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I ragazzi della Pantera lottarono per la conoscenza

È il gennaio del 1990 quando gli studenti occupano pacificamente più di 150 facoltà. Preoccupati di come la politica stesse affrontando un nodo critico della società italiana: l’istruzione. Il movimento prende avvio a Palermo e si diffonde rapidamente in tutta Italia. È un movimento molto particolare: si incontrano giovani appartenenti alle organizzazioni e gruppi politici eredi della sinistra parlamentare ed extraparlamentare degli anni 60 e 70, e tanti, tantissimi studenti alla loro prima esperienza politica, in una fase di crisi ormai conclamata dei partiti politici di massa della Prima Repubblica e, in generale, di riconfigurazione delle appartenenze e delle ideologie del Novecento.

Gli studenti chiedono migliori condizioni di studio e protestano contro il malaffare che lambisce gli atenei all’epoca del Caf (il patto di governo tra Craxi, Forlani e Andreotti, ndr). Si oppongono alla legge sull’autonomia universitaria del ministro Ruberti che, nella loro analisi, avrebbe…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 17 gennaio

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Silva Stella: Cos’è la disgrafia, facciamo chiarezza

Dottoressa Stella, nella disgrafia sono compromesse delle abilità di base che afferiscono all’area di sviluppo psico-motorio, senza deficit neurologico o intellettivo. Il mondo scientifico come interpreta questo fenomeno?
La disgrafia rientra fra le difficoltà di tipo percettivo-motorio, investe la scrittura dal punto di vista della forma e non del contenuto; ad oggi l’origine non è stata ancora dimostrata scientificamente.
Il modello medico attribuisce alla disgrafia cause neurobiologiche innate e suggerisce di utilizzare come terapia, strategie dispensative e compensative. Il modello psico-pedagogico sfruttando la plasticità del cervello suggerisce di sollecitare e potenziare l’apprendimento del segno grafico con l’esercizio continuo e mirato.

Come potremmo definire la scrittura da questo punto di vista?
La scrittura è una disciplina motoria e necessita di abilità di coordinazione oculo-manuale, d’integrazione spazio-temporale, di attenzione e di memoria. La lingua scritta non si acquisisce spontaneamente come il linguaggio fonico, ma deve essere appresa.

Quali sono gli organi di senso che vengono utilizzati nella scrittura e nella lingua parlata?
La lingua scritta coinvolge vista e tatto, diversamente dalla lingua parlata che coinvolge solo il canale uditivo. I terminali nervosi delle dita della mano sono potenti stimolatori del cervello. Per eseguire il segno grafico si coinvolge la sensorialità di tutto il corpo, basta pensare al contatto dei polpastrelli della mano con la pagina scritta; si integra così corpo e mente. I bambini con difficoltà percettive non hanno problemi a ricevere il segnale sensoriale uditivo o visivo, ma piuttosto hanno problemi a “tradurre correttamente” le informazioni che provengono dagli organi di senso coinvolti. Per la scrittura…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 17 gennaio

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Hammamet, crepuscolo di un potere

Ormai lo abbiamo capito. Se c’è Favino il film è fatto. Non c’è dubbio che la sua monumentale interpretazione di Bettino Craxi – dopo le stupende prove di dare volto, voce e postura a Masino Buscetta e prima ancora a Pino Pinelli – spinge la pellicola di Gianni Amelio più in alto di quanto sarebbe potuta andare senza il grande lavoro di immedesimazione dell’attore romano, che rende pallidissima, va da sé, la prova interpretativa degli altri. Il regista si è misurato con un personaggio difficile che è ancora oggi parte della nostra cronaca viva, sebbene la sua azione si sia svolta in un tempo ormai lontano – una didascalia apre il racconto: “In Tunisia alla fine del secolo scorso”.

Amelio dice che ha buttato lì l’idea di fare un film su Craxi per liberarsi dalla proposta poco allettante di farne uno su Cavour: chissà se è andata proprio così, comunque il suo lavoro non è certo improvvisato. Tutt’altro. Ma non aspettatevi la biografia di Bettino perché la scelta cade sui giorni di Hammamet, in definitiva sul crepuscolo del potere di un uomo che è stato potente e che si ritrova completamente solo, nel deserto, accanto ad un vecchio arnese della Guerra fredda – un carro armato.

Il regista usa le sue armi migliori per umanizzare al massimo il personaggio, usando un tema che gli è caro – i rapporti padri-figli/e – e rappresentando, respiro dopo respiro, la sofferenza della malattia e della solitudine. Quando il potere è visto lì, in quella fase decadente, il diabete aggressivo, il tumore, le flebo, il letto di ospedale, siamo sempre più indulgenti, cediamo alla partecipazione emotiva, alla compassione. Eppure Amelio non si sottrae affatto ad una visione più politica: è che non la troviamo nell’immediatezza di un giudizio: “esule politico” o “latitante”, “vigliacco” o “resistente”, ma nell’aver collocato il personaggio nel suo tempo politico.

È lì che si consuma lo scempio. Il finanziamento illecito ai partiti nasce…

L’articolo di Stefania Limiti prosegue su Left in edicola dal 17 gennaio

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Elena Cattaneo: Spiragli di luce in fondo al tunnel della ricerca pubblica

«La ricerca può fare da volano del rilancio dell’Italia e dell’economia in affanno. Serve però una strategia solida, di lungo termine. Cioè una discontinuità con gli ultimi anni durante i quali, per via del governo di un comparto appassionante, ma difficilissimo da gestire, quale è la scuola, si è andata progressivamente riducendo l’attenzione verso il settore della ricerca e università, troppo spesso in balìa di una gestione politicamente residuale e di corto respiro. Ma ora si apre una stagione importante per la ricerca pubblica». La divisione del Miur nel ministero della Scuola e nel ministero dell’Università e Ricerca (che fa seguito alle dimissioni del ministro Fioramonti) e le novità introdotte nella legge di Bilancio 2020 ci danno l’occasione per incontrare la senatrice a vita e docente di farmacologia alla Statale di Milano, Elena Cattaneo, e fare il punto sullo stato di salute della ricerca in Italia.

Il 9 gennaio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto che permette lo “spacchettamento” del Miur. Qual è il suo giudizio circa questa operazione?
Ascoltare dal presidente del Consiglio l’intenzione del governo di dividere il comparto della scuola da quello dell’università e della ricerca è stata per me una positiva sorpresa. L’esigenza di un ministero dedicato specificamente alla ricerca era sempre più sentita dopo anni di abbandono. Da tempo, in molte occasioni, vari esperti del settore hanno caldeggiato un nuovo assetto istituzionale di questo tipo. Penso agli studiosi del Gruppo 2003, ma anche agli Enti di ricerca e agli atenei, in prima linea con la stessa Conferenza dei rettori (Crui), il cui presidente, il professor Gaetano Manfredi, è stato appena designato nuovo ministro per l’Università e la ricerca.

Cosa può comportare in termini di opportunità questa separazione?
Come detto, il governo di un comparto appassionante, ma difficilissimo da gestire, quale è la scuola, in questi anni, ha…

L’intervista alla senatrice Elena Cattaneo prosegue su Left in edicola dal 17 gennaio

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Lo squalo e le sardine

Se per caso aveste bisogno di un’ulteriore dimostrazione dello spessore dell’ex ministro dell’inferno Matteo Salvini allora vi conviene scorrere la sua pagine Facebook (l’ipotalamo della sua propaganda politica) e leggere là dove si scaglia contro un suo contestatore (per lui sono tutti contro di lui quelli che non lo venerano, con l’assolutismo tipico degli immaturi) scrivendo «Contestatori un po’ impacciati a Bologna. Guardate la carica e la grinta di sinistri e pesciolini» sotto al video in cui il giovane Sergio si ingarbuglia per l’evidente imbarazzo di parlare in pubblico.

Il video ovviamente è tagliato ad arte per evidenziare i momenti più impacciati, in una sorta di Paperissima delle difficoltà emotive, e gli sfegatati seguaci salviniani si lanciano in una serie di insulti e irrisioni con la foga di chi viene eccitato dalla visione del sangue.

Peccato che Sergio, il ragazzo preso di mira, sia dislessico e forse proprio per questo ancora più coraggioso: la derisione di Salvini, in sostanza, prende di mira una sua debolezza. Come al solito. «Mi sento orgoglioso del mio imbarazzo – ha detto il giovane -, non avevo preparato nulla, nemmeno il discorso, perché volevo essere me stesso. Sono Dsa (disturbi specifici di apprendimento) e ne sono orgoglioso: talvolta hai difficoltà nelle esposizioni, ma stavolta c’entra poco, in realtà non ero preparato a parlare in quel momento, ha giocato più l’emozione. Credo in una politica che non brutalizzi l’umano, ma che renda libero ogni essere umano di essere ciò che è».

Quindi dopo i gay, i drogati (che per Salvini sono una categoria vasta secondo il suo interesse personale), ovviamente gli stranieri, gli intellettuali, le femministe, le sardine, gli scrittori, i professori, i sinistri e i grillini (prima sì e ora no) ora anche i dislessici sono nemici da esporre al pubblico ludibrio. E tutti i suoi tifosi esultano. Esultano anche i biondi e quelli con troppi nei senza sapere di poter essere le prossime categorie prese di mira. Perché la brutalità diverte moltissimo fino a un centimetro prima che tocchi a te. Ma questi non credono ai professoroni, non ci credono. E quindi niente.

Buon venerdì.

Lavoratori, non schiavi

Uno spettro si aggira per l’Europa. Lo so, non è originale, ma non riesco a pensare ad altro osservando la guerra del tempo. Va bene, ormai dovrebbero saperlo tutti, in Finlandia non è nell’agenda del governo la riduzione della giornata lavorativa ma il sollievo con cui è stata accolta la smentita di una notizia, iniziata a circolare il 2 gennaio e non ancora stoppata, e le modalità con cui il tema è stato aggirato dai commentatori mainstream, rivela che la guerra del tempo è un conflitto diffuso sebbene “a bassa intensità”. Con alcune eccezioni.

Nelle ultime presidenziali in Francia sia Mélenchon sia Hamon erano portatori di una proposta di legge per le 32 ore di lavoro. Poco dopo, a primavera del 2018, il sindacato Ig Metall, 2,2 milioni di iscritti, strappava alla controparte confindustriale della Gesamtmetall un accordo per una riduzione temporanea della settimana dei metalmeccanici a 28 ore. Un po’ poco per salutare un “nuovo modello tedesco” ma certo abbastanza per dire che il più grande sindacato tedesco non s’era mai dato così da fare sui temi della flessibilità, della condivisione e del controllo dell’orario a cominciare dalla campagna del 2017: “La mia vita, il mio tempo: ripensare il lavoro”. All’incirca lo stesso periodo in cui a Göteborg, Svezia, una sperimentazione di 18 mesi della giornata di 6 ore per i dipendenti delle case di cura per gli anziani dimostrava che non solo si creano nuovi posti di lavoro ma aumenta la produttività, si riducono le assenze per malattia, migliorando anche le prestazioni e la felicità degli assistiti. 

E cos’altro è, infatti, il lunghissimo sciopero in Francia contro la “riforma” delle pensioni voluta da Macron? Tempi di vita e tempi di lavoro sono questioni intrecciate in maniera indissolubile. Come pure tempo e salario. Infatti, anziché dalla Finlandia, avremmo potuto iniziare questo sfoglio con una istantanea dalle piazze francesi o da una scuola di Seine-Saint-Denis, distretto operaio a nordest di Parigi, intitolata a Josephine Baker, una delle tante in cui gli insegnanti grevistes, scioperanti, organizzano dei caffè con i genitori per spiegare gli effetti perversi della “pensione a punti”. In Italia lo chiamiamo sistema retributivo e lo scontiamo dal ’94 con peggioramenti continui tipo la…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola

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Chiediamo un segno di forte discontinuità

Il Pd si è chiuso in conclave annunciando una prossima rifondazione. Il segretario Nicola Zingaretti promette un partito più inclusivo, aperto alla società civile, ai sindaci, ai movimenti, a cominciare da quello delle sardine. Il M5stelle, intanto, rischia l’implosione, fra espulsioni, tentativi di mettere a tacere la dissidenza interna, mentre il capo politico Luigi Di Maio convoca gli Stati generali a marzo. Un momento di grossa crisi può essere anche una preziosa occasione di cambiamento per le due forze che al momento galleggiano con il governo Conte II. Una crisi che in nuce contiene una possibilità di trasformazione, se si ha il coraggio di affrontarla fino in fondo, senza infingimenti, se si evitano operazioni di mero maquillage.

E allora, da osservatori esterni, saldamente collocati a sinistra, in una sinistra antifascista e dei valori, basata su libertà, uguaglianza, antirazzismo, laicità, ci permettiamo non dico di dare suggerimenti, ma certamente di fare qualche osservazione, segnalando gli elementi di discontinuità che ancora stentiamo a vedere in questo governo.

Il primo riguarda il lavoro, di cui torniamo a occuparci in questo numero con cui vogliamo riaccendere la discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per rimettere al centro le persone, i bisogni, le esigenze di socialità e affetti e la qualità della vita, sempre più aggredite in un mondo del lavoro in cui imperano disoccupazione precariato, frammentazione, mancanza di tutele, anche a causa di misure neoliberiste come il Jobs act e la cancellazione dell’articolo 18.

Il secondo, urgente, segnale di discontinuità riguarda i diritti umani e la mancanza di politiche riguardo all’emigrazione e all’immigrazione. Sotto questo riguardo colpisce la mancata abrogazione dei due decreti Salvini. Non basta emendarli. Occorre una nuova legge sull’immigrazione per la costruzione di corridoi umanitari legali, cancellando finalmente l’orrore della Bossi Fini. La cronaca però ci dice che poco o nulla è cambiato da quando Salvini da ministro degli Interni avocava a sé completi poteri per una cinica e disumana politica dei porti chiusi. Sì, certamente, è cambiato il linguaggio, il tono, ma non sono cambiate le politiche.

Mentre scriviamo, la Sea Watch è bloccata a largo della Sicilia con 119 naufraghi a bordo e la Open Arms davanti a Lampedusa, con 118 persone, fra i quali 35 minorenni. Come accadeva ai tempi di Salvini senza un place of safety assegnato dall’Italia. E nei giorni scorsi una multa da trecentomila euro è stata notificata a Claus Peter Reisch, comandante della Lifeline, Ong impegnata per il recupero dei naufraghi nel Mediterraneo.

Intanto la guerra per procura che divide la Libia e che vede tanti contendenti stranieri – a cominciare da Erdogan e Putin – gareggiare per spartirsi territori e affari, sta generando una grave crisi umanitaria. Civili libici sono costretti a fuggire, a cercare vie di scampo verso il confine tunisino, oppure, disperati, affrontano il Mediterraneo. E sappiamo quale sorte li attende. Con le motovedette della cosiddetta guardia costiera libica (foraggiata di mezzi italiani) che fanno muro e operano respingimenti in violazione delle convenzioni internazionali. Come è stato dimostrato, fra loro, ci sono anche trafficanti. In questo quadro c’è chi torna a osannare Minniti, come grande esperto di Libia e possibile inviato europeo per gestire la crisi. Come se non fosse stato lui, quando era ministro del governo Gentiloni, a fare accordi con i capi clan libici e ad avviare la campagna di criminalizzazione delle Ong.

Da questo governo, come segno di discontinuità, ci aspetteremmo una gestione della crisi internazionale (accelerata dall’atto di guerra di Trump) incentrata su azioni diplomatiche, non sull’invio di contingenti militari, come invece ha proposto nei giorni scorsi il ministro degli Esteri, Di Maio, parlando in un’intervista a La Stampa di invio Caschi blu europei, in un quadro di legalità internazionale sancito dall’Onu. In un momento in cui nel dibattito politico e televisivo si sentono solo voci preoccupate per il perduto ruolo egemonico dell’Italia che – a loro dire – andrebbe riaffermato con forza, vorremmo ricordare che nell’articolo 11 della Costituzione c’è scritto che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

In questo quadro, noi che abbiamo sempre stigmatizzato il populismo di Conte e il suo essere stato prono alle politiche xenofobe del governo giallonero, dobbiamo dire tuttavia che abbiamo apprezzato le parole che ha pronunciato ad Ankara a margine della conferenza stampa e riportate da Radio Radicale parlando dell’Italia come mediatore di pace, «che non si muove per il proprio bieco interesse», ma «per l’indipendenza e l’autonomia del popolo libico». Speriamo che non restino solo parole. Sostenere il processo democratico e mettere al centro i diritti umani è oggi più che mai prioritario, memori delle nostre enormi responsabilità rispetto al fallimento dello Stato libico non solo in tempi recenti, ma fin dai tempi lontani quando il generale fascista Rodolfo Graziani guidò le operazioni militari in Libia ed Etiopia che causarono un genocidio.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 17 gennaio

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Cantami, o Diva, quanto è disumana la guerra

Nel corso della storia degli uomini la guerra è un evento ricorrente con i suoi lutti, distruzioni, ferocia. Nell’antichità è oggetto di molte narrazioni, è elogiata dai poeti che ne hanno esaltato la forza, la bellezza, l’eroismo, il coraggio dei vincitori e dei vinti anche se piegati dalla superiorità del nemico. Eppure nei poemi epici accanto all’eroismo aleggia la morte con l’agonia che spesso la precede, il sangue che scorre a fiumi, le ferite, le mutilazioni e il dramma interiore dell’eroe di fronte alla fine della vita.

L’Iliade di Omero, il poema epico con il quale s’inizia la letteratura greca, racconta gli ultimi mesi dell’ultimo anno della guerra decennale che i principi greci coalizzati intrapresero contro Troia, città fiorente situata a sud dell’Ellesponto, a est dell’Egeo, la cui ricchezza si basava essenzialmente sul controllo dei commerci. Le sue mura ciclopiche, secondo il mito costruite dagli dei Apollo e Poseidone, la rendevano sicura e indistruttibile. I Greci che vogliono imporsi sui traffici del Mediterraneo, riusciranno a incendiarla e a rendere schiavi gli abitanti sopravvissuti. La guerra era iniziata non per il rapimento di Elena, la bellissima sposa di Menelao da parte del troiano Paride, come racconta il mito, ma per una rottura dei rapporti tra popoli che si affacciavano sullo stesso mare.

Nell’Iliade si canta la guerra nei suoi vari aspetti: armi, tecniche, duelli e battaglie di massa, tutto descritto con impressionante realismo. Assistiamo ad assemblee di capi e concili di dèi, partecipi anch’essi alle vicende guerresche, schierati a favore dell’uno e dell’altro esercito, dell’uno o dell’altro eroe. Non mancano rassegne delle forze in campo, strategie di assalti, atti di coraggio.

La guerra è vista come un valore positivo, si descrivono le armi degli eroi, i sanguinosi duelli, quasi con un compiacimento accompagnati da ricche similitudini naturalistiche. Gli eroi sono tutti belli e di grande prestanza fisica. Tra i greci Achille è guerriero intrepido, impetuoso ma magnanimo, forte sopra tutti in guerra, pari agli dèi ma inflessibile nella vendetta; Agamennone è valoroso e autoritario, capo di molti armati; il biondo Menelao, coraggioso ma prudente; Aiace, il più forte dopo Achille, baluardo degli Achei, capo di eserciti; Diomede, domatore di cavalli, ardimentoso e assennato; Odisseo dal “multiforme” ingegno, si contraddistingue per l’astuzia. Fra i troiani campeggiano Paride, bello come un dio, gran vanto degli Achei; Enea obbediente ai voleri del fato; Ettore rispettoso del senso del dovere e legato agli affetti familiari. Per tutti la vergogna più grande è il disonore, l’unico codice morale è quello dell’onore e come suprema aspirazione la gloria conquistata in battaglia, o in duello. Brutto e malvagio è invece Tersite che ha un comportamento anti-eroico: manifesta il suo scontento durante l’assemblea dell’esercito, è ricordato come «l’uomo più brutto che fosse venuto a Troia».

Eppure dagli epiteti ai quali si accompagna la parola “guerra” traspare la consapevolezza dei mali che essa comporta. La guerra è “funesta”, “crudele” “sanguinosa”. La voce del poeta dunque ha molte corde, non rimane insensibile di fronte al dolore di un padre che ha perso il proprio figlio (come quello di Priamo per la morte di Ettore) o quando ricorda il destino di gloria riservato ad Achille, destino che si accompagna a una morte nel fiore degli anni.

Simone Weil, scrittrice francese morta nel 1943 all’età di 34, studiosa della filosofia greca, impegnata affinché fosse rispettata la dignità umana, dopo la guerra di Spagna 1938/39 e prima delle atrocità della seconda guerra mondiale quando Achille è visto come un eroe indiscusso dalla Germania nazista, scrive un saggio, La Grecia e le intuizioni precristiane (Torino, 1967) nel quale considera l’Iliade il poema della forza: «il vero argomento, il vero centro dell’Iliade è la forza che adoperata dagli uomini, li piega ed esercita la sua capacità di espropriare i personaggi omerici della loro umanità». Ogni guerra con la sua dissennatezza, anche quella di Troia, rende i guerrieri disumani: questo il pensiero di Weil.

Non è difficile andare con il pensiero al trattamento disumano riservato da Achille al corpo di Ettore da lui ucciso. Il combattimento che precede il duello tra i due eroi è il momento decisivo della guerra: ad esso partecipano uomini e dèi in uno scontro drammatico e senza esclusione di colpi. Achille fa strage dei troiani; protetto dagli dei, dallo scudo e dall’armatura che la madre Teti ha fatto forgiare da Efesto, uccide Ettore dopo averlo inseguito per tre volte intorno alle mura di Troia.

Il duello tra i due è narrato in tutti i passaggi, alla fine Achille «volendo la morte di Ettore divino, scrutando il suo bel corpo, dove più restasse scoperto, con l’asta attraversa il suo morbido collo dove la fuga della vita è più rapida». Il troiano stramazza nella polvere, ma la ferita non gli impedisce di parlare. Achille gli grida: «Cani e uccelli sconceranno il tuo corpo, mentre gli Achei daranno degna sepoltura a Patroclo».

Ettore lo prega di riconsegnare il suo cadavere al vecchio padre e di «non lasciare che lo sbranino i cani». Ma Achille lo guarda bieco e con dure parole si rivolge a lui: «Cane non starmi a pregare, non c’è nessuno che al tuo corpo possa risparmiare i cani, nemmeno se dieci, se venti volte il riscatto venissero qui a portarmi. Nemmeno se Priamo desse ordine di pagarmi a peso d’oro, nemmeno in quel caso, la nobile madre potrà piangerti steso su un letto; tutto intero ti mangeranno cani ed uccelli».

Poi il valoroso Achille si accanisce contro il suo corpo, ne trafigge i talloni e lo lega per i piedi alla sua biga trascinandolo coperto di polvere e sangue nel campo di battaglia. Il cadavere di Ettore viene così trasportato nell’accampamento acheo, dove, dopo il banchetto funebre, il corpo di Patroclo è bruciato e vengono celebrati i giochi in suo onore. Achille promette che chi l’ha ucciso perirà per sua mano ma non riceverà gli onori funebri, verrà gettato in pasto ai cani. Per dodici giorni prosegue lo scempio del corpo dello sfortunato Ettore, che ogni giorno viene per tre volte trascinato attorno alla tomba di Patroclo.

Il corpo del principe troiano, protetto da Apollo, rimane tuttavia incontaminato. Gli stessi dei non approvano il comportamento folle ed ingeneroso di Achille e chiedono a Teti di indurre il figlio a restituire ai troiani il corpo del loro Principe. Il vecchio Priamo con un ingente riscatto si reca di notte nel campo acheo, chiede con umiltà che gli sia restituito il corpo del figlio. Di fronte al vecchio e canuto re, Achille si commuove, pensa a suo padre se dovesse trovarsi in una situazione simile, come gli suggerisce il supplice re troiano e lo tratta con rispetto. Finalmente, l’ira di Achille, la sua asprezza ed il suo dolore si placano. Priamo ritorna a Troia, dove saranno celebrate le giuste esequie per Ettore.

L’autore dell’Iliade, il poema della guerra e delle sue atrocità, con la riconciliazione finale dei due nemici sembra voler superare la cultura dell’orgoglio, della contesa, dell’ira. All’ideologia guerriera che pure è un valore indiscusso dell’aristocrazia arcaica si sovrappone un messaggio di umanità. Il poema iniziato con una lite tra due guerrieri, Achille e Agamennone, per il possesso di una giovane fatta schiava dai greci, termina con il pianto di un padre sul cadavere del più amato degli eroi omerici e di Achille stesso. Il dolore ha reso umana la disumanità della guerra.

La tranquillità offerta dalla pace, contrapposta agli orrori della guerra è già nella descrizione dello scudo di Achille, ricevuto da Efesto, il fabbro dio del fuoco che vi ha raffigurato due città, una in assenza di guerra, tra nozze, banchetti, danze e canti, campi arati, uomini impegnati nella mietitura o nella vendemmia, bestie al pascolo; in quella devastata dalla guerra dominano invece agguati, scontri, violente stragi.
Il dio Efesto ha voluto proteggere quel guerriero con uno scudo dove è rappresentata la vita intera in tutti i suoi aspetti, sereni o dolorosi.

«Scusatemi, ho mentito»

«Scusatemi, ho mentito per 13 anni»: ha scritto così Gelare Jabbari, una ex presentatrice della televisione iraniana che si è dimessa due anni fa per etica personale. La tv di Stato iraniana, tanto per capire di cosa stiamo parlando, è la stessa che ci aveva raccontato della morte di 80 soldati USA durante un attacco alle basi militare in Iraq ed è la stessa che aveva raccontato di problemi tecnici in riferimento all’aereo ucraino partito da Teheran che invece era stato abbattuta da missili iraniani.

Anche l’associazione dei giornalisti di Teheran ha usato parole nette: «Ciò che mette a rischio la nostra società in questo momento non sono soltanto i missili o gli attacchi militari, ma la mancanza di media liberi. Nascondere la verità e diffondere bugie traumatizza l’opinione pubblica. Quel che è accaduto è una catastrofe per i media in Iran».

La credibilità della televisione iraniana non gode di molto successo nel Paese, il governo ha dovuto bloccare internet per una settimana per provare a controllare l’informazione e il fatto che Gelare Jabbari abbia pubblicato il suo sfogo sul proprio account Instagram spiega perfettamente come siano soprattutto i social a essere consultati dai cittadini per tenersi informati.

C’è però in quel «Scusatemi, ho mentito per 13 anni» tutta la forza di un messaggio dirompente che ribalta improvvisamente la realtà e deve essere stato un sollievo, per i molti critici contro il governo, accorgersi che ciò che credevano vero fosse vero nonostante le bugie di governo è una liberazione politica e sociale.

Immaginate se diventasse obbligatorio dire la verità, magari proprio per decreto di Stato e improvvisamente tutto si potesse spiegare. Immaginate se l’informazione fosse coerente ai fatti e non alla propaganda. Immaginate se i giornalisti esercitassero la propria etica senza essere servi di nessuno. Ecco, avete immaginato un Paese come dovrebbe essere, una democrazia sana. E non c’entra solo l’Iran.

Buon giovedì.

Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

Pope Francis exchanges Christmas greetings with the Roman Curia in the Clementine Hall in the Vatican on December 21, 2019. To carry out the continuing reform of the Church requires a willingness to change and a commitment to personal conversion, Pope Francis said. It was Francis’ seventh Christmas address to the cardinals, bishops and ranking officials of the Roman Curia since his election and he delivered it in the 16th-century Clementine Hall of the Vatican’s Apostolic Palace, decorated with magnificent Renaissance frescoes. Photo by ABACAPRESS.COM AbacaPress/LaPresse Only Italy 713927

Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime. Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

L’articolo di Federico Tulli è tratto da Left in edicola fino al 16 gennaio

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