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Quei governi che negano il diritto allo sciopero

NAPLES, ITALY - MARCH 15: Tensions between protesters and police during the global strike for the climate proposed by the movement "Fridays for Future" on March 15, 2019 in Naples, Italy. Fridays for Future is a worldwide movement of protest and awareness-raising for global warming issues, born around the charismatic figure of the climate activist Greta Thunberg, a young Swedish student recently proposed as Nobel Peace Prize. (Photo by Ivan Romano Getty Images)

Mentre la Francia brucia, alimentata da una serie di scioperi e proteste che sembrano unificare categorie eterogenee di persone in un’unica lotta contro la riforma delle pensioni, in Italia tutto tace. O, per meglio dire, viene fatto tacere, sotto la pesante scure di riforme repressive dei diritti fondamentali di ogni cittadino, in nome della pubblica sicurezza e dell’interesse collettivo.

Tra gli esempi più rilevanti di come una certa ideologia del decoro e della pubblica sicurezza agisca nel limitare le nostre libertà costituzionali, c’è senza dubbio quello che riguarda il diritto di sciopero. Tale diritto è fissato e riconosciuto dall’art. 40 della nostra Carta fondamentale, disciplinato da specifiche norme di legge (la 300 del 1970 per quanto attiene allo sciopero nel settore privato, la 146 del 1990 per i servizi pubblici essenziali) e, nel tempo, regolamentato da una folta e specifica giurisprudenza da parte dei giudici di ogni grado, che in più riprese hanno rimarcato la centralità dello sciopero quale strumento di riequilibrio nella dicotomia tra lavoratore e datore di lavoro.

Ebbene, sembra che negli ultimi tempi il diritto a scioperare sia sotto attacco, soprattutto in virtù di norme e regolamentazioni (spesso rafforzate da interpretazioni degli organi istituzionali che in funzione di garanzia dovrebbero verificare il rispetto dei diritti fondamentali in caso di sciopero) che in alcun modo sono finalizzate a disciplinare il lavoro o le questioni sindacali.

Dopo la pioggia di critiche di una parte dell’opinione pubblica verso i due decreti Sicurezza a firma Salvini, iniziano ora a partire le prime denunce per il reato di blocco stradale, reintrodotto proprio dalla prima delle due norme. Reato che, lo ricordiamo, prevede una pena massima a dodici anni di reclusione – più o meno la pena media prevista per un omicidio preterintenzionale -, per i lavoratori che osano scioperare e manifestare magari bloccando la via di una città.

A Prato una ventina di lavoratori della tintoria Superlativa, per aver denunciato di lavorare in nero, con turni di 12 ore al giorno per sette giorni la settimana, senza ferie e malattia e di non ricevere lo stipendio da sette mesi, hanno ricevuto multe da 4mila euro a testa perché…

Riccardo Bucci, avvocato, fa parte dell’associazione Alterego – Fabbrica dei diritti

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

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Ma chi se ne fotte della Calabria

Se è vero che Facebook è il nuovo luogo della campagna elettorale allora i numeri sono impietosi: per le elezioni in Emilia Romagna la candidata leghista Borgonzoni ha speso negli ultimi 30 giorni circa 45mila euro, 45mila euro la pagina di Matteo Salvini, circa 12mila euro il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini; in Calabria 7mila euro per il candidato Pippo Callipo (diviso tra il suo profilo personale e quello della lista) e 828 euro spesi da Matteo Salvini. Se non avete notato la mancanza di spesa da parte del Partito Democratico, no, non è una svista: il centrosinistra parla dell’abuso dei social da parte degli avversari ma evidentemente si scorda di usarli, i social. E vabbè.

La Commissione Europea e la pagina italiana di Save the Children hanno speso in pubblicità su Facebook per promuoversi in Calabria più di quanto abbia speso Salvini. Del resto basta leggere i giornali o guardare le trasmissioni televisive: le elezioni regionali in Calabria tornano utili per quel paio di giorni che seguono la maxi operazione di Gratteri e poi sono sparite. Che la commissione antimafia abbia poi segnalato come impresentabili due candidati del centrodestra (Giuseppe Raffa e Domenico Tallini, lista Berlusconi per Santelli) sembra interessare pochissimo.

Non conta che il Pd abbia nel governo un suo ministro per il sud. Niente. Il centrosinistra si affida all’imprenditore Pippo Callipo (che si proclama “né di destra né di sinistra” provocando brividi lungo la schiena) mentre il centrodestra ha buone probabilità di vincere con Jole Santelli, deputata forzista, nipote del ras socialista cosentino Giacomo Mancini, ex assistente di Cesare Previti e vicesindaco di Cosenza, quando la città finì in dissesto di bilancio. La campagna elettorale si svolge stanca sui soliti binari della politica che cerca voti nel mezzogiorno promettendo le stesse cose che si promettono da cinquant’anni. Nemmeno le sardine sembrano avere troppi interessi.

Intanto da Catanzaro arriva la notizia del rafforzamento della scorta al procuratore Gratteri poiché ci sarebbero segnali preoccupanti su un progetto di attentato. Un attentato che, basterebbe ascoltare le parole di Gratteri, farebbe comodo a un coacervo di delinquenti che non sono solo mafiosi, no. Ma Gratteri torna utile solo per farsi una foto con lui e lanciarla sui social. Solo per quello.

Se l’attenzione per il sud si misurasse dalla passione di questa campagna elettorale c’è da mettersi le mani nei capelli. Ma è la politica dello spettacolo, quella che si tuffa su Bibbiano, quella che insegue i like: figurarsi se c’è il tempo di essere seri.

Buon venerdì.

L’omicidio Regeni e la fabbrica dei falsi

GIULIO REGENI TORTURED CAMBRIDGE UNIVERSITY STUDENT FOUND DEAD IN CAIRO, EGYPT, 04 FEB 2016 CAMBRIDGE UNIVERSITY PHD STUDENT GIULIO REGENI, 28, WHO HAS BEEN FOUND DEAD IN CAIRO AFTER REPORTEDLY BEING TORTURED. TORTURED, CAMBRIDGE, UNIVERSITY, STUDENT, FOUND, DEAD, CAIRO, EGYPT, 04, FEB, 2016, GIULIO, REGENI, NOT-PERSONALITY, 34721116

Ma ci sono novità sulla morte di Giulio Regeni? Sì, ci sono, eccome, e dicono chiaramente che la pressione diplomatica sull’Egitto da parte dello Stato italiano funziona, ha funzionato e non si capisce perché sia stata abbandonata. Il procuratore reggente di Roma Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco che da quattro anni indaga sul caso del giovane ricercatore in Egitto sono stati ascoltati dalla commissione parlamentare d’inchiesta e hanno raccontato come nell’anno e mezzo in cui l’Italia ha ritirato il suo ambasciatore in Egitto, era l’aprile del 2016, l’autorità egiziana ha fornito elementi utili al raggiungimento della verità. Il rapporto di collaborazione si è poi bruscamente interrotto di nuovo nell’agosto del 2017 quando il governo italiano è tornato alle normali relazioni diplomatiche: la procura ora non riesce nemmeno a ottenere i dati dei cinque funzionari degli apparati di sicure per notificare l’indagine a loro carico. Siamo messi così.

Però i fatti sono ostinati e molto (troppo) lentamente stanno venendo a galla: Giulio Regeni è stato torturato a più riprese tra il 25 e il 31gennaio di quattro anni fa ed è morto presumibilmente l’1 febbraio «per la rottura dell’osso del collo». I magistrati italiani sembrano avere le idee chiare: Giulio Regeni sarebbe finito al centro di «una ragnatela in cui gli apparati si sono serviti delle persone più vicine a Giulio al Cairo tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni». Non sembrano esserci dubbi sulla responsabilità della National Security egiziana.

Colaiocco e Prestipino hanno messo in fila anche i quattro tentativi di depistaggio che hanno rallentato le indagini: «Sono stati fabbricati dei falsi per depistare le indagini – hanno raccontato alla commissione -. In primis l’autopsia svolta al Cairo che fa ritenere il decesso legato a traumi compatibili con un incidente stradale. Altro depistaggio è stato quello di collegare la morte di Giulio ad un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo». Nel marzo 2016 poi accade che un ingegnere racconti alla tv egiziana di avere visto Regeni litigare con uno straniero vicino al consolato italiano: il traffico telefonico dello studente indica che il giovane fosse da tutt’altra parte e si scopre che il falso testimone fosse imboccato da un ufficiale della sicurezza nazionale egiziana.

Il quarto depistaggio accertato, dicono i magistrati italiani, «è legato all’uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell’omicidio».

Insomma, la morte di Giulio Regeni fa schifo fin dal primo momento e continua a fare schifo di fronte alla reticenza e all’insabbiamento del governo egiziano che continua a godere di una certa morbidezza da parte del governo italiano. Dicono bene i genitori di Giulio: «In questi anni abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti. Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile svolto in questi quattro anni in sinergia con noi e la nostra legale. Se oggi abbiamo i nomi di alcuni dei responsabili del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio e se alcuni di quei nomi sono iscritti nel registro degli indagati, lo dobbiamo a loro».

Con fatica si scava nella verità giudiziaria, chissà quando ci arriverà decisa la politica.

 

L’articolo di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola dal 24 gennaio

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La ministra dell’Uguaglianza Irene Montero fa già irritare le destre spagnole

Madrid Spain; 13/01/2020.- Irene Montero in her inauguration as minister of equality and exchange of Ministerial Portfolios at the headquarters of the ministry. Montero belongs to the United Left Party We Can (Unidas Podemos) Coalition of Government with the President of Spain Pedro Sánchez of the Spanish Socialist Workers Party (Psoe) Photo by: Juan Carlos Rojas/picture-alliance/dpa/AP Images

La foto di rito del nuovo governo formato dal Psoe e da Unidas Podemos non è una immagine nuova per la Spagna dell’ultimo anno. Pedro Sánchez si era già distinto, nella passata legislatura, per la significativa presenza di donne nel suo esecutivo. Anche per questo Sánchez-bis, primo governo di coalizione dalla fine della dittatura di Franco, si contano 8 ministre e ben 3 donne vicepresidenti, 11 in totale. Non è solo una questione di genere, come si usa dire, o di quote rosa da salvaguardare, nel programma depositato per il nuovo governo c’è proprio un capitolo titolato Politiche femministe, e l’uso del termine femminista, così, senza giri di parole, tedia la destra estrema e non del Paese.

Le reazioni sono iniziate subito, dal giorno del giuramento di fronte al re Felipe VI quando Irene Montero, deputata di Unidas Podemos e ministra di Uguaglianza, ha usato una formula leggermente diversa rispetto alla maggior parte di colleghe e colleghi quando, proprio alla fine, ha detto “Consiglio delle ministre” utilizzando il femminile plurale generico, onnicomprensivo, proprio come provocazione contro l’uso del maschile dominante. Subito la Rae, la Real Academia Española della lingua, ha dichiarato che non è «grammaticalmente accettabile».

La Rae, quella stessa istituzione che non prevede di includere nel Dizionario della lingua spagnola il concetto di violenza di genere, almeno fino al 2026, quando uscirà la nuova edizione, si è scomodata per così poco. Femminismo e grammatica non sembrano proprio andare d’accordo. Quindi il consiglio resta dei ministri, al maschile, ma, altro fatto senza precedenti nella storia spagnola c’è una coppia che occupa due poltrone nell’esecutivo. È proprio quella formata da Pablo Iglesias, segretario di Podemos e ora vicepresidente del Consiglio, e Irene Montero, finora portavoce in parlamento per lo stesso partito e ministra.

Nessuno ha chiesto a Iglesias se può essere al governo pur essendo il partner di Irene Montero o come farà a gestire i tanti impegni politici e la famiglia con i due gemelli Leo, Manuel e la nuova arrivata Aitana, mentre in tanti si sono preoccupati se lei è stata eletta solo grazie al ruolo del suo partner e leader, o come farà adesso a conciliare il lavoro da ministra e la famiglia, perché la cura della famiglia e della prole è cosa solo da donne, si sa.
Irene Montero, ministra di Uguaglianza, è stata anche presa di mira per la mancata nomina di uomini a posizioni di alto livello nel suo ministero. Attualmente non ci sono maschi in ruoli apicali, vero, ma, come lei stessa ha fatto notare nel corso di una intervista televisiva, forse è poco importante perché l’uguaglianza è qualcosa «a cui le donne hanno tradizionalmente dedicato più tempo e più studio».

La nuova ministra di Uguaglianza ha fatto scelte importanti nel campo dei diritti. Ha designato alla guida dell’Istituto delle donne, istituzione spagnola con un certo riconoscimento tra i movimenti femministi, Beatriz Gimeno, femminista e attivista per i diritti LGTBIQ+, scrittrice, deputata di Unidas Podemos. Mentre la storica attivista Boti García, sarà la direttora dell’area di nuova creazione Diversità Sessuale e LGTBI, perché la diversità sessuale, di genere e familiare saranno argomenti rilevanti nell’agenda politica del Sánchez-bis, con buona pace delle destre tutte.

Poi si è trattato di scegliere chi potesse dirigere un dipartimento governativo legato alle persone razzializzate e non è stata scelta una persona nera, araba, zingara o asiatica, comunità presenti e attive nella società spagnola. La prima nomina per la direzione generale di Uguaglianza di trattamento e diversità etnico razziale è stata la ricercatrice e scrittrice Alba González, con il curriculum giusto, una grande esperienza di questioni come la ridistribuzione economica o l’uguaglianza, ma bianca. Nomina e successive, rapide dimissioni dopo le pressioni di collettivi e associazioni antirazziste.

Un passo indietro e una rettifica nelle reti sociali: «Se c’è una cosa che sappiamo nel femminismo è che la rappresentazione e il simbolico contano. Abbiamo riorganizzato l’équipe di questo ministero in modo che ci sia una presenza visibile di donne appartenenti a gruppi razziali».
Saggia rettifica con il risultato che ora è Rita Bosaho, di nazionalità spagnola, ma nata in Guinea Equatoriale, prima donna nera eletta al Congresso dei deputati nel 2016 con Podemos, ad occupare quella posizione.
Con il progetto di chiudere tutti i Centri di internamento per stranieri (Cies), e di legalizzare tutti gli immigrati che arrivano in Spagna.

È politicamente scorretto che nessuno nel ministero di Uguaglianza guidato da Irene Montero si sia reso conto di quello che stava per fare. La verità è che non sorprende. Il movimento antirazzista e le associazioni di persone afrodiscendenti questa volta hanno agito come una comunità e così hanno messo a segno una prima grande vittoria politica come gruppo di pressione, modificando l’agire delle istituzioni,dimostrando che quando esiste una dialettica tra governi e movimenti è sempre un bene.

Ultima fermata, Salvini

Certo, non è facile, riportare la politica ai fatti e riuscire a discutere dell’ex ministro Salvini senza inciampare nelle trappole della sua propaganda è un esercizio che richiede cura dei fatti e studio dei numeri. E se ci pensate bene ultimamente non va molto di moda, no. Eppure le colpe (e gli insuccessi) di Matteo Salvini non sono solo nell’inquinamento esasperato di un dibattito politico che riversa le sue scorie anche in una pessima tensione sociale ma si ritrovano anche nei suoi provvedimenti al governo, nelle sue disarticolate proposte politiche e in un’idea di Paese che vale la pena affrontare sul piano squisitamente politico.

I decreti “sicurezza”, ad esempio. Partiamo dai provvedimenti di cui il leader leghista va particolarmente fiero. Il tema che occupa praticamente il 50 per cento della sua comunicazione e che viene usato come clava ancora oggi che la Lega sta all’opposizione.
I decreti voluti dalla Lega hanno stretto le maglie dell’accoglienza, cancellando i permessi di soggiorno umanitari, radendo al suolo il sistema virtuoso degli Sprar e soprattutto creando un impressionante nuovo numero di stranieri senza permesso di soggiorno.

Qualcuno parla di circa 70mila nuovi “fantasmi” lasciati all’addiaccio per le strade delle nostre città e ancora qualcuno non capisce che quei disperati sono tutti carne da macello per premere ancora il piede sull’acceleratore dell’insicurezza e per chiedere ancora l’intervento di un uomo forte che, vedrete, sarà ancora Salvini: lo stesso che ha provocato il disastro. Poi dentro i decreti “sicurezza” c’è ovviamente anche il restringimento dei diritti degli italiani – badate bene mica degli stranieri – che dopo avere esultato ora si ritrovano…

L’articolo di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

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Lupi travestiti da pecore

Italy's Interior Minister Matteo Salvini waits for the arrival of Hungary's Prime Minister Viktor Orban ahead of a meeting in Milan on August 28, 2018. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP) (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images)

«Me ne frego» dice Salvini citando Mussolini. «È finita la pacchia» urla ai naufraghi dopo avergli negato un approdo sicuro. E poi: «Non è roba nostra», riferito a migranti minorenni non accompagnati. Fino ad arrivare a sbeffeggiare un giovane attivista delle sardine per un suo momento di incertezza nel parlare in pubblico. Basterebbe questo suo linguaggio totalmente privo di empatia, che giustifica e fomenta l’odio e il razzismo, per fare del capo leghista un impresentabile.

Oltre a rifiutare il contenuto violento delle sue parole, torniamo a smontare una per una le sue pericolose fake news a cominciare dall’invasione di migranti (che non c’è mai stata) che punterebbe alla sostituzione etnica dei bianchi, maschi, cristiani. Ma non solo.

Qui ci siamo applicati a ripercorrere la sua lunga serie di fallimenti e gli innumerevoli disastri che ha combinato, soprattutto da ex ministro e vice premier, recando grave danno al Paese.

Micidiali sono gli effetti dei due provvedimenti del governo giallonero che portano il suo nome. Il decreto Salvini “sicurezza e immigrazione” ha impresso una feroce stretta sui diritti cancellando i permessi di soggiorno umanitari e ha smantellato il sistema di accoglienza. In questo modo ha sospinto in una zona grigia i migranti, diventati “invisibili”, ha fatto crescere il numero degli «irregolari» e 15mila operatori, perlopiù giovani, rischiano di perdere il lavoro. Ben lungi dal rimpatriare 500mila persone senza permesso di soggiorno come aveva millantato con la sua politiche xenofobe, Salvini è solo riuscito ad andare a sbattere contro le leggi.

La Cassazione ha confermato che la capitana Carola Rackete di Sea Watch non andava arrestata perché ha agito per portare in salvo dei naufraghi. E se nel caso della nave Diciotti, Matteo Salvini si è salvato dal processo per sequestro di persona grazie all’assist dei grillini e di Conte, diverso è il caso della Gregoretti, nave della guardia costiera italiana con a bordo più di cento naufraghi che lui, in quanto ministro dell’Interno, non poteva bloccare a bordo, come invece ha fatto. E poi dove era il «rilevante interesse pubblico» che avrebbe giustificato quell’azione? Quali erano i«diritti costituzionali preminenti» che rischiavano di essere lesi? Sulla nave non c’erano terroristi né armi. Quel gruppo di stranieri provati e vulnerabili quale pericolo potevano mai rappresentare per l’interesse pubblico?

Salvini li ha usati come ostaggio per ridiscutere la ridistribuzione dei migranti. Se questo era lo scopo perché non si è mai impegnato per una revisione del trattato di Dublino quando era parlamentare europeo? La verità è che Salvini è stato un campione di assenteismo disertando ben 22 sedute come gli ha rinfacciato pubblicamente la ex parlamentare europea Elly Schlein durante la campagna elettorale per le elezioni in Emilia Romagna del 26 gennaio.

Il fatto che Salvini abbia detto ai suoi in Giunta per l’autorizzazione a procedere di votare per mandarlo a processo la dice lunga: dice che il lupo intende vestirsi da pecora. Ma pur facendo la vittima sarà difficile coprire la realtà e la gravità dei fatti.

A questo proposito è utile andarsi a rileggere un bel libro di Daniele Giglioli, Critica della vittima, in cui smaschera una pletora di ricchi e potenti che si sono finti martiri per ingannare e affermare un potere. Come insegnava già la favola di Fedro quello di uccidere la pecora e poi dire che gli aveva fatto un torto, non solo lei ma tutti i suoi avi, è un antico vizio di certi lupi.

Che non hanno nulla dell’eroe ma sono solo dei prepotenti pericolosi. Forti con i deboli che impongono il daspo urbano ai più poveri, che multano chi protesta, come è accaduto a lavoratori e due studentesse a Prato colpevoli di aver manifestato pacificamente per strada e come paradossalmente rischia di accadere ai pastori sardi a cui la Lega di Salvini si era proposta come interlocutore, fingendo di sostenerne la lotta. Lupi travestiti da pecore che mentre fingono di fare gli interessi del popolo, propongono provvedimenti che aiutano solo le classi più agiate, come la flat tax e l’autonomia differenziata.

Mentre fingono di lottare contro l’Europa dei mercati votano i trattati neoliberisti e sostengono il meccanismo europeo di stabilità (Mes) salvo poi mostrarsi smemorati. Il lavoro? Non lo creano interventi di Stato, ma solo i privati e le partite Iva ha detto Salvini a Porta a Porta in una delle sue innumerevoli comparsate in tv. Per non dire poi di certi lupi travestiti da agnelli che, sentendosi onnipotenti, pretendono «pieni poteri». Per nostra fortuna esistono ancora baluardi democratici e organi costituzionali come la Consulta che ha bocciato la proposta di referendum Calderoli che avrebbe rischiato di portarci dritti a un maggioritario secco all’inglese.

Non è riuscita la spallata, il referendum è stato giudicato «manipolativo». Ora dopo che la Lega di Bossi è stata costretta a restituire 49 milioni (in comode rate), aspettiamo novità sul Russiagate che vede coinvolto – tra gli altri – l’ex portavoce di Salvini, Gianluca Savoini, quello che sulla sua scrivania in redazione alla Padania teneva foto di Hitler. C’è bisogno di dire altro su questi signori, muniti di rosari, che dicono di agire nel nome del popolo?

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 24 gennaio

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Finisce sempre così

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 06-03-2019 Roma Politica Camera dei Deputati - Question time Nella foto Luigi Di Maio, Giovanni Tria Photo Roberto Monaldo / LaPresse 06-03-2019 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Question time In the pic Luigi Di Maio, Giovanni Tria

Di solito accade quando c’è un momento di vuoto politico, accade perché cambiano gli scenari e perché i paradigmi ormai non funzionano più e riesce molto meglio quando c’è una crisi economica che accende una depressione sociale: qualcuno arriva al momento giusto, al posto giusto, con la faccia giusta, con il vocabolario giusto, con la giusta simpatia, con la giusta indignazione che viene espressa nel modo giusto e riesce ad avere un immediato e insperato seguito.

Inizia dicendo che lui non vuole rappresentare nessuno ma intanto piano piano si costruisce un cerchio magico, inizia un’organizzazione dei quadri dirigenti. Quando li intervistano dicono che non diventeranno mai un partito. Poi dicono che saranno solo un movimento, uno stimolo ai partiti. Poi decidono di partecipare alle elezioni, ma solo come movimento. Quando ormai sono un partito ci tengono a dire che non sono mica un partito come gli altri partiti e fanno finta di non sapere che tutti i partiti dicono così.

Poi accade che lo scontento (o comunque la spinta generale) non basti e non serva per fare politica. In politica tocca decidere: o si è d’accordo su una riforma o si è contro oppure si propone una strada intermedia. Bisogna scendere per terra, prendere posizione e ogni volta che non parli per concetti generali inevitabilmente scontenti qualcuno. Per intendersi : se 100 su 100 sono contro la povertà (facile, così) 30 la vorranno risolvere in un modo, 10 in un altro, 20 in un altro e 40 in un altro modo ancora. Così accade che perdi consenso. Normale, inevitabile, matematico.

Quando perdi consenso il partito che non doveva essere un partito si spezza in correnti (che poi sono quelli che vorrebbero risolvere la povertà in modi diversi, sempre loro) e quello che era il grande capo che ha avuto la bravura di cogliere l’attimo (all’inizio di quella storia) viene accusato di un calo di consensi che non è nient’altro che una trasformazione. Quelli che criticano il capo dicono di non volere mica fare i capi (si applica la stessa regola dei partiti che non volevano essere partiti) ma alla fine brigano per la caduta del leader e ovviamente per sostituirlo. Si crea una gran confusione e quel movimento è visto come un partito proprio come tutti gli altri.

Si creerà sfiducia generale verso la politica e ci sarà qualcuno che ricomincerà di nuovo.

Buon giovedì.

I beni confiscati alla criminalità in aiuto alle donne vittime di violenza

Cinque case confiscate alla criminalità ora saranno un luogo di accoglienza per le donne vittime di violenza grazie al progetto «Differenza Donna in rete», promosso dall’Ong Differenza Donna. L’iniziativa è stata presentata il 22 gennaio alla Sala della Stampa estera a Roma. «Questo è il primo caso in Italia di collaborazione tra la sezione confische del Tribunale di Roma e la nostra associazione per la costruzione di un progetto sistemico di sostegno per le donne in uscita dalla violenza» spiega a Left Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna. La scelta di riassegnare i beni confiscati alla criminalità rendendoli protagonisti di un percorso di uscita dalla violenza delle donne e dei loro figli ha una forte valenza culturale, oltre che legale. Nella creazione del progetto si è instaurato un rapporto di reciprocità con le istituzioni che fa ben sperare in un momento in cui le case rifugio sono sempre meno e i posti letto disponibili per le donne che ne hanno bisogno restano di molto sotto la soglia prevista per legge. La volontà di vedere i problemi e riconoscere le criticità che queste donne devono affrontare rende questo progetto un importante tassello nella rivoluzione della cultura cosiddetta patriarcale, portata avanti dai movimenti e dalle associazioni di donne.

La prima differenza con il passato è che l’assegnazione dei beni in via di confisca alla criminalità è arrivata prima che si arrivi al terzo grado di giudizio, una procedura lunga che può durare talmente tanto da rendere il bene in questione inutilizzabile a causa del degrado portato, ad esempio, dalla mancanza di manutenzione. La proposta di agevolare le operazioni è arrivata dal presidente della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Roma (che si occupa appunto delle confische) Guglielmo Muntoni, ora in pensione ma che continuerà a seguire il progetto a fianco del nuovo presidente. «Le case che noi abbiamo ricevuto hanno superato il primo grado e stanno terminando il secondo» dice Ercoli. «Il Tribunale ha rilasciato delle nuove linee guida in cui ha dato l’opportunità direttamente alle associazioni di gestire questi beni prima che arrivino alla confisca definitiva, abbattendo i tempi di attesa che sono previsti invece nel caso in cui si debba passare dagli enti locali», ci spiega. «Le cinque case che per ora ci sono state assegnate fanno parte di un progetto che prevede varie fasi, per rispondere a tutti i bisogni concreti delle donne, delle bambine e dei bambini sopravvissuti alla violenza. Ci tengo a specificare che il progetto è rivolto a tutte le donne, senza nessuna distinzione e non lasciando mai escluso nessuno», conclude Ercoli.

La prima casa, situata in via Tacito, nel quartiere Prati, diventerà la sede principale del progetto e sarà anche la sede del primo osservatorio per le donne con disabilità vittime di violenza. Questa struttura sarà riservata alla fase di emersione dalla violenza, con anche un servizio di assistenza telefonico: in totale la presidente Ercoli stima che si arriverà ad aiutare circa 1500 donne l’anno.

«A Ostia ci sarà la casa rifugio di emergenza, un luogo che offrirà accoglienza a circa 96 donne ogni anno. Qui verranno ospitate per massimo 15 giorni quelle donne che arrivano al pronto soccorso a rischio di vita, eventualità che rende impossibile per loro ritornare a casa. In queste situazione noi di Differenza Donna abbiamo bisogno, come le forze dell’ordine e la magistratura, di un posto sicuro dove le donne possano incontrare persone che le sappiano orientare verso l’uscita dalla violenza. Una scelta, questa, che spesso viene compiuta quando sono presenti delle alternative concrete e sostenibili, ma soprattutto quando viene concesso alle donne del tempo per riflettere» racconta Ercoli. «Quando si parla di emergenza la spinta istituzionale è spesso quella di collocare la donna rapidamente. Invece abbiamo potuto notare che inserire una donna che ancora indecisa all’interno di un contesto di una casa rifugio, circondata invece da donne che hanno già scelto, causa delle difficoltà per le donne stesse. La casa di Ostia servirà proprio a offrire loro un contesto che le faccia sentire protette e libere di scegliere avendone il tempo», continua la presidente.

Sempre nel quartiere Prati ci sarà la casa dedicata ai bambini e alle bambine. «Gestendo i centri antiviolenza dal 1992 e seguendo anche le donne nei procedimenti penali e civili, ci troviamo ad accompagnarle per tanti anni. In questo processo abbiamo potuto notare come i bambini e le bambine a volte ricevono inizialmente un sostegno dalle istituzioni, sostegno che però negli anni purtroppo si è sempre più sfaldato» spiega la presidente. La casa di Prati sarà un punto di riferimento continuo per i bambini e le bambine che si sono trovati a vivere una situazione di violenza o che hanno perso la mamma perché vittima di femminicidio, oltre che un luogo dove le mamme e i loro figli possano riconsolidare il rapporto, se necessario, dopo aver vissuto una situazione gravissima come quella da cui escono.

La quarta casa, nel centro di Roma, è dedicata alla semi-autonomia, dove le donne potranno risiedere per un anno insieme ai loro figli. «In questa struttura le donne potranno consolidare la loro situazione economica e lavorativa, dando in questo modo anche più solidità alle loro vite», racconta Ercoli.

L’ultima casa è in realtà una villa a Fregene che si occuperà di ospitare donne vittime di tratta degli esseri umani con lo scopo dello sfruttamento sessuale. «Noi dell’associazione siamo da sempre impegnate nel contrasto alla tratta e agli sfruttamenti sul nostro territorio, collaboriamo anche con la commissione territoriale per i richiedenti asilo per far emergere le situazioni di tratta che colpiscono in particolare le donne, per quanto riguarda noi di Differenza Donna. Ci tenevamo tantissimo che le vittime di questa terribile forma di violenza potessero beneficiare di questa bellissima villa di Fregene che avrà quattro posti di primo livello, che prevedono una permanenza di un anno, e poi altri due posti in semi-autonomia» dice a Left Elisa Ercoli.

Il progetto, che farà da modello in tutta Italia, prevede di accogliere o aiutare ad uscire dalla violenza circa 1800 donne l’anno. Altro lato innovativo di questa iniziativa è che i finanziamenti sono tutti provenienti da donatori privati, senza alcun contributo pubblico. «Ikea, ad esempio, si è offerta di arredare gratuitamente le case entro il 31 marzo, in modo da renderle accessibili e operative a partire dal primo aprile» racconta Ercoli. Quello delle case confiscate alle criminalità è solo il primo passo: Differenza Donna pensa di ingrandire il progetto con l’aggiunta di altre case o anche di attività commerciali in cui coinvolgere le donne vittime di violenza. Una grande conquista per loro, un doppio smacco alla criminalità e al patriarcato.

Il paurismo in tv, un’arma di distrazione di massa

Nei giorni scorsi il Corriere della Sera, in vista del voto in Emilia, ha titolato “Sardine, la grande festa (e la paura) ” dove abbiamo letto: «Le paure si esorcizzano meglio sentendosi moltitudine … e di paura, tra il pubblico, ieri, ce n’era davvero tanta». Questo termine, la paura, si ripropone di grande attualità come categoria dell’analisi politica. Non solo per quanto le competizioni regionali di quest’anno che potrebbero fare scaturire sviluppi inattesi. Lo stesso Governo Conte due  è nato e poggia  buona parte della sua consistenza sul timore che una possibile tornata elettorale nazionale possa vedere avvantaggiata la Lega di Matteo Salvini, come molti sondaggi lasciano intendere. L’azione politica dunque estende i suoi perimetri verso dimensioni non più e non solo programmatiche, sulle proposte con le quali si ricerca il consenso e quindi il voto popolare ma verso i comportamenti individuali e collettivi, verso meccanismi complessi di diffusione e percezione della realtà, sull’uso di linguaggi e di “racconti” graniticamente mediatici, in altre parole fondati su un uso massiccio e intensivo della comunicazione audiovisiva. In questa chiave si può leggere la “fortuna” di chi ha saputo, forse per primo in Italia, utilizzare le nuove forme e gli strumenti di comunicazione elettronica meglio di molti altri. La combinazione di tecnologie, scelta dei contenuti, tempi di esposizione e modalità “narrative” sembra costituire la combinazione perfetta del nuovo manuale di comunicazione politica.

In questi termini si colloca, in primo luogo, la televisione. Nei giorni scorsi l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AgCom) ha segnalato per l’ennesima volta la violazione degli  obblighi imposti dalla Legge sulla par condicio. L’Autorità si è rivolta a Rai, RTI, La7 e Sky affinché  «provvedano ad assicurare nei notiziari un’immediata e significativa inversione di tendenza rispetto a quanto rilevato nel trimestre settembre-novembre 2019 … in particolare, i tempi fruiti da alcuni soggetti politici non sono risultati coerenti con le rispettive rappresentanze parlamentari». Il meccanismo è molto semplice: invadere lo schermo in ogni modo, circostanza e occasione a partire dai telegiornali anzitutto ma senza disdegnare l’intrattenimento e se necessario pure i documentari. Attenzione: il problema non è solo la persona (in questo caso Salvini che da solo ha occupato nei Tg due volte il tempo di Di Maio e tre volte quello di Zingaretti) ma il come, quanto e dove il “racconto” sociale, culturale  viene svolto. Ad esempio, il tema migranti non richiede un volto particolare per suscitare “timore” o allarme e non è necessario mostrare immagini “minacciose” per suscitare emozioni in grado di modificare la percezione del problema.  È sufficiente la continua, martellante, ossessiva riproposizione del problema stesso per farlo apparire, per essere percepito, come più rilevante rispetto ad altri. La televisione dunque costituisce il primo livello d’interazione tecnologica della comunicazione politica che, nella declinazione successiva, inserisce l’uso dei cosiddetti ”social”. Sempre più spesso, infatti, è facile vedere in un telegiornale l’inserimento di dichiarazioni provenienti da Facebook piuttosto che da Twitter. Quest’ultimo, in particolare, si presta perfettamente per l’uso televisivo: anzitutto per i tempi, dettati dal numero delle battute che si possono utilizzare, e poi per l’immagine che viene proiettata a supporto del testo, il tutto a costo pressoché zero.

Come abbiamo prima accennato, sembra che siano i telegiornali la preda più appetibile della comunicazione politica: vedi pure l’attuale contesa per la nomina dei direttori delle testate Rai, dove ogni schieramento partitico vorrebbe intestarsi una casella a sua immagine e somiglianza. Al contrario di quanto avviene per le testate giornalistiche stampate dove, per quanto si legge su YouTrend, hanno subito una drastica riduzione delle vendite: vedi esempio del Corriere della Sera, passato dalle oltre 620 mila copie nel 2003 a 212 mila nel 2018.

È in corso una mutazione genetica importante nella composizione del pubblico televisivo e nelle modalità di fruizione delle notizie: i giovani da tempo sono orientati a comporre una personale “dieta” informativa che non vede più la televisione al suo centro. I dati ci dicono che i giovani fino a 35 anni  s’informano e si documentano, verificano e controllano i fatti, attraverso i cellulari, i tablet, il computer mentre gli “anziani” sono rimasti con telecomando adagiati sul divano di casa.

Interessante una notazione su Tik Tok, una nuova App oggi di grande successo, in particolare tra i cosiddetti “millennials”. Ancora una volta, il primo ad esplorare questo nuovo territorio come pure avvenne con Twitter (con il suo buon maestro Donald Trump),  è stato il leader della Lega che, seppure non raggiunge cifre di followers di grande rilievo ha colto il risultato di aprire il fronte della ricerca del consenso, del gradimento “simpatico” attraverso un linguaggio meta politico composto più di gesti e ammiccamenti che non di proposte. I pochi secondi a disposizione non consentono, infatti, la formulazione di un messaggio compiuto ma potrebbero essere sufficienti a renderlo più simile, umanamente più leggibile e quindi “vicino” a chi dovrebbe votarlo.

Questo il contesto mediatico della paura e di come possa essere utilizzata in modo scientifico, razionale e pianificato. Si tratta di una nuova “arma di distrazione di massa” dai potenziali devastanti, nell’intensità e nell’estensione. La politica ne ha fatto strumento “moderno”  e adattato ai nuovi paradigmi della civiltà contemporanea che poggia sulle immagini il suo capitello granitico. Alcuni anni addietro fu coniato il neologismo Paurismo. È di grande attualità e oggi potrebbe costituire un nuovo programma politico.

Per approfondire:

Gli italiani e le paure

Lo scorso ottobre Italiani.coop  (1) ha reso note le ultime rilevazioni sulle paure degli italiani sul Web effettuate attraverso le query di Google Trend ed emergono informazioni interessanti. Al netto dei timori privati o personali (animali, volare, il dentista o i clown) quelli riferiti ai sentimenti  più marcatamente “sociali” come la paura, la  gioia, la sorpresa, la rabbia, la tristezza e il disprezzo (vedi la classificazione di Paul Elkan) nel corso degli ultimi dieci anni hanno subito profondi mutamenti. Tra questi, il termine che ha avuto più attenzione  è stato esattamente la paura che da sola occupa più del 50% delle ricerche. Dal 2007 al 2019 il timore di perdere il posto di lavoro passa dal 3° posto al 25°, la paura del prossimo futuro scende di 6 posizioni mentre un timore associato, il cambiamento, sale dal 23° al 18 posto insieme alla solitudine che sale di una posizione rimanendo tra i timori più diffusi. La paura degli stranieri nonostante il grande clamore mediatico, rimane stabile in fondo alla classifica e si attesta dal 36° al 37° posto.

Pochi mesi dopo giunge la 53a  edizione del Rapporto Censis (2) dove ogni anno si fotografa la situazione del paese nelle sue principali connotazioni sociali, economiche, culturali e politiche. A proposito di paura si legge: “Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista” e più avanti “E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada”.

Una ulteriore informazione sulle paure degli italiani  si può trarre  da alcuni dati forniti dal Ministero degli Interni  (3) a fine maggio dello scorso anno: “-9,2% i reati in generale in Italia, -15% gli omicidi, le violenze sessuali e i tentati omicidi. In calo anche le presenze di stranieri in accoglienza -31,87%: dalle 170mila al giorno, rilevate al 13 maggio 2018, alle 115.894 conteggiate al 13 maggio 2019”.

Infine, interessante riportare i numeri proposti dalla ricerca Demos&Pi lo scorso anno (pubblicato sul sito di AgCom) dove vengono confrontate le serie storiche degli ultimi dieci anni dove si legge che mentre rimane pressoché stabile l’insicurezza globale (ambiente e natura, guerra, alimentazione e globalizzazione) scende di rilievo l’insicurezza legata alla criminalità (furti, rapine aggressioni etc). più dettagliatamente: le fasce di età maggiormente “preoccupate” sono comprese tra i 25 e i 54 anni e i temi più avvertiti e in crescita sono quelli sull’ inefficienza e corruzione politica  seguiti dalla criminalità. (4)

(1) https://www.italiani.coop/una-cronaca-che-fa-paura/

(2) sintesi 53° Rapporto Censis  http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

(3) https://www.interno.gov.it/it/notizie/reati-92-3187-presenza-stranieri-i-dati-2019-viminale

(4) http://www.demos.it/2019/pdf/49772019_rapporto_sicurezza_demos_unipolis.pdf

Un bullo di quartiere al citofono

Oggi di buongiorno tocca farne due perché l’ex ministro dell’Interno Salvini, probabilmente obnubilato dal digiuno, è riuscito a toccare il fondo ancora più in fondo del solito superando ogni potabile decenza mentre suonava al citofono di un privato cittadino colpevole, secondo le voci di quartiere, di essere uno spacciatore.

Un processo sommario e per direttissima in cui l’uomo dei pieni poteri si è attaccato al citofono come un venditore di scope elettriche accompagnato da una selva di telecamere e giornalisti plaudenti.

Qualche considerazione, veloce veloce: quanta vigliaccheria ci può essere nell’accusare in diretta di fronte a milioni di persone un uomo, dando nome e cognome, per sentito dire, accompagnato dalla scorta senza la quale Salvini non ha nemmeno il coraggio di lavarsi i denti (cit. il premio Campiello Andrea Tarabbia)?

Perché Salvini si attacca alla gola solo dei disperati e non citofona mai a un ‘ndranghetista (ce ne sono migliaia con sentenze passate in giudicato senza bisogno delle voci del condominio) chiedendogli «scusi lei è un mafioso?»

Perché Salvini non citofona ai poteri forti davvero forti come una multinazionale qualsiasi che devasta la nostra economia chiedendo «scusi, lei è un evasore?»

Perché Salvini teme i suoi processi, si inventa nuovo Silvio Pellico, e intanto sputa addosso agli altri addirittura le sentenze?

Perché le forze dell’ordine si prestano a insozzare la divisa seguendolo nelle sue scorribande?

Perché i giornalisti non si rendono conto che tutto questo orrore è ingrassato dalla nostra indignazione ma è tenuto in vita dal loro servilismo? Perché nessun giornalista ha messo Salvini di fronte alla brutalità del suo gesto piuttosto che farne la corte?

E soprattutto perché Salvini se la prende solo con i disperati, meglio se stranieri?

Perché quella è la sua dimensione, solo quella: il pubblico ubriaco di cattivismo, le telecamere, il condominio. La sua dimensione è quella del bulletto di periferia. Che vorrebbe essere Presidente del Consiglio.

Buon mercoledì. Ancora.