I costi economici della crisi indotta dal coronavirus (Covid-19) non sono ancora quantificabili (dipendono da molti fattori, non ultimo la durata dell’emergenza sanitaria) ma sono certamente molto rilevanti. E saranno ancora più gravi per i Paesi che già si trovavano in difficoltà come l’Italia.
Ma più che l’esatta quantificazione è fondamentale individuare la strategia per uscire dall’emergenza. Ritornare al modello economico e sociale antecedente o approfittare dell’occasione per impostare un diverso e nuovo modello? Modello che accolga anche le istanze legate alla crisi climatica, crisi “mediaticamente silenziata” dal coronavirus ma che rimane attuale con tutti i costi che dovremo sopportare in termini di vite umane e di emergenze economiche (come esempio la ricostruzione di Giacarta causa l’innalzamento dei mari) e sociali (grandi “migrazioni ambientali”).
Cerchiamo di capire, a grandi linee, le diverse opzioni sul tavolo.
La prima, come detto, è quella di continuare il modello che ci ha portato a questa crisi. In questo ambito si stanno sviluppando diverse opinioni. Che hanno tutte in comune il concetto di “fare debito”. Le principali opzioni sul tavolo sono: i “coronabond” cioè nuovi titoli di Stato garantiti dall’Unione europea e non dal singolo Stato. In modo da essere più affidabili e poter pagare tassi di interesse più bassi sterilizzando gli “spread” nazionali. Legarli al Mes (il nuovo “fondo salva Stati”) è non solo utopico in quanto lo statuto del Mes andrebbe cambiato, ma anche pericoloso in quanto si rischiano successive “attenzioni” simili a quanto fece la Troika in Grecia con chiari effetti negativi sui servizi sociali e sul livello di vita dei più poveri. Nel caso sarebbe allora meglio far intervenire la Banca europea di investimenti (Bei) con emissioni di titoli destinati allo scopo.
Ma i debiti vanno comunque pagati. E l’impatto di un forte aumento dell’indebitamento, da rifinanziare periodicamente, sarebbe un fardello gravoso per le finanze dell’Unione e dei singoli Stati.
Proprio per questo nella seconda ipotesi si caldeggia l’intervento della Bce al fine di “disinnescare” il peso del pagamento degli interessi sul debito. Come? Eliminando la necessità di rinnovare il debito a scadenza. Tramite l’acquisto da parte della Bce di titoli emessi dai singoli Stati per l’emergenza sanitaria e ricostruzione economico- sociale da “sterilizzare”. In sintesi la Bce farebbe diventare questi titoli “perpetui”, senza scadenza, in modo da non doverli rifinanziare periodicamente (rimane aperto il tema se lo Stato sia tenuto al pagamento periodico degli interessi e in che misura). Per l’Italia sarebbe utilissimo se fossero trasformati in tale forma anche i propri titoli acquistati durante Quantitative Easing, quasi 400 miliardi ancora in pancia alla Bce.
Tutte le misure fin qui accennate, come ovviamente la semplice emissione di nuovo debito da parte dell’Italia, servono solo a perpetuare il modello socio-economico attuale.
Se volessimo, come auspicabile, approfittare della situazione per impostare una transizione verso un nuovo modello, socialmente più equo, ambientalmente più sostenibile, e in grado di ridurre le diseguaglianze dovremmo mettere in campo misure molto diverse.
Sarebbe necessario individuare forme di finanziamento diverse e definire un ruolo pubblico e collettivo di guida dell’economia e di individuazione dei settori strategici di investimento.
Per individuare fonti diverse di finanziamento rispetto alla pura creazione di nuovo debito, potremmo agire in diverse direzioni.
In primo luogo, come bootstrap per creare una massa di liquidità immediata, si potrebbe agire con un “prelievo forzoso”. Non su tutti i conti correnti come fece Amato nel 1992 ma sulle gestioni patrimoniali, che sono tipicamente investimenti per chi ha grande liquidità, e che a fine 2019 valorizzavano 620 miliardi. A questo si potrebbe aggiungere un prelievo per chi ha quote di fondi di investimento superiori a un certo limite, diciamo 1 milione di euro di strumenti finanziari e quindi non patrimonio immobiliare.
Metà della ricchezza mondiale, circa duecentosei trilioni di dollari, è concentrata nelle mani di 22,1 milioni di “Paperoni”. In Italia l’1% più ricco detiene il 22% della ricchezza nazionale (cioè detiene circa 2.100 miliardi di euro, in media 3,5 milioni di euro a testa). Parliamo di patrimonio, non di reddito. Si potrebbe pensare tranquillamente di fare un “prelievo forzoso” per 50 miliardi sui grandi patrimoni senza intaccare la ricchezza personale.
In secondo luogo si deve garantire un flusso di cassa costante. A tale scopo si può agire sulla leva fiscale: la progressività dell’imposizione va aumentata a scapito dei redditi più alti per ricavare circa 10 miliardi annui. Inoltre una patrimoniale annuale limitata, 1-1,5%, sulle grandi ricchezze, e un aumento delle tasse di successione sui grandi patrimoni potrebbero garantire allo Stato quel flusso finanziario annuale aggiuntivo, diciamo circa altri 30 mld, necessario a garantire gli investimenti. Senza scordare che si possono recuperare anche i circa 19 mld annui di sussidi alle fonti energetiche fossili ormai anacronistici. Inoltre un contributo importante può anche venire da una finalmente efficace e diffusa lotta alla criminalità e per il recupero dell’evasione fiscale, diciamo 40 mld, per un totale di 100.
In ultimo si può, comunque, “fare debito”. Ma debito finalizzato, emissioni specifiche per investimenti e politiche economiche mirate con obiettivi certi, risultati misurabili e trasparenza verso gli investitori sullo stato di avanzamento delle attività oggetto del prestito.
Tutto ciò avrebbe senso solo se si decide di adottare una politica di investimenti pubblici simile a quella che nel dopoguerra portò alla creazione delle grandi infrastrutture: autostrade, ferrovie, porti…
Oggi però occorre creare infrastrutture diverse in grado di creare nuovi tipi di lavoro, contribuire alla riqualificazione ambientale e alla riduzione delle diseguaglianze. Penso a infrastrutture per la distribuzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, a investimenti sull’infrastruttura degli acquedotti di distribuzione dell’acqua per ridurre gli sprechi, alle infrastrutture di produzione di energia rinnovabile, alle infrastrutture per la mobilità sostenibile e il trasporto pubblico, a infrastrutture pubbliche di telecomunicazione, all’efficientamento del patrimonio edilizio in termini energetici e sismici, al recupero del dissesto idrogeologico, al potenziamento delle aree verdi, al recupero dei corsi d’acqua, al potenziamento del sistema sanitario pubblico, al potenziamento della scuola e dell’università, della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico… in sintesi a tutte le politiche nazionali tese a potenziare i servizi pubblici, a migliorare la qualità della vita e a ridurre l’impatto ambientale della nazione. Ricordando che c’è correlazione tra crisi sanitarie e ambiente come dimostra, in ultimo, il fatto che la pianura padana, la zona più inquinata d’Europa, ha una percentuale di morti per il Covid-19 superiore alla media probabilmente perché c’è una forte presenza di soggetti affetti da problemi respiratori per l’inquinamento ambientale.
Politiche per il bene della collettività, per la creazione di condizioni di vita migliori, per la creazione di lavori più gratificanti e meno usuranti in grado di invertire il trend di trasferimento della ricchezza nelle mani di pochi e iniziare il processo di redistribuzione delle risorse che, ricordiamolo, sono risorse comuni.
Chi più ha avuto in passato più deve contribuire ora a un nuovo “Deal”, un Green New Deal che sia ambientale e sociale. Non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e viceversa.
L’Europa può e deve avere un ruolo importante. Le politiche sopra accennate avrebbero un impatto ben diverso se attuate a livello europeo. Ma per fare questo l’Europa deve cambiare volto: non più un’unione monetaria e finanziaria utile solo al consumismo compulsivo, alla delocalizzazione selvaggia, al ricatto verso i lavoratori e all’accumulazione di sempre più grandi ricchezze, ma un’Europa con ruolo politico e di sviluppo sociale e che promuova un’economia diversa, basata sul benessere sociale, sui beni comuni, sull’uguaglianza, sui diritti e non sul profitto.
Guido Marinelli, co-autore di 5 brevetti internazionali, è stato anche professore di “Elementi di Economia nel progetto di sistemi” presso l’Università di Tor Vergata-Roma. Cofondatore associazioni: Carteinregola, Ponti per il futuro, PerImolti e Ledd
«Signora, lei è rovinata», è così che una farmacista di Roma ha risposto a Sara de Simone prima di comunicarle che il Plaquenil, farmaco che assume tutti i giorni da anni, non era più disponibile. «Ho chiamato a tutte le farmacie che ho trovato su internet», racconta, ma la risposta è stata sempre la stessa: «Non sappiamo quando tornerà disponibile».
Il Plaquenil, nome commerciale dell’idrossiclorochina, è un antimalarico utilizzato nella terapia delle malattie reumatiche come quella di Sara, la Sindrome di Sjögren. Da un paio di settimane risulta difficile reperirlo in qualsiasi farmacia del territorio nazionale: «Mi hanno contattato tantissimi pazienti, da Torino a Sciacca, e nessuno di loro mi ha detto: “Sono tranquillo perché qui da me c’è”. A Roma poi la situazione è proprio disperata, non si trova da nessuna parte, neanche il generico», racconta Sara. L’improvvisa scomparsa sarebbe da ricollegare all’utilizzo del Plaquenil come farmaco sperimentale per curare il Covid-19, abbinato agli antivirali. La Sanofi, la casa farmaceutica che lo produce, non riesce a coprirne la domanda.
Della questione si è interessata subito l’Anmar, l’Associazione nazionale malati reumatici. La presidentessa, Silvia Tonolo, dopo aver ricevuto anche da Federfarma la conferma che il farmaco era introvabile, ha inviato una lettera all’Aifa, l’Azienda italiana del farmaco, al viceministro della Salute Sileri e alla Sanofi. L’azienda francese ha fatto sapere che, nelle ultime due settimane, ha distribuito più del doppio del quantitativo standard del prodotto, per cui non risulta nessuna carenza. Il problema sarebbe dovuto a un ritardo nella catena distributiva causato dalla forte richiesta. La soluzione suggerita ai malati cronici è quella di farsi fare dal proprio medico una ricetta rossa con procedura “ordine urgente” con cui i farmacisti possono contattare direttamente la casa farmaceutica e ottenere prima il farmaco.
I farmacisti, però, sostengono di aver già tentato questa strada, senza risultati. «C’è un dato oggettivo: il farmaco non si riesce a trovare», ripete Sara, la cui rabbia, specifica, non è solo individuale ma “politica”, perché riguarda tutti i pazienti come lei. «Perché nessuno ci ha avvertiti? Il Sistema sanitario nazionale, gli specialisti, le autorità. Perché abbiamo dovuto scoprire da soli, così soli, che il nostro farmaco viene impiegato negli ospedali lasciando noialtri sprovvisti? Non si potevano razionalizzare le scorte? Avete i nostri nomi, le nostre esenzioni sono registrate», scrive Sara in un post su Facebook.
La Sanofi ha assicurato che sta aumentando la produzione del Plaquenil e che il suo utilizzo negli ospedali non interferirà con le terapie dei malati cronici. «Una farmacista di Cagliari ha detto che sono passati quelli dell’ospedale a prendere tutte le scatole rimanenti», afferma però Sara che si chiede chi, in questa storia, stia dicendo la verità.
I malati che assumono regolarmente il Plaquenil temono che l’Aifa, che dovrebbe controllare la disponibilità dei farmaci, non abbia la situazione sotto controllo. Il farmaco in questione, infatti, non risulta nella lista dei medicinali carenti stilata dall’Agenzia, ed è grave, secondo molti, che continui a ripetere che il farmaco sia presente sul territorio quando invece è introvabile. «L’Aifa ha autorizzato l’idrossiclorochina off-lable, quindi senza emettere un protocollo specifico», afferma Silvia Tonolo: «L’Aifa può controllare anche questo tipo di farmaci?», si chiede.
Se il Plaquenil della Sanofi non risulta nei farmaci carenti, nella lista c’è però la clorochina Bayer, anch’essa promossa per essere utilizzata con i malati di Covid-19. «Già non si trova normalmente, come potremmo mai trovarlo ora che verrà utilizzato da molte più persone?», si chiedono i malati reumatici. Silvia Tonolo a riguardo solleva un altro dubbio: «Quando inizieranno a circolare le nuove scorte dei farmaci in questione, chi avrà precedenza, le farmacie ospedaliere o quelle territoriali a cui i malati cronici fanno riferimento? Va bene anche aspettare qualche settimana, capiamo la situazione di emergenza, ma se l’assenza di questo farmaco mi modifica la qualità della vita e mi fa peggiorare la patologia, non vedo perché dovrei rinunciarci».
Sara de Simone e molti altri come lei fanno appello all’articolo 32 della Costituzione: «Quello alla salute è un diritto fondamentale, deve essere garantito a tutti», dice Sara, che aggiunge: «Avere una malattia reumatica non vuol dire avere soltanto mal di schiena o mal di collo. Sono malattie degenerative che interessano tutto il corpo. Interrompere un piano terapeutico è pericolosissimo, perché vorrebbe dire andare incontro a danni su tutto l’organismo», spiega Sara. Macchie sul corpo, ulcere, dolori articolari e muscolari, affanno, danni a organi come fegato, reni o polmoni: queste solo alcune delle conseguenze a cui andrebbero incontro i malati reumatici se interrompessero la terapia con il Plaquenil o con la semplice clorochina, diverse a seconda della patologia.
Anche in Francia, primo paese dove idrossiclorochina e clorochina sono state utilizzate nelle cure per il Covid-19, i malati reumatici non riescono più a trovare i farmaci per loro indispensabili, tanto che il governo ne ha bloccato l’esportazione e ne ha limitato la vendita con due decreti. Il ministro della Salute francese, Olivier Véran ha confermato che l’idrossiclorochina può essere prescritta e somministrata ai pazienti con coronavirus solo negli ospedali che li hanno in carico o comunque sotto prescrizione medica. I decreti sono stati espressamente richiesti dai farmacisti francesi che per giorni hanno rimandato indietro i cittadini che volevano fare scorte di Plaquenil.
In Italia, è stata la Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) a raccomandare l’utilizzo dell’idrossiclorochina solo sui pazienti Covid-19 con polmonite o su anziani sintomatici o a rischio, e sempre associata agli antivirali. La stessa Sanofi, in uno degli ultimi comunicati lanciati in Italia, ha chiesto il supporto al personale sanitario per razionalizzare le scorte, riservando il Plaquenil solo se essenziale per continuare una terapia. Ha inoltre specificato di venderlo sotto prescrizione medica, evitando l’accaparramento incontrollato.
Va ricordato poi che per l’Organizzazione mondiale della sanità «non ci sono ancora sufficienti evidenze scientifiche sull’efficacia dell’idrossiclorochina» e che il farmaco potrebbe avere gravi effetti collaterali, per cui la somministrazione va accompagnata da esami clinici di controllo.
Nonostante l’impegno preso da Sanofi, nessuno ha dato garanzie su quando il farmaco tornerà disponibile nelle farmacie. Questo genera preoccupazione e ansia nei malati reumatici che, nell’emergenza Covid, rientrano nella categoria dei pazienti più a rischio, perché spesso sono immunodepressi per via delle terapie che seguono.
I problemi per questa categoria di malati non riguardano solo l’accaparramento dei farmaci, ma anche l’accesso alle terapie ospedaliere. Molti hanno dovuto rinunciare o perché i propri centri di riferimento sono stati trasformati in centri Covid o per evitare l’esposizione al virus, più frequente negli ospedali. In alcuni casi l’infusione del farmaco non può essere sostituita con altre modalità di somministrazione, in altri si è potuto sostituire la flebo con la terapia sottocutanea.
Quest’ultimo è il caso del Tocilizumab, altro farmaco utilizzato in reumatologia e ora impiegato per la cura del Covid-19. La Società Italiana Reumatologia (Sir) ha invitato i pazienti interessati ad adottare la terapia sottocutanea anche per evitare «di interferire con gli approvvigionamenti del farmaco intravenoso che sarà principalmente dedicato, in questa fase, all’emergenza epidemica». La stessa Società ha interpellato la Roche, casa farmaceutica del Tocilizumab, la quale ha «assicurato che sta facendo ogni sforzo per non fare mancare il farmaco sottocutaneo ai presidi reumatologici», così da garantire la continuità delle terapie. Eppure Francesco Le Foche, responsabile del Day Hospital di immunoinfettivologia del Policlinico Umberto I di Roma, in un’intervista a Il Sole 24 Ore ha affermato che: «Il Tocilizumab è difficile, se non impossibile, da reperire in questi giorni negli ospedali. Non abbiamo mai avuto una richiesta così alta e la forte carenza è dovuta alla grande Richiesta per l’utilizzo in pazienti con Covid-19».
L’emergenza sanitaria quindi sembra estendersi anche a chi non è direttamente affetto da coronavirus, producendo una gran quantità di vittime collaterali a cui le istituzioni e gli enti coinvolti faticano a dare risposte. Questo ruolo viene quindi coperto da associazioni che riuniscono pazienti, parenti e reumatologi, come l’Anmar già citata o il Gruppo italiano per la lotta alla sclerodermia (Gils), che in questi giorni sta stilando una lista sempre aggiornata dei servizi offerti dagli Scleroderma unit, i centri di riferimento per i malati di Sclerosi sistemica. La gran parte di questi ha confermato le terapie per infusione solo ai casi più urgenti, ma tutti hanno un numero o un’email di riferimento da contattare per dubbi o problemi. «È importante che i malati cronici non si sentano abbandonati», dice Carla Garbagnati, presidentessa del Gils, «Mi ha chiamato una signora di Molfetta che aveva bisogno di aiuto e le ho fornito la lista dei centri che poteva chiamare. Qualche giorno dopo mi ha ricontattata per ringraziarmi perché aveva risolto e non si era sentita sola».
Il Gils sta inoltre monitorando la presenza dei farmaci sul territorio, in modo da sapere sempre dove iniziano a scarseggiare: «Appena qualche reumatologo ci dice che sta finendo un farmaco, facciamo la segnalazione: è una rete. Per le malattie rare fare rete è fondamentale, perché è facile essere dimenticati», dice Carla.
Questa rete è molto attiva non solo nelle associazioni di riferimento, ma anche sui gruppi Facebook delle associazioni.
In questi giorni di emergenza si riempiono di domande, consigli e preoccupazioni. G.P., adolescente della provincia di Caserta, scrive per la zia: «Da agosto è senza una cura perché è diventato impossibile recuperare la clorochina Bayer. Le sue patologie stanno prendendo il sopravvento e ora è terrorizzata visti i nuovi scenari». Chiede se qualcuno può consigliarle qualcosa. Una ragazza dice che ha a disposizione tre scatole intere che non utilizzerà perché le hanno cambiato la terapia. Si mettono d’accordo, gliele invierà per posta, sfidando le file e le limitazioni di questi giorni di quarantena.
Carla Garbagnati in questa emergenza vede anche un’opportunità: «Per la cura del Covid hanno trovato proprio due farmaci usati in reumatologia, forse questa è la volta buona per dare un input importante alla ricerca delle malattie rare e reumatiche. L’epidemia ci sta dimostrando che abbiamo tutti bisogno di studiare anche le malattie che coinvolgono poche persone, perché un giorno quello studio potrebbe essere utile a tutta la collettività».
Foto LaPresse - Marco Cantile
12/12/2014 Napoli, Italia
Cronaca
Demolizione di case abusive, costruite sotto la superstrada in mattoni e cemento dagli zingari, nel campo rom di Scampia. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri e la Polizia Municipale con una ditta di demolizioni.
Nella foto: un piccolo zingaro gioca in una casa vicina a quella demolita
Photo LaPresse - Marco Cantile
12/12/2014 Napoli, Italia
News
Demolition of illegal houses, built under the highway brick and concrete by gypsies, Roma camp in Scampia. Have taken place on the Police and the Municipal Police with a demolition company.
Com’è ‘sta quarantena? Ogni tanto conviene leggersi i numeri perché fa bene, fotografa la realtà e affievolisce la retorica.
Ieri l’Istat (perché di questi tempi le fonti sono importanti) ha pubblicato una ricerca che dice che «nel 2018 il 27,8% delle persone vive in condizioni di sovraffollamento abitativo. Tale condizione di disagio è più diffusa per i minori, il 41,9% dei quali vive in abitazioni sovraffollate. Il disagio si acuisce se, oltre ad essere sovraffollata, l’abitazione in cui si vive presenta anche problemi strutturali oppure non ha bagno/doccia con acqua corrente o ha problemi di luminosità. La condizione di grave deprivazione abitativa riguarda il 5% delle persone residenti e, ancora una volta, è più diffusa tra i giovani. Infatti, vive in condizioni di disagio abitativo il 7,0% dei minori e il 7,9% dei 18-24enni. La quota scende al crescere dell’età fino ad arrivare all’1,8% fra le persone di 75 anni e più».
Una piccola nota anche a proposito della tecnologia che permette di superare la quarantena: nel periodo 2018-2019, il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa, la quota scende al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore. Solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet. La percentuale di famiglie senza computer supera il 41,0% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46,0% e 44,4%), ed è circa il 30,0% nelle altre aree del Paese.
Un altro dato, tanto per capirci: Antonio Mumolo, presidente di Avvocato di Strada che racconta: «Ci arrivano – direttamente o indirettamente, tramite altre associazioni – decine di segnalazioni di multe a senza fissa dimora in tutta Italia. Multare una persona che non può adempiere a un ordine impossibile è un’assurdità logica, prima ancora che giuridica. Quelle multe chiaramente le impugneremo tutte e le faremo tutte archiviare, dovendo però fare dei processi».
Insomma, ci sono quarantene molto diverse dalla narrazione generale. Così, per dire.
Che la diffusione dell’epidemia nella popolazione fosse ben più ampia dei numeri ufficiali desunti dai tamponi è ormai cosa nota. Stanno invece giungendo conferme che anche il numero dei deceduti per Covid-19 in alcune aree geografiche è ben più alto delle cifre ufficiali. L’Istat al riguardo ha pubblicato i dati sulla mortalità sino al 20 marzo 2020 di un migliaio di comuni italiani (v. articolo su Left). Dati che utilizzati per elaborazioni statistiche consentono di meglio comprendere gli anomali picchi di mortalità segnalati da alcuni sindaci e ripresi dalla stampa locale. Tra i tanti che si sono cimentati anche il prestigioso Istituto Cattaneo di Bologna con uno studio su: “Gli effetti della pandemia da Covid-19 sulla mortalità. Analisi di 1084 comuni italiani”. Colpiscono, tra i molti dati, l’aumento dei decessi rispetto alla media del quinquennio precedente (molto superiore alle cifre ufficiali): a Bergamo sono aumentati del 266%, seguono Piacenza con il 178%, Pesaro 167%, Cremona 134%, Parma 80%, Brescia 78%; le altre città raramente superano il 40%; Milano fortunatamente al 16,3%. Lo studio così conclude: “Il numero di decessi riconducibili a Coronavirus in Italia risulta comunque il doppio di quello a cui si arriva sulla base dei numeri relativi ai pazienti deceduti positivi al test per Covid-19, comunicati dalla Protezione Civile. È plausibile, quindi, che i decessi aggiuntivi non attribuiti a Covid-19 riguardino persone decedute in casa, e sulle quali non è stato eseguito il test di positività”. Perché si sono verificati centinaia e forse migliaia di decessi a domicilio oltre l’ecatombe dell’ospedale e la prevedibile e normale mortalità della popolazione? Cosa è stato fatto o non fatto per prevenirli? In assenza di altre cause massive di morte perfettamente concomitanti (terremoti, guerre, tsunami o terribili maledizioni) l’unica spiegazione logica e plausibile, come conclude la ricerca, è che fossero anch’essi dovuti al Covid-19 e, aggiungiamo noi, che ci sia stato un insuperabile e persistente motivo che ha impedito loro di fare il tampone e andare in ospedale. Cerchiamo di chiarire e dare qualche spiegazione.
Normalmente i pazienti con sintomi si rivolgono al medico di base il quale eventualmente segnala il caso alla ASL che decide se procedere o no con un tampone. Se il paziente fa il tampone, se questo è positivo, se ha sintomi importanti va in ospedale altrimenti resta a casa variamente controllato; se peggiora va in ospedale. Evidente che in questo percorso ci sono troppi se. Il più cruciale è che se il paziente non fa il tampone, pur avendo i sintomi, non è considerato un Covid-19 e resta fuori dall’intero circuito. Se la strategia della regione, come affermano i numeri, è fare pochi tamponi è più difficile entrare nel circuito ospedaliero e territoriale e le situazioni sempre possibili ma eccezionali possono diventare, come accaduto, quasi la norma. Inutile dire che lasciare a casa un paziente positivo ma non diagnosticato significa per prima cosa ridurre le sue probabilità di sopravvivenza ma anche condannare alla positività la famiglia ed i contatti (ed essere una delle principali cause dell’esplosione dei contagi); esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare. Ovviamente è quasi impossibile sapere ora quanti sono i pazienti senza tampone; lo si può intuire, come stiamo facendo ora, contando, dopo, i morti.
Fare pochi tamponi ha altre gravi conseguenze: sottostima il numero dei positivi giornalieri (cosa che può far mediaticamente comodo e dipende da quanti tamponi vengono fatti, a chi, e dispersi su quale popolazione). Pochi tamponi rendono l’ospedale fortemente permeabile ai contagi dei pazienti e del personale; sul territorio, come detto, questa “strategia” limita enormemente la possibilità di individuare i pazienti con Covid-19. L’OMS ha da tempo sollecitato a fare più tamponi. Quando si parla di numero di tamponi viene comunemente commesso l’errore di riferirsi al loro numero assoluto e non rapportarli alla popolazione (tamponi / 100.000 abitanti). È questo indicatore che svela e rende palese e inconfutabile la scelta iniziale della Lombardia di fare pochi tamponi. Varie fonti, elaborando i dati ufficiali, evidenziano che per un periodo sono stati fatti quasi la metà dei tamponi rispetto al Veneto.
È ampiamente noto che il famoso modello lombardo di sanità è da decenni fortemente ospedalocentrico con un territorio debole e fragile. Lo stesso modello è stato utilizzato per affrontare l’epidemia: grande potenziamento degli ospedali e residuale attività territoriale. Non si è capito che è sempre il territorio che protegge l’ospedale da flussi massicci e contemporanei di pazienti. Non si è capito che non si fronteggia una epidemia solo aumentando i pur indispensabili posti letto negli ospedali. Non si è capito che non basta il prezioso distanziamento sociale (che previene le infezioni). Non si è capito che è sul territorio che si intercettano e bloccano i malati prima che diffondano il virus; e se non lo si fa questi muoiono a casa. Non si è capito che fare pochi tamponi è un gravissimo errore. Ciò ha portato al collasso degli ospedali nonostante i sacrifici incommensurabili del personale. Ciò ha contribuito a questi morti prima invisibili. È il fallimento di buona parte della politica sanitaria regionale; fallimento che ha sempre ed inevitabilmente un costo esoso in vite umane.
Un approccio quasi opposto e decisamente più efficace, come dimostrano i numeri, ha avuto il Veneto che, avendo un territorio più forte, ha puntato subito su un energico e capillare contrasto territoriale. Inconsistenti le usuali scuse addotte della Lombardia; Codogno e Vò hanno iniziato insieme ma pochissimo dopo è arrivata la fiammata della bergamasca e la domanda vera e ineludibile è: perché si è perso così tanto tempo per decretare la zona rossa? C’entra forse il non voler chiudere le centinaia di fabbriche del posto? Scaricare la responsabilità sul governo centrale è troppo comodo e non regge più; se la gestione della sanità è regionale lo è inevitabilmente anche la responsabilità.
Possibile che la regione che si vanta di essere la più avanzata sul versante sanitario commetta errori tecnici e strategici di tale portata? Possibile che perseveri nonostante la criticità delle evidenze? Abbondano in Lombardia le competenze per capire da subito quanto stava accadendo. Molte e scomode sono domande che pretendono una risposta onesta. Altrimenti, finita questa storia, le risposte verranno comunque date ai numeri. Lo si deve quantomeno a tutti quei morti (quasi) invisibili, e probabilmente evitabili.
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Quinto Tozzi, già cardiologo intensivista ospedaliero; già direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)
Ci sono due diverse emergenze coronavirus negli Stati Uniti: quella degli Stati “blu” governati dai democratici, soprattutto sulle coste, e quella degli Stati “rossi” dei repubblicani ultraconservatori dove la crisi sembra proprio non esserci, come scrive molto efficacemente The Atlantic. Due governatori possono essere considerati l’emblema dei due casi appena presentati: Brian Kemp, ultraconservatore della Georgia, che ha ordinato ai suoi cittadini di stare a casa solo pochi giorni fa, affermando che la scoperta di una trasmissione del virus tramite pazienti asintomatici era avvenuta solo di recente. Una notizia falsa, che si è guadagnata una pagina nella sezione che smentisce le fake news del sito della Cnn. L’altro è il vero protagonista dell’emergenza Covid-19 negli Usa, il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo. Attacchi frontali alla Casa Bianca, continue richieste di aiuti federali, siparietti comici tra lui e il fratello Chris, anchorman della Cnn attualmente positivo al Covid-19 in autoisolamento nello scantinato della propria abitazione: ci troviamo di fronte a quella che potremmo definire una «Cuomo narration», la favola rassicurante del governatore che ha tutto sotto controllo, o che comunque si impegna al massimo per i suoi cittadini. Una storia di cui i nordamericani hanno bisogno, vista la situazione in cui si trovano.
Mentre il sindaco di New York Bill De Blasio chiede ai suoi cittadini di coprirsi il viso con quello che hanno per prevenire il contagio, il presidente Trump commenta che lui non seguirà le raccomandazioni del Cdc di indossare la mascherina quando si esce perché lui si sente bene e sono, appunto, solo raccomandazioni. In questa spaccatura, una figura come quella di Cuomo è quanto di meglio il Partito democratico possa offrire per emergere come attore positivo in questa crisi. Non bisogna dimenticare che il 2020 è anche l’anno in cui gli statunitensi sono chiamati a scegliere il presidente che li porterà fuori dalle conseguenze di questa incredibile emergenza sanitaria.
Mentre Donald Trump continua ad essere semplicemente se stesso, calcando semmai di più i caratteri più estremi della sua personalità, i cavalli in corsa per i Dem sono rimasti due, Joe Biden e Bernie Sanders. Il senatore socialista del Vermont era partito con uno sprint che aveva fatto ben sperare i suoi (soprattutto giovani) sostenitori, ma dopo alcuni risultati deludenti alle primarie la sua figura è stata oscurata al punto di arrivare alla decisione di sospendere i finanziamenti agli annunci pubblicitari per la campagna elettorale e invitare i suoi supporter a donare piuttosto alle raccolte fondi per fronteggiare l’emergenza Covid-19. Il frontrunner del partito è quindi Joe Biden, l’ex vicepresidente di Barack Obama che però non riesce a conquistare fino in fondo l’elettorato democratico. Eppure le sta provando tutte: conferenze stampa da casa in cui rassicura la popolazione, un podcast «del caminetto», Here’s the deal, in cui parla rilassatamente con i suoi elettori per cercare di mantenere un filo, cercando di essere un Franklin Delano Roosevelt dei nostri tempi. D’altronde la campagna elettorale di queste presidenziali ha preso una piega che nessuno poteva prevedere, con le misure necessarie di social distancing in atto in tutto il mondo che impediscono di riunirsi per comizi, eventi di raccolta fondi e spesso anche per votare.
In tutto questo caos, accentuato dallo spostamento della convention di partito in cui verrà nominato il candidato ufficiale, rimandata da luglio ad agosto non si sa con quale formula, Andrew Cuomo è emerso come un everyday normal guy italoamericano che cerca di fare del suo meglio per fronteggiare una crisi più grande di tutti noi. Ma, purtroppo, c’è un problema. Mentre si moltiplicano gli articoli in suo favore e gli endorsement anche di chi aveva votato contro di lui nel 2018 (sfidato dall’attrice e attivista omosessuale Cynthia Nixon, famosa per il suo ruolo in Sex and the City), una velo parecchio spesso sembra essere sceso sul passato del governatore di New York. Il firmatario della Matilda’s Law, la legge con evidenti ispirazioni sandersiane che disciplina l’emergenza nel suo Stato a cui ha dato il nome della madre di cui si litiga l’affetto in diretta televisiva con il fratello Chris, ha dei precedenti di grossi tagli alla sanità newyorkese. Come scrive The Nation, più di 6 milioni di cittadini dello Stato di New York contano sul Medicaid, una delle forme di sanità pubblica attualmente esistenti negli Usa riservata ai più bisognosi, mentre il 4,7% della popolazione non ha l’assicurazione sanitaria. Medicaid è un programma gestito a livello federale, ma metà delle spese vengono coperte a livello statale. Per coprire il deficit di 6 miliardi registrato alla fine del 2019 nello Stato di New York, il governatore Cuomo ha creato il Medicaid redesign team, un gruppo di lavoro che si occupa dei tagli previsti al Medicaid per i newyorkesi. La sera Cuomo attacca Washington per il numero irrisorio di respiratori ricevuti, senza ammettere però che se il suo Stato si trova in una situazione di emergenza così nera è dovuto anche alle sue politiche.
Nonostante ciò, Andrew Cuomo resta l’uomo del momento e conquista il favore dei democratici. L’ex ministro per le politiche abitative di Bill Clinton, alla guida dello Stato di New York dal 2011, convince anche perché è la versione Dem dell’uomo solo al governo. Come gestirà l’emergenza Covid-19 segnerà il suo futuro politico, anche se come probabilmente sarà non lo troveremo alla Casa Bianca. Seppur appannato, Joe Biden resiste come probabile candidato alla sfida contro Trump prevista per novembre: la sua sostituzione con Cuomo potrebbe avvenire solo se il partito si trovasse spaccato alla convention di Milwaukee e prendesse la grave decisione di accantonare i risultati delle primarie per proporre lui stesso un candidato. D’altronde Cuomo ha quello che Joe Biden ha dimostrato di non avere in grande quantità, cioè il carisma e la personalità che saranno fondamentali nel momento in cui gli elettori dovranno recarsi alle urne, soprattutto in una situazione speriamo post-emergenziale. La bassa affluenza è uno dei problemi più grandi delle elezioni americani, con pochissimi statunitensi che si recano a scegliere i propri rappresentanti già in condizioni “normali”. Andrew Cuomo ha una grande opportunità: prendere il meglio dalle proposte di Sanders a cui lui stesso si è ispirato e fare della crisi in corso il suo momento di rinascita politica, oppure riconfermarsi come membro dell’establishment democratico restando su una posizione di terza via clintoniana.
Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
25-03-2020 Roma
Cronaca
coronavirus, casa di riposo Giovanni XXIII
Nella foto: le autorità sanitarie allesticono un presidio nella casa di riposo Giovanni XXIII e trasferiscono in ospedale altri anziani colpiti dal virus
Photo Mauro Scrobogna /LaPresse
March 25, 2020 Rome, Italy
News
Coronavirus outbreak: retirement home Giovanni XXIII
In the picture: the health authorities set up a facility in the nursing home Giovanni XXIII and move other elderly people affected by the virus to the hospital
«Gli anziani morivano e a noi, nonostante l’evidenza dei sintomi, dicevano che si trattava solo di bronchiti e polmoniti stagionali»: sono le parole del delegato Cgil, Pietro La Grassa, a proposito del Pio Albergo Trivulzio, oltre milletrecento anziani ricoverati, il polo geriatrico più importante d’Italia. «Il risultato è che ora al Trivulzio abbiamo sette reparti isolati completamente e due vuoti perché non accettiamo più nuovi pazienti. Nella struttura di Merate novanta sono sotto osservazione. Al Principessa Jolanda di via Sassi due reparti sono in isolamento». E poi «quando l’epidemia non si poteva più nascondere, ci è arrivato l’ordine di non trasferire più i pazienti nel pronto soccorso dove di solito ricevono le cure necessarie», prosegue La Grassa, «il che di fatto significa: lasciateli morire nei loro letti. Niente tamponi, ci mandano allo sbaraglio».
«Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del Covid 19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio: quella delibera della giunta regionale l’abbiamo riletta due volte, non volevamo credere che dalla Regione Lombardia potesse arrivarci una richiesta così folle»: lo dice Luca Degani, il presidente di Uneba Lombardia, l’associazione di categoria che mette insieme circa 400 case di riposo lombarde.
C’è una delibera della giunta Lombarda, la numero XI/2906, dell’8 marzo 2020, che chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti Covid 19 a bassa intensità. «Come potevamo accettare malati ai quali non era stato fatto alcun tampone né prima né dopo? Senza dire che il nostro personale sarebbe stato comunque a rischio. Si sono infettati medici e sanitari in strutture molto più attrezzate della nostra. Non ci hanno dato i dispositivi di protezione ma volevano darci i malati… insomma», racconta Degani.
Insomma no, non è andato tutto bene e sarebbe ora di smetterla di credere che il giornalismo debba solo celebrare la retorica del state tutti a casa e del si è fatto tutto il possibile. Questi fatti sono avvenuti nella Lombardia che ogni giorno ci tiene a fare la voce grossa contro il governo. E indovinate un po’ chi aveva proposto lo scudo penale in difesa dei dirigenti sanitari lombardi? Sì, proprio la Lega, quello stesso partito che in Lombardia governa e nomina i dirigenti. Accadeva tutto mentre Salvini cercava di distogliere l’attenzione sostituendosi al papa e chiedendo l’apertura delle chiese a Pasqua. E intanto avveniva questa porcata.
No, non è andato tutto bene e qualcuno dovrà risponderne. Perché quando si poserà la polvere dell’emergenza sarebbe il caso che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Ognuno.
Innanzitutto c’è la domanda. È una di quelle domande che vengono poste mica per avere una risposta, sarebbe troppo facile così, ma viene posta per essere pubblica e inoculare il dubbio cattivo nelle teste di chi in questi giorni ha bisogno di un colpevole per sentirsi meglio. E allora eccola: dove sono le Ong? Anzi, per renderla ancora più performante ci si chiede che fine abbiano fatto quelle Ong che “si mostravano” quando c’era da salvare gli immigrati. E quel verbo lì, messo così, quel “mostrare” è già di per sé di una scorrettezza che fa schifo visto che le Ong sono diventate una questione oscenamente pubblica a causa del tiro continuo a palle incatenate che hanno dovuto subire dal governo che c’era prima e dall’ex ministro di quel governo che oggi guida maldestramente l’opposizione.
Cannibalizzare pubblicamente qualcuno e poi accusarlo di essere in cerca di pubblicità è un maldestro tentativo di bullizzazione: il fatto è che qui, ora, da noi, bullizzare le Ong funziona e funzionerà ancora per parecchio tempo perché fare del bene disinteressatamente è il modo migliore per mandare in tilt i sovranisti di casa nostra (e mica solo quelli) e dimostrare che esistono persone che fanno della solidarietà un impegno totale. Ma alla gravità della domanda posta per creare scompiglio (tra l’altro in tempo di quarantena e di virus, quando tutti sono inevitabilmente molto più suscettibili) si aggiunge anche il fatto che quel dubbio venga lanciato da un giornalista, uno dei volti più conosciuti della rete più importante della televisione di Stato, quel Bruno Vespa che troppo spesso è stato la camera non ufficiale di un Parlamento abituato a parlare troppo con i giornalisti (da cui riceve sempre troppe poche domande).
Sono giorni difficili per Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Da un lato l’emergenza sanitaria in carcere, avendo il coronavirus oltrepassato il muro e colpito sia i reclusi che gli agenti penitenziari; dall’altro lato un attacco mirato alla sua persona e alla sua attività da parte della rivista Panorama. Fausto Biloslavo lo ha definito «il garante più creativo del mondo», per la «visione allargata delle sue funzioni». Da queste pagine Mauro Palma gli risponde: «Se qualcuno vuole fermare il lavoro del Garante ha proprio sbagliato strada».
Dottor Palma, secondo lei perché è stato scritto quell’articolo? Quell’attacco innanzitutto rivela una scarsa informazione. Biloslavo si è concentrato su molti miei dati biografici ma ha dimenticato di scrivere che il Garante ha per legge nazionale – e anche per il fatto che ha ratificato un Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite – l’obbligo di occuparsi di tutte le aree della privazione della libertà. Proprio recentissimamente mi è stato ricordato, come a tutti gli organismi analoghi al mio, sia da parte dalle Nazioni Unite sia da parte del Consiglio d’Europa, che rientrano nelle mie aree di attività anche le case di ospitalità per anziani e altresì il controllo sulle regole della quarantena.
Proprio in merito a quest’ultimo punto lo stesso autore, a febbraio, dalle pagine de Il Giornale, aveva parlato di «buonismo stupido» perché lei chiedeva al capo dipartimento della Protezione civile Borrelli informazioni sulle condizioni restrittive dei connazionali sottoposti alla quarantena. Oltre alla tutela della salute pubblica c’è anche la necessità, quando si restringono le libertà, di…
“Il giardino dei ciliegi è stato venduto, non esiste più, è vero, ma non piangere mamma, ti è rimasta la tua vita da vivere: tanti anni davanti a te…Pianteremo un nuovo giardino, più bello di questo, vedrai! Quando lo vedrai capirai…e una gioia grande, dolce, profonda, scenderà nel tuo cuore come il sole nella sera e tu sorriderai…” dice la giovane e premurosa Ania alla mamma Liubòv, in uno dei passi più struggenti dell’opera di Anton Čechov. Non possiamo non menzionarlo se parliamo dell’ultimo romanzo di Paola Cadelli, Il giardino delle verità nascoste.
Pubblicato dall’Asino d’oro, per la collana Omero, con il più noto giardino non condivide solo parte del titolo, ma anche passi di narrazione e citazioni. Il libro è uscito quando è iniziata la quarantena che stiamo ancora vivendo.
Le librerie, insieme a tanti altri esercizi commerciali, hanno abbassato le serrande; si è fermato un movimento fisico, almeno nelle strade delle città, ma non all’interno delle nostre case e delle nostre menti. Così, il nuovo romanzo di Cadelli, il secondo dopo un’altra storia appassionante, quella de L’ultimo concerto, che lo stesso editore ha pubblicato quattro anni fa, ripropone la fantasiosa penna dell’autrice di Pordenone, dove vive e lavora come medico di base, ora impegnata nella lotta quotidiana contro il Covid-19.
Parliamo di un giardino ambientato cento anni dopo quello del capolavoro russo, nella casa del faro in quel di Trieste, al tempo della caduta del muro di Berlino. Un padre muore, una famiglia si riunisce e rievoca la sua storia: del genitore libraio esule, ancor prima di un nonno anch’egli libraio, ma a Pola; di personaggi fiabeschi, incredibili; di donne della montagna al tempo della guerra e poi di quelle attraverso cui Cadelli racconta la storia del Dopoguerra italiano; e ancora, quella di tre fratelli che si ritrovano nella casa di famiglia per ripercorrere, e forse capire per la prima volta, le loro esistenze. Sono più moderni dei personaggi di Cechov, di Ania, di Varia e dell’astuto Lopachin, che sugella la decadenza della borghesia russa prima dell’avvento della rivoluzione.
Forse dovremmo ricominciare dalla sensibilità di Čechov e Cadelli, entrambi medici, altra felice coincidenza tra i due, per capire come va il mondo in questo momento sospeso. È un’occasione che non dobbiamo perdere. Un tempo sospeso, ma assai vivo tra le mura domestiche, e che farà cambiare stili ed abitudini. Non dobbiamo disperare diceva Ania, ci sarà ancora il sole a scaldare il cuore e una libreria dove Paola potrà parlarci del suo giardino. Adesso, le chiediamo di parlarci di come vive questo momento, tra la professione di medico e il mestiere di scrittrice, con uno sguardo alla forza delle donne del suo romanzo, che poi è anche la sua.
Del romanzo russo ci sono molte citazioni nel libro, anche se è la storia di un terreno in vendita, di una famiglia aristocratica che lo perderà, dell’alba di una rivoluzione e del cambiamento di valori. Qui ci troviamo, invece, con un altro tipo di trasformazioni, a cominciare dalla vita di Lorenzo, il protagonista, ma anche di tanti altri personaggi.
Quando e perché, Paola, ha pensato di attingere, per la sua storia, alla più lirica delle opere dell’autore russo?
Mi ha portato a Čechov un’esperienza di scrittura teatrale che ho avuto l’anno scorso, quando ho scritto un testo teatrale tratto dal mio romanzo precedente, andato poi in scena al Ridotto del Teatro Verdi di Pordenone. Così ho ripreso a leggere testi che avevo dimenticato, tra questi Il giardino dei ciliegi. Stanislavskij diceva che ogni volta che recitava un testo di Čechov, dove apparentemente non succede mai nulla, scopriva in realtà sempre “nuove sensazioni, nuove profondità, perché nonostante le apparenti banalità che egli sembra rappresentare parla sempre dell’umano scritto con la lettera maiuscola”. In questo interesse per tutto ciò che è umano, mi sono sentita subito in sintonia con l’autore e così nel mio romanzo ho inserito un episodio in cui una delle mie protagoniste, Jelena, assiste alla rappresentazione del Giardino dei Ciliegi andata in scena a Mosca alla vigilia del colpo di Stato di ottobre, interpretata proprio dal celebre regista, in cui paradossalmente il pubblico assisteva a uno spettacolo dove si descriveva la fine di quella classe aristocratica verso la quale si preparava la rivolta. E qui è evidente come le vicende umane, personali, i drammi psicologici e quotidiani dei personaggi di Čechov siano sempre inseriti in un contesto sociale e storico che li rende universali. Anche a più di cento anni di distanza?
Come notava Strehler, Il giardino dei ciliegi si sviluppa su tre livelli: il primo che vede la vicenda concreta e quotidiana della vendita di una casa, il secondo in cui si legge la storia della Russia del tempo e infine il terzo che racconta gli eterni dilemmi dell’uomo come la nascita, la separazione, la morte. In certo modo anche il mio romanzo, strutturato in cinque atti come un testo teatrale, si era sviluppato su questi tre livelli: il primo, in cui si raccontano le vicende di tre fratelli che tornano alla casa del faro, la casa paterna, proprio per ritrovarsi in seguito alla morte del padre; il secondo, che è dato dal contesto storico in cui questo avviene (la vicenda si snoda in più piani temporali e copre un arco di tempo che va dall’esodo istriano, alla rivoluzione culturale del 1968 fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989); infine, il terzo, in cui le vicende narrate non sono altro che una rappresentazione dei sentimenti umani: l’amore, il desiderio di riscatto, il dolore della separazione, la conquista della propria interiorità, il dramma di violenze subite fisiche e psicologiche, la potenza salvifica della letteratura, il dolore e la necessità del ricordo.
Nel suo romanzo sono molte le donne cui è affidata la narrazione degli eventi, Alle donne è dato il compito di portare avanti i rapporti più intimi e tante sono le storie al femminile, del passato e del presente. Donne coraggiose, coerenti, fortemente passionali, che perdono anche, ma che trovano sempre una modalità per andare avanti. Rapporti di grandi complicità e di solidarietà.
Questo è un romanzo di riscatto femminile. Penso sempre a quanto la mia generazione e le generazioni più giovani siano in debito con le donne del passato. Non a caso riporto una bellissima poesia di Gioconda Belli che in un verso dice se sei una donna forte proteggiti … e invoca la memoria di donne antiche. Non dovremmo mai dimenticare come tante conquiste che adesso diamo per scontate, le dobbiamo alle nostre nonne, alle nostre madri, alle nostre sorelle maggiori che hanno avuto una vita molto più difficile della nostra. In un bellissimo libro di Daniel Saldaña Paris, La linea madre, si dice che se un uomo abbandona la famiglia per diventare un guerrigliero diventa un eroe, ma se lo fa una donna è solo un’irresponsabile incosciente. Le nostre nonne durante la guerra non solo non erano delle eroine ma erano lasciate sole in condizioni di sofferenza e di dolore, gravate da lavori pesanti, dalla solitudine, dalla fatica di crescere i figli da sole, eppure il loro sacrificio solo di rado viene riconosciuto.
Ha rappresentato questa generazione di donne nei personaggi di Rosa e Virginia? A loro sono particolarmente affezionata, proprio perché mi ricordano quelle donne antiche che secondo me ci hanno trasmesso i geni della tenacia e della forza interiore che permettono anche oggi alle donne di realizzare i loro progetti in una società che sta prendendo una preoccupante svolta maschilista e retrograda. Inoltre, sono grata a un’altra generazione di donne, rappresentate nel romanzo dalla figura di Angela, le donne che nel 1968 hanno lottato per i nostri diritti. Io allora avevo solo sei anni e quindi appartengo alla cosiddetta generazione del “reflusso” e ovviamente non ho vissuto direttamente quel periodo. In realtà ne sentivo parlare spesso in termini negativi, i sessantottini erano quelli che non avevano voglia di lavorare, che occupavano le università e mettevano le bombe. Poi ho cercato di documentarmi, di approfondire certi argomenti, di parlare con chi l’aveva vissuto in prima persona e ho capito che senza quella rivoluzione il mondo del lavoro sarebbe ancora un mondo solo maschile, non esisterebbero i consultori familiari, la possibilità per le donne di avere una carriera politica e di occupare anche posizioni sociali prima appannaggio esclusivo degli uomini, ma soprattutto mancherebbe la libertà di scelta. Angela, il personaggio del romanzo, acquista la consapevolezza della necessità del cambiamento, ma lotta anche per garantire i diritti di donne che hanno aspirazione diverse dalle sue, più tradizionali, come Nora che aspira ad avere una famiglia tutta sua con dei bambini da accudire.
A proposito di Angela e Nora, nel romanzo c’è un fitto carteggio tra le due. Ma non solo. Il suo romanzo fa parlare tanti tipi di donna.
Se Angela sogna di diventare docente universitaria, una grande giornalista e di cambiare il mondo, Nora aspira a sposarsi, ad avere dei figli e a vivere in una casa come la casa del faro, nella quale si ritroverà, invece, a fare semplicemente la governante. Angela non la disprezza, anzi, le confida che è anche per questa libertà di scelta che lei vuole continuare a lottare. Questa complicità tra donne diverse, l’amicizia che si consolida nonostante la lontananza e i destini diversi, è un altro tema dominante del romanzo, un sentimento che mi appartiene e che sento sempre più importante con il passare degli anni. C’è un altro aspetto dell’essere donna a cui sono particolarmente legata che è quello della maternità. Mi piace sottolineare che diventare madre deve essere una scelta, non un obbligo sociale o un destino inevitabile per tutte le donne, ma ritengo anche che il rapporto affettivo che si crea tra madre e figlio sia davvero un rapporto speciale, l’unica forma d’amore che si realizza nella separazione, biologicamente rappresentata dal momento della nascita. Il rapporto tra Nora e Ginevra è in questo senso la perfetta rappresentazione dell’amore materno. Senza svelare nulla della loro storia, che i lettori potranno scoprire leggendo il romanzo, si può dire che c’è tra loro quel legame speciale che possiamo in effetti ritrovare anche nei due personaggi femminili di Čechov, in cui alla fine sarà la figlia a dare alla madre la forza di superare un momento tragico. Tuttavia, non bisogna dimenticare che una donna, anche se madre, non deve annullare la propria identità di essere umano, altrimenti anche il rapporto filiale fallisce. Ne è esempio Rachele, una donna depressa e insoddisfatta, diventata madre troppo presto, delusa nei suoi sogni, affetta da un vittimismo nel quale finisce per trascinare anche la figlia Ludovica. Ci sono infine anche donne che vivono la maternità come una prigionia, un impegno troppo gravoso, una limitazione della loro libertà. È il caso di Angelica che abbandona e lascia la casa del faro, trascinando una valigia pesante sul sentiero ghiaioso.
Quanto sono importanti, nel suo romanzo, gli affetti, i sentimenti declinati in ogni rapporto?
Proviamo a leggere la definizione di sentimento che viene data dal vocabolario della lingua italiana, testo che io consulto di continuo quando scrivo, dal momento che le parole che vi sono contenute rappresentano per me i colori che il pittore utilizza per realizzare le sue opere. Secondo la lingua italiana il sentimento è “un momento della vita interiore, pertinente al mondo degli affetti e delle emozioni” o ancora “l’affettività, in quanto contrapposta all’intelletto e alla ragione”. Le definizioni poi si amplificano nel sentimento come coscienza di sé, consapevolezza della propria esistenza e così via. Quindi scrivere un romanzo sentimentale non significa perdersi in evanescenti storie d’amore ma, al contrario, concentrarsi sull’interiorità dei personaggi, sul loro “sentire” e su come questo “sentire” determina le loro scelte e la loro vita. Questo spiega perché nei miei romanzi non c’è mai un unico protagonista, perché la mia ambizione è quella di descrivere l’interiorità dell’umano nel modo più vasto ed esaustivo. Arriva sempre un momento, quando scrivo, in cui il personaggio assume una sua identità, come se scolpissi un blocco di marmo e intravvedessi all’interno il volto che voglio raffigurare. Quando raggiungo questo obbiettivo significa che sono sulla buona strada, che ho costruito la sua interiorità e che da quel momento in poi farà le sue scelte indipendentemente da quello che voglio io, ma solo in base al suo modo di sentire. È significativo che ne Il giardino delle verità nascoste i miei personaggi ritrovino se stessi nel momento in cui lasciano alle spalle la loro vita quotidiana per ritrovarsi in una casa isolata, vicino a un faro inutilizzato che tuttavia illumina ancora il mare e la costa lontana. Forse ritrovare i propri sentimenti, in senso autentico, potrebbe riaccendere luci che pensiamo spente da troppo tempo.
Volendo paragonare la loro condizione a quella che stiamo vivendo in questi giorni di quarantena, che cosa possiamo trarre da questo stare lontani dal mondo esterno?
Scrivere esige tempo, concentrazione, molto studio e quindi quello della scrittrice è un mestiere solitario di necessità. Inoltre, quando scrivo passo un confine, quello tra realtà e fantasia, ed entro in un mondo parallelo in cui vivo la vita dei miei personaggi, aspetto con ansia di vedere quali saranno le loro prossime mosse, mi chiedo se tradiranno le mie aspettative o se, al contrario, hanno loro in serbo delle sorprese per me. È un lavoro straordinario, e mi capita di passare intere notti a scrivere senza accorgermi della solitudine che mi circonda o del tempo che passa. Nel mondo attuale spesso è difficile raggiungere questo obbiettivo, anche adesso, in questa quarantena forzata ma inevitabile e necessaria, la presenza dei social, dei siti web, della televisione ci mette sempre in contatto con il mondo esterno, forse più di quanto lo siamo in condizioni normali. È ovvio che questo nasce dall’esigenza di essere informati il più possibile su quanto accade intorno a noi, ma a volte penso che sia utile isolarsi dal bombardamento mediatico, ascoltare musica, leggere un buon libro o passare del tempo con i propri familiari. Penso a chi non ha una casa, o vive in spazi angusti o all’interno di situazioni familiari difficili. Mi accorgo anche che sta nascendo molta comprensione tra le persone, come se questa tragedia comune risvegliasse la solidarietà che è strettamente connessa all’istinto di sopravvivenza. Tuttavia, penso che questa pandemia ci stia dando anche degli insegnamenti comportamentali che forse avremmo dovuto apprendere in occasioni normali, senza doverli capire in circostanze così drammatiche. Uno di questi è proprio quello di saperci adattare ai cambiamenti in modo rapido, modificare le abitudini di vita, utilizzare gli strumenti tecnologici e uscire da schemi mentali, personalismi, e arretratezza che portano a un blocco dello sviluppo culturale ed economico.
Guardando alle vicende dell’uscita dei libri, proprio in questi giorni, è bello immaginare prima di tutto la possibilità di andare fisicamente a comprarli e poi venire alle future presentazioni per parlarne. Come vive questa attesa?
Uno degli aspetti più appaganti del mio lavoro di scrittrice è proprio il contatto con i lettori, le domande che mi fanno, le interpretazioni che danno dei personaggi, le opinioni sulla trama e sullo stile. Molto spesso in questo confronto chi legge scopre nel libro anche particolari che sono sfuggiti allo scrittore e dà comunque un’interpretazione del romanzo personale, filtrata dalla sua sensibilità, dal bagaglio culturale che possiede, dalle emozioni che il romanzo suscita in lui. Tutto questo arricchisce moltissimo la mia attività di scrittrice, il libro si dilata, diventa qualcosa di vivo, non appartiene più soltanto a me ma a tutti quelli che lo leggono e in questa condivisione cresciamo entrambi, sia io che i miei lettori. Quindi posso dire che in questo momento mi manca questo aspetto della mia attività di scrittrice. Ho cercato in ogni caso di mantenere un contatto con loro attraverso i social e le bellissime iniziative prese dalla casa editrice e ho avuto dei riscontri molto positivi. Caratterialmente preferisco molto di più il contatto umano diretto, mi piacciono le presentazioni fatte negli ambienti ovattati delle piccole librerie, dove spesso si accendono dibattitti appassionati, un po’ come nella Libreria del narratore errante, che il mio personaggio, Giacomo, apre a Pola e trasferisce poi a Trieste in seguito all’esodo dall’Istria. A proposito di questo mi sembra molto positiva l’iniziativa di alcune librerie di consegnare i libri a domicilio, in questo periodo in cui i lettori non possono e non devono uscire di casa. Garantire un servizio di questo genere permette di mantenere i contatti con i clienti abituali, contribuire alla diffusione del libro cartaceo, che secondo me resta sempre il modo migliore di leggere e soprattutto impedire alle piccole librerie di essere soffocate dai grandi siti di e-commerce. L’adattamento e la flessibilità saranno fondamentali per superare sia la crisi sanitaria che quella economica, assieme ad una profonda solidarietà sociale.
Vorrei concludere chiedendole come vive da medico, quotidianamente, questo momento.
Il lavoro di medico è sempre prevalente nella mia vita e occupa gran parte del mio tempo. Mi piace anche in questo citare Cechov come esempio da seguire. Nel 1892, dalla sua tenuta di Melichovo presso Mosca, si adoperò nel curare molti abitanti di quella zona affetti da un’epidemia di colera e colpiti da una grave carestia. In questi giorni noi medici ci troviamo ad affrontare una malattia nuova, quindi ci siamo dovuti adattare e modificare il nostro modo di lavorare per tutelare noi continuando a curare in modo adeguato i nostri pazienti. Credo che questo non sarà una fase transitoria e serve un cambio di mentalità a livello politico, sociale e individuale per fare in modo di non essere impreparati se e quando un’emergenza simile si ripeterà. Io sono un medico di famiglia e dal punto di vista strettamente personale sono stata molto colpita dalla gratitudine che i pazienti mi hanno dimostrato in questi giorni, come se prendermi cura del loro stato di salute non fosse soltanto un mio dovere professionale, ma una forma di affetto nei loro confronti. Questa notte, per esempio, stavo dormendo a casa e mi è arrivato alle due un sms. Era di una mia paziente che si stava recando in ospedale per un parto pretermine, e purtroppo nessuno è potuto restare con lei perché il marito era positivo al corona virus e lei ha dovuto partorire in condizioni di isolamento. Ho cercato di tranquillizzarla e ho fatto quello che potevo mantenendo un contatto telefonico con il reparto e i familiari. Nel pomeriggio su WhatsApp mi è arrivata una foto di lei sorridente che allattava una splendida bambina. In tempi di coronavirus sono grandi soddisfazioni.
Gli studenti, diceva al principio del Duecento il dotto cistercense Elinando di Froidmont, non stanno mai fermi. «Percorrono il mondo intero e studiano le arti liberali a Parigi, gli autori classici ad Orléans, la giurisprudenza a Bologna, la medicina a Salerno, la magia a Toledo e non imparano i buoni costumi in nessun luogo». Al netto della tirata moralistica, la rivoluzione universitaria medievale vede nella mobilità un imperativo categorico. Per formarsi bisogna spostarsi.
In questi giorni terribili possiamo riflettere sul fatto che proprio il medioevo abbia inventato tre istituzioni che fanno da midollo spinale del mondo moderno e civile – l’università, l’ospedale, il Comune. E che l’università sia ora costretta a negare per qualche tempo la sua natura dinamica, insegnando da ferma. Anche se non siamo contagiati o non abbiamo parenti o amici colpiti dal virus, stiamo comunque sperimentando una fortissima limitazione della libertà di movimento e di relazione; e come docenti, la difficoltà di svolgere il nostro mestiere nella chiusura simultanea di aule, biblioteche, archivi, musei, luoghi della cultura in genere. E non c’è torre d’avorio che possa farci sentire meno diminuiti da questa ondata di morti. Insegnare diventa difficile non solo perché non si è in aula, ma ancor più perché bisogna trovare le parole adatte al giorno e all’ora. La sospensione forzata potrà servire a farci riflettere – non solo noi universitari, ma tutta quella società che si reputi civile – su quanto spazi e istituzioni come quelle siano indispensabili alla nostra vita, e quanto la loro chiusura incida sul funzionamento di un Paese. E magari a indurre la politica a ragionare sulla necessità fisiologica di investire seriamente sulla ricerca e sull’istruzione. Ma anche al senso della nostra missione.
Da oltre un mese stiamo riflettendo, con responsabilità mista a smarrimento, su come possiamo svolgere il nostro ruolo di fronte a una simile emergenza. Non a caso ho adoperato la metafora eburnea per alludere all’isolamento dell’intellettuale: in questo momento sto tenendo un corso sugli avori medievali e più volte mi sono chiesto che senso abbia parlare di oggetti magnifici ma così lontani da noi quando le nostre vite stanno cambiando così profondamente. Ma vite, città, paesaggio e mondo sono impregnate di immagini anche remote. Per quanto ci possa sembrare bizzarro, noi siamo quel che siamo anche perché mille anni fa…