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Vali solo se produci

Non siamo tacciabili di simpatie contiane. Non abbiamo mai risparmiato nulla al presidente del Consiglio, sin da quel suo andare per curie e santuari come seguace di padre Pio. E abbiamo criticato duramente il suo discorso quando si presentò in Aula nelle vesti di avvocato del popolo accettando di fare da ago della bilancia del governo giallonero, citando l’ultimo Dostoevskij, ormai religiosissimo e zarista. Ma per onestà intellettuale bisogna dire che, a partire dalla parlamentarizzazione della crisi con cui fu fermato Salvini che chiedeva pieni poteri, Giuseppe Conte ha iniziato a mostrare ben altra faccia e statura politica. Confermata in questi giorni di crisi dovuta alla pandemia, compreso il suo apprezzabile tentativo di mediare fra le due forze di governo, M5s e Pd, per cercare un accordo in Europa che non segni una resa totale alle condizionalità del Mes, rilanciando il tema dei Coronabond e del Recovery Fund.

Ora ci aspettiamo un passo ulteriore sul piano dei diritti umani. A cominciare dall’abolizione dei due decreti sicurezza salviniani. Trenta parlamentari gli hanno scritto una lettera aperta chiedendo l’immediato ritiro del decreto interministeriale che chiude i porti, dichiarando l’Italia approdo non sicuro, a causa della pandemia. Nei giorni scorsi ci sono state drammatiche richieste d’aiuto da parte di naufraghi. Urge un cambiamento radicale da parte del governo chiamato a realizzare quella necessaria e urgente discontinuità dal precedente esecutivo più volte annunciata. Serve, dunque, un rifiuto netto di quelle vecchie ricette politiche populiste, neoliberiste e sovraniste che cinicamente, lucidamente, trattano le persone come cose in nome del profitto di pochi.

È necessario rimettere al centro i legami sociali, la solidarietà, il bene pubblico e collettivo per uscire da questa crisi che non è solo sanitaria. La pandemia lo ha reso dolorosamente evidente. O ne usciamo insieme o non ne usciamo. È un fatto che tocchiamo con mano se guardiamo a quel che è accaduto e accade in Lombardia dove si sono registrati i più alti numeri di vittime da Covid-19. Perché il personale sanitario non è stato adeguatamente protetto? Perché in base a una delibera regionale i contagiati sono stati trasferiti nelle residenze per anziani, cioè le persone più a rischio? Perché la Regione ha ceduto alla pressione di Confindustria per tenere aperte le fabbriche, senza salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori? Ha un bel dire il governatore Fontana quando sostiene che in Lombardia il virus è stato più virulento che altrove. Ci vuole un bel “coraggio” da parte del leader lombardo di Confindustria Bonometti nell’affermare che la colpa del contagio è degli animali da allevamento.

Così come ci vuole una bella faccia tosta da parte dei leader dell’opposizione, Salvini e Meloni, nel fingersi salvatori della patria scagliandosi ora contro il meccanismo di stabilità (Mes) e contro i trattati europei, quando la storia ci dice che l’accordo salva Stati passò nel 2011 durante il Berlusconi IV con Meloni ministra e due ministeri della Lega.

L’attualità mette in evidenza come le ricette neoliberiste e il dogma dell’intervento provvidenziale del mercato, riproposti dopo la crisi del 2008, non abbiano fatto altro che sfibrare il sistema, che ora si è trovato ad affrontare la pandemia essendo a corto di posti letto in terapia intensiva, con una sanità privatizzata e incapace di rispondere alle domande del territorio. Il coronavirus mostra quali siano state le conseguenze dell’aziendalizzazione della sanità che ha portato a trattare la salute come fosse una merce qualsiasi. Lo abbiamo visto in Lombardia, ma anche in Svezia dove il freddo pragmatismo del governo si è tradotto in un far finta che il contagio non esistesse, arrivando al punto di prevedere – in caso di saturazione delle terapie intensive – di intubare solo gli under 70.

Per non dire della Gran Bretagna dove, come abbiamo già raccontato, si è lasciato deliberatamente che il virus circolasse prospettando una irreale immunità di gregge. Una visione cinica e sconsiderata sostenuta così ciecamente dal premier ultra liberista Boris Johnson al punto da rischiare lui stesso di rimetterci la pelle.

Ma se il Covid-19 si trasmette facilmente, non è un fatto ineluttabile che debba sterminare le fasce della popolazione più svantaggiate e meno protette. Come accade negli Usa dove gran parte delle vittime sono afroamericani senza assicurazione e, per questo, senza possibilità di accesso alle cure.

Il dramma che stiamo vivendo non è la conseguenza di una fatalità naturale, ma è anche il frutto di un capitalismo rapace, di politiche agghiaccianti che utilizzano gli operai come carne da macello e che considerano gli anziani un peso perché inutili nella catena del profitto. Così il problema delle pensioni sarebbe risolto, così il problema dell’assistenza ai malati cronici lo sarebbe altrettanto, emulando la logica nazista che sterminava chi non era produttivo e non era “funzionale”. Su questo ci sarà molto da interrogarsi, resterà come una ferita aperta anche quando saremo usciti dalla pandemia.

L’Europa non può chiudere gli occhi se vuole ancora dirsi terra di diritti umani, di cultura, di civiltà. Con la «percezione delirante del poeta» che a Don Chisciotte faceva vedere Dulcinea come la più bella, noi di Left continuiamo a guardare all’Europa con le lenti del Manifesto di Ventotene, con il coraggio di dirci partigiani di una Europa ancora possibile, come unità politica democratica e inclusiva. Il 23 aprile, giorno del Consiglio europeo, è dietro l’angolo e le premesse non sono le migliori, ma non smettiamo di lottare.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 17 aprile 

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Il senso di Sepúlveda per l’antifascismo

«Essere apolide è una delle peggiori situazioni in cui si può trovare una persona. Sei invisibile, non hai nessun diritto, sei l’ultimo della fila. Emozionalmente molesta, danneggia, provoca dolore, ma quando uno sa perché si trova in quella situazione, allora la condizione di apolide non riesce a schiacciarti», descrive così Luis Sepúlveda la dolorosa esperienza della cittadinanza negata dopo essere stato esiliato (e torturato) dal Cile di Pinochet, e i suoi 31 anni da apolide poi raccontati nel libro Storie ribelli (Guanda).

Nel contesto mondiale attuale, come immagini il futuro delle prossime generazioni? Riusciranno loro a provocare i cambiamenti necessari e ormai urgenti?

È una incognita, e io preferisco opinare su ciò che faccio io stesso per cambiare le cose che considero ingiuste. Il futuro è imprevedibile. Mi piace essere ottimista, ma vacillo quando noto che appena quattro gatti assistono a una conferenza di un esperto ambientale mentre uno youtuber ha un milione di follower. A questo punto della partita, l’unica certezza che ho è che nel mondo esiste una minoranza dignitosa, sensibile e incoraggiante.

Cosa sta accadendo in Spagna dopo le ultime elezioni in cui sembra che si fosse provato a fermare il fascismo?

Non è stato fermato per nulla il fascismo. Prima delle elezioni gli eredi del franchismo erano accovacciati nell’ombra, semi nascosti nel Partito popolare. Ora, attraverso Vox, un partito apertamente fascista, sono presenti in Parlamento e in tutte le istituzioni. C’è stata la possibilità di un governo progressista, guidato dal Psoe e da Podemos, ma in questi giorni abbiamo assistito alla real politik, visto che l’ala della destra del Psoe esige una virata al centrodestra e Podemos si è perso in un gioco di egocentrismo inesplicabile. In Europa avanzano le ultra destre. In Italia cresce Fratelli d’Italia e c’è la lega di Matteo Salvini, che, nonostante da ministro abbia attuato politiche inumane, ha comunque grossi consensi. Stiamo assistendo a una ripetizione della storia ma in altre chiavi. Il capitalismo ha generato una crisi economica con un solo obiettivo: imporre precarietà salariale, l’incertezza del lavoro e la negazione dei diritti come normalità. Prima della crisi, la normalità era lottare per migliorare i salari e per ottenere più diritti, ora la normalità è pregare perché i salari non vengano abbassati e perché ci tolgano sempre meno diritti. E siccome bisogna sempre trovare un colpevole, prima erano gli ebrei, ora i colpevoli sono i poveri e coloro che avvertono che il mondo si sta mettendo male, molto male.

Anche l’America Latina passa un momento storico complicato: il Brasile con Bolsonaro, l’Argentina con Macri, il Cile con Piñera. E poi l’Ecuador, la Colombia. E se guardiamo al Centroamerica, non é meglio la situazione, in Honduras, El Salvador, Haiti, Nicaragua…. Che ne pensi di queste ondate di destra neoliberista?

Il loro obiettivo è riuscire a far sì che le persone accettino di essere sfruttate come fosse una cosa normale, che accettino il saccheggio delle risorse e i crimini ambientali come l’unica normalità possibile. Del resto, da molto tempo ormai, la sinistra o parte di essa, ha smesso di pensare che ci possano essere alternative visibili e possibili al neoliberismo.

Che futuro vedi per il Venezuela?

L’unica possibilità per il Venezuela di uscire dallo status quo attuale è che decidano i venezuelani, senza ingerenze esterne. Però in America Latina non è tutto “nero”. Restano ancora delle “isole felici” come Bolivia e Uruguay. Quest’ultimo a fine mese andrà alle elezioni nazionali e bisogna vedere se la sinistra riuscirà a mantenersi al governo.

Conosci bene Pepe Mujica, cosa ne pensi del suo modo di fare politica?

Di Pepe Mujica ciò che ammiro è la capacità di essere anche un grande pedagogo, la sua capacità di parlare chiaro, di dire che siamo maledettamente limitati e che è poco quello che si può fare, perché il capitalismo ha vinto, ma bisogna tentare di fare qualcosa, anche se è poco.

In queste ultime settimane “grazie” agli incendi in Amazzonia si è molto parlato del tentativo di sterminio degli indios brasiliani. Tu e la tua compagna, la poetessa cilena Carmen Yañez siete molto attenti alla situazione di un altro popolo indigeno, il popolo Mapuche. I media mainstream non ci raccontano quasi nulla al riguardo. Puoi dirci qualcosa?

Il conflitto Mapuche è un conflitto nascosto, perché le politiche di sterminio si sono sempre fatte l’ombra cercando di tenere tutti all’oscuro. La società cilena, o per lo meno una grande parte di essa, è di un razzismo atroce. Disgraziatamente in Cile si è imposto il peggio del discorso della ultra destra fascista. Da qui l’odio verso il povero, verso i mapuche, un popolo che rappresenta dei valori che secondo il potere devono essere eliminati. Ma resistono, insieme a una parte della società, la minoranza, che ha ancora memoria.

Sei molto attivo sui social parlando soprattutto di politica. Pensi d’essere in qualche modo un “influencer”? Questa attività come viene accolta da chi ti conosce come romanziere?

Un influencer? No, in assoluto. Faccio conoscere la mia opinione, i miei punti di vista, che sono condivisi per la maggior parte dei miei lettori. Non ho mai nascosto ciò che sono e ciò che penso.

Immagini giornate senza scrivere?

Sì e no. A volte mi piacerebbe dedicarmi a leggere, ad ascoltare musica, guardare film, occuparmi di un piccolo orto, ma la tentazione di scrivere è forte e non ci posso fare nulla.

Cosa ti piace leggere?

Di tutto e in modo caotico, molto caotico.

Dopo il tuo romanzo “La fine della Storia” é arrivata “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”. Ci puoi anticipare se stai lavorando a qualcosa di nuovo e di cosa si tratta?

Lavoro tutti i giorni. Ora sto finendo un romanzo che ha come protagonista Belmonte, lo stesso di “Un nome da Torero” e “La fine della Storia”. Lavoro a diversi progetti contemporaneamente e a seconda di come si sviluppano, dopo un certo tempo diventano un libro. Lavoro perché mi piace ciò che faccio, mi piace il mio lavoro.

Sei tradotto in moltissime lingue, dal cinese al greco passando per il turco e lingue slave, ecc. Immagino che sia una soddisfazione essere letto da culture così diverse.

È una enorme soddisfazione. A volte guardo il muro dove sono disposti soltanto i miei libri, nella mia biblioteca, e vedo i dorsi in tante lingue diverse. E dopo aver mormorato “quello sono io ed è ciò che ho fatto”, mi sento bene, soddisfatto con la vita e i suoi risultati.

Hai appeno compiuto 70 anni, come hai festeggiato?

Con la mia famiglia, i miei figli, nipoti, nuore, generi. Dopo con gli amici più vicini. E ci sono anche delle feste programmate a Milano, Parigi e Lisbona. Ci sono volte in cui bisogna mettere il fegato a disposizione degli amici.

*
L’intervista di Gabriela Pereyra a Luis Sepúlveda è stata pubblicata su Left dell’11 ottobre 2019

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La regina Elisabetta e il re Euro

Sono bastati 4 minuti alla regina Elisabetta per dire che il popolo inglese troverà nella sua banca tutto il denaro necessario per far fronte alla crisi del virus. Senza ricorrere al mercato per indebitarsi. Ci sono volute estenuanti trattative tra sherpa e leader dell’Eurogruppo per produrre un “accordo” farraginoso in cui la sostanza è che oltre il virus ci troveremo una montagna di debiti assai poco condivisi. Anzi. Un brutto accordo.

Nostalgia per la monarchia, la Brexit, l’inflazione? Niente di tutto questo. Semplicemente la sensazione che oltre lo straniamento del virus c’è quello di vivere in un contesto, l’Unione Europea, che “fatica” ad essere normale. Cosa è normalità? Certo la solidarietà. Ma una Unione politica è solidarietà strutturata. Non mercanteggiata. Con in più l’accompagno degli articoli di giornali che dicono che la mafia italiana aspetta i soldi europei, che poi sarebbero tedeschi. Cui fa da contraltare il nazionalismo antitedesco. Infatti la prima cosa da bandire è lo strepitio delle destre che in ogni Paese hanno votato quasi tutto il peggio delle politiche di austerità e si accaniscono oggi contro gli eurobond.

Ma, ciò detto, il problema di cosa fa la governance europea di fronte alla più grave crisi sanitaria, economica e sociale da tempo immemorabile rimane. Normalità vorrebbe che si usi la Banca centrale europea per stampare i soldi che servono e per coprire il debito necessario che viene condiviso dagli Stati con gli eurobond. Invece la Unione europea “lo fa strano”, per… 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 17 aprile 

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Le risposte che mancano

Alle regioni, ad esempio.

Sapete che professione esercitano i contagiati di questo ultimo periodo, quelli che hanno incrociato il virus nonostante la quarantena? L’hanno preso in famiglia? Se sì, quindi sono stati sottoposti a test tutti i membri della famiglia? L’hanno preso sul posto di lavoro? Quindi sono stati controllati i colleghi, sono state verificate le condizioni di lavoro, si è verificato che esistano tutti gli accorgimenti e i dispositivi che servono in quel luogo di lavoro?

E poi: quelli che sono guariti dalla malattia sono stati sottoposti a tampone o semplicemente vengono lasciati liberi di tornare a lavorare senza ulteriori verifiche? Quando sarà possibile immaginare l’accesso al tampone per le migliaia di persone che sono sottoposte a isolamento solo con diagnosi sintomatica?

Più banalmente: quando si potrà fare un serio screening sulla popolazione?

Al governo, ad esempio.

Cosa si ha intenzione di fare per tutte le attività che non riprenderanno a breve? Spettacoli dal vivo, ristorazione, alberghiero come faranno a superare questi mesi? Quali misure si metteranno in campo?

Come organizzare i trasporti pubblici? Si confida sul fatto che dal 4 maggio tutti si spostino con un mezzo privato? E chi non può? Chi non ce l’ha? E comunque il traffico reggerà?

Quanto durerà questa carenza dei dispositivi che servono per ripartire? Ci saranno abbastanza mascherine dal 4 maggio quando molti si sposteranno quotidianamente? Quando un cittadino potrà sapere se ha contratto il virus? Come risolvere il problema degli isolamenti che si renderanno ancora necessari a chi non ne ha la possibilità?

Riapriranno gli asili? E chi si occuperà di loro se i genitori dovranno tornare a lavorare? E per quelli che continueranno a lavorare da casa chi provvederà a tutti gli strumenti che servono per lavorare? Lo Stato? Le aziende?

Come si pensa di colmare il gap che impedisce a molti ragazzi di seguire le lezioni? Chi si occuperà degli anziani che saranno costretti ancora alla quarantena? Come risolvere la questione dell’assistenza domiciliare che si è fermata in questo periodo?

Come risolvere il problema dell’agricoltura che vive sul lavoro degli stagionali che si spostano ora che non ci si può spostare? Dove si troveranno i braccianti? Come calmierare i prezzi che stanno già crescendo?

Com’è possibile mettere in sicurezza le carceri che non hanno nessuna possibilità di garantire distanziamento sociale? Quali comportamenti e dispositivi per detenuti e operatori?

Era il 21 febbraio quando si è ammalato il paziente 1 nell’ospedale di Codogno. Siamo stati a casa, ligi alle regole. Non notate anche voi quante domande rimangano appese, così, nel silenzio? Fra due settimane finisce la quarantena decisa per decreto, sicuri di non essere in ritardo?

Buon giovedì.

Pandemia, diseguaglianze e capitalismo

I difetti più evidenti della società economica sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi” Keynes  (La teoria generale, p.566)

Tanto resta da comprendere, sul piano epidemiologico, su Covid 19 ma alcune evidenze di contesto sono già disponibili. In primo luogo le parole: non è in atto una guerra e non ci sono eroi o eroine. La “guerra” è una metafora ideologica in grado di alterare la comprensione della realtà: qui i “soldati” come le armi sono ospedali e persone che salvano vite, medici infermieri, addetti alle pulizie, volontari/e, la “vittoriaimpedire nuovi contagi realizzare vaccini e individuare le cause. “Eroi, Eroine” lavoratori e lavoratrici che chiedono salari dignitosi, formazione , diritti , tecnologia, ricerca, strutture. Quello che è stato negato negli ultimi 20 anni. Si finisce così per rimuovere la realtà: le rendite finanziarie e le spese militari si sono mangiate, prima di Covid 19, le risorse per sanità e ricerca virologica, ambiente. Non guerra quindi né tantomeno truffa o complotto , altre forme di rimozione ideologica speculare a quella bellica in cui è caduto anche Agamben.

Brecht nel suo Galileo e Susan Sontag ne La malattia come Metafora alludono a questo genere di rimozioni collettive, non assenti neppure nei modi della partecipazione popolare (flash mob e social) nata durante la quarantena. In essa , superficialmente derisa da alcuni, si mescolano come nel movimento delle Sardine fenomeni eterogenei: la ricerca di una religione civile condivisa ed egualitaria (De Luna , Una politica senza religione), una retorica vittimaria, una reazione alla scomparsa dello spazio pubblico, il desiderio di legami, il mostrarsi di spaesamento e paura. Partecipazione che contiene tutte le fratture di prima e tutte le incertezze di poi, nella quale trovano conferma sia l’idea che la “normalità” a cui dovremmo tornare è il problema e non la soluzione, sia il sospetto che il connubio di secolarizzazione e capitalismo continuino a produrre conseguenze serie sulla nostra psiche (Weber).

La “guerra” reale è quella contro la sanità pubblica e l’OMS in crisi finanziaria e di autorevolezza (come l’ONU): causa scarsa trasparenza ma soprattutto per finanziamenti inadeguati, disimpegno di molti governi, un nazionalismo che mette in scacco la costruzione di protocolli sanitari internazionali. Le accuse verso la OMS di Trump e Johnson, che hanno deciso irresponsabilmente per la quarantena sociale oltre 1 mese dopo l’Italia, occultano il fatto che fosse a loro noto da tempo il più che probabile arrivo di una nuova pandemia e che lo stesso Regolamento Internazionale Sanitario sia stato ignorato. Non è bastato il succedersi in soli 17 anni dell’attuale Covid 19 e dell’Aviaria nel 2009 – e 4 epidemie gravi, Ebola e Zika nel 2017, MERS nel 2012 , SARS nel 2003.

Ogni Stato ha proceduto per proprio conto minando dalle fondamenta , invece di riformarla e sostenerla, l’unica sede di governance globale (la sola che abbia senso) contro le pandemie. Stati Uniti e Gran Bretagna decidendo addirittura in un primo momento per una eugenetica di massa (l’immunità da gregge) con molti anziani e immunodepressi condannati a morte perché inutili socialmente e costosi economicamente. La UE incapace di coordinare che revoca di fatto Shengen mostrandosi non in grado di avviare tramite gli eurobond la riforma del Trattato di Maastricht. L’Italia ha invece disposto meglio di altri misure efficaci di contenimento e di cura, pur tra molti errori, gravi mancanze di personale e posti letto di intensiva, un rapporto Stato Regioni da riformare, troppi DPCM. Covid 19 ha reso più evidente ciò che già era noto: in Italia l’impoverimento del lavoro e dei sistemi nazionali di Welfare e, nel mondo, il venir meno di un comune impegno a tutela dell’ambiente e della salute di miliardi di persone.

Secondo il rapporto Oxfam 2019 l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene una ricchezza pari a quella di 6,9 miliardi di persone , la parte più povera (3,8 miliardi ) l’1% del totale. In questo divario e nelle sue specifiche forme nazionali trova fondamento l’idea che l’origine ultima di Covid 19 stia nelle diseguaglianze e nella distruzione della natura: i pochissimi hanno espropriato il resto della popolazione di redditi e ricchezza, con lo stesso genere di accumulazione che minaccia di morte tutte le forme di vita al punto che se Manzoni riscrivesse la Storia della Colonna Infame indicherebbe nella costituzione economica del mondo il nuovo untore. Che fare dunque da parte nostra? Organizzare il conflitto politico per 1) ottenere il rifinanziamento dei beni pubblici a scapito delle rendite e delle spese militari, 2) rafforzare il ruolo del Parlamento 3)riformare il trattato di Mastricht per un’Europa i cui scopi principali siano l’occupazione e la giustizia sociale e non la stabilità dei prezzi, 4) sostenere la OMS. Non sarà facile ma questo ci viene chiesto dalla generazione di anziani morta senza ricevere una carezza e dalla gratitudine che dobbiamo a coloro che hanno lavorato per salvare e non per uccidere. Come dice Stiglitz “it isn’t still too late to save capitalism from itself” (in People Power and Profits, p.247). Forse.

*

L’avvocato Mauro Sentimenti fa parte del Cordinamento per la democrazia costituzionale (Cdc nazionale)

Se i medici celebrati come eroi finiscono nel mirino degli avvocati

Gli eroi degli ospedali, gli angeli dei pazienti, addirittura i santi. Parole profondamente sentite dalla gente sulla scia di un’onda di calde emozioni. 116 medici morti, 29 infermieri e 5 ausiliari, 15.891 sanitari positivi cioè malati. Una mattanza. Perché solo una piccolissima parte di questi numeri era davvero inevitabile. Evitabili tutte le altre morti se ci fosse stata disponibilità di materiale di protezione, sensato utilizzo dei tamponi e corretta gestione della situazione. Responsabilità istituzionali concrete, vere e, volendo, perfettamente individuabili; compreso il livello politico che cerca, come sempre, di autoassolversi. Troppo comodo scindere il concetto di decisione da quello di responsabilità. Angeli, eroi e santi diventano però termini fuorvianti se, come spesso accade, allontanano dalla conoscenza della realtà. Morti sul lavoro, evitabili come migliaia di altre in Italia. Da qui l’ignobile emendamento al decreto Cura Italia, di Lega, poi forzatamente ritirato, ma anche del Pd, di depenalizzare le responsabilità dei fatti occorsi in questa epidemia per i vertici di Asl e ospedali e per il livello politico regionale.

Gli operatori sanitari non sono eroi ma persone normalissime che fanno un lavoro spesso speciale e che può richiedere un particolare coraggio. La spontaneità dei comportamenti ha dato a molti un senso di sicurezza palese, tangibile e vera che ha non poco contribuito a far meglio vivere questa incredibile situazione. I comportamenti eroici sono isolati ed eccezionali. La risposta all’emergenza è stata invece compatta, immediata e ovvia pur sapendo perfettamente i rischi connessi nell’affrontarla. È però inaccettabile che questi rischi siano stati grandemente aumentati per l’incapacità dell’alta dirigenza. Avrebbero potuto fermarsi e pretendere migliori condizioni di sicurezza; cosa neppure pensata per il costo in vite umane; puro senso di responsabilità; una risposta elementarmente umana ed etica; un movimento sconosciuto a chi ancora oggi lesina protezioni e tamponi pensando a nascondere ben altro.

L’epidemia ha fatto precipitare sotto la soglia di normalità la sicurezza degli operatori sanitari è quindi, inevitabilmente, anche quella dei pazienti. Ovvero c’è una maggiore e inevitabile possibilità di commettere errori a causa delle condizioni estreme in cui si è costretti a lavorare. A questo si aggiunge il dramma estremo di dover a volte scegliere, in carenza assoluta di letti, quali pazienti ricoverare in TI e quali no. Evidente che lasciare questa drammatica, temporanea e inevitabile situazione perseguibile legalmente potrebbe far saltare il sistema perché metterebbe in piena crisi una parte fondante dell’operato dei medici. Da parecchi giorni ormai è tornato a galla, più accentuato e velenoso che mai, lo spregevole fenomeno della pubblicità da parte di soggetti di varia natura che invitano i parenti di pazienti deceduti a fare causa a medici ed ospedali se ritengono, anche senza reali prove oggettive, che il decesso sia dovuto a qualche presunto errore medico. Il tutto gratis eccetto una percentuale sulla somma eventualmente percepita a fine processo. Allettante per alcuni il ragionamento: vale la pena di provarci, non c’è niente da perdere e semmai tutto da guadagnare. La cosa ha da sempre sui medici un effetto devastante perché innesca una spirale incontrollata di paura, insicurezza e sospetto nei confronti dei pazienti che sfocia nella medicina difensiva. Ovvero l’evitare il più possibile pazienti rischiosi e prescrivere esami, farmaci e consulenze non indispensabili solo per poter eventualmente dimostrare, in caso di denuncia, che è stato fatto il possibile per il paziente. In realtà comportamenti che non giovano a nessuno ma generano invece rischi aggiuntivi e non percepiti. I medici sanno benissimo di poter commettere errori e cercano sempre accuratamente di evitarlo. Ciò che i medici temono di più è l’essere accusati ingiustamente nonostante abbiano fatto tutto il possibile per il paziente e per evitare di sbagliare.

È la denuncia che fa scattare il vissuto sempre destruente a prescindere da come, dopo molti anni, andrà a finire il processo. Un vissuto lacerante che lede irrimediabilmente il rapporto con i pazienti ed il modo stesso di fare il medico e vivere la medicina. Distrugge quel quid indefinibile e personale ma di enorme valore che non è dovuto ma quasi sempre dato, che non può essere imposto e che ogni paziente silenziosamente in mille modi sempre chiede. Si chiama rapporto medico paziente ed è solo ed esclusivamente rapporto interumano. Temere che ognuno di quelli che stai curando ti può rovinare la vita professionale e privata, a prescindere dalla ragione o dal torto, lo compromette irrimediabilmente. È questo ciò che tutti dovrebbero sapere. Profondissimo quindi il malessere che da anni serpeggia tra i medici; sopito dall’epidemia ma ora bruscamente risvegliato dai comportamenti scellerati e vigliacchi di alcuni. Si era giustamente pensato ad una copertura legale che tutelasse i medici per il solo periodo epidemico a seguito delle drammatiche condizioni in cui sono costretti a lavorare; non una impunità o una autorizzazione a sbagliare ma una misura coerente alla eccezionalità delle condizioni. Non se ne è fatto più nulla perché era legata a quella, di ben altro significato, degli amministratori e dei politici; si vedrà in seguito è stato detto, con calma; forse. Queste le realtà in cui inquadrare il termine, altrimenti un po’ vuoto, di eroi.

Nonostante tutto questo la maggior parte dei sanitari continuerà a fare come sempre hanno fatto pur sapendo perfettamente che, finita questa bufera, eroi ed angeli saranno presto dimenticati e loro torneranno ad essere sconosciuti, insultati, aggrediti anche fisicamente, denunciati ingiustamente e pagati quattro soldi. Finché non si raggiungerà l’estremo limite di rottura e qualcuno si sorprenderà. Il personale sanitario è la componente più preziosa, delicata e meno sostituibile dei sistemi sanitari perché non sono le macchine, le linee guida o i farmaci che curano veramente ma l’uso che ne fanno gli uomini con il sapere intelligente ed il rapporto con i pazienti. Da decenni le professioni sanitarie sono state profondamente lese, indebolite, abbandonate ed a volte anche umiliate sia dalle istituzioni che dai tanti singoli opportunismi; sempre però pretendendo di salvare a tutti la vita. C’è qualche cosa che non va in questa storia.
Quando sarà finita ricordiamoci di tutto questo; quando chi ha fatto, per interesse, questi immensi danni alla sanità, cioè anche ad ognuno di noi, farà finta di cambiare affinché tutto resti come prima. Pessimismo? No; realismo e realtà vere contro cui ancor più strenuamente dovremo resistere e lottare.

Quinto Tozzi, cardiologo; già responsabile di terapia intensivista cardiologica; già direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

La mia carezza quotidiana mi ritira la spazzatura

Foto Claudio Furlan/LaPresse 31 Marzo 2020 Milano (Italia) cronaca Squadre della nettezza urbana Amsa sanificano Piazza Duomo Photo Claudio Furlan/LaPresse 31 March 2020 Milano (Italy) news Worker from Amsa wearing protection gear sanitize Piazza Duomo

Per una serie di motivi sono in isolamento, quella quarantena isolata, da solo, in cui non si può nemmeno mettere la testa fuori dalla porta, come decine di migliaia di italiani. La solitudine è qualcosa che ti mostra il mondo intorno come se lo guardassi dal fondo di un bicchiere, ingrandito e con i bordi sfumati. La quarantena per molti italiani, quelli che non vengono raccontati dalla narrazione che va per la maggiore, non è qualcosa di romantico terapeutico ma è una paura passata tutto il tempo ad ascoltare i segnali del proprio corpo, penzolando tutto il giorno intorno a un termometro e sperando di non avere bisogno di altri, di altro.

Tutti i giorni viene a ritirarmi la spazzatura un addetto. Un ragazzo giovane, con capelli e occhi neri come onice, ha poco più di vent’anni, è bardato come un personaggio di Guerre Stellari con una mascherina ipertecnologica che gli ridisegna il viso, due proboscidi di gomma. Si vedono gli occhi, nerissimi. È il lavoratore che tutte le mattine fa il giro delle persone in isolamento e si vede lontano un chilometro che ha una paura blu, seduto nel suo camioncino chiuso dentro come se fosse un fortino, abbassa il finestrino solo per porgere il sacco che servirà per domani. Ogni giorno sorride. Nonostante tutto. Nonostante quel mestiere invisibile che l’ha portato sull’orlo del burrone, nonostante non sia uno di quelli che viene romanticizzato durante questa quarantena.

Nei momenti in cui tutto sembra sul punto di crollare improvvisamente gli invisibili mostrano quanto siano fondamentali, anche se silenziosi e nascosti. Quel sorriso è la mia carezza quotidiana, è il mio cordone ombelicale con il mondo che c’è lì fuori. Lui non lo sa ma è il mio ossigeno quotidiano. Se è classe dirigente quella che ha il potere di modificare il nostro quotidiano allora la mia classe dirigente è quel camioncino che passa tutte le mattine e quella voce che mi avvisa, sto arrivando, mi dice.

Ci sono mestieri che attraversiamo senza nemmeno accorgercene, li incrociamo per strada e non catturano nemmeno per un istante il nostro sguardo. Sono i mestieri che stanno tenendo in piedi questo Paese e che lo tenevano in piedi anche prima del virus. Sono i cosiddetti lavori bassi e invece quanto siamo bassi noi quando iniziamo a dare per scontata anche la fatica delle persone.

Grazie, ragazzo.

Buon mercoledì.

L’antisemitismo di Corbyn era una bufala per farlo fuori. Le prove in un dossier

Il tema dell’antisemitismo all’interno del partito Laburista è stato centrale durante la leadership di Jeremy Corbyn. O meglio, è stata centrale la vulgata secondo la quale Corbyn e i suoi sodali alla guida del partito avrebbero favorito o quantomeno non scoraggiato l’antisemitismo all’interno del Labour.

In realtà, come riportato più volte anche su Left, non si è mai trattato di accuse specifiche nei confronti di Corbyn. Anche i suoi più acuti detrattori, incalzati, finiscono per riconoscere che non pensano che l’ex leader laburista sia personalmente un antisemita. Piuttosto, Corbyn veniva accusato di non aver fatto abbastanza per affrontare il problema, di aver chiuso un occhio nei confronti dei suoi sodali che avevano atteggiamenti antisemiti.

Uno stillicidio continuo che ha intaccato l’immagine di Corbyn e del partito Laburista, trasformato da incessanti campagne mediatiche in un partito “istituzionalmente razzista”, che costringeva i propri parlamentari di religione ebraica a dimettersi per le minacce ricevute, che addirittura metteva in pericolo la sicurezza dei cittadini britannici di religione ebraica. Questa campagna è diventata particolarmente serrata nell’estate del 2019, quando lo stallo parlamentare sulla Brexit e la defenestrazione della May da parte di Johnson rendevano molto probabili nuove elezioni politiche.

La vicenda ha avuto due momenti chiave: il primo a maggio 2019, con l’apertura di un’indagine da parte della Equality and Human Rights Commission (Ehrc) commissione statale che ha il compito di vigilare sul rispetto delle norme contro la discriminazione; il secondo qualche mese dopo (10 luglio 2019), quando la Bbc trasmette un documentario all’interno della trasmissione Panorama in cui ex dipendenti del Labour descrivono il partito a guida Corbyn come un partito intrinsecamente antisemita e con una leadership attivamente impegnata nell’insabbiare le denunce interne di antisemitismo. Il documentario fece scalpore a causa dell’alto rango dei funzionari coinvolti: tra questi, l’ex party secretary Ian McNicol, e l’ex responsabile dell’ufficio legale, Sam Matthews.

Veniamo all’oggi. L’indagine della Ehrc non si è ancora conclusa, e il partito Laburista vi sta collaborando fornendo documentazione atta a chiarire i suoi meccanismi disciplinari interni. Sabato scorso, si è scoperto che tra questi documenti sarebbe dovuto figurare anche un dettagliato rapporto sul funzionamento dell’ufficio legale del partito nel periodo 2014-2019. Tuttavia, secondo quanto riferisce SkyNews, gli avvocati del Labour hanno invitato il partito a non allegare questo documento, apparentemente perché questo avrebbe potuto peggiorare la posizione del partito stesso. Passano poche ore e l’intero rapporto – di ben 860 pagine e corredato da email, messaggi Whatsapp e altri dati sensibili – compare sui social media, scatenando un vero e proprio putiferio. In effetti, il documento contiene elementi estremamente controversi, ma non riguardo l’antisemitismo.

Sebbene gli estensori del rapporto (ancora ignoti) ammettano come alcuni membri del partito abbiano mostrato comportamenti antisemiti “della peggior specie”, non sono state rinvenute prove che questi siano stati condivisi da parte della leadership laburista né tantomeno tentativi di insabbiamento da parte di Corbyn o del suo staff. Quello che invece emerge da questa indagine interna è la testimonianza inconfutabile di un attivo boicottaggio da parte dei più alti funzionari del Labour, assunti dalle gestioni precedenti, nei confronti del proprio partito e in particolare del proprio segretario. Il rapporto evidenzia come il quartier generale del Partito fosse animato da un’atmosfera settaria, in cui la buona gestione appariva messa in secondo piano rispetto agli interessi di fazione: essenzialmente, la destra del partito.

“Ironicamente” si tratta proprio degli stessi funzionari comparsi nella trasmissione Panorama lo scorso luglio, a partire dall’ex segretario McNicol (oggi elevato alla Camera dei Lord). Il rapporto mostra come durante la loro gestione l’ufficio incaricato dei procedimenti disciplinari operasse in maniera poco professionale, e che molti casi di razzismo e discriminazione siano stati nei fatti ignorati. Il documento si spinge addirittura a sostenere la tesi secondo la quale la gestione di certi casi di alto profilo sia stata volontariamente manipolata dai funzionari proprio per creare imbarazzo alla leadership.

Tuttavia, l’ufficio aveva dimostrato di saper lavorare in maniera efficiente su dossier ritenuti più “prioritari”. Tra questi, quello che i funzionari nelle loro conversazioni private chiamavano “trot hunting”, la caccia al trotzkista: sospensioni ed espulsioni irrogate a membri di nuova iscrizione, sull’onda del successo di Corbyn, sospettati di avere una storia politica di estrema sinistra.

Il rapporto contiene molti altri dettagli sul conflitto tra apparato di partito e staff di Corbyn, ben al di là della questione antisemitismo. Da questo vero e proprio “dossieraggio”, fondato su oltre 10mila email e chat interne, emergono rivelazioni del tutto esplosive. Per dare un assaggio: gran parte dei funzionari si augurava apertamente la sconfitta del Labour alle elezioni del 2017, progettando la sostituzione di Corbyn con il sempre più acerrimo nemico Tom Watson.

L’exit poll che dava il Labour in crescita e i Conservatori di Theresa May senza maggioranza venne accolto come uno choc, o nelle parole di una dirigente «il contrario di tutto quello per cui abbiamo lavorato in questi anni». Dal rapporto sembra trasparire come i funzionari gestissero, all’insaputa della leadership, una linea di finanziamento diretta a finanziare le campagne di candidati espressione della destra del partito. Tra questi, il futuro “scissionista” Chuka Umunna, candidato nel sicurissimo collegio londinese di Streatham.

Nelle loro chat private, anche i più alti funzionari si lasciavano andare ad affermazioni di dubbio gusto su militanti, parlamentari, e colleghi, talora in termini razzisti e sessisti, o vantando veri e propri atti di bullismo (es. rivelazioni alla stampa di fatti privati). Tra i bersagli principali Corbyn e il suo staff, le Mp Diane Abbott (“ministro ombra” dell’Interno) ed Emily Thornberry (Esteri), ma anche semplici militanti. Le scorrettezze nei confronti di Diane Abbot sono particolarmente odiose essendo lei la prima parlamentare nera della storia inglese ed è vittima da decenni di pesantissimi attacchi personali e battutacce razziste. Addirittura in una occasione la Abbot – che è uno dei simboli della sinistra interna del partito – si era rifugiata in bagno per piangere in seguito ad un episodio spiacevole in Parlamento e lo staff del Labour ha scoperto in quale bagno fosse e lo ha riferito alla stampa perché potessero andare a cercarla.

Solo nel 2018, Corbyn sostituisce Iain McNicol con una sua alleata, Jennie Formby. Quasi tutti gli altri funzionari citati nel rapporto si dimettono nei mesi successivi. Da quel momento, rileva il documento, il Labour, ha introdotto regole disciplinari più severe e rafforzato il proprio sistema di soluzione delle controversie, affrontando i casi di antisemitismo in maniera più efficace che in passato.

A suo modo, il rapporto rende giustizia a Jeremy Corbyn. Pur riconoscendo senza mezzi termini che l’antisemitismo è un problema nel Labour (e nella società britannica), non vengono rinvenute prove a suffragio delle accuse più infamanti indirizzate in questi anni. Piuttosto, emerge con chiarezza come i suoi avversari interni abbiano seguito una strategia di aperto boicottaggio, al punto da mancare ai propri doveri professionali – tristemente, anche a danno dei militanti che hanno sofferto discriminazioni. Il rapporto è anche un bella gatta da pelare per Keir Starmer che ha appena stravinto il congresso del Labour proprio con la promessa di porre fine alle esasperate divisioni interne e si trova adesso a dover gestire una crisi getterà benzina sulle divisioni tra destra e sinistra del partito.

Tutti sul “quando” e invece ci serve il “come”

Foto Fabio Ferrari/LaPresse 08 Aprile 2020 Collegno, Torino, Italia Cronaca Emergenza COVID-19 (Coronavirus) - Servizio "Pit-Stop": tamponi senza scendere dall’auto. ll test veloce di controllo su persone positive e non più sintomatiche sul territorio dell’azienda sanitaria Asl To3 di Collegno (Torino). Il progetto è dedicato ai pazienti Covid positivi in sorveglianza sanitaria e in isolamento domiciliare che necessitano di test con tampone per la verifica della negatività virologica. Photo Fabio Ferrari/LaPresse April 08, 2020 Collegno, Turin, Italy News COVID-19 (Coronavirus) "Pit-Stop" service: swabs without getting out of the car. The quick check test on positive and no more symptomatic people on the territory of the Asl To3 healthcare company in Collegno (Turin). The project is dedicated to positive Covid patients in health surveillance and in home isolation who need swab tests to verify virological negativity.

Un Paese intero appeso alla conferenza stampa della Protezione Civile delle 18. Una messa laica che si ripete ogni giorno e tutti con l’orecchio teso ad ascoltare i numeri, le parole, le impressioni e quelli che vedono ottimismo e quelli che sentono che non è ancora abbastanza e tutta una ridda di opinioni che inondano le televisioni, internet e le radio, spesso discordanti se non addirittura opposte.

Ci misuriamo la febbre tutti i giorni e tutti i giorni il nostro termometro è un elenco di numeri messi in colonna che determinano l’andamento della nostra giornata, dei nostri umori, della nostra speranza come se vi fosse tutto lì, quello che siamo e quello che saremo, come se l’unica via possibile sia uscirne il prima possibile per tornare a essere quello che eravamo. Tutti incollati a capire quando finirà tutto come se il fato fosse l’unico giudice e noi qui, inermi a subire il destino con quell’infantile voglia di schiudere gli occhi e sperare che tutto finisca come quando si era bambini.

Ma non siamo bambini, no, e quei numeri forse andrebbero presi un po’ meno sul serio. Il vicedirettore de Il Post lo scrive perfettamente in un suo post: i “contagiati” non sono il numero dei contagiati poiché ormai anche la Protezione Civile riconosce che sono almeno dieci volte di più, i “morti” sono molti meno di quelli che sono morti al di fuori degli ospedali e non sono stati tamponati, i “guariti” comprendono un enorme numero di persone che sono state dimesse dall’ospedale ma non risultano ancora guarite e i “tamponi” non sono le persone che sono state sottoposte a tampone ma il totale dei tamponi eseguiti anche sulla stessa persona. Insomma, un po’ poco per affidare a questi numeri il senso della nostra vita e di quella che verrà.

Se ci pensate in compenso si parla in continuazione di quando finirà (i medici non sanno più come dire che è una domanda a cui non si può rispondere ora, c’è una sola risposta, vaccino) e poco o niente di come fare. Ma dove sono i tamponi? Dove sono le mascherine? Come li riconosciamo i presunti sani che invece sono malati quando domani rientrano in fabbrica? Siamo d’accordo che il tracciamento delle persone sia la soluzione più rapida e funzionale a disposizione? Perfetto, a che punto siamo? C’è qualcuno che ha una visione di come vivere una normalità che saremmo costretti a cambiare? Con quali strumenti? Con quali regole? In un Paese normale, se ci pensate, in un Paese maturo, il dibattito si farebbe su questo, già da un bel pezzo. Anche perché oggi è il 14 aprile e molta gente è tornata a lavorare. E la domanda è sempre la stessa: come?

Buon martedì.

Fuga dalla quarantena attraverso i classici

Gli studenti, diceva al principio del Duecento il dotto cistercense Elinando di Froidmont, non stanno mai fermi. «Percorrono il mondo intero e studiano le arti liberali a Parigi, gli autori classici ad Orléans, la giurisprudenza a Bologna, la medicina a Salerno, la magia a Toledo e non imparano i buoni costumi in nessun luogo». Al netto della tirata moralistica, la rivoluzione universitaria medievale vede nella mobilità un imperativo categorico. Per formarsi bisogna spostarsi.

In questi giorni terribili possiamo riflettere sul fatto che proprio il medioevo abbia inventato tre istituzioni che fanno da midollo spinale del mondo moderno e civile – l’università, l’ospedale, il Comune. E che l’università sia ora costretta a negare per qualche tempo la sua natura dinamica, insegnando da ferma. Anche se non siamo contagiati o non abbiamo parenti o amici colpiti dal virus, stiamo comunque sperimentando una fortissima limitazione della libertà di movimento e di relazione; e come docenti, la difficoltà di svolgere il nostro mestiere nella chiusura simultanea di aule, biblioteche, archivi, musei, luoghi della cultura in genere. E non c’è torre d’avorio che possa farci sentire meno diminuiti da questa ondata di morti. Insegnare diventa difficile non solo perché non si è in aula, ma ancor più perché bisogna trovare le parole adatte al giorno e all’ora. La sospensione forzata potrà servire a farci riflettere – non solo noi universitari, ma tutta quella società che si reputi civile – su quanto spazi e istituzioni come quelle siano indispensabili alla nostra vita, e quanto la loro chiusura incida sul funzionamento di un Paese. E magari a indurre la politica a ragionare sulla necessità fisiologica di investire seriamente sulla ricerca e sull’istruzione. Ma anche al senso della nostra missione.

Da oltre un mese stiamo riflettendo, con responsabilità mista a smarrimento, su come possiamo svolgere il nostro ruolo di fronte a una simile emergenza. Non a caso ho adoperato la metafora eburnea per alludere all’isolamento dell’intellettuale: in questo momento sto tenendo un corso sugli avori medievali e più volte mi sono chiesto che senso abbia parlare di oggetti magnifici ma così lontani da noi quando le nostre vite stanno cambiando così profondamente. Ma vite, città, paesaggio e mondo sono impregnate di immagini anche remote. Per quanto ci possa sembrare bizzarro, noi siamo quel che siamo anche perché mille anni fa un genio rimasto anonimo ha intagliato nell’avorio la coperta del Codex Aureus di Echternach, facendo del Crocifisso una maschera di umanità sofferente che mai si era vista, e la matrice di molte cose che si vedranno. E proprio riscoprendo e rileggendo questa identità maturata nel tempo possiamo trovare spunti e occasioni per non perdere un senso della storia che ci aiuti a relativizzare quel che sta accadendo con tutta la lucidità necessaria. Relativizzare non significa minimizzare, ma variare punti di riferimento e pietre di paragone. In questi giorni si parla spesso di Camus e Saramago, oltre che, ovviamente, di Manzoni e Boccaccio. Ma la percezione letteraria delle epidemie non può eludere Tucidide e Lucrezio.

Legittimo domandarsi quale sia il modo migliore di seguitare a far didattica, ma in fondo anche se si possa riconoscere agli storici dell’arte un ruolo specifico in questo frangente. Tanto più che la materia prima delle nostre ricerche non è al momento accessibile. Ma dobbiamo liberare subito il campo da un equivoco che potrebbe diventare pernicioso anche in tempo di pace: le lezioni a distanza, soprattutto nel comparto umanistico e a maggior ragione in quello storico-artistico, sono surrogati palliativi che non potranno mai sostituire il calore, la vitalità e l’interattività di una lezione in aula, seminariale o frontale che sia, e tanto meno una visita mirata davanti all’opera. Pernicioso perché la didattica digitale può incontrare fervidi estimatori anche passata l’emergenza. E quindi provocare rimodulazioni dell’offerta formativa che siano ispirate dall’adesione a un formato ritenuto più moderno e flessibile – in nome di una malintesa idea di aggiornamento – e non da progetti condivisi maturati all’interno della comunità scientifica. Ma resta che in questa fase dobbiamo saper sfruttare al meglio il privilegio di seguitare, nel blocco generale del Paese, ad aiutare centinaia di migliaia di giovani italiani (e di riflesso tutti coloro che entrano in contatto con loro) a farsi contagiare dal virus benigno della riflessione: l’argine culturale e psicologico di ogni pandemia. Ecco: anche gli avori medievali servono a rimanere aperti per pensare. E a restare vivi e umani

I nostri atenei si sono attivati con modalità differenti, secondo l’attrezzatura tecnologica di ciascuno, per garantire forme varie di didattica a distanza. In questa prima fase si sono seguite in genere due vie: lezioni tenute interamente in diretta, anche in un’aula vuota, ma comunque pubblicate su piattaforma digitale (una prassi che le ulteriori restrizioni credo abbiano sospeso quasi dappertutto); ovvero caricamento su piattaforma di presentazioni in powerpoint con registrazioni audio, o anche di soli file audio. Una soluzione veloce e funzionale, che tuttavia impedisce ogni interattività. Più sofisticata, e ancora bisognosa di rodaggio da parte di docenti non sempre avvezzi a questo sistema, è una lezione in videoconferenza, in cui gli allievi possono interagire in chat ed eventualmente prendere la parola. Sia i docenti che i discenti stanno prendendo confidenza con i mezzi strada facendo, nell’ipotesi, ormai sempre più concreta, di arrivare a giugno senza più tornare in aula. Stiamo tutti imparando ad imparare, insomma.

Infatti la modalità di insegnamento “da remoto” cambia anche quando sembra somigliare alla classica lezione frontale, ma cambiano eccome anche le modalità di apprendimento, che tende a diventare un fritto misto di pezzi e bocconi. Come quando guardiamo un film in dvd e lo interrompiamo dove e quando ci pare, e così lo riprendiamo e lo rivediamo. Tra l’opera d’arte e lo studente si crea una doppia mediazione, perché il docente è un mediatore che si avvale di strumenti riproduttivi, come le proiezioni. Ma in questi casi abbiamo mediazioni di mediazioni, e per giunta parcellizzate. E per un po’ di tempo gli originali sono negati alla vista. Molti capolavori d’avorio stanno a quattro passi da noi, al Museo del Bargello, ma non possiamo fisicamente avvicinarli.

Al netto dei formati digitali, sono anche i contenuti a dover venire rimodulati, proprio a causa della specificità dei mezzi di comunicazione. Dobbiamo in realtà tornare a ragionare anche su cosa comunichiamo. Andare subito al sodo, correndo il rischio di essere troppo assertivi e poco dubbiosi. E valorizzare quel che riteniamo davvero importante, senza perdere di vista una bibliografia che a sua volta sarà condizionata dalla chiusura delle biblioteche. Vale anche per noi: si lavora con quel che si ha sui propri scaffali, o nel pc. O si trova sul web o su banche dati. Per questo una buona didattica deve combattere pure il rischio dell’isolamento e dell’autoreferenzialità. Come la ricerca, anche la didattica si costruisce infatti nella condivisione dialettica del sapere. Non possiamo comunicare l’avvitamento sul nostro ombelico.

In questa prospettiva la distanza dalle aule e la rinuncia forzata a visite sul campo, viaggi e convegni possono esserci di stimolo ad affinare una didattica che sia comunque efficace, e intanto a ripensare oggetti e metodi della disciplina, a ritrovare una dimensione di ascolto. E pure a riguadagnare il beneficio di una lentezza che può servirci a ripartire con altra consapevolezza del nostro ruolo. Nei primi giorni dell’emergenza ci siamo illusi che i musei restassero aperti, incoraggiando il ricorso all’arte anche come antidoto all’alienazione e alla paranoia, oltre che come strumento privilegiato per comprendere il mondo e alimentare identità e senso di comunità. Ma forse proprio la distanza rende ancora più importante la dimensione etica del nostro lavoro, la funzione sociale del fare storia dell’arte. Proprio l’emergenza può aiutarci a ritrovare uno spirito di comunità interattiva che non sempre sappiamo coltivare nella quotidianità frenetica del tempo normale (e a rallentare il tempo, quando tutto sarà finito). E predisporci a nuovi e più consapevoli viaggi. Intorno al 1120 Ugo di San Vittore distillava la propria esperienza di docente in un manuale intitolato Didascalicon, e ribadiva che il bravo studente deve fare esperienza all’estero, perché la stessa dimensione interiore va esplorata nella luce dei diversi contesti, e non del proprio studiolo.

«È molto sensibile l’uomo che sente ancora la dolcezza della terra natale, è già forte colui che sa fare di ogni luogo la sua nuova patria, ma è veramente perfetto nella virtù colui che valuta tutto il mondo come un luogo d’esilio. Il primo ha fissato il suo amore in una parte della terra, il secondo lo ha distribuito in molti luoghi, ma il terzo ha annullato in sé stesso l’amore del mondo». Nell’attesa che ripartano treni e aerei, possiamo intanto fare quel che suggerisce Ugo nella nostra mente, attraverso relazioni umane che devono diventare ancor più profonde. Perché sono voci come queste, e non la nuova peste nera, a rendere il medioevo attuale.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 3 aprile 

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