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Quel pasticciaccio brutto della Regione Lombardia

Foto LaPresse - Mourad Balti Touati 23/09/2019 Milano (Ita) - Piazza Citta' di Lombardia Cronaca A Palazzo Lombardia conferenza stampa di presentazione delle celebrazioni ed eventi per gli 80 anni dell'Ospedale Niguarda con la presenza del Presidente di Regione Lombardia e del Sindaco di Milano Nella foto: Marco Bosio, Giulio Gallera, Attilio Fontana, Giuseppe Sala Photo LaPresse - Mourad Balti Touati 23/09/2019 Milan (Ita) - Piazza Citta' di Lombardia News A press conference at Palazzo Lombardia to present the 80th anniversary of the Niguarda Hospital with the presence of the President of the Lombardy Region and the Mayor of Milan In the picture: Marco Bosio, Giulio Gallera, Attilio Fontana, Giuseppe Sala

«Come Confindustria ci stiamo “battendo” affinché nelle nostre fabbriche tutto questo finisca il prima possibile, che almeno sotto l’aspetto lavorativo si torni quanto prima a una “normalità” perché siamo da sempre certi che le nostre fabbriche siano i posti più sicuri dove stare, perché siamo da sempre sicuri che le norme di sicurezza sanitaria che ognuno di noi ha messo in atto ci permettono di lavorare in assoluta tranquillità, perché siamo sicuri che per ognuno di noi ancor prima del profitto quello che da sempre ci contraddistingue è la tutela del benessere dei nostri collaboratori, che da sempre per noi sono il “bene” più prezioso delle nostre aziende». È un brano della lettera che Claudio Schiavoni, presidente di Confindustria Marche Nord, ha scritto ai suoi associati in occasione delle feste pasquali.

Dopo oltre 50 giorni di lockdown e contagi, se ovviamente non abbiamo elementi per dubitare della buona fede di Schiavoni, ne abbiamo però a sufficienza per ritenere che in Italia durante l’esplosione del coronavirus una parte degli imprenditori non ha affatto anteposto «la tutela del benessere dei loro collaboratori» al «profitto». Ripercorriamo questa vicenda per gradi: è importante che non venga rapidamente dimenticata quando nel dibattito pubblico la gestione dissennata della crisi sanitaria verrà oscurata dall’attenzione rispetto alla ripresa, alla fase due.

Il 28 febbraio l’Associazione degli industriali bergamasca diffondeva un video intitolato “Bergamo is running”, Bergamo sta correndo, col quale…

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Discriminazioni contagiose

Se c’è una verità, tra quelle «di per sé evidenti» della Dichiarazione d’Indipendenza americana, che durante l’emergenza Covid-19 è stata (nuovamente) tradita, è che gli uomini sono tutti uguali.
Negli Stati Uniti questa pandemia sta mostrando infatti con sempre maggiore evidenza la gravità delle disuguaglianze che si sono create negli anni a livello sociale e non solo.

Durante la settimana che è terminata con il 21 marzo le richieste di unemployment insurances, i sussidi di disoccupazione, hanno avuto un’impennata senza precedenti: si è passati da 281 mila a 3,3 milioni, aumentate ancora nelle settimane successive fino a oltre 16 milioni di richieste. Un record che supera di gran lunga quello precedente, cioè le 695 mila richieste che risalgono al 2 ottobre 1982. Il coronavirus ha colpito duramente i lavoratori statunitensi: secondo un sondaggio di Data for progress, il 33% degli intervistati aveva già perso il lavoro ad inizio aprile, oppure era stato messo in congedo non pagato, aveva subito una sensibile riduzione delle ore di lavoro oppure era stato messo in aspettativa. Tra questi, il 41% si aspettava di avere problemi a coprire le spese necessarie a sopravvivere già nell’immediato.

Per sopperire a questa crisi non solo sanitaria, ma anche economica, il presidente Donald Trump ha stanziato una misura da più di duemila miliardi di dollari che prevede un assegno da 1.200 dollari per gli adulti e da 500 per i minori di 17 anni. Secondo il sondaggio di Data for progress, però, si tratta solo di un palliativo, insufficiente a coprire le spese di una famiglia americana media. Uno degli aspetti più gravi della perdita dell’impiego per un adulto negli Stati Uniti è che molto spesso l’assicurazione sanitaria, indispensabile per potersi permettere qualsiasi tipo di trattamento ospedaliero, è vincolata al contratto di lavoro. Questo tipo di assicurazione è il più diffuso tra chi ha meno di 65 anni, l’età in cui quasi tutti gli americani diventano idonei per il programma Medicare, che è gratuito. Tra i nuovi disoccupati a causa del Covid-19, molti potrebbero rimanere senza assicurazione sanitaria, mentre altri potrebbero richiedere l’iscrizione ai registri del Medicaid, altra forma di sanità gratuita riservata a chi si trova sotto la soglia di povertà stabilita dal governo federale (17.618 dollari per adulto e 36.158 per una famiglia di quattro persone, come riporta il Philadelphia Inquirer). Sembrerebbe tutto a posto, se non fosse che occorrono più di 30 giorni per essere registrati a Medicaid, dopo un impegno notevole sia nel procurarsi i documenti necessari che nella …

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Lettera aperta di 100mila medici e odontoiatri al ministro Speranza

Al Ministro della Salute on. Speranza
Ai Governatori di tutte le Regioni
Al presidente della FNOMCEO dott. Filippo Anelli
Ai Presidenti Federali degli Ordini dei Medici Regionali

Siamo un gruppo di circa 100.000 Medici, di tutte le specialità e di tutti i servizi territoriali e ospedalieri sparsi per tutta Italia, nato in occasione di questa epidemia, che da quasi 2 mesi ormai, sta scambiando informazioni sull’insorgenza della malattia causata dal Coronavirus, sul come contenerla, sul come fare, a chi rivolgersi, come orientare la terapia, come e quando trattarla, e siamo pressoché giunti alle stesse conclusioni: i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria, ossia la polmonite interstiziale bilaterale, che quasi sempre porta il paziente in Rianimazione.
Dagli scambi intercorsi e dalla letteratura mondiale, si è arrivati a capire probabilmente la patogenesi di questa polmonite, con una cascata infiammatoria scatenata dal virus attraverso l’iperstimolazione di citochine, che diventano tossiche per l’organismo e che aggrediscono tutti i tessuti anche vascolari, provocando fenomeni trombotici e vasculite dei diversi distretti corporei, che a loro volta sono responsabili del quadro variegato di sintomi descritti.

I vari appelli finora promossi da vari Organismi e Organizzazioni sindacali, che noi abbiamo condiviso appieno, sono stati rivolti a chiedere i tamponi per il personale sanitario, a chiedere i dispositivi di sicurezza per tutti gli operatori, che spesso hanno sacrificato la loro vita, pur di dare una risposta ai pazienti, non si sono tirati indietro, nessuno. Proprio per non vanificare l’abnegazione di medici e personale sanitario, oltre ai Dispositivi di Protezione e ai  Tamponi, chiediamo di Rafforzare il Territorio, vero punto debole del Servizio Sanitario Nazionale, con la possibilità per squadre speciali, nel decreto ministeriale del 10 Marzo, definite USCA, di essere attivate immediatamente in tutte le Regioni, in maniera omogenea, senza eccessiva burocrazia, avvalendosi dell’esperienza di noi tutti nel trattare precocemente i pazienti, anche con terapie off label, alcune delle quali peraltro già autorizzate dall’Aifa.
Siamo giunti alla conclusione che il trattamento precoce può fermare il decorso dell’infezione verso la malattia conclamata e quindi arginare, fino a sconfiggere l’epidemia.
Il riconoscimento dei primi sintomi, anche con tamponi negativi (come abbiamo avuto modo di constatare nel 30% dei casi) è di pura pertinenza Clinica, e pertanto chiediamo di mettere a frutto le nostre esperienze cliniche, senza ostacoli burocratici nel prescrivere farmaci, tamponi, Rx e/o TC, ecografia polmonare anche a domicilio, emogasanalisi, tutte cose che vanno a supportare la Clinica, ma che non la sostituiscono.
Lo chiediamo, indipendentemente dagli schieramenti politici e/o da posizioni sindacali, lo chiediamo come Medici che desiderano ed esigono di svolgere il proprio ruolo attivamente e al meglio, dando un contributo alla collettività nell’interesse di tutti.
Lo chiediamo perché tutti gli sforzi fatti finora col distanziamento sociale, non vadano perduti, paventando una seconda ondata di ricoveri d’urgenza dei pazienti tenuti in sorveglianza attiva per 10-15 giorni, ma che non sono stati visitati e valutati clinicamente e che ancora sono in attesa di tamponi.
La mappatura di questi pazienti, asintomatici o paucisintomatici, e di tutti i familiari dei casi conclamati è oltremodo indispensabile per non incorrere in un circolo vizioso, con ondate di ritorno dei contagi appena finirà il “lockdown”.

L’arte di uscire dalla crisi: Cristina Cobianchi

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sara passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Cristina Cobianchi, fondatrice e presidente di AlbumArte, risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

Nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa come questa. Una specie di apocalisse, quella che abbiamo sempre sperato di non sognare la notte, perché sarebbe stato un incubo che ci avrebbe fatti risvegliare prede di un’ansia incontrollabile che ci avrebbe condizionato la giornata.

E invece eccoci qui, all’inizio increduli e recalcitranti a spacciarla per influenza, poi sempre più impauriti, confusi, diffidenti, smarriti. Tutti a casa, ognuno rimasto con il suo piccolo cielo dalla sua piccola finestra e il suo piccolo scorcio di città, rimasta, a poco a poco, deserta. I primi giorni di domicilio forzato, la mente era ancora pronta ad agire, a creare, ad ispirarsi, non aveva perso la progettualità e la proiezione nel futuro, come per una specie di abbrivio della vita stessa. Poi abbiamo imparato anche a rendere quella mente, abituata a una vita sollecitata da un ritmo che ora stentiamo a sentire nostro, meno attiva, per pensare meno, sperando che così tutto potesse essere più facile da sopportare.

Proprio il primo giorno in cui siamo rimasti a casa e forse proprio perché all’inizio, perché probabilmente, poi, non ne sarei stata più capace, ero al telefono con un artista e, prendendo spunto delle nostre prime reazioni, abbiamo deciso di realizzare la prima mostra virtuale di AlbumArte, che fosse una riflessione sul tema della casa in tutte le sue declinazioni. Abbiamo attinto alla nostra comunità artistica, ormai consolidata e in 24 ore, ben 46 artisti e artiste si sono resi disponibili a scegliere tra i loro lavori qualcosa di inerente al concept della mostra. Abbiamo redatto il press kit e inviato a tutta la stampa, organizzato un opening virtuale realizzato solo attraverso brevissimi video degli artisti coinvolti, abbiamo continuato a postare due opere al giorno sui nostri profili social e, a fine mostra, realizzeremo una gallery di tutte le opere sul nostro sito e un catalogo virtuale. Una vera mostra, ma on line. Anche i video postati per l’opening, verranno raccolti in un unico lungo video, che sarà testimonianza di un momento molto preciso della nostra storia. La nostra comunità creativa vuole così testimoniare una partecipazione umana oltre che artistica, una presenza attiva e propositiva che affronta le difficoltà e ne rilancia i contenuti. Un’artista coinvolta nel progetto scrive “per molti di noi l’arte è una leva per afferrare il mondo” e questo è lo spirito con il quale abbiamo affrontato il progetto, che, per fortuna è stato molto apprezzato ed è stato per tutti noi una delle poche note liete di giornate dedicate alla tristezza e alla preoccupazione.

Ma malgrado i tanti volonterosi tentativi di offrire validi contenuti al tormento dello spirito, questa emergenza è molto dura da affrontare.

C’è chi suggerisce di utilizzare questo periodo per approfondire la conoscenza di se stessi, chi pensa che anche questo proposito, senza strumenti adatti, sia rischioso. Chi spera che l’umanità ne uscirà migliore, chi ritiene che comunque finalmente la terra respiri, ma, purtroppo, una cosa è forse più certa: molti moriranno e moltissimi ne usciranno economicamente distrutti.

In mezzo ai lavoratori in futura difficoltà, ci sono quelli delle arti e della cultura e, tra questi, il settore dell’arte visiva, che comprende molti professionisti indipendenti, i quali, come sappiamo, non sono sufficientemente tutelati. Un artista non ha un albo professionale forte e strutturato, o un progettista di attivazione culturale, un curatore free lance, quelli che recensiscono le mostre per i più noti quotidiani specializzati on line, neanche. Molti rientreranno tra i soggetti a partita IVA, per i quali stanno uscendo provvedimenti, ma il settore nel suo complesso, sofferente da sempre, da questa tragedia, prima di tutto umana e in un secondo tempo umana ed economica, ne uscirà malissimo.

Sarebbe interessante che si potesse creare una piattaforma progettuale dove interagire per poter offrire e attingere a contenuti e proposte che possano far arrivare a una visione diversa della programmazione artistica, della sua diffusione e soprattutto del suo sostentamento. Ma ritengo che tutto quello che pensiamo e cerchiamo di progettare per il futuro adesso, debba necessariamente essere modificato di ora in ora ed è proprio questo destabilizzante tempo sospeso che ci fa comprendere che dobbiamo fermarci e cercare di ri-capire, con tempi che non possiamo più immaginare di gestire, almeno non nell’immediato. Non si può neanche riprogrammare le mostre finché non si definiscano i termini temporali della questione, perciò immagino che ideare gli antidoti alle conseguenze economiche, sia ancora più difficile. Un fondo statale, pubblico o privato? E in quali modalità? E le mostre cambieranno come cambieranno gli appuntamenti della filiera economica dell’arte? In meglio o in peggio? Cosa sarà il meglio e il peggio dopo il corona virus (perché ci sarà un prima e un dopo)? Secondo quali parametri verrà definito? Quali saranno i nuovi paradigmi e le nuove coordinate del nostro lavoro? Purtroppo non possiamo dirlo adesso o forse neanche cercare di immaginarlo.

Io nella mia esperienza ho di nuovo potuto costatare l’importanza della comunità coesa e penso che il concetto di comunità e di condivisione possa essere un attore importante per il prossimo futuro, sia sotto il profilo di categoria contrattuale, che per una nuova sentita creatività.

*

L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste

La politica e il virus dell’anaffettività

Nel mese di marzo è uscito un numero della rivista scientifica The Lancet che analizza gli effetti dell’epidemia da Covid-19 sulla popolazione dei bambini e degli adolescenti. L’articolo sottolinea la bravura del sistema amministrativo del ministero dell’Istruzione cinese nell’approntare, in pochissimo tempo, una rete telematica di corsi online ben organizzati, grazie agli sforzi e alla collaborazione degli insegnanti. Queste misure hanno attenuato l’ansia dei genitori per gli esiti che, l’interruzione obbligata dei corsi scolastici, avrebbe prodotto sull’apprendimento dei loro ragazzi. L’articolo continua dicendo che, nonostante questi sforzi e queste misure siano necessarie e lodevoli, possiamo pensare che ci siano altre motivazioni che renderebbero la prolungata chiusura delle scuole e il confinamento a casa, dannosi per la salute fisica e mentale dei ragazzi.

Gli autori dell’articolo osservano che, durante i normali periodi di vacanza, i ragazzi passano molto più tempo davanti al computer o alla televisione, hanno abitudini dietetiche poco sane e ritmi di sonno irregolari. Ma sempre secondo gli autori, un problema più importante e forse trascurato è l’impatto psicologico di alcuni elementi stressogeni. La perdita dei rapporti con i compagni di classe e gli amici, con gli insegnanti, la paura del contagio, la scarsa informazione, la noia e la perdita del lavoro dei genitori, possono avere un effetto più duraturo e dannoso, sulla salute psichica dei bambini e adolescenti. La quarantena da Covid-19 potrebbe causare uno stress post traumatico, come è già stato documentato per eventi simili. L’interazione tra lo stress psicologico e il cambiamento dello stile di vita potrebbe aggravare il fenomeno che il confinamento in casa ha sulla salute mentale e fisica dei ragazzi.

Il governo, la scuola e i genitori consapevoli di questi aspetti negativi dovrebbero…

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Fase 2: alcune certezze, tante incognite

In questa magmatica situazione, inondati da informazioni di ogni genere e qualità, presi dal legittimo desiderio di tornare almeno ad una parvenza di vecchia normalità può essere difficile identificare gli elementi che ci consentano di inquadrare più correttamente la situazione. Ci sono alcune certezze, molte cose dubbie e troppe cose che non sappiamo. Cerchiamo di individuare alcuni degli elementi più importanti per le nostre opinioni.

Le cose certe
Siamo ancora nella fase 1 e la fase 2, a meno di pericolose forzature, non è dietro l’angolo; la discesa dei numeri è ancora troppo lenta e non è trascurabile il rischio di una micidiale seconda ondata che ci costringerebbe a stare a casa per ancora più tempo e ucciderebbe molte altre persone e l’economia. Informazioni un po’ più precise sono quelle delle singole regioni che però viaggiano con tempi e valori diversi e sono tutte ancora molto vulnerabili; la media italiana è troppo condizionata dalla Lombardia e quindi poco significativa ma comunque dà un’idea di ciò che accade. Sottostimati a volte alcuni aspetti (le morti ed i contagi). Non si può gestire bene nulla senza dati sufficienti ed affidabili.

Il numero dei tamponi è particolarmente delicato; farne pochi significa, tra l’altro, tenere artificialmente basso il numero dei positivi e delle morti. La scelta e la responsabilità politica e tecnica rispetto a dove farli ed a chi farli è esclusivamente regionale e locale. È fuorviante considerare solo il loro numero sull’intera popolazione; deve essere invece normalizzato (tamponi / 100.000 abitanti); evidente che i 10 milioni di abitanti della Lombardia non sono i 320.000 del Molise. Il numero dei posti letto liberi in TI detto così significa molto poco; servono altri dati (che forse non avremo mai) tra cui anche quelli scabrosi relativi ai criteri di selezione dei pazienti da non ricoverare in TI. La lenta discesa della curva significa che il contrasto attivo al virus sul territorio è ancora debole e insufficiente e che le misure collettive e individuali di contenimento, non essendo quelle cinesi, sono ancora lente.

La strage di sanitari in ospedale e nel territorio e l’enorme numero di contagiati poteva essere in gran parte evitata con una corretta gestione delle protezioni e dei tamponi; la responsabilità non ha scusanti ed è tutta regionale e aziendale.  L’autonomia regionale in ambito sanitario ha dimostrato tutto il suo fallimento; i molti modi di fare le stesse cose hanno fortemente condizionato la capacità di risposta all’epidemia anche in termini di contagi e morti. Evidentissima l’insofferenza di alcune regioni alle disposizioni nazionali salvo pretendere risorse anche a discapito di altre regioni; sovranismo becero in salsa regionale.

Il territorio
La sanità territoriale è l’elemento più vulnerabile e sottovalutato di tutto il sistema; la sua diffusa inadeguatezza ha compromesso la funzione di barriera alla diffusione del virus, il trattamento precoce dei pazienti, la sorveglianza delle Rsa e la protezione degli ospedali. I risultati delle poche eccezioni lo confermano ulteriormente. Puntare solo sul potenziamento degli ospedali e delle TI ignorando il territorio è stato colpevolmente e palesemente perdente. Fondamentale per uscirne dalla situazione è la sorveglianza epidemiologica attiva: individuazione dei positivi, isolamento, trattamento precoce e individuazione dei contatti e per ognuno di questi ripetere il ciclo; l’Oms lo dice da decenni. La chiusura ed il distanziamento sociale hanno funzionato. Potevano fare di più se ci fossero stati meno furbi, un senso civico diffuso e se alcune attività industriali fossero state chiuse davvero e prima; gli opposti estremi di Codogno, Vò e Bergamo confermano e dovrebbero insegnare molto.

L’industria in questa storia ha ancora oggi un ruolo spesso negativo per la finta incapacità di comprendere che la salute viene sempre prima degli affari; gli evitabili e tragici fatti della bergamasca speriamo siano almeno da monito per la fase 2. Un vigile compromesso, che non può però essere suicida, è realisticamente necessario anche per salvaguardare il lavoro e l’economia. Con questi numeri non si può oggi pensare ad una fase 2 imminente; più la si anticipa più è alto il rischio di seconda ondata. Programmarla su dati attendibili è fondamentale; lo si sta facendo ma non sappiamo come; cedere alle pressioni di parte ed a vecchie idee vanificherebbe tutto, per questo un po’ di trasparenza sarebbe salutare e doverosa.

Ci sono stati errori; a livello regionale soprattutto strategici, di pianificazione organizzativa, di verifica; a livello nazionale di tempistica, eccessiva mediazione e debolezza a pressioni. La responsabilità di ciò che accade negli ospedali e nel territorio è di esclusiva pertinenza regionale. Il governo e il ministero della Salute emanano disposizioni di massima che sono la cornice entro cui ogni regione può e deve muoversi per applicarle, fermo restando il potere di aumentarle (ma non di diminuirle). Lo Stato con la Protezione civile cerca in tutti i modi di aiutare le Regioni a reperire materiali e personale. Sono quindi completamente pretestuosi e fuorvianti i vigliacchi scarichi di responsabilità di alcune regioni.

Il modello lombardo ospedalocentrico, fortemente privatistico con un territorio debolissimo si è dimostrato un fallimento. L’aumento notevole dei posti di TI e l’immane sacrificio del personale non ha impedito la loro saturazione e la temuta selezione dei pazienti da ricoverare. L’ospedale (che non è un ospedale!) in Fiera è la cosa tecnicamente più insensata ed economicamente più fallimentare di tutta questa epidemia; solo un caso? Stante il certo perdurare della circolazione del virus per gestire al meglio i milioni di malati ad esso più vulnerabili (cronici, anziani e disabili) serve una rapida riorganizzazione dell’assistenza da centrare ancora più sul territorio e su percorsi rigidamente separati. I malati di tutte le altre patologie non sono magicamente spariti e nel frattempo non sono di certo migliorati; devono essere rapidamente rivalutati e ripresi in carico. Il personale sanitario ha dato una risposta ovunque eccezionale pagando un prezzo altissimo in termini di morti, malati e contagiati la cui responsabilità quasi completa e senza alibi alcuno è a carico delle regioni e delle Asl soprattutto per la carente e tardiva protezione del personale.

Le cose dubbie
I test sierologici cosiddetti “rapidi” al dito sarebbero utili ma non sono ancora ben validati (troppi falsi positivi e falsi negativi per prendere decisioni minimamente sicure); pericoloso il fai da te via internet. I test sierologici con classico prelievo di sangue vanno un po’ meglio e sono in corso di avanzata validazione. Pensare ad un test che a breve termine dia un lasciapassare per lavorare e uscire di casa è decisamente prematuro. I test hanno grande valore per studi sulla popolazione ma sono ancora di scarsa utilità per il singolo. Secondo picco. È possibile; dipende solo dai nostri comportamenti personali, da quelli delle altre persone e da come si muoveranno i nostri governanti soprattutto regionali. Determinante sarà il ruolo dell’industria e dei controlli per l’osservanza a tutti i livelli delle disposizioni di sicurezza a seguito delle riaperture; una grande criticità i trasporti pubblici.

Le cose che non sappiamo
Non sappiamo quando finirà. Conviveremo per un bel po’ di tempo con il virus e quindi con le restrizioni anche se variamente attenuate; il virus difficilmente sparirà ma non sappiamo quanto sarà virulento e diffuso. Ogni previsione è viziata dal non sapere quanto durerà l’immunità dopo la malattia e quando si raggiungerà l’agognata immunità di gregge. Non sappiamo quanto enorme sarà la ricaduta reale sull’economia e sull’occupazione, cosa farà l’Europa e se saremo soli. Non sappiamo se riusciremo a superare le spinte regionalistiche e gli interessi privatistici per spostare sul territorio il baricentro dei sistemi sanitari per meglio difenderci dai contagi. Non sappiamo se noi stessi saremo contagiati; dipenderà molto dalla nostra intelligenza ma sempre troppo anche dagli altri. Non sappiamo come saremo e faremo noi egli altri tra qualche mese, come cambieranno le nostre vite e molte cose nel mondo. L’impatto sulla società e sull’economia potrebbe rendere moltissime cose variamente diverse per un periodo non breve. Sicuro invece che lo stile di vita precedente per qualche tempo ancora sarà un ricordo. Come dice Giulio Cavalli siamo talmente concentrati sul quando finirà la fase 1 che non pensiamo a come sarà la fase 2; le sorprese non mancheranno. Spero di essere stato più realista del re.

*

Quinto Tozzi è cardiologo; già responsabile di terapia intensivista cardiologica e direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

«Cari bianchi, l’Africa non è il vostro parco giochi»

Non fosse stato per i calciatori, non ce ne saremmo nemmeno accorti. Il primo di aprile, e non è uno scherzo, due esperti francesi hanno alzato un polverone parlando in televisione (qui il video) di come si potrebbe avviare una sperimentazione per capire se il vaccino contro la tubercolosi può provocare una maggiore resistenza contro il coronavirus. Il primario del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Cochin di Parigi, Jean-Paul Mira dice così: «Se posso essere provocatorio: non dovremmo fare questo studio in Africa, dove non ci sono mascherine, non ci sono cure, non c’è rianimazione… Un po’ come si fa in alcuni studi sull’Aids? O tra le prostitute, perché sappiamo essere molto esposte?». Al che Camille Locht, direttore di ricerca all’Inserm (Istituto nazionale francese per la ricerca sulla salute e la medicina), gli risponde: «Esatto, stiamo pensando in parallelo a uno studio in Africa con lo stesso tipo di approccio». Ma è giusto chiedere a chi vive in Africa, o a chi è affetto da Hiv, o alle prostitute di fare da tester? In un istante si sono scatenati i commenti sdegnati dei telespettatori. La notizia è arrivata a noi attraverso le reazioni sui social di due ex giocatori africani famosi anche in Italia. Il campione ivoriano Didier Drogba: «Non siamo cavie!» sbotta sdegnato. Ancora più esplicito un altro campione, il camerunense (ed ex Inter) Samuel Eto’o che twitta: «L’Africa non è il vostro parco giochi. È tempo di ribellarsi. L’Africa non è un laboratorio per fare dei test. Non considerate gli africani come cavie».

Come ha sottolineato poco dopo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, che è stato per due anni Presidente del Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria, proposte del genere sono «l’eredità di una mentalità coloniale». Mentalità condivisa in Italia, dove non abbiamo mai fatto davvero i conti con le “imprese” fasciste e spesso ignoriamo cosa voglia dire avere un privilegio bianco. Potremmo aggiungere che il paragone con la cura dell’Aids ha già dato origine a similitudini che non reggono: nel caso dei positivi al coronavirus nessuno dice loro che “se la sono cercata”, come sentiamo invece ancora oggi ripetere a causa di uno stigma ancora presente nei confronti di chi è positivo all’Hiv. Tornando all’episodio francese, non è certo il primo a mostrare come in una situazione di emergenza globale molti approfittino delle differenze sociali per acuire le disuguaglianze. In un primo momento, infatti, la risposta al virus è stata una sinofobia diffusa, che dal passato è tornata a colpire anche chi fosse solamente sospettato di essere asiatico. Ma quando il Covid-19 si è propagato in Italia abbiamo iniziato a capire cosa significhi essere considerati solo come degli untori. Non Salvini, che il 29 gennaio usava i migranti come capro espiatorio, come d’altronde fa quotidianamente: «Vi sembra normale che nel resto del mondo chiudano frontiere, blocchino voli e mettano in quarantena chi arriva dalla Cina mentre in Italia spalancano i porti?».

Intanto una parte del paese si è confermata solidale, avviando iniziative per le fasce più deboli, ma non sono mancate le eccezioni di alcuni comuni che hanno imposto requisiti discriminatori per l’accesso ai buoni spesa annunciati il 29 marzo. Inserendo, come riporta l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) «il limite del permesso di soggiorno CE di lungo periodo (come i Comuni di Ferrara o dell’Aquila), oppure escludendo del tutto gli stranieri (come il Comune di Ventimiglia). Tuttavia, nella maggior parte dei casi a noi segnalati, gli Avvisi contengono il requisito della residenza anagrafica, tagliando comunque fuori una buona parte della popolazione, tra cui i senza fissa dimora (anche italiani!), i richiedenti asilo e gli stranieri irregolari».

Il disastro sanitario colpisce anche gli insediamenti della popolazione rom, assente nelle cronache, dove come ricorda l’attivista Dijana Pavlovic ci sono «tante persone in spazi piccoli, privi di servizi e spesso senza neppure l’acqua». Nessuno è immune, ripetono i medici, perciò un contagio all’interno di un campo rom causerà contagi all’esterno. Dobbiamo concludere che il coronavirus discrimina perché colpisce alcuni, o è democratico perché può colpire tutti? Oppure è un grande equalizzatore, come ha detto il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo? Le immagini arrivate dagli Stati Uniti hanno mostrato come il minore accesso alla sanità faccia sì che in alcune città afroamericani e latinos siano la maggior parte delle vittime. Anziché occuparsene, a queste comunità viene suggerito,di evitare alcool, tabacco e droghe, mentre è noto che non potendo ricorrere al telelavoro molti continuano ad essere esposti al contagio. Dopo i morti bruciati nelle strade a Guayaquil, in Ecuador, dove gli obitori sono pieni, i droni hanno ripreso le fosse comuni nel Bronx di New York, dove sono aumentati i corpi di chi non ha parenti o non ha nessuno in grado di sostenere le spese per la sepoltura. Insomma questo virus, come qualunque altro virus, non è razzista: sono alcuni privilegiati occidentali ad esserlo, casomai.

«Cara Italia, ascolta questo silenzio». Lettera aperta dei Fridays for future

Cara Italia,
ascolta questo silenzio.

La nostra normalità è stata stravolta e ci siamo svegliati in un incubo. Ci ritroviamo chiusi nelle nostre case, isolati e angosciati, ad aspettare la fine di questa pandemia. Non sappiamo quando potremo tornare alla nostra vita, dai nostri cari, in aula o al lavoro. Peggio, non sappiamo se ci sarà ancora un lavoro ad attenderci, se le aziende sapranno rialzarsi, schiacciate dalla peggiore crisi economica dal dopoguerra.

Forse avremmo potuto evitare questo disastro?

Molti studi sostengono che questa crisi sia connessa all’emergenza ecologica. La continua distruzione degli spazi naturali costringe infatti molti animali selvatici, portatori di malattie pericolose per l’uomo, a trovarsi a convivere a stretto contatto con noi. Sappiamo con certezza che questa sarà solo la prima di tante altre crisi – sanitarie, economiche o umanitarie – dovute al cambiamento climatico e ai suoi frutti avvelenati. Estati sempre più torride e inverni sempre più caldi, inondazioni e siccità distruggono già da anni i nostri raccolti, causano danni incalcolabili e vittime sempre più numerose. L’inesorabile aumento delle temperature ci porterà malattie infettive tipiche dei climi più caldi o ancora del tutto sconosciute, rischiando di farci ripiombare in una nuova epidemia.

Siamo destinati a questo? E se invece avessimo una via d’uscita? Un’idea in grado di risolvere sia la crisi climatica sia la crisi economica?

Cara Italia, per questo ti scriviamo: la soluzione esiste già.

L’uscita dalla crisi sanitaria dovrà essere il momento per ripartire, e la transizione ecologica sarà il cuore e il cervello di questa rinascita: il punto di partenza per una rivoluzione del nostro intero sistema. La sfida è ambiziosa, lo sappiamo, ma la posta in gioco è troppo alta per tirarsi indietro. Dobbiamo dare il via a un colossale, storico, piano di investimenti pubblici sostenibili che porterà benessere e lavoro per tutte e tutti e che ci restituirà finalmente un Futuro a cui ritornare, dopo il viaggio nell’oscurità di questa pandemia.

Un futuro nel quale produrremo tutta la nostra energia da fonti rinnovabili e non avremo più bisogno di comprare petrolio, carbone e metano dall’estero. Nel quale smettendo di bruciare combustibili fossili, riconvertendo le aziende inquinanti e bonificando i nostri territori devastati potremo salvare le oltre 80.000 persone uccise ogni anno dall’inquinamento atmosferico.

Immagina, cara Italia, le tue città saranno verdi e libere dal traffico. Non perché saremo ancora costretti in casa, ma perché ci muoveremo grazie a un trasporto pubblico efficiente e accessibile a tutte e tutti. Con un grande piano nazionale rinnoveremo edifici pubblici e privati, abbattendo  emissioni e bollette. Restituiremo dignità alle tue infinite bellezze, ai tuoi parchi e alle tue montagne. Potremo fare affidamento sull’aria, sull’acqua, e sui beni essenziali che i tuoi ecosistemi naturali, sani e integri, ci regalano. Produrremo il cibo per cui siamo famosi in tutto il mondo in maniera sostenibile.

In questo modo creeremo centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro ben retribuiti, in tutti i settori.

Questo Futuro è davvero possibile, cara Italia, ne siamo convinti. Per affrontare questa emergenza sanitaria stiamo finalmente ascoltando la scienza. Ed è proprio la scienza ad indicarci chiaramente la rotta da percorrere per sconfiggere la crisi climatica. Stavolta sappiamo quanto tempo ci rimane per agire: siamo già entrati nel decennio cruciale. Il momento del collasso dell’unico ecosistema in cui possiamo vivere, il superamento di 1,5°C di riscaldamento globale, già si staglia all’orizzonte. La folle curva di emissioni va capovolta già da quest’anno, e per sempre. Solo se ci riusciremo costruiremo un Paese e un mondo più giusto, più equo per tutte e tutti, non a spese dei più deboli, ma di quei pochi che sulla crisi climatica hanno costruito i loro profitti.

Cara Italia, sei di fronte ad un bivio della tua storia, e non dovranno esserci miopi vincoli di bilancio o inique politiche di austerity che ti impediscano di realizzare questa svolta.

Cara Italia, tu puoi essere d’esempio. Puoi guidare l’Europa e il mondo sulla strada della riconversione ecologica.

Non a tutte le generazioni viene data la possibilità di cambiare davvero la storia e creare un mondo migliore – l’unico in cui la vita sia possibile.

Questa è la nostra ultima occasione. Non possiamo permetterci di tornare al passato. Dobbiamo guardare avanti e preparare il nostro Ritorno al Futuro!


* Gli attivisti e le attiviste di
Fridays for future Italiawww.ritornoalfuturo.org

Ps: questo è solo l’inizio. Oggi comincia una grande campagna per la rinascita del nostro Paese, che ci porterà fino al lancio di una serie di proposte concrete, in occasione del global #DigitalStrike, il 24 aprile. E non saremo soli.

con il supporto di:

Armaioli Nicola – Chimico, Dirigente di Ricerca presso Cnr

Balzani Vincenzo – Chimico, Professore emerito presso l’Università di Bologna

Banfi Luca  – Direttore dipartimento di Chimica Università di Genova

Barbante Carlo – Paleoclimatologo, Università Venezia

Barbera Filippo – Docente di sociologia economica, Università di Torino

Bardi Ugo – Docente di Chimica e Fisica, Università di Firenze

Bartoletti Antonella – medico, socio dell’Isde e dei Gufi 

Bartolini Stefano – Docente di Economia Politica, Università di Siena

Belligni Silvano – sociologo, Università degli Studi di Torino

Bellini Alberto – Coordinatore Corso di Laurea in Ingegneria elettronica, delegato Kic

Bergamini Giacomo – Professore presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Bologna

Bigano Andrea – Economista, scienziato del Cmcc

Blanchard Guido – Dottore Forestale

Bosetti Valentina – Docente di economia dell’ambiente

Budroni Marilena – Docente di Microbiologia agraria, Uni Sassari

Bonapace Elena – economista, Italian action network

Buizza Roberto – Docente di Fisica, Sant’Anna di Pisa

Cagnoli Paolo – Resp. Osservatorio Energia Emilia Romagna, Docente di Energetica

Campanella Luigi – Docente di Chimica, già presidente Società chimici italiana

Caserini Stefano – Docente di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici, PoliMilano

Cacciamani Carlo – fisico, dipartimento Protezione Civile Nazionale

Cassardo Claudio – Docente di fisica del clima, Università di Torino

Castellari Sergio – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv)

Ceroni Paola – Chimica, Università di Bologna

Comanducci Paolo – Rettore dell’Università di Genova

Gagliasso Elena – Docente di Logica e Filosofia della scienza, La Sapienza

Filpa Andrea – architetto, Università Roma Tre, Comitato scientifico Wwf Italia

Fuzzi Sandro – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, Cnr

Gentilini Patrizia – medico oncologo-ematologo, comitato scientifico Isde – Medici per l’Ambiente

Giacomin Serena – climatologa, presidente di Italian Climate Network

Grosso Mario – Docente PoliMi, fondatore Associazione Ingegneri per l’Ambiente e il Territorio

Gullino Maria Lodovica – Docente di Patologia vegetale e direttore del Centro Agroinnova

Guzzetti Luca – Docente di Scienze della Comunicazione, UniGe

Iannelli Marirosa – presidente Water Grabbing Observatory

Lantschner Robert – fondatore di CasaClima, presidente di ClimAbita Foundation

Lombroso Luca – Meteorologo Ampro e divulgatore ambientale

Marletto Vittorio – fisico, responsabile Osservatorio clima Arpae Emilia-Romagna

Palazzi Elisa – Docente di Fisica del clima e ricercatrice presso Isac Cnr

Papini Alessio – Docente di Biologia, Università di Firenze

Pasini Antonello – Ricercatore presso Iia Cnr

Piombino Aldo – Docente di geologia

Poggiali Elisa – ingegnere Ambiente e Territorio, membro di 100Esperte.it

Poggio Alberto –  Ricercatore in Sistemi per l’Energia, Politecnico di Torino

Riccobon Angela – biologa, Isde Forli-Cesena

Ridolfi Ruggero – Oncologo Endocrinologo, Coordinatore Isde (Medici per l’ambiente) sezione Forlì-Cesena

Rovelli Carlo – fisico e saggista, 

Ruggieri Gianluca – Docente di Tecnologie per la Sostenibilità, UniInsubria

Tartaglia Angelo – Docente di Ingegneria e Fisica, Università di Torino

Trecroci Carmine – Docente di Macroeconomia e Finanza, Università di Brescia

Vacchiano Giorgio – Ricercatore in gestione e pianificazione forestale, Università di Milano

Ventura Francesca – Docente di Scienze e Tecnologie Agroalimentari, Presidente Aiam – Italian Association of AgroMeteorology

Venturi Margherita – Docente di Chimica, Università di Bologna

Allenarsi in quarantena

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-03-2020 Roma Cronaca covid-19 coronavirus Nella foto: restiamo tutti a casa! Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 15-03-2020 Rome Home covid-19 coronavirus In the picture: "we all stay home! Thanks"

Tra i vari tutorial, corsi online, videoconferenze e dirette per tenere in allenamento tutti i muscoli durante questa quarantena forzata ne manca uno, forse uno dei più importanti, il muscolo della curiosità. Anche la curiosità è un muscolo e vatenuto bene allenato, perché si allunghi di giorno in giorno, perché non ci si infeltrisca diventando impermeabili. Come si allena la curiosità?

Primo. Con l’empatia. La distanza sociale e la clausura non siano il veleno per concedersi di credere che la nostra visione del mondo sia l’unica visione possibile. Le situazioni non sono tutte uguali, le condizioni sono estremamente disuguali e ciò che viene dato per scontato per alcuni è un privilegio. Ce ne accorgiamo ora che un decreto vieta gli abbracci ma ci sono invisibili che hanno le catene ben prima del virus. Non è vero che si viaggia con l’immaginazione: si viaggia con l’empatia, capaci di mettersi nei panni di un altro e di sintonizzarsi su bisogni che noi non eravamo nemmeno in grado di immaginare. Sentite, sentitevi addosso gli altri. Vi farà bene. Prima e dopo i pasti.

Secondo. Stare sulle persone. Dietro tutti questi numeri, piani e task force ci sono persone. Dentro la fascia “dai 75 anni in su” ci sono persone. Riuscire a vederle dietro a qualsiasi ragionamento, provare a immaginare che ogni decisione investe la quotidianità delle persone, chiedersi come cambia quella quotidianità con quella decisione è molto salutare. Si parla di fabbriche ma ci sono i lavoratori che sono persone oltre che lavoratori, che hanno dei bambini a casa (ma che fine hanno fatto i bambini in tutte queste serrate discussioni?), che hanno genitori rinchiusi, che hanno affetti che incespicano.

Terzo. Ascoltare le opinioni con cui non siamo d’accordo. Non combatterle: ascoltarle. Possono essere pessime, possono essere sbagliate ma qualsiasi opinione ci potrebbe offrire un angolo di visuale inaspettato. Non leggiamo solo ciò che conforta la nostra tesi: l’arte di essere contraddetti dimostra coraggio e apertura, è un esercizio che fa bene ai pregiudizi. Potete farlo anche sul balcone.

Quarto. Qui e ora. Essere curiosi significa non cadere nella tentazione di mettere in pausa la propria curiosità in attesa di qualcosa, in questo caso del momento in cui finisca tutto. Qui, ora, accadono fatti, alcuni strazianti, che meritano di essere vissuti, pensati, digeriti. Il curioso non aspetta di vedere come va a finire, il curioso governa il qui e ora.

Quinto. La cassetta degli attrezzi di fianco al letto. Il rischio più grande è quello di farsi prendere dalla disperanza, che è apparentemente più tenue ma è più infida della disperazione. Accanto al letto teniamo la cassetta che contiene tutti gli attrezzi per aprire gli occhi al mattino e avvitare i bulloni per meritarsi che anche questa giornata nonostante tutta vada vissuta. Ognuno ha i suoi, ci sono dentro pezzi di noi fatti a pezzi nel passato, ci sono le nostre medaglie, ci sono soprattutto i nostri sogni. Indispensabile.

Buon venerdì.

Paghi chi ha inquinato, petizione per un mondo ecosostenibile

Uno degli errori più persistenti di noi ecologisti è quello di dire che l’umanità «rischia» un disastro ecologico, invece di dire ciò che è più esatto e più vero, ovvero che l’umanità è già da decenni, dentro una catastrofe ecoclimatica, per la quale sta già pagando un caro prezzo, che nel prossimo futuro diverrà insostenibile.
È un errore comunicativo, ma anche di percezione e di conoscenza teorica da parte di tanti ecologisti, e ci penalizza molto. Anzi, oserei dire che esso è il nostro principale errore politico e strategico. Perché permette di derubricare la questione ecologica ad allarme, sì importante, sì da affrontare, prima o poi, ma che, essendo comunque bene o male un problema futuro, si può mettere nell’immediato tra parentesi, in nome dell’emergenza di turno.

Insomma, l’ambiente è importante, come no, ma ora c’è da pensare al lavoro, ora c’è da pensare al debito, ora c’è da pensare a questo e a quello: quante volte lo abbiamo sentito dire, da parte di superficiali in buona fede, o da parte di furbi in malafede?

Ogni crisi ha visto la questione ecologica nel ruolo di agnello sacrificale, la prima a cadere e finire nel mucchio delle pratiche momentaneamente sospese. Questa volta non ce lo possiamo permettere. Questo Pianeta, non se lo può permettere. Stavolta, se prevarrà la logica del “fare qualsiasi cosa”, anche la più truce e distruttiva, pur di dare fiato all’economia, l’ecosistema globale stramazzerà definitivamente. È assolutamente necessario invece far capire alle persone che tutto ciò che stiamo vivendo è già parte della crisi ecosistemica, che non è affatto estraneo alla questione ecologica, anzi, che nella contraddizione ecologica trova le sue cause più profonde e più vere.

Forse non abbiamo detto abbastanza, ad esempio, che la crisi del 2008, in fondo, era già una crisi del picco estrattivo del petrolio, anche se è apparsa una crisi sovrastrutturale, tutta dentro gli artifici della finanza: ma l’economia non si finanziarizza a caso, si finanziarizza quando i margini di profitto dell’economia reale vengono ad esaurirsi. E forse non abbiamo detto abbastanza, che le migrazioni disperate, in grandissima maggioranza, dipendono da problemi legati alla desertificazione, alle catastrofi naturali, alle guerre per l’acqua, o per le risorse in esaurimento.

Non abbiamo speranza di vincere questa partita, se non facciamo percepire che i tagli allo Stato sociale, la precarizzazione, il razzismo, seminato usando le contraddizioni conseguenti alle migrazioni, e poi gran parte delle malattie croniche, di quelle respiratorie e cardiocircolatorie, da inquinamento urbano e da cattiva alimentazione, fino alla presente pandemia, sono già i frutti avvelenati del nostro modello di sviluppo squilibrato e quindi della crisi ecosistemica in atto, e che conseguentemente se ne esce solo accelerando la conversione verde dell’economia, con un cambio di paradigma economico, mentre se tale cambiamento lo sospendiamo in nome dell’emergenza, nella crisi si affonderà sempre di più.

Noi di Ecolobby vogliamo stare in questa sfida politica, e provare a comunicare in maniera convincente che c’è una sola via, quella della conversione ecologica, per uscire dalla crisi. E che quindi i soldi per il rilancio vanno presi da chi ha inquinato, dai venti miliardi annui di sussidi statali a petrolio, gas e carbone, che chiediamo di abolire subito (non nel 2040 come da compromesso raggiunto all’interno del governo), per dirottarli verso la svolta rinnovabile, del risparmio energetico, dell’innovazione industriale.

Paghi chi ha inquinato, è il titolo della petizione che abbiamo caricato online, sulla piattaforma Change.org. Sostenetela, fatela circolare: una petizione non cambia il mondo, ma servirà a far capire che queste cose le pensiamo in molti.

> Sottoscrivi la petizione di Ecolobby: “Paghi chi ha inquinato”