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Le epidemie nella storia umana: la peste di Atene

Il virus cinese sta spaventando il mondo, si teme una diffusione pandemica. Si torna a parlare delle epidemie storiche, da quelle del secolo passato a quelle dell’antichità.
Uno dei principali fattori del calo demografico di un popolo in certi periodi storici avvenne per il gran numero di morti sui campi di battaglia e nelle città assediate o quelli deceduti a causa di un’epidemia. Se i due eventi malefici avvengono contemporaneamente è una catastrofe.

A proposito delle rievocazioni della prima guerra mondiale (1915-18) a cento anni da quegli avvenimenti bellici con il loro carico di distruzioni e perdita di vite umane, devono essere ricordati quanti perirono per la diffusione dell’influenza detta “spagnola”. Nell’autunno del 1918 mentre si stipulavano gli armistizi fra vincitori e vinti si ebbe l’acme della letalità di quel terribile virus influenzale diffusosi già nei mesi precedenti. Quell’anno fu definito horribilis perché il virus influenzale interessò sia i Paesi in guerra che gli altri e molti ritennero che ciò condizionò anche l’esito del conflitto perché numerose giovani vite, colpite dalla malattia, morirono e determinarono alcune sconfitte. Complessivamente quell’influenza provocò 40 milioni di morti, la più grave epidemia che abbia colpito il mondo in epoca storica recente.

Queste notizie riportano alla mente una famosa guerra dell’antichità, quella del Peloponneso (431-411 a. C.) fra Sparte e Atene, quando ai morti caduti in battaglia si aggiunsero quelli di un’epidemia ricordata come “la peste di Atene” (anche se moderni studi hanno stabilito che si trattò di tifo, o di altra malattia virale). Un narratore di eccezione di questo lungo conflitto fu lo storico greco Tucidide che lo descrisse cominciando fin dall’inizio quando «previde che sarebbe stata importante, la più notevole tra le precedenti». Lo deduceva dalla preparazione dei belligeranti, e dal fatto che «vedeva il resto dell’Ellade unirsi agli uni o agli altri; parte immediatamente; parte nelle intenzioni». Convinto che scrivere storia del passato fosse difficile per mancanza di documenti sicuri, preferì scrivere su una guerra di cui fu contemporaneo.

Nel Proemio dell’opera getta le basi della moderna storiografia scientifica, si addentra nell’analisi comparativa delle testimonianze, grazie al quale cerca di arrivare alla più esatta ricostruzione critica degli avvenimenti: «Quanto ai fatti veri e propri svoltosi durante la guerra, ritenni di doverli narrare non secondo le informazioni del primo venuto, né secondo il mio arbitrio, ma in base alle più precise ricerche possibili su ogni particolare, sia perciò di cui ero stato testimone diretto, sia per quanto mi venisse riferito dagli altri». Altrettanto rigorose sono le sue dichiarazioni programmatiche all’inizio della descrizione della peste ateniese che colpì per primi gli abitanti che vivevano presso il porto del Pireo.

Pericle diede l’ordine di far rifugiare gli ateniesi e gli abitanti dei borghi vicini dentro le mura di Atene. La sovrappopolazione e la scarsa igiene causarono la diffusione della pestilenza. La propagazione del morbo fu senza eguali. Prima di descrivere questa calamità lo storico premette: «Dirò di che genere essa sia stata, e mostrerò quei sintomi che ognuno potrà considerare e tener presenti per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse una seconda volta. Giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati».

La pestilenza e i successi degli Spartani vennero interpretati dal popolo e anche dai soldati opera di Apollo; il dio si era schierato dalla parte degli Spartani e combatteva al loro fianco. Tucidide si rifiutò di credere a tali superstizioni, non concesse alcuno spazio all’intervento degli dei, ma decise di seguire un ragionamento di tipo scientifico, indagando sulle cause, sulle forme in cui si presentò questa pestilenza nella quale morì anche Pericle, e la descrisse in modo impressionante con tensione narrativa, non priva di umanità, con un linguaggio medico e realistico: «Senza alcuna motivazione visibile, all’improvviso, le persone venivano prese da vampate di calore alla testa, arrossamento e bruciore agli occhi. La gola e la lingua assumevano subito un colore sanguigno, ed emettevano un odore strano e fetido. Dopo questi sintomi sopraggiungevano starnuti e raucedine, e dopo non molto tempo il male scendeva al petto con una forte tosse; e quando raggiungeva lo stomaco provocava spasmi, svuotamenti di bile e forti dolori. Nella maggior parte dei casi, si manifestava anche un singhiozzo con sforzi di vomito che generavano violente convulsioni. Il corpo era rossastro, livido, sparso di pustole e ulcere».

Inutili furono quei rimedi contro le malattie, cui si ricorreva fin da tempi lontanissimi: consultare gli oracoli, pregare nei templi, sacrificare animali. Quel morbo destinato a segnare il declino di Atene, colpiva con una violenza maggiore di quanto potesse sopportare la natura umana. Si mostrò diverso da uno dei soliti mali. La gente moriva perché nessun organismo, pur forte, era sufficiente a combattere quella malattia. I medici non riuscirono a diminuire il numero delle vittime, non solo per le tecniche inadeguate, ma anche perché erano i primi a morire per il contatto con i malati e i morti.

Tucidide descrisse le conseguenze di questo atroce contagio anche sul piano morale e del costume. Con l’alternarsi della paura e della speranza, venne meno la solidarietà fra gli stessi amici e parenti, la diffusione del male abbrutì e si violarono leggi umane e divine: «L’epidemia diede il segnale al dilagare dell’immoralità in Atene. Gl’istinti, prima nascosti, si sfrenarono dinanzi allo spettacolo dei rapidi cambiamenti: ricchi subito morti, nullatenenti a un tratto ereditieri. La vita e il denaro avevano agli occhi della gente lo stesso effimero valore. Si voleva godere materialmente e in fretta … nessun timore divino, nessuna legge umana li tratteneva … prima che scoccasse l’ora valeva la pena aver vissuto».

La descrizione della peste di Tucidide è un grande affresco di un realismo crudo. In un crescendo drammatico davanti agli occhi del lettore scorrono visioni di una città in preda alla devastazione morale e materiale, immagini di uccelli e quadrupedi che si cibano di cadaveri insepolti ammucchiati gli uni sugli altri; di uomini e donne che vagano nelle strade in cerca di acqua fino a gettarsi nei pozzi presi da sete insaziabile, o a denudarsi perché i loro corpi coperti di pustole non sopportano neppure il rivestimento di abiti leggeri; di alcuni che sfiniti si gettano sul fuoco dove ardono i cadaveri; immagini di morenti abbandonati da tutti per paura del contagio perché il morbo ha prodotto la perdita della pietas anche per i morti o i morituri.

La narrazione è priva di artifici retorici, rapida, asciutta, incalzante ma senza lacrime, la commozione del lettore nasce dalla suggestione che lo scrittore ha ispirato con la sua silenziosa umanità di fronte alla tragedia di una città e dei suoi abitanti, dalla tristezza austera con la quale descrive le sorti e le sventure dei popoli. Hegel scrisse che «l’opera di Tucidide rappresenta il vantaggio che l’umanità ha avuto dalla guerra del Peloponneso».

A thorn in the Guardians of religion’s side

An Iranian woman walks past members of an Iranian band Lahzeha playing music on a sidewalk in Tehran on October 8, 2019. (Photo by ATTA KENARE / AFP) (Photo by ATTA KENARE/AFP via Getty Images)

«Do not call it Islamic Republic of Iran but Islamic Republic in Iran». Sitting at a coffee bar table five Iranian students, in Italy for a few months, thus speak of the government that “occupies” their country, they emphasize that. They are debating the name to be given to their association. They want to spread what is going on in Iran, ask for freedom for prisoners and the birth of a democratic government.

«Protests in Iran are not just about rising gas prices – one of them tells us – these protests have been around for 40 years». The Iranian revolution led to the birth of the Islamic republic in 1979 but the dream of revolutionary change was disappointed. The anger of the Iranians is addressed to a government that, like the previous ones, in forty years has led to inflation, to the privation of freedom and above all a policy based on religious dictatorship. And whoever opposed he was taken prisoner and massacred.

The uprising started on 15 November. In the very few videos circulating on the net, nobody asked that the price of gasoline be lowered, as we read in the main international mainstream media. What people wanted was the end of the regime. From the city of Mashhad, the protest spread to the rest of the country. «Iran is like a big prison – explain the guys – and the capital is controlled by millions of cameras and by the Basij sepah, the Guardians of the revolution, a militia with deep ideological faith that over the years has taken power within the State, they arrive already an hour before any protest erupts, they are armed. This is why the protests have started outside Tehran».

On November 17, Iran’s supreme leader Ali Khamenei expressed his support for the government, calling the demonstrators “criminals”, accusing them of conspiracy and being manipulated by the United States. «This shows how stupid they believe we are and how little they are interested in people’s situation, or perhaps they know it but they don’t care» says one of the students. A few hours later, Basij added that he would do everything he could to restore security and stability in the country, and this translated into a violent crackdown on protesters.

According to Amnesty International, more than 143 people would have been killed during the protests but the real number is thought to be at least double. It fired directly on the protesters and thousands of people were arrested. The injured from the hospital were taken directly to prison. Many of them died during transportation. Schools were used as prisons. «There are so many prisoners that cells are not enough. They mainly use girls’ schools because they are surrounded by very high walls».

Some protesters have been killed, or rather “executed”, as announced by the government, others will be tortured as happened ten years ago. «I was in prison for two weeks» says one of our interlocutors. He is the oldest in the group of students to speak, in his early thirties: «Ten years ago we protested in front of the Parliament to denounce the electoral fraud in the presidential elections. They took us to a school, we only heard their voices because they had blindfolded us. Everyday “the inspectors” came to interrogate us, they held us against the wall with our hands tied behind our backs. They do all this to scare people and push them to silence». Silencing protests is the government’s strategy, so the internet was shut for several days on 17 November.

The Supreme National Security Council, President Hassan Rouhani and the Supreme Leader made the demonstrators shut up in this way too. Interviewed by Al Jazeera, the executive director of netblocks.org, Alp Toker, said that there was a total blockade of the internet for 80 million people using filtering and total shutdown. «We didn’t know if our families or friends were alive». The youngest girl in the group is 19 years old, she is an only child. «When I was able to contact my family, I called them continuously to ask only if they were alive». «At night, alone, I smoked a cigarette and cried» adds one of the guys.

«When I was able to contact my family, they asked me to be silent. They were the ones who worried about me. The Iranian government threatens who tells what is going on in my country. If I go back, they will arrest me. My mother is worried about me, I am seriously worried about my brother. It is a chain of fear but we cannot be silent» and while he tells, at times he is short of breath and saliva. «I have to go back to Iran at least once. My family is still there. I miss sleeping in my bedroom».

The two girls from the group show their passports, in their pics they wore the hijab. «We look older in the pics», they laugh. One of the girls now has perfectly wore a black line on her eyes and has very long, black hair, here in Italy she can show it. «In Iran women must remain hidden. You cannot choose your clothes, how to wear makeup. I am an artist, I,’m studying sculpture. For me taking the freedom to expressing myself is essential. I know I will never be able to return to Iran because they called for my family and told them they know about my protests here».

The other girl has hair regrowth and braces on her teeth. When I was in Iran, I was arrested because I went around with bleached blonde hair and the clothes I decided to put on. They told me I was a “criminal”. The students look at their peers at the other tables in the bar we are sitting and they wonder why it is illegal to embrace each other in Iran, walk among friends of different sexes if you are not married, homosexuality, being atheists, music. We claim democracy, people’s dignity, freedom. Which name is easier for you Italians to pronounce? They propose some names, in the end they decide that their association will be called Damavand, the name of an important mountain in Persian mythology. It is the symbol of the Iranian resistance against despotism and the domination of foreign occupation.

* Traduzione a cura di Anna Frollano

Ma anche se fosse, caro presidente Fontana?

Foto Stefano De Grandis - LaPresse 15-01-2019-Milano ITA - CRONACA Seduta Consiglio regionale Palazzo Pirelli nella foto: il presidente Attilio Fontana

Una delle caratteristiche di quest’epoca di bullismo politico spacciato come marketing dell’uomo forte è quello di pronunciare frasi imbecilli che mostrano la caratura di chi le pronuncia con la leggerezza di chi ha avuto una grande intuizione. Alla luce del risultato elettorale in Emilia Romagna (che evidentemente brucia parecchio dalle parti dei leghisti) il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana (lo so, lo so, non vi ricordavate più di lui, tranquilli, normale) si è lanciato in un articolato pensiero politico: «Era difficile – ha detto Fontana -, per la sinistra era l’ultima ancora di salvezza, è stata fatta una mobilitazione degna dei tempi andati, si è vista in tv gente di più di 100 anni portata ai seggi, disabili accompagnati con i pulmini, una mobilitazione per salvare quel che resta di un’idea che ormai è svanita».

Prendiamoci una pausa: Fontana è lo stesso che due anni fa, in campagna elettorale proprio in Lombardia, affermò con candore: «L’Italia non può accogliere tutti i migranti perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte: dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società debba continuare a esistere o debba essere cancellata». Al tempo venne (giustamente) mandato a quel Paese praticamente da tutti e lui si difese parlando di un “lapsus”. Beato lui.

Questa volta però l’idea degli “anziani e dei disabili” che siano “scarti” che non dovrebbero essere “disturbati” per votare e che comunque abbiano voti che contino meno dei sani riflette in pieno l’idea di una certa superiorità di alcune persone rispetto a altre, quella volta per colore della pelle e questa volta invece per condizioni di salute. Insomma esiste per Fontana (e per parecchi leghisti) un’idea di normalità che si traduce in un cittadino tipo che dovrebbe avere più diritti degli altri e possibilmente anche meno doveri.

Dico, davvero serve altro? Perché per smutandare Fontana basterebbe chiedergli: “E anche se fosse che gli anziani e i disabili abbiano votato per Bonaccini?”. E lui rimarrebbe zitto. Parlerebbe di lapsus. La butterebbe in caciara. Come al solito. Eppure questa sua frase dice molto, moltissimo. Spiega tutto.

Ah, a proposito: tra i giovani il 60% ha votato Bonaccini. Diteglielo a Fontana.

Buon mercoledì.

La svastica sulla Memoria

Serve un evento che plasticamente racconti l’aria intorno a questa Giornata della Memoria appena trascorsa qui in Italia nel 2020? Ecco qui: a Rezzato, Brescia, Madiha, una barista italiana di origine marocchine che sconta la colpa di avere una pelle più scura, ha ritrovato il suo bar Casblanca con la vetrina distrutta e il pavimento insozzato da insulti razzisti. C’era anche una svastica e siccome i fascisti sono anche cretini (è una legge matematica: non tutti i cretini sono fascisti ma tutti i fascisti sono dei cretini) l’hanno disegnata al contrario. Imbecilli.

L’evento fa il paio con la scritta comparsa nella notte tra il 23 e il 24 gennaio sulla porta dell’abitazione dell’ex staffetta partigiana Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck come politica ma testimone dell’Olocausto.

Gente che piscia sui luoghi della memoria perché inquinare la memoria e la storia è l’unico atto politico di cui sono capaci, inetti come sono a scrivere una loro storia che non sia solo odio e violenza. Dei falliti che hanno la fortuna di questi tempi di essere trattati come degli imbecilli quando sono dei veri e propri criminali, sono la coda lunga della merda che ha coperto la civiltà nei suoi anni peggiori.

«Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò disprezzo, temo e odio gli indifferenti. Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice»: l’ha scritto Liliana Segre, un’altra colpevole di essere sopravvissuta.

Se volete un termometro di questo tempo vi basta sfogliare la cronaca nera, putrida e turpe, che ci arriva regolarmente dagli angoli d’Italia. Una svastica sulla Memoria nel giorno della Memoria è qualcosa che non avremmo mai creduto di dover raccontare. E invece siamo arrivati fin qui. E quelli continuano a dirci che esageriamo, noi, a notare il sudiciume.

Buon martedì.

Chi ha vinto davvero in Emilia Romagna

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-01-2020 Roma Politica Conferenza stampa di Nicola Zingaretti sull' esito delle elezioni regionali Nella foto Nicola Zingaretti Photo Roberto Monaldo / LaPresse 27-01-2020 Rome (Italy) Press conference by Nicola Zingaretti on regional elections In the pic Nicola Zingaretti

Il risultato delle elezioni amministrative in Emilia-Romagna e in Calabria ci regala una fotografia nuova dello scenario politico nel Paese. Non c’è dubbio che Salvini abbia registrato la sua prima sconfitta, nata da una serie di errori che è riuscito a mettere in serie uno dopo l’altro: una tracotanza senza precedenti, un comportamento provocatorio aggressivo e discriminatorio, una sfacciataggine finita per risultare antipatica a molti. Per certi aspetti un atteggiamento – se pensiamo alla citofonata al cittadino di origine tunisina accusato senza ragione di essere responsabile della “piazza” di spaccio del quartiere Pilastro a Bologna – anche violento e pericoloso.

Ma non solo. Pensiamo alla montatura mediatica costruita a Bibbiano, dove c’è stato chi ha messo da parte la politica per dedicarsi allo sciacallaggio, alla falsificazione della realtà operata e alle accuse infondate dirette al naturale percorso della giustizia. Eppure, proprio a Bibbiano si è consumata una delle sconfitte più brucianti per la destra, staccata di venti punti da Bonaccini. Una vittoria, quella nel comune simbolo di questa infuocata campagna elettorale, anche dello stesso Partito democratico che a sua volta ha staccato la Lega di dieci punti confermandosi davvero “il partito di Bibbiano”.

Per molti versi allora possiamo dire che ci troviamo di fronte ad una vittoria anche e soprattutto dei dem e del loro segretario Zingaretti. Non solo a Bibbiano, ma anche in Emilia Romagna il Pd si attesta primo partito assoluto, sopra la Lega, così come in Calabria, dove pur registrando la sconfitta netta del centro sinistra, si conferma la forza politica con il consenso più alto.

Se allora il “Conte 2” può far valere un merito è certamente, sempre dal punto di vista del Pd, quello di aver ridato in mano al principale partito del centrosinistra nel Paese il pallino del dibattito politico, quello che un tempo si sarebbe chiamato “discorso pubblico”. Solo pochi mesi fa sarebbe stato impensabile, mentre poco più di anno fa qualcuno parlava addirittura della fine dello schema “centrodestra – centrosinistra”, sostituito nel suo secondo polo dal Movimento 5 stelle, considerato l’unico antagonista alla destra sovranista di Salvini.

Proprio il Movimento 5 stelle segna invece, con questo passaggio elettorale, la fine della propria ascesa, costretto a fare i conti con: un corpo organizzativo disgregato, un leader dimissionario, la necessità di riformarsi e ripensarsi.

Infine, c’è il dramma della sinistra radicale, quella che un tempo poteva essere definita “sinistra d’alternativa”, che si ferma su percentuali irrilevanti, arrivando a poco più dell’1% sommando ben tre liste – L’altra Emilia, Potere al Popolo, Partito comunista – senza prendere alcun seggio e soprattutto rimando fuori dal dibattito politico. Se la lista più a sinistra, Emilia Romagna Coraggiosa, ecologista e progressista, in sostegno a Bonaccini raccoglie un discreto risultato, fuori dallo schema del centro sinistra coalizzato per fermare l’arroganza dell’ex ministro degli Interni le tre liste citate non trovano alcun spazio e consenso, incapaci di far valere il proprio ruolo.

Se il Pd è davvero il principale vincitore, lo è però non in quanto capace di proposte convincenti e forse, neanche per il buon governo del territorio che in questi anni è riuscito comunque a garantire. Chi ha vinto questa tornata è stato chi è riuscito a mettere in campo l’“organizzazione”, chi è riuscito a rimettere in moto un processo partecipativo che ha visto il coinvolgimento di migliaia e migliaia di uomini e di donne che si sono sentiti di nuovo partecipi.

Certo è importante sottolineare il contributo del movimento delle Sardine, ma è il ritorno dei corpi intermedi che segna il cambio di passo. Il partito come forza organizzativa, capace di coinvolgere, aggregare, trasformare l’elettore in protagonista attivo.

Ecco il compito della sinistra tutta, in particolare di quella incapace da troppi anni di ricostruire intorno a proposte e idee, una forza incisiva e riconoscibile. Ritorna quindi prepotentemente all’ordine del giorno, la necessità della ricostruzione di una soggettività politica ampia e inclusiva capace di interloquire con tutte le forze diffuse della sinistra: partiti, sindacati, associazioni, realtà organizzate. Senza veti, superando ogni ostacolo, rilanciando temi e proposte politiche, rimettendo in connessione le persone non attraverso la democrazia diretta, ma ricostruendo le organizzazioni come spazio di confronto e partecipazione attiva. Sta qui la chiave non solo per sconfiggere la destra nel Paese, ma anche per ricostruire uno spazio di sinistra che possa rappresentare un pezzo di società e contribuire a trasformarla, senza rischiare di essere fagocitata nei percorsi condivisi o di finire per rappresentare lo zero virgola alla prossima tornata elettorale.


* Lorenzo Ballerini è consigliere comunale a Campi Bisenzio (Fi) per la lista Campi a Sinistra

Niente, scherzavano

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse 24/01/2020 Ravenna , Emilia Romagna - Italia politica Elezioni Emilia Romagna 2020, il leader della Lega Matteo Salvini in piazza del Popolo a RavennaNella foto: Matteo Salvini con Lucia BorgonzoniPhoto Stefano Cavicchi/LaPresse 24/01/2020 Ravenna , Emilia Romagna - Italy Politics Emilia-Romagna in regional elections. Matteo Salvini in RavennaIn the picture: Matteo Salvini and Lucia Borgonzoni

C’è qualcosa di inebriante nelle elezioni regionali che vengono ribaltate sul piano politico nazionale per accreditare eventuali crisi e ribaltoni: se non vanno come dovevano andare nei progetti di qualcuno diventano subito un “l’importante è partecipare”, “ce la siamo giocata” e altre amene sciocchezze del genere.

Salvini aveva promesso di liberare l’Emilia Romagna e poi prendersi l’Italia e invece l’Emilia Romagna si è liberata di lui e l’Italia continua ad avere un governo come sancito dalle elezioni che riguardavano il Parlamento perché no, non è sempre tutto campagna elettorale e no, non è obbligatorio votare ogni volta che qualcuno recrimina facendo casino. Però alcune osservazioni vale la pena farle.

Il Partito democratico risorge proprio nel momento in cui si era dichiarato morto. Con poco tempismo Zingaretti aveva annunciato il fallimento del progetto Pd e per tutta la sera ieri ha detto “viva il Pd!”. Forse, semplicemente, fare campagna elettorale sui contenuti senza preoccuparsi dei fuoriusciti rende tutto molto più interessante e forse qualcuno dalle parti del Nazareno può cominciare a rendersi conto che le questioni ombelicali (e i fuoriusciti con percentuali ombelicali) interessano poco e a pochi. Ora si potrebbe anche fare qualcosa al contrario rispetto a Salvini anche nelle politiche, i decreti Sicurezza, ad esempio, che dite?

Il Movimento 5 stelle (quelli che puntavano al 51%, ve lo ricordate?) affondano e forse sarebbe il caso che si occupino degli elettori oltre che dei quadri dirigenti. Di Maio ha abbandonato la nave prima dello schianto (tempismo perfetto) ma si ritrova anche lui l’acqua in cabina. Ora l’errore che può fare è quello di illudersi di pesare anche nel Paese reale per i parlamentari che si ritrova (e che diminuiscono in continuazione): lo faranno, sicuro.

Salvini l’ha messa sul personale, Bene, bravo, bis. E ieri si è riscoperto moderato. Bene, bravo, bis. Ora ci dirà che ce l’hanno tutti con lui, vedrete. Intanto il centrodestra che non vede l’ora di ammazzare Berlusconi deve fare i conti con Berlusconi che stravince in Calabria.

Poi c’è un dato generale: chi perde dice che ha alzato i toni ma stava scherzando, chi vince dice che ha vinto dappertutto e invece non è vero. Chissà però se ora accada tutto quello che non accadeva perché bisognava aspettare le elezioni regionali in Emilia Romagna. Siamo qui.

Buon lunedì.

Questo qualcosa davanti a me

Falthauser, Lindner, Mennecke, Hebold

Nel libro Se questo è un uomo Primo Levi riporta il colloquio, ad Auschwitz, con un certo dott. Pannwitz. Se Levi fosse riuscito a entrare nel laboratorio chimico diretto da Pannwitz, le sue probabilità di sopravvivenza sarebbero aumentate di parecchio. Era perciò una selezione che decideva su vita (non garantita) o morte (certa). Levi, in piedi davanti alla scrivania, descrive così lo sguardo con il quale Pannwitz lo scrutò: «Questo sguardo non corse fra due uomini. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri diceva: Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile».

Levi riuscì a richiamare le sue conoscenze della chimica; alla fine dell’esame egli contempla «istupidito e atono la mano di pelle bionda che, in segni incomprensibili, scrive il mio destino sulla pagina bianca». Non sapremo mai che cosa provò una signora viennese quando, pochi anni prima, dovette affrontare una situazione del tutto simile. Klara B. rischiava la vita per due motivi indipendenti: era ebrea ed era una paziente psichiatrica. Di lei è rimasta solo una di quelle schede che, a partire dal 1940, gli istituti neuropsichiatrici in Germania e Austria riempivano per ogni degente. La valutazione conclusiva di queste schede era affidata a un comitato di periti esterni, tutti psichiatri rinomati, per i quali costituiva un’ambita fonte di guadagno aggiuntivo.

La Signora Klara, di anni 31, sarà stata convocata da uno o due di loro che si erano recati presso il manicomio, per un colloquio di qualche minuto appena. Sulla scheda già compilata, il direttore del manicomio le aveva attestato una “schizzofremia” – la segreteria dell’Istituto non padroneggiava i termini tecnici. Contrasta, con questa incertezza ortografica, la sicurezza con la quale appare, poche righe sotto, la parola unbrauchbar, inutilizzabile. Klara B., così recita la scheda, non è neppure adatta a fare lavori di pulizia. Riassumendo: per la clinica, la signora era incurabile e un’esistenza zavorra.

Seguì veloce la condanna a morte, decretata da quattro segnetti “+” in fondo alla pagina, distrattamente buttati lì dai periti esterni. Erledigt, fatto. Da lì a poco, la signora Klara sarebbe stata deportata in in una delle prime camere a gas della Germania nazista, costruite appositamente per le 70mila vittime dell’Operazione T4. A questa cifra si aggiungono altri 130mila pazienti psichiatrici che furono invece uccisi “a casa loro”, all’interno degli stessi manicomi.
Nel 2014 la Società tedesca di psichiatria allestì un’estesa mostra sulla storia di questa persecuzione, e dal 2017 l’adattamento italiano di questa mostra, arricchita di una sezione sulla psichiatria italiana durante il fascismo…

La mostra “Schedati, perseguitati, sterminati” sarà dal 31 marzo al 30 aprile presso la sede della Provincia di Treviso

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

SOMMARIO

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El Greco, il ribelle

È un impressionante viaggio nell’universo di El Greco quello che il Grand Palais offre fino al 10 febbraio. Un vorticoso percorso che corre di sala in sala, in un susseguirsi di prospettive inaspettate, fino all’apice de L’apertura del quinto sigillo dell’Apocalisse (1608-1614). Davanti a noi un tripudio di colori brillanti, di forme e figure umane allungate che ardono come torce nella notte, una ridda di visioni, mentre santi e predicatori in primo piano catturano il nostro sguardo con piedi leggeri sulla terra pietrosa, mantelli troppo grandi che avvolgono i loro corpi nudi, mani eleganti e volti di madreperla che non hanno nulla di serafico, ma anzi si rivolgono increduli, inquieti e restii alla chiamata divina.

Il cardinale Guevara

Fin dai suoi esordi cretesi, il talento di El Greco si palesò in opere eterodosse nate all’incrocio di culture diversissime fra loro, nel segno di una originale contaminazione. Nella sua arte si ritrova la memoria delle icone bizantine, abbaglianti di oro e di riflessi, in mezzo alle quali il pittore di origine cretese era cresciuto e si era formato. Ma si rintraccia anche il fascino del colorismo veneto assimilato e ricreato in modo personalissimo dopo un soggiorno veneziano che, dal 1567, lo portò a conoscere da vicino l’opera di Tiziano e di Tintoretto, dal quale El Greco mutuò la tensione mistica e lo studio della luce simulando scorci inediti con modellini di argilla. In alcuni dipinti pare di scorgere anche qualcosa del tanto vituperato Michelangelo, di cui a Roma il pittore cretese si offrì sfrontatamente di ridipingere il Giudizio universale, facendosi così cacciare dai Farnese.

Fu la sua fortuna, perché rifiutando la nitida e precisa pittura tosco-emiliana, andandosene dall’Italia, El Greco incontrò la più notturna tradizione spagnola. Non tanto alla corte di Filippo II quanto nella piccola e arroccata Toledo, dove esplose il suo genio, guardato con sospetto dai committenti controriformisti per il suo dispiegarsi ardito in un teatro delle emozioni ai limiti dell’eterodossia. Al Grand Palais tutta questa sua bruciante e solitaria traiettoria è ripercorsa in modo spettacolare in saloni bianchi che si aprono l’uno sull’altro senza soluzione di continuità.

Dopo le celebrazioni per i quattrocento anni dalla morte in Spagna questa esposizione parigina curata da Guillaume Kientz con una settantina di opere provenienti da Paesi lontani fra loro – dall’Ungheria agli Usa passando per la Spagna – è di gran lunga la più completa e avvincente fra le tante dedicate negli ultimi anni a Domínikos Theotokópoulos (1541-1614) detto El Greco.

Curiosamente questa è la prima importante retrospettiva che la Francia dedica a questo artista visionario che – dopo secoli di oblio – fu riscoperto nell’Ottocento (anche grazie a Théophile Gautier e a Delacroix) ed esercitò un fascino fortissimo su Cézanne (basta confrontare le sue Bagnanti con l’ Apocalisse di El Greco proveniente da New York) ma anche su tanti protagonisti dell’avanguardia novecentesca.

Fin dalle prime sale, la mostra intitolata semplicemente Greco ne sottolinea l’eclettismo, caratteristica che lo accompagnò dagli esordi con opere sorprendenti come la piccola tempera con San Luca che dipinge la Vergine qui esposta ad incipit del percorso espositivo. Era capace di passare da ritratti di acuta penetrazione psicologica a opere di carattere storico e monumentale orchestrando innumerevoli figure come nella inamovibile Sepoltura del conte di Orgaz, che si trova nella piccola chiesa di Santo Tomé a Toledo.

Quanto ai ritratti al Grand Palais, fra i moltissimi raccolti, spiccano in particolare il Ritratto del fratello Hortensio Félix Paravicino (1609-1611, prestito del Museo di Boston) per la bella e umanissima malinconia e il Ritratto del cardinale Niño de Guevara che al contrario colpisce per la freddezza lucida da inquisitore, con le labbra serrate e la mano aggrappata al bracciolo. Un gesto che evoca il ritratto di Giulio II di Raffaello e che ispirò Velàzquez per il suo Innocenzo X, poi tradotto in chiave feroce da Bacon.

Su una parete isolata scorgiamo la sequenza in più varianti, de Il ragazzo che soffia sul fuoco, a partire dalla prima versione veneziana ispirata a una favola popolare fino a quella del 1585 e proveniente dall’America. Al centro della tela c’è un adolescente con un tizzone nella mano sinistra. Nel primo è solo, in primo piano, il volto violentemente ma sottilmente illuminato dal carbone che brucia: è un prodigio naturalistico, in chiaroscuro, che quasi pare annunciare Caravaggio, che sarebbe nato due anni dopo.

Ma dove El Greco non trova davvero paragoni è la fiammeggiante irruenza dei quadri del periodo iberico dove ogni impalcatura razionale e prospettica viene meno. Dopo il suo trasferimento a Toledo si dischiuse un universo pittorico popolato da perenni adolescenti dalle braccia e dai colli lunghi, dai corpi acerbi, sproporzionati, che lasciano trasparire un mondo interno animato da una tempesta di emozioni. La sua poetica ricca di distorsioni spaziali ed “espressioniste” fu però stigmatizzata dai suoi detrattori come frutto di dimensioni patologiche, fu accusato di megalomania, di soffrire di allucinazioni. Vicenda annosa capitata anche ad altri artisti che si innamorarono della sua opera a cominciare da Cézanne le cui visioni, “a macchie”, baluginanti della montagna Sainte Victoire furono additate dall’invidioso Zola come frutto di un difetto della vista fisica. Nel caso di El Greco feroce fu soprattutto l’attacco dei tradizionalisti che condannarono come blasfemo il modo in cui allungava i corpi e, soprattutto, come li spogliava, contraddicendo i canoni religiosi dell’epoca. Per i liberali illuministi che nel Settecento si affacciarono sulla scena spagnola, al contrario, incarnava l’oscurantismo della Controriforma. Ciò che non volevano vedere era l’artista ribelle, l’uomo libero, iconoclasta rispetto all’arido e razionale realismo, l’artista che libera le forme delle loro catene, che dà forza al colore. Ma se razionalismo e ideologia resero ciechi e stupidi certi critici, per fortuna, la sensibilità artistica risvegliò l’interesse di Picasso all’epoca della rivoluzione cubista e delle Demoiselles d’Avignon, degli espressionisti e persino di Pollock.

 

 

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

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Più dignità per chi ha lavorato, please

A woman sits near Piazza Navona's Fontana del Moro in Rome, Thursday, Nov. 10, 2011. European Commissioner for the Economy Olli Rehn warned Italy it needs to further reform the pension system, and said that the 17-country eurozone could slip into "a deep and prolonged recession" next year as the debt crisis shows alarming signs of spinning out of control. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Carlo ha 58 anni, ha iniziato a lavorare nel 1987 come artigiano ma dopo 15 anni ha dovuto chiudere la sua attività, come tanti. Poi ha svolto una serie di lavori part time e tra questi alcuni in cooperative di servizi con appalti stipulati con enti pubblici. Chissà perché, però, le ore di lavoro erano di più rispetto al contratto, venivano anche pagate, ma i contributi rimanevano sempre quelli, rigorosamente al 50%. Tre anni fa ha ricevuto la famosa busta arancione dell’Inps con la previsione della pensione che prenderà nel 2029: mille euro al lordo, quindi 900 euro più o meno al netto. Ma Carlo tutto sommato è un privilegiato, pur avendo passato anni di semi-sfruttamento, perché ha cominciato a lavorare prima della riforma Dini del ’95 che ha introdotto il calcolo della pensione con metodo contributivo al posto di quello retributivo.

«I miei colleghi più giovani anche loro part time si troveranno in una situazione ben peggiore», dice. I compagni di Carlo fanno parte di quella massa indefinita di lavoratori che, tra periodi di disoccupazione, impieghi a tempo determinato, in appalto o subappalto, comunque precari, tra 20-30 anni riceveranno pensioni da fame, se non si interverrà in qualche modo.

«In pratica avranno una pensione abbondantemente al di sotto della soglia di povertà se non si interviene cambiando l’assetto pensionistico», dice Felice Roberto Pizzuti, docente di Economia e politica del Welfare State, che ha curato il rapporto E sempre più anziani soli tra 20-30 anni a stento basteranno a se stessi: un netto peggioramento rispetto ad oggi visto che, come fotografa l’Istat, oltre sette milioni di famiglie basano per tre quarti il loro reddito sulla pensione del nonno. Pizzuti in più di un’occasione ha parlato di «bomba sociale delle pensioni». Adesso, a inizio 2020, il tema sembra finalmente diventare centrale nel dibattito politico, anche per…

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

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Turpiloquio e attacchi alle sardine: Sgarbi e la destra hanno finito gli argomenti

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse 07/09/2019 Borgosesia (Vercelli) - Italia Politica Matteo Salvini a Borgosesia per inaugurare la fontanaNella foto: Matteo Salvini e Vittorio Sgarbi

Le Sardine ferraresi non hanno raccolto l’ennesima provocazione di Vittorio Sgarbi che qualche ore fa a Ferrara, in piazza Trento e Trieste, ha concluso la propria campagna elettorale emiliana passando quasi inosservato con poche decine di accoliti ad applaudirlo nella sua città. L’opinionista e critico d’arte è infatti candidato nella competizione regionale che si terrà domenica 26 gennaio nella lista di Forza Italia, a sostegno della aspirante governatrice leghista Lucia Borgonzoni.

Di recente, durante una puntata del talk show Piazzapulita, il critico ha rimproverato le Sardine biasimandole di non avere riferimenti ideologici. In sostanza, di non avere un’identità con cui interpretare la società attuale. E con supponenza ha sbandierato di fronte ad uno dei rappresentanti emiliani del movimento “ittico” presenti in studio, Lorenzo Donnoli, i suoi capisaldi: Croce, Einaudi, Gramsci e Gobetti.

Di sicuro Sgarbi dimostra di aver trattenuto ben poco del loro attivismo e di avere un’identità politica assai confusa, contraddittoria, altrimenti non si spiegherebbe la difesa accorata, ribadita dal palco ferrarese, di un Salvini che si permette di suonare un campanello altrui muovendo accuse infondate, né il silenzio di fronte alle dichiarazioni del vicesindaco di Ferrara, il leghista Nicola Lodi, che è arrivato a minacciare volgarmente i suoi avversari, e cito: «Vi faremo un culo così. Questo è un linguaggio istituzionale, segnatevelo, vi faremo un mazzo così». Senza inutili scuse Croce, Einaudi, Gramsci e Gobetti conoscevano profondamente i doveri delle istituzioni e di chi le rappresentava, e mai si sarebbero posti al di sopra delle regole, fingendo peraltro di farsi giustizia da soli o vantando una morale di facciata.

«Chi non ha competenza non può governare, chi non ha conoscenza non può fare il ministro», è stato uno degli slogan più gettonati da Sgarbi durante l’evento a sostegno della destra, così scomodando persino il pensiero crociano; ma forse Sgarbi non stava ascoltando la Borgonzoni, sua candidata e già senatrice della Repubblica, quando dichiarava candidamente di non è essere solita leggere.

Le elezioni regionali sono da sempre quelle con meno affluenza alle urne e Matteo Salvini si è giocato tutto nel tentativo di incitare emotivamente i cittadini meno informati, trattandoli alla stregua di una tifoseria. «Liberiamo l’Emilia-Romagna!» è uno slogan assurdo e fuori tempo massimo. Sgarbi, dal canto suo, insiste nel prendersela con le Sardine per sottrarre preferenze alla Lega che lo ha tollerato in coalizione. D’altronde, i like sulla sua pagina ufficiale sono direttamente proporzionali alle aggressioni verbali contro Mattia Santori e affiliati.

Non solo, Sgarbi è sceso in piazza mescolando tutte le sue “giacchette”: nel videoclip che annunciava l’evento odierno appariva il suo nuovo libro su Leonardo da Vinci, la locandina ammiccava al suo incarico da presidente della Fondazione Ferrara Arte grazie al quale porterà in loco una mostra dedicata a Banksy, e finalmente sul palco è riemerso il suo legame con Forza Italia. Non poteva mancare infine un passaggio accorato per la povera vittima che fu Craxi.

Ancora una volta durante le parabole di Sgarbi è prevalso il turpiloquio, la confusione ha avuto la meglio sulla chiarezza, come il sovrapporsi delle cariche che già ricopre; se dovesse piazzarsi in Emilia-Romagna in qualità di consigliere o persino di assessore regionale, chissà se rinuncerebbe alla poltrona da deputato, alla fascia da sindaco di Sutri e a quella da prosindaco di Urbino con delega alla cultura. O se piuttosto valuterebbe di continuarne l’accumulo, quasi fosse uno Stachanov delle pubbliche amministrazioni.


* Matteo Bianchi è un esponente del movimento delle Sardine di Ferrara