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L’Iran, la vendetta e un popolo diviso

Graffiti depicts a defaced Iranian flag on a wall in Tahrir Square, Baghdad, Iraq, Wednesday, Jan. 8, 2020. Iran struck back at the United States early Wednesday for killing a top Revolutionary Guard commander, firing a series of ballistic missiles at two military bases in Iraq that house American troops in a major escalation between the two longtime foes. (AP Photo/Nasser Nasser)

La morte del generale Qassem Soleimani avvenuta tra la notte del 2 e 3 gennaio non verrà archiviata con gli imponenti funerali che hanno visto milioni di iraniani prenderne parte. La gente nelle strade ha gridato per ore «America, tu hai cominciato noi finiremo». Il drone Usa che ha colpito le due auto all’aeroporto internazionale di Bagdad ha colpito un intero Paese e le conseguenze si ripercuoteranno in tutto il Medio Oriente.

Da alcune fonti locali, l’aereo di Soleimani sarebbe arrivato a Bagdad dal Libano e, una volta salito sul convoglio retto dal leader Hezbollah iracheno, sarebbe stato colpito dal drone. Soleimani avrebbe anche dovuto incontrare il primo ministro Iracheno Adil Abdul-Mahdi. Si era già a conoscenza di questa visita in quanto era stata programmata e quindi tutti conoscevano i movimenti del generale. Tra l’altro il primo ministro ha anche dichiarato che Soleimani aveva con sé una lettera della leadership iraniana su come ridurre le tensioni con l’Arabia Saudita. Questo dovrebbe far riflettere su cosa stava lavorando il generale prima di essere assassinato e su chi non vuole ripristinare una pace in Medio Oriente.

Come afferma il generale di Brigata (Aus) Francesco Ippoliti che a lungo è stato in missione in Iran e che ha avuto modo di conoscere da vicino Soleimani: «Il generale era un…

* L’autrice Tiziana Ciavardini giornalista ed esperta di Iran. Il suo ultimo libro è Ti racconto l’Iran. I miei anni in terra di Persia, Armando editore, 2018

L’articolo di Tiziana Ciavardini prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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Le ragioni di Nicoletta e l’ombra del codice Rocco

ROME, ITALY - FEBRUARY 17: Nicoletta Dosio, leader No Tav partecipates at Defend Afrin, national demonstration against the Turkish bombardments in Afrin, for the freedom of Ocalan and justice in Kurdistan.on February 17, 2018 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

Sono quelle dell’ambiente e quelle della libertà di movimento le ragioni di Nicoletta e di tutte e tutti i suoi compagni di strada nelle marce No Tav, nei presidi in valle, nei conflitti ambientali che costellano una penisola mediterranea, più di altri luoghi esposta agli effetti dell’ingiustizia climatica.

Ragioni scippate e deluse – Left ne ha scritto – da un Movimento 5 stelle che, una volta al governo, ha tradito ogni causa ambientalista. Per i fanatici della legalità vale la pena ricordare i 548 milioni di euro per mancato rispetto della normativa comunitaria e le 21 procedure di infrazione Ue su 67 che riguardano le normative sull’ambiente e l’energia. Senza contare le procedure istruttorie del sistema Eu Pilot (la richiesta di chiarimenti tra Commissione e Stati membri prima dell’apertura formale della procedura): nel 2017 l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di casi Eu Pilot, 43 su 178 totali.

Intanto Nicoletta ci ha scritto dalla sua cella delle Vallette a Torino in cui è rinchiusa dal 30 dicembre per scontare una condanna definitiva a un anno (il pm ne aveva chiesti 3). «Sta bene, convinta della sua scelta – racconta a Left Gianluca Vitale, uno degli avvocati del Legal Team – una delle prime cose che mi ha detto è di aver toccato con mano che il carcere è il cassonetto della marginalità: tossicodipendenti, migranti comunque persone svantaggiate. O chi viene considerato dissidente».

La vicenda della sua carcerazione dimostra che, anche senza i decreti Minniti e Salvini, questo non è mai stato un Paese agibile per il conflitto sociale. «Il decreto Salvini – spiega Vitale – tenta un salto di qualità nel senso e diventa più facile contestare cose che prima dovevano essere forzate dentro paradigmi sanzionatori, ad esempio l’interruzione di pubblico servizio o il blocco stradale». Un reato che…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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Caro ministro Franceschini, il museo è diverso da un centro commerciale

Il 2020 è nato illuminato dell’esaltazione mistica social, quasi adolescenziale, esternata il cinque gennaio dal ministro Mibact, Dario Franceschini, e da molti “suoi” direttori: è la prima apertura gratuita, in questo nuovo anno, di grandi musei e siti archeologici statali. Sembra di vederli quei volti esterrefatti mentre scattano e ingurgitano foto alle file interminabili dei visitatori per poi vomitarle sui social. Neanche i pastori del presepe davanti alla celebre Stella cometa sono arrivati a tanta commozione. È il nuovo sport (disumano): quello a chi ha la fila più lunga.

Perché questo esibizionismo ministeriale è preoccupante? Almeno per due ragioni. La prima, di natura tecnica, è legata al fatto che dietro quelle file c’è una ricercata disorganizzazione dei singoli musei. Le file sparirebbero, ad esempio, se solo i biglietti di accesso potessero essere acquistati on-line e in ogni dove, edicole incluse, così come accade per quelli della metropolitana in alcune città. L’aggravante in tale vicenda sta nel fatto che questa soluzione, così qui rapidamente ricordata, è alla portata di tutti già da tempo ma non viene applicata come dovrebbe. Inutile dire che la lunghezza delle code si risolverebbe semplicemente aumentando anche i giorni di accesso gratuito. La verità, però, è che le due soluzioni appena citate non vogliono adottarle perché, semplicemente, le file interminabili da Black Friday sono molto scenografiche e riempiono di like le pagine dei social.

La seconda ragione, invece, è più sottile perché quell’ostentazione ministeriale è dimentica del Paese reale, quello che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, quello che ha, di fatto, solo due alternative: rimanere in casa davanti ai tanti programmi della tv trash oppure andare nei centri commerciali dove la solitudine diventa ancora più densa di silenzio. Diciamocela proprio tutta senza troppi giri di parole: dietro quell’esaltazione di ministro e seguaci c’è di più e di peggio. Loro, infatti, in quell’ostensione digitale parlano di se stessi, e, senza rendersene conto, dimostrano quello che sono e soprattutto, più dolorosamente, come intendono i visitatori.

Questi ultimi sono considerati alla stregua dei consumatori come quelli, sempre in fila, davanti alla cassa di un fast-food o di un hard discount o, come detto, di un Black Friday. La nostra Costituzione della Repubblica ci vuole, invece, cittadini, soggetti di diritti, di doveri e soprattutto di dignità e un museo questo tipo di persone dovrebbe abbracciare e coltivare. Inutile dire che fra le patatine fritte e un dipinto di Caravaggio si estende un abisso di umanità, quella che evidentemente difetta a tutti i disaccorti, impietosi fotografi di file umane anche nei giorni di pioggia.

Ma l’Italia ripudia quelli che amano la guerra?

Articolo 11 della Costituzione, vale la pena ripassarlo:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

L’articolo 11 della Costituzione sembra un orpello scritto come souvenir delle buone intenzione ma evidentemente sfugge al pensiero dominante di certa politica: a qualcuno sfugge che l’Italia (e così dovrebbe essere l’Europa) nasce per assicurare la pace ai propri cittadini e per fare la propria parte nel consolidamento della pace nel mondo.

«Pace nel mondo»: fa senso, vero? Scrivere una roba del genere fa passare direttamente questo scritto nel cassetto delle analisi troppo utopistiche per essere discusse, considerate e prese sul serio. La stragrande maggioranza della classe dirigente politica nel mondo ritiene la guerra un male necessario e ci promette al massimo di farla con buona educazione. Stiamo a posto così.

Ogni tanto qualcuno prova a riportare le dimensioni dell’evento ma viene tacciato. Gino Strada fece notare che per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari che sono il costo di 8 ore di guerra. «Si prendano un giorno di vacanza», disse. Ma Gino Strada, si sa, è un buonista. Nessuno smentisce le cifre: attaccano la persona che le ha fornite.

Però si affacciano anche quelli che la guerra la amano, addirittura la invocano e la propongono come soluzione politica in assoluta scioltezza. Ci sono persone (anche tra i nostri politici) che anzi invitano Trump a bombardare anche quegli altri, quelli che gli sono antipatici, e ci invitano ad armarci ancora di più e ancora più forte per scendere in battaglia. Sembra incredibile ma gli amanti della guerra vengono presi molto più in considerazione degli amanti della pace.

Allora mi chiedo: ma se l’Italia ripudia la guerra quindi ripudia anche quelli che amano la guerra?

Così, per sapere.

Buon venerdì.

La grande bugia di Donald il terribile

WASHINGTON, DC - JANUARY 19: U.S. President Donald Trump stands in the colonnade as he is introduced to speak to March for Life participants and pro-life leaders in the Rose Garden at the White House on January 19, 2018 in Washington, DC. The annual march takes place around the anniversary of Roe v. Wade, Supreme Court decision that came on January 22, 1974. (Photo by Mark Wilson/Getty Images)

Erano passate poche ore dalle prime agenzie che battevano l’uccisione di Qassem Soleimani a Baghdad che le azioni delle compagnie militari nordamericane avevano già fatto il salto: Lockheed Martin +3,6%, Northrop Grumman +5,4%, per citarne un paio. Quando c’è odore di guerra, l’industria bellica si frega le mani. E odore di guerra, all’alba di questo 2020, il Vicino Oriente lo sta già respirando.

Il nuovo anno si è aperto con due fronti di conflitto: Libia e Iraq. Ad accenderli due falchi, il presidente turco Erdogan e lo statunitense Trump. Entrambi mossi da interessi di parte, che sia mettere un piede nel basso Mediterraneo per il primo o calcoli economici e di alleanze regionali per il secondo. «Abbiamo agito la scorsa notte per fermare una guerra, non per iniziarla», ha detto il 3 gennaio Trump in conferenza stampa, con il corpo del generale iraniano Soleimani ancora caldo. Il giorno dopo il Pentagono ha annunciato l’invio di altri 3.500 marines in Medio Oriente, mentre i cittadini americani in Iraq – lo staff dell’ambasciata e i dipendenti delle compagnie petrolifere a sud – venivano evacuati in fretta.

Il 5 gennaio Trump faceva l’elenco dei 52 siti «importanti per l’Iran e per la cultura iraniana» che i suoi caccia potrebbero colpire (52 come gli ostaggi americani presi dopo la rivoluzione khomeinista del 1979) e twittava deliri («Gli Usa hanno appena speso 2mila miliardi di dollari in equipaggiamento militare. Siamo i più grandi, i migliori del mondo! Se l’Iran attacca una base Usa, o qualsiasi cittadino Usa, invieremo alcune di queste meravigliose nuove attrezzature!»). Che il tycoon non volesse una guerra non ci crede nessuno, da quando è salito al soglio della Casa Bianca lavora alacremente per trascinare l’Iran in un conflitto.

Non ci credono gli…

L’inchiesta di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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L’Italia è Vlady e Filippo

Foto Valerio Portelli/LaPresse 13-05-2019 Roma, Italia Presidio antifascista degli studenti dell' universita La Sapienza Cronaca Nella foto: Presidio antifascista degli studenti dell' universita La Sapienza Photo Valerio Portelli/LaPresse 13 May 2019 Rome, Italy Anti-fascist presidium of the La Sapienza university students News In the pic: Anti-fascist presidium of the La Sapienza university students

Mi è sembrato giusto fare il mio dovere di cittadino, non di militante politico. L’aggressione che abbiamo subito a Venezia intorno alla mezzanotte del 1 gennaio ha avuto una eco superiore a quanto lontanamente immaginassi. Segno che c’è una coscienza diffusa di quanto sia cresciuto in questi ultimi anni un pericoloso rigurgito di estrema destra che miete consensi e recluta giovani. Non è dunque un episodio isolato, ma l’ultimo di una catena lunghissima che ha attraversato piazze, stadi, mass media.

Il neofascismo in Italia è una realtà. Si compone di simboli e di divise, di cori e di riti, di luoghi fisici e di luoghi virtuali. È animato da vecchi e nuovi maestri, ma ha un potente ascendente su frange non marginali di una nuova generazione che va incontro alla politica dei prossimi venti anni con l’armamentario del ventennio del secolo scorso. Ne hanno scritto in tanti, dal capolavoro di Scurati a tantissimi storici, intellettuali e giornalisti che si sono cimentati con la materia, ma non c’è ombra di dubbio che trasformare la paura della perdita di reddito e di lavoro in odio revanscista è il principale mestiere che questa destra sta facendo. Quella extraparlamentare e quella istituzionale, legati insieme da un’indissolubile destino. E che talvolta non esitano a mescolare le piazze, come dimostra Piazza San Giovanni della Lega Nord il 19 ottobre scorso con la presenza esplicita di Casapound e Forza Nuova.

Ma di cosa è figlia questa escrescenza fascistoide? Diciamolo chiaramente: di due fattori precisi, uno contingente, un altro di più lungo periodo. Il primo è…

L’articolo di Arturo Scotto prosegue su Left in edicola dal 10 gennaio

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Come farla finita con i fascisti del terzo millennio

President Donald Trump, accompanied by first lady Melania Trump, stand in the rain as they wait to welcome Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis and his wife Mareva Grabowski-Mitsotakis before they arrive on the South Lawn of the White House, Tuesday, Jan. 7, 2020, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

Come farla finita con il fascismo. Abbiamo ripreso il titolo di un volume a cui siamo molto affezionati, che raccoglie scritti dell’azionista e partigiano Ferruccio Parri perché continua a sembrarci fondamentale e più necessaria che mai la sua lezione di antifascista concreto e appassionato, non incline a ideologismi e a liturgie di partito. Il suo slancio nella lotta per libertà e giustizia contro l’oppressione, il suo richiamo alla responsabilità e al diritto-dovere di disobbedire ai regimi tornano in mente in queste giornate in cui la democrazia e la pace sono messe a dura prova da nazionalisti autoritari e irresponsabili come Trump a cui ora plaude Salvini.

Uccidendo il generale iraniano Soleimani in Iraq il presidente Usa ha innescato una serie di pericolose conseguenze che rischiano di far esplodere la polveriera Medio Oriente e che ci riguardano da vicino. Farla finita con il fascismo oggi significa condannare recisamente questo atto di guerra nordamericano che fa naufragare l’accordo del 2015 con l’Iran sul nucleare; significa esigere che il governo Conte II chiarisca quale sia il ruolo dell’Italia e informi i cittadini su come vengono utilizzate le basi Nato nella penisola in questo pericoloso scenario. Farla finita con il fascismo significa dire no alla guerra come stabilisce l’articolo 11 della Costituzione antifascista e pretendere che i soldati italiani tornino a casa. Ma non solo. La lotta contro le nuove forme di fascismo (aperte o striscianti) si gioca tanto sugli scenari internazionali quanto a livello locale e quotidiano, qui e ora.

Farla finita con il fascismo significa non rimanere inerti e indifferenti rispetto alle aggressioni squadriste che impunemente proseguono nei più diversi angoli della penisola, messe in atto da chi si dichiara fascista del terzo millennio. L’ultima in ordine di tempo proprio ad inizio anno, quando il coordinatore di Mdp-Articolo 1 Arturo Scotto, a Venezia, è stato preso a pugni, per aver osato esprimere il proprio pensiero rivolto a una cricca di giovani che stava inneggiando al duce e oltraggiando la memoria di Anne Frank. Dopo il primo piano dedicato alla crisi internazionale, non a caso, abbiamo voluto aprire la storia di copertina con la sua testimonianza. Il fascismo non è una opinione ma un crimine. Lo dice la nostra Costituzione e lo dicono le leggi che condannano l’apologia di fascismo. Vanno applicate. La scuola deve diventare davvero organo costituzionale insegnando la storia.

Negli anni Venti del Duemila non possiamo accettare che la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al lager e testimone della Shoah, venga fatta oggetto di insulti e che sia colpita con parole d’odio. La commissione contro il razzismo e contro l’antisemitismo da lei promossa al Senato deve poter cominciare a lavorare. Per questo come settimanale Left lanciamo un appello che vede come primi firmatari lo scrittore e giornalista Furio Colombo e il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che lo scorso dicembre a Milano ha organizzato una grande manifestazione di sindaci a sostegno di questa straordinaria donna, scrittrice e figura di primo piano della Repubblica.

Farla finita con il fascismo significa rifiutarsi di accettare che rappresentanti delle istituzioni attuino politiche xenofobe e usino parole razziste che alimentano discriminazioni. Non possiamo accettare l’autoritarismo di chi dice «me ne frego», di chi bacia il rosario e lascia i migranti alla deriva, come ha fatto l’ex ministro dell’Interno ora accusato di «sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale». per il trattenimento a bordo della nave militare Gregoretti di 131 migranti, fra i quali molti minori.

Farla finita con il fascismo significa abrogare i due decreti Salvini che questo governo aveva promesso, quanto meno, di modificare recependo i rilievi del presidente della Repubblica. E ancora: non possiamo accettare il fascismo di provvedimenti repressivi e liberticidi come quelli che hanno portato all’arresto di Nicoletta Dosio, professoressa di greco e latino, pacifista, ora in carcere per un reato di opinione, per aver protestato contro la Tav in nome della tutela dell’ambiente e della qualità della vita degli abitanti della Val di Susa e di tutti. «Davanti all’ingiustizia la resistenza è un dovere» scrive dal carcere ai lettori di Left .

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 10 gennaio

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Stringa forte suo nipote

Ieri è accaduto l’ennesimo omicidio: un bambino di 10 anni si è intrufolato in un carrello di un Boeing 777 che era decollato dalla capitale della Costa d’Avorio per atterrare a Parigi. Il bambino non è sopravvissuto alle rigidissime temperature dovute all’altitudine ed è arrivato morto. L’ennesimo morto mentre cerca il diritto di avere speranza. Muoiono per mare, per terra e per cielo: è una lezione per chi crede di potere fermare le persone quando scappano dalla fame e dal piombo.

La notizia ovviamente ha fatto il giro dei media e dei giornali e quindi anche dei social. Proprio sui social si sono sprecati i soliti commenti di chi vede l’immigrazione come un pericolo per il proprio piccolo cortile. Sono gli stessi che inneggiano a Trump e che poi si stupiranno per i profughi che la guerra in Medio Oriente irrimediabilmente riverserà in Europa. Sono quelli che agiscono e abitano negli spazi ristretti del proprio piccolo cortile assolutamente inconsapevoli della complessità del mondo e infatti non riescono a mettersi in discussione nemmeno per un bambino morto nel carrello di un aereo.

C’è una signora, di una certa età, che ha commentato la notizia scrivendo “ha pensato di farsi rimborsare il biglietto?”. È una signora che nella foto del suo profilo Facebook stringe in braccio una bambino. Scorrendo la sua bacheca si ritrova una donna anziana fiera di essere di destra che pubblicizza la sua pizzeria a Milano, che ci mostra il suo pane fresco e che offende quelli che votano il PD.

Una persona, una nonna, che mette mano alla tastiera per ironizzare su un bambino che potrebbe essere suo nipote e che invece riesce a trattare come oggetto estraneo semplicemente per il diverso luogo di nascita. Ora, sia chiaro, non è lei che ci interessa e non è lei il paradigma di tutti i problemi ma sarebbe curioso sapere cosa spinga una donna così a sputare su un bambino per il gusto di farlo.

Perché in fondo la chiave di questo pessimo momento è proprio nella cattiveria degli insospettabili, che sono poi gli stessi che portano gli impresentabili a poter raccogliere credibilità (e voti) che sono inimmaginabili.

Cara signora Marcella, cosa la spinge ad essere così gretta? Quale disperazione la spinge a desiderare così fortemente la disperazione degli altri? Ci pieghi, davvero.

E stringa forte suo nipote.

Buon giovedì.

Contro il neoliberismo – introduzione

Con questo volume, che fa seguito ad una due giorni di convegno, vogliamo indagare ed evidenziare l’invasività del neoliberismo nella società e nelle politiche sociali: come si è manifestato nel corso del tempo e soprattutto gli effetti che ha prodotto e continua a determinare nelle politiche sociali, scuola, sanità, ambiente, cultura. Partendo dallo stato attuale e andando a ritroso per indagare sul come e il perché siamo arrivati alla situazione odierna, su come sono stati erosi i diritti affermatisi con le grandi riforme degli anni Settanta che avevano alla base l’universalità e il criterio di solidarietà.

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Nella prima parte esaminiamo le politiche sociali nell’era del neoliberismo, studiando come si è arrivati a questa Europa che non ci piace e quali basi nuove dovremmo cercare per una Europa politica futura. In particolare denunciamo le conseguenze negative del pensiero neoliberista sul Sistema sanitario nazionale approfondendo la tematica della salute come bene primario collettivo che non può prescindere dalla fusione tra fisico e psichico.

Nella seconda parte, invece, abbiamo cercato di  affrontare l’invasività del neoliberismo nella scuola, nella cultura, nelle trasformazioni urbane e nel mondo dell’arte, dando voce agli artisti. L’intento è anche quello di cercare e proporre idee nuove che possano orientarci e tirarci fuori da un senso di impossibilità, che ci viene proposto come un pensiero assoluto e immodificabile, come se non ci fossero alternative possibili per la creazione di una società più giusta.

Il punto è contrapporre “la naturale socialità dell’essere umano e la ricerca della conoscenza” all’idea dell’uomo economico, cardine dell’economia neoliberista, che afferma che la società è composta da singoli individui razionali che guardano solo al proprio interesse personale; esseri umani privi di quella parte di vita che invece ci rende tali e che sono i sogni, gli affetti, le relazioni interumane e tutte quelle attività cosiddette “inutili” come le espressioni artistiche e ciò che possiamo riassumere nel “non cosciente” dell’essere umano. Siamo persuasi, invece, che si tratti di una costruzione storica ben precisa e non dell’ultimo orizzonte della storia come qualcuno afferma e vuole imporre.

Ci sarebbe molto da riflettere sul fallimento di un certo ceto politico che ha perso la speranza di trovare una nuova via per realizzare quel progetto di società lasciatoci dai costituenti, fra i quali ebbero un ruolo importante le donne costituenti, che, benché non numerose, furono determinanti per molte questioni. Norme semplici e comprensibili quelle della nostra Costituzione, che indicano la rotta da seguire e che delineano gli obiettivi e i compiti fondamentali della nostra Repubblica:

• rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, dove tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale (art. 3);

• riconoscere e garantire i diritti inviolabili degli esseri umani sia come singoli che nelle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità (art. 2);

• promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9).


* Leda Di Paolo, Associazione culturale Amore e Psiche

In difesa di Rita Pavone

Foto Mario Cartelli/LaPresse27-11-2018 Roma, Italia SpettacoloMaurizio Costanzo Show sesta puntata agli studi VoxsonNella foto: Rita PavonePhoto Mario Cartelli/LaPresseNovember 27th, 2018 Rome, ItalyEntertainementSix episode of tv program Maurizio Costanzo Show at Voxson studiosIn the photo: Rita Pavone

Non amo Rita Pavone, credo di essere fuori dalla generazione che l’ha apprezzata musicalmente e soprattutto non amo le sue idee politiche, le stesse con cui attacca Greta Thunberg definendola “un personaggio da film horror” (con la solita superficialità di chi attacca la persona perché non sa affrontare le sue idee) e le stesse parole con cui si dichiara fieramente sovranista in difesa dell’Italia mentre risiede in Svizzera. Ogni tanto si è lasciata andare anche a un po’ di stupido complottismo: si domandava come mai non ci fossero vu’ cumpra’ sulla Rambla di Barcellona nel giorno dell’attentato. Insomma, non mi piace.

Mi viene però molto difficile pensare che non meriti (lei che fortunatamente fa la cantante e non l’opinionista politica) di andare a Sanremo chi come lei ha inciso dischi in sette lingue diverse per il suo successo nel mondo e chi è tra le otto cantanti italiane che sono riuscite a entrare in classifica in Gran Bretagna. La scelta della direzione artistica di Sanremo (che piaccia o meno) è una scelta del tutto legittima. E poi, dai, non è che Sanremo sia proprio un monumento alla modernità. No?

Non penso che il mondo debba essere popolato solo da persone che piacciano a me poiché non credo di essere il giudice supremo del gusto del mondo. Esprimo le mie opinioni, combatto quelle che trovo sbagliate e rivendico il diritto di disprezzare certi comportamenti ma mi pare davvero un po’ troppo credermi direttore del prossimo Festival di Sanremo. È vero che qui tutti si credono ministri, eh, ma questo è davvero troppo.

Credo anche che tirare fuori Rita Pavone per difendere Rula Jebreal (che merita di essere difesa) sia un giochetto sciocco, il solito trucco di confondere questioni diverse su piani diversi.

Anzi, se devo dirla tutta mi fa anche parecchio sorridere che i passati lottizzatori della Rai ora si lamentino della lottizzazione degli altri. Mi pare molto incauto, ecco. Così mi pare molto di cattivo gusto comporre meme in cui la Jebreal è bellissima e Rita Pavone è colta nella sua posa peggiore, con il tentativo malnascosto di farne un paragone fisico, come faceva Emilio Fede per sputtanare gli avversari politici.

Poi, tra l’altro, mi sembra che ci siano molte cose più importanti per cui spendere energie.

E invece ci sono cascato anch’io, in fondo.

Buon mercoledì.