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I nonni sono diventati un ammortizzatore sociale

II quadro che emerge dai dati forniti dall’Istat nel report sulle condizioni di vita dei pensionati 2017-2018 conferma la condizione di sofferenza in cui versano milioni di persone con pensioni sempre più basse, che collocano, loro e le loro famiglie, sul limitare o spesso sotto la soglia di povertà. Un’analisi ragionata dei dati poi mostra purtroppo la permanenza di squilibri e divari che confermano ancora di più quanto la società italiana sia segnata negativamente dalle le politiche antipopolari degli ultimi anni.

Ma mostra anche la straordinaria resilienza dei ceti popolari nell’affrontare difficilissime condizioni materiali praticando forme basilari di solidarietà, quelle familiari, per sopperire alla scarsità di salari e servizi.
 Nella distribuzione dei redditi da pensione risulta confermata la spinta alla polarizzazione dei redditi e alla crescita delle disuguaglianze accentuata negli ultimi decenni dall’attacco ai redditi da lavoro e dalla finanziarizzazione dell’economia.

Infatti ci dice l’Istat che e il «20% di quanti percepiscono i redditi pensionistici più bassi dispone del 5,2% del totale delle risorse pensionistiche mentre il quinto più ricco ne possiede otto volte di più (42,4%)», cioè i più poveri prendono pensioni 8 volte più basse. Sicuramente ciò è dovuto all’esistenza di un eccesso di pensioni d’oro, ma soprattutto al fatto che ben 5 milioni e 800 mila pensionati ricevono meno di mille euro di pensione e circa 2 milioni cumulano meno di 500 euro.

Dati drammatici che concorrono a spiegare quelli sulla povertà in Italia forniti recentemente sempre dall’Istat: 5 milioni di persone vivono in stato di povertà assoluta e 9 milioni di persone in condizione di povertà relativa.
 Le discriminazioni economiche nei confronti delle donne sono un altro grande problema del Paese che risulta confermato anche in riferimento al valore delle pensioni. 
Le donne ricevono il 55% delle pensioni e rappresentano il 52% delle persone pensionate, ma ricevono solo il 44% della spesa complessiva; l’importo medio delle pensioni di vecchiaia delle donne è più basso di quello degli uomini del 36%; secondo gli ultimi dati dell’Inps sono per le donne il 75 per cento degli assegni sotto i 750 euro.

Le donne pagano due volte; prima stentando a raggiungere l’età della pensione, poi con pensioni più basse degli uomini le discriminazioni subite in tutto l’arco della vita lavorativa: salari ridotti, carriere lavorative discontinue, non riconoscimento a fini pensionistici del lavoro riproduttivo e di cura.
Il grave divario Nord Sud è un altro fenomeno che emerge con forza dal report dell’istituto di statistica, a conferma del fatto che la gestione neoliberista della crisi accentua i divari economici e sociali invece che ridurli: chi è povero diventa più povero, chi è ricco diventa più ricco.

Può essere ovvio, vista la distribuzione dell’occupazione nel Paese, ma non meno grave il fatto che il nord beneficia di più del 50% della spesa pensionistica mentre il mezzogiorno riceve solo il 27, 8%: piove sul bagnato. Non altrettanto ovvio che nel sud dove sono più diffuse le pensioni assistenziali, il quinto di popolazione che appartiene alla fascia di reddito da pensione più basso percepisce fino a un massimo di 7 mila euro lordi annui, al nord lo stesso quintile riceve il 30% in più.

Eppure sono i pensionati del sud più di quelli del nord a svolgere il ruolo di aiuto ai figli e ai nipoti in sostituzione di un lavoro che non c’è e di un welfare assente: nel mezzogiorno sono il 25% i pensionati che vivono in famiglie con figli, mentre la media nazionale si attesta al 18,8% e al nord è ancora più bassa.
 E questo nonostante anche la media delle famiglie di pensionati del Sud e delle Isole presentano un’incidenza del rischio di povertà quasi tripla rispetto a quella delle famiglie residenti nel Nord e più che doppia rispetto a quelle del Centro.

Un’altra questione che emerge dai dati smentisce nel modo più lampante i fiumi d’inchiostro spesi per alimentare la retorica del conflitto intergenerazionale, dei vecchi che rubano il futuro ai giovani. Al contrario risulta indispensabile la solidarietà dei pensionati nel sostegno alle famiglie gravemente impoverite dalla difficoltà dei giovani a trovare lavoro, da bassi salari e lavori precari, carenza di servizi, costi sanitari, affitti insostenibili. Per ben 7 milioni e 400 mila famiglie le entrate da pensione rappresentano i tre quarti del reddito disponibile.

Dati confermati dalla ricerca effettuata per la Fondazione Di Vittorio nel 2019 secondo la quale il 37, 5% dei pensionati, circa 6 milioni di anziani aiutano economicamente i familiari, soprattutto figli e nipoti; altro che conflitto generazionale! Siamo di fronte a un vero e proprio ammortizzatore sociale, che vale circa 10 miliardi, molto più del reddito di cittadinanza, senza il quale molti giovani e famiglie cadrebbero nella disperazione della povertà e della grave deprivazione materiale.

Fatto ancor più significativo se si considera che la metà di questi pensionati, tre milioni, vivono in famiglie che hanno all’interno una persona non autosufficiente con tutte le necessità di cura e di costi che ne conseguono. La presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari “vulnerabili” consente quasi di dimezzare l’esposizione al rischio di povertà, dal 31,6% al 16,1%. 
È certamente una forma di risposta prepolitica quella che oppone la solidarietà intergenerazionale cementata da legami familiari al tentativo di chi prima crea le fratture sociali reali e poi prova a mettere i giovani contro i vecchi nella logica di espandere la guerra di tutti contro tutti. Almeno in questo caso il gioco non è riuscito e non è poco.

Anche dall’analisi della distribuzione delle pensioni emerge dunque l’immagine di una società polarizzata di cui portano la responsabilità tutti i governi che in ossequio ai deliri dell’austerità e dei vincoli di bilancio hanno perseguito tenacemente la riduzione dei redditi da pensione, l’allungamento della vita lavorativa e la distruzione del sistema previdenziale pubblico a vantaggio di quello privato. 
Da questa analisi esula un ragionamento sulle pensioni delle future generazioni, ma è chiaro che se non si riescono a mettere in discussione i pilastri della legge Fornero, per i giovani di domani e per le donne si prospetta una vita lavorativa senza termine e pensioni da fame.

La lotta dei lavoratori francesi, che ha ottenuto un risultato parziale ma importante, è un’occasione importante per allargare il conflitto agli altri Paesi e stare all’altezza dell’attacco neoliberista forte dei trattati e dei vincoli di quest’Europa dei capitali e della finanza.
Guai a chi si assume la responsabilità di lasciarli soli come è già accaduto con la Grecia.

Antonello Patta è responsabile nazionale Lavoro PRC-S.E.

Ah, se si facessero le domande

Ieri ha girato molto il video di cui Elly Schlein, candidata alle elezioni regionali in Emilia Romagna con la Lista ER Coraggiosa e ex eurodeputata per Possibile, ferma il suo ex collega all’europarlamento Matteo Salvini per chiedergli perché la Lega non abbia mai partecipato alle 22 riunioni sui negoziati per la riforma del trattato di Dublino che blocca in Italia i richiedenti asilo. Matteo Salvini ha indugiato a lungo sul telefono, non ha saputo cosa rispondere e se n’è andato. Ma non è questo il punto.

Il video è stato condiviso diverse volte ed è stato ripreso da tutte le testate giornalistiche come se fosse accaduto qualcosa di straordinario degno di stare nella colonnina delle notizie sensazionali. E in effetti qualcosa di sensazionale c’è: una candidata alle regionali ha posto una domanda che Salvini (quello che è sempre in televisione, lo dicono le statistiche) non ha mai dovuto affrontare nel quintale di interviste che gli vengono fatte ogni giorno.

Un cittadino che chiede a un politico è un fatto che qui da noi genera clamore. Incredibile. Lo stupore che si è generato però fotografa perfettamente la pessima abitudine di vedere i nostri politici (vale per tutti) che sciorinano i loro monologhi accompagnati da giornalisti che si comportano come servizievoli camerieri. Non so se vi sia mai capitato ad esempio di vedere le dichiarazioni dei politici all’interno dei telegiornali: guardano in camera, ben pettinati e sistemati e provano e riprovano il tono della voce e la mimica facciale. Ogni tanto capita in qualche trasmissione satirica che vengano proposti anche i fuori onda: sono decine di prove e ri-prove come a un casting. Comunicazione unidirezionale: le interviste sono semplicemente dei post sui social un po’ più lunghi e detti a voce.

Se si potessero fare le domande si potrebbe chiedere di tutto, a tutti: si potrebbe chiedere al Pd come si sente dopo avere distrutto l’articolo 18 e avere demolito il mondo del lavoro, si potrebbe chiedere a Renzi com’era quella storia che chi se ne andava dal Pd doveva dimettersi dal Parlamento, si potrebbe chiedere a Berlusconi di chi sia stato tramite Marcello Dell’Utri nei suoi rapporti con Cosa Nostra, si potrebbe chiedere alla presidente del Senato Casellati come fosse quella storia di Ruby nipote di Mubarak, si potrebbe chiedere a Di Battista che fine abbia fatto il suo libro su Bibbiano, si potrebbe chiedere alla dirigenza di Leu come fosse quella storia della sigla elettorale che non era solo una sigla ma che si sarebbe fatta partito, si potrebbe chiedere a Giorgia Meloni come si può apparire nuovi dopo una vita intera passata in politica. Insomma, se ci pensate sarebbe una televisione molto più scoppiettante se si facessero le domande. Sarebbe un giornalismo più giornalismo se si facessero le domande. No?

Buon mercoledì.

Sovraffollamento, abusi e diritti violati: le carceri diventano luoghi di tortura

Foto LaPresse - Stefano Porta 11/07/2017 Bollate ( Mi ) Cronaca Servizio nella casa di reclusione di Bollate Nella foto: la vita all'interno del carcere

Un rapporto pubblicato il 21 gennaio dal Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) fotografa una situazione molto critica delle nostre carceri sotto diversi punti di vista. Innanzitutto da quello del sovraffollamento: «La popolazione carceraria italiana totale ha continuato ad aumentare in modo progressivo. Il Comitato invita nel suo rapporto le autorità italiane a garantire che ogni detenuto disponga di almeno 4 mq di spazio personale vitale nelle celle collettive e ad adoperarsi per promuovere maggiormente il ricorso a misure alternative alla detenzione». Il quadro dipinto dal comitato è confermato anche dai dati statistici forniti dal ministero della Giustizia: al 31 dicembre 2019, a fronte di una capienza regolamentare di 50.688 posti, sono 60.769 i reclusi presenti, di cui circa 10.000 in attesa di primo giudizio. A ciò si aggiungono, stando ancora al rapporto, «carenze materiali riguardanti essenzialmente i locali, docce fatiscenti e insalubri, la struttura spartana ed austera dei cortili di passeggio e in alcuni casi la qualità scadente del cibo».

Il secondo punto di vista si focalizza sui maltrattamenti fisici inflitti ai detenuti da parte del personale di polizia penitenziaria: il rapporto illustra alcuni casi di percosse (anche nei confronti di un detenuto sottoposto a regime “41-bis”) su cui sono state raccolte informazioni, in particolare nel carcere di Viterbo. «Tali maltrattamenti – prosegue il documento del Comitato – consistevano principalmente nell’estrarre i detenuti dalla loro cella a seguito di un evento critico e nell’infliggere loro calci, pugni e colpi di manganello in luoghi non coperti da telecamere a circuito chiuso. Il Comitato ha potuto osservare nelle cartelle cliniche dei detenuti in questione descrizioni di lesioni corporali considerate compatibili con le accuse di maltrattamento».

Fra i maltrattamenti denunciati e raccolti dal Cpt, c’è quello di bruciare i piedi a un detenuto soggetto al 41 bis per verificare se stesse fingendo uno stato catatonico. Ma anche il caso di un detenuto preso a pugni da un gruppo di agenti verosimilmente per fargli dire come fosse riuscito a far entrare nel carcere un cellulare trovato nella sua cella. Nel suo rapporto, il Cpt scrive che a Viterbo «alcuni detenuti, intervistati separatamente, hanno identificato specifici agenti e ispettori come autori di numerosi episodi di presunti maltrattamenti e hanno parlato dell’esistenza di un gruppo informale d’intervento punitivo della polizia penitenziaria o squadretta». Inoltre, l’organo di Strasburgo sostiene che, «anche se la maggior parte dei carcerati ha affermato di essere trattata correttamente», la delegazione che ha condotto la visita ha «ricevuto denunce su un uso eccessivo della forza e maltrattamenti fisici» anche nelle carceri di Biella, Milano Opera e Saluzzo.

Nel terzo punto, forse quello più significativo, il Cpt raccomanda di abolire la misura d’isolamento diurno (che può andare dai due mesi ai tre anni) imposta dal tribunale come sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell’ergastolo. Il Comitato considera «anacronistico», in particolare alla luce degli effetti dannosi che l’isolamento prolungato può avere su detenuti che intraprendono un percorso positivo di risocializzazione.

In ultimo, il Cpt ha esaminato l’applicazione delle estese restrizioni imposte ai detenuti soggetti al regime detentivo speciale previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario presso le carceri di Milano Opera e di Viterbo, «rilevando le carenti condizioni materiali di detenzione osservate nelle celle (come un accesso insufficiente alla luce naturale e una ventilazione inadeguata), nelle sale comuni (mobilio fatiscente e illuminazione artificiale non funzionante) e nei cortili adibiti al passeggio, la carenza di attività minime destinate a creare momenti propositivi e la limitata dimensione dei gruppi di socialità (un massimo di quattro componenti, ridotto a due nelle cosiddette aree riservate). Tutto ciò impone «di avviare una seria riflessione sul bilanciamento tra le esigenze di lotta alla criminalità organizzata e il rispetto del concetto della funzione rieducativa della pena, alla luce dell’articolo 27 della Costituzione italiana».

Sollecitata dai giornalisti, la senatrice a vita Liliana Segre dopo la sua visita nella casa circondariale milanese di San Vittore dove ha incontrato i reclusi e dove lei stessa fu trattenuta prima di essere deportata ad Auschwitz ha così commentato: «Io sono sempre perché ci sia umanità; poi le guardie carcerarie possono essere troppo poche per la quantità di detenuti che ci sono. E troppi detenuti sono in uno spazio che dovrebbe essere più grande. È questo il mio parere da cittadina che legge i giornali».

Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di PiùEuropa che si è occupato da vicino delle problematiche del carcere di Viterbo, ha rivelato che «le percosse, i casi di violenza, i soprusi, l’esistenza di una ”squadretta punitiva” mi sono stati raccontati da diversi detenuti ed ex detenuti, in diversi momenti e contesti. Ho cercato di portare fuori dal carcere questi racconti, chiedendo che se ne accertasse la veridicità e che se ne chiarissero i contorni, e tre mesi fa ho chiesto formalmente al Ministro Bonafede un incontro in cui poter riferire quanto avevo visto e ascoltato, senza tuttavia ricevere alcuna risposta».

Per l’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, si tratta di una «notizia clamorosa» soprattutto in relazione al 41bis e denuncia: «Qui in Italia governo e Parlamento non fanno nulla» mostrando l’incremento dei detenuti dal 2016 nonostante la sentenza Torreggiani nel 2013 avesse condannato il nostro Paese per la violazione dell’articolo 3 della Cedu, concernente trattamenti inumani o degradanti subiti da sette persone detenute per molti mesi nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione.

Per Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone, «la spinta riformatrice post sentenza Torreggiani si è fermata e questo ha prodotto e sta producendo un peggioramento delle condizioni di detenzione, con situazioni gravi sulle quali chi ha responsabilità politiche dovrebbe intervenire con urgenza».

Zagabria dice no a Chiesa e neofascisti

05.01.2020, Zagreb, CRO, Präsidentschaftswahl in Kroatien, Der Sozialdemokrat Zoran Milanovic wird neuer Präsident Kroatiens. In der Stichwahl setzte er sich gegen die konservative Amtsinhaberin Kolinda Grabar-Kitarovic durch, im Bild Former Croatian Prime minister Zoran Milanovic // Social Democrat Zoran Milanovic becomes Croatia's new president. In the runoff election, he prevailed against the conservative incumbent Kolinda Grabar-Kitarovic. Zagreb, Croatia on 2020/01/05. EXPA Pictures © 2020, PhotoCredit: EXPA/ Pixsell/ Jurica Galoic *****ATTENTION - for AUT, SLO, SUI, SWE, ITA, FRA only*****

L’anno appena iniziato ha visto, il 5 gennaio scorso, almeno una notizia interessante per l’Europa. Un fatto passato quasi in sordina in Italia nonostante la vicinanza geografica del Paese interessato e i legami storici. In Croazia, dove le guerre degli anni Novanta hanno lasciato una traccia profonda e dove tutto è fortemente influenzato dal peso della Chiesa e da una destra che non ha mai fatto i conti col proprio passato, è stato eletto Presidente della Repubblica l’ex primo ministro leader dell’Sdp, il Partito socialdemocratico, Zoran Milanović. Ha vinto al ballottaggio con la coalizione di centro sinistra che ha ottenuto il 52,7 dei consensi mentre all’avversaria, candidata per il partito di centro destra Hdz (Unione democratica croata) e presidente uscente, Kolinda Grabar-Kitarović, è andato il 47,3%.

Una vittoria in parte insperata: al primo turno il candidato socialdemocratico non era andato oltre il 30%, l’Hdz aveva ottenuto il 27% mentre a sorpresa il cantante populista ultra-nazionalista Miroslav Škoro (un fuoriuscito da destra dall’Hdz), aveva ottenuto oltre il 24%. La campagna elettorale al ballottaggio aveva fatto registrare un ulteriore spostamento a destra dell’Hdz. Numerose le dichiarazioni, tardivamente smentite, della candidata Grabar-Kitarović contro “l’islam militante” (che dominerebbe nella confinante Bosnia) o sull’incapacità dei migranti ad integrarsi. Non è invece stato possibile smentire le foto che hanno ritratto la candidata insieme a esponenti della diaspora croata in Canada, che tengono in mano un ritratto di Ante Pavelić, fondatore dello Stato Indipendente di Croazia, leader fantoccio filo-fascista di un regime sanguinario durante la Seconda guerra mondiale. Ma non è stato sufficiente.

L’ultra destra di Miroslav Škoro, ha invitato i propri simpatizzanti ad annullare la scheda nel ballottaggio e in molti lo hanno seguito. Le schede nulle sono state oltre 90mila al ballottaggio rispetto alle 22mila del primo turno e tenendo conto che il 5 gennaio si è recato alle urne soltanto il 55% degli aventi diritto ma che nelle regioni tradizionalmente in mano alla destra (Slavonia e parte della Dalmazia) si è scesi anche sotto il 38%.
Il centro sinistra ha vinto soprattutto…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 17 gennaio

SOMMARIO

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Addio al filosofo Emanuele Severino, cultore di Parmenide

Per ricordare il filosofo Emanuele Severino riproponiamo questa intervista di Left in cui raccontava la sua passione per il pensiero dei greci antichi e in particolare per Parmenide

I miei 60 anni con Parmenide
11 luglio 2008

 

«Severino novello o (eterno) Parmenide?» recita non troppo scherzosamente il depliant che invita alle Vacances de l’esprit. Ovvero, sulle Dolomiti, sette giorni di full immersion nel pensiero di quello che è considerato il maggior filosofo italiano dei nostri giorni. E se al greco Parmenide, obliato dalla riflessione metafisica dell’Occidente, il professore ha dedicato l’opera di una vita (al punto da dire oggi «chiedermi del mio interesse per Parmenide sarebbe come chiedere a un matematico perché si dedica alla matematica»), nei tre suoi nuovi libri, usciti nell’arco di sei mesi, Emanuele Severino torna a declinare in orchestrazioni nuove alcuni dei suoi temi di sempre: il nihilismo moderno fondato sulla cieca fede nel divenire delle cose. La riflessione sul senso dell’essere e del nulla. La tecnocrazia e i suoi rischi. E ancora Immortalità e destino, per dirla con il titolo del libro appena uscito per Rizzoli che si collega strettamente al precedente: L’identità della follia, nel declinare quel concetto di “follia” a cui Severino contrappone un concetto di «non follia», intesa come «necessità dell’essere sé, presente nel profondo di ogni uomo». Quasi che una qualche forma follia abitasse da sempre e irrimediabilmente l’uomo e un’immagine di sanità mentale non fosse nemmeno pienamente enunciabile. Su alcuni di questi temi, di cui la filosofia si va sempre più appropriando, denunciando il fallimento della psicoanalisi, abbiamo rivolto a Severino alcune domande.

Professore è possibile che oggi filosofia e scienza trovino un dialogo fruttuoso?
Certamente nessuna delle due può ignorare l’altra. Ma, specie nel mondo anglosassone, è diffusa la convinzione che la filosofia sia una specie di ultima fase della scienza. Si tende a concepire la filosofia come una truppa d’esplorazione, poi arriverà l’esercito della scienza. Una concezione perniciosa, perché la filosofia così finisce per essere inutile. La scienza può procedere senza queste sbirciate in avanti da parte del pensiero filosofico. Così come non ha bisogno di consuntivi filosofici. La grande filosofia non è mai stata quella cosa a cui oggi molti tendono a ridurla. La filosofia è un sapere originario che sta alle radici stesse della scienza. È il terreno su cui crescono tutti gli alberi della conoscenza ma anche quelli religiosi. Non ci sarebbe stato il cristianesimo senza la filosofia greca.

Di filosofia ora si occupano molto anche i media italiani e si accendono dibattiti. In particolare con l’uscita del Meridiano Mondadori delle opere di Spinoza si è discusso molto sulla sua eredità di pensiero. Anche con qualche stravolgimento. Per esempio, Toni Negri ha voluto vedere in lui il padre del materialismo, parlando di un nesso stretto con Marx. Lei che cosa ne pensa?
Volendo si possono trovare degli agganci. Non solo con Marx. Nietzsche diceva di aver incontrato la sua anima gemella in Spinoza, il quale è indubbiamente la bestia nera del pensiero religioso. Ha una coerenza che oggi si tende a evitare. Le religioni vanno più d’accordo con le filosofie deboli, aperte a varie possibilità. Spinoza è tutto di un pezzo. Se gli si va addosso, è spigoloso, ci si fa male. Ci sono dei motivi per affermare che Spinoza indichi una strada del materialismo, ma rimanendo molto lontano da conclusioni non metafisiche.spinoza_1

Un legame segreto avvicina Spinoza a Cristo, lei ha scritto sul Corsera, in un pezzo dal titolo “Spinoza, dio il nulla”.
Lì alludevo a una cosa diversa. Cioè, nonostante tutto ciò che ho detto adesso di Spinoza, nonostante l’antitesi che si è voluta vedere fra cristianesimo e Spinoza, hanno in comune l’essenziale: la persuasione che l’essere non appartenga necessariamente alle cose. La libera creazione del mondo da parte di dio, cosa vuol dire? Significa che l’essere non compete con necessità al mondo e alle cose del mondo. Nonostante il suo ferreo determinismo (per cui tutto ciò che accade, accade con necessità, non può accadere diversamente da come accade), Spinoza dice che ciò che accade nel mondo riceve a un certo momento l’essere e poi lo perde, dando spazio agli eventi che gli succedono. Come una ruota che gira, in cui c’è posto in piedi solo per uno o per due, ma non per tutti. La ruota gira con necessità e, con necessità, i vari individui si presentano in cima alla ruota. Un momento stanno lì, poi cadono. Questo cadere delle cose significa che non sono legate all’esistenza. Ecco la profonda solidarietà che lega Spinoza e il cristianesimo, una solidarietà che riguarda tutta la cultura occidentale. Dunque anche Marx. Ma quella tesi della derivazione del materialismo da Spinoza non significa che possiamo permetterci degli spropositi storiografici.

Ovvero?
Dire che in Spinoza c’è un materialismo in senso stretto. Semmai c’è una corrispondenza. Spinoza è quello del noto teorema: «l’ordine e la connessione delle cose è la stessa dell’ordine e della connessione dell’idea». C’è stato anche chi ha voluto vedere in Spinoza il padre del parallelismo psicofisico, cervello-mente, ma lui non si è mai sognato di dire che la sostanza è materia. La sostanza, cioè dio, ha l’attributo della materia, ma ha anche l’attributo originariamente del pensiero. Ma non nel senso che la materia primeggi sul pensiero. La filosofia ha una tecnica, quando se ne parla così, anche come ho fatto io adesso, si rischia sempre di tradirla e di alterare il profilo del pensatore.

Nell’ultimo suo libro parla del rapporto fra mente e cervello, centrale nelle neuroscienze. Ma anche di psicoanalisi che ne L’identità della follia lei diceva essere «una delle figure essenziali del nihilismo». Che nesso c’è fra le due discipline?
La psicoanalisi è fra quelle discipline in cui si afferma il condizionamento della mente. Con un accento critico verso la grande tradizione filosofica che, come dicevo prima, sta alla radice della mente scientifica, della mente economica eccetera. Marx sostiene che i rapporti di produzione determinano il modo in cui l’uomo pensa il mondo. Oppure si dice: la società determina i modi di pensare. E quindi la mente è pensata come condizionata dal lavoro, dalla società, dalla storia, ma anche dal cervello, e c’è anche l’inconscio. Per la psicoanalisi una piccola isola emerge dall’abisso profondo, ma non viene alla luce del sole. Che cosa si sottintende? Che alla radice della mente ci siano dei processi dinamici e che il cervello è nato, si logora, si distrugge. La mente stessa è logorabile. Un’architettura che viene tenuta in piedi male, basata com’è sul vecchio discorso filosofico metafisico di causalità. Ci si serve di una metafisica che deve fare i conti con la critica di un concetto di causalità che oggi la scienza, volendo essere coerente con la propria logica, non dovrebbe usare. Dovrebbe parlare di leggi statistico probabilistiche non di leggi causali.

Dunque psicoanalisi e neuroscienze condividono una forma di determinismo?
Non esplicitamente. Le neuroscienze e la psicoanalisi non si dichiarano, non è che inalberino il vessillo del determinismo. Di fatto, però, stabiliscono un rapporto deterministico fra fattori condizionanti la mente. Ma come si può oggi in scienza parlare di causa necessaria? Purtroppo sento anche pensatori rigorosi come Davidson e Rorthy parlare con tranquillità di rapporto causale. Si resta davvero stupiti nel vederli così scaltri nel collocare i concetti al posto giusto e fare poi un uso così ingenuo del concetto di causalità.

Nel nuovo libro Immortalità e destino lei torna a parlare di «mente originaria». Ma cos’è che origina la mente originaria?
Se originaria, vuol dire che non ha origine.

Una contraddizione in termini se parliamo di esseri umani…
Per spiegarmi meglio. Tutto quello che noi possiamo pensare, fare nell’arte o nella filosofia da che cosa viene? Dal fatto che il mondo sta davanti, si manifesta. Non si può fare nessuna scienza se non partendo da qui. Ora questa manifestazione del mondo (che è la condizione di ogni forma di sapere e di agire) è proprio ciò a cui la scienza deve la propria vita, ma a cui volta subito le spalle, perché la scienza non si interessa del mondo manifesto in quanto mondo manifesto, ma si interessa delle cose, lasciando da parte il loro essere manifeste. Come dire, si interessa delle cose, non del fatto che esse siano in luce e che pertanto illuminano ogni percorso e ogni azione. Allora la mente originaria è questa manifestazione rispetto alla quale, all’indietro, non risaliamo. Questa manifestazione delle cose del presente, del passato, del futuro, dei colori, suoni, sentimenti, questo orizzonte, questo cerchio di determinazioni luminose, questa è quella mente non considerata dalla scienza. Nel senso che la mente considerata dalla scienza è una tra le cose. C’è la mente, poi c’è il cervello e così via. Invece la mente originaria è il luogo dove tutte queste determinazioni appaiono. E la scienza non guarda il terreno su cui cammina, il terreno su cui poggia i piedi. Qui torniamo alla mia prima risposta, quella sul carattere della filosofia, che, invece, proprio di questa mente originaria si è interessata. Per questo la filosofia non può essere né un consuntivo della scienza né una proposta a briglia sciolta, alla disperata, di un’avanguardia che esplora le nuove ragioni-regioni, ma è il sapere radicalmente originario che guai se si costruisse sul fondamento del sapere scientifico. Così abbiamo chiuso il ciclo.

Dacché non esistono le idee innate, lei intende questo suo concetto di mente originaria come qualcosa che, per ogni essere umano, compare alla nascita?
Da quando ha davanti un mondo. Si dice, lo si ha davanti da quando si nasce. È un problema che ha toccato anche Agostino. Il nostro aprire gli occhi noi non lo sperimentiamo. Se sperimentassimo il nostro aprire gli occhi li avremmo già aperti con quello sperimentare. Non si può cominciare a vedere la visione, perché se la si comincia a vedere vuol dire che la visione c’è prima di essere veduta.

La «follia estrema» lei dice,« è la fede nel divenir altro». Per follia estrema lei pensa anche all’alienazione?
È la radice anche dell’alienazione di tipo psicologico-psichiatrico che per esempio si esprime con quelle forme di depressione in cui il paziente dice: io non sono niente. Quando parlo di follia però – e lo faccio non da ora – io intendo qualcosa di infinitamente più radicale.

Simona Maggiorelli

Quattro domande da porre al vostro politico preferito

businessman raising hand during seminar. Businessman Raising Hand Up at a Conference to answer a question.

Che siate di destra o di sinistra, che siate sovranisti, che siate democratici, che impazziate per Bonaccini o Borgonzoni, che siate sardine o che siate in qualsiasi movimento che vorrebbe occuparsi di politica ecco qui quattro domande, facili facili, per uscire dal tunnel della propaganda e per valutare chi vuole fare cosa e soprattutto come.

I dati Oxfam e Eurostat danno numeri chiari, i numeri possiedono la bellezza di essere lì puliti da leggere e da interpretare.

Ad esempio, in Italia l’1% più ricco detiene la stessa ricchezza del 70% della popolazione. Metteteci anche che in Italia la povertà avanza e che si allarga il numero di persone che si trova a vivere al di sopra dei livelli minimi di dignità. Chiedete al vostro politico di riferimento: è giusto? È normale? E soprattutto: come si può risolvere questa situazione? Se vi basta vivere con la speranza di diventare quell’1% e se non ci trovate nulla di strano lasciate pure perdere.

Però qui c’è anche la seconda questione: il 23% degli under 29 versa in condizione di povertà lavorativa. La flessibilità del lavoro per molti è soltanto un impoverimento legalizzato. Chiedete al vostro politico di riferimento cosa ha intenzione di fare e come ha intenzione di farlo, quali siano le riforme che ha in mente e come potrebbero funzionare. Se non vi interessa, buon per voi.

Terza questione: in Italia crescono gli abbandoni scolastici. Eh sì, proprio così, l’Italia che si vantava di avere sconfitto l’analfabetismo ora subisce una preoccupante retromarcia. Se ne parla poco e spesso se ne parla male. Chiedete al vostro politico di riferimento: come si risolve? È normale? Quali sono gli strumenti per evitare la dispersione scolastica e inevitabilmente l’impoverimento culturale del Paese? Se non vi interessa, beati voi.

Ultima questione: c’è il 23,7% di differenza salariale tra uomini e donne. Persone che svolgono la stessa mansione nello stesso modo e per lo stesso tempo guadagnano diversamente in base al loro sesso. È normale? Va bene? Come si risolve? Chiedetegli anche questo. Se non vi interessa lasciate perdere.

Una nota di metodo: tutti i vostri politici di riferimento vi diranno che questi quattro punti sono una vergogna. Beh, crucciarsi non vale: i politici si valutano sulle proposte. Anzi a ben vedere il fatto che tutti i politici siano contrari a situazione che continuano tranquillamente a perpetuare non gioca molto a loro favore.

Buon martedì.

Lavorare meno, lavorare tutti, vivere meglio

La crisi economica del 2008 in Italia ha segnato la fine dei due modelli politici proposti nella II Repubblica: la rivoluzione neoliberale del berlusconismo e la normalità rassicurante proposta dal centrosinistra. Il centrodestra ha colto la cesura e si è ridefinito lungo l’asse Lega e FdI, con la marginalità di Fi. Le forze progressiste e di sinistra, il campo che dovrebbe opporsi allo schieramento sedicente sovranista, mostra evidenti limiti a ridefinirsi nel mutato contesto prima sociale e poi politico-istituzionale. Di radicalità c’è bisogno, di radicalità che guardi al mondo del lavoro e dia risposte ad un corpo sociale frantumato, atomizzato, immiserito, umiliato. Di radicalità includente che tenga assieme questione democratica e dimensione sociale, c’è bisogno. Disoccupazione di massa, precarietà e lavoro povero da un lato e aumento esponenziale delle ore lavorate invece per quella parte di stabilmente occupati dovrebbero rilanciare – anche da noi – il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. In Italia i lavoratori e le lavoratrici lavorano ben più della media europea, dunque la scarsa produttività del sistema non è attribuibile ad un presunto lassismo di parte operaia.

Anzi, il poter disporre di forza lavoro sovente priva di diritti, con bassi salari aumentando a dismisura la giornata lavorativa è causa ed effetto del processo di terziarizzazione debole del sistema economico italiano.

La Cgil, nel congresso che ha eletto Maurizio Landini segretario generale, ha prodotto un documento che parlava  in maniera inequivocabile di riduzione generalizzata degli orari e del tempo di lavoro, a parità di salario, finalizzando la redistribuzione dell’orario a favore dell’occupazione e della qualità del lavoro e alla conciliazione dei tempi di vita, indicandoli come «assi strategici dell’azione rivendicativa della Cgil». A fronte dei processi di innovazione tecnologica e organizzativa ci avrebbe dovuto portarci a perseguire una riduzione degli orari contrattuali rivendicando «certezza dei tempi di connessione e di lavoro reale, oltre che il diritto alla disconnessione e al tempo libero e il diritto permanente e soggettivo alla formazione e all’aggiornamento professionale retribuito». La strada prevalente proposta dal maggior sindacato italiano passa dalla via contrattuale, attraverso «la sperimentazione nei contratti nazionali di modalità innovative di riduzione o modifica dell’orario – anche temporanee – di lavoro individuale su base giornaliera e settimanale».

Il tema della riduzione dell’orario di lavoro non è in realtà una questione che possa essere ricondotta esclusivamente al piano sindacale e/o contrattuale: la storica battaglia per la riduzione delle ore di lavoro giornaliere recitava 8 ore per…

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SOMMARIO

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Il cibo del futuro: fra Davos, Bismarck e Jonathan Swift

I padroni del pianeta sono così preoccupati per «i rischi globali» (causati da chi? È un mistero) che nel loro incontro annuale di Davos annunciano il «Manifesto per un mondo coeso e sostenibile».

Chi possiede tutto controlla anche teste e stomaci. Dunque fra le nevi di Davos pensano già a come darci cibo… senza agricoltura. Infatti la Fao ci ha avvisati: «continuando il ritmo di degradazione degli ultimi 40 anni, entro i prossimi 60 anni saremo fisicamente rimasti senza terra fertile per coltivare». Per questo Mauro Balboni titolò Il pianeta mangiato (Dissensi editore) il suo bel libro che vale recuperare per avere un quadro d’insieme, magari leggendolo in accoppiata con I signori del cibo: viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta (Minimun fax) di Stefano Liberti.

Ma se i campi e gli orti si svuotano di cos’altro possiamo cibarci? Interessante il mix inventato da Yossorian, uno dei protagonisti di Comma 22, splendido romanzo antimilitarista di Joseph Heller. «Ho tritato centinaia di pani di sapone militare insieme alle patate al solo scopo di dimostrare che la gente ha gusti filistei e non sa distinguere fra ciò che è buono e ciò che è cattivo». Tutta la squadriglia finisce in ospedale, e Milo gli replica: «Si è dovuto rendere conto quanto la sua opinione fosse sbagliata». La risposta di Yossorian è secca: «Al contrario, ne divorammo piatti interi chiedendo a gran voce che ce ne portassero ancora». Accade già con il cibo-spazzatura: ci piace la merda se è luccicante, pubblicizzata e nociva. Sempre in Comma 22 Milo propone alla mensa «cotone (egiziano) ricoperto di cioccolato» e soprattutto «compra uova a Malta per 7 centesimi l’una per rivenderle a Pianosa per 5 cent, guadagnandoci su» che è decisamente il trionfo del capitalismo-discount.

Noi abbiamo oggi il cibo di plastica e quello bio (o preteso tale). E almeno nella parte ricca del mondo su questo c’è scontro politico-culturale. Ma la tavola è sempre stata e resta un campo di battaglia. Per evidenti ragioni: chi mangia e chi no; chi si ammala per i veleni nel piatto e chi si nutre in modo sano. Ma anche per le imposizioni-sperimentazioni (ogm in testa) a vantaggio di pochi; per i veleni nei campi e nei conservanti; per questioni intricate che si legano a identità, insicurezza e/o dittatura dell’immagine traducendosi nell’aumento di anoressia e bulimia; per la sacrosanta lotta contro la Cacca-Cola, il Mc-disgusto o i vari Neskifezzè; per i tentativi di dare un salario equo a chi lavora nei campi (o nelle cucine globali) e viene sfruttato fino alla schiavitù.

E domani? Nel futuro prossimo (domattina forse) avremo i negozi di cibo sorvegliati da guardie armate cone fossero gioiellerie o banche. Lo aveva profetizzato, nel 1966, il romanzo Largo, largo di Harry Harrison.

Fantascienza anche quel che accade su Arret, strano pianeta mezzo incubo e mezzo utopia. Ricco di acqua ma con metà popolazione assetata mentre l’altra metà gode di acquedotti e comodissimi rubinetti. La cosa più assurda è che su Arret un gruppo di vampiri possa imbottigliare l’acqua, trasportarla da una parte all’altra (su veicoli inquinanti) per venderla, a caro prezzo, alle stesse persone che potrebbero berla, quasi gratis, a casa loro. Provate per un attimo a supporre che i governi li lascino fare e che la gente ci caschi. Impossibile vero? Un mondo a rovescio, proprio come il nome Arret…

Nel racconto “La bibita speciale del cercatore minerario” siamo invece su un pianeta arido e disabitato. Però il protagonista riesce a rinvenire tali quantità di materiale prezioso che finalmente può ordinare sulla Terra, attraverso un «trasmettitore di materia», la sua bibita preferita, purtroppo costosissima in quell’angolo dell’universo: «n semplice ma agognato bicchiere di acqua fresca». L’idea è di Robert Sheckley e qui davvero siamo nella letteratura fantastica.

Ancora fantascienza. Immaginate che i corsi organizzati da una multinazionale dell’ingozzarsi (una a caso: Mc Donald) diventino in un Paese compiacente (che so? l’Inghilterra) titolo di studio. Vi chiederete se questo orrore sia nelle pagine del meraviglioso romanzo I mercanti dello spazio di Pohl e Kornbluth, scritto nel lontano 1952. Macché, è accaduto nel gennaio 2008 sulla più grande isola monarchica del pianeta Terra.

È il mondo reale anche quello dove il prussiano Bismark, tempo prima, si era lasciato scappare che i cittadini non dormirebbero tranquilli se venissero a conoscenza di come davvero si fanno le leggi… e i cibi.

Forse a Davos fra tanta modernità, filantropia e un pizzico di fantascienza potrebbero recuperare anche un progetto – anzi Una modesta proposta – del 1729, formulata dallo scrittore (e pastore anglicano) irlandese Jonathan Swift. L’idea è tutt’altro che modesta: vuole impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e anzi risultino utili all’intera comunità. «Un metodo onesto, facile e poco costoso» per risolvere in un colpo solo le tragedie della povertà e della sovrappopolazione. Il colpo di genio è questo: ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi. Si risparmierebbe alle famiglie (e a un eventuale Welfare State) il costo del nutrimento dei figli fornendo loro una piccola entrata aggiuntiva, si migliorerebbe l’alimentazione e si contribuirebbe al benessere economico dell’intera nazione. Swift offrì un supporto statistico e precisò il numero di bambini da vendere, il loro peso e il prezzo suggerendo persino alcune ricette per preparare questo tipo di carne, particolarmente tenera. I tempi forse non erano maturi nel 1729 ma oggi è una tentazione forte per i padroni del cibo: altro che alghe, formiche o polli fatti in laboratorio. C’è anche una suggestione femminista ante litteram in Swift che a Davos potrebbe piacere: la «modesta proposta» avrebbe effetti positivi in famiglia costringendo i mariti a trattare le mogli con maggior rispetto.

Perché la riduzione della Tampon tax è una battaglia culturale per i diritti delle donne

IMAGE DISTRIBUTED FOR SEVENTH GENERATION - Ashley Orgain of Seventh Generation calls for an end of the tampon tax during a National Period Day rally at the Capitol on Saturday, Oct.19, 2019 in Washington. PERIOD and Seventh Generation held the first National Period Day rallies nationwide to raise awareness of period poverty and call for menstrual equity. (Kevin Wolf/AP Images for Seventh Generation)

Per secoli, se non millenni, con l’ingresso nella pubertà iniziava per le ragazze una vita di vergogna: ora hai le mestruazioni, sei una donna e quindi sei impura. Già Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia denunciava i pericoli di avere accanto una donna mestruata: vino inacidito, fiori appassiti, specchi appannati, api morte per non parlare poi del bronzo, arrugginito e puzzolente. Nella Bibbia, precisamente in Levitico 15, 19-31, si parla diffusamente dei motivi per cui le mestruazioni siano da associare a un periodo di impurità e si invitano gli uomini a stare lontani da coloro le quali siano in questa fase terribile del mese.

Le donne sono state lasciate sole, dall’alba dei tempi, a cercare di trovare una soluzione a una condizione che semplicemente esiste nella vita di ognuna per buona parte della sua esistenza. Millenni di pensiero religioso e una cultura guidata dagli uomini (ovviamente bianchi, ovviamente benestanti) hanno reso l’avere le mestruazioni un problema non solo sociale, ma anche economico. Si è parlato molto, di recente, della cosiddetta Tampon tax, cioè dell’Iva sui prodotti igienici femminili che in Italia (ma non solo) è pari a quella imposta sui beni di lusso, nel nostro caso pari al 22%. Inutili le proposte di abbassarla al 4%, cioè quanto viene applicato a beni di prima necessità (come il basilico): la Tampon tax è sempre lì, che costringe le donne a pagare di più per qualcosa che per loro è indispensabile.

La questione non riguarda soltanto i costi, seppure sia un lato da non trascurare: gli anglosassoni la chiamano period poverty, riferendosi in questo modo a tutte quelle donne che non possono permettersi di acquistare gli assorbenti igienici perché troppo costosi. Una situazione che spesso si riflette maggiormente sulle ragazzine, costrette a perdere giorni di scuola perché impossibilitate a lasciare casa loro. Succede nel lontano Bangladesh, ma anche nella vicinissima e sviluppatissima Gran Bretagna: secondo i dati di Plan international Uk, il 10% delle ragazze non può acquistare gli assorbenti igienici perché troppo cari.

Nel 2020 è semplicemente inaccettabile fa passare il pensiero che avere le mestruazioni sia qualcosa riservato alle ricche signore beneducate, che ovviamente non ne parlano se non sotto pseudonimo, chiamandole ad esempio «regole». Il “governo della discontinuità”, nella nostra Italia, ha provato a ingannarci inserendo nell’ultima legge di bilancio la riduzione dell’Iva al 5% sugli assorbenti biodegradabili. Inutile dire che sono più costosi degli altri e ovviamente meno diffusi. Così, mentre alcuni uomini della politica provavano a passare come eroi femministi, le donne continuano a doversi confrontare con una legge degli anni 70 che impone loro di affrontare le esigenze legate al ciclo mestruale come se fosse un lusso.

Un certo tipo di femminismo ha deciso di legare la questione della Tampon tax a quella del divario di genere nel reddito da lavoro. Il problema è molto più profondo di così. Gli uomini hanno sempre cercato di sfruttare il ciclo mestruale come l’ennesima arma contro le donne, che sarebbero instabili mentalmente e meno affidabili a causa degli sbalzi ormonali dovuti al ciclo. L’unica risposta possibile mi sembra il rifiuto che si narra fece la filosofa greca Ipazia lanciando un panno sporco del suo sangue mestruale a un pretendente particolarmente insistente con cui lei non voleva avere niente a che fare. Tutto questo accadeva prima che, nel Medioevo, fosse impedito alle donne di recarsi in Chiesa durante i giorni del ciclo o che si diffondessero le leggende terrificanti su cosa ti può accadere, ad esempio, se nuoti durante «quei giorni».

Con la generazione delle millennials qualcosa si sta muovendo più forte di prima. Le ragazze sono stanche di doversi vergognare di essere esseri umani di sesso femminile in età fertile. Le mestruazioni sono diventate un simbolo della lotta contro l’oppressione della cultura occidentale sulle donne. Ci si batte non per essere radical chic o risparmiare qualche euro (o dollaro) sugli assorbenti. Ci si batte per abolire la period poverty e per cancellare dalle schiene di tutte quel simbolo di ignominia color rosso sangue.

In un articolo del 2016, la giornalista americana Abigail Jones riconduceva al femminismo della terza ondata quello che nel suo articolo “The fight against period shaming is going mainstream” definisce «attivismo mestruale». Il 19 ottobre 2019, negli Stati Uniti è stato indetto il primo National period day, una mobilitazione a livello nazionale contro i 35 Stati in cui esiste ancora la Tampon tax.

Ma il minus che la cultura occidentale vuole attribuire all’essere donna non si ferma al ciclo mestruale. Non potendo più rinchiuderle in casa accanto al focolare, i misogini del XXI secolo hanno escogitato sistemi più subdoli per farla letteralmente pagare alle donne: sarà mica un caso che i rasoi da donna costano sempre di più di quelli da uomo? Inutile dire che nel primo caso vengono considerati superflui, mentre nel secondo beni necessari. Non c’è nulla di male nel considerare una necessità maschile quella di farsi la barba tutti i giorni, infatti i rasoi hanno l’Iva al 4%. Radersi conviene, avere le mestruazioni no.

Come un coniglio che abbaia

Siamo alle battute conclusive, Salvini andrà a processo per avere lasciato alla deriva una nave militare italiana (la Gregoretti) con l’intento di lanciare un segnale all’Europa e per potere fingere di avere chiuso i porti anche se mai i porti siano stati chiusi. Oggi è il giorno tanto atteso e si voterà per l’autorizzazione a procedere. Si alzerà molto fumo, ci saranno molte parole e regnerà il chiasso. Il chiasso fa comodo a tutti, sia a quelli che possono fingere di avere vinto (chissà che cosa, poi, mandando qualcuno a processo) e ci saranno quelli che potranno insistere nel fare le vittime.

Salvini è riuscito a fare il solito Salvini, del resto è schiavo di se stesso, e dopo avere citofonato in giro un po’ a tutti con il piattino in mano ora si è inventato che si farà processare perché l’ha deciso lui. Sono come i fidanzati che vengono lasciati ma alzano il divino per dire «però volevo lasciarti prima io». Una cosa così. E come accade spesso per quelli che sanno di avere torto ora il trucco sarà quello di rivendere il fatto di essere processato come un tentativo di condanna. Forti questi garantisti, solo quando riguarda gli altri.

Poi c’è il solito refrain de “il popolo è con me”, ora rilanciato con un “è un processo al popolo”. Come se davvero Salvini fosse convinto di essere proprietario del sentire comune e come se non si rendesse conto che nessuna giudica le sue convinzioni politiche ma lo Stato ha il dovere di giudicare i suoi comportamenti. Di tutti. Di lui e del suo popolo che troppo spesso negli ultimi mesi è stato protagonista del’Italia peggiore.

Però in tutto questo c’è un punto sostanziale: Salvini era scappato da un processo per lo stesso motivo frignando dagli ex alleati del Movimento 5 Stelle, ha cercato in tutti i modi di salvarsi anche questa volta (nonostante come sempre dica che è una medaglia sul petto) e ora dice di volersi fare processare. Vi sembra credibile? Come un coniglio che abbaia.

Buon lunedì.