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Figli che chiedono “come stai?”

Pensateci un secondo. Hanno dovuto inventarsi un modo tutto nuovo per andare a scuola (grazie anche l’encomiabile lavoro degli insegnanti, altri bistrattati che si sono riabilitati solo grazie alla pandemia, ricordiamocene). Fanno l’appello con duecento problemi tecnici, di microfoni, di telecamere, rispondendo uno sopra l’altro. Fanno l’appello senza nemmeno potersi scambiare i sorrisi da banco a banco, senza correre e raccontarsi delle ultime novità sul loro gioco, senza guardare negli occhi l’amico del cuore, senza gustarsi quel momento in cui salutano noi genitori e se ne vanno fieri in un spazio che è tutto loro, che è solo loro. Ora quello spazio è un angolo del tavolo della cucina.

Non hanno il dopo i compiti esco. Non hanno pomeriggi da organizzare, non hanno l’aria che gli pesta in faccia e i vestiti da sporcare immancabilmente. Ora hanno pomeriggi che rimbalzano tra le mura di casa e provano a fare gruppo provando a trasformare l’entusiasmo in bit, da scambiarsi al telefono. Qualcuno dirà che è così anche per gli adulti ma i bambini, a differenza degli adulti, non si fanno convincere dalle motivazione dei drastici cambiamenti: provano a digerirli, elaborandoli con gli strumenti a disposizione.

Si annoiano da professionisti. Mentre gli adulti strepitano sui social e cercano sempre un nemico planetario loro si annoiano con compostezza. Certo, si lamentano, ma con lamenti estremamente più eleganti, sicuramente meno virali e perfino meno pericolosi.

Hanno perso i nonni. Qualcuno li ha persi per sempre per altri sono nonni dentro una bolla che non sanno quando scoppierà e non sanno dove se li porterà il vento. Eppure mentre i nonni si commuovono su un balcone o dietro un vetro loro rispondono con un sorriso e un ciao ciao. Ma ce l’hanno dentro anche loro questa esplosione di malinconia, forse credono che non sia il caso, forse sono più maturi di noi quando si tratta di non ferire se si mettono in testa di farlo.

Gli è cambiato il mondo e il mondo non hanno ancora finito di impararlo nemmeno a grandi linee. I bambini resistono con una perseveranza che sarebbe da imparare. Ieri uno dei miei figli, dopo una giornata trascinata a fatica, prima di spegnere la luce mi ha detto buonanotte e poi mi ha chiesto come stavo. Lui, a me. Fino alla fine.

Buon venerdì?

Quaranta giorni

Quaranta giorni: questo è il periodo che la città di Venezia manteneva le navi in laguna per evitare il diffondersi della peste nera nel XIV secolo. Da questa pratica nasce la parola “quarantena” che è divenuta sinonimo di un qualunque isolamento e di separazione per un periodo di tempo a cui viene sottoposto un gruppo di persone, animali o beni, che possono essere stati esposti agli agenti di una malattia trasmissibile. Ai giorni nostri, in piena emergenza Covid-19, il termine, oltre ad indicare lo strumento estremo della medicina preventiva per far fronte a malattie infettive dovute ad agenti sconosciuti, evoca un insieme di significati che derivano dalla sua lunga storia.

I primi soggetti storicamente sottoposti a segregazione, anche se non temporanea ma permanente, sono stati gli affetti dalla lebbra, malattia contagiosa conosciuta fin dall’antico Egitto: quest’ultima, diventata endemica nell’Europa del XII secolo, comportava l’obbligo, per chi ne soffriva, di reclusione nei numerosissimi lebbrosari fuori dalla città. Le epidemie di peste bubbonica nel XIV secolo dettero vita a risposte istituzionali organizzate: la quarantena fu introdotta nel 1377 in Croazia e il primo ospedale permanente (lazzaretto) fu aperto in una piccola isola della laguna subito seguito da analoghe iniziative a Genova e Marsiglia.

La durata dell’isolamento, nel caso della peste, era stata scelta in base a concezioni pseudo mediche, esoteriche e religiose: a parte il riferimento alle teorie ippocratiche sulla durata delle malattie acute il numero 4 era considerato un numero pitagorico e 40 furono i giorni che Gesù passò nel deserto. Nel XVIII secolo la quarantena fu utilizzata per cercare di bloccare, con esiti discutibili, la febbre gialla e nel XIX secolo l’epidemia di colera che colpì l’Europa nel 1831 e gli Usa nel 1832. Nel corso del XX secolo si sono susseguite varie pandemie di diversa gravità fra cui quella influenzale “spagnola” che a partire dal 1918 ha ucciso circa 50 milioni di persone: essa fu combattuta anche con il ricorso alla chiusura di chiese, teatri, scuole e la sospensione di tutti i gli eventi pubblici. Nel XXI secolo i coronavirus hanno compiuto il salto di specie diffondendosi tra gli umani in tre occasioni, ogni volta causando…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 3 aprile 

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«Ci chiamano eroi. Ma, fra un anno, si ricorderanno dei colleghi morti in questi mesi?»

La situazione è veramente drammatica, il personale è allo stremo, e di qualche giorno fa la denuncia di un gruppo di medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII in cui si denunciava la grave situazione all’interno dell’ospedale e l’alto rischio di contaminazione. Premetto che tutti, personale sanitario, gli operatori socio sanitari e tutti gli altri stiamo facendo il possibile per curare e assistere i pazienti.

Spiace però vedere che il personale sanitario non viene difeso nel modo appropriato, da una parte si elogia chiamandoci eroi, dall’altro i provvedimenti di Governo e Regione sono contrastanti. C’è il governo che stabilisce che il personale sanitario debba essere premiato 100 (ridicoli) euro per il mese di marzo, e in tv si racconta che al personale va fatto il tampone. Poi ti scontri con una realtà che ti chiude la porta in faccia: per il tampone devi essere sintomatico, con febbre, tosse e difficoltà respiratoria. Intanto tra il personale sanitario aumentano i casi di contagio, molti sono in malattia da giorni e settimane, e solo dopo molte richieste ad alcuni viene fatto il tampone. Il servizio sanitario aziendale dice che per il personale ne hanno a disposizione pochi. Ma come funziona in Italia? Ai politici, calciatori e altri volti noti, i tamponi si fanno eccome….

Sul territorio le persone, le famiglie soprattutto quelle anziane vengono lasciate allo sbaraglio, molti muoiono in casa senza una adeguata assistenza, dove sta questa Sanità Lombarda definita “Eccellenza”? Questo sistema sanitario sta rivelando tutte le crepe accumulate negli anni in cui si è finanziato il privato. I partiti della destra, da Formigoni con Comunione e liberazione fino alla Lega Nord, hanno enormi responsabilità. La polemica sulla chiusura delle fabbriche è il culmine di questa storia in cui ha prevalso l’interesse degli industriali contro l’interesse della salute pubblica. Perché non si è chiusa subito la zona della Valseriana con Alzano e Nembro e che oggi segnalano la più alta incidenza di defunti? Perché si è fatta giocare la partita di calcio Atalanta – Valencia, facendo scoppiare una bomba di contagio ad alto rischio? Ci sono tanti perché di cui dovremo un giorno chiedere conto a chi è stato responsabile di tutto questo. Non siamo assolutamente degli eroi, ma facciamo il nostro dovere, ma vogliamo anche essere tutelati.

Giuseppe Saragnese, infermiere Asst-PG23 Bergamo

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Quando tutto sarà finito saremo sostituiti nuovamente dalla statuina della madonna di Lourdes?

Causa Coronavirus, e complice l’assenza di sport in Tv, le persone e le famiglie scoprono la figura dell’infermiere. Immagini dove questi strani individui, tutti bardati come alieni o astronauti, appaiono al Tg, negli special dedicati e udite udite vengono persino intervistati.
Ma chi è veramente l’Infermiere? Cosa fa, in tempi di normalità, questo essere?
A oggi per diventare infermiere è necessario superare, con esito positivo, il corso di laurea breve in infermieristica, dopodiché si può scegliere se cercare un posto di lavoro, come Infermiere, o se continuare a studiare seguendo un corso di studi biennale che da la possibilità di diventare Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche; il che non garantisce alcuna posizione lavorativa. In alternativa alla rincorsa al posto di lavoro, si può sempre pensare di spendere qualche migliaio di euro per un qualsivoglia Master che, anche qui, garantisce il nulla. Naturalmente, per poter tentare di svolgere la Professione che ami, devi essere iscritto all’Albo degli Infermieri. Non è molto noto che Noi apparteniamo a un Ordine professionale al pari di Medici, Avvocati, Ingegneri….

Ma se un infermiere decide di lanciarsi in ambito lavorativo quali strade può percorrere? Svariate. Può lavorare in una RSA dove ha, quasi sempre, la totale e solitaria responsabilità dell’Assistito e dei percorsi di cura assegnati. Può tentare di lavorare in un Ospedale pubblico, magari mediante un impiego interinale, quindi non come dipendente dell’Ospedale, dove sta prestando servizio, ma come Professionista in appalto. Risultato uno stipendio notevolmente ridotto. Volendo può sempre tentare la via del concorso per entrare nel solito Ospedale pubblico, quei bei concorsi di cui, ogni tanto, i giornali pubblicano alcune fotografie e i cui titoli rispecchiano la situazione: maxi concorso per 12 posti di Infermiere 10.000 partecipanti da tutta Italia. Ma se uno o una desidera, può sempre tentare la strada della partita IVA. Cioè la possibilità di offrire le proprie prestazioni a pochi euro l’ora, garantito però dall’ENPAPI, Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica, che però ti chiede un minimo fisso di contributi a prescindere dai guadagni, che non sono certo milionari. Salvo scoprire che alcuni ex Dirigenti offrivano favori in cambio di mazzette ed escort.
Come estrema ratio, puoi gettare al vento fatica e soldi spesi nei tre anni di Università e farti assumere come Commessa in un qualsiasi negozio di abbigliamento. Naturalmente e comunque a tempo determinato.
Ma una volta che ‘sto povero Infermiere è riuscito a stabilizzare la propria posizione, come Infermiere naturalmente, cosa fa durante le sue ore di lavoro? Oltre a essere picchiato da qualche Paziente o parente arrabbiato?
Questa domanda non può trovare soddisfazione attraverso un’unica soluzione. Le risposte variano da posto a posto di lavoro. Per esempio in una RSA è possibile che passi gran parte del proprio tempo lavorativo a somministrare terapie e a cambiare pannoloni. Certo se un Infermiere ama il rapporto con le Persone anziane tutto il disagio professionale viene fortunatamente stemperato. Se, invece, lavora in una terapia intensiva il proprio lavoro assume una prevalenza tecnica dove le competenze non tecniche rischiano di trovare poco spazio.

Personalmente vi posso raccontare, solamente, ciò che fa un Infermiere in Sala Operatoria. L’Infermiere di Sala è adibito a compiti specifici differenti. Vi è l’Infermiere strumentista, colui o colei che è parte integrante e fondante l’equipe operatoria nell’atto chirurgico, poi c’è l’Infermiere “fuori tavolo” detto anche “circolante”, cioè l’Infermiere che durante lo svolgimento della procedura chirurgica si occupa e pre-occupa che tutto attorno al tavolo operatorio sia perfettamente funzionante. Abbiamo anche l’Infermiere aiuto anestesista, cioè quella figura professionale che lavorando gomito a gomito con il Medico anestesista è in grado di garantire sicurezza e qualità durante il percorso anestesiologico, decollo, volo e atterraggio. Ogni sala ha poi l’Infermiere dedicato al ricondizionamento del materiale utilizzato. L’Infermiere di sterilizzazione. Figura nascosta ma imprescindibile. Ma non finisce mica qui. Noi ci occupiamo, pure, del corretto approvvigionamento del materiale atto a garantire il regolare svolgimento delle sedute operatorie. Quindi sterilizziamo tutto il materiale chirurgico ri-condizionabile e ci pre-occupiamo che tutto il materiale monouso sia presente in sala.

Noi siamo quelli che al mattino arriviamo un’ora prima del Chirurgo perché dobbiamo preparare la sala, ma siamo pure quelli che vanno via per ultimi, almeno un’ora dopo che l’ultimo Paziente operato è stato dimesso dal Blocco Operatorio. Noi siamo quelli che non guardano mai l’orologio, condizione questa presente anche nei momenti non sospetti, timbriamo quando tutto è stato rimesso a posto ed è pronto per la seduta del giorno dopo. Noi siamo quelli che per pochi, ma veramente pochi, euro al mese garantiamo, in regime di reperibilità, tutte le urgenze di questo mondo. Magari operando di notte e non smontando al mattino perché, altrimenti, non sarebbe garantito lo svolgimento della seduta operatoria del giorno dopo.
Ma siamo, anche, quelli che forniscono un contributo indispensabile alla sicurezza del Paziente. Come? Basta dire che noi siamo i redattori della Check-List per la sicurezza in sala operatoria. Spesso siamo anche gli unici che ne comprendono la valenza.

Potrei continuare, ma non voglio tediare nessuno oltre.
Appare, però, evidente che una Sala operatoria senza Infermieri non può funzionare. Come non può funzionare, senza di Noi Infermieri, una Terapia Intensiva, un reparto di cardiologia, di ortopedia, di pneumologia, di malattie infettive, una RSA e chi più ne ha più ne metta. Condizione, questa, preesistente al. Coronavirus. Allora viene, quasi, il sospetto che l’Infermiere risulti una figura centrale nella nostra sanità. E l’altro sospetto che mi viene in mente è che, forse, il rispetto che oggi tutti invocano per Noi, dovrebbe risultare una costante sempre e da sempre. E se due indizi fanno un sospetto e tre una prova si pone il caso di parlare dei nostri stipendi. Ridicoli. Se si comparano le responsabilità al guadagno, ebbene cari Signori la nostra sanità meriterebbe di restare senza di noi.
Certo adesso siamo assurti agli onori della ribalta mediatica. Ci chiamano Eroi. Ma fra un anno, si ricorderanno di quei Colleghi che sono morti in questi mesi? Si ricorderanno di tutti quelli che hanno rischiato di morire? Di tutti quelli che hanno rischiato di decimare le loro Famiglie?

Personalmente non credo. Al massimo verranno intervistati alcuni Dirigenti, alcuni Presidenti OPI, ma nessuno di quelli che oggi è in frontiera. Si faranno delle premiazioni, si distribuirà qualche medaglia e poi, anche qui, il nulla.
Si farà, ancora della retorica e gli “Eroi” di oggi saranno sostituiti dalle statuette della Madonna di Lourdes. Perché l’espressione: Infermiere lei è un Santo la dice lunga su ciò che si opina di noi.

Fabio Albano, infermiere dal 1980,  coordinatore e responsabile del percorso chirurgico presso una struttura convenzionata genovese

La salute della democrazia

Mentre giungeva la notizia, attesa e prevista, dell’inevitabile lockdown in Italia almeno fino a metà aprile per contenere il contagio da Covid-19 ci è venuto in mente un quadro amatissimo di Henri Matisse, in cui un violinista suona a finestre aperte, rivolto ad ascoltatori sconosciuti, con la speranza-certezza che il suo “canto” raggiunga altri esseri umani. Un’immagine evocativa, dipinta nel 1918 anno in cui si diffuse l’epidemia di spagnola e che oggi si arricchisce di significati alla luce di quel che stiamo vivendo. Un’immagine che ci parla del potere dell’arte e dell’immaginazione capace di portare il cielo in una stanza, di aprire orizzonti imprevisti. Un’immagine quella del suonatore di violino, tante volte evocata su queste pagine dallo psichiatra Massimo Fagioli nel parlare di cura della malattia mentale, di valori umani universali, di vitalità, di resistenza, di capacità di reagire.

Sapienza, interesse per l’altro e resistenza, in questi lunghi e drammatici giorni di lotta alla pandemia, si sono viste nello straordinario lavoro di medici, infermieri e operatori sanitari in prima linea, che troppo spesso hanno rischiato e patito il contagio in prima persona. Ma qualcosa di profondamente umano abbiamo visto anche in piccoli gesti quotidiani di solidarietà e nei tanti concerti improvvisati sui balconi che hanno creato una corrente di canti, di note e di energia che è passata, come un contagio positivo, di casa in casa. In questi giorni segnati dalla preoccupazione e dal dolore per i morti, abbiamo visto dignità, rispetto, senso del vivere collettivo, consapevolezza dell’importanza dei legami sociali, dell’importanza della tutela della salute, fisica e psichica, intesa non solo come bene individuale, ma come bene pubblico e collettivo, come diritto universale di accesso alle cure, così come è scritto nella nostra Costituzione.

Certo si prova una sensazione strana, diciamolo, nel sentir decantare il nostro sistema sanitario nazionale da politici che hanno contribuito prodigiosamente ad affossarlo, definanziandolo. Ma tant’è. Speriamo almeno che la durissima realtà che stiamo vivendo faccia aprire gli occhi a quante più persone possibili riguardo ai danni prodotti dai tagli alla sanità pubblica e alla ricerca scientifica. Per battere questa e le altre pandemie che potrebbero arrivare occorrono studio, grande preparazione, assunzioni straordinarie di medici e personale sanitario, intervento pubblico non solo a livello nazionale. Massicci investimenti in ricerca non sono più rinviabili.

Se la pandemia ha messo in ginocchio la sanità nelle regioni del Nord cosa sarebbe accaduto se avesse colpito in primis il Meridione? Parliamo di regioni che già soffrono di una annosa carenza di strutture, di personale, di obsolescenza di macchinari sanitari, tanto che da tempo i cittadini del Sud sono costretti a spostarsi in altre Regioni per avere accesso a adeguate cure mediche e specialistiche. Quanto fosse scellerato il progetto dell’autonomia differenziata, questa pandemia l’ha reso plasticamente evidente a tutti. Finita l’emergenza ci auguriamo che almeno il centrosinistra abbia imparato la lezione, e riponga nel cassetto l’infausto provvedimento. Ancor più la demagogia sovranista sta dimostrando tutta la sua criminale miopia: cosa sarebbe accaduto se la pandemia fosse scoppiata in uno scenario di piccole patrie come monadi non comunicanti?

L’Europa ha fallito nel contenimento del contagio non per eccesso di poteri ma perché non ha strumenti di governo sanitario, che sono demandati ai singoli Stati. Fallisce perché non ha un’unità politica, inclusiva e democratica ed è una mera unione di mercati. Niente eurobond (o “coronabond”) che avrebbero il senso di un’azione corale e solidale, ma ricorso al Mes dicono i tedeschi che graziosamente ci concedono di indebitarci in cambio di garanzie pesanti come un cappio al collo. Di fronte a questa debacle la soluzione è un’Europa più unita e democratica, che superi i singoli egoismi. Tanto più perniciosa è la pazza chiusura delle frontiere modello Orbán, che con la scusa dell’emergenza sanitaria ha chiesto e ottenuto pieni poteri imponendo di fatto una dittatura. Violenta, repressiva quanto inconcludente se osservata dal punto di vista della salute dei cittadini, dacché con tutta evidenza il coronavirus non ha bisogno di passaporto e non conosce confini.

Il sovranista che al Papete chiedeva a sua volta pieni poteri sostiene Orbán, affermando che il Parlamento ungherese ha «deciso democraticamente». Dire che è stato un voto di maggioranza non è certo una garanzia. La storia insegna. Anche le leggi fascistissime furono votate dal Parlamento eletto nel 1924. Cosa aspetta l’Unione europea a varare provvedimenti solidali con i Paesi messi in ginocchio dalla pandemia e ad espellere chi fa prove tecniche e pratiche di fascismo?

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 3 aprile 

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Qual è il piano?

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 26-03-2020 Roma Politica Senato - Informativa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sull'emergenza coronavirus Nella foto Giuseppe Conte Photo Roberto Monaldo / LaPresse 26-03-2020 Rome (Italy) Senate - Report by Prime Minister Giuseppe Conte on the coronavirus emergency In the pic Giuseppe Conte

Qualche osservazione, per aprire una discussione e per non rimanere tutti incollati tutto il giorno ad aspettare solo i dati dei nuovi contagi e dei tanti, enormemente troppi, deceduti. Una riflessione che dovrebbe coinvolgere la politica e che rimane invece solo incastrata negli editoriali e nelle domande che rimangono senza risposta appese ai social. Qual è il piano?

Meglio: cosa vuole fare la politica? In questi giorni stiamo assistendo alla disgregazione: Regioni che vanno per conto loro, sindaci e presidenti di Regione che si ritagliano il loro secondo di notorietà sfoderando un po’ di sceriffismo e serrate consultazioni sul peso e sulla circonferenza dei bambini che possono passeggiare. Bene. Ci dicono, giustamente, che ora è emergenza e quindi tocca ascoltare gli esperti. Benissimo. Ma esattamente qual è il piano?

Se si aspetta che il contagio arrivi a zero significa non riuscire a guardare più in là dei numeri (e questo dovrebbe fare la politica): la possibilità di ricontagio e la mancanza di un vaccino e di una cura (sarà lunga) ci dice che dovremo convivere con il virus, tenerlo sotto controllo, portarlo a limiti accettabili ma accettare di essere schiavi di una possibile ondata di ritorno. La strategia del “tutti a casa” illudendo che il Covid-19 magicamente scompaia è una favoletta che non ha niente a che vedere con la responsabilità della politica. Il contenimento e la quarantena sono misure emergenziali, questo è chiaro, ma la convivenza con la presenza di un virus che non ha né vaccino né cura è una strategia politica che dovrebbe essere pensata. Se ne sta pensando? Dico sul serio, lasciamo perdere quelli dell’apriamo tutto domani mattina che vengono smentiti dai dati della scienza ma se la politica ci chiede lo sforzo di guardare lontano con fiducia non avrebbe l’obbligo di costruirla, la fiducia? Il tracciamento personale è una soluzione? Se ne vuole parlare? Vogliamo parlare dei metodi possibili e delle questione di diritti e privacy? Si vuole scaglionare? Benissimo, come?

Il dibattito sul dopo è qualcosa che va fatto adesso e forse diminuirebbe la sensazione di sospensione. No? Così, per capirsi.

Buon giovedì.

Coronavirus, nei primi 20 giorni di marzo la mortalità al Nord è aumentata del 60%

Nelle prime tre settimane di marzo, in 21 capoluoghi del centro nord Italia c’è stato un aumento complessivo della mortalità del 60,57% rispetto alle prime tre settimane di marzo del 2019 (da 2217 a 3560 morti).
È quanto emerge da un Report sui Dati di mortalità nel 2020 pubblicato mercoledì 1 aprile dall’Istat che ha elaborato i dati provenienti da 21 comuni capoluogo dei 110 totali in Italia. Picchi più o meno marcati si registrano nelle città particolarmente colpite dalla pandemia di coronavirus: Bergamo +294,1% (da 101 a 398 morti), Piacenza +272% (da 75 a 279 morti), Pesaro +184,8% (da 66 a 188 morti). Nel comune di Milano la mortalità è aumentata del 17,4% (da 885 a 1039 morti), di poco più alta quella rilevata nel comune di Lodi +18,8% (da 32 a 38 morti), mentre spicca il dato di Verbania: +70%. Di seguito gli altri dati: Alessandria +15,2%, Aosta +25,9%, Imperia +45,2%, Savona +41,3%, Milano +17,4%, Bergamo +294,1%, Brescia +109,7%, Pavia +41,8%, Cremona +151,9%, Mantova +22%, Piacenza +272%, Parma +103,9%, Modena +2,6%, Pesaro +184,8%, Carrara +96,9%, Pistoia +24,2%, Grosseto +21,1%, Biella +74,2%, Lodi +18,8%, Rimini +14,6%.

È giusto dire che siamo in guerra?

Foto Claudio Furlan - LaPresse 25 Marzo 2020 Bergamo (Italia) News Coronavirus, in turno con le Unità Speciali che curano i malati più gravi a domicilio. A Bergamo sei unità speciali di continuità assistenziale visitano i malati o sospetti Covid19 che non hanno trovato posto negli ospedali cittadini ormai saturi da giorni. Photo Claudio Furlan/Lapresse 25 March 2020 Bergamo (Italy) Coronavirus, in turn with the Special Units that treat the most seriously ill patients at home. In Bergamo, six special continuity care units visit Covid19 patients or suspects who have not found a place in city hospitals that have been saturated for days.

C’è chi è stato sequestrato dall’Isis mentre faceva informazione, chi ha documentato il dramma in Yemen aggirando i paletti imposti ai cronisti embedded, chi è stato una vita sulla frontline dei più sanguinosi conflitti del pianeta, schivando proiettili e analizzando fatti. Loro sono Amedeo Ricucci, Laura Silvia Battaglia e Gian Micalessin, raccontano la guerra per mestiere e oggi si trovano a coprire un disastro di portata epocale, quello del Covid-19.

Il gergo militaresco imperversa nella comunicazione mediatica: il fronte, gli eroi, la prima linea, la trincea, la retrovia sono la grammatica della pandemia. E chi meglio di loro, reporter specializzati in aree di crisi, può dirci come leggere il controverso paradigma bellico.

«È facile dire che il virus è un nemico da combattere. Tutto l’apparato lessicale che riconduciamo al conflitto rischia di semplificare di molto il racconto di quello che sta succedendo. Il problema è che questa non è una guerra ma un’emergenza sanitaria complessa», dice Amedeo Ricucci, inviato speciale del Tg1. «Utilizzare la scorciatoia della metafora bellica – precisa – può essere pericoloso perché non mostra quello che invece dovremmo vedere: dietro il bollettino quotidiano della Protezione Civile che ci dà il conto dei morti e dei caduti, ci sono storie e persone. Ogni storia è indicativa di un pezzo di realtà su cui sarebbe il caso di puntare i riflettori».

Si fatica a restituire quanto sta accadendo, il distanziamento sociale è un limite, il virus è un pericolo in agguato anche per i giornalisti, e sta imponendo un nuovo modo di informare. Così, appesi – momentaneamente – il giubbotto antiproiettile e l’elmetto al chiodo, armati di mascherina e guanti medicali, i reporter delle zone di frontiera narrano il morbo. C’è chi entra nei reparti Covid o sale a bordo di un’ambulanza, chi fa interviste via Skype dalla quarantena forzata o commenta filmati forniti direttamente dagli operatori sanitari.

«Ci stiamo attrezzando per lavorare a distanza – prosegue l’inviato Ricucci – e chi come me ha frequentato i teatri di guerra, quelli veri, ci è abituato. È successo ad esempio in Siria, quando dopo la metà del 2013 era impossibile entrare nel Paese perché c’era il rischio di essere sequestrati e ci siamo attivati lavorando dai confini».

Per Laura Silvia Battaglia, nomen omen, giornalista in aree di crisi, «la retorica della guerra è giustificabile quando a parlarne è un medico o un soccorritore. Questo è il motivo per cui è nata questa metafora». Quando un dottore si trova nella condizione di dover ammettere un paziente a discapito, suo malgrado, di un altro, perché anziano o con patologie pregresse, «è un tipo di azione che si fa in guerra», afferma. Al netto di questo aspetto, «la pandemia va chiamata pandemia, così come il terremoto è il terremoto».

Anche Battaglia registra un cambiamento radicale nel modo di fare informazione, «chi lavora sul campo vive di contatti fisici, ma in questa situazione, non soltanto per la nostra personale sicurezza ma soprattutto per i nostri familiari, bisogna riuscire a trovare anche un modo nuovo di comunicare. È una sfida che la crisi ci impone».

Gian Micalessin, una vita in prima linea, pensa invece che il Covid sia peggio di una guerra, «un disastro epocale che, oltre a seminare morte, cambierà il volto del nostro Paese». Boots on the ground, durante questa emergenza sanitaria, i suoi reportage dalla terapia intensiva di Cremona al fianco di medici e infermieri che si sacrificano per salvare i pazienti, sono devastanti. «Il numero di caduti in Italia per il Covid-19 è peggiore di quello di molti altri conflitti. Tutto questo segnerà per sempre i sopravvissuti», afferma. Lui, che copre le zone calde da 35 anni e ha girato il globo in lungo e in largo, adesso scende sotto casa e trova l’inferno. Camminando nel Bergamasco, a Nembro, paesino falcidiato dal virus, Micalessin ha pensato a Sarajevo, a Grozny o ad Aleppo.

«Quando le bombe, i razzi e i cecchini regalavano un po’ di tregua, la gente usciva per strada, qui non si vede nessuno, la morte e la precarietà dell’esistenza sono sensazioni incancellabili». Una minaccia invisibile e terrificante quella virale, nella quale il reporter si è già imbattuto tempo fa, quando «la paura m’è entrata dentro e non m’ha lasciato. È successo a Kikwit, epicentro del contagio di Ebola che nel 1995 colpì lo Zaire, l’attuale Congo. Bombe e proiettili si vedono oppure si sentono. Il virus no, è una paura intangibile».

Che ci piaccia o no la metafora della «guerra», di fatto uno scontro mondiale è in corso, e si sta giocando sul piano biologico, dove le forze armate dei globuli bianchi, preposte alla difesa della salute, ingaggiano una battaglia senza quartiere contro l’esercito del Covid-19.

L’irrinunciabile centralità del Parlamento

Da circa tre decenni in Italia è percettibile un’offensiva continua al sistema parlamentare su cui si fonda la nostra democrazia secondo la Carta costituzionale. Il vessillo sempre più spesso issato, da sinistra a destra, è la parola “governabilità”. Vocabolo, quasi magico, che – da Berlusconi a Renzi, fino ai nostri giorni –-esprime la falsa necessità di depotenziamento del Parlamento. La crisi dei partiti e l’onnipotenza della mala politica hanno fatto soccombere le istanze della società civile.

Il Parlamento è stato indebolito e in non pochi casi soccombe al potere dei mercati e della globalizzazione. Ciò nonostante, un evento imprevedibile e inimmaginabile riporta il Parlamento al centro di un dibattito non più evitabile: il suo ruolo nella nostra democrazia. Un tema fondamentale che diventa ancor più rilevante nelle situazioni di emergenza come quella della pandemia da coronavirus che stiamo vivendo. Non ho mai creduto ai sistemi maggioritari e alle riforme delle leggi elettorali che si sono succedute negli ultimi decenni.

La nostra Costituzione è facilmente accordabile con un sistema elettorale proporzionale, in grado di rappresentare l’intero arco delle posizioni politiche, di garantire l’uguaglianza del voto, di riflettere pienamente il pluralismo politico e, soprattutto, di garantire costantemente la presenza e il ruolo di controllo delle forze di minoranza. Questo significa garantire in concreto la “centralità del Parlamento“. La massima rappresentatività ed efficienza decisionale delle Camere, la loro composizione pluralista e la forza delle minoranze, sono la vera espressione di una democrazia parlamentare com’è la nostra.

Tutto questo, però, non basta. L’esistenza di Camera e Senato in un sistema parlamentare non connotano di per sé un regime democratico. Nel regime fascista, difatti, il Parlamento fu mantenuto, ma ridotto a strumento di acclamazione ed espropriato integralmente dal Governo. Occorre, dunque, un quid pluris e cioè un Parlamento che esprima e riassuma il sistema delle libertà in stretto contatto con i diritti e i doveri dei cittadini, attraverso la garanzia della ”riserva di legge”. Quest’ultima serve nel regolare i principi in base ai quali i pubblici poteri possono incidere sulle sfere giuridiche dei privati, sia in rapporto ai partiti politici, che rappresentano la proiezione dei cittadini in Parlamento, sia nei rapporti e meccanismi di reciproca garanzia dei diritti fondamentali della persona umana.

In una democrazia parlamentare come la nostra non si può delegare all’autorità amministrativa l’adozione di misure che intacchino le nostre libertà fondamentali (ad esempio la libertà di circolazione ex art. 16 Cost). Siamo di fronte ad una riserva di legge assoluta. Nei momenti di crisi sanitaria ed economica come l’attuale, sarebbe bene che, invece di ripetere retoricamente “siamo in guerra”, si garantisse più semplicemente la convocazione delle Camere in seduta permanente, in modo tale che tutti gli aspetti connessi all’attuale pandemia fossero discussi in Parlamento e non solo dal Governo. Altrimenti non ha senso parlare di centralità del Parlamento.

Qualcuno potrebbe anche sentirsi spinto a guardare più vicino a sé analizzando queste nostre istituzioni parlamentari e come sono state sfibrate nella recente storia della Repubblica. Non solo oggi ma anche per il futuro bisognerebbe trarre spunto dalla dolorosa esperienza del ventennio fascista qualche prezioso insegnamento che serva a difendere il Parlamento e a farlo sempre più completo e rispettato nell’avvenire. Questa pandemia deve servire anche a evitare di ricader negli stessi errori che già sono stati commessi.

Questa catastrofe potrebbe essere, alla fine, fonte di una “riflessione” libera da preconcetti. Riprendiamo i temi della centralità del Parlamento, ripercorriamo la storia con onestà intellettuale perché sono certo, ci aiuterebbe a capire come e perché i partiti potranno ancora avere una funzione decisiva nel Parlamento della Repubblica Italiana non solo per la formazione delle opinioni politiche e per il ruolo della proposta programmatica e la scelta dei candidati alle elezioni, ma anche per i valori di cui possono ancora essere portatori nei confronti di forze politiche sostanzialmente antidemocratiche ed espressione d’interessi di parte, spregiudicate negli atteggiamenti fascistoidi.

* Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, dal 2018 associato della School of Public Affairs and Administration (Spaa) presso la Reuters University di Newark (Usa), presidente dell’ Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

Renforcer l’Europe ou la condamner à l’échec

14 March 2020, Bavaria, Munich: Art student Gregory Borlein prepares his graffito with the inscription "The Corona Virus is a Wake up Call an our Chance to built a new and loving Society" on a wall in the slaughterhouse district. Photo by: Peter Kneffel/picture-alliance/dpa/AP Images

Rien ne sera plus comme avant. Mais jamais la direction du changement n’a été aussi incertaine. La crise économique provoquée par le coronavirus permettra un bond en avant dans la construction européenne, vers une meilleure intégration ; ou alors on ira dans la direction opposée, vers une désintégration de la monnaie unique, en passant par une nouvelle crise dévastatrice des dettes souveraines. Il semble qu’il ne pourra pas y avoir d’autres issues possibles. Pour le moment, il n’est pas possible de prévoir précisément ce qu’il se passera. Ce qui est sûr et certain c’est que la crise sera très grave, bien plus grave que celle de 2008 qui a déjà beaucoup pesé sur l’économie mondiale, et sur l’Italie en particulier. En Europe, il ne sera bien sûr pas possible d’affronter cette crise en mettant simplement en place des mesures exceptionnelles, tout en pensant qu’on pourra ensuite repartir en reprenant le même rythme qu’avant, les mêmes règles et les mêmes dispositifs institutionnels.

Après un premier moment d’égarement de la Présidente Christine Lagarde qui a gravement désorienté les marchés, la Banque Centrale Européenne (BCE) a rapidement déployé toute la puissance de feu dont elle dispose. Le quantitative easing, un programme d’achats de titres publics et privés sur le marché secondaire en place depuis 2015, a été renforcé : augmentation du montant total des achats, extension ultérieure de l’éligibilité à l’achat à une plus grande gamme de titres et réintégration de la Grèce qui avait été exclue du programme. En outre, d’importantes liquidités ont été accordées aux systèmes bancaires nationaux, et à des conditions très avantageuses, et les exigences en matière de fonds propres auxquelles les banques doivent se conformer pour l’octroi de prêts ont été assouplies. L’objectif est d’ouvrir le plus possible le robinet du crédit aux entreprises et aux ménages en difficulté. Dans le cadre actuel des Traités européens, la politique monétaire ne peut pas faire plus.

Contrairement à la politique monétaire, on le sait, la politique fiscale ne relève pas de la compétence de l’Union mais des États nationaux. Quelle est la part de ressources fiscales dont la Commission européenne a la gestion directe ? Seulement des miettes, 1 % du PIB européen, qu’elle gère à travers le budget de l’Union. L’essentiel de ces ressources est administré par les États nationaux, qui, lorsqu’ils définissent leurs propres politiques budgétaires, doivent cependant se conformer à un système de règles très rigide et compliqué, porté par une orthodoxie financière d’inspiration libérale : le système créé avec le Traité de Maastricht, renforcé par le Pacte de Stabilité et de Croissance (PSC) et ses prolongements.

En matière de politique fiscale aussi, face à l’urgence du coronavirus, l’Union ne peut pas faire plus. La Commission européenne a annoncé son intention, d’une part, de proposer la suspension des procédures de contrôle du respect des règles budgétaires et, d’autre part, de faciliter l’utilisation de fonds structurels et de simplifier leur réorientation vers les nouvelles exigences créées par la crise.
Au niveau européen, en terme de politique monétaire et fiscale, tous les dispositifs existant ont été mis en place. Mais cela ne suffira pas. Des problèmes de nature diverse sont imbriqués : le court et le long terme, le maintien du niveau de production actuel et les grandes questions concernant l’emploi des ressources – choisir entre une gestion à l’échelle locale, nationale ou supranationale ; entre secteur privé et public. Et le tout révèle le problème situé aux fondations de l’édifice : le caractère inadéquat du dispositif institutionnel de l’Union Européenne et de la conception politique, économique et sociale qui le soutient.

Court terme. L’abondance de liquidités et le facile octroi de crédits ne suffiront pas à préserver les niveaux de production et d’emploi. Les entreprises de nombreux secteurs subiront d’importantes pertes liées au manque de production, mais aussi aux inévitables coûts auxquels elles devront faire face. Leur accorder un crédit pour survivre, cela revient seulement à remettre l’échéance à plus tard. Le problème ne doit pas être reporté mais éliminé ; il ne s’agit pas de « manque de liquidités » mais de déséquilibre économique. Ce qui est nécessaire, c’est de donner de l’argent pas du crédit. De l’argent qui tombe du ciel. C’est comme cela qu’on a recommencé à parler d’helicopter money (voir l’interview de l’économiste Nouriel Roubini dans La Repubblica du 18 mars et l’éditorial du New York Times du 19 mars, « Give Every American $2,000 Immediately »). Mais lancer de l’argent depuis un hélicoptère, seule une banque centrale peut le faire, sinon l’argent ne viendrait pas d’un hélicoptère mais de la poche de quelqu’un. Il sera possible de le faire aux États-Unis avec la FED, mais pas en Europe avec la BCE (dans le cadre institutionnel actuel). Encore plus compliqué : le problème de l’emploi. Un problème que nous avions déjà et qui, après le coronavirus, sera encore plus sérieux. Mais pour l’emploi, même l’helicopter money pourrait ne pas être suffisant. Une puissante politique active serait nécessaire.

Court et long terme. Les traités et le statut de la BCE ne lui permettent pas de faire tomber l’argent du ciel. Elle ne peut pas non plus être prêteur en dernier ressort. Maintenant, on recommence à parler des eurobonds, une dette publique partagée au niveau européen. Mais une dette publique européenne ne pourrait exister qu’à deux conditions : la première, qu’elle soit garantie par une capacité fiscale européenne suffisante (capacité d’instituer des redevances), la deuxième, qu’elle soit défendue par une banque centrale qui puisse acheter des titres dès leur émission, seul moyen efficace pour désarmer les marchés. Ni l’une ni l’autre n’existent en Europe pour le moment. Les eurobonds en question ne seraient donc pas une dette de l’Union, mais une dette intergouvernementale. Et, dans les hypothèses considérées comme les plus facilement réalisables, ces eurobonds ne seraient même pas une dette intergouvernementale au sens propre d’un partage réel des risques entre pays concernés : ils constitueraient une dette en commun mais composée de compartiments hermétiquement séparés. En apparence une seule dette, mais à chacun la sienne.

Contingence économique et choix structurels. Le coronavirus a reposé de manière dramatique la question des biens (ou des « maux ») publics supranationaux. Les problèmes de la santé et de l’environnement qui n’ont pas de frontières. Avec des implications énormes pour tout un ensemble de politiques publiques : recherche scientifique, transports et mobilité, énergie, utilisation des sols, etc. Un bien public européen implique une dépense publique européenne. Une dépense publique européenne requiert des fonds de financement : des contributions européennes et une dette européenne (la dette serait plus que justifiée, vu qu’il s’agirait, dans une large mesure, d’une dépense d’investissement). On revient donc à la case départ.

Et encore. Le moratoire annoncé par la Commission en matière d’application des règles budgétaires est insuffisant. On nous permet de nous endetter. Mais après ? Pourrons-nous recommencer à avancer dans le même système de règles avec une dette qui pourra avoir atteint 140-145% du PIB ? Cela fait déjà longtemps que le poids des excédents primaires est loin d’être négligeable sans que l’on réussisse, toutefois, à inverser la tendance de la croissance du rapport dette/PIB. Il est impensable que l’on puisse repartir sur les mêmes bases qu’avant et en devant fournir l’effort gigantesque qu’une dette plus élevée impliquerait. Si de telles mesures nous étaient imposées, ce serait le début d’une faillite. Et une crise de la dette italienne signifierait la fin de l’euro. Le problème devrait être affronté à la racine, en supprimant, une fois pour toute, l’encours de la dette des pays les plus endettés. À l’origine des propositions (par exemple, celle de Prodi et de Quadrio Curzio de 2011-2012), l’idée était que les eurobonds puissent, au moins en partie, être aussi utilisés pour un projet de résorption de l’encours de la dette nationale. Ensuite, nombreux sont ceux qui se sont efforcés d’inventer des architectures financières complexes capables de réduire le poids de la dette héritée du passé en respectant le sacro-saint principe à la base de l’actuelle constitution européenne : l’interdiction de transfert entre États. Mais il est désormais trop tard. La conclusion est encore la même : le salut de la construction européenne ne peut passer que par un mouvement décisif vers des formes de fiscalité partagée. Autrement, ce sera la fin.

Traduction de Juliette Penn et Catherine Penn

L’articolo originale di Ernesto Longobardi è stato pubblicato su Left del 27 marzo 2020

SOMMARIO

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Orbán siamo noi

Hungarian Prime Minister Viktor Orban, center, walks out into the main press room to brief journalists during an EU summit at the European Council building in Brussels, Friday, Feb. 21, 2020. In a second day of meetings EU leaders will continue to discuss the bloc's budget to work out Europe's spending plans for the next seven years. (AP Photo/Virginia Mayo)

Orbán siamo noi. Siamo noi quando pretendiamo di avere risposte semplici a temi complessi e decidiamo di affidarci a chi grida meglio, a chi grida più forte, a chi si propone come soluzione senza parlare di soluzioni e senza proporre piani di intervento.

L’Ungheria che concede pieni poteri senza limiti temporali al suo capo dell’esecutivo siamo noi, è la fotografia dell’Europa che si sgretola ogni volta che c’è da essere forti con i forti e invece è sempre così brava a essere forte con i deboli.

Orbán è lo stesso che già nel 2012 aveva falciato la Costituzione ungherese calpestando l’autonomia del potere giudiziario e noi abbiamo fatto finta di non accorgercene. Tornavano utili i suoi voti, tornava utile il suo consenso e così la notizia è passata come una di quelle colorite notizie di politica estera mentre era già qualcosa di gravissimo.

Chi parla di libere elezioni in Ungheria non ha minimamente idea di cosa significhi da quelle parti fare opposizione, anche solo scrivere contro il governo. Orbán siamo noi quando pensiamo che i diritti degli altri siano qualcosa che possiamo permetterci di non considerare perché non intaccano i nostri. E invece noi siamo l’Europa, Orbán è l’Europa e quindi Orbán siamo un po’ anche noi.

Come scrive Nadia Urbinati: «Dalla sconfitta dei fascismi, le costituzioni servono non a incoronare il potere costituito ma a limitarlo, per garantire i diritti civili, che sono in primo luogo diritti di parola, di associazione e di movimento. Orbán con i pieni poteri ha la discrezione di limitare questi diritti – di fare obbedire in silenzio. Può, come richiede la pandemia, limitare il diritto di spostamento; ma può anche (come la pandemia non richiede) limitare il diritto di giudicare e criticare chi decide».

Orbán siamo noi quando decidiamo di disinteressarci dell’Europa e di trattare la politica estera come figurine: a gennaio di quest’anno già si era discusso dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea (che tratta proprio dei diritti minimi dei Paesi membri) e dell’incapacità del Consiglio di applicare le dovute sanzioni a Polonia e Ungheria.

E alla fine siamo arrivati qui. A dover tirare fuori tutta la voce che abbiamo, in un momento come questo, per dire che no, noi non siamo Orbán.

Buon mercoledì.