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L’amico sconosciuto

Quando ha scritto Sulle ali degli amici, una filosofia dell’incontro (Marsilio), testo filosofico aperto alla lettura del presente, la pandemia non era ancora immaginabile. Ora, in questo difficile scenario il libro di Pietro Del Soldà ha assunto un senso ancor più cogente. «Ho finito di scrivere all’inizio di quest’anno e a ripensarci mi sembra tanto tempo fa», ammette il giornalista di Rai Radio3, studioso di filosofia e scrittore. «Ma sto anche realizzando che il tema forte del libro, cioè la proposta di un’idea di amicizia più profonda, coinvolgente e “politica”, sta acquistando sempre più attualità e concretezza». L’importanza dell’amicizia, non solo come fatto privato, «ora in questa surreale esperienza di immobilità, incertezza e distanziamento sociale solo in parte mitigata dal “buon uso” di smartphone e tablet, si è resa più evidente. La crisi è anche questo: è visione del cuore pulsante della nostra vita e dei problemi veri».

La pandemia ha reso evidente a tutti la centralità del “noi” e del senso della collettività. Ha messo in luce la nostra interdipendenza, il fatto che nessuna persona è un’isola e l’importanza della tutela della salute come bene pubblico.
Oggi ci rendiamo conto che siamo espressione di un corpo sociale. Non siamo solo cittadini di una democrazia che garantisce la libertà individuale, in gioco c’è dell’altro: la sfera pubblica entra prepotentemente nelle nostre case, nell’intimo delle relazioni, le condiziona, addirittura le impedisce. La sfida per ciascuno di noi consiste nel non vivere tutto questo solamente come una colonizzazione del nostro spazio.

Anche la parola “libertà” va ripensata?

Dobbiamo reagire capendo che la libertà non ha senso senza la responsabilità. Questo oggi ci è richiesto: essere responsabili, dare cioè risposta all’appello che viene da fuori. Possiamo scoprire che è falsa l’idea, pur molto rassicurante, secondo la quale ogni gesto che compiamo è reversibile, per lo più non rilevante perché ci scivola addosso come l’acqua sulla pelle. Oggi, al contrario, capiamo che in ogni azione ne va di noi stessi. Cade così quel diaframma che “prima” separava l’io più profondo, privato e quasi nascosto, dalle azioni che compiamo nel mondo esterno. E l’aspetto ancor più illuminante di questo periodo è che, proprio mentre riscopriamo il peso e l’irreversibilità delle nostre azioni, ci ricongiungiamo al corpo sociale di cui siamo parte e che dipende da ogni nostro gesto per la sua sopravvivenza.

Aristotele sosteneva che l’uomo è animale politico. Queste settimane di isolamento e distanziamento come responsabilità verso gli altri sconfessano pienamente il pensiero neoliberista fondato sull’assunto thatcheriano: «Non esiste la società esistono gli individui»?

L’individuo “thatcheriano”, lanciato in una corsa solitaria verso una felicità tutta sua, che vede gli altri come competitor o come spettatori (on line e off line) delle sue performance, è il mito su cui si fonda la società in cui viviamo. Ma in realtà è frutto di un errore di prospettiva che ci impedisce di essere davvero unici e diversi. Quell’individuo, considerando la relazione (d’amicizia ma non solo) come strumento per perseguire obiettivi personali, non sa vivere la relazione come orizzonte esistenziale, in cui soltanto può prender forma la sua vera natura. Solo gli amici, nel senso dei philoi di cui parlano gli antichi, proprio in quanto vivono l’uno per l’altro, riescono anche a differenziarsi. L’individuo thatcheriano, al contrario, è un modello stereotipato, che induce al più radicale conformismo.

L’amicizia è disinteressata. È una scelta libera non  vincolo di sangue. Non è esclusiva, non ha a che fare con il calcolo, con l’utile, «è anti-economica», tu scrivi. In certo senso scardina l’antropologia capitalistica incentrata sull’homo oeconomicus?

L’homo oeconomicus ottimizza i mezzi secondo una razionalità calcolante che pensa solo al fine individuale da perseguire, ogni cosa viene ricondotta al suo incessante calcolare. Ma l’oikonomia, in realtà, è l’amministrazione della casa, oikos, che non può essere estesa fino a coincidere con la polis: farlo (è proprio quello che facciamo noi da molto tempo) è un errore. L’amicizia a cui io penso è invece una forza che mi apre, mi espone al “pericolo” del contatto con l’altro, e che richiede da me la dispersione delle certezze consolidate, dei tesori (di fama, di sicurezza, di tranquillità) accumulati sin qui. L’amicizia vera mi mette in gioco, mi mobilita, non m’acquieta ma m’inquieta, esponendomi così però all’esperienza della felicità più grande.

Potrebbe essere proprio l’amicizia, intesa anche come rapporto orizzontale, solidale, di reciprocità una delle chiavi per la tenuta sociale oggi e per la ripresa?

Sì, se però la intendiamo non come una solidarietà tra “simili” per fare gruppo contro i diversi, contro gli untori. L’amicizia a cui penso è anzi una forza che abbatte i fortini dell’io narcisista, competitivo, performativo, e del noi sovranista che vede gli altri come minacce. L’amicizia come apertura e come consapevolezza che siamo parti di un destino comune è la chiave per ripartire. Quest’amicizia, insegna del resto Aristotele, è il vero «cemento della polis», «che i saggi legislatori tengono persino in maggior conto della giustizia».

In questi drammatici mesi abbiamo visto moltissimi gesti di solidarietà, dalla spesa sospesa, ai concerti sui balconi. Sono gesti che hanno a che vedere più con l’amicizia per come tu la definisci a partire da Socrate e Aristotele che con la carità. Cosa le distingue?

La carità è amore del prossimo “attraverso Dio”, è amore dell’uomo in quanto uomo, non fa distinzioni, non si sofferma a conoscerlo, a esperirne il carattere. L’amicizia è invece conoscenza, è anzi l’unica via possibile per conoscere non solo l’altro ma anche noi stessi. Sono amori diversi che però non si escludono bensì, al contrario, possono coesistere e cooperare. L’amicizia vissuta come rapporto esclusivo, che volta le spalle alla comunità di cui gli amici fan parte, nega se stessa. Oggi vedo molta voglia di rapporti profondi, basati sulla condivisione dei pensieri e delle emozioni più importanti (e questa è l’amicizia vera che stiamo riscoprendo nella crisi), e pure molta voglia di aiutare chi non conosciamo e non conosceremo mai (la spesa sospesa ne è un esempio perfetto). Dobbiamo impegnarci affinché quando, passata la paura, la fase 3 (grazie al vaccino) ci restituirà alla normalità, tutto questo non scivoli via insieme alla paura del Covid-19.

L’amicizia arricchisce la vita interiore e affettiva, ha a che vedere con l’apertura verso l’altro, il diverso, lo sconosciuto, «non è comoda», è un «gioco serio», è dialogo e dialettica. È una dimensione dinamica che stimola la ricerca e la conoscenza?

L’amicizia vera non è solo un volersi bene affettuoso e rassicurante. Il mio libro si apre con la morte di Socrate, il quale accetta la condanna a morte e rifiuta la possibilità di salvarsi andando in esilio (cioè verso una vita non più “politica”), mentre i suoi amici più cari non si danno pace, cercano di convincerlo a fuggire e poi si disperano. Le loro lacrime, per noi segno di affetto sincero, sono invece per Socrate la prova del fatto che quegli uomini non sono ancora all’altezza della vera amicizia. L’amicizia richiede apertura di sé e impegno, richiede fatica, è una «messa in pratica del bene» non assicura ma ci espone anzi alle forze più impetuose e più creative. Quelle forze si agitano anche dentro ciascuno di noi, anche se spesso le ignoriamo per quieto vivere, pigrizia o paura: l’amico è colui che mi rimette in contatto con esse, tira fuori la mia energia creatrice e mi consente di darle piena espressione. Per questo definiscono l’amicizia una con-creazione.

La bellezza salverà il mondo diceva Dostoevskij, in che modo bellezza e amicizia si legano?

Socrate dice a un certo punto «ciò che è amico è il bello, e come il bello, così l’amico non si lascia definire, ci sfugge di mano perché è scivoloso e lucente». Paradossale come sempre, Socrate ci invita a pensare l’impensabile: bellezza e amicizia hanno la stessa fonte, sono esperienze di quell’armonia dinamica delle passioni che solo insieme agli amici posso davvero sperimentare, e verso la quale sono sospinto dall’incontro con la bellezza terrena (un’opera d’arte, un paesaggio, il volto di una persona) che “mi mette le ali” e mi eleva oltre la paura, la noia e il disgusto. Frasi enigmatiche, che nel libro “sciolgo” mettendole alla prova con esempi concreti del mio rapporto con la bellezza della letteratura e della pittura.

Molti pensatori antichi consideravano l’amicizia come un valore fondante della polis, come è avvenuto che abbia preso il sopravvento un’ideologia feroce come quella proposta da Hobbes e che sopravvive oggi in teorie nazionaliste, sovraniste basate sulla costruzione del nemico?

La concezione dell’altro come un nemico non si esprime solo nel sovranismo. Anche l’individualismo esasperato si oppone all’altro (come singolo e come Stato). Se vogliamo davvero contrastare il successo dell’inimicizia nella politica contemporanea, dobbiamo anche ripensare quanto dell’opposizione amico-nemico, tipicamente espressa nel ’900 da Carl Schmitt, sopravviva nel cuore delle nostre democrazie avanzate.

L’amicizia fra i popoli, la collaborazione a livello internazionale sono assolutamente necessarie per battere il virus. Il sovranismo fallisce completamente di fronte all’emergenza che stiamo vivendo?

La cooperazione internazionale è la chiave per uscirne, e in questo senso l’esperienza della collaborazione scientifica a livello globale per trovare farmaci efficaci e un vaccino costituisce un modello da “esportare” oltre i confini della scienza, negli ambiti ben più conflittuali dell’economia e della geopolitica. È la sfida che abbiamo di fronte: possiamo vincerla o perderla, dipende da noi, da tutti noi, nessuno escluso.

Da ultimo una domanda al conduttore e autore di Tutta la città ne parla: la radio, intesa come servizio pubblico, in questo momento è una “voce amica” che può aiutare, portando nelle case informazione, ma anche strumenti per la didattica, rompendo il guscio dell’isolamento fisico?

Nel libro dedico alcune pagine alla “amica radio”. La radio (il mezzo di comunicazione più affidabile per il pubblico europeo) riscopre oggi una nuova vita e funzione. A Radio3 ci siamo resi conto che le nostre parole e i nostri suoni “nudi”, non rivestiti da immagini, non sono stati sommersi dall’esplosione mediatica del coronavirus. Abbiamo dato molto spazio alla competenza di chi ne sa di più e all’esperienza delle persone coinvolte che, con i loro messaggi, si sono rivelate “autori” al nostro fianco. E poi, come sempre, abbiamo dato spazio alla bellezza, intesa non come fuga dalle bruttezze del mondo ammalato (sarebbe come l’esilio di Socrate), ma come cura, come terapia per la nostra sofferenza e preoccupazione, per elevarci insieme a pensare un mondo migliore.

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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Il virus del fondamentalismo

Fase 2. Come ne usciamo? Serve un colpo d’ala. Serve immaginazione, una visione politica. Servono massicci investimenti in ricerca scientifica e nella sanità pubblica. Ma non solo. Quella che inizialmente era una crisi sanitaria sta diventando una questione sociale.

Uno degli effetti più evidenti del coronavirus è l’impoverimento generale della popolazione. E c’è il rischio che il tasso di povertà continui a crescere. Basterà il «poderoso intervento da 400 miliardi» annunciato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che va ad aggiungersi ai 25 miliardi già stanziati? In quanto tempo saranno erogati gli aiuti di Stato? E quali altri provvedimenti saranno messi in campo per chi più di tutti rischia di rimanere indietro? Pensiamo per esempio a colf e badanti, lavoratori stagionali e intermittenti, ai lavoratori atipici e agli autonomi; pensiamo a chi lavora in nero e ai migranti, braccianti agricoli sfruttati e sospinti dai decreti Salvini ancor più in zone grigie di “irregolarità”. In Portogallo il premier Antonio Costa ha lanciato una moratoria, regolarizzando i lavoratori senza permesso di soggiorno e i richiedenti asilo: proposta da emulare ma che da noi ha avuto solo un timido rilancio, come si racconta in questo numero.

“Nessuno resti indietro” avevamo titolato due numeri fa, quando il lockdown doveva essere necessariamente il più serrato possibile per impedire che tante regioni raggiungessero il picco assieme, facendo crollare il Sistema sanitario nazionale. Nessuno resti indietro, ripetiamo, tanto più ora che si inizia a parlare di ripartenza. Con quali misure di sicurezza per i lavoratori? Con quali garanzie per tutti i cittadini rispetto alla necessità di essere tracciati al fine di poter convivere con il virus finché non ci sarà un vaccino? Come cambierà la nostra idea di libertà? Sono questioni niente affatto secondarie che solleviamo in questo sfoglio.

Non solo. Conte parla di «fase 2», ma manca ancora un piano sufficientemente articolato. Per cominciare bisognerebbe varare un reddito di resistenza come hanno proposto Marco Almagisti e Paolo Graziano su Left. Servono maggiori misure di sostegno al lavoro, massicci interventi pubblici. E – torniamo a proporre -, si potrebbero recuperare risorse anche dal taglio dalle spese per gli armamenti, dal recupero dell’evasione fiscale, dall’Ici non pagata dalla Chiesa. Occorre una patrimoniale dicono perfino politici che non sono mai stati di sinistra come Pierferdinando Casini. Non una sorta di flat tax, pensiamo noi, ma una patrimoniale o una efficace tassazione dei redditi modulata secondo il principio costituzionale della progressività.

Ma soprattutto per poter pensare a una fase 2 di graduale ripartenza con tutte le cautele sanitarie necessarie (aspetto cardine su cui interviene qui Enrico Bucci) c’è bisogno della risposta di un’Europa solidale, che finalmente colga l’occasione irripetibile di inverare i principi di un’unione politica e democratica degna di questo nome, che si emancipi dalle ricette neoliberiste e di austerity come scrivono Ovadia e Ferraris, da misure che sono state scelleratamente applicate anche dopo la crisi del 2008 e hanno solo contribuito a generare ulteriori disuguaglianze.

Sappiamo, purtroppo, che quella a cui andiamo incontro potrebbe essere una crisi ben peggiore. E allora bisogna pensare da subito a possibili argini e soluzioni. Tutte da costruire, ci rendiamo ben conto, ma dobbiamo fare passi in quella direzione. Ricette preconfezionate purtroppo non ce ne sono. Come non ci sono precedenti rispetto alla fase che stiamo vivendo. Se la Cina ci è servita da modello per il lockdown, per la ripresa servono strade democratiche che tutelino i bisogni ma anche le esigenze delle persone e che mettano al centro lo Stato di diritto.

Anche per questo è necessaria maggiore collaborazione sovranazionale, sul piano economico e politico. In queste settimane abbiamo visto all’opera scienziati di differenti discipline unire le forze per cercare cure e vaccini. L’astrofisico Federico Nati ci racconta di uno straordinario progetto frutto di ingegno collettivo: scienziati di tutto il mondo con competenze diverse e che prima non si conoscevano hanno unito le forze per creare respiratori low cost, ora in via di sperimentazione. È anche una lezione di metodo quella che viene in questi giorni dalla ricerca scientifica. Dovrebbe approfittarne la politica europea.

La speranza è aperta, ma il can can a cui abbiamo assistito finora è stato avvilente, con la Gran Bretagna che ha avanzato strategie neo malthusiane e all’insegna di un feroce darwinismo sociale, con l’Olanda che ha fatto da capofila contro gli eurobond, con Paesi industrializzati che hanno innalzato barriere protezionistiche impedendo che presidi sanitari raggiungessero i Paesi che ne hanno più bisogno.

Ma se l’Europa si riduce ad essere una unione di Stati nazionali dettata da interessi particolari e rinuncia ad assumersi direttamente la responsabilità di strumenti finanziari sovranazionali, questo non significa certo che la soluzione stia in scorciatoie sovraniste e nazionaliste, nei fatti del tutto impotenti di fronte a problemi globali come una pandemia.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una drammatica ecatombe negli Stati Uniti. Il negazionismo di Trump e l’assenza di una sanità nazionale pubblica stanno causando migliaia di morti. In Ungheria, il nazionalista Orbán ha approfittato dell’emergenza sanitaria per imporre una dittatura senza riuscire minimamente a tutelare la popolazione (ne parlano qui in un ampio sfoglio Zappacosta, Trasciatti e Scheiring). Peggio ancora, dal punto di vista sanitario, ha fatto Bolsonaro invitando i brasiliani a uscire e a incontrarsi come se non esistesse alcun rischio. Come ha proposto in Italia il sodale di Orbán e Bolsonaro, Matteo Salvini, chiedendo di riaprire le chiese per Pasqua. Una proposta letteralmente fuori dal mondo, ripresa da Forza Nuova, che ha lanciato una marcia di Pasqua e una processione a San Pietro, chiamando a raccolta tutti i militanti di estrema destra, in totale dispregio delle norme sanitarie e di prevenzione.

Nella domenica delle Palme la polizia è dovuta intervenire a Frascati dove è stata celebrata messa; altri casi simili si sono verificati in Calabria e altre regioni. Del resto papa Bergoglio non aveva certo dato il buon esempio con la sua passeggiata romana (vedi Left del 20 marzo) per andare a pregare, incurante delle ordinanze a tutela della salute pubblica. Ma l’eco mediatica di plauso è stata pressoché unanime. E su eminenti giornali della borghesia illuminata come il Corsera ora si leggono commenti che invocano il ritorno della religione come fatto pubblico; è tutta una gara da Polito a Galli Della Loggia. Quale religione immaginano per la sfera pubblica degli anni Duemila e a che loro dire sarebbe un collante sociale? Quella predicata dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò secondo il quale la pandemia sarebbe una punizione di Dio contro i «peccati come aborto, eutanasia e il matrimonio omosessuale»?

A chi volesse farsi un’idea più precisa di quali e quanti danni alla salute pubblica abbiano fatto i leader religiosi durante questa pandemia consiglio di leggere il reportage di Giordano Stabile, uscito il 5 aprile su La Stampa con il titolo Santuari e moschee piene, così il virus dilaga. E ancor più il lungo, e il documentato articolo, Dieu et le virus, di Laurent Joffrin, direttore di Liberation, uscito il 3 aprile. «Confidando nella scienza più che sulle genuflessioni e benedizioni» il direttore del quotidiano francese traccia una mappa che lascia sgomenti: dalla Corea del Sud, dove i militanti della Chiesa Shincheonji di Gesù hanno chiamato i fedeli a raccolta, agli Usa dove continuano i raduni di evangelici supportati da Trump, sono innumerevoli di casi di meeting religiosi seguiti da esplosione di contagi. Qualche esempio? In Israele la metà delle persone ricoverate in ospedale proviene da comunità ultra-ortodosse. In Iran il focolaio della città santa di Qom si è espanso per le cerimonie di massa che sono continuate perché l’Ayatollah si è rifiutato di interrompere i riti, sostenendo che il santuario fosse un luogo di guarigione. A Nuova Delhi, in India, più di tremila persone hanno partecipato a un incontro della Tabligh Jamaat, un’organizzazione di missionari fondamentalisti, per poi diffondere il virus in numerose regioni, tornando a casa. Accade anche nella laicissima Francia.

Scrive ancora Joffrin: «Come ben sappiamo, è stato un incontro evangelico di tre giorni che si è tenuto nella parte orientale della Francia, il “Christian Open Door”, il propagatore più efficace della malattia sul resto del territorio, quando i pellegrini illuminati dalla grazia sono tornati a casa portando, oltre alla buona parola, grandi dosi di coronavirus con cui hanno contagiato i loro parenti e i loro vicini. La “porta cristiana” in questione è stata una porta aperta alla malattia».

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 10 aprile 

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Precari da prima che esistesse il precariato, breve storia del caporalato culturale

A sign advises that Colosseum will be closed, following the government's new prevention measures on public gatherings, in Rome, Sunday, March 8, 2020. Italy announced a sweeping quarantine early Sunday for its northern regions, igniting travel chaos as it restricted the movements of a quarter of its population in a bid to halt the new coronavirus' relentless march across Europe. (AP Photo/Andrew Medichini)

I professionisti della cultura sono stati i primi a fermarsi e saranno gli ultimi a tornare al lavoro. Molti sono a casa già dal 23 febbraio, quando teatri e cinema sono stati costretti a chiudere per il timore del propagarsi dell’epidemia di Coronavirus. E gli ultimi tra loro sono stati gli archeologi, la cui associazione nazionale (Ana) ha sollevato per settimane il problema dei cantieri non sicuri, attivi anche dopo il decreto del 22 marzo che obbligava a chiudere i servizi non necessari, non essenziali e differibili: nei cantieri, infatti, non è quasi mai possibile osservare le norme sanitarie di sicurezza ora in vigore. Contemporaneamente, del resto, c’era chi brindava lanciando hashtag come #MilanoNonSiFerma e non diceva una parola in risposta a Confindustria. Ma già qualche giorno prima, chi opera nel settore culturale aveva sperato che quello che è poi stato chiamato Decreto Cura Italia, emanato il 17 marzo, restituisse un minimo di dignità alla propria professione.

Così non è stato, perché molti sono stati esclusi da qualsiasi forma di ammortizzatore previsto e fanno oggi parte di coloro che chiedono un reddito di base universale o un reddito di quarantena. Sono ad esempio gli intermittenti dello spettacolo (circa 200mila “a chiamata”) che in altri Paesi hanno ottenuto in questa fase misure adeguate. In Francia possono contare persino su una legge che ne norma lo status giuridico, mentre in Italia non possono nemmeno ammalarsi, perché non verrebbero pagati, nonostante abbiano sempre pagato i contributi. Solo alcune regioni, infatti, hanno stabilito che potranno accedere alla cassa integrazione in deroga. E non sono solo attori e musicisti, di cui almeno un po’ si parla grazie ai volti noti scelti da Fondazione Centro Studi Doc per la campagna “Nessuno escluso” (Manuel Agnelli, Fabio Concato, Cristina Donà, Frankie Hi-Nrg, Mannarino, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri e altri) ma anche tecnici, attrezzisti e coloro che ci permettono di assistere a concerti ed eventi. Chiusi in casa come tutti, si sono incontrati virtualmente attraverso i social o Zoom e Skype.

Lo hanno fatto creando per l’occasione il gruppo Facebook Emergenza Continua: per la tutela dei professionist@ dello spettacolo, da un’idea di Adl Cobas Parma, e hanno continuato a farlo i gruppi regionali di Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, attivi già dal 2015. Leggere i loro post equivale a compiere un viaggio in un mondo che la maggior parte di noi conosce poco pur frequentando i luoghi della cultura. Le testimonianze raccolte rendono la portata di un sistema di caporalato culturale che questi attivisti, per lo più giovani, intendono ribaltare. Mi Riconosci, che già tre anni or sono aveva lanciato un Piano per il lavoro culturale, ha ideato un questionario che ha permesso la terza raccolta dati a cura dell’associazione, partendo dalla constatazione che quando cambia il nostro lavoro, cambia la nostra vita.

 

 

Scopriamo così che metà degli intervistati ha subito l’interruzione di ogni attività lavorativa e l’azzeramento totale delle entrate, e che il 30% degli interpellati sa di non poter resistere in questa condizione più di un mese, mentre altri riconoscono che ci riusciranno solo grazie all’aiuto insostituibile della famiglia. C’è chi vorrebbe fosse riconosciuta la disoccupazione alle partite Iva, e chi, con un contratto a breve termine, non sa a cosa appellarsi.

 

Oppure chi, con un contratto a tempo indeterminato si è visto chiedere di acconsentire improvvisamente ad una riduzione oraria per essere pagato meno. Solo il 22% degli intervistati ritiene adeguate le misure intraprese finora dal governo, ma tutti hanno le idee chiare su cosa servirebbe: estensione degli ammortizzatori sociali, da subito, ma anche più vincoli alle imprese, tutele contrattuali per i lavoratori, sgravi fiscali alle imprese del settore, investimenti pubblici.

Ci sono naturalmente anche richieste condivise con lavoratori di altri ambiti: la sospensione del mutuo o del pagamento dell’affitto, un’entrata per gli stagionali e per chi è in ritenuta d’acconto, o un maggiore finanziamento nella prossima Legge finanziaria del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo (musica, cinema, teatro, danza, circo), secondo alcuni gestito attraverso favoritismi clientelari, quando quello della concorrenza dovrebbe essere un principio guida. La paura diffusa è che pur di lavorare alcuni accettino post-pandemia paghe sempre più basse, concorrendo a peggiorare la condizione di precarietà dell’intero comparto, già critica pre-pandemia, fatta cioè di stipendi ridicoli, lavoro nero, utilizzo di volontari al posto di persone formate ed esternalizzazioni che non fanno che arricchire le solite società alle quali chi visita monumenti e musei magari guarda con ingenuo interesse.

Il Decreto Liquidità dell’8 aprile ha dato speranza ad alcuni, estendendo gli ammortizzatori sociali previsti nel precedente Decreto Cura agli assunti dal 24 febbraio al 17 marzo. Questo però non cambia la sostanza: l’orizzonte non devono essere le misure emergenziali, perché come alcuni ripetono, «Siamo precari da prima che esistesse il precariato». Ossia, la situazione era già drammatica da tempo e serve ora una riforma di lungo respiro, strutturale, scritta assieme alle rappresentanze di chi questo settore lo conosce perché ci lavora, permettendo al ministro competente di sottolineare spesso quanto sia importante il suo incarico in ragione dell’indotto che deriva proprio da queste industrie. L’analisi dell’inchiesta di Mi Riconosci, conclusasi il 3 aprile, sarà presentata on line martedì 14 aprile alle 18. Sarebbe importante che qualcuno al Mibact smettesse per un attimo di twittare #iorestoacasa o #celafaremo e si collegasse, perché a quanto pare ce la faremo solo ascoltandoci.

«Prof, quanto ci manca…»

«All’improvviso tutto è cambiato». Così inizia il racconto di Tommaso, un bambino di dodici anni che insieme alla sua classe, dalla prima settimana di chiusura delle scuole ogni giorno scrive una storia per la costruzione di una sorta di nuovo Decameron datato 2020.
Ed è davvero l’incipit perfetto per raccontare quello che è accaduto in queste ultime quattro settimane (a cui si aggiungono i quindici giorni precedenti delle scuole del Nord).
È successo tutto all’improvviso ed è davvero cambiato tutto o almeno moltissimo. La chiusura delle scuole, che si sta prolungando senza che nessuno abbia ben chiara la reale durata, ha portato nella vita quotidiana di più della metà della popolazione un cambiamento inedito e senza precedenti a memoria personale.

Un’emergenza non prevista che non ha concesso alcun tempo di programmazione. La prima cosa da registrare è che questa emergenza ha rivelato molto di ciò che nemmeno i docenti sapevano di se stessi: una risposta così immediata da essere quasi inaspettata. Prima delle indicazioni ministeriali, che sono arrivate solo il 17 marzo e che sono state piuttosto generiche, la maggior parte degli insegnanti si è posta il problema di come agire e come raggiungere i propri studenti. Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma la maggior parte dei docenti dei diversi gradi di istruzione, ha cercato una strategia per poter proseguire quello che avveniva a scuola, ognuno con il proprio metro costruito negli anni di esperienza e di vissuto scolastico.
Ogni canale è stato utilizzato: le mail, i messaggi whatsapp, le telefonate, le piattaforme didattiche e quelle per videoconferenze online.
Molti docenti per più giorni hanno fatto le ore piccole per capire il funzionamento dei marchingegni digitali o delle piattaforme web che fino quel momento erano rimaste, a torto o a ragione, fuori dalla loro quotidianità didattica.

Il primo pensiero di molti di noi è stato: battiamo un colpo, facciamoci sentire dai ragazzi e dalle ragazze, dai bambini e dalle bambine per dire: ci siamo, ci siete anche…

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Piccolo vademecum economico per sopravvivere alla pandemia

In piena pandemia, stiamo assistendo ad una riabilitazione dello stimolo fiscale e monetario quali strumenti di rilancio di un’economia europea agonizzante. Con buona pace dei custodi, governanti o influenti economisti, del rigore budgetario che perseverano a scorgere nell’aumento del debito sovrano i sintomi di un virus ancora più contagioso del Covid-19: quello della prodigalità pubblica di governi già troppo indebitati. Costoro non si rendono conto che continuano a fidarsi di vecchi modelli e stime di moltiplicatori fiscali e monetari oramai relegati nel museo della Storia.

Gli Stati del sud dell’Europa (Francia, Italia, Spagna) devastati dall’epidemia, ma pure lo stesso Draghi, a questo proposito sono chiari: condizioni eccezionali richiedono risposte eccezionali per supplire alla contrazione drammatica dei consumi, alla carenza di sbocchi di mercato per le imprese e all’incremento esponenziale della disoccupazione.

Ma non si tratta di una “conversione” fulminea e improvvida ad una nuova fede, una sorta di “illuminazione” mistica. Non va infatti dimenticato come la cultura economica originaria della Ue, prima che i suoi terminali ideologici venissero colonizzati dai falchi della deregulation, non si nutriva di quel capitalismo finanziario deregolato e selvaggio anglosassone, nel quale si riconoscono con tanto entusiasmo ben noti economisti mainstream. Essa era invece influenzata da quell’ordoliberismo dai forti connotati sociali e riformisti che ha elaborato la dottrina dell’economia sociale di mercato.

Tale dottrina (si pensi a Wilhelm Röpke) si distanzia dalla fede nella “mano invisibile” di Adam Smith e afferma che… 

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Il Covid-diktátor di Budapest

Hungarian Prime Minister Viktor Orban is pictured during a news conference at the Chancellery in Berlin on February 10, 2020. (Photo by Emmanuele Contini/NurPhoto via Getty Images)

«Da Viktátor a Diktátor», dice l’opposizione di Orbán in Ungheria. Il soprannome usato per Viktor Orbán durante le manifestazioni di piazza nel 2018 è diventato realtà nel Parlamento di Budapest il 30 marzo. Del resto è lo stesso Orbán da tempo a definire quella ungherese una «democrazia illiberale» muovendosi sempre abilmente entro i perimetri consentiti da una Unione europea la cui debolezza in questo momento storico sta facendo molto riflettere. Lo stato d’emergenza per la pandemia Covid-19 proclamato sine die suscita indignazione. Nell’introduzione del nuovo provvedimento votato il 30 marzo si legge della «possibilità di momenti di pausa dei lavori parlamentari» durante l’emergenza. Ma con questa scusa i pieni poteri voluti da Orbán rischiano di demolire i residui di libertà in Ungheria, dando uno schiaffo allo stesso tempo a tutta la storia della democrazia occidentale.

Il Parlamento di Budapest ha approvato con 137 voti a favore e 53 contrari il disegno di legge che conferisce pieni poteri al premier fino alla risoluzione dello stato d’emergenza Covid-19. Per l’approvazione di questo testo erano necessari due terzi dei parlamentari, cifra garantita dal numero dei parlamentari della coalizione di governo, alla quale si sono uniti anche alcuni dell’estrema destra del movimento Mi Hazánk (Patria Nostra), secessionisti dello Jobbik. Oltre al regime del sine die ha destato allarme la modifica dell’articolo 337 del Codice penale. Come denuncia Amnesty International Ungheria, si introducono «due nuovi reati incompatibili con le norme e gli standard del diritto internazionale dei diritti umani». Uno di questi prevede fino a cinque anni di carcere per chiunque diffonda informazioni false o distorte che interferiscano con «l’efficace protezione» della popolazione o crei «allarme e agitazione».

È necessaria una giusta lotta alla disinformazione quando si tratta di proteggere la salute dei cittadini ma, come ha affermato Dunja Mijatovic, commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, «alcuni governi la stanno usando come pretesto per introdurre restrizioni sproporzionate alla libertà di stampa», riferendosi proprio alle nuove leggi adottate da Russia e Ungheria. Mijatovic ha aggiunto che le misure per combattere la disinformazione devono essere «necessarie, proporzionate, e sottoposte a controlli regolari da parte dei parlamenti e degli organi nazionali per la difesa dei diritti umani». Secondo il Guardian si sono già verificati casi di giornalisti minacciati in Ungheria perché…

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Liberi di non esser liberi

Mentre scrivo, in Italia sono passati 27 giorni 21 ore e 08 minuti dall’inizio della quarantena. Un isolamento che ci ha visto fare da apripista per l’Europa e il mondo intero nel fronteggiare una situazione a dir poco surreale e straniante. Dall’oggi al domani siamo stati infatti catapultati in un film di fantascienza e ognuno di noi si è ritrovato chiuso nella propria casa, limitato nella libertà di movimenti, incontri, uscite, per sconfiggere il “virus letale”. In pochi giorni abbiamo dovuto ripensare e riorganizzare vite affettive, lavoro, ritmi casalinghi, rapporti interumani.

E adesso che la curva dei contagi si sta stabilizzando per avviarsi – si spera – verso la discesa si comincia a pensare a quella che scienziati, giornalisti e politici chiamano “fase 2”, vale a dire una lenta ripresa delle nostre vite, mantenendo però sempre e comunque gli opportuni accorgimenti di mascherine, distanza di sicurezza e, quando possibile, smart working. Molti di noi hanno imparato a utilizzare le nuove tecnologie per fare video lezioni, conferenze, riunioni… e la casa è divenuta il nostro spazio lavorativo. La linea tra ambito privato e ambito pubblico si è assottigliata e riusciamo a scrivere, fare lezioni…tra una lavatrice, qualche esercizio di yoga-pilates e i bambini che fanno i compiti su una piattaforma digitale.
In questo momento abbiamo compreso come non mai la fondamentale importanza delle nuove tecnologie digitali senza le quali saremmo davvero persi: esse ci consentono di mantenere il contatto con i nostri cari e con l’esterno. Facciamo tutto “comodamente” da casa: spesa, lavoro, compleanni, aperitivi con gli amici, saluti ai parenti…

Ci ritroviamo così ad avere una montagna di tempo, un tempo però che non è più scandito da un “dentro” e da un “fuori”, ma che si srotola tutto insieme, velocissimo e ci sommerge alla fine delle giornate. La limitazione delle nostre quotidiane libertà di azione si è così trasformata in un’enorme libertà di pensare, riflettere, leggere…è come se quella libertà “esteriore” si fosse trasformata in una libertà “interiore”.
In questi mesi di isolamento forzato c’è chi sicuramente riesce a…

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I ventilatori polmonari? Così li facciamo low cost

Faccio l’astrofisico sperimentale, ho raccontato il mio mestiere in un libro, L’esperienza del cielo. Diario di un astrofisico, e insegno, attualmente con videolezioni, presso l’Università di Milano-Bicocca. Isolamento a parte, cosa c’entro con la battaglia al coronavirus?

Confinato dall’epidemia tra le mura domestiche, per curiosità o per gioco mi sono messo a cercare come funzionano i ventilatori polmonari su Internet. Mi sono così imbattuto in un crowdfunding appena creato per un prototipo chiamato Mvm (Milano ventilatore meccanico). Risalendo ai nomi che ci sono dietro al progetto, ho trovato chi lo guida. Si tratta di Cristiano Galbiati, professore a Princeton che avevo incontrato anni fa durante un convegno, e Art McDonald, premio Nobel per la Fisica nel 2015. Ho subito scritto un messaggio a Galbiati offrendo il mio aiuto. Mezz’ora dopo ho ricevuto la sua chiamata e poche ore dopo mi sono ritrovato a un banco da lavoro con una mascherina in volto e tanta pressione addosso.

Ma facciamo un passo indietro. Il leitmotiv che sentiamo dall’arrivo dell’epidemia di Covid-19 è: «Flatten the curve!», il cui controcanto è «State in casa!». Appiattire la curva dei contagi giornalieri isolandoci, perché il problema principale è la capacità del Sistema sanitario nazionale. A supporto di questo richiamo d’allarme sono arrivati diversi grafici, di cui mostro una variante qui a fianco: un ripido picco di contagi giornalieri, in blu, prodotto dall’assenza di misure di contenimento, a confronto con un picco più basso, più ritardato e più appiattito appunto, che descrive come la diffusione del virus possa essere rallentata e distribuita nel tempo grazie al distanziamento sociale. La capacità del sistema sanitario, indicata dalla linea orizzontale rossa, dipende da tantissimi fattori, dei quali uno dei più critici, forse il più critico, è la disponibilità di ventilatori polmonari. Anche con tutti i soldi del mondo, ci vuole tempo per produrli e distribuirli. Ma se ne avessimo improvvisamente migliaia di unità in più, allora, come mostrato dalle frecce verticali, si potrebbe spostare verso l’alto la linea rossa e far sì che salga oltre la curva blu dei contagi, anticipando persino gli effetti dell’appiattimento dovuti al distanziamento sociale. Insomma, oltre che abbassare e ritardare la curva blu per portarla entro la capacità del sistema sanitario rappresentata dalla linea rossa, si può alzare la linea rossa stessa. Forse potremmo salvare più vite e potremmo uscire di casa prima.

Quanti ventilatori polmonari servono?

Il numero di ventilatori distribuiti su tutto il territorio italiano è tra cinque e diecimila, ma ce ne servirebbero almeno tre volte di più. Esistono infatti

stime che indicano che la richiesta potrebbe salire a diverse decine di migliaia di unità in brevissimo tempo. Per capire se sia verosimile, facciamo un calcolo di ordini di grandezza: circa il 5% dei positivi al Covid-19 ha bisogno di essere ricoverato in terapia intensiva, e circa il 2,3% ha bisogno di essere intubato invasivamente per la ventilazione polmonare. Al 4 aprile i positivi accertati nel nostro Paese erano poco meno di novantamila, cioè circa lo 0,1% della popolazione italiana, di cui circa 4mila in terapia intensiva. Se di questi pazienti, oggi, duemila necessitano di ventilazione invasiva, nell’ipotesi in cui il contagio si estendesse anche solo all’1% della popolazione italiana, allora anche la richiesta salirebbe di un fattore 10, cioè servirebbero ventimila unità per la terapia invasiva. Sappiamo oltretutto che i contagi non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio, e che…

* Federico Nati è un astrofisico sperimentale dell’Università di Milano – Bicocca. Ha lavorato in Cile e negli Stati Uniti, viaggiando per missioni scientifiche dai telescopi del deserto di Atacama all’Antartide dove, tra novembre 2018 e gennaio 2019, ha lavorato presso la stazione americana di McMurdo. Qui ha condotto un’ambiziosa missione per la messa in opera di un telescopio all’avanguardia che otterrà informazioni mai viste prima da regioni del cosmo dove nascono le stelle. Nati ha raccontato le sue missioni in Antartide e altri luoghi remoti del pianeta nel libro L’esperienza del cielo. Diario di un astrofisico (La nave di Teseo ed.)

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L’arte di uscire dalla crisi: Chiara Costa

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sara passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Chiara Costa, responsabile dei progetti culturali della Fondazione Prada risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

Siamo in un periodo di crescente complessità, che vede molte nostre libertà limitate al fine di contenere il più rapidamente possibile il contagio. Le settimane passate ci hanno costretti a concentrarci più del solito sulla domanda che accompagna Fondazione Prada da sempre: a cosa serve una istituzione culturale?

Il nostro pubblico esiste anche senza essere fisicamente in fondazione, come continua a esistere il nostro impegno di lavoro, anche se da remoto. Internet è, per noi come per tutto il mondo culturale, lo spazio di un linguaggio dell’assenza, che bisogna imparare a parlare fluentemente. Ed è la nuova tecnica (non semplicemente tecnologia) che abbiamo a disposizione per fare. In questo momento la proposta culturale della fondazione è online, dove stiamo approfondendo diverse tematiche.

Innanzitutto alcune novità, come la rassegna “Perfect Failures”, in collaborazione con MUBI, che è disponibile dal 5 aprile sulla piattaforma di streaming online di film d’autore. Poi “Readings”, una vasta antologia sonora in formato di podcast gratuiti e destinata a crescere, che comprende più di 50 saggi critici e testi di narrativa di autori come Nicolas Bourriaud, Benjamin H.D. Buchloh, Massimo Cacciari, Simon Castets, Germano Celant, Christoph Cox, Charles Esche, Emilio Gentile, Alison Gingeras, Jonathan Griffin, Boris Groys, Udo Kittelmann, Rachel Kuschner, Roxana Marcoci, Salvatore Settis, Ali Smith e molti altri. A queste si aggiunge un lavoro dettagliato sul nostro archivio, che esploriamo criticamente attraverso un possibile “glossario” dell’identità della fondazione, o anche raccontando i viaggi delle opere di collezione e di conseguenza mostre ed istituzioni che le ospitano.

È anche sempre possibile visitare virtualmente le mostre in corso, e trovare materiali inediti sull’Accademia dei bambini, lo spazio sperimentale della fondazione dedicato all’infanzia ideato nel 2015 dalla neuropediatra Giannetta Ottilia Latis, oggi curato dal pediatra neonatologo Gabriele Ferraris. Ci affidiamo a una moltitudine di idee, parole, immagini e piattaforme perché un’istituzione culturale ha bisogno di non essere univoca. Così come non esiste un’unica cura per arrivare alla guarigione, esiste certamente la prevenzione sul lungo periodo, che per noi è da sempre la centralità del pensiero.

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L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste

Chiedimi come finirono i Beatles

“Paul is quitting the Beatles”. Paul sta abbandonando i Beatles. Questo titolo comparve a caratteri cubitali sulla prima pagina del Daily Mirror il 10 aprile 1970, esattamente 50 anni fa. La notizia arrivò così repentina da costringere il giornale a rivedere l’impaginazione già impostata, rimandando ad una breve intervista a McCartney che dichiarava in sostanza conclusa l’avventura della band probabilmente più famosa nella storia della musica leggera. In realtà quello era solo l’epilogo di una vicenda iniziata nella primavera del 1968, quando i quattro rientrarono scaglionati dal loro viaggio di meditazione in India, iniziato a metà febbraio. Laggiù Lennon e McCartney composero gran parte del White Album, e ognuno dei due diede dei suggerimenti all’altro sui brani, ma nulla di più.

Ormai conclusi i tempi dei lavori a quattro mani come “She Loves You”, “Tomorrow Never Knows” o “A Day in the Life”. Nell’agosto del 1968 durante le registrazioni in sala, infastidito dal clima opprimente dovuto all’atteggiamento direttivo di Lennon e McCartney, Ringo abbandonò definitivamente il gruppo e andò in vacanza in Sardegna in barca a vela con la famiglia, dove tra l’altro compose “Octopus’s Garden”. Ricevette un telegramma dagli altri tre e tornò ad Abbey Road dieci giorni dopo, ad attenderlo un caldo striscione di benvenuto e braccia sinceramente aperte. La faccenda rientrò. L’album bianco uscì nell’ottobre del 1968 ed è il primo in cui si può ravvisare la distanza che stava crescendo tra i quattro: è fatto noto che ognuno propose agli altri le proprie composizioni ricevendo pieno supporto strumentale, ma non molto di più.

A gennaio 1969 Paul avviò un nuovo progetto chiamato “Get Back”, che aveva l’intenzione di catturare il sound grezzo registrando in presa diretta e senza artifici, riportando il gruppo alle atmosfere live degli esordi, un ritorno alle origini non solo a livello musicale come del resto suggeriva il titolo. Idea grandiosa immediatamente naufragata per il clima pesante che si creò durante le prove, che raggiunse il culmine il 10 gennaio quando fu Harrison a lasciare temporaneamente la band a causa dei continui battibecchi con Lennon in quel periodo tossicodipendente e McCartney che voleva dare le direttive dell’intera operazione in maniera troppo autoritaria, relegando all’angolo alcune sue composizioni  (tra queste c’era anche “Something” !!). McCartney tempo dopo si scuserà più volte per l’accaduto, complice il clima negativo del momento. Ma ormai qualcosa si era incrinato. Il progetto fallirà, il materiale registrato in quei primi mesi del 1969 verrà rifiutato dal gruppo e messo nel cassetto, salvo essere ripreso un anno dopo dall’ingegnere del suono Phil Spector e pubblicato in album l’8 maggio 1970 con il titolo Let it Be, un mese dopo l’annuncio formale dello scioglimento, il che lo rende a tutti gli effetti un lavoro postumo… e uno dei fallimenti più di successo della storia discografica arrivando immediatamente al primo posto negli Stati Uniti e al secondo in Gran Bretagna.

Il vero ultimo album dei Beatles fu Abbey Road, sviluppato con brani che erano stati composti per lo più nel tardo 1968 e registrati in prima battuta insieme al materiale di “Get Back» nei primi due mesi del 1969. Successivamente i pezzi vennero rielaborati e arrangiati principalmente da Paul, il quale sviluppò praticamente tutto il lato B dell’album da solo. Fino ad arrivare a giovedì 7 agosto 1969, data dell’ultima registrazione in studio in cui furono presenti tutti e quattro i membri. Il pezzo ? Non poteva essere altro che “The End”, composizione di McCartney chiaramente riferita all’epilogo della band. Nel brano ognuno ha uno spazio per un assolo: dopo il primo verso «Oh Yeah ! All Right ! Are you gonna be in my dreams tonight ?» inizia Ringo con la batteria (unico suo assolo in tutta la discografia beatlesiana), poi tocca alle chitarre, prima Paul, poi George, infine John. Quest’ultimo, quel giorno presentatosi alle prove come ormai di consueto insieme a Yoko Ono, al momento dell’ingresso in sala le disse di aspettare, che quella volta sarebbe entrato da solo. L’ultima frase del brano, «And in The End the Love you take is equal to the Love you make», è un distico dal sapore shakespeariano, scritto per stessa ammissione dell’autore cercando di copiare lo stile del bardo.

L’album uscì nel settembre del 1969 riscuotendo un successo clamoroso e resistendo alla prova del tempo (ha compiuto 50 anni lo scorso settembre e ancora oggi è considerato tra i primi 20 album di tutti i tempi). In concomitanza con la sua pubblicazione Lennon annunciò informalmente agli altri tre che lasciava il gruppo, facendo però intendere che poteva non essere una cosa definitiva. Il resto è poca cosa, il 3 gennaio 1970 ci sarà l’ultima seduta di registrazione in tre senza John, poi solo vicende amministrative fino all’ufficializzazione a mezzo stampa del 10 aprile, e alla divisione formale a conclusione di una carriera che ha dell’incredibile: più di duecento brani composti in sette anni (una media di 30 canzoni l’anno), di cui almeno 50 ritenuti ormai degli standard reincisi da innumerevoli altri musicisti. I Beatles sono arrivati ad avere in classifica anche sette hit in contemporanea tra i primi dieci posti, cosa mai più ripetuta nel corso della storia della musica leggera. Ancora oggi rappresentano un fenomeno di successo così clamoroso che è divenuto oggetto di studio da parte di molte organizzazioni ed università.

Nel 2000, a trenta anni dal loro scioglimento, George Martin produsse un album celebrativo contenente tutti i loro numeri uno in classifica britannica o statunitense. Questa raccolta balzò subito al primo posto in moltissimi Paesi risultando l’album di maggior successo del nuovo millennio. Un riscontro di enorme portata al di là delle mode stagionali dovuto principalmente all’alchimia compositiva di Lennon e McCartney, che riuscirono a esaltarsi l’un l’altro con punte di sana competizione e di alta collaborazione, ma anche alla coesione del gruppo, fotografata mirabilmente da Graham Nash: “Li ho conosciuti nel 1959 quando ancora non erano i Beatles, credo che allora si chiamassero ancora Johnny and the Moondogs.

Anche all’epoca chiunque li conoscesse sapeva che avevano qualcosa di speciale. Era impossibile entrare nel loro cerchio, dove ognuno era in intima sintonia con gli altri tre». Questo potenziale fu intuìto dal manager Brian Epstein che lo rese commercializzabile per lo show business, che negli anni 60 ancora permetteva a chi lo volesse di conservare la propria genuinità. D’altro canto la capacità della band di esibirsi dal vivo e trasmettere energia era notevole, con aspetti tecnici e musicali annessi, merito della gavetta fatta negli anni della formazione grazie alla quale misero a punto quel sound caratteristico che poi riprodussero in sala di registrazione.

Questo grazie al lavoro “artigianale” di sovrapposizione delle diverse tracce, ad esempio quella degli assolo o di strumenti aggiuntivi con quella della base ritmica eseguita contemporaneamente da tre o quattro strumenti e a volte completa di voci guida di sottofondo. La voce solista veniva incisa a parte così come i cori e le seconde e terze voci che costruivano le linee melodiche in armonia. Altro asso nella manica fu il produttore George Martin, definito “il quinto beatle”, cui si deve una quota parte del loro successo. Per raccontare la prima di tante vicende, fu lui che nel 1963 presentò loro un brano ritenuto una hit sicura. I Beatles per tutta risposta rifiutarono per proporre la loro musica, precisamente “Please Please Me”, una composizione di Lennon. Martin accettò la sfida suggerendo però un arrangiamento del pezzo con un tempo più accelerato, che grazie a tale accorgimento raggiunse il numero uno in classifica. Per la cronaca, il brano scartato fu fatto incidere ad un’altra band, arrivando ugualmente in vetta, dimostrando che il produttore non era proprio uno sprovveduto.

Ultimo aspetto che ha contribuito a creare il mito fu proprio la modalità dello scioglimento, concluso tutto sommato in tempi brevi e senza strascichi o album di palese declino e scarsa qualità, come è avvenuto per molte altre band anche importanti. I Beatles si sono divisi mentre continuavano a riscuotere come agli esordi un successo planetario.