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Bolsonaro il negazionista, presidente sotto tutela (dei militari)

La pessima gestione dell’emergenza Covid-19 da parte del presidente Jair Bolsonaro, ha fatto sì che, soprattutto in Italia, iniziasse a circolare la notizia di un golpe bianco dei militari in Brasile, con il presidente esautorato da tutte le decisioni rilevanti e lasciato alla presidenza solo formalmente. Al suo posto ci sarebbe il generale Walter Souza Braga Netto, ministro della Casa Civil. La notizia, che al momento non trova riscontri “ufficiali”, si basa su un’indiscrezione dell’1 aprile del sito internet Defesa.net, vicino agli ambienti militari brasiliani, e rilanciata due giorni dopo dal giornalista argentino Horacio Verbitsky.
La “indiscrezione” potrebbe essere il sintomo di uno scontento dei vertici militari, tornati ormai in auge nel Paese sudamericano, probabilmente insoddisfatti di come Bolsonaro sta gestendo la crisi sanitaria e che forse cercano in questo modo di tastare il polso della situazione.

Nei giorni scorsi Bolsonaro aveva visto cancellati alcuni suoi post su Facebook, Twitter ed Instagram perché, a detta dei social network, diffondevano false informazioni sul Covid-19 e aveva ricondiviso su Instagram la notizia di un blog di cattolici tradizionalisti italiani (La Nuova Bussola Quotidiana) secondo cui in Italia vi sarebbe «un’epidemia di suicidi e depressione a causa del sensazionalismo dell’informazione sul coronavirus». Solo il 31 marzo sembrava aver preso la giusta direzione nella lotta al coronavirus, quando in un messaggio alla nazione a reti unificate ha definito l’emergenza sanitaria «la più grande sfida per la nostra generazione», ammettendo che per affrontarla fossero necessari «unione e collaborazione» da parte dei poteri dello Stato per «salvare vite, senza perdere posti di lavoro». Questa inversione di rotta non è stata però il frutto di una reale comprensione del pericolo, ma quanto piuttosto delle pressioni arrivate dai suoi stessi ministri (perlopiù militari) e del fatto di essere restato il solo presidente a sottovalutare i rischi del coronavirus, dopo che anche il suo mito Donald Trump aveva cambiato approccio sulla pandemia. Solo poche ore dopo questo annuncio, Jair Bolsonaro era già “tornato se stesso”: auspicava un rapido ritorno alla normalità e annunciava una giornata nazionale di digiuno religioso contro il coronavirus affinché il Brasile restasse «libero dal male il più rapidamente possibile».

I brasiliani non stanno apprezzando per niente come il presidente Bolsonaro si sta comportando in questa delicata fase nazionale e mondiale. A rimetterci è innanzitutto la sua popolarità, scesa al 33%, la percentuale più bassa da quando è al potere. Alla luce di questo, Mônica Bergamo, editorialista di Folha de S.Paulo (più autorevole giornale brasiliano), fa notare come Jair Bolsonaro sia tra i pochi leader mondiali a perdere consensi durante la pandemia. Non va tanto per il sottile invece The Economist, che definisce sconsiderata e pericolosa per tutti la sua gestione, arrivando a paragonarlo all’imperatore Nerone che dà fuoco a Roma. Per questo motivo l’hanno rinominato «Bolsonero».
Cresce invece in maniera esponenziale il gradimento del ministro della salute, Luiz Henrique Mandetta, che tocca quota 76% (più del doppio del presidente). Il ministro, che fino a prima dell’emergenza coronavirus era rimasta una figura marginale nell’attuale amministrazione, ora è considerato dalla maggior parte dei brasiliani il personaggio più autorevole e su cui fare affidamento in questa delicata situazione. Medico, da molti anni in politica, Mandetta è un personaggio noto per essere apertamente contro l’aborto e per la durezza dei suoi attacchi alla Presidenta Rousseff quando era deputato federale.

I numeri che arrivano dal Brasile non sono buoni: è il Paese sudamericano con più contagi e morti, si registrano i primi casi anche tra le tribù indigene, mentre la Borsa di São Paulo che nel primo trimestre del 2020 ha perso il 37% (record negativo) va ad impattare pesantemente su un’economia già in sofferenza. Per Jair Bolsonaro la soluzione a questa emergenza sanitaria sarebbe la sospensione della democrazia, come ha fatto il suo amico e collega Viktor Orbán in Ungheria, ma con un “pizzico di rammarico” dice che non ha gli strumenti per farlo.
I brasiliani però non sono soli: domenica 5 aprile alle 21, per iniziativa del giornalista Silvestro Montanaro resa nota da Il manifesto, è previsto un panelaço solidale dai balconi italiani per denunciare l’irresponsabile gestione del Covid-19 da parte del presidente Bolsonaro.

La diplomazia della medicina

Foto Claudio Furlan/LaPresse 22 Marzo 2020 Varese (Italia) cronaca Arrivo della delegazione di medici cubani che verranno impiegati nell’ospedale da campo allestito all’ospedale di Crema Photo Claudio Furlan/LaPresse 22 March 2020 Varese (Italy) news Arrival of the delegation of Cuban doctors who will be employed in the field hospital set up at the Crema hospital

In tempi di coronavirus Cuba torna alla ribalta e viene addirittura in soccorso del motore economico e finanziario dell’Italia, l’improvvida Lombardia. Come è noto il 22 marzo su invito della presidenza del Consiglio e della Protezione civile è arrivata in Italia una delegazione composta da 37 medici e 15 infermieri cubani, diretta a un ospedale da campo allestito ad hoc a Crema per supportare le attività legate all’emergenza.
Al tempo stesso, Cuba sta facendo un massivo sforzo per ridurre al minimo il rischio di introduzione e diffusione del nuovo coronavirus sul territorio nazionale attraverso il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica e preparando la popolazione ad adottare le misure di prevenzione necessarie per ridurre gli effetti negativi sulla salute e l’impatto di un’eventuale pandemia sulla sfera economico-sociale. Mentre scriviamo (24 marzo) sono stati registrati 40 casi importati (con un unico decesso, quello di un turista italiano) ma non c’è trasmissione del virus Sars-CoV-2.

Pensando ai 42 medici e paramedici giunti nel nostro Paese, cominciamo col chiederci come faccia questa piccola isola – 12 milioni di abitanti, meno del 2 per mille della popolazione mondiale, e priva di grandi risorse finanziarie – a correre in soccorso laddove vi sono gravi emergenze, e promuovere servizi sanitari efficienti in tanti Paesi, gran parte dei quali in via di sviluppo.
Abbiamo scritto altre volte su queste pagine che la Rivoluzione cubana sin da subito fece la scelta radicale di sviluppare un sistema scientifico avanzato e un sistema sanitario efficiente, universale e gratuito, con la precisa ed esplicita finalità di risolvere i problemi più urgenti della popolazione e del Paese. Cosa che valse al Governo rivoluzionario l’adesione di tutti gli strati sociali oltre che dei tecnici e degli scienziati (quelli ovviamente che dopo il 1959 non avevano lasciato l’isola). Questa scelta non solo si rivelò vincente negli anni Sessanta, ma confermò la sua solidità dopo il collasso dell’Urss 1989. Cuba non solo sopravvisse ma trasse dall’idea di rafforzare il settore biomedico – che ebbe in Fidel Castro un pervicace sostenitore – le risorse per l’uscita dalla crisi dopo il durissimo periodo especial degli anni Novanta (e si noti, sotto l’inasprimento del bloqueo statunitense).

Angelo Baracca è un fisico e storico della scienza. Con Rosella Franconi, ricercatrice senior dell’Enea (Centro ricerche Casaccia Roma) presso il Laboratorio tecnologie biomediche,  ha pubblicato il libro Cuba: Medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014 (Zambon edizioni, 2019)

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I bambini ci guardano

Child putting on facial mask

I bambini sono scomparsi dai decreti. Pedagogisti, esperti, genitori hanno lanciato l’allarme. Forse il giudizio è sommario e ingeneroso. Occuparsi delle persone, della salute e delle loro condizioni materiali vuol dire proteggere anche i più piccoli. Non c’è dubbio che quando è scoppiato l’incendio, abbiamo avvolto i bambini nelle coperte e li abbiamo portati in salvo. Ma non siamo ancora riusciti a spiegare loro perché è successo. E qual è il mondo nuovo che li aspetta.

Fino a ieri le giornate passavano dentro una dimensione comunitaria, parte integrante delle loro vite. Una condizione innaturale, se ci pensiamo, perché fondata su un patto sociale di reciproca fiducia tra famiglie e istituzioni scolastiche, quindi lo Stato: i bambini che “abbandonano”, ogni giorno, la casa degli affetti per ritrovare uno spazio comune di crescita collettiva. Il rito di un cordone ombelicale che si taglia quotidianamente davanti al portone di una scuola. Da un giorno all’altro (e non in senso metaforico) quella dimensione non c’è più. Sarà così per chissà quanto tempo. E il cambiamento così repentino di ciò che ci è caduto addosso non può giustificare, a questo punto, alcun ritardo nel porre la giusta attenzione ai più piccoli.

Parlo innanzitutto delle questioni materiali che per i…

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Come si resiste alla pandemia, la versione di Mujica

Uruguay's former President Jose Mujica addresses the Central Workers Union annual convention in Sao Paulo, Brazil, Tuesday, Oct. 13, 2015. (AP Photo/Nelson Antoine)

È voce diffusa che la pandemia abbia l’oscuro pregio di incarnare la più alta forma di egualitarismo: non guarda in faccia passaporto e dichiarazione dei redditi, sfonda confini e potenzialmente tratta tutti allo stesso modo.
Se anche si volesse ammettere che questo sia vero, non tenendo in conto che esiste una incidenza diversa del rischio al contagio dipendente da numerosi fattori, sicuramente non può dirsi che le conseguenze socio-economiche che la pandemia sta determinando siano uguali per tutti.

Mentre in Italia si stima una perdita complessiva per l’economia tra i 9 e i 27 miliardi di euro e sono circa 3,6 milioni i lavoratori occupati in settori a rischio chiusura, esistono fasce di professionisti e imprenditori che a livello internazionale stanno soffrendo poco o nulla del contraccolpo economico. Anzi. È notizia nota (The Guardian, Wall Street Journal) che i top manager di alcuni colossi finanziari ed economici, in particolare statunitensi, hanno avuto il fortunato tempismo di vendere ingenti somme delle proprie partecipazioni poco prima che si consumasse il crollo verticale delle borse mondiali.

Jeff Bezos, Ceo e fondatore di Amazon, ha venduto le proprie partecipazioni nella multinazionale dell’e-commerce durante la seconda metà di febbraio capitalizzando circa 3,4 miliardi di dollari. Larry Fink, presidente, Ceo e co-fondatore del gigantesco fondo d’investimento BlackRock, ha venduto azioni personali per un valore di circa 25 milioni di dollari il 14 febbraio. Lance Uggla, Ceo di IHS Markit, società di dati e analisi, il 19 febbraio ha venduto azioni della sua azienda per circa 47 milioni di dollari.
Cifre astronomiche che farebbero gridare allo scandalo, quantomeno morale, in un momento di crisi drammatica a livello globale, ma che in realtà rappresentano il mero riflesso di un sistema economico che funziona a doppia velocità. Da un lato, i (pochi) rappresentanti del potere economico capaci di detenere a gestire l’ammontare principale della ricchezza; dall’altro, la (grande) massa di persone che vive l’ingranaggio economico senza il privilegio di deciderne le sorti.

Come hanno sottolineato le principali testate di settore, non esistono prove riguardanti la possibilità che i giganti dell’economia mondiale abbiano guidato le proprie scelte oculate sulla base di informazioni privilegiate o secretate. La realtà sembra essere molto più banale: la disponibilità di somme di denaro enormi permette di avere informazioni complete e accurate su quadri geopolitici complessi a livello internazionale. Avere dati aggregati affidabili nell’epoca della realtà digitale globalizzata rappresenta la bussola per investimenti mirati funzionali. Il risultato inevitabile è la crescita esponenziale della ricchezza quando tutto attorno è terra bruciata.
Il consumatore medio, ignaro delle conseguenze in divenire, si ritrova frastornato nell’onda lunga della crisi. L’investitore informato riesce ad avere dati di previsione utili e la anticipa, anzi se ne avvantaggia.

Tutto questo ha del grottesco e questi giorni sospesi sembrano essere terreno fertile per aprire un dibattito strutturale sulla giustezza e giustizia di un sistema così sbilanciato: è accettabile che durante l’ennesimo dramma socio-economico a livello mondiale la forbice tra ricchezza e povertà diventi ancora più larga?

Qualche giorno fa al microfono di Jordi Évole (La Sexta), l’ex presidente e guerrigliero uruguaiano Pepe Mujica ha parlato del «dio mercato» come della «religione fanatica del nostro tempo» e di una entità che «governa tutto». Ritrovarci di fronte allo sconfortante dramma di una epidemia d’entità tale da non avere precedenti negli ultimi cent’anni ci costringe a fare i conti con lo sgretolamento di certezze sedimentate: «Non siamo i proprietari del pianeta», al più ne siamo meri utilizzatori. Fintanto che non troviamo metodi di collaborazione comunitaria non possiamo immaginarci sopravvissuti a noi stessi.

L’indifferente cecità del virus ci sbatte in faccia la realtà: nell’estremo pericolo, l’unica via d’uscita è racchiusa nell’azione di massa. Cementare il sentimento di appartenenza e collaborazione in quanto specie sembra l’unico strumento, disusato, malconcio, ma irrimediabilmente efficace, che allo stato attuale ci lascerebbe intravedere la soluzione della crisi. Perché questo strumento sia realmente valido è cruciale che venga utilizzato come paradigma non solo nell’azione di contenimento sanitaria ma nel più ampio contesto sociale ed economico.
La redistribuzione della ricchezza non è una opzione. Ora che anche l’occidente sta scoprendo l’inesauribile male dell’incertezza sociale, da decenni triste compagna dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, la necessità d’incollare le pieghe agli estremi del nostro sistema sociale ci appare vitale. Come? Con strumenti fiscali (come tassazioni progressive e patrimoniali), investimenti esclusivamente pubblici nelle aree di interesse comune, politiche di lotta alla speculazione. Possiamo chiamarlo comunitarismo, ovvero il risveglio di una coscienza realmente compatta e collaborativa tra le differenti classi, ma a ben vedere si tratta di semplice buonsenso.

«Mi domando perché dei vecchietti continuino ad accumulare denaro senza senso. Parlo dei miliardari, di gente che concentra la ricchezza». Nella risposta a questa semplice domanda di Mujica si concentra la possibilità per la nostra società di sopravvivere, se non alla pandemia, alle conseguenze violente della disgregazione sociale che le seguirà. Tornare a ragionare in termini di unica appartenenza è la sola strada che può farci consapevoli del nostro patrimonio umano e finalmente riconciliati con la nostra naturale aspirazione, in fondo, nonostante tutto, irrimediabilmente collettiva.

Se perfino Draghi vuole più debito pubblico

‘CasinoRoyale’ mural at the building site of the new ECB headquarters in Frankfurt/Main. The critique of the European crisis regime is also often projected on political figures involved, in this case Mario Draghi and Angela Merkel

È utile illustrare la continuità tra la crisi del 2008 e la condizione attuale dell’economia globale. Il 2008 ha visto l’esplosione di una crisi finanziaria senza precedenti, che è stata affrontata riproponendo, con poche correzioni, le stesse dinamiche speculative che avevano condotto al disastro. Allora il collasso completo della finanza fu fermato grazie alle politiche ultraespansive delle banche centrali, che fecero affluire denaro a bassissimo costo al sistema finanziario. Queste politiche, soprattutto in Europa, furono accompagnate da restrizioni fiscali che causarono una riduzione dei redditi per le classi meno abbienti e un indebolimento dei servizi pubblici. Il denaro emesso dalle banche centrali, dunque, più che sostenere l’economia, restava nel circuito della finanza, arricchendo i già ricchi, alimentando la speculazione e sostenendo artificialmente i corsi delle azioni. Ma fornire moneta a basso costo a una finanza già in crisi è come fornire eroina ad un tossicodipendente. Il meccanismo è relativamente semplice: quando la liquidità è abbondante, i tassi di interesse sono generalmente bassi e gli investitori cercano rendimenti più elevati investendo in attività ad alto rischio; il sistema finanziario allora diviene via via più fragile e chiede maggiore liquidità per sostenersi. In breve, l’emissione di moneta, in assenza della crescita, serve solo a rinviare la resa dei conti.

In queste settimane, ad una situazione già precaria, si sono aggiunte le conseguenze della pandemia. Scricchiolii nella finanza americana, infatti, erano già avvertibili nel settembre scorso, quando per motivi non del tutto chiari la Federal reserve fu costretta ad emettere liquidità per 260 miliardi di dollari. Tra febbraio e marzo, con l’avanzare della pandemia, sui mercati azionari di tutto il mondo si è diffuso il panico e gli indici di borsa sono crollati. L’indice americano, in particolare, è sceso di un terzo dal massimo storico raggiunto il 19 febbraio. Il 12 marzo la Federal reserve annunciava interventi per altri i 1.500 miliardi (circa l’equivalente delle operazioni effettuate dal 2008 ai primi mesi del 2010), consumati interamente in due settimane. Dieci giorni dopo la Fed dichiarava di essere disposta ad intervenire ancora, senza alcun limite. Sempre negli Stati Uniti…

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«Difendere se stessi significa difendere tutti»

31 March 2020, North Rhine-Westphalia, Cologne: A member of the Cologne Fire Brigade is given a swab at the third Infection Protection Centre of the City of Cologne to test for the corona virus. In the newly opened facility in the Rautenstrauch-Joest Museum, COVID-19 tests are only performed for employees of critical infrastructures. Photo by: Henning Kaiser/picture-alliance/dpa/AP Images

«Dobbiamo imparare a rintracciare le persone che sono state potenzialmente contagiate da ogni nuovo paziente positivo al coronavirus. Il contact tracing è la via per passare dalla prima fase, quella di lockdown più o meno totale, alla fase due della progressiva normalizzazione dei problemi legati al Covid-19, senza sovraccaricare ulteriormente il sistema sanitario nazionale». Siamo con il professor Enzo Marinari, ordinario di Fisica teorica alla Sapienza di Roma, per fare il punto sull’efficacia delle strategie fin qui adottate in Italia per rallentare l’avanzata della pandemia, e per ragionare su cosa è necessario fare in un prossimo futuro sulla base dei dati resi noti dalla Protezione civile.
Da qualche giorno infatti la curva dei contagi mostra un rallentamento su scala nazionale ed è probabile che ci si stia avvicinando al famoso picco oltre il quale si può iniziare a pensare a nuove misure di “difesa” dal rischio contagio. Non siamo fuori dall’emergenza ma si comincia a pensare come uscirne.

Giusto un mese fa lei, insieme al fisico Giorgio Parisi, il biologo Enrico Bucci e altri, osservando la curva dei contagi avevate lanciato un allarme forte e chiaro: «Al ritmo attuale il rischio è che non tutti i pazienti possano essere curati in modo adeguato». Dopo son venuti i lockdown e le zone rosse ma a un certo punto il sistema sanitario lombardo è davvero arrivato a un passo della catastrofe.
All’inizio osservammo che c’era un tempo di raddoppio dei decessi piuttosto breve: due giorni e mezzo. Senza far nulla, in dieci giorni si sarebbe determinata una conta dei morti insostenibile anche solo da pensare. Non che quanto accaduto a Lodi, Brescia, nel Bergamasco sia meno drammatico, anzi, ma senza le misure di mitigazione, a quei ritmi, oggi staremmo parlando di 25mila morti al giorno. Siamo intervenuti perché abbiamo avuto paura. Vedevamo quei dati e pensavamo che fosse una follia che ci fosse ancora tutta quella gente a spasso per i Navigli a prendere l’aperitivo, ad affollare bar etc.. Dal punto di vista scientifico la nostra è stata una considerazione elementare, nulla di sofisticato, però appena abbiamo capito quale fosse la situazione abbiamo voluto dare un segnale forte e ci siamo sentiti in dovere di renderla pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

Come si possono leggere i segnali di rallentamento dei contagi?
La mia impressione è che il flusso dei dati inizi a essere “influenzato” dal distanziamento sociale che stiamo subendo. Ora ci troviamo fuori da una crescita esponenziale ma tutto dipende da come ci comportiamo. Se al Sud accadesse qualcosa di simile alla Lombardia sarebbe un grande problema. È tutto molto delicato, non è chiaro fino a quando la tenuta sociale sarà al sicuro. La gente deve mangiare. Dopo un mese non tutti possono permettersi di restare in casa e non si….

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L’arte di uscire dalla crisi: Ilaria Bonacossa

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sara passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Ilaria Bonacossa, la direttrice di Artissima, fiera internazionale d’arte contemporanea di Torino, risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

Ilaria Bonacossa – director, Artissima Fair – Photo credits: Giorgio Perottino / Artissima

La fragilità della classe creativa italiana è indiscutibile e difficilmente gli artisti, come i curatori o i critici, potranno avere sostegni economici strutturati, anche se occorre riconoscere che la situazione è migliorata marginalmente, rispetto a dieci anni fa, grazie a nuove opportunità professionali legate alla didattica o al rapporto con le aziende e al digitale.

Gli artisti soffriranno la crisi economica, che in realtà stavano già soffrendo, e sarà pesante anche per le gallerie d’arte che ne sostengono il mercato. Ma, se il bisogno di azione e l’ottimismo avranno la meglio sulla recessione in cui siamo entrati, credo che si troverà una via in avanti.

Come sottolineate su Left, il bisogno di arte e cultura della società contemporanea in clausura è stata una piacevole sorpresa, come anche il desiderio di collaborare espresso da istituzioni e realtà diverse tra loro e la voglia di fruire l’arte da casa: un’abitudine, questa, che non perderemo neanche quando torneremo a stare insieme. Hai scritto che l’arte ha la capacità di distrarci dall’ansia, ma in realtà non fa solo quello: ci aiuta a esprimerla, a elaborarla e a superarla.

Credo che in futuro le aziende private potranno fare tesoro dell’arte contemporanea, rinnovandosi, reinventandosi, anche grazie al potere creativo degli artisti, per ripartire e raccontarsi nel post-covid. Queste collaborazioni tra imprenditori e pensatori possono portare a trasformazioni positive di un sistema che deve farsi più dinamico e saper coinvolgere diversi tipi di pubblico. Come Artissima siamo sempre molto attivi nel farlo con i nostri partner; penso a Jaguar e al Road-Show per scoprire nuovi talenti, a Juventus con il progetto educational Artissima Junior, a Lauretana con il progetto di walkie-talkie che coinvolge i collezionisti, per citarne solo alcuni. Il Piemonte ha fatto storia in questo senso con un personaggio come Adriano Olivetti, che assunse nella sua azienda intellettuali e artisti, portando nella fabbrica oltre all’innovazione tecnica quella creativa.

Mi auguro che nella società post covid-19 gli artisti e gli intellettuali potranno trovare il loro spazio e avere un ruolo importante nel dare vita a un modo di guardare il mondo più generoso e aperto, a una consapevolezza sociale più inclusiva.

Come Artissima abbiamo lanciato in questi giorni una nuova iniziativa social sul canale Instagram della fiera:/ge·ne·a·lo·gì·a/. Questo progetto, è un po’ un gioco e un po’ un’indagine, nasce per tenere vivo e visibile il mondo dell’arte italiana, aprendolo anche a chi lo conosce meno.
In un momento in cui per la quarantena le gallerie sono chiuse e le mostre degli artisti non visitabili, abbiamo voluto far vedere che il mondo dell’arte è una grande famiglia appassionata e contraddittoria, fatta di affinità elettive e omaggi.

Ogni giorno, dal 18 marzo scorso, un artista scelto tra quanti avevano partecipato alla mostra Deposito d’Arte Italiana Presente (progetto curato insieme a Vittoria Martini ad Artissima 2017), è stato invitato a indicare due artisti italiani a cui si sente legato, eleggendone uno come proprio antenato e uno come ideale discendente, ovviamente non in maniera letterale ma metaforica.
Oltre a valorizzare l’arte contemporanea italiana in questo momento di lock-down, il progetto mette in luce quel senso di “famiglia” così radicato nella nostra cultura, svelando una comunità artistica fatta di eclettismo, originalità ma anche senso di appartenenza e amicizie, di incroci di sguardi e pratiche artistiche inaspettate.
Seguendo i post non solo scopriamo le visioni degli artisti, ma abbiamo l’impressione di entrare in intimità con loro ascoltandone le confidenze.

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L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste

«Un anno fa non ne sarei uscita viva»

FILE - In this Oct. 23 2019, file photo, a woman paints some signs before pasting them on buildings in the streets of Paris. As families across the country and the globe hunker down at home, there's another danger, also insidious if less immediately obvious, that worries advocates and officials: A potential spike in domestic violence. (AP Photo/Kamil Zihnioglu, File)

Una donna ospitata lo scorso anno in un centro antiviolenza, in questi giorni di emergenza sanitaria mi ha scritto «sono proprio fortunata, mi sento una privilegiata ad essere uscita dalla situazione di violenza che subivo da parte di mio marito. Se la pandemia ci fosse stata lo scorso anno non so se ne sarei uscita viva. Ho avuto la fortuna di aver ricevuto aiuto e sostegno da tutte voi. Grazie avvocata per il suo impegno. Penso alle tante donne costrette a stare in casa con il marito violento, penso ai tanti bambini costretti a vedere la propria madre denigrata maltrattata e impotente, perché controllata a vista, costretta al silenzio. Come potersi ribellare nell’attuale situazione?».

Questa lettera mette in luce la gravità delle problematiche che si trovano a vivere le donne maltrattate nell’attuale situazione di emergenza, un’emergenza nell’emergenza che richiede la massima attenzione da parte delle istituzioni e della società civile, perché il rischio di vita per le donne e per i bambini è molto alto: la condivisione obbligatoria dello spazio abitativo con il partner violento innalza il pericolo dell’escalation di violenza sempre presente nelle situazioni di violenza domestica e la limitazione della circolazione e di contatti esterni rende difficile l’emersione di queste situazioni. Ancora più sommersa rimane in questo periodo l’esperienza delle donne straniere, in particolare coloro senza permesso di soggiorno, che temono non solo di subire ulteriori e più gravi violenze, ma anche l’avvio nei loro confronti delle procedure di espulsione e trattenimento nei centri per il rimpatrio.

Nelle ultime settimane a partire dal 9 marzo si è registrata una diminuzione pari all’85% degli accessi delle donne ai centri antiviolenza e agli sportelli gestiti dall’associazione Differenza donna che non hanno mai smesso di operare 24 ore su 24, adottando tutte le misure coerenti con le disposizioni entrate in vigore. Con una contestuale riduzione degli…

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A che punto è la cura per la polmonite da Covid-19

dpatop - 26 March 2020, Saxony, Zwickau: Denise Simon, a nurse, holds a swab in a test tube in a treatment room of the Corona Outpatient Clinic at the Paracelsus Clinic. The swab can be tested for the novel coronavirus. Photo by: Sebastian Kahnert/picture-alliance/dpa/AP Images

Sono passati circa tre mesi da quando è comparso in Cina un nuovo coronavirus, il Sars-CoV-2, che provoca gravi infezioni respiratorie (Covid-19, Coronavirus disease-19). Anche se molti lo avevano inizialmente sottovalutato, il virus si è diffuso rapidamente in tutto il mondo e l’11 marzo è stata dichiarata la pandemia, dimostrando quanto fossimo impreparati ad affrontare un patogeno emergente letale che colpisce le vie respiratorie. Il virus sembra essersi adattato bene agli esseri umani di ogni latitudine e classe sociale e, di fatto, ha il potenziale di rimodellare i dati demografici del mondo.

Dalla data di pubblicazione della sequenza del genoma a Rna di Sars-CoV-2 (12 gennaio), la quantità di informazioni acquisite è sconcertante. Oggi sappiamo che si è evoluto in modo naturale, confutando l’idea che si tratti di un agente biologico prodotto in laboratorio. Sappiamo che il tasso di mortalità non è elevato ma che (purtroppo) i tassi di mortalità variano in base alla località. Sappiamo che questo virus non colpisce solo le popolazioni più anziane ed è particolarmente abile nella sua diffusione perché si trasmette anche da persone asintomatiche rimanendo “vitale” fino a 3 ore negli aerosol e 3 giorni su plastica ed acciaio. Sappiamo, comunque, che un virus aggressivo può essere almeno rallentato, come dimostrato non solo dalla Cina e da Paesi come Hong Kong, Singapore e Taiwan che, facendo virtù dell’esperienza con la Sars del 2003, sono riusciti ad impedire che la trasmissione procedesse verso la crescita esponenziale ma anche da Vo’ Euganeo, Padova. Molte domande cruciali restano ancora senza risposta, anche nel caso delle cure e vaccini contro Covid-19, e allo tsunami di notizie utili e veritiere si associa il contagio informativo alimentato da una comunicazione scorretta che deforma la realtà, genera panico e comportamenti controproducenti, complicando la gestione dell’emergenza, creando falsi problemi e false aspettative. Proviamo a fare il punto della situazione e soprattutto chiarezza.

Iniziativa no profit e collaborativa per capire l’evoluzione della pandemia Covid-19 (Miquel Oliver e Xisco Jimenez Forteza)

Con circa il 15% dei pazienti Covid-19 in condizioni gravi e con gli ospedali sopraffatti si cerca in primis di riutilizzare farmaci, o combinazioni di questi, già approvati per altre malattie. Oppure si sperimentano quelle molecole che hanno funzionato bene in studi su animali contro la Sars o la Mers. La Cina ha operato da apripista, generando dati su varie decine di trattamenti diversi. Il resto del mondo ha tratto ispirazione dai risultati che sembravano più promettenti. Le molecole utilizzate, appartengono principalmente alle classi degli anti-virali ad ampio spettro (“piccole molecole”) che inibiscono la proteasi o la replicasi virale oppure sono molecole (organiche o biologiche come gli anticorpi) ad attività anti-infiammatoria.
Tra i molti trattamenti usati in Cina “al di fuori degli schemi” c’è anche un farmaco biotecnologico cubano, l’Interferone Alpha 2B (v. Left del 28 febbraio 2020, ndr). Gli interferoni sono proteine anti-virali (famiglia delle citochine) prodotte da vari tipi di cellule come risposta fisiologica dell’organismo alle infezioni virali. Dal primo utilizzo a Cuba nel 1981 contro un’epidemia di dengue emorragico, per il suo ruolo sulla immunità innata, l’interferone Alpha 2B ricombinante è stato usato…

Rosella Franconi è una ricercatrice senior dell’Enea (Centro ricerche Casaccia Roma) presso il Laboratorio tecnologie biomediche della Divisione tecnologie per la salute del Dipartimento sostenibilità

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Carmelo Musumeci: «Io e Chico Forti, due facce della stessa medaglia»

Carmelo Musumeci è uno scrittore, esponente della letteratura sociale carceraria. Iniziò prestissimo la sua carriera criminale e nel 1991 venne arrestato con l’accusa di omicidio. Condannato all’ergastolo – fu il primo in Italia a dover scontare un ergastolo ostativo (cioè fine pena mai, senza godere di permessi o altri benefici ndr) – è stato scarcerato nel 2018 con la liberazione condizionale nonostante appunto il carattere ostativo della condanna.
Enrico (Chico) Forti è un ex velista e produttore televisivo italiano, condannato all’ergastolo nel 2000 per l’omicidio di Dale Pike a Miami, ma si è sempre dichiarato vittima di un errore giudiziario. È attualmente detenuto al Dade Correctional Institution di Florida City. Musumeci e Forti, due facce della stessa medaglia. Un ergastolano come vede un ergastolano? Ne parliamo con Carmelo Musumeci.

Enrico “Chico” Forti

«Meglio lasciare impunito un colpevole che condannare un innocente». Cosa ne pensa di questa frase di Voltaire?
La condivido. Sembra incredibile che la maggioranza dei detenuti si dichiari innocente e qualcuno storca il naso. Eppure, i dati e i numeri ci confermano che molte delle persone che vengono arrestate, in seguito sono ritenute innocenti. Si può essere condannati e mandati in carcere per tanti motivi: per scelte di vita sbagliate, per difetti caratteriali, per cattiveria, per sopravvivenza, per amore, per ignoranza, per solidarietà, per ingiustizia sociale, per depressione, e per tante altre cose che abitano l’animo umano, ma si può andare in carcere anche per essere colpevoli di essere innocenti.

Si è fatto una sua idea a proposito della situazione di Enrico Forti?
Documentandomi mi sto convincendo sempre di più che Enrico sia innocente. Succede, e non tanto raramente, che delle persone siano tenute ingiustamente per anni dietro le sbarre, e poi, se usciranno, ci si limiterà a chiedere scusa, e a dire: ci siamo sbagliati. Ricordo il caso di Omar nell’omicidio di Ilaria Alpi, il caso Gullotta e tantissimi altri innocenti che scontano una pena ingiusta. Una condanna all’ergastolo da colpevole è una pena terribile, ma se la si sconta da innocente è un orrore.

 

Lei è in carcere da “colpevole” (parola questa che nei suoi libri viene spesso analizzata). Se lei fosse stato innocente in che modo avrebbe vissuto la situazione nella quale è stato ed è adesso?
Né più né meno di come ho fatto da colpevole.

Oltre alla condanna e ovviamente all’esperienza carceraria lei e Chico siete accomunati anche dal fatto che le vostre vicende sono state trattate da una nota trasmissione televisiva. Quanto è funzionale alla riuscita delle vostre battaglie la diffusione attraverso i media ed il conseguente sostegno della gente?
Per me è stato importantissimo rivolgermi all’opinione pubblica, ma non è stato per nulla facile. Per esempio, in tanti anni di carcere ci hanno provato in molti ad intervistarmi, ma i vari direttori hanno detto sempre di no, sia perché ero un ribelle sociale, sia perché ero un anarchico, sia perché ero un mafioso, spesso perché ero tutte queste tre cose insieme.

Cosa ha da dire a chi dice che il suo ergastolo e quello di Chico non sono paragonabili in quanto lei è palesemente carnefice e per questo condannato e lui palesemente vittima?
Direi che si può essere carnefice e vittima nello stesso tempo. E direi anche si può essere innocenti anche se sei colpevole perché purtroppo spesso chi fa del male lo giustifica, in caso contrario non lo farebbe. Per esempio, credo che il regime di tortura del 41-bis insieme alle pene che non finiscono mai, applicati in modo spropositato, non diano risposte costruttive né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni, senza dirle quando finirà la sua pena. Lasciandola in quella situazione di sospensione e di inerzia la si distrugge e, dopo un simile trattamento, anche il peggiore assassino si sentirà “innocente”, mentre le persone “perbene” rischieranno di essere “colpevoli”.

La scrittura le ha permesso di riscattarsi e di avere l’appoggio di personaggi importanti del panorama intellettuale italiano, come, tra gli altri, Margherita Hack ed Erri De Luca. Quale funzione ha avuto per lei lo scrivere?
In carcere per non affogare devi lottare, devi lottare per qualsiasi cosa … e scrivere per far sentire la tua voce perché la società non è cattiva, semplicemente non sa, dato che i mass media danno spesso notizie ma non fanno informazione. Scrivere mi ha aiutato a sopportare la durezza del carcere e della vita perché ogni persona che mi ha letto mi ha trasmesso un po’ di forza per continuare ad esistere e a resistere. Scrivevo molto anche perché quello era l’unico modo per continuare ad esserci oltre il muro di cinta.

Se in questo momento lei avesse la possibilità di parlare con Chico Forti cosa gli direbbe?
Chico, non ti arrendere, continua a lottare per dimostrare la tua innocenza perché è la migliore delle lotte. Lo so! Siamo morti senza saperlo. I dispensatori di giudizi non vogliono che moriamo subito. Vogliono che crepiamo lentamente. A poco a poco. Piano piano. Vogliono che soffriamo più a lungo possibile, così impariamo la prossima volta a non fare del male. Il problema è che non arriverà mai una prossima volta. Sinceramente in tutti questi anni non ho mai sperato di farcela. Eppure ho continuato a lottare con tutte le mie forze più per debolezza che per coraggio. E sono sopravvissuto. Ho sconfitto il mio destino. Forza anche tu. Non ti arrendere.