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In difesa della giustizia sociale, per un contributo straordinario di solidarietà

In questi giorni imperversa il dibattito intorno alle virtù o ai vizi del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Di che cosa stiamo parlando esattamente? Di un possibile prestito vincolato, nella destinazione, del valore del 2% del Pil italiano (circa 36 miliardi) da rimborsare entro dieci anni. Gli alfieri e i detrattori si sono concentrati su argomentazioni di convenienza economica (perché rinunciare ad un prestito concesso a tassi agevolati in un momento di bisogno?) o di rischi per la sovranità nazionale (non dobbiamo legarci mani e piedi ad un meccanismo che ci imporrà decisioni dall’alto). Non è questo però il modo migliore di affrontare la questione perché preliminarmente si pone un’altra domanda: vista la necessità di risorse per contrastare gli effetti negativi del Covid-19, quali sono le altre opzioni disponibili?

Il 10 aprile è stato proposto un contributo straordinario dai deputati Delrio e Melilli, ma dopo l’affossamento di Prodi (14 aprile) pare che l’iniziativa sia caduta nel dimenticatoio. Anche se venisse ripresa sotto forma di emendamento al decreto legge ‘Cura Italia’, non pare comunque essere sufficiente a coprire il mancato gettito del Mes: secondo gli stesi proponenti, il gettito atteso ammonta a 1,3 miliardi annui (Il Sole 24 Ore, 11 aprile). Inoltre, il limite strutturale della proposta Delrio-Melilli risiede nel fatto che il ‘contributo straordinario di solidarietà’ ricadrebbe solo sui contribuenti Irpef con un reddito superiore a 80.000 euro annui. Perché considerare solo i redditi in un paese in cui l’evasione e l’elusione fiscale sono particolarmente elevati? Data l’emergenza, per evitare di contrarre ulteriore debito pubblico (o aprire una linea di credito nell’ambito del Mes) la strada da percorrere è un’altra: un contributo di solidarietà che gravi in modo progressivo sul patrimonio di tutta la collettività. Un provvedimento che consentirebbe a tutti di ‘fare la propria parte’ a partire da principi di solidarietà e giustizia sociale.

Secondo un recente rapporto curato da Aipb (Associazione Italiana Private Banking) e dal Censis, contando il totale di Biglietti, monete e depositi, titoli obbligazionari, quote di fondi comuni e riserve assicurative e garanzie standard, nel 2018 il totale delle attività finanziarie detenuto dalla famiglie italiane era pari a 4.217 miliardi di euro: 2,5 volte circa il Pil italiano. Si tratta, evidentemente, di una quantità ingente di risorse, frutto di anni di risparmi, e che rappresenta il risultato di uno sforzo personale e familiare meritevole di rispetto e di salvaguardia.
Tuttavia, nel momento di assoluta emergenza che stiamo vivendo, un contributo straordinario – che pesi su tutta la comunità politica italiana in modo proporzionale alle proprie disponibilità finanziarie – costituirebbe una risposta collettiva che tradurrebbe lo slogan ‘andrà tutto bene’ in un impegno unitario volto al superamento dell’emergenza. Un impegno che cementerebbe – tra le altre cose – il senso di appartenenza allo stato-nazionale e, perché no, l’orgoglio nazionale.

Una volta accettato il principio di solidarietà sottostante la proposta, tre sono i possibili scenari, che muovono da diverse aliquote di tassazione: 1%, 3%, 5%. Con un’imposta straordinaria dell’1% si riuscirebbe – in tempi molto rapidi – a recuperare approssimativamente una cifra di 40 miliardi: più di quanto si otterrebbe col Mes. Tale contributo consentirebbe al debito italiano – che comunque crescerà a causa del rallentamento dell’economia – di incrementare il meno possibile. Un’imposta straordinaria del 3% (che determinerebbe un gettito di circa 120 miliardi) consentirebbe di tamponare l’emergenza, e avviare in modo spedito la ripresa economica nel corso del secondo semestre 2020. Un’imposta straordinaria del 5% (gettito previsto di 200 miliardi circa) potrebbe dare molto più slancio alla ripresa, tanto da rendere possibile anche una riduzione del debito pubblico – che verrebbe senz’altro molto apprezzata dai mercati. Tale contributo resterebbe straordinario ma consentirebbe anche di avviare un rilancio dell’economia italiana a partire da interventi in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e oltre.

Tre scenari di solidarietà condivisa che richiederebbero, evidentemente, una discussione molto più approfondita sotto il profilo tecnico rispetto a quanto non si possa fare in questa sede, ma che potrebbero costituire una risposta originale in termini di sforzo collettivo – proprio ciò che, in altri modi, ci viene richiesto dall’emergenza sanitaria in corso. Anche nel caso dello scenario minimo si dimostrerebbe che l’Italia può (cominciare a) farcela da sola. Comprensibilmente, proprio come è successo alla proposta Delrio-Melilli, la lotta politica farebbe della proposta un campo di battaglia, e quindi essa non sarebbe accettata da tutti i partiti. Tuttavia, potrebbe rappresentare un gioco a somma positiva, mobilitando fattivamente la comunità politica italiana per il raggiungimento di un grande risultato collettivo: contenere, con le proprie forze, l’impatto socio-economico della crisi. Se il Pd prendesse coraggio, potrebbe costruire una alleanza trasversale a sostegno della proposta e far emergere tutte le contraddizioni del Movimento 5 Stelle che – ben sfidato – difficilmente riuscirebbe a tirarsi indietro. Altri partiti (forse anche dell’opposizione) potrebbero essere coinvolti, in modo da superare i dubbi – molto difficilmente trasformabili in un sostegno – da parte di Italia Viva.

Le obiezioni alla proposta possono essere numerose, ma soffermiamoci su quella potenzialmente meglio fondata: le deboli capacità amministrative delle istituzioni pubbliche italiane. E’ noto che, in termini comparativi, l’amministrazione pubblica italiana a volte ha sofferto in termini di efficienza ed efficacia. Per contenere il rischio, nel caso del contributo straordinario, si potrebbe ipotizzare – in linea con ciò che il governo ha già deciso di fare attraverso l’istituzione di un Comitato di esperti presieduto da Vittorio Colao – un comitato tecnico di sorveglianza formato da tecnici (non retribuiti) che possa vigilare sull’utilizzo delle risorse raccolto attraverso il contributo di solidarietà e, soprattutto, coordinare l’interazione tra i vari livelli di governo coinvolti nell’attuazione della politica. Inoltre, il disegno del provvedimento potrebbe essere tale da favorire le interazioni istituzionali multilivello, rafforzando principi cardine delle riforme amministrative degli ultimi decenni: la responsabilizzazione, la gestione per obiettivi e la valutazione dei risultati. Un banco di prova che potrebbe far esaltare tutto ciò di buono che la pubblica amministrazione – in stretto collegamento con un comitato tecnico di sorveglianza – ha da offrire.
La proposta qui abbozzata non deve essere rubricate rozzamente come ‘patrimoniale’, ma con il suo vero nome: giustizia sociale. E di giustizia sociale – oltre che di solidarietà – oggi abbiamo un gran bisogno.

*

Paolo Graziano e Marco Almagisti sono docenti di Scienza politica all’Università di Padova

Cesare Damiano: «Lo Stato e Bruxelles facciano la loro parte»

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2019 Roma Politica Partito Democratico. Riunione della Direzione Nella foto Cesare Damiano Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2019 Roma (Italy) Politic Democratic party. Leadership meeting In the pic Cesare Damiano

«Forse adesso inizia ad essere chiaro che può definirsi morto il liberismo». Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro a cui si deve nel 2008 il Testo unico 81 sulla salute e sicurezza sul lavoro, da poco nominato nel Cda di Inail, ne è convinto: la pandemia da Covid-19 imporrà un nuovo modello sociale ed economico. «Non dico che si debba tornare ad una economia centralizzata, non fraintendiamo, ma lo Stato deve tornare ad avere un ruolo sia nell’economia, sia nella gestione della Sanità che non può essere demandata alle Regioni, come ha dimostrato questo tsunami che ci ha travolto». E, alla luce delle tensioni Stato-Regioni nei giorni dell’emergenza pandemica fa autocritica: «La modifica del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra fu un errore al quale oggi va posto rimedio». In questa intervista a Left Damiano affronta alcune tra le questioni più urgenti che ora più che mai devono trovare risposte concrete ed immediate: sostegno a lavoratori, famiglie e imprese in tempi brevi, sburocratizzazione, emersione del lavoro nero e un’Europa profondamente diversa da come l’abbiamo conosciuta.

Damiano, una lunghissima quarantena destinata a non finire da un momento all’altro. Lei come la sta affrontando?
Come tutti: a casa, osservando le raccomandazioni che il Comitato tecnico scientifico ha dato ai cittadini per arginare il contagio ed evitare che partano nuovi focolai. Sto studiando molto e lavorando per la mia associazione Lavoro&Welfare sui dati socio-economici e sugli effetti che la pandemia avrà. Saranno drammatici qui e nel mondo. E l’uscita da questa emergenza non avverrà nell’ora x: sarà, appunto, lunga e graduale.

L’Europa si sta dimostrando inadeguata rispetto a questa emergenza sanitaria che riguarda tutti gli Stati. Come commenta il primo accordo raggiunto il 9 aprile, niente eurobond e Mes senza condizioni nella Sanità?
Prima di arrivare a questo compromesso la strada è stata tortuosa, l’ostilità dimostrata dalla Germania e dall’Olanda per quanto riguarda gli eurobond non ha fatto bene all’idea di un’Europa come sarebbe necessario. L’accordo all’Eurogruppo non vede né vincitori né vinti, sicuramente non tutte le nostre attese sono andate a buon fine. In ogni caso si tratterà di vedere come si conclude la riunione del Consiglio europeo che si terrà il 23 aprile. Mi sento di fare una osservazione: non mi pare né positivo né lungimirante che…

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E la conservazione degli affetti?

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 29 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, i ragazzi chiusi in casa passano molto tempo tra compiti ed attività a scarsa mobilità Nella Foto: un tredicenne che vive a Roma Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 29, 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency , kids locked down spending a lot of time working on homework and making activities with limited mobility In the pic: thirteen year old boy living in Rome

Che brutta la discussione sulla Fase 2 (scritta in maiuscolo come se fosse il titolo di una nuova serie, una nuova stagione di un reality) che inonda le pagine dei giornali. Tutto un bisbiglio di ministri e sottosegretari e esperti rinchiusi in qualche gruppo di esperti e consulenti che consultano con qualche branchia del governo, i giornali che ospitano opinioni e un presidente del Consiglio che ripete di non ascoltare le opinioni e intanto di aspettare, aspettare. E un Paese ad aspettare, un Paese con l’orecchio appoggiato sul binario in attesa che arrivi un treno che chissà se è mai partito, quel treno lì.

È un dibattito tutto sulla produttività, sul profitto, sulla burocrazia, sull’opportunismo. Circola un’urgenza che immagina un mondo fatto solo di posti di lavoro, di fatturato, di spostamenti da casa alla fabbrica o all’ufficio, di comparti produttivi, di Pil da recuperare. Sia chiaro, lo scrivo forte: il tema del lavoro è fondamentale per la sopravvivenza del Paese e dei suoi cittadini, per chi un lavoro ce l’ha e per chi ha un lavoro che mantenga il livello minimo della dignità.

Ma il resto? I bambini, ad esempio: Fase 2, tutti a lavorare, scuole chiuse, nonni inavvicinabili per questioni di salute e i bambini dove finiscono? Che fanno? Dove stanno? Chi li cura? E poi davvero crediamo ancora, nel 2020, che la scuola per i ragazzi sia solo un percorso di apprendimento e non sia un percorso di crescita personale fatto di esperienze e relazioni? Che fine fanno quelle relazioni? Che strumenti si mettono in campo per alleggerire una sospensione che ha ricadute emotive? Gli si bonifica un’emotività di cittadinanza?

Gli anziani, anche: non essendo produttivi non rientrano in nessuna delle categorie che serve fare ripartire. Quasi tutti sono d’accordo (e lo sono anche gli anziani, eh) che dovranno restare in casa ancora parecchie settimane per preservarsi. Ma c’è un piano per manutenere l’emotività di persone isolate che non hanno possibilità di conservare le proprie abitudini affettive (nel ruolo di nonni o di genitori) per lungo tempo? Che gli si dice, “tenete duro” e a posto così?

E le coppie lontane?

Il prodotto interno lordo degli affetti è davvero così poco importante? Lo lasciamo scivolare? È solo una ricaduta di tutto il resto?

Buon lunedì.

Il coronavirus se ne infischia del muro di Israele

Il mese di marzo, senza incontri, senza abbracci, senza riunioni, è stato pieno di tante e contraddittorie emozioni. Sorpresa di restare a casa in una città deserta e preoccupazione per le persone lontane; affetto per chi si prende senza sosta cura dei malati, e per chi lavora per tutti noi; angoscia per il moltiplicarsi del contagio e delle morti e per le immagini dei camion militari che trasportano le bare di Bergamo. E ancora, commozione per le espressioni di solidarietà da altri Paesi: la Palestina che ci ha inondati di auguri e canti di bella ciao, la Cina, il Venezuela, Cuba, la Russia, l’Albania, che hanno voluto dare anche un aiuto materiale; l’impressione suscitata da un grande ospedale da campo nel Central Park di New York! Grande rabbia e indignazione per l’arroganza delle aziende che vogliono le fabbriche aperte, incuranti della vita delle persone. Continua la produzione di armi, mentre si muore per mancanza di ossigeno: la Confindustria, primo attore della “società incivile”.
Per giorni mi sono mancate le parole, cercavo solo di sapere e capire, leggendo, ascoltando gli scienziati, ma anche le voci di chi soffre e di chi si ribella alle ingiustizie, che il virus non porta via, anzi; i pensieri di chi prospetta un mondo nuovo e di chi pensa che dopo sarà peggio. Ho detestato la retorica commerciale nella pubblicità, la retorica politica sul “grande Paese” che è l’Italia e quella bellica del “siamo in guerra”; sono stata assalita da una triste sfiducia nella “stessa barca” della Unione Europea, dove chi sta al timone non ferma chi cerca di affogare i più deboli…

Un viaggio virtuale
Il 3 aprile sarei dovuta partire per la Palestina. Biglietto comprato, alberghi prenotati. Volevamo assistere al meraviglioso festival musicale di Al kamandjati che si svolge ogni anno, volevamo incontrare amiche e amici palestinesi e israeliani, conoscere le loro opinioni sul deal di Trump, sull’ipotesi molto concreta della annessione, sulle elezioni israeliane… Ai primi di marzo i voli sono stati cancellati, il festival rinviato, il viaggio annullato, le prenotazioni disdette: il virus era all’opera. Non restava che fare un viaggio virtuale attraverso la Palestina ai tempi del coronavirus.
Ho letto e tradotto con Claudia e Gabriella molti articoli. Eleonora, che vive a Betlemme e lavora in Palestina, a casa, nella città isolata, ha scritto contro la falsa retorica mediatica dell’uguaglianza. Grazie anche a molte voci palestinesi e qualcuna israeliana, questo viaggio ha permesso di ricostruire un quadro della Palestina sotto occupazione e sotto coronavirus.

In Cisgiordania
«Il 6 marzo, mentre Betlemme veniva sigillata ancor più di prima, i checkpoints riservati ai coloni illegali che vivono a Gilo, Efrat, Har Homa, ecc. rimanevano aperti al traffico da e verso Gerusalemme. Mentre il tam tam del lavarsi le mani faceva il giro del mondo, a Betlemme gli israeliani continuavano come di norma a negare l’acqua proveniente dai bacini acquiferi che hanno rubato, cosicché le taniche di riserva sui tetti delle case erano quasi vuote», afferma Eleonora.
Il governo israeliano, col suo razzismo, è apparso in controtendenza rispetto al virus che non conosce barriere. «Il rischio per la salute costituito dal coronavirus non obbedisce ai decreti israeliani. In effetti, mina gli stessi pilastri del regime israeliano, perché non distingue tra diverse classi di persone. Un primo ministro con una visione del mondo particolaristica, etnocentrica e razzista si trova di fronte a una minaccia universale» osserva il direttore di B’Tselem, Hagai Al Ad, che aggiunge: «Il razzismo corrompe sempre l’anima, ma molte volte il prezzo può essere pagato anche con …

I testi integrali degli articoli citati si possono leggere su palestinaculturaliberta.org/blog

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Facciamo vivere la cultura, non basta un fondo nazionale

Mentre si dilatano i tempi imposti dalla pandemia che sconvolgerà le nostre modalità di vita associata – e di vita tout court – su un orizzonte temporale che sembra prefigurarsi ormai ben superiore all’anno in corso, già da qualche settimana si rincorrono appelli e proposte per la ripresa che con l’ottimismo della volontà vorremmo prossima. In tutti gli ambiti, compreso, naturalmente, quello dei beni culturali. Inevitabilmente, pesantissime saranno le ricadute sul turismo culturale che costituisce una notevole percentuale, da alcuni anni in continua crescita, dell’indotto turistico nel suo complesso.

Il tracollo cui la pandemia ha ridotto la prima industria a livello mondiale, quella turistica, ha inevitabilmente riflessi su tutta la filiera delle attività culturali che oggi sta vivendo una fase di criticità senza precedenti, con il serio rischio che molte realtà non possano riprendere le proprie attività, anche quando la fase acuta della crisi sanitaria sarà alle spalle. Parliamo di ciò che si muove attorno al mondo di mostre, festival ed eventi culturali di vario genere, così come per l’intero comparto dello spettacolo dal vivo, come pure del cinema e del suo vasto indotto.

Ma parlare di “industria culturale” significa anche – e soprattutto – parlare delle migliaia di lavoratori ad alta, altissima specializzazione che ne sono il motore e l’anima: dalle guide turistiche professioniste ad attori, ballerini, musicisti che animano i mille eventi di città e paesi in programma ormai nell’intero arco dell’anno; dagli archeologi dei cantieri di archeologia preventiva, ancora al lavoro per giorni prima del lockdown in condizioni precarie di sicurezza, senza protezioni, ai bibliotecari delle tantissime cooperative esterne cui i nostri entri pubblici affidano ormai tutti i servizi, dalla catalogazione ai più complessi servizi di informazione e formazione al pubblico, quali il debunking, appaltati attraverso gare al ribasso, sempre più umilianti. Un esercito di lavoratori che dopo decenni di studio affronta altri decenni di precariato quasi sempre sottopagato e spesso in condizioni di vero e proprio sfruttamento professionale, o di contrazione dei diritti e mortificazione professionale, quale è, ad esempio, la mancata possibilità di progressi di carriera minimamente riconoscibili.

Molto, in queste ultime settimane si è parlato di aiuti – pubblici – per il mondo delle imprese private del settore culturale: appelli sono stati lanciati da tutti i principali attori del settore, da Confcultura a Federculture, alle società che organizzano mostre ed eventi, così come da esponenti del settore a diverso livello. Più volte rimbalzata sui media è poi l’idea di un Fondo nazionale per la cultura, devoluto a prescindere, cioè non sulla base di un qualsivoglia progetto complessivo e garantito, attraverso un meccanismo capzioso di azioni, anch’esso dal patrimonio dello Stato.
Se le richieste di sussidi e aiuti di varia natura si aggiungono e si sovrappongono a quelle di altri settori merceologici, altre caratterizzano specificamente questo ambito: a partire da quella relativa ad una defiscalizzazione fino al 90% (sic!) delle erogazioni liberali, che significa stornate di un bel po’ di denari dalla fiscalità generale, quella con la quale si finanziano ospedali e presidi sanitari, per intenderci.

Nei documenti e appelli che riportano le proposte poco si parla del problema occupazionale: ai lavoratori, al più si riservano provvedimenti tampone, quali l’assegno di 600 euro mensili.
Eppure le imprese che operano nel campo della cultura, così come le Fondazioni, si reggono, per le loro attività, su contratti a progetto, così detti atipici e comunque in larghissima maggioranza a tempo determinato, in sostanza sul lavoro troppo spesso precario di centinaia, migliaia di lavoratori.
Assai indicativo, in uno di questi appelli fotocopia è un passaggio che poco ha a che fare con questioni prettamente economiche, laddove si richiede che lo Stato, fra gli altri favori di cui è richiesto, provveda anche a definire «regole trasparenti e al passo coi tempi in materia di autorizzazioni al prestito delle opere». Che tradotto significa: mani libere su prestiti di opere d’arte di ogni tipo e in ogni condizione. Insomma, parliamo di un settore, quello delle mostre, della decina dei musei e siti blockbusters e dei mille eventi culturali, che si regge su di un oligopolio costituito da pochissime imprese che si spartiscono la grandissima parte della “torta” costruita a partire dal patrimonio culturale pubblico. In quasi un trentennio, tali imprese hanno usato il patrimonio di tutti con zero rischi e forse ancor meno innovazione, in cambio di una produzione – quella delle mostre in particolare – tanto ipertrofica quanto culturalmente debole, ove non dannosa per la salvaguardia dei beni esposti.

Dalle riforme del Mibact, a partire dal 2014, questo meccanismo è stato portato alle estreme conseguenze attraverso la creazione dei musei autonomi, ad oggi quaranta. Come è stato più volte sottolineato il sistema, architettato per attuare le diverse fasi della riforma, risulta costoso e complesso per la creazione di un numero elevato di nuovi Istituti dotati di autonomia speciale, la cui direzione è stata assegnata a direttori, in gran parte esterni all’amministrazione, con una distribuzione del personale assolutamente incoerente rispetto alle esigenze complessive degli uffici periferici e in particolare delle Soprintendenze, e una conseguente moltiplicazione dei servizi relativi al funzionamento, alle attrezzature, agli spazi: parliamo di laboratori, depositi, archivi documentali e fotografici, prima dello smembramento comuni e ora costretti a complessi, costosi e spesso dannosi smembramenti.

La grave crisi economica che ci si prospetta impone, oggi, una revisione anche in questo settore, verso misure indirizzate al risparmio, possibili senza sminuire la visibilità conquistata, se si avrà il coraggio di puntare al patrimonio consolidato, come noto a tutto il mondo, di ineguagliabile valore e ricchezza e su di esso far convergere tutte le risorse, comprese quelle delle società che operano nel settore e di eventuali “mecenati”: un nuovo piano la cui regia non può che essere pubblica. È giunto il momento di orientare l’intero sistema verso un regime economico di sobrietà e di equilibrio finanziario che tenga conto di entrate e costi dei singoli Istituti autonomi e dei luoghi della cultura.
Ciò che non è più possibile mantenere, è, insomma, un sistema “drogato” per ragioni di marketing politico. Per fare un esempio, nella maggior parte dei casi, una vera autonomia, da parte di moltissimi musei e luoghi della cultura, non c’è mai stata: basta pensare al caso di Roma, in cui i fondi per la valorizzazione di tutto il patrimonio (musei, siti, monumenti) derivano sempre ed esclusivamente dagli introiti del Colosseo, concessi agli altri Istituti che, diversamente, non avrebbero strumenti per svolgere tali funzioni. Tutte le risorse, quelle dei bilanci precedenti e quelle che si auspica possano tornare ad esserci, dovranno essere indirizzate alla migliore valorizzazione dei musei, monumenti, siti, in particolare quelli meno frequentati rispetto alle mostre e agli eventi occasionali.

Non si tratta di azzerare tutte le attività, e nello specifico le mostre, ma siamo convinte che l’intero settore – compreso il complesso indotto di trasporti, allestimenti, ecc. – potrebbe reggersi più stabilmente se orientato ad un minor numero di progetti, ma frutto di una reale programmazione culturale, meglio organizzata sul piano territoriale e temporale. Occorre prendere atto che la situazione attuale non è più sostenibile. E non è solo una insostenibilità in termini politici e sociali, ma anche economici e culturali nel senso pieno del termine. Sul piano culturale il progresso reale in termini di fruizione del patrimonio è alquanto irrilevante, soprattutto al confronto con quanto prodotto per il settore educativo e la ricerca scientifica da una sempre più ampia platea di musei internazionali e come dimostrato, ad esempio, da molte delle deboli e spesso raccogliticce produzioni digitali nostrane de la #culturanonsiferma (che spreco rispetto alla ricchezza semantica e iconologica del nostro patrimonio!), nonostante l’impegno di chi vi ha lavorato, pur senza mezzi adeguati dal punto di vista delle tecnologie digitali e cinematografiche.

Sul piano economico, infine, ciò che si è prodotto in questi anni si regge sull’assioma così caro al capitalismo italico di “privatizzare i benefici nei tempi di vacche grasse e socializzare le perdite in tempi difficili”. Come sono gli attuali. I centri storici pressoché desertificati di Venezia, Firenze, Roma e di tutte le nostre città, testimoniano, in modo quasi struggente, il fallimento di un’economia votata alla monocoltura turistica che ha trasformato il cuore delle nostre città in parchi a tema, da cui sono stati espulsi cittadini, a partire da quelli più fragili, e che sono ora diventati scenari spettrali dall’incerto futuro. Ben prima dell’attuale collasso pandemico, insomma, il settore dell’imprenditoria culturale italiana necessitava di una revisione radicale, in grado di rimettere al centro il patrimonio come strumento di progresso civile e sociale e non di solo sfruttamento turistico e come fonte di lavoro equamente riconosciuto sul piano economico e delle tutele professionali.

È tempo di ridiscutere rendite di posizione pluridecennali e già da troppi anni al limite della legittimità e ridistribuire spazi d’azione e risorse alle associazioni di giovani e (ormai) non più giovani professionisti del settore, consentendo lo sviluppo di una imprenditoria finalmente capace di riallineare le pratiche di accesso al patrimonio alle più aggiornate sperimentazioni: è ciò che si merita il nostro patrimonio e chi ci lavora da decenni, quotidianamente, troppo spesso con strumenti spuntati.

*

Le autrici Maria Pia Guermandi è un’archeologa, responsabile progetti europei presso l’Istituto beni culturali della Regione Emilia Romagna. L’archeologa Rita Paris, già direttrice del Parco dell’Appia Antica, è presidente dell’associazione Bianchi Bandinelli

L’articolo è stato pubblicato su Left  del 17 aprile 2020 

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Anatomia del caso Lombardia, cosa può imparare la Grecia

La Lega Nord con le sue forze alleate di estrema destra e di centrodestra è responsabile del governo della Regione Lombardia da febbraio 2013. Nel 2018 ha vinto la maggioranza del governo locale con il 49,75% (Lega Nord e alleati) con il Partito Democratico che raggiunge il 19,28% e il Movimento a cinque stelle al 17,8%.

Secondo la Costituzione italiana, i governi locali delle regioni hanno la responsabilità della governance generale della regione, e quindi del settore della sanità pubblica.

La Lombardia ha una popolazione delle dimensioni della Grecia: al 31/12/2018, 10.060.574 persone vivono in una delle regioni più ricche d’Europa. Pertanto, i dati epidemiologici e i dati sul funzionamento del sistema sanitario pubblico possono essere confrontati, a determinate condizioni, con quelli applicabili nel nostro Paese (la Grecia, ndr). Schematicamente, faremo riferimento agli aspetti della gestione della crisi di Covid-19 nella regione più colpita d’Europa.

1. Il costo della pandemia in modo sproporzionato ha gravato sugli anziani. In particolare, il 22% della popolazione di età superiore ai 65 anni appartiene al 56% del numero totale di casi, mentre tra i morti l’87% ha più di 70 anni e solo il 2% ha meno di 65 anni. Molte di queste persone anziane non sono solo vulnerabili perché hanno avuto malattie croniche, ma anche perché vivono sole in condizioni socialmente inaccettabili, senza aiuto domestico e cure primarie o nelle case di cura. Di fronte alle esigenze di questa parte della popolazione, il sistema sanitario pubblico lombardo, frammentato, focalizzato solo su interventi specializzati, estremamente carenti di risorse sanitarie comunitarie, estraneo ai servizi sociali di comuni e comunità, è riuscito a rispondere solo in circostanze urgenti. , scegliendo a causa dell’inflazione delle richieste nelle unità di terapia intensiva, a seconda delle aspettative di sopravvivenza di ciascun paziente.

2. L’onere dell’assistenza medica di emergenza nella fase iniziale è ricaduto sulla rete ospedaliera pubblica. La rete ospedaliera privata, nonostante la sua enorme crescita durante il governo della Lega e nonostante l’assorbimento di significative risorse regionali attraverso partenariati pubblico-privato, è stata chiamata dal governo locale a contribuire con grande ritardo, senza coordinamento e un ruolo specifico. In tutti questi anni del dominio di Lega, anche se il settore privato è stato teoricamente coordinato dalle amministrazioni ospedaliere pubbliche come parte di un cosiddetto sistema di assistenza continua in ospedale / ambulatoriale, i servizi sanitari privati ​​sono stati costruiti autonomamente, soddisfacendo le esigenze sanitarie dei feriti. che avrebbero potuto trarre il massimo profitto e ovviamente non in relazione ai bisogni epidemiologicamente documentati di sanità pubblica della regione. Indicativamente, i letti privati ​​per malattie trasmissibili (infezioni) rappresentano solo il 6% di tutti i letti privati ​​e letti di malattie polmonari solo il 7% rispetto al 74% dei letti per interventi di emergenza e siti di riabilitazione fisica. È chiaro che questo 74% rappresenta il settore più redditizio dei servizi sanitari, rispetto al resto. Di conseguenza, al tempo della crisi sanitaria, e nonostante i recenti appelli del presidente del governo locale, la cooperazione con il settore privato non era determinata da un trattato istituzionale, ma dalla sua inesistente volontà.

3. Il personale ospedaliero pubblico, in prima linea nella battaglia, ha pagato un enorme costo personale (morti, casi, gravemente malati) e ha dimostrato nel modo più drammatico la riduzione dei letti negli ultimi dieci anni rispetto ad altri ospedali europei. regioni, paragonabili alla Lombardia. Per quanto riguarda i letti in terapia intensiva, il numero insufficiente di 850 letti si è già dimostrato insufficiente negli ultimi due anni, al culmine dell’influenza stagionale, che ha messo in luce le gravi lacune nelle cure di emergenza. La riduzione dei letti in terapia intensiva, che è stata decisa dalla Lega, è stata ovviamente accompagnata da una riduzione del personale, dei mezzi tecnologici e delle risorse infrastrutturali, necessari per il funzionamento efficace del settore pubblico delle ICU.

4. Se un altro problema emergente era quello degli interventi chirurgici programmati, a causa dell’urgente riduzione dei letti chirurgici disponibili negli ospedali dichiaranti per Covid-19. In questa situazione critica, quando il governo locale ha fatto appello per il contributo del settore sanitario privato per far fronte alle emergenze (principalmente oncologia), ha pianificato gli interventi in relazione a quelle patologie che erano più vantaggiose in termini di profitto. Questa “pianificazione” è stata fatta in modo completamente opaco, senza la necessaria responsabilità nei confronti dei servizi istituzionali di gestione della salute della regione.

5. Il settore dell’assistenza sanitaria primaria (PHC) non è stato in grado di fornire un contributo decisivo, in quanto potente filtro per il flusso di incidenti negli ospedali. Anche in questo settore, l’isolamento dei medici di medicina generale dal sistema dei medici, la mancanza di mezzi, la mancanza di connessione con le strutture ospedaliere e le loro cliniche ambulatoriali nella selezione dei casi, la drammatica mancanza di mezzi di protezione del personale PHC in ricezione di incidenti. Inoltre, i deficit di sinergia e cooperazione che erano già stati evidenziati in passato dagli operatori sanitari tra governo locale, assistenza domiciliare, centri di prevenzione e interconnessione di servizi sociali e servizi sanitari sono stati notati tra l’altro con il pogrom nelle case di cura, dove il 20% di anziani.

6. La mancanza di cooperazione tra comuni / comunità e servizi PHC al fine di creare una rete di assistenza per i casi che non erano in fase acuta, nonché la riduzione della diffusione del virus da parte dei portatori asintomatici, non era possibile a causa di lacune nell’organizzazione dei servizi.

7. L’assunzione urgente di personale per colmare le lacune è stata affidata al settore privato, senza specificare i criteri di assunzione stabiliti dai servizi sanitari pubblici.

8. Le lacune e le incertezze emerse nella gestione della crisi sanitaria da parte delle regioni, ma soprattutto della Lombardia, il cattivo coordinamento, la mancanza di attuazione di modelli di intervento operativo, hanno mostrato nel modo più chiaro che il decentramento senza regole, principi e limiti non è solo una fonte di disuguaglianza ma anche di grave inefficienza. Per tutti questi motivi, il collettivo “Milano 2030”, che comprende personalità come il professor Angelo Barbato e si compone di una rete di sindacati, associazioni, partiti e movimenti politici di sinistra, nonostante le loro differenze, ha scelto di partecipare a un’iniziativa politica che non ha precedenti storici: richiedere formalmente al governo centrale la rimozione immediata delle responsabilità di sanità pubblica dal governo locale della Lombardia e l’assegnazione a un commissario (Commissario ad acta) di e responsabile della gestione politica. Questa iniziativa, che ha lo scopo di affrontare la terribile crisi e proteggere la salute pubblica, si basa sull’attuazione dell’articolo 32 della Costituzione italiana.

9. Dalla Lombardia abbiamo imparato non solo l’importanza di misure preventive tempestive, come è ampiamente detto, ma anche qualcos’altro che non viene detto: che il potere e l’efficacia di un sistema sanitario pubblico è un valore profondamente ideologico, politico, , infine, morale. L’ideologia neoliberista dei partenariati pubblico-privato, senza un quadro, principi e regole, può essere disastrosa per la salute pubblica. È successo nella ricca Lombardia.

L’articolo originale è stato pubblicato il 17 aprile su tvxs.gr

Traduzione a cura di  Γιώργος Καρνέζης

Trotula, scienziata dell’anno Mille

«Vi dico di una donna filosofa di nome Trotula, che visse a lungo e che fu assai bella in gioventù e dalla quale i medici ignoranti traggono grande autorità e utili insegnamenti. Ci svela una parte della natura delle donne. Una parte può svelarla come la provava in sé; l’altra perché, essendo donna, tutte le donne rivelavano più volentieri a lei che non a un uomo ogni loro segreto pensiero e le aprivano la loro natura». (Anonimo).
Chi parla è un autore francese del tutto anonimo della seconda metà del XIII secolo. E la donna di cui racconta con tanto entusiasmo è non meno misteriosa. Sappiamo che ha nome Trotula (o, forse, Trota), che è nata e vissuta a Salerno nell’XI secolo e che non è una filosofa. Neppure a rigore una filosofa naturale, anche se sa di filosofia naturale. Trotula è un medico. La prima donna medico e scienziata d’Europa. Il suo nome può sembrare strano. Ma lo è solo per noi che viviamo quasi mille anni dopo. Trotula è infatti il diminutivo di Trota, nome assai diffuso in età medioevale nell’Italia meridionale: nei necrologi delle confraternite salernitane tra l’XI e il XIII secolo sono citate almeno 70 donne con questo nome. Vale analogo discorso per Trocta o per Trotta, come qualcuno vuole che si chiami: anche di questi eventuali nomi, Trotula può ben essere il diminutivo. Ci sono alcuni che amano puntualizzare: Trotula è (sarebbe) solo il nome di un libro, Trotula appunto, messo a stampa nel XVI secolo e attribuito a una donna il cui nome reale era Trota. Ma se è così, l’equivoco sarebbe nato molto presto, visto che l’anonimo francese che la chiama Trotula vive nel Duecento. Trotula, dunque, non sarebbe mai esistita e sarebbe semplicemente il titolo di un libro ascrivibile a Trota (o a Trocta o a Trotta). Il nome più gentile si sarebbe imposto per sbaglio. Ma è ormai così diffuso che noi, per semplicità, continueremo a chiamare Trotula la signora, ove anche sia altamente probabile che il suo vero nome fosse Trota.

Che il lettore non si spaventi per questo strano e ingarbugliato incipit. Serve solo a mettere in chiaro fin dall’inizio che della prima donna medico e scienziata d’Europa – Trotula di Salerno – sappiamo poco con documentata certezza. E anche in quel poco che sappiamo, lo avrete già capito, c’è un bel po’ di confusione. Tuttavia, tra ciò che conosciamo per certo c’è che Trotula è realmente esistita. E che nell’XI secolo la sanatrix salernitana, proprio perché donna e proprio perché esponente autorevole della famosa Scuola medica della città campana, gode della fiducia delle sue pazienti. Esattamente come sostiene l’anonimo autore francese. Non si discosta troppo dalla verità storica chi le attribuisce una grande cultura teorica e clinica, pari se non superiore a quella di molti magistri (maestri maschi) della Scuola…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 17 aprile 

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A caccia di fake news con Carlo Ginzburg

LYON;FRANCE - MAY 31: Italian historian Carlo Ginzburg poses while attending a book fair in Lyon, France on the 31st of May 2008. (Photo by Ulf Andersen/Getty Images)

Marc Bloch, nel suo capolavoro Apologia della storia o Mestiere di storico, ha scritto: «Questa capacità di afferrare il vivente, ecco davvero, in effetti, la qualità sovrana dello storico … . E forse essa è, in principio, un dono delle fate che nessuno potrebbe pretendere di far proprio se non l’ha trovato alla sua culla. Nondimeno, essa ha bisogno di essere costantemente esercitata e sviluppata». Poche frasi sembrano adatte per descrivere l’itinerario di pensiero e di ricerca di uno storico come Carlo Ginzburg. A partire dagli anni 70 con la microstoria ha, insieme ad altri, rinnovato profondamente la storiografia italiana. Da anni prosegue la sua riflessione intrecciando questioni cruciali di metodo e approfondimenti nelle direzioni più originali. Gli abbiamo posto alcune domande, per provare ad affacciarci nel laboratorio dello storico.

Professore, la prefazione de Il formaggio e i vermi da poco ripubblicato da Adelphi contiene una netta e puntuale critica di Foucault. Che ruolo hanno avuto la sua ricerca in particolare e la microstoria in generale, nell’opporsi ad un approccio ideologico nel campo storiografico?
Andrei cauto, perché naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che anche la microstoria ha delle implicazioni ideologiche. Credo che la questione si possa formulare nei termini che ho proposto in un saggio, Our words, and theirs (2012), che riflette, a molti anni di distanza sulle mie ricerche passate, compreso Il formaggio e i vermi. Se si esamina il rapporto fra domande e risposte nell’ambito della ricerca appare chiaro che le domande sono sempre, in qualche misura, intrise di ideologia. Ma attraverso il dialogo con le testimonianze del passato è possibile correggere l’elemento anacronistico delle domande da cui si parte. Nel caso di Foucault si riscontra una sorta di violenza prevaricatrice delle domande rispetto alle risposte. In altre parole, quest’uomo, intelligentissimo, che aveva letto moltissimo, era a mio parere prigioniero delle proprie domande. Qui l’elemento ideologico si tocca con mano: una rigidità delle domande rispetto a una possibile e auspicabile flessibilità che consente una loro modificazione nel corso della ricerca. Direi che Foucault trova sempre quello che cerca, punto e basta: e questo è un limite.

Il senso del prefisso micro di microstoria è stato spesso frainteso. In realtà porta con sé uno sguardo, un coraggio conoscitivo, un’ambizione di ipotizzare ricostruzioni che è assolutamente macro…
Il prefisso micro è stato inteso troppo spesso, anche da studiosi molto noti, come relativo alla piccolezza, ossia alle dimensioni, reali o simboliche, dell’oggetto; invece il micro è relativo al microscopio, cioè allo sguardo adottato, che è uno sguardo analitico. A questo proposito ricordo sempre che la collana Microstorie, di cui eravamo responsabili Giovanni Levi ed io, pubblicata da Einaudi a partire dal 1981, si aprì con un mio libro su Piero della Francesca: un pittore che non può certo essere considerato piccolo, da nessun punto di vista! Quindi lo sguardo analitico può essere rivolto su grandi temi, affrontati da un punto di vista inatteso, come nel libro su Galileo di Pietro Redondi. La possibilità di stabilire una connessione micro-macro esiste: a questo punto entra in gioco la generalizzazione. Nel caso del Formaggio e i vermi, c’era, è vero, un personaggio del tutto ignoto, in cui io mi sono imbattuto per caso. Ma anche lì mi sono posto il problema della generalizzazione: per esempio quando, confrontando i libri letti da Menocchio con il…

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Mortalità e coronavirus, quando dati veri diventano fake news

Abbiamo un governo che fa fatica a comunicare. Questo è ormai chiaro a chiunque anche soltanto facendo il confronto con altri paesi dove i capi di stato spiegano quotidianamente con l’aiuto di slide e con un linguaggio chiaro quello che fanno e quali sono i tempi stimati per uscire dal lockdown e il modo in cui si pensa di farlo.

A questa incapacità di comunicare del nostro governo dobbiamo purtroppo aggiungere lo scandalo di quotidiani nazionali importanti che non si capisce se fanno apposta a pubblicare articoli e “notizie” del tutto errate (per non dire false).

Parlo del Sole 24 ore che il 17 aprile ha pubblicato sul suo sito un articolo a firma di Paolo Becchi (professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova) e Giovanni Zibordi (trader e consulente manageriale e finanziario) dove si sostiene, sulla base di dati Istat, che la mortalità in Italia nei primi 3 mesi e mezzo del 2020 sarebbe complessivamente minore di quella dell’anno scorso e degli anni precedenti, malgrado l’epidemia di Covid.

Da questo dato fanno una serie di considerazioni “politiche” tra cui quella per cui il lockdown italiano sarebbe eccessivo perché la mortalità relativa (cioè i morti per milione di abitanti) è più alta di quella di paesi in cui il lockdown è più leggero.

Gli autori sostengono quindi che il nostro lockdown in realtà non è servito a nulla, sia perché i morti sono di meno, sia perché la mortalità relativa è più alta.

Ora io capisco che Confindustria voglia uscire al più presto dal lockdown e che il suo giornale spinga in questo senso. Ma questo articolo è scandaloso perché si basa su numeri male interpretati e le considerazioni che fa sono completamente errate.

I numeri riportati nell’articolo sono sbagliati perché l’Istat ancora non sa qual è il numero complessivo di morti che si sono avuti in Italia dall’inizio dell’anno!

I dati pubblicati dall’Istat in questi giorni sono quelli ricevuti da una parte dei comuni che rientrano nell’Anpr (Anagrafe nazionale della popolazione residente).

I comuni Anpr sono quelli che trasmettono i dati all’Istat quasi in tempo reale e sono i 3/4 del totale. Gli altri comuni forniscono i dati all’Istat in modo più lento e ci vogliono 4 mesi per averli elaborati e inseriti nelle tabelle.

Tra tutti i comuni Anpr (5.866) sono stati selezionati solo quelli (1.689) in cui ci sono stati almeno 10 morti nel 2020 e che hanno avuto un incremento complessivo della mortalità di almeno il 20% rispetto alla media degli anni scorsi.

Tra questi 1.689 comuni ci sono molti dei comuni che sono stati colpiti dall’epidemia. Sono quindi dei dati preziosi da cui si possono ricavare delle informazioni molto interessanti.

Non possono però essere considerati per ricavare il totale dei decessi! Ed è incredibile doverlo spiegare!

Ovviamente c’è scritto chiaramente sul sito dell’Istat se si ha la pazienza di leggere. C’è anche una infografica semplicissima, sempre a leggerla…

Il dato VERO che emerge è che, in quei 1.689 comuni fino al 3 aprile 2020 ci sono stati 18.337 morti in più rispetto al 2019 (78.555 vs 60.218) e poco di più rispetto alla media 2015-2019 (59.917).

Altro che meno morti del 2019…

Si può discutere di tutto anche in maniera forte, ma per favore cerchiamo di fare attenzione ai dati di cui parliamo.

Altrimenti poi si rischia di determinare comportamenti realmente pericolosi.

Questo vale per tutti ma sarebbe più che obbligatorio per i grandi media come il Sole24ore.

*

UPDATE ore 21.03: In calce all’articolo del Sole24ore è comparso un comunicato del Comitato di redazione che ne prende le distanze. E a metà pezzo è stata pubblicata una precisazione dell’Istat.

==> L’immagine è stata realizzata da me con una tabella pivot di excel elaborata sui dati Istat che si possono trovare qui: https://www.istat.it 

Qui la pagina dell’Istat con i link a tutte le tabelle con i dati aggiornati (oggi 18 aprile) al 3 aprile (con il passare del tempo le tabelle verranno aggiornate con nuovi dati): https://www.istat.it/it/archivio/240401

Tra le cose che si trovano in questo pagina ci sono:
==> Un sistema interattivo per graficare l’andamento cumulativo dei decessi: https://www.istat.it/it/archivio/241428

 

Una infografica che spiega come sono raccolti i dati dei decessi

 

 

Reddito minimo, in Spagna è una questione vitale

O desafío do líder de Unidas Podemos e o malestar do PSOE hibernan a coalición Sánchez escucha la intervención de Iglesias, durante el pleno del Senado del pasado febrero Sánchez escoita a intervención de Iglesias , durante o pleno do Senado do pasado febreiro Sánchez ascolta l'intervento delle Chiese, durante la sessione plenaria del Senato dello scorso febbraio © KIKO HUESCA | EFE

La situazione continua ad essere critica per la Spagna, per il numero di decessi e di contagi registrati. Quindi nessuna attenuazione del confinamento, o forse sì, ci sarà un parziale ritorno all’attività di settori come l’industria e l’edilizia, ma il presidente del Consiglio Sánchez ha ribadito che non è immediata l’entrata in una seconda fase e ha sottolineato che semmai dovrebbe essere immediato l’allentamento della tensione politica. Anche Iglesias, vicepresidente del governo, in una intervista televisiva, ha cercato di richiamare l’opposizione delle destre a misurare le critiche all’esecutivo con la dimensione inedita dei problemi che la diffusione del coronavirus ha creato alla Spagna.

Missione impossibile. Le destre proseguono con una campagna irresponsabile e violenta. In realtà a Casado, segretario del Pp, e ad Abascal, leader di Vox, del diffondersi del virus nella popolazione non interessa più di tanto. Quello che preme loro è destabilizzare la maggioranza che sostiene il governo, approfittare del dilagare dell’infezione per cacciare Sánchez e smontare l’alleanza fra il Psoe e Unidas Podemos. Cinismo e sistematica alterazione della verità sono gli ingredienti della campagna di delegittimazione.
Non potendo attaccare sulle lacune della sanità pubblica – perché proprio le destre, al governo in Spagna fino a qualche mese fa, sono le principali responsabili dei tagli indiscriminati che hanno reso il servizio sanitario debole e carente e oggi non fanno alcuna autocritica – i partiti dell’opposizione addossano il dilagare del virus alla decisione del governo Sánchez di non aver impedito i gremiti cortei femministi dell’otto marzo.

Strumentalizzazione dei morti da parte della destra per cercare di rovesciare il governo, eludendo la sua parte di responsabilità nella gestione, esagerando gli errori degli altri e nascondendo i propri. Intanto Sánchez medita di convocare una riunione con tutte le forze politiche per una proposta che si ispira al Patto della Moncloa, quello del 1977, durante la presidenza di Adolfo Suarez, quando il Paese…

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