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Sarebbe un errore riaprire ora le librerie

Independent bookshop owner Edgar Rai sorts books for delivery in the Uslar & Rai bookstore in Berlin's Prenzlauer Berg district on March 31, 2020, amid a new coronavirus COVID-19 pandemic. - The owners of the shop, currently closed due to the Coronavirus lockdown, have turned to delivering their books free of charge to customers in their neighbourhood, and all over Berlin. Volunteers, as well the owners themselves, offer same-day delivery, by bicycle, to their customers, with daily sales sometimes outperforming their former walk-in business. (Photo by John MACDOUGALL / AFP) (Photo by JOHN MACDOUGALL/AFP via Getty Images)

Dopo le pagliacciate di Sgarbi e la smania di Renzi, a pretendere la riapertura delle librerie si sono sommati pure il decano dei librai rossi, Romano Montroni, nonché un’eletta schiera di imprenditori e intellettuali che hanno espresso il loro dissenso con un appello sul Manifesto. Al grido di «Dateci pane per i nostri denti spirituali. Non di sola tachipirina vive l’uomo», hanno firmato Nichi Vendola, Ginevra Bompiani, Franco Arminio, Rosetta Loy, Valerio Magrelli e molti altri. Bisogna tener conto però del pericolo al quale andrebbero incontro i librai, anche se regolamentando gli ingressi tra gli scaffali. D’altro canto i clienti pronti a uscire di casa sarebbero presumibilmente pochi. Oltre alla serenità non trascurabile dei commessi, che difficilmente si conserverebbe per quanto continue fossero le sanificazioni degli ambienti, le condizioni estreme alle quali si tornerebbe rischierebbero di peggiorare economicamente la vita dei librai stessi. E accadrebbe in brevissimo tempo, tanto per le catene quanto per le indipendenti, che con quest’aria mortifera faticherebbero a sostenere anche solo i costi dei corrieri per i rifornimenti.

Se un appello del genere non vuole essere la solita posa di chi può permettersi di restare dietro uno schermo abbarbicato alla sua torre d’avorio, predicando bene e razzolando male, perché riaprirle di corsa? Forse perché non potrebbe andare peggio di così. Per fronteggiare la pandemia di Covid-19 il ddl #IoRestoaCasa, datato 11 marzo, ha stabilito che dal giorno seguente tutte le librerie in Italia sarebbero rimaste chiuse, non dispensando beni di prima necessità, almeno sino al 13 aprile, come impone l’ultima proroga comunicata dal presidente del Consiglio Conte in persona.

Nel frattempo, è passata in sordina l’entrata in vigore del tanto atteso ddl Lettura – 26 marzo – che ha ridotto la scontistica a un massimo del 5 per cento, togliendo il vantaggio ai giganti dell’e-commerce come Amazon.
Decreto di cui attualmente può godere solamente la grande distribuzione e che si spera aiuti a breve un mercato in ristagno da quasi 17 anni. La prima reazione al blocco è stata la drastica riorganizzazione dei piani editoriali: saranno 23.200 i titoli in meno che saranno pubblicati su base annuale, ossia un terzo dell’intera produzione, secondo i dati aggiornati…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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Mafie, smemorati e giornali

«Io sono venuto qui a guardare i conti e a dire di non dare più i soldi all’Italia perché scompaiono in tre regioni: Sicilia, Calabria e Campania, quindi mafia, ‘ndrangheta e camorra»: sono le parole esatte che pronunciò Beppe Grillo a Strasburgo al Parlamento Europeo il primo luglio del 2014. 7 anni fa. Sembra passata un’era geologica fa e invece il Movimento 5 Stelle è nato e si è consolidato elettoralmente esattamente con questi toni, con questi contenuti e con queste semplificazioni. La base elettorale che ne ha fatto il partito più rappresentato in Parlamento è quella che vedeva (e vede ancora, poiché in parte ha abbandonato il M5S) marcio marci dappertutto, tutto uno schifo e che sognava l’abbattimento della classe dirigente come fine ultimo.

Stupisce che il ministro Di Maio ieri si sia così furiosamente indignato con il quotidiano tedesco Die Welt che ha scritto: «dovrebbe essere chiaro che in Italia, dove la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles». Sono le stesse parole di Beppe Grillo, scritte in modo più elegante. Allora facciamo che in cambio Di Maio e gli altri chiedano anche scusa per avere usato la banalizzazione come arma di indignazione politica. Basterebbe questo, il mondo è più complesso di come lo racconta la propaganda e ce ne siamo accorti, dire una cosa così, semplice semplice.

Poi c’è un altro punto: Di Maio chiede al governo tedesco di intervenire contro l’opinione di un quotidiano che non ha nessun legame governativo. Scagliarsi contro un giornale è stupido, pretendere che il governo debba rettificare l’opinione di un editorialista è populista e semplicistico, ancora. Se il governo italiano si sente diffamato da quell’articolo valuti i presupposti legali per tutelarsi senza farne una ragione di Stato. Semplice.

A proposito: c’è una circolare del Viminale mandata ai questori il 27 marzo in cui si scrive, nero su bianco, che in tempi di Coronavirus ci sono «ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata nella fase di riavvio di molte attività». Le parole del giornalista tedesco sono un’odiosa banalizzazione di un concetto che esiste e che preoccupa anche lo Stato italiano. Brutta cosa le banalizzazioni, eh?

A proposito: da noi Libero e Il Giornale hanno titolato, in prima pagina, mica in un loro editoriale, “è stata la culona”, riferito alla Merkel, “ciao ciao culona”, “vaffanmerkel”, e “la culona si è sgonfiata”. Non risultano pervenute richieste ufficiali dal governo tedesco per il governo italiano di intervenire, mai.

Un’ultima cosa: sappia Die Welt che l’Italia ha le peggiori mafie ma anche la migliore antimafia del mondo. Antimafia sociale, culturale e giudiziaria. E le mafie sono un problema mica solo italiano, i mafiosi sono già oltre quello stantio editoriale, molto più europei di molti che si professano europei.

Buon venerdì.

Un vaccino contro il fondamentalismo

Fase 2. Come ne usciamo? Serve un colpo d’ala. Serve immaginazione, una visione politica. Servono massicci investimenti in ricerca scientifica e nella sanità pubblica. Ma non solo. Quella che inizialmente era una crisi sanitaria sta diventando una questione sociale.

Uno degli effetti più evidenti del coronavirus è l’impoverimento generale della popolazione. E c’è il rischio che il tasso di povertà continui a crescere. Basterà il «poderoso intervento da 400 miliardi» annunciato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che va ad aggiungersi ai 25 miliardi già stanziati? In quanto tempo saranno erogati gli aiuti di Stato? E quali altri provvedimenti saranno messi in campo per chi più di tutti rischia di rimanere indietro? Pensiamo per esempio a colf e badanti, lavoratori stagionali e intermittenti, ai lavoratori atipici e agli autonomi; pensiamo a chi lavora in nero e ai migranti, braccianti agricoli sfruttati e sospinti dai decreti Salvini ancor più in zone grigie di “irregolarità”. In Portogallo il premier Antonio Costa ha lanciato una moratoria, regolarizzando i lavoratori senza permesso di soggiorno e i richiedenti asilo: proposta da emulare ma che da noi ha avuto solo un timido rilancio, come si racconta in questo numero.

“Nessuno resti indietro” avevamo titolato due numeri fa, quando il lockdown doveva essere necessariamente il più serrato possibile per impedire che tante regioni raggiungessero il picco assieme, facendo crollare il Sistema sanitario nazionale. Nessuno resti indietro, ripetiamo, tanto più ora che si inizia a parlare di ripartenza. Con quali misure di sicurezza per i lavoratori? Con quali garanzie per tutti i cittadini rispetto alla necessità di essere tracciati al fine di poter convivere con il virus finché non ci sarà un vaccino? Come cambierà la nostra idea di libertà? Sono questioni niente affatto secondarie che solleviamo in questo sfoglio.

Non solo. Conte parla di «fase 2», ma manca ancora un piano sufficientemente articolato. Per cominciare bisognerebbe varare un reddito di resistenza come hanno proposto Marco Almagisti e Paolo Graziano su Left. Servono maggiori misure di sostegno al lavoro, massicci interventi pubblici. E – torniamo a proporre -, si potrebbero recuperare risorse anche dal taglio dalle spese per gli armamenti, dal recupero dell’evasione fiscale, dall’Ici non pagata dalla Chiesa. Occorre una patrimoniale dicono perfino politici che non sono mai stati di sinistra come Pierferdinando Casini. Non una sorta di flat tax, pensiamo noi, ma una patrimoniale o una efficace tassazione dei redditi modulata secondo il principio costituzionale della progressività.

Ma soprattutto per poter pensare a una fase 2 di graduale ripartenza con tutte le cautele sanitarie necessarie (aspetto cardine su cui interviene qui Enrico Bucci) c’è bisogno della risposta di un’Europa solidale, che finalmente colga l’occasione irripetibile di inverare i principi di un’unione politica e democratica degna di questo nome, che si emancipi dalle ricette neoliberiste e di austerity come scrivono Ovadia e Ferraris, da misure che sono state scelleratamente applicate anche dopo la crisi del 2008 e hanno solo contribuito a generare ulteriori disuguaglianze.

Sappiamo, purtroppo, che quella a cui andiamo incontro potrebbe essere una crisi ben peggiore. E allora bisogna pensare da subito a possibili argini e soluzioni. Tutte da costruire, ci rendiamo ben conto, ma dobbiamo fare passi in quella direzione. Ricette preconfezionate purtroppo non ce ne sono. Come non ci sono precedenti rispetto alla fase che stiamo vivendo. Se la Cina ci è servita da modello per il lockdown, per la ripresa servono strade democratiche che tutelino i bisogni ma anche le esigenze delle persone e che mettano al centro lo Stato di diritto.

Anche per questo è necessaria maggiore collaborazione sovranazionale, sul piano economico e politico. In queste settimane abbiamo visto all’opera scienziati di differenti discipline unire le forze per cercare cure e vaccini. L’astrofisico Federico Nati ci racconta di uno straordinario progetto frutto di ingegno collettivo: scienziati di tutto il mondo con competenze diverse e che prima non si conoscevano hanno unito le forze per creare respiratori low cost, ora in via di sperimentazione. È anche una lezione di metodo quella che viene in questi giorni dalla ricerca scientifica. Dovrebbe approfittarne la politica europea.

La speranza è aperta, ma il can can a cui abbiamo assistito finora è stato avvilente, con la Gran Bretagna che ha avanzato strategie neo malthusiane e all’insegna di un feroce darwinismo sociale, con l’Olanda che ha fatto da capofila contro gli eurobond, con Paesi industrializzati che hanno innalzato barriere protezionistiche impedendo che presidi sanitari raggiungessero i Paesi che ne hanno più bisogno.

Ma se l’Europa si riduce ad essere una unione di Stati nazionali dettata da interessi particolari e rinuncia ad assumersi direttamente la responsabilità di strumenti finanziari sovranazionali, questo non significa certo che la soluzione stia in scorciatoie sovraniste e nazionaliste, nei fatti del tutto impotenti di fronte a problemi globali come una pandemia.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una drammatica ecatombe negli Stati Uniti. Il negazionismo di Trump e l’assenza di una sanità nazionale pubblica stanno causando migliaia di morti. In Ungheria, il nazionalista Orbán ha approfittato dell’emergenza sanitaria per imporre una dittatura senza riuscire minimamente a tutelare la popolazione (ne parlano qui in un ampio sfoglio Zappacosta, Trasciatti e Scheiring). Peggio ancora, dal punto di vista sanitario, ha fatto Bolsonaro invitando i brasiliani a uscire e a incontrarsi come se non esistesse alcun rischio. Come ha proposto in Italia il sodale di Orbán e Bolsonaro, Matteo Salvini, chiedendo di riaprire le chiese per Pasqua. Una proposta letteralmente fuori dal mondo, ripresa da Forza Nuova, che ha lanciato una marcia di Pasqua e una processione a San Pietro, chiamando a raccolta tutti i militanti di estrema destra, in totale dispregio delle norme sanitarie e di prevenzione.

Nella domenica delle Palme la polizia è dovuta intervenire a Frascati dove è stata celebrata messa; altri casi simili si sono verificati in Calabria e altre regioni. Del resto papa Bergoglio non aveva certo dato il buon esempio con la sua passeggiata romana (vedi Left del 20 marzo) per andare a pregare, incurante delle ordinanze a tutela della salute pubblica. Ma l’eco mediatica di plauso è stata pressoché unanime. E su eminenti giornali della borghesia illuminata come il Corsera ora si leggono commenti che invocano il ritorno della religione come fatto pubblico; è tutta una gara da Polito a Galli Della Loggia. Quale religione immaginano per la sfera pubblica degli anni Duemila e a che loro dire sarebbe un collante sociale? Quella predicata dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò secondo il quale la pandemia sarebbe una punizione di Dio contro i «peccati come aborto, eutanasia e il matrimonio omosessuale»?

A chi volesse farsi un’idea più precisa di quali e quanti danni alla salute pubblica abbiano fatto i leader religiosi durante questa pandemia consiglio di leggere il reportage di Giordano Stabile, uscito il 5 aprile su La Stampa con il titolo Santuari e moschee piene, così il virus dilaga. E ancor più il lungo, e il documentato articolo, Dieu et le virus, di Laurent Joffrin, direttore di Liberation, uscito il 3 aprile. «Confidando nella scienza più che sulle genuflessioni e benedizioni» il direttore del quotidiano francese traccia una mappa che lascia sgomenti: dalla Corea del Sud, dove i militanti della Chiesa Shincheonji di Gesù hanno chiamato i fedeli a raccolta, agli Usa dove continuano i raduni di evangelici supportati da Trump, sono innumerevoli di casi di meeting religiosi seguiti da esplosione di contagi. Qualche esempio? In Israele la metà delle persone ricoverate in ospedale proviene da comunità ultra-ortodosse. In Iran il focolaio della città santa di Qom si è espanso per le cerimonie di massa che sono continuate perché l’Ayatollah si è rifiutato di interrompere i riti, sostenendo che il santuario fosse un luogo di guarigione. A Nuova Delhi, in India, più di tremila persone hanno partecipato a un incontro della Tabligh Jamaat, un’organizzazione di missionari fondamentalisti, per poi diffondere il virus in numerose regioni, tornando a casa. Accade anche nella laicissima Francia.

Scrive ancora Joffrin: «Come ben sappiamo, è stato un incontro evangelico di tre giorni che si è tenuto nella parte orientale della Francia, il “Christian Open Door”, il propagatore più efficace della malattia sul resto del territorio, quando i pellegrini illuminati dalla grazia sono tornati a casa portando, oltre alla buona parola, grandi dosi di coronavirus con cui hanno contagiato i loro parenti e i loro vicini. La “porta cristiana” in questione è stata una porta aperta alla malattia».

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 10 aprile 

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Aspettando il contagio zero

A person wearing a face mask passes by a canal, with in background St. Mark's bell tower, in Venice, Monday, April 6, 2020. The government is demanding Italians stay home and not take the leveling off of new coronavirus infections as a sign the emergency is over, following evidence that more and more Italians are relaxing restrictions the west's first and most extreme nationwide lockdown and production shutdown. The new coronavirus causes mild or moderate symptoms for most people, but for some, especially older adults and people with existing health problems, it can cause more severe illness or death. (AP Photo/Andrew Medichini)

Vi sono segnali che inducono a pensare che, in Italia, la crisi epidemica più grave dal dopoguerra stia passando. Mi riferisco in particolare al fatto che da qualche giorno il tasso di nuovi ricoveri in malattia intensiva sembra rallentare; e questo è quello che ci serve, perché il grosso dei morti di questo orribile periodo ha a che vedere anche con l’inevitabile e previsto collasso del sistema sanitario, inadatto a fronteggiare un’epidemia seria.

La reazione a questo rallentamento è tuttavia poco razionale: dopo la fantomatica ricerca di inesistenti picchi (che non esistono in una curva prodotta da dati rumorosi e composti di tantissimi effetti diversi) oggi ci si è spostati a scrutare il futuro per individuare la data del giorno a “contagio zero”. Ho una notizia per voi: è ancora una volta un esercizio inutile. Per vari motivi: innanzitutto, perché un giorno senza contagi non preclude al fatto che il giorno dopo ve ne saranno. In secondo luogo – e questo è il punto importante – perché stiamo parlando di un sistema darwiniano in rapida evoluzione. Il virus rimarrà, come insegna il fatto che la peste sia ancora fra noi: ogni soluzione deve quindi prevedere il fatto che dovremo convivere con questo e con tantissimi altri nuovi parassiti emergenti.

Attenzione: questo significa anche che farmaci e vaccini saranno – come sono sempre stati – una soluzione tanto più utile quanto meglio saranno disegnati, tenendo conto della capacità mutazionale dei coronavirus e degli altri patogeni all’orizzonte; ma rischiano comunque di essere soluzioni temporanee (anche se magari su tempi lunghi, va detto). In questo senso, quei farmaci che agiscono su di noi, invece che sul virus – abbattendo per esempio l’infiammazione anomala causata dal virus – potrebbero essere fondamentali perché, non esercitando pressione selettiva sul virus, non ne selezionano ceppi mutati che eliminino la risposta farmacologica (come invece accade per ogni antivirale).

Ma perché improvvisamente dobbiamo preoccuparci di…

 

* Enrico Bucci, Ph.D. in Biochimica e Biologia molecolare, è professore aggiunto alla Temple University di Filadelfia (Usa). Si occupa di dati biomedici, frodi scientifiche e biologia dei sistemi complessi

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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Non dimentichiamo Vik. Restiamo umani

Non ho conosciuto personalmente Vittorio Arrigoni. Giusto un rapido saluto e una stretta di mano nella confusione ed eccitazione che regnava tra le oltre 1000 persone che da tanti Paesi erano giunte al Cairo per la Gaza Freedom March, nel dicembre 2009, con l’obiettivo di entrare nella Striscia, da Rafah, per portare solidarietà ad una popolazione sotto assedio e attacchi armati di Israele. Uno tra i più crudeli e distruttivi era stato quello di Piombo fuso, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Vittorio, unico cronista sul campo, lo aveva raccontato nei suoi articoli, precisi nella informazione e appassionati nei toni, su Il manifesto e Peacereporter.

Mai avrei pensato che meno di due anni dopo mi sarei ritrovata con centinaia di attivisti/e ad aspettare all’aeroporto di Fiumicino la sua bara, proveniente dal Cairo, dato il netto rifiuto dei genitori di farla passare da Israele. Sequestrato e ucciso a tradimento, fu detto, da giovani palestinesi, salafiti, che avevano in corso uno scontro di potere con Hamas.

Di Vik, della sua dolorosamente breve vita, della sua storia di solidarietà e inquietudine, in Palestina e nel mondo, parla questo libro, pubblicato nel 2015 da Round Robin, di cui Left offre una nuova edizione: un atto di amore, che contribuirà a far conoscere la sua vita, dando corpo alla speranza che Egidia Beretta, la amata mamma di Vittorio, esprime all’inizio: «… Spero che siano i giovani, in particolare, a lasciarsi coinvolgere dalla storia di Vittorio, ad avvincersi e a voler raccogliere il suo testimone…».

Nelle graffianti immagini della graphic novel di Stefano Piccoli, conosciamo Vittorio come viaggiatore e narratore, volontario instancabile, attraverso Paesi europei ed africani, tra cui il Congo, poi il Libano…

Più volte in Palestina, dal 2002, più volte brutalmente respinto da Israele, ma sempre determinato fino a raggiungere Gaza con la nave Dignity, nel 2008, quando ricevette la cittadinanza onoraria palestinese e si unì all’International Solidarity Movement.

Vittorio amava Gaza e ne era riamato, come ci dicono le sue immagini sulle barche con i pescatori, seduto a terra a giocare con quei meravigliosi bambini, di cui Piombo fuso aveva fatto strage e ancor più ne farà l’operazione Margine Protettivo nel 2014.

Vittorio, di famiglia di partigiani, considerava la sua origine radice e ragione del suo impegno. Sì, Vittorio era un resistente, schierato dalla parte di una popolazione massacrata e incolpevole, ma che non ha mai smesso di lottare per la sua libertà. Mai schierato da una parte politica, Hamas o Fatah. Sosteneva il nascente movimento “Gaza Youth breaks out” e il loro manifesto per il cambiamento, (Fuck Israel, fuck Hamas, fuck Fatah…) comparso all’inizio del 2011, dopo che in Egitto era scoccata la scintilla delle rivolte arabe. Il suo essere un combattente di pace, senza schieramento partitico, era forse diventato intollerabile per chi nelle armi, nella guerra, in un misero e miserabile potere trova le sue ragioni.

I “salafiti” certo, gli autori materiali, due uccisi nello scontro con le milizie di Hamas e due condannati a vita, dopo un processo lento e lungo raccontato da Mirca Garuti, ma anche i mandanti morali, «gli sgherri di questo status quo che si sottraggono alla giudicabilità grazie alla sconcia inerzia della vile comunità internazionale», scrisse Moni Ovadia dopo la sua morte.

Le pagine di Guerrilla Radio sono emozionanti. Pensieri d’amore attraversano i ricordi nella seconda parte del libro. Ci parlano di che cosa ha lasciato Vittorio, di che cosa non è morto con lui, donne e uomini che hanno visto in Vittorio un testimone, come spiega bene Barbara Schiavulli, pur non avendolo conosciuto; un attivista dei diritti umani, come ricorda Meri Calvelli che lo ha incontrato tra le macerie di Piombo fuso, e gli ha dedicato il Centro di Scambi culturali VIK, punto di riferimento e di incontro tra giovani creativi, palestinesi e italiani; pensieri di chi ha insegnato il parkour, di chi ha fatto musica hip hop e rap, tra coloro che si sono ritrovati in questa utopia possibile di Vittorio che, come dice Maso Notarianni, era prima di tutto “una persona che voleva cambiare il mondo”…
Bello e commovente il ricordo/dedica che un giornalista Filippo Golia dedica all’amico Simone Camilli, reporter ucciso nell’estate del 2014 mentre cercava di filmare il disinnesco di una delle tante bombe inesplose durante Margine Protettivo: Vittorio Arrigoni e Simone Camilli, che Gaza “così avvolgente ed egoista ha voluto entrambi per sé”.

Vai su Left.it/libri  se vuoi acquistare il libro Guerrilla Radio edito da Left

 

Quelli per cui non è mai “il momento”

Ricapitoliamo: al Pio Albergo Trivulzio di Milano stanno indagando per capire se davvero sia successo che gli anziani ospiti malati di Coronavirus siano stati nascosti per non avere troppi problemi e se scientemente siano stati esposti al contagio anche gli operatori e i famigliari per non “terrorizzare gli ospiti” (la racconta così un’infermiera). Le indagini faranno il loro corso ma è un fatto che non ha bisogno di interpretazioni il fatto che la direzione della casa di riposo abbia risposto alle accuse dicendo che “tutti erano muniti delle dovute protezioni” (che è un modo molto lungo e elegante per dire che avevano la mascherina). Perfetto. Quella frase è una bugia e c’è addirittura un video che lo dimostra.

Poi c’è ciò di cui parlavamo giusto nel buongiorno di ieri: i sindacati raccontano delle troppe aziende aperte che hanno chiesto la deroga alla propria Prefettura e che le Prefetture non avranno modo di controllare tutte nel giro di poco tempo. In sostanza hanno chiesto la deroga ma finché nessuno li controlla continuano tranquillamente a lavorare. Oltre a questo i sindacati si sgolano per dirci che i lavoratori che continuano a lavorare sono molti di più di quello la retorica racconta. Forse, dicono sindacati, sono aperte anche aziende che c’entrano poco con le attività indispensabili di questa quarantena.

Poi c’è la questione della zona rossa che non è diventata zona rossa nella bergamasca: Regione Lombardia e governo litigano su chi avrebbe dovuto deciderlo ma alla fine l’assessore lombardo Gallera ci ha detto che in effetti avrebbero potuto agire da soli, come Regione. Fontana dice che sono stati scavalcati dal governo. Intanto quelli muoiono. Intanto la Procura di Bergamo indaga per “epidemia colposa”.

Poi c’è la casa di riposo di Soleto, in Puglia con 88 contagiati e l’ipotesi che alcuni siano morti addirittura di fame e di sete. La situazioni delle case di riposo è drammatica, usciranno altri casi. Sicuro.

Forse sarebbe il caso di usare questa disgrazia di virus per provare a pensare come si vuole ricominciare, magari rendendosi conto che la sanità pubblica va ricostruita piuttosto che demolita e la sanità privata deve imparare a rispondere delle proprie responsabilità e inefficienze. Sarebbe il caso di aprire un dibattito su salute e profitto e su quali siano i limiti che non ci possiamo permettere di superare.

La risposta invece è sempre la stessa: “non è il momento”. “Non è il momento” è il trucco che si usa per tutte le stagioni: non è il momento, per loro, finché non ce ne siamo dimenticati. Solo allora qualcuno da solo può sgolarsi nel deserto. Li riconosci quelli che provano a scappare: mentre lo fanno vi urlano che non è il momento di inseguirli.

Buon giovedì.

 

Caro ministro Provenzano, ora più che mai il Sud ha bisogno di risposte chiare

Egregio Ministro del Sud e della Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano,
Vista la situazione d’emergenza, sanitaria ed economica che sta investendo l’Italia tutta, con un particolare focus sul Sud, ed in virtù dell’importante incarico a Lei conferito, siamo come Laboratorio Sud, quale spazio di confronto, approfondimenti, di analisi e rinnovamento interpretativo della questione meridionale, di sperimentazione per la valorizzazione delle risorse umane e materiali, capace di stabilire un nesso tra modernità e trasformazione, perché il sud sia sempre più risorsa del Paese e non marginalizzato a solo mercato di sfruttamento e consumo, abbiamo ritenuto utile ad indirizzarLe una lettera aperta su importanti temi di attualità su cui siamo particolarmente sensibili e interessati alla sua opinione.

Autonomia differenziata
La Regione Emilia-Romagna ponendosi in scia alle egoistiche richieste in materia di Autonomia differenziata delle Regioni leghiste, Lombardia e Veneto, e i Presidenti Bonaccini, Fontana e Zaia, malgrado le evidenze della crisi sanitaria, che ha messo in drammatica luce come solo un Servizio sanitario nazionale coeso e non diviso possa affrontare realisticamente situazioni di emergenza nazionale, ponendo all’indice proprio alcune delle decisioni prese a livello regionale in un coacervo di decreti locali a volte in contraddizione fra di loro, insistono irrealisticamente nelle loro pretese. Oggi l’epidemia causata dall’emergenza Covid19 ha posto in evidenza la gravità della situazione in campo sanitario, messa in risalto anche dall’Oms, in relazione proprio al dedalo di regole male applicate e contraddittorie fra le diverse Regioni che si comportano, nei fatti ed in tutta evidenza, come staterelli autonomi e fuori controllo. Data la caotica situazione sarebbe il caso a nostro avviso, vista l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, di richiedere l’applicazione immediata dell’articolo 120 della Costituzione laddove prevede la facoltà del Governo di sostituirsi agli organi territoriali in caso di gravi pericoli per la sicurezza pubblica.

È utile ricordare come nell’ultimo decennio tutti i governi hanno attinto alla spesa sanitaria per esigenze di finanza pubblica, sgretolando progressivamente la più grande opera pubblica mai costruita in Italia. Servono decisioni politiche e azioni immediate per invertire questa tendenza affinchè la Repubblica possa nuovamente garantire il diritto alla tutela della salute e della cura a tutti i cittadini italiani, in modo paritario e senza differenze territoriali, evitando di continuare ad insistere con le privatizzazioni, come da tempo stanno facendo i tre presidenti “secessionisti”. Occorre assicurare una omogeneità sempre più spinta nei Livelli essenziali di assistenza. Una omogeneità che solo una sanità nuovamente e pressoché integralmente in mano allo Stato nazionale può assicurare. Il Robin Hood al contrario del servizio sanitario che sottrae quattrini ai poveri e li dona ai ricchi è uno dei fattori che determinano l’allargamento della forbice delle disuguaglianze in campo sanitario tra i cittadini del Sud, del Centro e del Nord. Inoltre non bisogna dimenticare che il disegno “secessionista”dell’Autonomia differenziata punta a realizzare un sistema scolastico secondario regionale autonomo e diverso da quello statale che gestisca edilizia scolastica, programmazione didattica e personale attraverso il trasferimento delle necessarie risorse umane, finanziarie e strumentali. Di fatto si andrebbe verso un sistema scolastico regionale parallelo a quello statale che non può portare a nulla di buono per l’intero Paese. L’unità del Paese e della Repubblica si fonda su un sistema legislativo e fiscale uguale per tutti i cittadini e sull’uguaglianza dell’accesso ai servizi pubblici, dalla scuola, alla sanità, alle pensioni.

L’autonomia differenziata liquida definitivamente tutto ciò che tiene unito il Paese, annullando ogni Patto di Solidarietà, ed ha l’obiettivo di condurlo verso la privatizzazione dei servizi a vantaggio di pochi e a danno dei più, colpendo tutti i cittadini, quelli del nord come quelli del sud. Il progetto di Autonomia regionale è un progetto che non abbiamo timore a definire eversivo perché lede i principi e i diritti sociali previsti nella prima parte della Costituzione, che di fatto verrebbero annullati. Inoltre pochi giorni fa la sentenza la Corte Costituzionale con la sentenza n. 44/2020 ha smontato (con un ragionamento consequenziale) come infondata, la richiesta di trattenere il “Residuo fiscale” su cui era imperniata la richiesta di Autonomia differenziata delle regioni leghiste, dato che questo “residuo” nella realtà non esiste. Questa sentenza della Corte Costituzionale afferma un principio essenziale e cioè che i diritti sono nazionali e che le richieste di alcuni governatori regionali sono, oltre che inopportuni, anche incostituzionali.

Fondi Coesione
I fondi Ue sono quasi sempre fondi “strutturali”, cioè intendono intervenire su quelle che sono, appunto, le carenze strutturali e innovative di alcune regioni d’Europa, tra cui il Sud Italia. L’emergenza Covid19 è invece una situazione contingente e sicuramente passeggera, ha quindi bisogno di fondi in grado di intervenire sulle carenze determinate dal fermo dell’intero Paese in questo periodo lungo o corto che sia.
Ecco perché chiediamo che il Governo non dirotti in alcun modo i fondi Ue su altre aree del Paese se non al Sud come previsto. Non è una questione di solidarietà, è una questione di lungimiranza, abbiamo una parte del Paese che, finita l’emergenza, potrà riprendere a correre, un’altra parte, il Sud, che tornerà ad arrancare.

Proviamo a chiarire: Il Sole 24 ore ha titolato l’11 marzo scorso: ”Sui fondi Ue prove di solidarietà dalle regioni del Sud verso il Nord. La rimodulazione delle risorse “. Purtroppo già negli anni passati i governi, tutti a trazione nordista, ad esempio con le risorse del Fas prioritariamente destinate al Sud, si sono inventati mille cavilli per potere dirottare questi fondi a Nord (per il pagamento delle multe delle quote latte degli agricoltori padani, i traghetti sul lago di Como ecc.), riducendo nel tempo il Sud in povertà nera, come certificato da Eurispes, data la sottrazione di risorse spettanti, a favore del Nord, di 840 Mld di € nel solo periodo 2000/2017.
Non è pensabile continuare su questo indirizzo. Al Sud serve una immediata immissione di liquidità in aiuto alle imprese e ai cittadini, oltre che la sospensione di scadenze, tasse, mutui e ogni tipo di impegno bancario. Le attività commerciali, artigianali, produttive autonome in genere, già in ginocchio, saranno rase al suolo da questo periodo di chiusura: vanno sostenute! Senza sostegno alle imprese la disoccupazione salirà ancora dagli attuali livelli record, il che porterà a continuare in quella emigrazione epocale che già due anni fa ha indotto l’Ocse a lanciare un allarme, ovviamente ignorato, al governo italiano dell’epoca. Con l’emigrazione aumenterà inevitabilmente anche la desertificazione demografica, anche questa a livelli record.

Già da un decennio il sud è la Macroregione più povera d’Europa, nell’indifferenza governativa che parla ciclicamente di “Piani per il Sud” mai realizzati, ora dopo questo tsunami, se non sostenuto adeguatamente, resterà in piedi ben poco dell’apparato produttivo meridionale. La solidarietà è un’ottima cosa, se si può fare, altrimenti diventa incoscienza, soprattutto dopo le continue spoliazioni di questi ultimi decenni, mentre, come visto sopra, alcune regioni del Nord continuano imperterrite a chiedere la “Secessione dei ricchi”.
Il tutto in una situazione che, peraltro ha visto la Sanità nel Sud commissariata in quasi tutte le regioni per anni e che oggi si trova ad affrontare l’emergenza con pochi ospedali, causa tagli di bilancio, e pochissimi Dpi per il personale sanitario, il che rende inutile la corsa fatta per incrementare i posti letto di terapia intensiva.

Ricordiamo solo per dovere di cronaca che dal 2000 al 2017 ogni cittadino calabrese ha ricevuto pro capite 15,9 euro per investimenti fissi in sanità dal bilancio della Repubblica italiana. Ogni cittadino piemontese tre volte tanto (44,1), chi è nato in Emilia-Romagna cinque volte di più (84,4), ai cittadini veneti la dote personale (61,3) è pari a quattro volte la spesa pubblica attribuita a un abitante di Vibo Valentia o di Reggio Calabria. Campani e pugliesi si devono accontentare della metà esatta di quanto ricevono i lombardi e di un terzo di quello che incassano i veneti. Questo certificano i Conti pubblici territoriali della Repubblica italiana voluti da Carlo Azeglio Ciampi per cercare almeno di capire a che cosa avrebbe condotto, anno dopo anno, la scelta di abolire il servizio sanitario nazionale e la nascita dei venti staterelli regionali in guerra tra di loro. Ci permettiamo, altresì, di ricordare che, parola della Corte dei Conti, il peggioramento dei conti della sanità pubblica italiana è interamente attribuibile a Regioni a statuto ordinario del Nord, a partire dal Piemonte.
Inoltre la Commissione europea, nel quadro dell’iniziativa “Coronavirus Response Investment Initiative”, il 13 febbraio scorso ha dato il via libera alla spesa sanitaria e ha in parte sburocratizzato il sistema di aiuti per le imprese e i cittadini. Le nuove regole europee, tra cui la nuova ammissibiità delle spese sanitarie, stabiliscono che le risorse non spese sulla programmazione in corso vengono raccolte a livello centrale. Le Regioni del Sud hanno maggiori residui, in virtù di dotazioni finanziarie più elevate ma anche a fronte di più bassi investimenti nazionali.

Fonti stampa informano che sul tavolo dei Presidenti delle Regioni sarebbe pervenuta una sua comunicazione in cui si chiede di riprogrammare le risorse a valere sul programma 2014-20 specificando che «l’eventuale maggiore contributo di risorse aggiuntive delle Regioni meridionali all’emergenza Coronavirus, (…) dovrebbe essere oggetto di una successiva ‘compensazione intertemporale’, che avverrebbe attraverso un ristoro premile di risorse dal Fondo di Sviluppo e Coesione per le Suddette Regioni nel ciclo di programmazione 2021-27, da prevedersi nel prossimo Documento di Economia e Finanza e da definire nell’ambito della legge di Bilancio 2021”. Vorremmo sapere da Lei se questa notizia è fondata e nel caso le motivazioni di una scelta che può apparire come una sottrazione (l’ennesima) di fondi al Sud a vantaggio del Nord, in cambio di una futura promessa di risarcimento.

C’è chi continua senza posa a gettare benzina sul fuoco sulla divisione tra Nord e Sud.
A Palermo nei giorni scorsi non c’è stato nessun assalto di manzoniana memoria ai supermercati come descritto per giorni dai media. Ad un tentativo di pochi disperati di non pagare alle casse per la mancanza di denaro, si è aggiunto un video che gira sui social e un gruppo su Facebook che invita populisticamente alla “rivoluzione“, o poco più, il che ha spinto a rafforzare i controlli. Al momento nessun “saccheggio” o “esproprio proletario”. In un Sud che i governi hanno ridotto allo stremo, come visto con il furto sistematico negli ultimi vent’anni di più di 840 Mld di € a favore del Nord, monta però una sorda rabbia.

Il governo dopo il Decreto dei giorni scorsi deve rapidamente intervenire con finanziamenti strutturali capaci di mettere in tranquillità la parte meno protetta della popolazione. I 400 milioni di euro stanziati sono un utile inizio ma non bastano, visto che anche nella distribuzione dei 400 milioni per la “solidarietà alimentare” si continua, con le solite logiche a danno delle classi più deboli e indigenti, che guarda caso si trovano in maggioranza al Sud. L’80% di questi fondi è infatti semplicemente distribuito in parti uguali fra i comuni in base al numero degli abitanti. Indifferentemente, al comune più ricco così come a quello più povero. Per cui i comuni con pochi indigenti avranno da dividere di più fra i loro cittadini in difficoltà, viceversa per i comuni con molti indigenti. Solo il 20% sarà distribuito in base a criteri perequativi. “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.”
Serve un reddito di quarantena, come misura strutturale in prospettiva non emergenziale, una misura incondizionata, strumento contro il ricatto della precarietà e del lavoro nero che ridistribuisca la ricchezza contro l’avanzare della povertà.

Intanto, come sciacalli, giornali e televisioni danno fra le righe la spiegazione più semplice per possibili disordini al Sud, quella lombrosianamente più comprensibile per un Paese intriso di razzismo e rancore, la solita da decenni: “i meridionali sono tutti mafiosi”! Farebbero di tutto pur di negare l’evidente ingiustizia di questo Paese a due velocità, di tutto pur di negare la necessità di qualsiasi intervento redistributivo o la creazione di un RdQ (a Sud come a Nord) per alleviare la sofferenza di masse sempre più numerose, man mano che la “quarantena“ si protrae, di cittadini già ridotti allo stremo da decenni di politiche di austerità volute dai governi da decenni alla guida del Paese, da sempre complici ed esecutori pedissequi dei diktat europei.

Visto quanto sopra Le chiediamo se è sua intenzione chiedere il ritiro dell’intesa fra Regioni e Governo (tutt’ora secretata) o quanto meno chiederne la sospensione per avviare un dibattito pubblico che su un tema così rilevante non è ancora stato portato avanti dopo la modifica del Titolo V della Costituzione, che dal 2001 non ha mai definito i Lep.
Inoltre, come avrà capito, vorremmo in poche parole sapere, come le scelte indicate e rivendicate dai Presidenti di Regione “secessionisti” sui temi sopra esposti e alcune scelte dei governi passati, ma anche dell’attuale Governo, siano compatibili con la sua visione progressista e meridionalista.
Pronti anche ad un eventuale dibattito-confronto, e restando comunque in attesa di una sua gradita risposta la salutiamo augurandoLe buon lavoro a vantaggio di tutti i cittadini italiani, nessuno escluso.

Natale Cuccurese e Loredana Marino fanno parte del Laboratorio Sud, in collaborazione con transformItalia! e Left

Braccianti, badanti, facchini sfruttati: la loro salute per il governo è un optional

Il titolo di uno dei più noti film di Rainer Werner Fassbinder, La paura mangia l’anima, fotografa alla perfezione lo stato emotivo generato dal Covid-19. Da settimane impazzano le polemiche sulle modalità di blocco della produzione e quindi del lavoro per contenere il contagio da Covid-19. Gli scioperi operai e il pressing dei sindacati sono stati fondamentali affinché il presidente Conte firmasse il decreto del 22 marzo, attraverso il quale è stato limitato il numero di attività produttive essenziali autorizzate a proseguire la produzione.

Tuttavia, per la quasi totalità dei sindacati e per tanti osservatori il provvedimento è assai inadeguato, poiché lascia in funzione troppe aziende non essenziali e affida un eccessivo potere discrezionale alle imprese stesse sulla decisione di interrompere o meno le attività. Rispetto al lavoro nelle attività produttive essenziali, rimane inoltre insoluto il problema della effettiva tutela della forza-lavoro, e della fornitura di protezioni atte a contenere le possibilità di contagio. Attorno alla decisione di cosa è essenziale produrre e in quali condizioni, si è così aperta la contraddizione di fondo fra tutela di vita e salute e continuità del profitto.

Proprio rispetto alla sicurezza sui luoghi di lavoro in tempo di Covid-19, la questione del lavoro sfruttato risulta assente nel dibattito pubblico. Negli ultimi anni, il tema del caporalato e delle forme di grave sfruttamento lavorativo presenti in comparti fondamentali dell’apparato produttivo (agro-alimentare, logistica, edilizia, turistico-alberghiero, lavoro di cura, tessile-abbigliamento) ha ricevuto una maggiore attenzione, che però oggi, di fronte all’emergenza, rischia di evaporare. Eppure, nell’ottica della salute e della sicurezza collettiva ai tempi del Covid-19, il lavoro sfruttato è una questione che riguarda tutti e tutte, per almeno tre motivi.

In primo luogo, una parte significativa di questi lavoratori continua a lavorare, ma lo fa in condizioni sempre più difficili, precarie e pericolose. Poiché il lavoro sfruttato in genere si svolge proprio laddove più carenti sono i controlli e le ispezioni, e dove mancano le forme di tutela sindacale, è ragionevole ritenere che questa fascia di forza-lavoro non abbia certo la forza di imporre, a datori o a caporali, i protocolli e le garanzie di sicurezza richieste dal Dpcm del 11 marzo. Marco Omizzolo, in un articolo su Il Manifesto, ha denunciato come nell’Agro Pontino stia proseguendo imperterrito il reclutamento, da parte di caporali, di braccianti stranieri, soprattutto indiani, bangladesi e richiedenti asilo, in evidente violazione delle ordinanze.

Se pensiamo in generale alle decine di migliaia di braccianti, di corrieri, di facchini, non possiamo non domandarci angosciati: quali reali possibilità hanno di disporre di dispositivi di protezione adeguati e di poter lavorare in piena sicurezza? Si apre quindi un enorme problema di tutela della salute per questi lavoratori sfruttati: devono lavorare, perché inseriti in settori essenziali, ma spesso non possono farlo in condizioni tali da garantire la sicurezza propria e altrui.

Un secondo fronte riguarda il nesso fra sicurezza, salute e condizioni di vita dei lavoratori sfruttati. Quanti dei ghetti e degli accampamenti informali abitati da braccianti sottopagati e sfruttati rischiano di trasformarsi in incubatori di Covid-19, a causa della promiscuità forzata o della mancanza di adeguati servizi igienici? Lo stesso interrogativo si pone rispetto alle decine di migliaia di lavoratrici che assistono persone malate, disabili e anziane, spesso invisibili perché occupate in nero, per le quali luogo di lavoro e luogo di vita coincidono, o alle donne oggetto di grave sfruttamento sessuale e di tratta, che possono trovarsi obbligate alla convivenza con i propri aguzzini. In un appello promosso dalla Flai-Cgil si richiedono azioni concrete e rapide per la sicurezza e la salute dei braccianti, proponendo giustamente l’allestimento e/o la requisizione di immobili per la sistemazione alloggiativa di quanti vivono in condizioni degradanti.

In terzo luogo, occorre riflettere sulle prospettive imminenti del lavoro gravemente sfruttato. Per una larga parte di lavoratori sfruttati, occupati in nero o con contratti precari, si aprono altri due problemi immediati. Da una parte, la continuità di reddito, vitale soprattutto per chi deve ripagare un debito, appare compromessa per coloro sprovvisti di contratto regolare, e che per questo motivo non possono fruire degli ammortizzatori sociali previsti. Dall’altra, la minaccia di licenziamento o di mancato rinnovo contrattuale, esporrà i lavoratori migranti in possesso di regolare permesso di soggiorno a un probabile ricatto: mantenere l’impiego, ma accettando in cambio un taglio dei salari o un allungamento degli orari, oppure perdere il posto di lavoro scivolando in una condizione di irregolarità. In entrambi i casi, si profila un aumento della vulnerabilità per molti lavoratori e lavoratrici, italiani e migranti.

Una volta cessata l’emergenza Covid-19, occorrerà fronteggiare un nuovo quadro economico. Se l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) stima una perdita globale di posti di lavoro compresa fra 5,3 e 24,7 milioni, è plausibile che una parte consistente di tagli o di ristrutturazioni riguarderà le imprese più deboli, e quindi le mansioni meno qualificate. In Italia, la crisi potrebbe quindi impattare duramente su quanti sono occupati nei settori a basso valore aggiunto, con bassa produttività e ad alta intensità di lavoro vivo, cioè proprio quei settori dove maggiore è l’incidenza di grave sfruttamento lavorativo.

La legislazione italiana, per molti versi all’avanguardia in Europa – ci riferiamo alla normativa anti-tratta e alla legge 199 del 2016 di contrasto al caporalato -, nella repressione delle forme più violente di sfruttamento sul lavoro, non appare tuttavia sufficiente. In particolare, sarebbe necessario un notevole ampliamento di risorse, di progetti e di strutture destinate ai soggetti che denunciano gravi forme di sfruttamento lavorativo. In questa direzione, il recente Piano triennale di contrasto del caporalato approvato dal governo potrebbe fornire i mezzi per favorire la costruzione e il rafforzamento di filiere agro-alimentari “pulite” e libere.

Affinché il contrasto sociale al grave sfruttamento lavorativo non si limiti al caporalato in agricoltura, ma si allarghi a tutti i settori, è al tempo stesso necessario anche un rinnovato modo di fare intervento sindacale, ad esempio estendendo il modello di sindacato di strada. In definitiva, si tratta di non farsi mangiare l’anima dalla paura, ma al contrario di trovare antidoti e anticorpi al contagio dello sfruttamento.

Contare i morti, contare i soldi

Ieri è uscita un’incredibile intervista di Francesca Nava a Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, che rivendica con fierezza la mancata chiusura del bergamasco (la famosa “zona rossa” arrivata troppo in ritardo su cui stanno litigando il governo e il presidente della Lombardia Fontana).

Spiega Bonometti che loro di Confindustria erano “contrari a fare una chiusura tout court così senza senso” e di averne parlato direttamente con la Regione: “Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”, spiega. Un piccolo particolare, il senso di quell’incontro, che è sfuggito all’assessore lombardo Gallera che poteva semplicemente dirci che si sono ritrovati a contare i soldi e a contare i morti. Se c’era bisogno di qualcuno che scivolasse sull’argomento per raccontare apertamente la verità l’abbiamo trovato.

“Però ora non farei il processo alle intenzioni, bisogna salvare il salvabile, altrimenti saremo morti prima e saremo morti dopo”, dice Bonometti, come se i decessi tra Alzano e Nembro siano solo numeri su cui tirare una riga. Stupisce (no, in realtà non stupisce) anche l’indelicatezza con cui viene trattato un argomento così umanamente doloroso: non c’è niente, ci sono solo numeri, numeri, numeri.

E se qualcuno ha bisogno di conferme sull’attendibilità del personaggio ecco l’ultima chicca: alla giornalista che gli chiede come si spiega questi numeri enormi di contagio nelle zone densamente industriali risponde che la colpa è “una presenza massiccia di animali e quindi c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio”.

Buon mercoledì.

La tempesta perfetta

È di una inquietante gravità la delibera dell’8 marzo scorso in cui la Regione Lombardia chiede alle case di riposo di mettere a disposizione spazi per pazienti Covid-19. Sconcerta e preoccupa che il livello politico e tecnico più alto di una istituzione (che si vanta di avere il miglior sistema sanitario regionale) non colga l’enormità e le conseguenze di un simile errore, o forse, peggio ancora, che lo ignori deliberatamente. Ben più logico sarebbe stato, come fatto da altre Regioni, rivolgersi alle numerosissime cliniche accreditate evitando commistioni di pazienti.

L’episodio delle infezioni e delle decine di morti tra i degenti del Pio Albergo Trivulzio di Milano e il diffondersi dell’infezione nel personale non è però isolato ma è l’ultimo di una serie di casi verificatisi e venuti alla luce nelle ultime settimane sia in Lombardia che nella maggior parte delle altre regioni dove però il contagio è avvenuto spontaneamente senza l’intervento attivo della regione (vedi Amarilda Dhrami su Left del 27 marzo, ndr). Casi che hanno contribuito ad aumentare sia la mortalità ufficiale che quella ufficiosa. Perché è ormai palese che c’è anche una consistente mortalità ufficiosa per Covid-19 che in alcuni comuni soprattutto lombardi in alcuni periodi è paragonabile a quella ufficiale. Morti quasi invisibili di pazienti che non riescono a fare il tampone e ricoverarsi in ospedale e che muoiono a casa loro.

Il virus, come l’acqua che scorre in discesa, si diffonde spontaneamente verso quei gruppi di persone dove trova meno resistenza; non è vivo ma obbedisce a leggi fisico chimiche naturali, ineluttabili, potenti e finalizzate esclusivamente alla sua duplicazione massimale: va dove può, dove è più facile e dove gli si consente di andare. Per fermarlo conta solo quello che non si fa, quello che si fa, e come lo si fa.

Il luogo per lui ideale è quindi fisicamente circoscritto, dove sono concentrate centinaia di persone, quasi tutte anziane, con altre importanti patologie, sovente non autosufficienti, spesso cognitivamente compromesse, in strettissimo contatto tra loro e circondate da numerose persone esterne che cambiano continuamente (personale turnante e parenti). Peggio ancora se a questo si aggiungono livelli di vigilanza sanitaria bassi perché non sono pazienti acuti, se le protezioni per il personale sono scarse o negate, se non ci sono gli strumenti, ovvero i tamponi, per individuare i positivi. Può anche accadere che a qualcuno faccia comodo non sollevare il problema delle morti e finché possibile diluirle nella normale mortalità generale (tanto sono anziani e prima o poi dovevano morire….!), come può anche verificarsi che la vigilanza delle autorità sanitarie del territorio sia eufemisticamente carente. Si creano così le condizioni ideali per una tempesta perfetta in cui si concentra nello stesso luogo il massimo della debolezza del sistema, il massimo della debolezza dei pazienti con il massimo delle condizioni favorenti la diffusione del virus. Se aggiungiamo a questa già esplosiva situazione quanto chiesto dall’incredibile delibera dell’8 marzo di far coabitare in queste strutture i reparti Covid diventa evidente come l’eccezione possa diventare non l’ammalarsi ma il restare sani. Per correttezza c’è da dire che una volta manifestatosi il problema, in ogni regione l’intervento delle ASL è stato in genere abbastanza pronto e corretto. Dopo, però.Questa situazione di rischio è anche favorita in Lombardia dalla scelta iniziale, in controtendenza rispetto alle altre regioni, di fare pochi tamponi. Il numero dei tamponi serve, oltre a tutelare sanitari, pazienti e popolazione, anche a fare un po’ di luce nel buio profondo di ciò che accade sul territorio, e quindi anche nelle strutture sanitarie per anziani. Complottismo paranoico? No. Legittima domanda se dia troppo fastidio la luce.

In condizioni epidemiche chi ha la responsabilità della salute pubblica ovvero i vertici tecnici regionali, delle ASL e dei Distretti sanitari non possono esimersi dal non sapere quali sono i punti di vulnerabilità delle loro strutture e del loro territorio. L’accaduto assume quindi anche un significato di falla sistemica e sistematica nella sicurezza delle strutture sanitarie. Ciò che fa sbagliare non è il caso, il destino cinico e baro, la punizione crudele di un dio irascibile e sadico ma è il mix micidiale tra ignoranza, stupidità, interessi, pressappochismo, furbizia, mancanza di controllo, deresponsabilizzazione. Deve essere però chiarissimo che è tecnicamente possibile risalire alle cause principali ed alla catena di responsabilità che hanno condotto a queste situazioni; farlo o non farlo, seriamente o per finta, è pertanto quasi esclusivamente una questione di volontà politica.

Per la cronaca in Italia le strutture socio sanitarie di riabilitazione e l’assistenza, sanitaria e non, agli anziani sono un grosso e grasso business gestito praticamente ovunque dai privati e sovente il livello di attenzione e controllo del pubblico è eufemisticamente debole. Fa quindi comodo una sanità che abbia un territorio debole; dove debolezza significa anche personale del tutto insufficiente per una parvenza di controlli di sanità pubblica (compresi i controlli ambientali e nelle fabbriche).

È recentissima la lettera a Fontana della federazione regionale degli ordini dei medici lombardi; un chiaro, esplicito e circostanziato richiamo sulle conseguenze per i medici ed i pazienti di alcune strategie sanitarie e alcuni discutibili comportamenti della regione Lombardia. Chissà se si continuerà a negare l’evidenza e dire che la colpa è sempre degli altri.

Tra le cose ineludibili da fare passata la fase acuta e fatta esperienza del molto che ci ha insegnato questa epidemia si dovrà mettere veramente mano prima di tutto alla micidiale diaspora organizzativa e gestionale sanitaria delle regioni (altro che regionalismo differenziato!) e subito dopo alla sanità territoriale ed alla concezione ospedalocentrica della sanità che abbiamo toccato con mano essere perdente; un nuovo necessario equilibrio. Si sapeva, era stato detto inutilmente e lo abbiamo visto e vissuto che scindere gli ospedali, assurti a feticcio di efficacia e efficienza, dal territorio, da sempre parente povero e negletto, era un errore clamoroso. Ma lo si è fatto quasi ovunque presi dal fatuo innamoramento per una medicina ospedaliera troppo spesso vissuta come meccanicistica, tecnologica, fredda e muscolosa a discapito della medicina più semplice, umana e calda del territorio fatta di persone, pazienti, rapporti e non solo di prestazioni.

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Quinto Tozzi, già cardiologo intensivista ospedaliero; già direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)