur obtorto collo con le proprie responsabilità. Da storico della mentalità noto che in Germania citare il nazismo è considerato inaccettabile e perfino “maleducato” ancor prima che politicamente scorretto. Tutto questo in Italia non c’è a livello del sentire comune. È un processo ancora in fieri. Il filosofo Jürgen Habermas ha detto che fin quando ci sarà una cultura tedesca, finché qualcuno leggerà Goethe o ascolterà Beethoven, probabilmente quella persona si porrà una domanda sul nazismo perché l’impronta di quella immanità è inevitabilmente inchiavardata nella cultura tedesca.
In Italia perché non c’è stata questa presa di coscienza?
Per rispondere dobbiamo chiederci: in Italia chi era fascista? Chi aveva la tessera? In questo caso defascistizzare l’Italia significava rinunciare a tutti gli apparati dello Stato. Ma il fascismo è stato un regime ventennale, che ha permeato tutti i gangli. Di fronte a questa presa d’atto c’è stata una diluizione di quel che significa il termine fascista. Ad un certo punto si è dovuto decidere se…
Sono delle vere e proprie rivoluzioni editoriali a legare Gianni Rodari e Bruno Munari attraverso l’invenzione di linee e parole, rime e colori. Il grande merito della casa editrice di Giulio Einaudi nel mettere insieme i due creatori, generando libri che sono diventati delle vere opere d’arte, arricchisce l’editoria italiana e ci porta all’analisi di due ingegneri del gioco. Del gioco entrambi ne fanno infatti un linguaggio universale, che smonta labirintici concetti astratti, guidandoci, attraverso le immagini, in un tempo non definito, per questo sempre attuale.
È del 1960 Filastrocche in cielo e in terra, la prima edizione di un libro in cui i due, Rodari e Munari, si incontreranno per lavoro. In una lettera all’editore, tra quelle pubblicate in Lettere a Julio Einaudi, hidalgo editorial e ad altri queridos amigos, curato da Stefano Bartezzaghi, Rodari scrive: «Caro Einaudi, ho ricevuto le “filastrocche” e tocco il cielo con tutte e due le dita. Devo proprio dirle grazie dell’edizione bellissima, molto più bella di come potevo aspettarmela. Il libro rallegra piccoli e grandi solo a sfogliarlo e ispira una gran simpatia… . In famiglia mi guardano e trattano con accresciuto rispetto, e per la prima volta posso chiudere la porta del mio studio (anche se ci vado a leggere un libro giallo). Insomma, ho ricevuto i calzoni lunghi: se ha dei nemici, disponga di me. Suo Gianni Rodari».
Con quella che è sempre stata la sua garbata ironia Rodari dichiara la sua realizzazione e gratitudine nel vedere interpretate le sue rime con segni e tratti che ne comprendono il non sense, e con stima, anche non citandolo direttamente in queste righe, riconosce l’importante lavoro di Bruno Munari che darà movimento alle sue parole, facendo acquistare più significato a quei versi che tantissimi bambini nati intorno a quegli anni ricordano ancora. Segni ideografici, non veloci schizzi. Seguiranno la narrazione, pagina per pagina, filastrocca per filastrocca,
Dodici anni dopo, nel 1972, quando l’opera uscì ne Gli struzzi, l’autore vi fece aggiungere una nota autobiografica introduttiva, d’accordo con l’editore e due nuove sezioni, che vennero denominate “Storie nuove” con quattordici testi inediti e “Le filastrocche del cavallo parlante” con ventuno delle ventinove poesie già uscite nel volume omonimo (Emme Edizioni, Milano, 1970). Nel 1990…
La mostra Tra Munari e Rodari è ospitata nel Forum del Palazzo delle Esposizioni a Roma fino a ottobre. Organizzata dal Comitato promotore per l’anno rodariano istituito da Biblioteche di Roma in collaborazione con Corraini editore, presenta anche una sezione di tavole di illustratori contemporanei che si sono cimentati sulle filastrocche di Rodari. www.palazzoesposizioni.it
Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una sceneggiata poco edificante.
Pur di costringere a votare nello stesso giorno per le elezioni regionali, per quelle dei Comuni e per il referendum costituzionale sul taglio del Parlamento se ne sono viste di tutti i colori. Le Regioni sono in rivolta contro questa costrizione che nega la loro autonomia decisionale prevista dagli Statuti, Fratelli d’Italia ha organizzato l’ostruzionismo alla Camera sul decreto che fissa la data delle elezioni, la coalizione che sostiene il governo Conte 2 è stata spinta dal M5s a insistere sulla giornata unica per il voto, individuata nel 20/21 settembre. Tutto si può cambiare tranne questo.
La sostanza è che il referendum costituzionale non sembra in grado di trascinare i cittadini a votare per il taglio dei parlamentari, obiettivo di cui il M5s ha fatto una bandiera nella speranza di risalire nei sondaggi, senza prestare attenzione alle conseguenze. Per porre riparo non si è trovato di meglio che tentare di arrivare ad un’unica giornata per votare per le Regioni, per i Comuni, per il taglio dei parlamentari, forzando la legge in vigore che non prevede la possibilità di accorpare le modifiche della Costituzione con altri appuntamenti elettorali. Per questo si punta ad approvare una norma di legge che cambi le regole in vigore.
La responsabilità del M5s è evidente, pur di arrivare a tagliare i parlamentari è pronto a forzare, prima imponendo alla nuova maggioranza parlamentare di votare la modifica costituzionale (un grave errore perché la Costituzione non dovrebbe mai essere sacrificata ad un accordo politico di governo), poi puntando all’election day da quando è apparso chiaro che tra gli elettori non c’è lo stesso entusiasmo che sembra esserci nel gruppo dirigente del M5s, con l’obiettivo di tentare di portare a votare per il referendum gli elettori che già debbono scegliere l’amministrazione regionale e quella comunale. Le motivazioni sui rischi di svolgere elezioni in questo periodo appaiono e scompaiono a seconda della convenienza del momento. Infatti tra settembre e ottobre non è possibile stabilire per ora una differenza e nessun esperto può assicurare che un periodo sarà meglio dell’altro. Possiamo solo augurarci che la pandemia non ritorni. Inoltre si potrebbero individuare altre sedi istituzionali diverse dalle scuole in cui esercitare il diritto di voto, diminuendo di molto se non azzerando l’interferenza con l’anno scolastico.
Quindi la giornata unica per il voto non ha reali motivazioni se non l’interesse di una parte, in questo caso il M5s, a trarre un presunto vantaggio da un maggiore afflusso elettorale, evitando una partecipazione al voto molto ridotta sul taglio del Parlamento e quindi un sostanziale fallimento politico di questa modifica della Costituzione. Al punto in cui siamo conviene avviare la campagna elettorale per il No sul taglio del Parlamento, pur nelle condizioni difficili che si prospettano. Infatti la campagna elettorale risentirà pesantemente delle conseguenze della forzata chiusura in casa nel periodo acuto della pandemia, del periodo agostano, della presenza contemporanea di altri appuntamenti elettorali che potrebbero mettere in ombra le modifiche della Costituzione.
Eppure proprio chi ha voluto arrivare a questo taglio del Parlamento aveva attribuito un significato simbolico, di svolta, a questa scelta. Ci si poteva aspettare un comportamento coerente ma così non è stato e alla fine l’importante sembra imporre la scelta con ogni mezzo. Questo impone una campagna elettorale netta, senza risparmio, capace di mettere in luce le responsabilità, i comportamenti opportunisti che hanno reso possibile arrivare al taglio del Parlamento. Taglio del Parlamento le cui motivazioni restano ridicole e i presunti esigui risparmi di spesa lo confermano.
I risparmi di spesa sono tipiche motivazioni che lisciano il pelo al populismo. Mentre sarebbe indispensabile una discussione sul ruolo che dovrebbe avere il Parlamento in Italia, che è una repubblica parlamentare, fondata sul ruolo della rappresentanza.
Sostenere che il Parlamento può essere ridotto di numero, un terzo circa, senza riguardo alle conseguenze delle sue funzioni, tanto più dopo un periodo non facile come quello della pandemia, vuol dire scaricare sulla rappresentanza dei cittadini una caduta di ruolo preoccupante, che modificherà i rapporti di forza con gli altri assetti istituzionali del nostro Paese, in particolare con il ruolo del governo.
Nella fase della pandemia – in parte per ragioni oggettive, in parte per scelta politica – c’è stato un accentramento mai visto dei poteri, con un uso dilatato del Dpcm, strumento di norma limitato nel suo utilizzo perché sfugge ai controlli, in particolare del Parlamento, e di cui risponde il solo presidente del Consiglio. Ad un certo punto si è capito che occorreva non esagerare e quindi si è ricorsi ai decreti legge, che il Parlamento ha l’obbligo di esaminare e convertire entro 60 giorni, per dare un fondamento legislativo ai Dpcm. Era già eccessivo in precedenza il ruolo del governo che di fatto condiziona da tempo il ruolo e l’agenda del Parlamento con i decreti legge e i voti di fiducia a raffica. Da troppi anni il Parlamento è fortemente limitato nella sua effettiva capacità di rappresentare, cedendo buona parte di questo ruolo al governo che di rappresentanza ne ha proprio pochina, visto che il voto di fiducia verso il governo non dà presunzioni di rappresentanza, semmai di delega da parte del Parlamento.
La pandemia di coronavirus ha dato un altro colpo pesante al ruolo della rappresentanza. Anzitutto per difetti della rappresentanza stessa, i parlamentari, e questo è l’effetto di leggi elettorali che da troppi anni sottraggono agli elettori il diritto di scegliere direttamente i propri senatori e deputati. Di fatto gli eletti sono scelti dall’alto, non rispondono agli elettori da troppo tempo, perché la loro elezione non dipende da chi devono rappresentare (i cittadini) ma dai capi che decidono le liste e a cui di fatto rispondono. Perché dai capi dipende la loro elezione.
Quindi i parlamentari hanno le loro responsabilità mostrate plasticamente con la lontananza dai loro compiti per una fase. Tuttavia ai capi partito fa comodo avere questa situazione, perché questo consente loro un accentramento formidabile del potere di scelta, al punto che il nostro sistema parlamentare oggi è fortemente modificato da questa situazione. Questo ha radici più antiche. Si può dire che è iniziato quando è stato consentito di mettere il nome del candidato presidente del Consiglio sulla scheda elettorale, iniziato da Berlusconi senza trovare una vera resistenza e proseguito in altri settori politici, sinistra compresa. Questo ha avviato una fase di accentramento delle decisioni e un disequilibrio nei poteri che da tempo non trova soluzione, perché restiamo una Repubblica parlamentare che però usa strumenti che non sono propri di questa forma istituzionale, fortemente personalizzati, e questo crea una situazione anomala e squilibrata.
Tuttavia alcuni scelgono di spingere in questa direzione perché sono convinti che prima o poi l’Italia abbandonerà la forma della Repubblica parlamentare. Del resto in settori politici disparati, non da oggi, ci sono tentazioni presidenzialiste, che per alcuni a destra sono una scelta di modifica più di fondo della nostra Costituzione e che per altri – democratici e di sinistra – rappresenta un’evoluzione di minore impatto, sottovalutando che ci potrebbe essere uno slittamento verso una repubblica presidenziale vera e propria. Ci sono percorsi che quando iniziano rischiano di prendere la mano e il taglio dei parlamentari va esattamente in questa direzione: indebolirebbe il ruolo del Parlamento, che resterebbe sotto botta per molto tempo. Infatti parlare di taglio dei parlamentari e di rilancio del Parlamento è come pretendere di bombardare un edificio per ristrutturarlo, è evidente che verrà raso al suolo. Il taglio dei parlamentari è un modo per ridimensionare strutturalmente il ruolo del Parlamento e questo per alcuni è la premessa per cambiare sistema istituzionale.
Quindi il taglio del Parlamento è un atto da apprendisti stregoni, con risultati finali che potrebbero prendere loro la mano e finire con un rattrappimento della democrazia italiana. Ci potevano essere altre scelte ma la demagogia populista non ha sentito ragioni e i confronti sono sempre stati finti, in realtà la discussione doveva solo confermare l’assunto iniziale.
In gioco ci sono da un lato la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla vittoria sul nazifascismo, che è certamente avanzata e socialmente fondata su valori e diritti dei cittadini, dall’altra ci sono i rischi derivanti da modifiche poco meditate e ancor meno controllabili nell’approdo finale. Questa è la vera responsabilità dei partiti della maggioranza che governano col M5s e che hanno capovolto la propria posizione parlamentare, ma anche dell’opposizione che aveva votato con la maggioranza del Conte 1 questa modifica. Questo comportamento è censurabile perché mette la Costituzione e le sue modifiche sullo stesso piano di scelte politiche contingenti come può essere un programma di governo e questo opportunismo politico è stato comune sia con il Conte 1 che con il Conte 2, arrivando a votare un taglio dei parlamentari che in realtà non convince neppure chi l’ha votato solo perché temeva di mettersi contro un’opinione pubblica considerata a favore di questa scelta, con un comportamento opportunista.
In realtà questa scelta era contrastabile e anche il M5s poteva essere costretto a prendere atto che il suo orientamento era un errore, per altri argomenti è stato fatto, in questo caso no, la differenza sta tutta nel grumo di interessi che hanno portato a resistere in alcuni casi e a mollare sul taglio del Parlamento. La campagna elettorale sarà Costituzione contro populismo e opportunismo.
Alfiero Grandi, vice presidente del Comitato per il No al taglio dei parlamentari promosso dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale, è autore del libro di Left La democrazia non è scontata. No al taglio dei parlamentari pubblicato nel mese di marzo 2020
Statale 106, è la strada che ci ritroviamo a percorrere per seguire la tratta dei caporali. Per lavorare nei campi della provincia di Cosenza bisogna passare per questo sistema. Il caporale è il passepartout per la raccolta di albicocche, pesche, mandarini e arance. Frequentiamo i bar delle stazioni di servizio, chiediamo informazioni ai furgoncini che caricano lavoratori su tutta la statale cosentina. Dalle cinque del mattino sono molti i mezzi che caricano uomini e donne per portarli nelle tenute agricole. Ci accorgiamo che si sta lavorando anche nei campi di aziende che solo qualche giorno prima ci avevano detto di essere fermi, senza lavoro e senza possibilità di assunzione. Arriviamo a qualche numero di telefono di caporali, gli unici che possono intercedere con le aziende.
Fino alle sei del mattino i furgoni girano sulla 106, senza sosta, poi inizia il lavoro nei campi. Italiani e stranieri, tutti stipati in raffazzonati mezzi di trasporto. Riusciamo a entrare in contatto con due caporali, via telefono. Uno vuole incontrarci di persona, l’altro invece si sbilancia subito. «L’azienda sì, assume, ma devo essere io a portarvici altrimenti per voi è impossibile». Non si parla di cifre, di tipo di contratto, di nulla, ma c’è la garanzia del lavoro, perché siamo arrivati a lui tramite un bar di fiducia. Funziona così. Una catena di contatti che vede il caporale come unico responsabile. Per qualsiasi problema o discussione, il datore di lavoro poi sarà sempre col caporale a sbrigarsela. I braccianti per molte aziende agricole sono invisibili, non ne conoscono i nomi, le esigenze, i guai fisici. Numeri da rendicontare al ribasso.
In un casolare che trasuda di storia, quasi abbandonato, ma con olive in salute, all’imbrunire incontriamo Totore, nome di fantasia per non esporlo più di quanto già abbia fatto. Lo incontriamo perché fa parte della rete dei caporali, uno che decide giorni, orari, turni e paghe. Totore è stato anche lui vittima di caporalato, da qualche anno si è emancipato: il suo vecchio caporale l’ha messo in questa posizione di responsabilità. Lui però è stanco di dover imporre sistemi lavorativi al limite della schiavitù. Lo abbiamo agganciato simulando una richiesta di lavoro, poi però mettiamo le carte in tavola e lui, pur volendo mantenere l’anonimato, ci racconta…
«Siamo in acque internazionali davanti alla Libia. Ad oggi (mentre il giornale va in stampa, ndr) non siamo stati coinvolti in nessun soccorso. Martedì 9 giugno abbiamo ripreso le missioni aeree, la nave era già in mare dal sabato precedente. L’aereo che utilizziamo per le ricognizioni, il Moonbird, ha segnalato tre imbarcazioni in difficoltà alle autorità di Italia e Malta. Erano distanti e non ce l’avremmo fatta ad intervenire. Sono state intercettate e riprese dai libici. Le autorità europee hanno facilitato Tripoli. Frontex, che aveva già avvistato le imbarcazioni, non è intervenuta». È il racconto di Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong tedesca Sea watch, che da anni interviene nel Mediterraneo centrale insieme ad altre organizzazioni non governative, svolgendo il compito che spetterebbe all’Ue: salvare vite umane. Sea watch è divenuta famosa tra l’opinione pubblica anche grazie ad una sua esponente, Carola Rackete che, da comandante della nave, disobbedì al divieto di attracco a Lampedusa con 43 richiedenti asilo a bordo.
Il 12 giugno di un anno fa 53 persone venivano salvate in mare, tra loro 10 bambini ed adulti in condizioni sanitarie critiche furono trasferiti a terra, ma ogni porto italiano venne interdetto all’imbarcazione dall’allora ministro dell’Interno. Dopo giorni di trattative il 28 giugno alcuni Paesi dichiararono la disponibilità ad accogliere i profughi ma dal governo italiano non giunse alcun segnale. Carola scelse in nome della salute dei migranti, ed entrò nel porto dell’isola siciliana. Sotto le pressioni del leader leghista, col pretesto che tale forzatura – compreso l’urto con una imbarcazione della finanza – costituisse un atto di guerra, Carola Rackete venne arrestata e rimase per alcuni giorni agli arresti domiciliari, fino a quando il Gip di Agrigento ne dispose la liberazione in quanto «aveva agito per proteggere la sicurezza dei passeggeri».
Ne seguì una lunga controversia sia legale che mediatica, in parte ancora non conclusa (l’ex ministro è stato querelato per diffamazione), ma in cui le accuse di Salvini sono di fatto crollate. «L’ultima novità rilevante risale al 20 gennaio 2020 – riprende Linardi -. Secondo la Corte di Cassazione non solo Carola ha adempiuto ad un dovere ma, andando oltre, ha affermato che le navi in quanto tali non possono essere qualificate come place of safety (porto sicuro) e che le persone dovevano poter sbarcare». La Sea watch 3 prima di partire ha inviato una missiva all’Ue chiedendo di…
Quando si pensa al caporalato, spesso si commettono due errori di fondo: si suppone che la sua presenza sia limitata alle regioni meridionali e che riguardi esclusivamente il settore agricolo. Sono tanti i segnali che indicano come questa rappresentazione del fenomeno sia ormai inadeguata, a partire dagli innumerevoli episodi di cronaca, dalle inchieste e dalle mobilitazioni sindacali che testimoniano la diffusione del caporalato e di forme di grave sfruttamento lavorativo in tutta Italia e in vari comparti produttivi.
In Toscana, negli ultimi anni, alcuni studi mostrano la compresenza di diverse tipologie di intermediazione illegale e di sfruttamento. A un estremo, si colloca una tipologia di caporalato, riconducibile a reti criminali organizzate, nella quale gli sfruttatori controllano reclutamento, trasporto, organizzazione della forza-lavoro, e a volte fornitura dell’alloggio e controllo sulle condizioni di vita. Si tratta di reti di sfruttamento perlopiù organizzate su base nazionale e/o etnica, attive nel settore agricolo del Chianti fiorentino, del Senese e del Grossetano. Le ragioni sociali attraverso le quali questa tipologia di caporalato operano sono S.a.s. (Società in accomandita semplice), cooperative spurie e società senza terra. Proprio l’apparente legalità che lo caratterizza, rende questo modello di sfruttamento molto insidioso. Per la quantità di lavoratori reclutati, per il raggio d’azione della rete di sfruttamento – capace di movimentare ogni giorno, in modo efficiente, squadre di braccianti su più province – e per le forme di abuso subite dalla manodopera, che includono minacce e violenza, lo sfruttamento qui sembra consustanziale all’attività di intermediazione illegale.
All’estremo opposto, abbiamo una tipologia di sfruttamento informale, su scala locale, attivata da singoli intermediari che gestiscono, dietro compenso, il reclutamento e la messa a disposizione di forza-lavoro a famiglie e piccole aziende per il lavoro domestico e di cura, per le pulizie e per altri servizi. In questo caso, il fenomeno è poco strutturato e i caporali sono in prevalenza migranti con una lunga anzianità di soggiorno sul territorio, che mettono a profitto, in modo illegale, le loro reti sociali.
Uno dei principali bacini di grave sfruttamento lavorativo nell’area metropolitana che comprende le province di Firenze, Prato e Pistoia riguarda il distretto del tessile e dell’abbigliamento. In seguito al tragico rogo del 2013 di un’azienda a Prato, nel quale morirono sette operai e operaie cinesi rimasti intrappolati all’interno dei locali, sono stati attivati alcuni progetti di contrasto allo sfruttamento lavorativo. La Regione Toscana ha…
Andrea Cagioni è un operatore e ricercatore sociale a Firenze
Dopo la costruzione della Biblioteca di Kobane, Arci Firenze torna in Rojava con un innovativo progetto, tutto al femminile, nel campo profughi Roj. L’obiettivo è quello di contribuire a promuovere una cultura di pace e convivenza democratica nel Cantone di Jazira nel Nord della Siria, attraverso il coinvolgimento lavorativo, culturale e ricreativo delle familiari degli ex combattenti dell’Isis nella costruzione del Confederalismo democratico. Saranno proprio le donne vedove o parenti degli ex combattenti ad essere coinvolte nella costruzione della società democratica attraverso varie attività che condivideranno con il Congresso del movimento delle donne della Siria del Nord e dell’Est (Kongreya Star).
Le azioni del progetto saranno tre: costituire una cooperativa di sartoria per le donne parenti degli ex combattenti, l’attivazione di un corso di salute femminile e l’allestimento di uno spazio culturale ed un centro sportivo all’interno del campo profughi Roj. I due corsi di sartoria professionale coinvolgeranno circa 50 donne ciascuno e forniranno la base sociale per lo sviluppo lavorativo di una cooperativa che darà lavoro e una nuova prospettiva di vita alle beneficiarie del progetto. Il corso di salute femminile verrà realizzato grazie alla collaborazione con Heyva Sor a Kurdistanê – Rojava e comprenderà le nozioni fondamentali della ginecologia, dell’ostetricia, di igiene e di tutte quelle discipline mediche che siano ritenute importanti dalle beneficiarie per garantire una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e diritti.
L’allestimento del centro culturale per donne e bambini e bambine rappresenterà invece uno spazio fisico dove le varie donne del campo profughi Roj possano conoscersi e raccontare il proprio vissuto, mettendo in comune le difficili esperienze personali, per poter superare le differenze e lavorare per la loro emancipazione e il loro benessere. Per sostenere il crowfunding “Dalla parte dei curdi” su produzionidalbasso.com, gestito da Uiki (ufficio di informazione Kurdistan in Italia) che ha raccolto ad oggi più di 13mila euro permettendo anche l’acquisto di una clinica mobile che opera ad Heseke. Il Comitato Arci di Firenze ha lanciato anche l’iniziativa Mascherine per il Rojava, mascherine lavabili con il logo Arci “Resistenza Virale” in vendita a 5 euro presso la sede Arci di Piazza dei Ciompi a Firenze. Per prenotare le mascherine si può chiamare il numero 055262970.
Foto LaPresse - Mourad Balti Touati
07/02/2019 Milano (Ita) - viale eginardo
Cronaca
A Fieramilanocity Connext 2019 di Confindustria
Nella foto: Carlo Bonomi, Presidente Assolombarda
Carlo Bonomi si è lanciato perfino in un neologismo: “democrazia negoziale”. Quando mi è capitato di leggerlo ho pensato che la democrazia è democrazia, ed è contendibile per natura altrimenti non lo sarebbe poi ho letto ancora di più e mi sono accorto che sarebbe “una grande alleanza pubblico-privato” in cui “il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale” ma dialoga “incessantemente attraverso le rappresentanze del mondo dell’impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura”. È un fighissimo esercizio retorico ma in realtà, grattando grattando, significa che secondo Bonomi Confindustria dovrebbe essere la terza Camera dell’iter parlamentare. I cittadini votano un governo ma il governo deve essere avallato da loro. Forte, eh?
Peccato che proprio sulla rappresentanza di Confindustria ci sarebbe qualcosa da ridire visto che la Confindustria di oggi rappresenta quel bel capitalismo fatto con i soldi degli altri (Eni, Enel, Leonardo, Poste, tanto per citare qualcuno) che ha consigli d’amministrazione decisi dal governo e ha perso parecchia rappresentanza di quel capitalismo privato che ormai dalle nostre parti è diventato una rarità.
Ma non è tutto, no. Confindustria per bocca del suo presidente Bonomi ha criticato (legittimamente) le scelte del governo definendo (legittimamente) assistenzialismo le iniziative prese come i bonus e la cassa integrazione: peccato che proprio Confindustria abbia usato la cassa integrazione per i giornalisti del suo quotidiano Il Sole 24 Ore. Curioso, no?
E poi c’è la ricetta per ripartire, questo è il vero capolavoro: meno regole per gli appalti, più cemento per tutti e soldi alle imprese e possibilmente più possibilità di precarizzare i lavoratori. Sono le stesse ricette di tutti questi stessi anni. Sempre.
Sarebbe bastato dire invece: «caro Conte sappiamo che arriverà una montagna di soldi dall’Europa e vogliamo la nostra fetta». Un po’ crudo, molto più apprezzabile. Senza nemmeno troppo sforzo nell’inventare nuove parole.
Foto Claudio Furlan - LaPresse
05 Marzo 2020 Milano (Italia)
News
Lezione senza studenti in aula in collegamento via webcam a causa dell’emergenza coronavirus al Politecnico di Milano
Photo Claudio Furlan - Lapresse
05 March 2020 Milan (Italy)
News
An hydraulics professor from Milan Polytechnic in an empty classroom teaching a lesson via webcam to comply with the new measures against the spread of coronavirus
Hanno già riaperto i bar, i ristoranti, le aziende e i negozi di ogni categoria merceologica.
In base al nuovo Dpcm, datato 11 giugno 2020, dal 15 giugno sono ripartite le attività ludiche, ricreative – al chiuso e all’aperto – e le competizioni sportive, seppure a porte chiuse. Perfino le sale giochi, le sale scommesse e le sale bingo sono nuovamente accessibili, come pure i cinema e i teatri, sebbene con le dovute limitazioni, necessarie per il rispetto del distanziamento fisico (che prevede un massimo rispettivamente di 1000 spettatori all’aperto e di 200 al chiuso).
Dal primo luglio saranno consentiti i viaggi da e per l’estero nella Ue, nell’area Schengen, in UK e nell’Irlanda del Nord.
Le scuole hanno spalancato le porte solo ai maturandi dal 17 giugno, mentre il Miur ha indicato come data orientativa per la riapertura delle scuole primarie e secondarie il prossimo 14 settembre. Ma per la formazione terziaria – le Università, le Istituzioni di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica e i master – continua la sospensione senza certezze sul futuro. Eppure si sa che per gli studenti fuori sede l’iscrizione all’università è legata alla ricerca di un alloggio, che normalmente si svolge nei mesi estivi, ma che l’attuale grado di incertezza scoraggerà inevitabilmente.
Insomma tutto riparte, dai giochi nei parchi pubblici agli aperitivi, dalle vacanze al gioco d’azzardo, dalle sagre agli spettacoli, ma il comparto dei “saperi alti” può attendere. Questo ritardo restituisce l’immagine di un Paese che mette all’ultimo posto – nella scala di priorità della ripartenza – la formazione alta “empatica”, quella che permette lo scambio di conoscenza e coscienza critica nella relazione diretta tra docenti e discenti e nella socialità tra studenti. Non è un bel segnale per un Paese che ha una bassa percentuale di adulti in formazione (solo l’8,1%, contro il 19,5% della Francia e l’11,6% dell’area euro) e un’alta percentuale di abbandoni scolastici (il 13,5% contro l’8,2% della Francia e il 10,6% dell’area euro), in base ai più recenti dati del cruscotto dell’European Pillar of Social Rights e che destina all’università meno della metà della spesa pubblica in percentuale al Pil, rispetto alla media Ue (0,4% contro lo 0,9%).
Resta il sospetto che tale scelta – più che da protocolli sanitari – sia dettata dalla volontà di approfittare del Covid-19 per cambiare paradigma e per accelerare lo sviluppo del 5G, uno dei messaggi chiave del rapporto finale della task force Colao: virando decisamente verso la didattica a distanza, con la sostituzione progressiva delle lezioni frontali (in una formula ibrida, denominata “blended”) per poi passare direttamente alla versione “smart” on line. Una visione che mentre persegue il marketing degli “upskilling” e la retorica delle università 5.0, usa la formazione terziaria, come grimaldello per tagliare ulteriormente i costi, per spingere gli investimenti sul 5G (in barba al principio di precauzione tutelato dalla nostra Costituzione), per eliminare il valore legale del titolo di studio (come proposto dall’Ambrosetti Club), facilitando così la privatizzazione della formazione universitaria e, non ultimo, per operare più facilmente il “distanziamento” anche a fini di controllo sociale.
Come dice Naomi Klein “Al centro di questa visione, che vuole scuole, ospedali, studi medici, polizia e altri corpi militari deleghino molte delle loro funzioni principali a società della tecnologia privata, c’è la perfetta integrazione dei governi con un piccolo gruppo di giganti della Silicon Valley”. Del resto quel piccolo gruppo di giganti, è lo stesso che attraverso le proprie piattaforme ha consentito la prosecuzione dell’attività didattica e degli esami durante il lockdown.
Ma la protesta non tarderà a farsi sentire. In maggio c’è stato il primo sciopero che ha visto professori, studenti e genitori invocare il ritorno, in sicurezza, alla scuola “normale”, non quella falsamente “smart”. Giovedì 25 giugno ci sarà un secondo sciopero, indetto sulla base di un appello di circa 900 docenti, cui il Comitato Rodotà aderisce convintamente e che contribuirà ad animare.
Antonella Trocino, Coordinamento Nazionale del Comitato Rodotà
Non vale solo per i neri statunitensi fermati dalla polizia: riuscire a respirare, a sopravvivere, è un’impresa anche per i migranti che dalle coste del Nord Africa tentano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Lo è da tempo, lo è ancora oggi: le stragi nel Mare nostrum non si sono mai fermate nemmeno quando eravamo tutti concentrati sul lockdown per la pandemia. C’è stata quella “di Pasquetta”, quando 12 persone sono morte e 51 sono state respinte in Libia da una motopesca in seguito al mancato soccorso e alle negligenze di Malta e dell’Unione europea (su cui indaga la procura di Ragusa). E c’è stata quella del 10 giugno al largo delle coste tunisine, in cui hanno perso la vita oltre 50 persone provenienti principalmente dall’Africa subsahariana. Di tanti altri naufragi, come spesso purtroppo accade, non sapremo mai nulla. Ma, ad aggravare il quadro, si aggiunge un’ulteriore questione: chi si salva dalla morte in mare viene forzatamente ricondotto in Libia e sempre più spesso qui viene fatto sparire. E ora vi racconteremo come e da chi.
«L’Onu ha segnalato la recente scomparsa di più di 1.700 persone nel sistema dei lager libici», così si apre l’interrogazione al presidente Conte e ai ministri Di Maio, Guerini, Lamorgese presentata alcuni giorni fa alla Camera da Rossella Muroni, deputata Leu, per fare luce sulla vicenda. La cifra indicata emerge da un calcolo preciso. «Nei primi cinque mesi del 2020 – si legge nella interrogazione – un totale di oltre 3.115 persone è stato catturato in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica e dai maltesi, con la quotidiana collaborazione degli aerei della missione Frontex; le 3.115 persone catturate in mare sono state tutte respinte in Libia, con sbarco nel porto di Tripoli. Di queste, segnala l’Onu (in un report del Consiglio di sicurezza di maggio, ndr), solo 1.400 si trovano attualmente nel sistema dei campi migranti “ufficiali” di Al Serraj. Riguardo alle altre 1.700 persone non si conosce la fine che hanno fatto. In questi mesi tutti i gruppi di attivisti che si occupano di Libia hanno ricevuto moltissime segnalazioni di persone scomparse. Più di quante ne ricevono di solito. Parenti di rifugiati catturati nel Mediterraneo chiedono agli attivisti notizie dei loro cari, letteralmente scomparsi».
Tra questi attivisti c’è Sarita Fratini, scrittrice, autrice del blog SaritaLibre e portavoce del collettivo Josi & Loni project, in prima linea contro le deportazioni di migranti verso la Libia. È grazie all’impegno di ricerca e documentazione suo e del collettivo se è nata questa interrogazione parlamentare. Un impegno che, unito a quello di Giulia Tranchina, avvocatessa dello studio legale londinese Wilson Solicitors esperta in diritto d’asilo, ci aveva portato a raccontare alcuni mesi fa su queste pagine l’odissea di Omar e Nat (nomi di fantasia, v. Left del 28 febbraio, ndr), giovani migranti in fuga dalle bombe che piovevano in Libia, intercettati in mare il 17 febbraio dalla sedicente Guardia costiera di Tripoli e ricondotti forzatamente verso le coste nordafricane.