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I soldi per affrontare la crisi ci sono, ma nelle mani di pochi

Aggrappati ad un grafico, alla linea che segna il picco, alla curva. La nostra vita quotidiana legata ad un grafico.
Questa volta si tratta del grafico dei contagiati da coronavirus, dei deceduti.
Stavolta non si tratta del grafico del PIL, della curva dell’andamento della Borsa, dei Titoli, che si vogliono sempre in crescita, sempre in alto, alla ricerca di un costante picco. Ci si accorge ora che ci sono cose più importanti, basilari: la vita.
Ci accorgiamo ora come l’andamento il grafico dei contagiati non è demandato alle sole Autorità, al Governo, ai medici, agli infermieri, ma dipende anche da noi, anzi, principalmente da noi, dai nostri comportamenti, dalle nostre scelte. Ci accorgiamo che i nostri comportamenti hanno riflesso sulla collettività, sull’umanità intera, sul suo modo di vivere.
Viceversa si pensa che gli altri grafici dipendano solo dagli agenti di Borsa, dai colossi industriali e finanziari, e non anche dalle nostre scelte.
Invece anche in quel caso siamo noi che in qualche misura ne determiniamo l’andamento e l’importanza, scegliendo di vivere in questo mondo, accettando questo sistema, questo modello di sviluppo e di società basato sullo sfruttamento continuo dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
Continuiamo a pensare che le nostre scelte non influiscano. Eppure, come per il grafico dei contagiati, anche per il grafico del PIL dovremmo imparare che noi abbiamo una parte importante nel gioco.
Perché questi grafici indicano l’andamento della ricchezza prodotta (non completamente, ma per semplificare), ma niente dicono sulla distribuzione di tale ricchezza.
Perché se è direttamente vero che una curva declinante dei contagi, significa direttamente che tutti ci avviciniamo a tirare un sospiro di sollievo, che tutti ne beneficeremo, una curva sempre in salita del PIL non ci dice affatto che stiamo meglio, che siamo più ricchi, ma solo che è aumentata la ricchezza prodotta, che però rimane sempre più nelle mani di pochi.

Quello che paradossalmente c’è in abbondanza è il danaro. La ricchezza che il pianeta produce non è mai stata così alta. Questa ricchezza però non è a disposizione dell’umanità, dell’uomo che la produce, ma concentrata in poche mani: 26 persone, solo 26 persone, posseggono la ricchezza pari a quella di 3.8 miliardi di esseri umani. 26 persone eguagliano la metà del pianeta.
Siamo al paradosso, apparente, di un pianeta che produce ricchezze enormi, le più grandi mai viste, e al contempo che soffre per mancanza di acqua, salute, cibo, lavoro, in cui sono sempre maggiori le diseguaglianze, l’assenza di tutele, lo sfruttamento.
Diciamo ora, nell’emergenza drammatica dettata dal virus, che nulla sarà come prima, che avremo imparato la lezione. Ma non è così, non è affatto scontato che sia così. E non solo in ambito nazionale.
Vediamo, anche in questa emergenza, come i paesi ricchi europei (di una comunità cioè di cui facciamo parte a pieno titolo) continuano ad anteporre i propri egoistici interessi al bene collettivo, a rifiutare politiche e azioni comuni che non siano penalizzanti per i Paesi in difficoltà. È lo stesso che si fece con la Grecia: anziché aiutare un membro della famiglia europea, si posero condizioni capestro. Ora si vuole continuare. Ci si accorge ora, in certi ambienti a suo tempo ignavi, di quanto fu sbagliato accettare a suo tempo quelle scelte, che provocarono ulteriore povertà alla Grecia. Ci si accorge che la connivenza o, nel migliore dei casi, il silenzio, era ugualmente colpevole. Prima o poi siamo tutti Grecia. Ma se una comunità non è solidale, come può definirsi comunità?
Allora, nel dopo crisi, pensiamoci, perché ora siamo tutti in preda all’ansia da chiusura forzata, soffrendo davanti a televisori, con i cellulari in mano, con la play station, con il lavoro agile, lo smart working, con le lezioni telematiche, e chiediamo aiuto. Ma ricordiamolo però come abbiamo aiutato quei paesi che continuano a non avere la play station, o lo smart working, anzi che non hanno proprio gli ospedali: sempre imponendo condizioni di ricatto o sottomissione, le stesse che oggi per noi rifiutiamo.
Perché allora ci commuoviamo per le donazioni generosamente elargite (doverosamente direi) da questo o quel colosso, beandoci di queste forme di elemosina, di altruismo caritatevole, quando è, nel migliore dei casi, solo una parziale restituzione (appunto solitaria, volontaria, compassionevole) della ricchezza così mal distribuita e nella norma sottratta alla comunità.
Appare invece sempre più necessario e vitale che chi detiene queste enormi ricchezze partecipi organicamente al bene collettivo, e non questi sia lasciato alla benevolenza di “singole sensibilità”.
Bisognerà quindi, già ora e nel dopo crisi più fortemente, porre con maggior insistenza il tema dell’introduzione di una patrimoniale sui grandi capitali e di una riforma fiscale con caratteri più marcatamente progressivi (altro che flat tax). Idee non nuove ma sempre spacciate dai detrattori come dettate da invidia sociale di vetero-comunisti.
Intendiamoci, non si tratta di volontà “punitiva”, ma la sottolineatura della necessità di una distribuzione più equa delle risorse, in termini di denaro, di occupazione, di condizioni di lavoro, e di restituzione di spazi di vita, quelli che oggi ci accorgiamo siano fondamentali nel vivere quotidiano, nell’esistenza dell’uomo.
Da più parti, ad esempio, si grida alle scarse risorse messe in campo per affrontare la crisi economica e sociale dovute al virus. E certamente bisognerà fare di più e di meglio (pur considerando che l’Italia sta affrontando per prima al mondo, senza alcuna esperienza pregressa, una crisi imprevista, e che fa la parte da un lato di cavia e dell’altro di apripista, dovendosi inventare, da sola, strumenti e misure, non avendo alcun modello di riferimento, ma dovendolo in qualche modo inventarselo).
Ma la distribuzione diseguale della ricchezza (e con essa l’evasione e l’elusione fiscale), non è la causa prima della scarsità di risorse per gli Stati? Tassare chi ha di più per tassare chi ha di meno, non sarebbe una conseguenza logica?
E allora, sarà importante capire, quando si ripartirà, come si vorrà affrontare l’inevitabile crisi economica, con quali visioni, quali progetti? Mungendo i soliti noti o finalmente prendendo il denaro dove c’è? Come si finanzierà la Sanità Pubblica, che ora si scopre Cenerentola? E l’Istruzione, e i servizi, ecc? Mettere mano, quindi, alla fiscalità, introdurre una Patrimoniale, e farlo immaginando un nuovo e diverso modello di sviluppo, da centrare non più sullo sfruttamento dell’uomo e della terra.
Ecco quindi che non basta guardare ai grafici, ma in qualche modo si deve provare a cambiarli e soprattutto ad inventarne di nuovi.

Fittante Lionello
Cofondatore associazione politico-culturale #perimolti.
Aderente Movimento Politico èViva

Facciamo il punto sulla strategia sanitaria contro il coronavirus

Foto Marco Alpozzi/LaPresse 29 Marzo 2020 Verduno, Italia Cronaca Emergenza COVID-19 (Coronavirus) in Piemonte - L'ospedale di Verduno diventa operativo come Covid hospital, Con 50 posti letto e 7 di terapia intensiva Nella foto: due infermieri si preparano con i DPI Photo Marco Alpozzi/LaPresse March 29, 2020 Verduno, Italy News COVID-19 (Coronavirus) emergency in Piedmont - Verduno hospital becomes operational as Covid hospital, whit intensive care bed and 50 beds In the pic: two nurses prepare with PPE

La querelle dei tamponi, strettamente collegata ad altre complesse dinamiche, sta creando grande confusione e si moltiplicano interpretazioni e proposte a volte fantasiose. Per trovare il bandolo di questa intricata matassa servono alcune precisazioni.
I tamponi misurano la presenza/assenza del virus e quindi se è in corso un’infezione oppure no; a guarigione stabilizzata il virus scompare ed il test è negativo. I test rapidi di cui ora molto si parla non sono equivalenti e danno altre informazioni perché misurano la presenza eventuale di anticorpi ovvero se la persona è stata, anche inconsapevolmente, infettata ed è poi guarita. Ce ne sono circa 200 ma nessuno, come informa l’Iss, è validato ufficialmente per la diagnosi di infezione in corso; per la quale l’unico validato resta il tampone. Un problema interpretativo è che non sappiamo ancora quanto dura la presenza degli anticorpi nell’organismo, e quindi se l’immunità è permanente o temporanea.
Sull’uso dei tamponi l’Italia si è adeguata alle varie direttive dell’Oms, col senno di poi forse all’inizio un po’ troppo restrittive.

In realtà non sono i tamponi a mancare (i bastoncini per prelevare il muco su cui c’è il virus) ma gli indispensabili reagenti; il test ha un tempo tecnico di esecuzione, per ora non comprimibile, di 4-5 ore e questo è un serio limite al numero giornaliero di esami che è possibile eseguire. Si possono fare solo in pochi laboratori con altissimi livelli di sicurezza (per questo sono esclusi i comuni laboratori privati). Il risultato di tutti i tamponi effettuati serve anche ad avere un quadro più preciso dell’andamento e dell’estensione dell’epidemia. L’attendibilità di queste informazioni ed in particolare il numero dei positivi dipende però moltissimo dal numero di tamponi effettuati e dalla tipologia di persone cui vengono fatti (se mirati o, come a volte accade, un po’ a casaccio).

Dall’inizio della pandemia ne sono stati fatti circa 500mila per cui è impensabile chiedere di farli a tappeto a tutti i 60 milioni di italiani. La tanto nominata Corea del sud li ha fatti solo ad una popolazione molto selezionata di persone e finalizzati a rintracciare le persone infettate dai casi positivi. A peggiorare la situazione italiana c’è il fatto che, pur in presenza di precise indicazioni nazionali (ministero della Salute e Istituto superiore di sanità), ogni regione, di fatto e come al solito, fa come gli pare (vedi il diverso approccio e i diversi risultati di Veneto e Lombardia). Conseguenza di questa grave stortura è che la qualità di alcuni dati potrebbe non essere uniforme e portare alla sottostima di alcuni elementi e alla mappatura meno precisa del progredire dell’epidemia. Conseguenze concrete di un modo aberrante e opportunista di concepire le autonomie regionali.

Da un punto di vista generale la lotta al virus è strutturata su due livelli; uno ospedaliero con tre gradi di intensità di cure (intensivo, sub intensivo e normale) ed uno territoriale con pazienti di minore gravità suddivisi in asintomatici e sintomatici isolati a casa loro e monitorati 1-2 volte al giorno dal medico di base e dai servizi territoriali. Meglio e più opportuno sarebbe, per ridurre il rischio di contagio ai conviventi e perpetuare la diffusione, raggruppare i positivi in idonee strutture alberghiere facilitando in tal modo anche il controllo sanitario. Gli ospedalizzati hanno tutti il tampone positivo; la stessa cosa non si può dire per una parte forse considerevole di pazienti che stanno a casa e che, pur avendo sintomi, non sono riusciti a fare il tampone. Sembrerebbe accertato che questi pazienti, soprattutto nella bergamasca, non siano affatto pochi, difficilmente riescano a ricoverarsi ed abbiano una mortalità elevata; per di più, non avendo fatto il tampone, non compaiono nei numeri ufficiali. Volendo sono però in parte tracciabili attraverso il registro di morte delle anagrafi comunali; una questione necessariamente da risolvere. Perché non abbiano fatto i tamponi bisogna chiederlo alla regione. Molti pazienti sono potenzialmente instabili e potrebbero avere improvvisa necessità di un rapido ricovero in ospedale. Al fine di ridurre l’insorgenza delle complicanze e quindi il ricorso alle TI è fondamentale, ai primi segni di instabilità, un trattamento precoce e aggressivo a domicilio eventualmente anche con farmaci ospedalieri.

L’ospedale è il terminale ultimo di tutto quello che di positivo e negativo accade nel territorio; focalizzarsi e rincorrere solo posti letto e respiratori abbandonando a se stesso il territorio è una strategia non vincente. Indispensabile invece associare all’immenso lavoro degli ospedali una forte, coordinata e capillare attività di filtro e di contenimento del territorio. Un territorio, delicato e nevralgico punto di incontro tra bisogni di salute e sociali, che è da sempre la Cenerentola abbandonata di quasi tutte le sanità regionali e caratterizzato, anche organizzativamente, da una grandissima variabilità tra le regioni in termini di qualità, sicurezza ed efficacia delle sue attività.

I tamponi sono fondamentali anche per gestire una delle armi più efficaci per frenare la diffusione del virus: la Sorveglianza epidemica attiva. Trattasi della ricerca a ritroso, partendo da ogni paziente sintomatico, di tutte le persone con cui questo ha avuto contatti per sottoporle a tampone e, se positive, isolarle; è questo un uso corretto, estensivo e mirato dei tamponi. In Cina per la sorveglianza attiva sono state utilizzate da subito 1800 squadre appositamente formate e supportate dal tracciamento della popolazione con i cellulari; lo stesso in Corea. In Italia le regioni stanno muovendosi in ordine sparso e si spera con sufficiente determinazione e celerità.

Un discorso a parte sono i tamponi al personale sanitario ed a quello professionalmente esposto (forse dell’ordine e tutti coloro a contatto con la popolazione). I sanitari stanno pagando un prezzo esorbitante non solo in termini di infezioni (più di 6000) ma anche di morti (oltre 50 medici). Errore madornale, oltre che eticamente vergognoso, la scelta di lesinare e negare tamponi e materiali di protezione a chi deve curare i pazienti riducendo loro anche la possibilità di farlo. Più protezioni, di questi tempi, significa il miglior ringraziamento e meno ipocrisie.

Tampone a tutti? No. Tampone solo quando serve. Una cosa certa è che questa particolare guerra si vincerà solo con un corretto e estensivo utilizzo delle attività sanitarie sul territorio e con i comportamenti responsabili di tutti. I mille eroismi quotidiani degli ospedali da soli è ormai evidente che non possono farcela senza una forte riduzione dell’afflusso di pazienti gravi. Evitare in ogni modo situazioni di contagio e tracciare capillarmente tutti i contatti dei positivi per isolarli; è questa la strategia vincente in una epidemia; curare bene tutti è una necessaria attività parallela che non può sostituire le altre. La situazione è evoluta ed è giunto il momento di ricalibrare alcune attività perché la battaglia che sta già cambiando le nostre vite sarà dura e lunga.

Con la scusa del virus, Orbán si prende i pieni poteri per sempre

Ermächtigungsgesetz, “legge abilitante”, è il nome del decreto che il 24 marzo 1933 il Partito Nazionalsocialista dei lavoratori fece approvare dal Parlamento tedesco, il Reichstag, per dichiarare lo stato di emergenza nel Paese e accentrare così ogni potere nelle mani del governo, del cancelliere in particolare, che dal 30 gennaio di quello stesso anno, meno di due mesi prima, si chiamava Adolf Hitler.

Ecco, Viktor Orbán, dal 2010 primo ministro ungherese, poteva decisamente scegliere un nome più felice per la legge eccezionale che si appresta a far approvare al Parlamento, per poi esautorarlo. “Legge abilitante” dunque, giustificata dall’uomo forte di Budapest dalla necessità di rispondere prontamente all’emergenza coronavirus. Pieni poteri di governance mediante decreto senza un limite di tempo specificato.

Il premier, che ha molti ammiratori alle nostre latitudini fra i leader sovranisti che fino ad agosto scorso facevano parte della maggioranza parlamentare, potrà sospendere l’applicazione delle leggi esistenti, discostarsi dalle norme in corso e attuare misure straordinarie aggiuntive. Nessuna altra specifica: in sostanza qualsiasi legge può essere sospesa o annullata finché l’emergenza prosegue. Il governo è chiamato a fornire informazioni sul proprio operato ai capigruppo, ma il Parlamento non può agire per contrastare le misure prese dall’esecutivo.

Del resto Orbán è nato a Székesfehérvár, nota come “la città dei re” perché vi avevano luogo le incoronazioni dei sovrani ungheresi. E come un monarca potrà ora governare, senza nemmeno la parvenza democratica offerta fino ad oggi da un Parlamento per due terzi nelle mani di Fidesz. Un rantolo di opposizione resisteva, e ora viene spazzata via dallo stato di urgenza. È dunque un assegno in bianco quello che l’Assemblea nazionale ha votato ieri 30 marzo. E all’incasso passerà Orbán.

Proprio l’assenza di una data di termine dell’emergenza è uno dei punti che allarma maggiormente molti osservatori internazionali, e quattro Ong che operano nella nazione magiara (fra queste Amnesty e l’Hungarian Helsinki committee) e che hanno prodotto un lungo e articolato documento di profonda critica al testo. «Gli ultimi 10 anni hanno fornito molte prove del fatto che il governo ungherese sfrutta e abusa delle opportunità per indebolire le istituzioni che fungono da controllo del suo potere (crisi migratoria docet), ogni volta che ha la possibilità di farlo», ha affermato il think tank politico con sede a Budapest. «Situazioni legali straordinarie sono molto facili da introdurre, ma è molto più difficile tornare alla situazione pregressa».

La nuova legge crea inoltre due nuove tipologie di crimini. Chiunque pubblicizzi fatti falsi o distorti che interferiscono con la protezione dell’opinione pubblica può essere punito con la reclusione fino a cinque anni. L’assenza di specifiche chiare lascia ampio margine di intendimento della norma e induce le organizzazioni non governative a evidenziare la volontà di applicare un ulteriore bavaglio a una stampa già assoggettata in larga parte. E chiunque violi le misure di coprifuoco in atto può esser punito con il carcere da cinque o otto anni.

Intanto dai primi di marzo nessuno entra nel Paese. Il provvedimento è motivato con la necessità di bloccare l’ingresso del virus; le frontiere già blindate sono state definitivamente sigillate. Nessuna parola è stata spesa sul fronte degli incentivi fiscali per sostenere un’economia che avrà bisogno di grandi aiuti una volta terminata l’emergenza, mentre si ha avuto invece notizia di un ampio ricorso al richiamo di militari riservisti per pattugliare le strade in questo periodo. La disastrata sanità è attesa a una prova cui non è in grado di far fronte. Da qui le critiche già ricevute per il numero di contagi ufficiali, che pare eccezionalmente bassa. Ma se il virus non lo si cerca…

In Italia la legge n. 225 del 1992 e le sue successive modifiche hanno introdotto un orizzonte temporale di 90 giorni per lo stato di emergenza, rinnovabile una sola volta. Sei mesi in totale dunque, da qui la data del 31 luglio quale scadenza prevista indicata dal premier Giuseppe Conte, a sei mesi dal 31 gennaio, data della proclamazione, all’emergere dei primi casi di Covid-19 fra i nostri confini. Abbiamo una Costituzione che ci tutela. Ma ce l’hanno anche gli ungheresi. Eppure.

Nella favola di Esopo le rane, che vivevano libere nelle paludi, chiesero a Zeus di frenare i loro costumi inviando un re che facesse un po’ d’ordine. Il padre degli Dei gettò un pezzo di legno nella palude: Le rane spaventate per il rumore si nascosero a lungo, ma capito nel tempo come il legno fosse immobile, uscirono e presero fin a insultarlo e molestarlo, tornando infine da Zeus per chiedere un sovrano meno inutile. Questi gettò dunque una biscia d’acqua che le morse e uccise a una a una. Se è vero che la favola insegna che è meglio un governo immobile a uno autoritario, in fondo mostra anche che bisogna prestare molta bene attenzione a cosa si chiede.

Il mostro in casa, in quarantena

Foto Alfredo Falcone/LaPresse 18 Marzo 2020 Roma, Italia cronaca Emergenza COVID-19 (Coronavirus) a Roma. Nella foto: una panchina con una scritta Photo Alfredo Falcone/LaPresse March 18, 2020 Rome, Italy News COVID-19 (Coronavirus) emergency a Rome. In the pic:a bench with an inscription

Dice Telefono Rosa che «nelle prime due settimane di marzo le telefonate, rispetto a quelle dello stesso periodo dell’anno scorso, sono diminuite del 55,1%: da 1.104 sono passate a 496, di queste le vittime di violenza che hanno chiamato il telefono dedicato sono state 101 con una diminuzione del 47,7%, e che sono praticamente crollate le telefonate di vittime di stalking».

«È altamente probabile che il livello della già diffusa violenza domestica aumenti, come già suggerito da indicazioni preliminari di polizia e operatori». L’ha detto la relatrice per la violenza contro le donne delle Nazioni Unite, Dubravka Simonovic. «Per fin troppe donne e bambini la casa può essere un luogo di paura e abuso. Una situazione che si aggrava considerabilmente in casi di isolamento come il lockdown imposto nell’emergenza Covid-19», aggiungendo che teme l’aumento di femminicidi potrebbe essere una delle conseguenze del coronavirus.

Ci sono donne che hanno un mostro in casa (del resto l’assassino in questi casi ha spesso le chiavi di casa nonostante la propaganda malata di qualche politico) e che ora sono costrette a conviverci tutto il giorno. Per loro uscire a buttare la spazzatura o andare a fare la spesa può essere l’occasione di denunciare senza subire il controllo e le ire del mostro: il numero 1522 è sempre attivo e sempre raggiungibile.

C’è anche un’app, YouPol, che può aiutare a denunciare senza essere ascoltate e controllate. Se ci pensate una malattia che vi costringe a convivere con un mostro è una pandemia che uccide senza bisogno di virus. Se ci pensate anche in questo caso sono i più fragili a rischiare di spezzarsi. E sarà una deformazione mia ma i fragili sono quelli che rischiano di non essere raccontati quando prende piede la retorica.

Buon martedì.

Questo virus non è “democratico” per niente

A homeless walks in the Milan's "Greco" train station, Tuesday, March 23, 2020. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some it can cause more severe illness. (AP Photo/Antonio Calanni)

La gravissima crisi sanitaria legata alla diffusione del Covid-19 (o Sars-CoV-2) che ci tiene, giustamente, tutti a casa è l’occasione per iniziare alcune riflessioni.
In questo momento siamo tutti chiamati alla massima solidarietà e al massimo impegno collettivo per il bene comune. Impegno che si può concretizzare “semplicemente” nel ridurre al minimo il possibile contributo individuale alla diffusione dell’epidemia. Semplicemente restando a casa e adottando tutti gli accorgimenti necessari a eliminare le possibilità di contagio. Per questo, e per altri motivi, non ultimo la possibilità di ammalarsi per chiunque a prescindere dal suo ceto sociale, si è detto che il Covid-19 è un “virus democratico”. Ma alcune domande sorgono spontanee: Quali sono state le cause scatenanti? E le conseguenze quali saranno? Chi pagherà le conseguenze sociali ed economiche? E, superata questa crisi, potremo stare tranquilli o ne avremo una prossima da affrontare? Possiamo considerare la malattia veramente neutrale e “democratica”?

La risposta a queste domande richiede una breve analisi dei seguenti punti: cause del contagio iniziale, conseguenze sull’economia e capacità di aumentare la resilienza del nostro modello di vita.
Senza la pretesa di essere esaustivi proviamo a vedere alcuni aspetti chiave dei diversi punti.
Secondo moltissimi esperti la distruzione della biodiversità, la promiscuità, l’avanzare dell’urbanizzazione e la globalizzazione potenziano a livelli fin qui inediti un meccanismo ben noto, ovvero quello del salto di specie (“spillover”) da specie selvatiche a uomo di nuovi virus. Come ci ricorda Greenpeace è anche probabile che l’inquinamento dell’aria possa agire tanto come vettore dell’infezione (in particolare il particolato fine) quanto come fattore peggiorativo (per l’indebolimento delle difese immunitarie) dell’impatto sanitario della pandemia in corso. Uno studio sulla correlazione tra indicatore d’inquinamento dell’aria e mortalità da Sars-CoV-1 in Cina (2002-2003) mostrava come il rischio di mortalità era amplificato – circa doppio – nelle aree a più alto inquinamento rispetto a quelle con qualità dell’aria migliore.

Certamente queste tesi andranno consolidate da ulteriori studi e indagini ma è certo che disturbi al sistema respiratorio e cardiocircolatorio sono associati all’esposizione cronica ad elevati livelli di inquinamento dell’aria. Dunque, pur in attesa di “prove” che confermino la correlazione dell’impatto della pandemia con la (pessima) qualità dell’aria, cosa comunque rilevata nel caso cinese sopra citato, è però possibile affermare con certezza che la popolazione in pianura padana è più di altre cronicamente esposta a elevati livelli d’inquinamento dell’aria e dunque alle conseguenze che ne derivano. E che, quindi, questo può essere uno dei co-fattori che plausibilmente aggravano la severità dell’impatto di una pandemia da nuovi virus che attaccano in profondità l’apparato respiratorio come quella odierna.

Quindi in prima battuta possiamo pensare che le cause dell’insorgere di nuovi virus che periodicamente (ricordiamo Ebola, Sars-CoV-1 e Zika, ma pure influenza A-H1N1 cosiddetta suina e Mers-CoV) “infettano” il mondo e soprattutto la gravità delle conseguenze sanitarie e sociali sulla popolazione sono di origine antropica. E sappiamo bene che è il sistema economico capitalistico che ha definito il modello sociale che sta portando alla distruzione delle biodiversità. Da questo punto di vista la lotta contro i cambiamenti climatici del movimento dei FridaysForFuture di Greta Thunberg è essenziale anche per prevenire le future, molto probabili, crisi sanitarie legate all’insorgere di sempre più numerosi nuovi virus. Senza dimenticare che la crisi ambientale che ci aspetta avrà conseguenze anche peggiori di quella sanitaria, solo che la percezione del pericolo è meno immediata e meno personale: quando un problema è di tutti tendiamo a non considerarlo nostro ma di qualcun altro. Finché le conseguenze non andranno a coinvolgerci personalmente, nei nostri affetti o beni.

Le conseguenze di questa crisi (ma anche di quelle future) sono di fronte agli occhi di tutti: in poche parole siamo di fronte a uno stravolgimento completo delle nostre abitudini di vita, delle consuetudini relazionali e del modello economico cui siamo abituati. Senza entrare nel dettaglio degli aspetti psicologici e dell’indiscutibile riduzione degli stessi diritti costituzionali risulta evidente che anche in questa crisi la diseguaglianza è forte: basta pensare alle conseguenze per i lavoratori precari che o perdono il lavoro, come i camerieri di alberghi/ristoranti, o sono costretti a turni di lavoro massacranti senza sicurezza come i rider, rispetto ai più tutelati lavoratori dipendenti. Forti sono i rischi che corrono alcuni lavoratori e non solo nella sanità ma anche tutti i lavoratori che sono costretti a interagire con molte persone come i cassieri. E le vittime sono per la maggior parte i soggetti più fragili. Senza arrivare al caso limite del calciatore Higuain che affitta un aereo privato per fuggire dall’Italia, è evidente che il “tutti a casa” è ben diverso per chi vive in un appartamento di 50mq in un grande condominio e chi vive in una villa con un grande parco privato.

Ancora una volta è chiaro che le diseguaglianze vanno ridotte (o meglio eliminate) e che il concetto di bene comune va esteso. Ad esempio l’auspicabilissimo vaccino per il Covid-19 sarà un bene comune, cioè pubblico, o sarà un brevetto di qualche causa farmaceutica fonte di enormi guadagni per pochi privati? E in Italia si invertirà la privatizzazione del sistema sanitario pubblico a cui sono stati tagliati 37 miliardi di euro dal 2010 al 2019? E si è finalmente capito che l’autonomia differenziata (o meglio la “secessione dei ricchi”) oltre a generare confusione istituzionale con provvedimenti diversi tra stato e regioni crea solo ulteriori diseguaglianze e cittadini con più diritti di altri? In Usa ci si renderà finalmente conto che la salute è un bene primario e fondamentale della persona che non può essere gestito con assicurazioni private che escludono la parte più povera della popolazione? E non parliamo delle condizioni sanitarie delle popolazioni africane e dei Paesi più poveri del mondo. In poche parole: la politica saprà invertire la tendenza e cominciare a trasferire risorse dai pochi che detengono la maggior parte delle ricchezze del mondo alla maggioranza della popolazione?

Ci chiedevamo chi pagherà le conseguenze sociali ed economiche della crisi sanitaria. Pare evidente che, allo stato attuale, saranno sempre gli stessi di sempre: la parte più povera. Ed è chiaro che anche questa volta la crisi verrà superata e ci sarà la “ripresa economica” come è sempre capitato nelle crisi precedenti. Ed è fortissimo il rischio che anche questa volta si verificherà un’ulteriore concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e un aumento delle diseguaglianze.
Fino al prossimo virus e alla prossima crisi. Inevitabile perché l’attuale modello sociale ed economico ne è quantomeno corresponsabile.

Quindi il Covid-19 non è democratico e tantomeno neutrale. Bensì mette in evidenza le ingiustizie e le diseguaglianze e rischia di aggravarle. Come ha detto Naomi Klein rappresenta una crisi su larga scala che probabilmente permetterà di far passare politiche che sistematicamente aumentano le disuguaglianze, arricchiscono le élite e tagliano fuori chiunque altro. Ma ci offre anche un’occasione: ribaltare questo assunto e iniziare un processo di modifica del modello sociale ed economico che risolva i problemi ambientali, elimini le diseguaglianze e i privilegi e favorisca invece il bene pubblico, la salute collettiva, il benessere sociale e non il profitto.

Su questo i vari partiti del centrosinistra, Pd, LeU etc. etc., sono chiamati a una forte autocritica rispetto alle politiche perseguite in passato e a un cambio radicale delle loro proposte, sia a livello italiano che europeo, lottando per un Green New Deal che porti ad una vera giustizia ambientale congiunta con la giustizia sociale e non solo ad una “riverniciatura di verde” (greenwashing) del capitalismo. Altrimenti ci troveremo ad affrontare tra poco altre crisi sanitarie e climatiche e altre diseguaglianze.

Guido Marinelli, comitato nazionale èViva, cofondatore associazione PerIMolti

Che fine faranno quei migranti rinchiusi nei Cpr e a rischio contagio?

© Marco Merlini / LaPresse 07-04-2008 Roma Politica Gianfranco Fini visita a Roma il Centro di permanenza temporaneo di Ponte Galeria Nella foto gli immigrati irregolari all'interno del cpt

Circa 450 persone in Italia, alcune migliaia in Europa. Cosa conta la loro vita in tempi di Covid-19, quando, se parliamo in termini numerici, si fronteggia una delle peggiori catastrofi del secolo? Si tratta dei rinchiusi, pardon degli “ospiti” nei Cpr o degli altri acronimi con cui vengono indicati i centri di detenzione per migranti destinati al rimpatrio in Unione europea, quelli e quelle per cui non si prospetta altro futuro che il rimpatrio o l’eterna condizione di irregolarità, una condizione di limbo giuridico poco contemplata dal diritto. Raccontare di una punta di iceberg può essere utile, quando tutto questo sarà passato, per imparare a non dimenticare nessuno, a non dividere più il mondo fra persone da salvare e altri da lasciare andare.

Alle prefetture competenti degli 8 Centri permanenti per il rimpatrio è giunta con data 26 marzo una circolare del ministero dell’Interno, recante come oggetto “Interventi di prevenzione della diffusione del virus Covid-19 nell’ambito dei centri di permanenza per il rimpatrio”. Questo in sintesi il testo: «Al riguardo, nel richiamare le linee d’intervento già indicate nelle precedenti circolari, anche riferite ai centri di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, si sottolinea il particolare rilievo delle seguenti misure. Innanzitutto, si evidenzia l’importanza di effettuare nei confronti delle persone trattenute un costante monitoraggio delle condizioni di salute di ciascuno, al fine di individuare tempestivamente eventuali sintomatologie da Covid-19 e, nei casi sospetti, interessare le competenti autorità sanitarie per gli accertamenti del caso. È altresì necessario assicurare ai trattenuti una idonea dotazione di materiale per la cura dell’igiene ed impartita un’attenta informazione sugli accorgimenti da adottare per prevenire il contagio del virus, garantendo la massima cura dei servizi di pulizia di tutti gli ambienti, sia di alloggio che di servizio. Nell’eventualità di nuovi ingressi, si rileva l’importanza di verificare se, come previsto dal vigente regolamento unico recante criteri per l’organizzazione dei Cpr, è stata effettuata la visita medica preliminare e se è stata esclusa la sussistenza di sintomatologie da Covid-19. In ogni caso, compatibilmente con le attuali disponibilità di posti, è opportuno collocare i soggetti in alloggi separati per un periodo di almeno 14 giorni; Come già segnalato alle SS. LL. con nota del 10 marzo u.s. n. 5897, tutti i colloqui con soggetti esterni dovranno avvenire mantenendo una distanza di almeno 2 metri e, ove possibile, prima dell’ingresso i visitatori dovranno essere sottoposti al rilevamento della temperatura corporea. […] affinché, fermo restando il divieto di detenere negli alloggi i telefoni cellulari, le persone trattenute possano mantenere contatti telefonici con i congiunti che, in relazione ai vigenti divieti di circolazione, non possono raggiungere la struttura di trattenimento. Si rammenta altresì, come già evidenziato con la circolare del 18 marzo u.s., che ai maggiori oneri dovuti all’incremento dell’erogazione dei servizi di accoglienza si potrà provvedere con la stipula di appositi atti aggiuntivi alle convenzioni attualmente in corso».

In sintesi tutto continua e per molto tempo sarà anche impossibile effettuare rimpatri. Si fermano persone in strada e li si porta nei centri, incrementando il rischio di contagio e si risponde o con misure di isolamento dei “nuovi arrivati” o con la garanzia di migliori controlli sanitari che di fatto nei centri (di accoglienza o per i rimpatri) non sono mai avvenuti. Si consente il contatto con esterni – e questo evita certamente l’aumento delle tensioni – ma si conferma il divieto di utilizzare telefoni cellulari verso persone considerate “ospiti”. La sindaca di Gradisca D’Isonzo, in provincia di Gorizia dove a dicembre ha riaperto un Cpr con accanto un Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo)  il 29 marzo ha denunciato il fatto che nelle due strutture ci siano attualmente 180 persone, molte giunte in questi giorni, e dove è materialmente impossibile adottare le misure richieste dal Viminale. La sindaca, Linda Tomasinsig, da tempo ha chiesto la chiusura del Cpr. E non si tratta di una posizione ideologica. Da Bruxelles, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović, con una raccomandazione ha chiesto espressamente ai governi europei di svuotare i centri di detenzione e di predisporre soluzioni alloggiative alternative, per rispettare la dignità e la sicurezza sanitaria degli stranieri coinvolti.

«Liberate i migranti dai Centri di detenzione o il Covid si diffonderà come un incendio», ha detto John Sandweg, ex direttore di un Centro statunitense di detenzione amministrativa per migranti, come ha ricordato Mauro Palma, Garante nazionale per i diritti delle persone detenute, intervenendo sullo stesso argomento per sollecitare l’Italia a seguire l’esempio di altri Paesi dell’Ue che stanno già procedendo in questa direzione. «Di fronte alla pandemia globale di Covid-19, molti Stati membri hanno dovuto sospendere i rimpatri forzati di persone non più autorizzate a rimanere nei loro territori, compresi i cosiddetti ritorni di Dublino, e non è chiaro quando questi possano essere ripresi. – recita la raccomandazione – In base alla legge sui diritti umani, la detenzione per immigrazione ai fini di tali rimpatri può essere lecita solo se è fattibile che il rimpatrio possa effettivamente aver luogo. Questa prospettiva non è chiaramente in vista in molti casi al momento. Inoltre, le strutture di detenzione per immigrati offrono generalmente scarse opportunità di allontanamento sociale e altre misure di protezione contro l’infezione da Covid-19 per i migranti e il personale. Sono stati segnalati rilasci in diversi Stati membri, tra cui Belgio, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito, con quest’ultimo che ha appena annunciato un riesame della situazione di tutti coloro che si trovano in detenzione per immigrazione. È ora importante che questo processo continui e che altri Stati membri seguano l’esempio. Il rilascio dei più vulnerabili dovrebbe essere prioritario. Dal momento che la detenzione per immigrazione di minori, non accompagnati o con le loro famiglie, non è mai nel loro interesse, dovrebbero essere rilasciati immediatamente. Le autorità degli Stati membri dovrebbero inoltre astenersi dal dare nuovi ordini di trattenimento a persone che è improbabile che vengano rimosse nel prossimo futuro».

E se a Barcellona si decide immediatamente di chiudere i centri di detenzione, l’Italia sembra ignorare questa raccomandazione. Primi contagi si sono registrati a Gradisca d’Isonzo, testimonianze molto dure sono giunte attraverso i contatti della “Rete No CPR, No Frontiere FVG” che stanno seguendo le forme di protesta in atto nel centro, dove in molti hanno praticato lo sciopero della fame. In contemporanea si è smesso di accettare il cibo nel Cpr di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza. I detenuti hanno mantenuto il contatto con gli attivisti della Campagna LasciateCIEntrare. Il 23 marzo i 40 trattenuti comunicavano di essere entrati in sciopero della fame dicendo di essere in ansia per la propria salute e timorosi di contrarre il virus e di non riuscire a contattare le famiglie.  «Non ci sono assistenti sociali. Non sappiamo quanto tempo resteremo e cosa ci succederà. Loro, staff e polizia, entrano tre, quattro volte al giorno nelle nostre aree. E se ci portano dentro il virus?», chiedono le persone che denunciano come sia assente qualsiasi dispositivo di garanzia. «Non ci sono precauzioni per noi. Stiamo qui. Alcuni anche da più di sei mesi». E dichiarano che alcuni non dovrebbero poter essere reclusi, perché malati anche con problemi psichiatrici. Nessuno dei dispositivi annunciati dal Viminale sembra neanche essere stato attuato per evitare contagi.

Notizie simili giungono da Ponte Galeria a Roma: «Sono chiusi in stanze da otto persone. A nessuno di loro è stata data una mascherina o i guanti protettivi. Impossibile anche solo pensare di mantenere la distanza di sicurezza negli spazi comuni o nella mensa. E gli operatori sociali e le forze dell’ordine attorno a loro sono nelle stesse identiche condizioni”. Così si sfoga Carla Livia Trifan, 22 anni, romana, operatrice sociosanitaria in attesa di occupazione, che ha contattato LasciateCIEntrare in seguito all’appello per una sanatoria dei migranti irregolari di cui abbiamo già scritto. «Tenerli in queste condizioni non ha nessun senso e rischia solo di far espandere ancora di più il contagio. O li liberano tutti o li sistemano in un posto sicuro». Carla racconta che a Ponte Galeria ci sono attualmente 40 donne e 75 uomini, compreso il suo fidanzato. «Lo hanno fermato il 3 marzo – racconta -. Appena l’ho saputo ho chiamato la polizia per chiedere spiegazioni. Lui è nato in Tunisia ma vive in Italia sin da quanto aveva 14 anni. Ora ne ha 26 ma non è ancora riuscito ad ottenere la cittadinanza italiana. La polizia mi ha detto di stare tranquilla, che era solo un controllo, ma intanto lo avevano già portato al centro». Ma per queste 450 persone complessivamente trattenute negli 8 Cpr in funzione, la frase “ce lo chiede l’Europa” non vale?

Il diritto di piangere

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 28 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, la solitudine è una delle conseguenze del coronavirus Nella Foto: un uomo alla finestra con una mascherina Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 27, 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency , loneliness is one one the collateral effect of coronavirus epidemic In the pic : a men at the window with a sanitary mask

A me devo dire che mette sempre paura il contegno. Mi spaventa soprattutto il contegno quando diventa la barriera per inscenare forza e equilibrio e ogni tanto mi capita di guardarmi intorno e vederli tutti lì, tutti compiti, che penso sempre di essere sbagliato io, di avere probabilmente qualche pezzo che mi manca o che non mi funziona e poi quasi sempre mi rassereno pensando che alla fine se li osservi bene, quelli lì, hanno qualche buco da cui si intravede che stanno male anche loro.

Sono gli stessi che in questi giorni si svegliano con la sensazione di non essersi mica svegliati perché ieri in fondo è come oggi ed è come domani. Sono giorni che sono perline infilate in un filo di cui non si vede la fine e vorrebbero dirci e farci dire guarda com’è bella questa collanina e invece appena cedi un po’ diventa un cappio. Sono quelli si programmano la giornata imparando da quelli che di lavoro ci insegnano a come programmare le giornate e invece si incagliano nella prima piastrella come se la solitudine diventasse un mastice impossibile da levare.

Sono quelli che pranzano e cenano soli, che si sentono in colpa per non sollevarsi guardando le cose che invece dovrebbero sollevare (c’è scritto dappertutto, “sollevatevi!”, “fate così!”) e chissà forse pensano di essere sbagliati loro. Oppure sono quelli che non dormono, dormono male, si strascicano dal divano alla cucina.

L’ansia, la paura e la disperanza invece avrebbero il diritto di essere raccontate. E forse anche raccontarle in questi tempi di virus potrebbe fare bene, piuttosto che essere tacciati di spargimento di pessimismo. Perché accade, sì: accade che in questi giorni siamo presi da una morsa che si arrotola come edera dalla punta dei piedi fino alla punta del naso e ci rende tutti ferocemente fragili. Ed è un’impresa anche questa: restare potabili in una situazione che non ha nemmeno gli ingredienti base per impastare un po’ di speranza.

E allora rivendichiamo il diritto di piangere. Sarebbe da piangere sui balconi, per riconoscersi uguali. E io ci trovo tanto ottimismo, invece, e umanità, in una cosa così.

Buon lunedì.

Reddito di resistenza fino a settembre

A newspaper seller stands by his kiosk at Piazza Bainsizza on March 23, 2020 in Rome, during the COVID-19 new coronavirus pandemic. (Photo by Tiziana FABI / AFP) (Photo by TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Gli effetti devastanti della più grave epidemia dal secondo dopoguerra riguardano sia la salute pubblica, sia l’economia. Degli aspetti sanitari si parla, comprensibilmente, da quasi due mesi, mentre solo di recente sono state sviluppate riflessioni sulle ripercussioni economiche e occupazionali della diffusione della crisi.
Gli oltre 5mila deceduti per complicazioni connesse alla malattia Covid-19 costituiscono una tragedia, anche tenendo conto del numero contenuto rispetto ad altre morti (quali quelle da inquinamento atmosferico, circa 50mila all’anno secondo varie fonti attendibili, oppure quelle da fumo, circa 70mila all’anno secondo il ministero della Salute). In questo momento è impossibile prevedere il bilancio finale delle vittime, ma il rischio di mortalità – soprattutto tra le persone anziane – è molto elevato.

Anche l’economia italiana ne risentirà in modo molto significativo: le stime sono molto diverse tra loro (anche perché nessuno è in grado di prevedere quanto durerà l’emergenza), ma è prevista dai più una contrazione del Pil di diversi punti percentuali per almeno un paio di trimestri. Ciò che fino a questo momento è stato in parte trascurato è l’impatto della crisi connessa al nuovo coronavirus sul lavoro – in particolare sulle lavoratrici e sui lavoratori precari e sugli autonomi – e sulle categorie ancora più deboli: gli immigrati irregolari (o con permesso di soggiorno ma che non trovano un lavoro, e quindi spesso facevano l’elemosina ai lati delle strade, ormai deserte) e i senzatetto.

Il decreto legge Cura Italia del 17 marzo cerca di affrontare parzialmente il problema ma è di tutta evidenza che l’approccio emergenziale che lo contraddistingue lo rende già da rivedere a pochi giorni dalla sua approvazione. E non solo perché, come evidenziato da più parti (incluso il governo), sono sottostimate le coperture necessarie per dare un po’ di respiro a diversi milioni di lavoratori – secondo il ministro del Lavoro Catalfo, 14 milioni -, ma soprattutto perché non si considerano gli effetti di medio periodo dell’emergenza sanitaria.
Pare ormai assodato che l’emergenza durerà ancora diversi mesi, con ogni probabilità si tornerà…

Marco Almagisti e Paolo Graziano sono docenti presso l’Università di Padova

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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Fora Bolsonaro! Se la protesta diventa virale

Brazilian graffiti artist Aira Ocrespo finishes an art piece featuring Brazil's President Jair Bolsonaro reading "Bolsonaro's mask against the Coronavirus" at his studio in Rio de Janeiro, Brazil, on March 18, 2020. - Bolsonaro gave a press conference today wearing a facemask as he spoke about the COVID-19 coronavirus pandemic. (Photo by CARL DE SOUZA / AFP) (Photo by CARL DE SOUZA/AFP via Getty Images)

«In Brasile l’emergenza coronavirus arriva in un momento in cui il Paese sta attraversando una grave crisi politico-istituzionale ed economica», spiega Nadia, abitante di São Paulo, ma che per tanti anni ha vissuto a Torino. Una crisi dovuta a scelte del governo che non stanno pagando, ma che anzi si stanno dimostrando irresponsabili. Con Jair Bolsonaro come presidente, molti brasiliani e analisti ritengono che la democrazia si trovi in serio pericolo, una libertà riconquistata in Brasile nel 1985 con molti sforzi dopo 21 anni di lotte e sofferenze.

Bolsonaro in più di una circostanza ha ricordato con nostalgia gli anni della dittatura militare, arrivando ad affermare che l’unico errore del regime era stato quello di «torturare solamente» i prigionieri politici. E questa sua saudade verso quegli anni bui della storia brasiliana si riflette nella composizione del suo governo, essendoci una prevalenza di militari rispetto ai civili nei ministeri. Un evento che non si verificava proprio dal periodo della dittatura.

Il 14 marzo, nonostante i divieti di manifestazioni e assembramenti imposti del ministero della Salute per prevenire la diffusione in Brasile del Covid-19, il presidente Bolsonaro ha partecipato nella capitale Brasilia ad una marcia contro il Parlamento e la Corte suprema organizzata da suoi sostenitori, espressione dei gruppi dell’estrema destra brasiliana. In quell’occasione il presidente si è fatto strada tra la folla dispensando baci, abbracci e strette di mano. Un comportamento incosciente e potenzialmente molto dannoso: solo pochi giorni prima diversi…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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Bob Geldof: I confini si abbattono anche con la musica

07 February 2020, Berlin: Irish rock musician Bob Geldof at a press event. Photo by: Jens Kalaene/picture-alliance/dpa/AP Images

Il 13 marzo, dopo trentasei anni di inattività, è uscito un nuovo album dei Boomtown Rats, storica band irlandese capitanata dal leggendario Bob Geldof, divenuto famoso oltre che per essere cantante della band anche e soprattutto per essere stato il protagonista del film The wall dei Pink Floyd e aver organizzato gli ormai mitici concerti di beneficenza Live aid e Live 8.

L’album Citizens of Boomtown è accompagnato dall’uscita di una biografia Tales of Boomtown Glory e da un bellissimo documentario di Billy McGrath che traccia la storia della band e di Bob Geldof con testimonianze speciali, tra le altre, di Bono, Sting, Sinead O’Connor e Dave Stewart.

Il documentario si concentra molto sulla critica svolta dai Boomtown Rats alla società irlandese negli anni 70 e 80 e in particolare sul ruolo importante svolto dall’attivismo del suo frontman nel mettere a nudo la chiusura delle classi dirigenti e soprattutto della Chiesa cattolica irlandesi. Proprio dall’Irlanda siamo partiti nella chiacchierata con Bob Geldof.

Dopo trentasei anni di silenzio decidete di tornare con un album in un momento in cui la situazione politica irlandese è in profonda evoluzione: questo ha avuto a che fare con la vostra decisione di tornare in studio?
In realtà no, da quarant’anni mi sento a casa in Inghilterra, non vivo più in Irlanda anche se la visito spesso perché ho lì una parte della famiglia. In verità fino a pochissimo tempo fa la politica irlandese è cambiata molto poco. Certo recentemente si è registrato l’exploit del Sinn féin, il braccio politico dell’Ira. Personalmente penso che il Sinn féin sia battezzato nel sangue, ma le giovani generazioni non ricordano questo aspetto e riconosco che al momento sia un legittimo partito democratico. E capisco anche perché i più giovani vogliano votare per un partito che sia al di fuori dell’establishment politico degli ultimi decenni: vogliono cambiamenti profondi nella società.

I Boomtown Rats nascono anche, e forse soprattutto, per cambiare la società non è così?
Certo! Negli anni…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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