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Svelare il nesso tra mafia e poteri forti: riuscirà Gratteri nell’impresa tentata da Falcone e Borsellino?

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 15-01-2019 Roma Politica Evento "Una nuova giustizia un'impresa che serve all'Italia" Nella foto Nicola Gratteri Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 15-01-2019 Roma (Italy) Politic Event "A new justice a business that needs Italy" In the pic Nicola Gratteri

L’indagine sulla ‘ndrangheta denominata Rinascita-Scott e condotta da Nicola Gratteri conferma ciò che da qualche tempo scriviamo. Esistono punti di collegamento tra i vertici della ndrangheta e centri occulti di potere che hanno interessi comuni con quest’organizzazione criminale. Per noi cittadini è arrivato il momento di comprendere che la “nuova ndrangheta del terzo millennio” ha acquisito rapporti stretti con i poteri forti, nazionali e internazionali.

L’importanza storica dell’indagine di Gratteri, pertanto, dipenderà dal riuscire a provare in giudizio l’esistenza di una rete, ove si anniderebbero questi poteri forti, una sorta di “super comitato”, costituito da uomini politici, massoni, banchieri, giornalisti, alti burocrati dello Stato (magistrati, avvocati, docenti universitari), industriali, che influenzerebbe (direttamente o indirettamente) anche le sorti dello Stato italiano e della sua democrazia.

I poteri forti nazionali costituiscono il cosiddetto terzo livello, mentre quelli sovranazionali realizzerebbero il quarto livello, di cui ancor poco si sa e si scrive. La ‘ndrangheta calabrese prima di tutte le mafie italiane ha compiuto, con particolare arguzia, un vero e proprio avanzamento di qualità riuscendo a cogliere, meglio di altri, le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati, così come dall’abbattimento dei confini e dalle innovazioni tecnologiche. Ha compreso che la propria pervasività dovesse estendersi alle organizzazioni e alle multinazionali (il quarto livello) abbastanza grandi da contare e pesare nello scenario politico ed economico non solo nazionale ma anche internazionale. Si è organizzata con le strutture intermedie attive ormai in ogni parte del mondo (Americhe, Asia, Australia, Nuova Zelanda, solo per citarne alcune).

La ‘ndrangheta ha capito il ruolo che la globalizzazione dell’economia avrebbe giocato e si è adeguata ai tempi per il semplice fatto che l’attività predatoria di questo tipo di organizzazioni criminali si rivolge sempre verso la ricchezza. Oggi, la ‘ndrangheta è una “impresa multinazionale” entrata a pieno titolo nell’economia globale. Lo stretto legame di consanguineità tra i consociati le consente di espandersi in maniera organica, di accreditarsi con forza (usando violenza o corruzione) in circuiti che sono utili per condizionare scelte politiche e amministrative o regolare rapporti con imprese, enti, banche e istituzioni nazionali e sovranazionali.

La nuova ndrangheta organizzata possiede il know-how relazionale e professionale necessario per mimetizzarsi nell’economia legale rinsaldando alleanze affaristico-mafiose tra consorterie di matrice nazionale e internazionale. L’immensa quantità di denaro di cui dispone la ndrangheta – una massa in continua crescita derivante dal traffico di stupefacenti sempre più lucroso e organizzato – fa si che possa inevitabilmente aggirare, infrangere, piegare ai propri interessi, le leggi dei singoli Stati in cui intende estendere i propri loschi affari.

Per far ciò ha assoluto bisogno dell’appoggio di questi poteri forti. Per rendersene conto basta osservare il comportamento delle multinazionali, dei colossi della finanza, degli operatori dell’economia globale. I principi che li guidano sono gli stessi di quelli mafiosi e la compatibilità e l’adattamento fra i due sistemi sono sostanzialmente analoghi. Una prova di quanto affermato: il contrabbando e tratta degli schiavi e i giovani che abbandonano il Sud non solo per la mancanza di lavoro ma perché non intravedono il futuro di questi territori.

Se rileggessimo gli scritti di Giovanni Falcone, ci tornerebbe a mente come, la mediazione di questi poteri forti era essenziale per le mafie ed era vista da queste ultime come il modo più sicuro, rapido ed efficiente di garantire rapporti finalizzati alla realizzazione del massimo utile possibile. Questo quarto livello, dunque, è molto più pericoloso del terzo e indubbiamente segna il passaggio per la ‘ndrangheta, non da ora, da dimensioni puramente localistiche e nazionali a un livello d’incidenza globale.

La ‘ndrangheta è diventata negli anni un soggetto politico ed economico di livello sovranazionale e la globalizzazione ha rappresentato un ottimo propulsore per la sua espansione. Sono sempre stato convinto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino siano morti perché, probabilmente, avevano toccato i fili del livello internazionale e mediante le loro analisi finanziarie, complesse e profonde, erano arrivati a individuare quei “poteri forti” sovranazionali (penso alle indagini condotte con Carla Ponte in Svizzera). Furono, presumibilmente, uccisi perché quel livello sovranazionale una volta scoperto, avrebbe rivelato scenari impensabili e inimmaginabili per la pubblica opinione. Avrebbe svelato connessioni tra mafie e poteri militari, oligarchico-finanziari e politici collegati tra loro per scopi non di certo leciti.

Ci riprova oggi Nicola Gratteri cosciente che esista una mafia senza confini che spesso è influenzata da nuovi poteri forti anche a livello sovranazionale. Dobbiamo, pertanto, domandarci se siamo pronti a contrastare questa nuova dimensione delle mafie moderne come lo è oggi la ndrangheta. Dobbiamo chiederci se Gratteri sarà supportato dallo Stato, oppure sarà osteggiato. Ai posteri l’ardua sentenza!

* Vincenzo Musacchio, giurista, associato per il Diritto penale alla School of Public affairs and administration della Reuters University di Newark

Io e internet. Breve storia della rete, da Arpanet al 5G [4/4]

[Segue da qui]

10. Intelligenza artificiale
Che facciamo? Niente email, niente messaggistica, niente social e niente di niente Ginexa
Dobbiamo invece continuare a combattere per la promessa di libertà e di progresso di Internet. Naturalmente a varie scale. La prima è alla grande scala dell’azione politica. Dobbiamo pretendere che l’ascolto non sia solo per la grande banalità “Mettimi i brani di Lou Feed”, ma usare veramente l’intelligenza artificiale verso orizzonti di consapevolezza, di tutela della salute fisica e mentale, di educazione, di sburocratizzazione.

Una volta, per fare capire cosa fosse l’intelligenza artificiale, si faceva l’esempio del consulto con il medico. Si parlava alla macchina intelligente e le si diceva.. “Ho mal di pancia”.. e la macchina rispondeva “Quanto forte?”, e tu “Medio”, e lei ti diceva “Che cosa hai mangiato?”.. eccetera e a poco a poco con una serie di domande e risposte la macchina restringeva il campo e capiva se avevi fatto una indigestione oppure avevi un’ulcera. E di conseguenza ti consigliava il da farsi. 

Questo tipo di intelligenza artificiale il più delle volte non è direttamente commerciabile, ma sistemi pubblici dovrebbero pretendere di averla sempre più sviluppata e diffusa. Oggi siamo appena all’uno su mille. Un gioco che indovina quello che pensi (ovviamente con tecniche di intelligenza artificiale) un programma che ti aiuta a capire la migliore modalità di Pronto soccorso. E con questo almeno c’è un livello di utilità pubblica visto che il sistema fa risparmiare tempo ed energia e aiuta in tante situazioni. Oggi sappiamo già che un sistema come Ginexa può aiutare un ipovedente, oppure un ragazzo con problemi autistici ed è fantastico per insegnare le lingue, ma moltissimo di più potrebbe avvenire. Il pubblico deve intervenire come fa in una qualunque iniziativa privata non per soffocarla, ma per direzionarla. Lo sappiano fare (o ci proviamo) in tanti campi (urbanistica, economia, educazione..), dobbiamo imparare a farlo con il Web. 3.0. La battaglia sulla grande velocità che si sta conducendo – il famoso 5G – è esattamente quella per l’Intelligenza artificiale. Sentivo che la Cina è molto più avanti rispetto a noi. Sapete perché? Perché ha una unica base di messaggistica – WeChat – con circa un miliardo e passa di utenti. Questa base dati “serve” ad insegnare alle macchine come ragioniamo. Di nuovo, ci dobbiamo disperare? Ma ormai qui siamo: bisogna cercare di orientare la politica. La meccanizzazione può condurre (ed ha condotto) allo sterminio del lager, ma anche a progressi incredibili per tutti. Dipende dalla nostra forza di orientamento politica. Non arrendersi.

11. Cose Intelligenti

Il secondo livello è l’uso della domotica. Infatti con Ginexa è arrivato a maturazione un sempre più numeroso sistema di elementi interattivi della casa: lampadine, prese, termostati, tapparelle, sistemi di allarme. Normalmente si pensa sia un gioco. In realtà se ci si trova in una situazione di crisi (siamo anziani o malati o abbiamo delle limitazioni fisiche o arrivano improvvisi pericoli) si capisce immediatamente che poter operare interattivamente e contemporanee può essere vitale.

Abbiamo bilance intelligenti legate a software nei nostri telefonini che monitorano il nostro peso, le pulsazioni cardiache, la percentuale di acqua o di muscolo. E progressivamente più diffusi sono sistemi da polso, che chiamare orologi appare ridicolo, che ci monitorano costantemente. Mandano i dati in rete dove ovviamente sono usati per capirci e capire comportamenti e abitudini di milioni di persone. Il “Corriere della sera” on line il 18 giugno scorso titolava “Google, l’intelligenza artificiale ora può prevedere il rischio di morte dei pazienti.” E avrebbe un’attendibilità al 95 per cento e anche i sensori da polso non sbagliano affatto quando ci avvertono sulle nostre anomalie cardiache: bisogna veramente andare in ospedale. L’articolo si riferiva ad un modello di intelligenza artificiale localizzato in ospedale a supporto dei medici, ma in realtà questo può avvenire in scala enormemente più ampia, quella dei singoli individui. Certo per un verso le informazioni di milioni di persone, quelle sul loro peso, sulla loro pressione, sulla loro attività fisica sono trasmesse dai nostri device alla rete con ovvie violazioni della privacy (che accettiamo con un piccolo “okey” quando le installiamo) per altro verso queste stesse informazioni ci possono salvare. Di nuovo impensabile per il Web 1.0, no?

Ma il legame sensori-informazioni-modelli di attuazione è argomento che vale ancora più nella dimensione urbana. Sempre più oggetti della città sono capaci di reagire interattivamente al variare delle situazioni ed essere collegati a rete uno con l’altro. Tendenzialmente tutti gli oggetti avranno un loro IP specifico e verranno a far parte della rete ed interagiranno con essa. I semafori non scattano a tempo, ma rilevando interattivamente il numero della macchine in fila per fare un esempio. Ma immaginate sensori che leggano le variazioni di inquinamento o il livello delle acque o i venti o le tempeste. Ebbene queste informazioni possono essere collegate a modelli matematici interattivi – lo avevamo anticipato discutendo degli Open data – che rispondono ad una situazione o ad un altra e predispongono azioni coordinate. E quando si tratta di situazioni di crisi (alluvioni, esondazioni, incendi, attacchi criminali) allora emerge l’importanza di questi sistemi.

Il 14 novembre, molti telespettatori hanno visto visto per la prima volta l’ologramma di una cantante fare una recita. Lei era Berlino, ma appariva nello studio di Milano in maniera assolutamente realistica, in una proiezione ologrammatica (che appunto è un sistema che simula la realtà tridimensionale!). I nostri figli o nipoti sono oggi abituati a vederci ogni giorno sugli schemi dei loro palmari anche se stiamo lontanissimo. Hanno una scena nativa così diversa dalla nostra che abbiamo visto arrivare a casa il primo televisore in bianco e nero!

Prepariamoci. Sicuramente i loro figli – magari in nuove Chapel spirituali – ci avranno in carne ed ossa accanto a loro in proiezione ologrammatica. E questo anche se saremo già morti. E cosi Dio-Google quasi esaudirà la più importante promessa della divinità: l’immortalità.

Fine della serie – prima parte seconda parte terza parte

Antonino Saggio, insegna dal 1985 Informatica e Architettura prima alla Carnegie-Mellon di Pittsburgh, poi all’ETH di Zurigo e dal 1999 alla “Sapienza” di Roma. Ha fondato la collana internazionale “La rivoluzione informatica in Architettura” (Birkhauser, Edilstampa) che dal 1998 ha prodotto 38 volumi ognuno incentrato su una personalità o su un tema rivelante per comprendere il grande cambiamento di orizzonte teorico e culturale di cui l’Informatica è portatrice anche per l’architettura

Qui dove il cinismo viene scambiato per sincerità

È che viene facile facile essere cinici, in fondo è la via più breve: essere cinici significa arrogarsi il diritto di riprendere con violenza alla violenza, significa poter buttare tutto nel cesso dell’ironia bieca, comprese le fragilità più fragili dei fragili che ci sono in giro.

Il problema è che il cinismo, inteso come banalizzazione cattiva della complessità che ci accade intorno, viene vissuto addirittura come sincerità. In sostanza si crede che il modo più alto dell’essere sinceri sia quello di essere merde senza vergognarsene in pubblico. Se qualcuno augura a un suo nemico di morire o di soffrire con acutissimo dolore viene considerato coraggioso perché è stato capace di rivendere una sua pulsione (di quelle basse, delle peggiori) come gesto di coraggio. È di moda il coraggio di essere merde, senza rendersi conto che è la via più semplice, quella che viene facile facile: pronunciare ad alta voce ciò di cui ci dovremmo vergognare è diventato un atto di coraggio, anche se è solo una stolta impudicizia.

Ci siamo innamorati della nobilitazione della parte peggiore di noi stessi e ne rimaniamo perdutamente affascinati. Ormai non sogniamo più di essere migliori ma aspiriamo al massimo a una dialettica spendibile del nostro peggio: spargere odio con una frase colorita è la nostra realizzazione.

E così accade che alcuni pensatori (giornalisti, politici o presunti intellettuali) che hanno ceduto al rilascio dei proprio sfinteri improvvisamente diventino dei profeti. Va per la maggiore quello che dice “non fate quello che faccio ma ascoltate soltanto quello che dico” e così siamo tutti contenti. E anche i deliri di un vecchio suonato alla fine sembrano delle intuizioni immancabili.

Se si muore, poi, il quadro è completo: il rigor mortis è sostituito dall’idiozia del fine vita. Tutto accettato, tutto bello. E quelli che combattono per le idee in cui credono vorrebbero farli passare come deboli illusi e invece siete voi, cinici che vi rivendete come sinceri, che siete solo dei poveri sconfitti smutandati. Vale la pena ricordarvelo.

Buon martedì.

Non solo sardine, alcune proposte per una nuova sinistra

Le Sardine, con un effetto a catena, riempiono finalmente le piazze delle città, e lo fanno con parole d’ordine chiare: antifascismo, antipopulismo, difesa della Costituzione. E riescono a farlo unendo un popolo disperso e ampio che proviene dalle tante anime che vivono o sopravvivono nella sinistra: da Sinistra italiana ad Mdp-Articolo1, dal Pd ad èViva, persino dal Movimento 5 stelle fino a giovani antagonisti, da “senza patria” a generici e spesso prevalenti delusi. Meraviglioso e straordinario: è indubbio che tutto questo sia da salutare con favore e partecipazione.

Quindi la Sinistra sta rinascendo? Nutro qualche dubbio. E non per generica diffidenza ma per ragionamento che vuole provare a scavare un po’ al di sotto della superficie visibile. Mi chiedo: quale posizione assumono quelle piazze ad esempio sul Tav? E sul taglio dei parlamentari? E sulla riforma del sistema elettorale? Preferiscono un sistema proporzionale, maggioritario o secondo il novello Germanicum? E lo sbarramento al 3 o al 5%? E che pensano sulla crisi dell’Ilva? E sulla reintroduzione dell’articolo 18 magari aggiornato per comprendere le nuove forme di lavoro sempre più penalizzanti? E sul Jobs act?

Probabilmente (certamente) gli animatori delle piazze di Mdp la vedrebbero in maniera differente da quelli di Sinistra italiana, o da quelli del Pd ecc., e quelle piazze si dividerebbero immediatamente, proprio come è divisa da tempo la sinistra in Italia. Quelle piazze cioè, così come si caratterizzano, non possono andare oltre le parole d’ordine ricordate, le quali – pure se giuste e necessarie – non possono racchiudere in sé e risolvere le contraddizioni e le insufficienze della sinistra di questi decenni. Non è un caso che gli stessi organizzatori del movimento delle Sardine rimarchino, oltre alla distanza dai partiti, che non spetta a loro dare soluzioni.

Allora non si esce dall’equivoco di fondo: le piazze ittiche rappresentano la domanda (l’esigenza di rappresentanza, la necessità di rinnovamento della sinistra) non la risposta, che spetterebbe invece ai soggetti politici finora incapaci a svolgere questa funzione. Il pericolo che si intravede è che questo movimento, così generico e apparentemente unificante, possa trasformarsi in realtà nella replica, magari più consapevole, della genesi che portò alla nascita del Movimento 5sStelle: una forza con parole d’ordine giuste, sufficientemente di sinistra, ma che poi per la genericità dell’impianto si è dimostrata incapace di azione politica di cambiamento, avvitandosi sempre più nel governismo per l’assenza di fatto di una visione alternativa, e avviandosi ora, pare, al dissolvimento. Oppure perire come fu per i Girotondi, il Popolo viola e simili.

Non sono le pur necessarie ed entusiasmanti piazze delle Sardine che possono risolvere i limiti della sinistra in Italia. Una sinistra che fosse tale dovrebbe porsi il problema di immaginare un nuovo modello di sviluppo, di contrasto alla schiavitù della crescita continua del Pil, un’alternativa al liberismo, e su quello animare le piazze.
O c’è chi, in questo scenario, può credere che basti l’abbandono dell’uso delle bottigliette di plastica per essere alternativi al liberismo, cioè all’attuale modello di sviluppo? Chi può credere che bastino le pur opportune battaglie per la diminuzione dell’Iva sugli assorbenti, per costruire davvero un Green New Deal? Tutto ciò oltre che tragico, è ridicolo, semplicistico e riduttivo.

Bisogna andare oltre, e provare ad immaginare una sinistra che riscopra il suo ruolo e la sua funzione, innanzitutto di difesa dei deboli, degli “sfruttati” si sarebbe detto un tempo, di difesa dei diritti, di lotta per il loro allargamento, ma soprattutto che sappia coniugare ciò con un’idea diversa di mondo. Una sinistra che “abiti” le piazze delle Sardine, ma che sappia, nel cogliere le novità e le spinte che lì emergono, arricchirle con una proposta ed una visione complessiva, che è esattamente quella che oggi manca.

Perché in Portogallo ed ora in Spagna, si possono proporre (e con ciò anche vincere) programmi con un minimo di ambizione alternativa al liberismo ed in Italia non si riesce neppure a ipotizzare una riflessione? Questo governo, ad esempio, nato, come noto, inaspettatamente e non come risultato vittorioso di battaglie politiche o sociali o persino parlamentari, tuttavia proponeva la discontinuità come tratto distintivo. Lo stesso simulacro di sinistra parlamentare, nel favorire la nascita del governo per scongiurare i pericoli salviniani, tuttavia sembrava ponesse alla base di tutto la discontinuità con le politiche giallo-verdi, ma anche renziane.

Si deve allora riproporre, o proporre finalmente con forza, almeno quei piccoli (grandi) punti programmatici che sembrava potessero caratterizzare e giustificare la presenza di forze di sinistra nell’esecutivo e che possano renderla riconoscibile:

abolizione, non riforma, dei decreti Sicurezza

riforma del sistema fiscale accentuandone il carattere progressivo con diminuzione della pressione verso i redditi bassi e aumento verso i grandi capitali, l’introduzione di una patrimoniale vera e con meccanismi di tassazione dei profitti delle multinazionali e dei giganti del web (e perciò farsi promotori di battaglie in campo europeo per l’unificazione delle politiche fiscali dei vari Paesi europei)

reintroduzione di un sistema elettorale proporzionale, il solo davvero rappresentativo

smantellamento delle politiche migratorie salviniane ma anche degli accordi dell’ex ministro Minniti;

far riprendere all’Italia un ruolo centrale e di pace nel Mediterraneo ricordando che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art.11 della Costituzione, ancora fortunatamente in vigore).

Insomma non propriamente l’assalto al Palazzo d’Inverno, ma un programma minimo che dia senso alla presenza delle pur sparute forze di sinistra nel governo, sapendo che non è facile il confronto e i contrasti da affrontare sono enormi. Insomma una sinistra che non rinunci alle proprie visioni, a rappresentare il mondo del lavoro, del lavoro precario e del non-lavoro, che non accetti di sottostare ai facili ricatti (“altrimenti torna Salvini”) ed ingoiare, con la promessa di un dopo, il taglio demagogico dei parlamentari piuttosto che una ennesima riforma elettorale.

Solo se si ricomincia da questo, oggi nell’immediato, si può tornare a riflettere su una nuova politica ecologica per il pianeta quale occasione di sviluppo e di lavoro, sulla necessità di una diversa distribuzione della ricchezza, sulla necessità che lo sviluppo tecnologico serva a migliorare la qualità della vita e non si traduca in aumento dei profitti. Se così non sarà non basteranno Sardine o altre specie ittiche a far rinascere la sinistra. Solo così la sinistra può ambire a tornare a rappresentare un orizzonte di riferimento e una speranza per il futuro.

* Lionello Fittante è cofondatore dell’associazione #perimolti e aderisce a èViva

Fermiamo i discorsi di odio. L’appello di Left

Lettera aperta alla presidente del Senato della Repubblica, Elisabetta Alberti Casellati

Gentile Presidente,

siamo un gruppo di cittadine e cittadini, di diverse estrazioni politiche e culturali, a rappresentarle i sensi di una comune preoccupazione. Quella relativa ai tempi di costituzione e dunque alla operatività della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, promossa come prima firmataria dalla senatrice a vita Liliana Segre. Approvata in Aula al Senato il 30 ottobre scorso, la Commissione risulta infatti ancora non costituita e lungi dunque dal poter intraprendere i suoi lavori.
Sappiamo che Lei con la sua ben nota sensibilità istituzionale e democratica ha per tempo invitato i Presidenti dei vari Gruppi parlamentari a indicare i nominativi dei rispettivi commissari; nella maggior parte dei casi però ciò non è ancora avvenuto, con conseguenti ritardi nella costituzione della Commissione, nomina della sua Presidenza e pieno dispiegamento delle condizioni di operatività.
Sappiamo che questi sono stati tempi di assiduo lavoro per il Senato della Repubblica, tenuto conto anche della sessione di bilancio, ma mentre alcuni Gruppi hanno comunque già potuto adempiere, altri hanno mostrato meno sollecitudine.
Noi come cittadine e cittadini italiani, preoccupati per la diffusione che appare esponenziale di fenomeni come il razzismo, l’antisemitismo, i discorsi d’odio sui social media e non solo, siamo a suggerire alla sua attenzione e nei limiti dei suoi poteri l’ipotesi di un appello ai Presidenti dei Gruppi ritardatari affinché attivino le procedure di nomina per porre la nuova Commissione quanto prima nella condizione di disimpegnare la sua importante funzione.
Creda che tanta parte dell’opinione pubblica italiana attende con interesse l’attivazione di uno strumento percepito come indispensabile per la conoscenza e il contrasto di fenomeni che non smettono di suscitare allarme e preoccupazione per la stessa tenuta democratica e civile del nostro Paese.

Con sincera gratitudine

Furio Colombo, giornalista e scrittore
Giuseppe Sala, sindaco di Milano
Felice C. Besostri, avvocato
Matteo Ricci, sindaco di Pesaro
Silvana Pisa, ex senatrice
Vincenzo Vita, ex senatore
Francesco Somaini, docente universitario e presidente del Circolo Rosselli di Milano
Fc St. Pauli 1910 – Brigate Garibaldi FC St. Pauli
Arci Cotone APS di Piombino
Rosy Tucci, capogruppo del gruppo consiliare “Gorizia è tua”
Antonio Caputo, presidente Federazione circoli Giustizia e Libertà
Antonello Falomi, ex senatore e presidente associazione Ex parlamentari
Laura Fasiolo, ex senatrice
Simona Grabbi, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino
Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Torino
Moni Ovadia, attore, regista e scrittore

Le mani sulle città – sommario

Sommario

03
Introduzione
di Simona Maggiorelli

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La città come merce

09
Lo spazio pubblico in ostaggio
di Edoardo Salzano

13
Pensare lo spazio urbano è fare politica,
un ritratto di Edoardo Salzano
di Mauro Baioni

17
Le mani della finanza su Roma
di Paolo Berdini

22
Gentrification, da benessere per tutti a business per pochi
di Camilla Ariani

27
La faccia nascosta di Airbnb
di Leonardo Filippi

32
Le bolla del capitalismo digitale
di Lorenzo Fargnoli

36
Il Giglio appassito e la trappola del turismo
di Grazia Galli e Massimo Lensi

40
Esquilino, una Disneyland dell’esotico
di Vincenzo Carbone
46
Come cambia la città nell’era del turismo
di Marzia Coronati

Nel mondo

57
Il liberismo del mattone non convince i moscoviti
di Yurii Colombo – da Mosca

62
Una capitale in crisi di identità
di Daniele Coltrinari – da Lisbona

67
La fuga degli artisti da Hackney Wick
di Tommaso De Paoli – da Londra

72
La magia di Istanbul minacciata dal cemento
di Dino Buonaiuto

76
Quella piccola oasi urbana che dà fastidio a Pechino
di Alessandra Colarizi

80
La lezione di Marshall Berman
di Vittorio Giacopini

Architettura e diritti umani

88
Salvatore Settis: Quando l’architettura nega i diritti umani
di Simona Maggiorelli

94
Razzisti sì ma con stile, arriva il design anti-povero
di Leonardo Filippi
100
Porte aperte allo sconosciuto
di Massimo Guastella

105
Arte, città e diritti umani
di Simona Maggiorelli

111
Il diritto a una casa al tempo di Greta
di Checchino Antonini

Ripensare l’urbanistica

117
Fermate il Mose, una sciagura per Venezia
di Vezio De Lucia

121
Ricostruiamo l’urbanistica pubblica
di Sergio Brenna

130
Se la città smarrisce la sua identità
di Ugo Tonietti

135
Venezia affonda, sì ma nell’incuria
di Fulvio Cervini

140
Il ruolo sociale dell’architetto è un bene comune
di Corrado Landi

Le mani sulle città – introduzione

Le mani sulla città. Quelle invisibili dell’ideologia neoliberista che, attraverso il braccio armato di palazzinari e costruttori senza scrupoli, sfregia il paesaggio e costruisce nuovi ghetti. Deregulation urbanistica, zooning, cementificazione ad oltranza segnano il volto del territorio. Gli esempi sono tantissimi, dalle interminabili periferie senza identità che assediano il centro storico di Roma, alla laguna di Venezia intossicata dalle grandi navi, fino alla crescita esponenziale e cacofonica di Istanbul, che annulla le millenarie radici multiculturali e cosmopolite di questa straordinaria città ponte fra Oriente e Occidente. Le mani sulla città, però, sono anche quelle, sapienti, della buona architettura, che sa immaginare e dare forma a edifici e quartieri che rispondono ad esigenze sociali e politiche, creando e ricreando spazi urbani a dimensione umana e collettiva. Influenzando positivamente la qualità della vita, progettando freespaces (per dirla con Yvonne Farrell e Shelley McNamara, curatrici della Biennale architettura 2018), riaffermando il binomio democrazia e sostenibilità. Di questi due opposti modi di mettere le mani sulla città ci occupiamo in questo volume, con reportage da metropoli simbolo di questa trasformazione epocale – Mosca, Istanbul, Pechino, Londra, Lisbona, Roma, Venezia, Firenze ecc – e chiamando architetti, sociologi e urbanisti a confronto. Se è vero che il cambiamento rapido delle città è cominciato con l’industrializzazione stessa, è altrettanto vero che nel nuovo millennio le megalopoli stanno andando incontro a una trasformazione totale, sotto la spinta di un potente inurbamento (in questo quadro il diritto alla città diventa un tema assolutamente centrale). Per averne un’idea basta dire che nel 1850 in città viveva circa il 3% della popolazione mondiale, mentre oggi la percentuale si aggira intorno al 54%. Secondo le previsioni nel 2030 si arriverà al 70%.

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Uno degli aspetti più drammatici di questa accelerata urbanizzazione è che più di un miliardo di essere umani vive in slums, mentre nelle grandi città occidentali – pensiamo per esempio alle banlieue parigine – sono sorte delle vere e proprie enclave separate. È il nuovo apartheid urbano che nelle metropoli americane (e non solo) separa minoranze ultra ricche da vaste maggioranze di poveri. Esempio lampante di questo conflitto che si è aperto fra architettura e democrazia sono i quartieri per miliardari circondati da mura, fili spinati, telecamere e strettissimi controlli. Se ne trovano in Messico, in Brasile, in Sudafrica ed anche in Occidente. Più spesso, anche da noi, le città sono contrassegnate da quartieri dormitorio, che formano una barriera, un confine definitivo, un capolinea. Come il Corviale a Roma. Un problema che non riguarda solo le periferie più povere: con la crescita esponenziale dello sprawl sono tanti i quartieri senza identità, senza piazze e luoghi di ritrovo che non siano centri commerciali. Marc Augé anni fa coniò il termine “non luoghi” per parlare di questi spazi commerciali e di transito standardizzati, omologati dalla globalizzazione. Un fenomeno, la globalizzazione, che se da un lato ha democratizzato il turismo, rendendolo di massa, dall’altra sottopone centri storici allo stress di un numero esorbitante di visitatori. Il problema sorge in particolare quando città come Firenze vengono ridotte a una Disneyland dell’antico, sfrattando botteghe e servizi per gli abitanti, a favore del bric a brac delle multinazionali del turismo. Con tanto di ordinanze che impongono assurde norme di decoro urbano, come quella voluta dal sindaco di Firenze Nardella, che vieta di sedersi sulle panchine a mangiare e bere dopo una certa ora. Misura che finisce per colpire solo i senza fissa dimora. Accanto alla “turistificazione” delle città cresce l’ostracismo verso i più poveri. Non è un caso se i centri storici di Venezia e Firenze continuano a perdere abitanti. Queste problematiche vengono approfondite qui da illustri urbanisti, fra i quali, Vezio De Lucia, Edoardo Salzano (che ricordiamo con riconoscenza e affetto) e Paolo Berdini. Insieme invitano a una presa di posizione e a un nuovo impegno civico dal basso, per resistere e opporsi alla speculazione, alla privatizzazione degli spazi pubblici e all’annullamento della memoria che minaccia i centri urbani.

Importante è anche la riflessione sull’identità dell’architetto come capacità di visione, rapporto con l’umano e rifiuto di logiche neoliberiste, come suggeriscono lo storico dell’arte Salvatore Settis e gli architetti Corrado Landi e Camilla Ariani. «Si è sempre costruito per politica, fin dalla polis, l’architettura è l’arte che ha il più immediato e necessario impatto politico» ha scritto Fabio Sani ne L’architettura e la morte dell’arte (1996). «Antonio da San Gallo, uomo colto e difensore dell’ordine costituito, progettava edifici per il potere politico. Michelangelo, indipendente e difficilmente controllabile, usava il potere politico per affermare le sue idee. La storia ci dice che l’architettura ha sempre avuto una valenza politica. Essa fa le scelte, ma è l’architetto che cerca una forma e ha il dovere etico di opporsi alla cattiva politica».

Due ministre due misure

Nel febbraio del 2013 la cancelliera tedesca Angela Merkel annunciò a malincuore le dimissioni della ministra dell’istruzione nel governo tedesco Annette Schavan, accusata di plagio nella sua tesi universitaria. La situazione fu presa terribilmente sul serio: l’università di Dusseldorf, dove nel 1980 aveva conseguito il dottorato, le ha revocato il titolo accusandola di plagio con l’approvazione di 12 componenti del consiglio di facoltà. Il decano della facoltà di filosofia, Bruno Bleckmann spiegò che Schavan nella stesura della tesi aveva “simulato in maniera sistematica e intenzionale prestazioni intellettuali che lei stessa non ha prodotto”. Disse anche che i testi copiati avevano “un’ampiezza considerevole” e non erano stati adeguatamente indicati.

Su Repubblica il docente di linguistica italiana Massimo Arcangeli ha illustrato come la ministra dell’istruzione italiana Lucia Azzolina (del Movimento 5 Stelle) abbia copiato ampi stralci della sua tesi di specializzazione per l’insegnamento del sostegno. Anche in questo caso si tratta di ampi stralci (di cinque, sei righe) che non sono stati segnalati, per un totale di circa della metà del documento.

Vale la pena ricordare che nel 2017 l’allora ministra della pubblica amministrazione Madia finì sotto accusa per lo stesso motivo e finì sotto gli strali proprio dei componenti del Movimento 5 Stelle che ne chiesero a gran voce le dimissioni.

Ora basta mettere in fila i fatti per immaginare come dovrebbe andare a finire se la coerenza non fosse un orpello omeopatico da sventolare per mungere voti. Per ora la ministra Azzolina si difende dicendo che non si tratta di una tesi (riferendosi al fatto che sia la fine di un corso di specializzazione e non di laurea). Difesa deboluccia: provate a accusare un ladro di mele e osservatelo mentre si difende chiarendo che ha sottratto una pera.

Lo spettacolo continua.

Buon lunedì.

La sinistra al governo, uno schiaffo al franchismo

Alla fine la Spagna volta pagina con il primo governo di coalizione della sua moderna democrazia, qualcosa senza precedenti dai tempi della II Repubblica (1931), una fase nuova che rivendica il ruolo della politica come mezzo di trasformazione del reale e di opposizione a tutte le destre, per fermarle. Il twitter di un emozionato Pablo Iglesias è come un lieto fine, ma è solo un inizio: #SíSePuede.

Dopo nove anni dalla piazza del 15M (il movimento degli Indignados) accetta la sfida di governare e strappa la vicepresidenza del consiglio, formata però questa volta da due aree, diritti sociali e Agenda 2030, quella che riunisce gli obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, con l’ambizione della lotta alla povertà e all’emergenza climatica, passando per la riduzione delle disuguaglianze.

Composizione e programma dicono con chiarezza che quello spagnolo è un governo progressista, in aperta controtendenza, come per il vicino Portogallo, con il resto dell’Europa. È un esecutivo espressione delle due principali forze che si richiamano alla sinistra, quella tradizionale e storica del Psoe di Pedro Sánchez e quella nuova rappresentata dalla coalizione Unidas Podemos, con Pablo Iglesias di Podemos e Alberto Garzón di Izquierda Unida.

Una maggioranza risicata resa …

L’articolo di Massimo Serafini e Marina Turi prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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Se l’italiano è piccolo piccolo

Incasso record al botteghino, pubblico diviso tra estimatori e delusi, interventi di politici pro e contro, persone del mondo dello spettacolo e non che twittano di essere corsi a vederlo il primo giorno di programmazione, Tolo Tolo scritto e diretto da Checco Zalone (nome d’arte di Luca Medici) trionfa in sala, oscurando gli ottimi risultati di Ficarra e Picone e Antonio Albanese e proiettandosi oltre i 65 milioni di euro del precedente Quo vado.

Soggetto di Virzì, che ne è rimasto co-sceneggiatore, regia di Zalone, che stavolta sostituisce Gennaro Nuziante, prodotto da Valsecchi – ultimo progetto, almeno sulla carta, della loro collaborazione – budget stellare per un progetto italiano di origine controllata pugliese, preceduto da polemiche intorno al videoclip di lancio, accusato di razzismo. Un film, che ottiene un così ampio interesse e soddisfa una attesa così spontanea, non può essere considerato solo un’astuta strategia di marketing o una riuscita commedia italiana/all’italiana come non può essere configurato come l’ennesimo exploit di un artista di talento o il gioco dissacrante di un mattatore che “surfa” abilmente sull’emergenza umanitaria e le migrazioni dal continente africano; è qualcosa di più, si pone come un fenomeno sociale, intercetta un immaginario ed un sentir comune, ne coglie le fibre tissutali su cui rotoliamo di crisi in crisi.

Non è vero che il tema dell’immigrazione non paga sullo schermo e non è vero che all’opinione pubblica non interessa, dipende da come lo si racconta e Zalone – indossando la maschera mostruosa che già Sordi aveva plasmato su di sé come una seconda pelle – sembra saperlo fare e bene, con intelligenza schiva e sincerità mirata, parlando in primo luogo di ciò che gli italiani sono diventati…

L’articolo di Daniela Ceselli prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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