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La fake news dell’emergenza è un vero affare

Il 20 gennaio è stato aperto il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) a Macomer in provincia di Nuoro. Si tratta del nono in Italia, e si sa già che il decimo sarà operativo da marzo a Milano (v. Left del 31 gennaio 2020, ndr). L’apertura del Cpr è stata presentata dal governo regionale come una scelta importante per rilanciare l’economia locale e indispensabile per disincentivare il flusso migratorio dei giovani harraga dall’Algeria verso le coste della Sardegna sud-occidentale. Si tratta di una rotta attiva da quasi un quindicennio e che conta circa 750 arrivi nel 2019. È un fenomeno ben noto e nonostante i toni allarmistici puntualmente utilizzati dai media locali difficilmente può essere definito un’emergenza.

Il nuovo Cpr isolano è principalmente destinato a trattenere proprio questi giovani, ma anche tutti coloro che per vari motivi non possono rinnovare il proprio permesso di soggiorno senza aver commesso alcun reato o chi, dopo avere già scontato un periodo di reclusione sarà nuovamente privato della libertà in vista del rimpatrio. A oltre dieci giorni dall’apertura del Cpr non sappiamo con certezza quante persone vi siano già state trasferite. Per ora è mantenuto il più stretto riserbo ed è di fatto impossibile per la società civile monitorare gli arrivi a causa dell’imponente dispiegamento delle forze dell’ordine a protezione dell’intera area.

Il Cpr di Macomer è un ex carcere chiuso dal 2014 destinato a “ospitare” fino a 100 persone. La gestione è affidata alla Ors Italia, filiale del Gruppo Ors, una multinazionale già attiva in Svizzera, Austria e Germania. L’affidamento a privati della gestione dei Centri per stranieri comporta spesso il prevalere delle logiche di mercato e si traduce nella riduzione della qualità dei servizi erogati e nella frequente violazione del rispetto dei diritti fondamentali delle persone ristrette. Questi timori sono alla base di un’interrogazione parlamentare del deputato Leu Erasmo Palazzotto che ha chiesto più controlli in particolare sulla Ors, affinché sia verificato il reale possesso dei requisiti richiesti per la gestione dei centri di grandi dimensioni e che l’obiettivo di massimizzazione del profitto non vada a discapito dei migranti e dei contribuenti.

Macomer è un Comune simbolo del fallimento della politica industriale sarda e luogo da cui in media fugge un abitante ogni due giorni e mezzo. L’annuncio dell’apertura del Cpr è stato accolto dagli amministratori locali come occasione di sviluppo per il territorio. Sperano infatti di far ripartire l’occupazione mediante i servizi di cui avranno necessità le persone trattenute nel Centro e dalle eventuali ricadute positive per l’arrivo di nuove unità delle forze dell’ordine.

Dalla minoranza del Consiglio comunale iniziano, però, a levarsi opinioni contrarie. Le proteste e le dimissioni di alcuni consiglieri minano il precario equilibrio dell’assemblea, già messo a dura prova dallo scandalo dello scorso ottobre sulla sanità nell’oristanese che aveva portato agli arresti domiciliari il sindaco di Macomer. Lo stesso che aveva condotto le trattative per l’apertura del Centro con l’ex ministro dell’interno Minniti e con il governo regionale e che aveva ottenuto uno stanziamento per la sicurezza del territorio diretto alla videosorveglianza e all’illuminazione di alcune zone adiacenti al Cpr e rassicurazioni sulla riapertura della locale caserma della Guardia di Finanza.

Nemmeno l’approvazione del decreto sicurezza Salvini che ha abolito la protezione umanitaria e aumentato i tempi di trattenimento ha fermato la macchina organizzativa. C’è chi all’interno del consiglio comunale palesò all’ex ministro leghista e vice premier una preoccupazione per il possibile venire meno del requisito del rispetto della dignità umana all’interno del Cpr.
Ma si è rivelata una controversia passeggera.

Dovrebbe essere ormai noto che le strutture di detenzione amministrativa per stranieri, sin dalla loro istituzione alla fine degli anni Novanta, si sono dimostrate inutili e costose per le collettività che le ospitano e luoghi di sofferenza e di violazioni di diritti per le persone trattenute. Ciononostante l’apertura del Cpr può contare sul favore di quella parte dell’amministrazione locale che si illude che ad essa possa seguire il risveglio economico del territorio. Ma la realtà sarà ben diversa e i rappresentati della comunità macomerese dovrebbero preoccuparsi non solo per la sicurezza dei propri concittadini, rassicurandoli sulla natura carceraria del nuovo centro, ma anche delle continue violazioni di diritti segnalate e accertate anche dai monitoraggi istituzionali e dovrebbero ritenersi responsabili per quanto accadrà nel centro che hanno accettato di attivare nel proprio territorio.

Esiste anche un variegato fronte del No al Cpr. Raccoglie non solo la parte di comunità preoccupata per la propria sicurezza ma anche parte della società civile sensibile alla salvaguardia dei diritti dei migranti e che inizia a organizzarsi per lottare contro l’apertura del Centro di Macomer e di tutti i Centri di detenzione per il rimpatrio.

Per approfondire, Left in edicola dal 31 gennaio

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Perché l’Università forma medici obiettori?

Valentina aveva 32 anni. Nel 2016, al quarto mese di una gravidanza gemellare, fu ricoverata all’Ospedale Cannizzaro di Catania per una rottura prematura delle membrane, una condizione grave con un rischio altissimo di infezione; morì dopo circa due settimane di ricovero, per una setticemia (v. Left dell’11 maggio 2018 ndr).

Forse Valentina avrebbe potuto essere salvata. Forse, un aborto, che era comunque pressoché inevitabile, avrebbe potuto scongiurare l’insorgenza della sepsi che l’ha uccisa, ma all’Ospedale Cannizzaro tutti i ginecologi erano obiettori di coscienza e, a quanto risulta, l’ipotesi dell’aborto terapeutico non fu neanche presa in considerazione: nessuno avrebbe informato Valentina dei rischi connessi alla sua condizione, nessuno avrebbe ascoltato la richiesta disperata dei genitori di farla abortire. Sembra, invece, che il medico in servizio abbia opposto a tale richiesta la sua “coscienza” di obiettore, che gli impediva di intervenire finché un cuore fetale batteva ancora.

Il dramma di Valentina ha riacceso le polemiche sull’obiezione di coscienza e sulla peculiarità italiana, con quasi il 70% di obiettori tra i ginecologi. Sono stati fatti paralleli con il caso di Savita Halappanavar, morta in Irlanda dove la legge puniva severamente chi praticasse l’aborto, anche in caso di grave pericolo per la vita della donna. Ma se la sepsi conseguente ad una rottura prematura delle membrane ha ucciso entrambe, l’analogia si ferma qui, perché in Italia la legge 194, proprio quella che all’articolo 9 prevede la possibilità per il personale sanitario di sollevare obiezione di coscienza, non esonera gli obiettori dall’obbligo etico e professionale di intervenire con un aborto nel caso in cui sussista un pericolo grave per la vita della donna. Dunque, il caso di Valentina si configura come un caso di cattiva pratica medica, che ha ben poco a che vedere con la coscienza, come sostiene lo stesso Pubblico ministero nel rinvio a giudizio dei medici coinvolti nella vicenda.

La storia di Valentina ci mette però di fronte ad una triste evidenza: troppo spesso i medici obiettori non hanno conoscenza del dettato della legge che riconosce il diritto cui loro si richiamano, né hanno conoscenza delle tecniche mediche e/o chirurgiche per interrompere la gravidanza, perché, da obiettori, sono convinti che non dovranno mai occuparsene. Accade così che in situazioni di grave rischio, come nel caso di Valentina, alcuni di loro non considerino e non prospettino l’aborto tra le opzioni di trattamento da valutare, né sappiano come comportarsi in caso di richiesta in questo senso della donna. La triste vicenda di Valentina mette così a nudo il grave vuoto formativo nei programmi delle Scuole di specializzazione in ostetricia e ginecologia, in primo luogo di quelle di ispirazione confessionale, ma non solo di quelle.

Dal 2014 i medici possono accedere alle Scuole di specializzazione accreditate sulla base di una graduatoria, alla quale vengono iscritti i vincitori di un concorso nazionale. L’accreditamento delle Scuole, pubbliche e private, viene fatto sulla base di requisiti e indicatori clinico-assistenziali definiti da un decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca nel giugno 2017, nel quale però non si specificano nel dettaglio gli argomenti che, fondamentali per la formazione specialistica, pur nel rispetto dell’autonomia e della libertà di insegnamento, devono essere comunque trattati nei programmi di studio.

Tra le Scuole accreditate risulta il Campus Biomedico di Roma, nella cui Carta delle finalità, all’art. 10 si legge: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università …. considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza ed ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni»; e all’art. 11: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna (….). Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale».

Il regolamento dell’Università stabilisce che i programmi di studio devono conformarsi alla Carta delle finalità; è dunque evidente che gli studenti e gli specializzandi in ostetricia e ginecologia del Campus Biomedico di Roma non riceveranno alcuna formazione in tema di interruzione volontaria della gravidanza (Ivg), contraccezione sicura e fecondazione medicalmente assistita, e che verrà loro imposta l’obiezione di coscienza. Una “coscienza” collettiva, “di Istituto”, certamente non prevista dalla legge 194, che riconosce il diritto all’obiezione solo come libera scelta personale, ma non contempla certamente il dovere di obiezione come imposizione del luogo di formazione, dove si può capitare non per scelta ma in base ad una graduatoria.
Per questo motivo Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto) rivolge un appello al ministro della Salute e al ministro dell’Università e della ricerca, cui aderiscono l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e l’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici Razionalisti) e che è stato sottoscritto da numerose associazioni e personalità della cultura e del mondo scientifico. Nell’appello si chiede al ministro della Salute «di agire nei confronti del Campus Biomedico per la piena applicazione delle norme in vigore in Italia, che prevedono il rispetto della legge 194», mentre al ministro dell’Università e della ricerca si chiede di verificare la completezza della formazione offerta dalla Scuola di specializzazione in ostetricia e ginecologia, che non può escludere temi quali l’Ivg, la contraccezione sicura, la fecondazione medicalmente assistita, e di procedere alla revoca dell’accreditamento qualora fosse confermato tale grave vuoto formativo. Analoga verifica dovrà essere fatta non solo per le Scuole di specializzazione private accreditate di chiara impostazione confessionale, ma anche per le Scuole di specializzazione delle Università pubbliche. Nel 2016 Amica svolse un’indagine tra gli specializzandi in ostetricia e ginecologia dei tre poli universitari statali di Roma, al fine di valutare le conoscenze fornite loro in tema di legge 194 e Ivg. L’indagine, presentata al congresso della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac) tenutosi a Lisbona nell’ottobre dello stesso anno, evidenziò una grave carenza formativa in tutte le Scuole universitarie: l’89% degli specializzandi riteneva inadeguata la formazione in tema di Ivg, solo il 15,8% aveva fatto un training clinico sulla Ivg del primo trimestre, pochissimi sulla Ivgdel secondo trimestre, oltre il 60% aveva una conoscenza insufficiente o errata della legge 194. Se il 46% degli intervistati si dichiarava obiettore di coscienza, ben il 44%, pur lamentando il vuoto formativo, dichiarava di non essere obiettore e di voler includere l’Ivg tra i propri impegni lavorativi.
A questi futuri ginecologi l’Università deve dare una formazione adeguata. La carenza riguardo i temi “sensibili” non è ovviamente una dimenticanza, ma piuttosto il segnale di un’impostazione ideologica confessionale che segna pesantemente non solo l’Università, ma tutta la società italiana. A dieci anni dall’introduzione della Ivg farmacologica in Italia, nonostante questa metodica si sia dimostrata sicura, efficace e molto meno costosa della chirurgica, in Italia è utilizzata in meno del 20% dei casi, per il giudizio “morale” che grava su di essa; la stessa ostilità “morale” esclude qualunque forma di rimborso da parte del Sistema sanitario nazionale dei contraccettivi sicuri; sono solo due esempi, che evidenziano la necessità di un impegno reale non solo dei ministri in questione ma del governo tutto, al fine di garantire la laicità dello Stato, fondamentale per assicurare ai medici una formazione basata sulla scienza, libera da pregiudizi ideologici o confessionali e ai cittadini una reale tutela della salute come bene pubblico.
Carlo Flamigni, scherzando, ha proposto come titolo: «Ogni volta che qualcuno parla di legge naturale, un laico muore».

***

Anna Pompili è medica, ginecologa presso i consultori della ASL RM1 e presso il servizio di Interruzioni Volontarie di Gravidanza dell’ospedale San Giovanni di Roma. E’ professoressa a contratto della Scuola di specializzazione in Farmacologia Medica, Università degli Studi di Roma “Sapienza”. Da sempre impegnata nel campo dei diritti riproduttivi, è cofondatrice di AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto)

 

L’articolo è tratto da Left del 31 gennaio 2020

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Complici, altro che discontinui

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 10-09-2019 Roma Politica Senato.Voto di fiducia al governo Conte bis Nella foto Luciana Lamorgese, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio Photo Fabio Cimaglia / LaPresse10-09-2019 Roma (Italy) Politic Senate. Vote of confidence to the government Conte bis In the pic Luciana Lamorgese, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite ieri ha annunciato che abbandonerà la struttura di raccolta e partenza (Gathering and departure facility – Gdf) a Tripoli, sotto il diretto controllo del governo perché, ha spiegato il capo della missione Jean-Paul Cavalieri, temono «che l’intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili» essendoci a pochi metri le esercitazioni dell’esercito.

In questi giorni qualche ministro continua a rassicurare in merito a un negoziato tra Italia e Libia che nei fatti non è mai iniziato. È quel ministro che si è tolto la cravatta qualche giorno fa rinunciando al ruolo di capo politico del Movimento 5 stelle e che vorrebbe essere discontinuo senza interferire con gli equilibri precedenti: un alambicco vuoto, insomma.

Il prossimo 2 febbraio il governo Conte bis perpetuerà il patto tra Italia e Libia che fu sottoscritto da Gentiloni (sì, da Gentiloni). Un patto vergognoso che gronda sangue e che ha aperto le porte di fatto al fetido cattivismo di questi ultimi anni. Un patto di cui si continua a non conoscere l’entità e economica e che in violazione alla nostra Costituzione (art. 80: «Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi») non è passato dal Parlamento. Un accordo economico che nessuno riesce a controllare.

Si sa che più della metà dei migranti scappati dalla Libia sono stati riportati nell’inferno libico. Eppure il diritto internazionale dice che la Libia non è sicura. Eppure in Libia a causa della guerra ci sono 350.000 sfollati e centinaia di morti e di feriti.

Questi pensano di battere le destre vincendo le elezioni regionali in Emilia Romagna e poi facendo la destra al governo. Da mesi il PD ci propina i suoi messaggi via social di solidarietà ai profughi e di contrarietà ai patti con la Libia (come ai decreti Sicurezza) e si è dimenticato che è al governo. Da mesi ci parlano di discontinuità e non si vergognano nemmeno.

Ha ragione Emergency quando dice «L’Italia dice di aver fatto la sua parte, ma non è così. Non ha mantenuto la promessa di modificare il memorandum rendendo il nostro Paese complice – se non il committente – delle innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate in Libia».

Anche le Sardine si lamentano (a proposito: perché non convocare le piazze anche su questo?)

E intanto tutto scorre, sangue incluso. Complici, altro che discontinui.

Buon venerdì.

I diritti di un migrante sono i diritti di tutti noi

Vakhtang Enikidze è morto il 18 gennaio nel Centro di permanenza per i rimpatri di Gradisca di Isonzo, dove di fatto era detenuto senza aver commesso nessun reato. A 36 anni, tre anni fa era venuto in Italia dalla Georgia per cercare lavoro. Faceva l’imbianchino ma non aveva il permesso di soggiorno. Fermato dalla polizia a Roma è stato portato nel Cpr di Bari e poi a Gradisca di Isonzo, dove ha perso la vita. Le testimonianze raccolte dal deputato di +Europa Riccardo Magi (lo si può riascoltare su Radio radicale) parlano di una lite con un ragazzo nordafricano, ma soprattutto di un intervento della polizia per sedare la rissa e immobilizzarlo. L’autopsia indica un edema polmonare come causa di morte. Ma cosa l’ha provocata? Cosa è accaduto quando Vakhtang è stato portato in carcere per resistenza a pubblico ufficiale? Perché quando è stato riportato nel centro non si teneva in piedi?

Perché gli furono somministrati antidolorifici e ansiolitici? Perché nonostante avesse chiesto assistenza nella notte, il soccorso è arrivato solo dopo molte ore? Perché almeno uno dei testimoni è già stato rimpatriato prima di essere ascoltato in procura? Ci sarà una inchiesta della magistratura e la possibilità che gli altri testimoni siano sentiti fuori dal contesto del centro in modo da non subire alcuna pressione? Le domande sono tante. Verità e giustizia non possono aspettare. «Non deve esserci spazio per nessun sospetto di omertà o di impunità rispetto alla morte di un giovane uomo mentre era sotto la responsabilità dello Stato», ha commentato il Garante Mauro Palma, ribadendo al Fatto quotidiano «l’assoluta volontà di fare piena luce».

È questo il punto: deve essere garantita l’incolumità di una persona che si trova nelle mani dello Stato. Deve essergli garantita l’assistenza medica. Un sindacato di polizia si è risentito perché alcuni giornali hanno evocato un nuovo caso Cucchi. Certo non si può accusare nessuno senza prove, ma le domande su questo caso sono davvero tante e come giornalisti è nostro dovere sollevarle. Peraltro questa drammatica vicenda è avvenuta in un centro segnato già in passato da un altro caso di morte, come ci ricorda il libro Mai più edito da Left e curato da Stefano Galieni e Yasmine Accardo che ora – insieme a esperti come Sergio Bontempelli – tornano a denunciare le condizioni inumane e degradanti in cui si trovano costrette persone innocenti nei centri di detenzione amministrativa in Italia.

Dall’inizio dell’anno sono già due i casi di persone migranti decedute in queste strutture. Prima di Vakhtang Enikidze è stato trovato morto il trentaquattrenne Aymen, nel Cpr di Caltanissetta.
Intanto, per effetto del secondo decreto sicurezza voluto da Salvini che ha abolito la protezione umanitaria e sospinge sempre più i migranti in zone di marginalità e “irregolarità” crescono i centri per il rimpatrio. Uno è stato appena inaugurato a Macomer, in Sardegna. È aumentato anche il periodo di permanenza in questi centri che privano le persone della libertà, non di rado impedendo loro anche di comunicare con l’esterno. Un trattenimento che va contro l’articolo 10 della nostra Costituzione, come ci ricorda il costituzionalista Russo Spena in questo sfoglio in cui non ci limitiamo ad analizzare la situazione italiana ma apriamo un confronto con ciò che avviene nel resto d’Europa.

Ora che in Emilia Romagna l’avanzata sovranista e xenofoba ha subito una battuta d’arresto e, anche per la debacle del M5s, si palesa una possibilità di spostamento a sinistra dell’asse di governo, non ci sono più scuse: non può essere ulteriormente rimandata l’abrogazione dei due decreti sicurezza. Ma non solo. Occorre rivedere più complessivamente la legislazione che riguarda l’immigrazione. Non dimentichiamo che la legge Bossi Fini entrata in vigore nel 2002 ha subordinato l’ingresso e la permanenza in Italia al contratto di lavoro, ha introdotto l’espulsione immediata con accompagnamento alla frontiera e ha dimezzato la durata dei permessi di soggiorno, creando un clima da caccia alle streghe. Non dimentichiamo che ad istituire i centri di permanenza temporanea per immigrati sprovvisti di permessi di soggiorno fu la legge Turco Napolitano del 1998.

Sono questioni che non riguardano solo i migranti ma la democrazia e lo stato di diritto in Italia e che ci riguardano tutti. Anche grazie alle sardine è stato inviato un messaggio chiaro a chi pretende pieni poteri e predica odio ed esclusione. Ora chiediamo scelte di governo conseguenti. L’abolizione della prescrizione e il taglio dei parlamentari prospettano scenari giustizialisti, di indebolimento della rappresentanza e delle garanzie democratiche. Anche su questi temi, come per il ripristino di una legge proporzionale, continueremo a dare battaglia. L’appuntamento del referendum confermativo è stato fissato per il 29 marzo, non c’è tempo da perdere.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 31 gennaio

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Ora più che mai è necessario reagire ai sonniferi che ci propinano

Non bisogna più aspettare, non c’è più tempo. Bisogna reagire a questi sonniferi che ci propinano in continuazione. E le possibilità, grazie alla nostra storia, ci sono. La mia è cominciata molti anni fa, nella Resistenza al nazifascismo. Mi sono anche opposta a Palmiro Togliatti. La sua responsabilità nella sconfitta della sinistra è stata non solo grandissima ma anche consapevole. Cioè lui sapeva che bisognava fermare qualcosa, e che solo fermando quel qualcosa, che poi era il pensiero e l’operato di Gramsci, c’era la possibilità di portare avanti “riforme”, al fondo, reazionarie, anti umane, che andavano contro le prospettive per il futuro. Faceva parte della sua politica cercare di controllare il pensiero degli altri. Era una cosa tremenda perché era difficile da combattere, molto difficile.

Quell’impostazione togliattiana in qualche modo ha reso possibile l’arrivo del renzismo. Gli ha aperto la porta, o meglio, è stato fatto un lavoro di sterramento per appianare la strada. Il risultato è che in questi anni ci siamo trovati un Matteo Renzi presidente del Consiglio e ad avere a che fare con il suo modo di fare politica.
Togliatti, ripeto, è stato deleterio per la sinistra perché non aiutava a pensare, a formarsi un pensiero critico autonomo. Non solo, addirittura chi lo faceva, passava per anti democratico. Ma se si blocca il pensiero, la possibilità di approfondire e di criticare, si impedisce qualsiasi forma di opposizione non solo concretamente ma soprattutto mentale. Questo allora era il problema vero. Oggi potrebbe sembrare un fenomeno di poca importanza invece così si fermava la ricerca e la speranza.

Quell’impostazione ti portava a pensare che a di là dell’esistente non si potesse andare, provocando un atteggiamento di rassegnazione. Insomma, era come se dicesse “State tranquilli, c’è chi pensa a voi, voi fatevi il più possibile gli affari vostri e lasciateci il campo libero”. Esattamente il contrario di quanto sosteneva Gramsci. La stessa dimensione di rassegnazione si ritrova oggi, quando si sente dire “speriamo che passi questa legge, speriamo che arrivi Renzi…”.

Se la storia della sinistra è andata così è anche perché c’è stata l’alleanza con la religione cattolica. È stata una cosa brutta e diseducativa, le conseguenze si vedono anche oggi, con questo papa che viene visto come uno che fa le lotte, un papa bravo. Ma non esistono papi bravi. Il papa è papa. Con Togliatti quindi è stata sancita anche la vittoria della religione senza che ce ne rendessimo conto. Allora come oggi pensare che la Chiesa possa essere alleata in una battaglia per l’emancipazione umana era il colmo, eppure la gente ci ha creduto.

Non capisco come Enrico Berlinguer che aveva una famiglia cattolica alle spalle, non ci pensasse: è una contraddizione in termini. Come faceva a non preoccuparsi? La religione riguarda il pensiero e il modo di affrontare i problemi della società. Ripeto, questa alleanza, blocca qualsiasi pensiero oltre a togliere qualsiasi consapevolezza, per cui uno che tenta di opporsi arriva a pensare di essere lui a sbagliare.

Ma oggi come uscirne? È questo il problema. Per noi che abbiamo vissuto la storia e la ricerca dell’Analisi collettiva e della teoria di Massimo Fagioli il giudizio su quello che è stato è chiaro. Ma non basta.
Il pericolo adesso è costituito da quelli che io chiamo falsi democratici, che agli occhi di molti non appaiono come tali. Il messaggio che passa è che non c’è da lottare per il cambiamento, c’è da fare un’operazione per acquietare le cose, per non creare sconquassi, perché in fondo, pensano, si può sopravvivere abbastanza bene! Questo atteggiamento ha fatto comodo a molti perché altrimenti si sarebbe trattato di riconoscere non solo gli sbagli ma le rinunce che sono state fatte. Renzi, insomma, ha fatto comodo a molti. E ci si abitua a tutto, alla notizia della fabbrica che chiude, alle trattative in corso, tanto la vita continua… Ma che facciamo, aspettiamo Godot?

Noi della sinistra, intendo noi che abbiamo una storia alle spalle e abbiamo realizzato dei cambiamenti epocali pensiamo che l’uomo e la donna abbiano la possibilità di cambiare. Cosa possiamo fare? Coinvolgere i giovani insieme anche a noi anziani. La nostra storia ha bisogno di iniezioni non solo di energia ma di coraggio, di fiducia, di certezza. E quindi di forza. Ci vuole un pensiero nuovo, ma non è un fatto miracoloso. È qualcosa che non nominiamo e poi domani, forse, accade. Bisogna avere i piedi per terra e pensare ai cambiamenti che vogliamo e che si possono e si devono fare.

La sinistra deve ricominciare a interessarsi ad alcune questioni fondamentali. La prima è la scuola. È un terreno pronto, ideale, e lo posso dire dopo tanti anni di lavoro. Certo, per il cambiamento le lotte devono essere fatte in tutte le sedi, ma la scuola è fondamentale. Perché quelli che una persona passa tra i banchi sono anni cruciali. Non solo. È come se la scuola adesso aspettasse idee. Se non rispondiamo ci prendiamo una grande responsabilità perché i giovani sono quelli che ci rimetterebbero di più.

Dobbiamo pensare alle nuove generazioni e a che cosa gli possiamo lasciare. Per farlo dobbiamo partire dalla realtà e dalle sue contraddizioni per poi trovare le soluzioni. Cercheranno di dirci che tutto è difficile, perché si tratta di cose complesse, ma quante cose complesse abbiamo visto nella storia dell’umanità e nelle storie individuali? Le abbiamo affrontate sempre, basta che ci sia una consapevolezza di operare umanamente e concretamente, rifiutando ciò che è disumano, è la paura che blocca.

Centrale è anche la questione delle donne, sembriamo emancipate, ma non è vero del tutto. Certo, molte cose sono cambiate, ma il rapporto tra l’uomo e la donna ancora oggi è un rapporto monco, chi ci rimette e rimane emarginata è sempre lei. Qui non si tratta di ripetere le battaglie femministe. Si tratta di lasciare agli esseri umani la possibilità di vivere in quanto uomo o donna, ognuno con la propria identità, qualsiasi sia il lavoro che fanno. Bisogna fare uno sforzo per trovare la strada e i sistemi per modificare la società con pieno rispetto della realtà umana.

Ora non si tratta più di fare battaglie epocali specialmente per noi donne, ma di acquistare una propria identità, imparando a saper fare dei rifiuti. A vedere bene, infine, questo è un momento molto bello perché c’è tutto da costruire e le possibilità ci sono. Oggi, c’è già una realtà in cui ci sono tanti segnali, tanti fermenti, fatti sociali che sono avvenuti. Dobbiamo solo muoverci subito ognuno per sé stesso e collettivamente.

da Left n. 22 del 3 giugno 2017

E i Centri per il rimpatrio nemmeno funzionano…

Foto Daniele Leone / LaPresse 07/09/2014 Roma, Italia Cronaca Protesta al Cie di Ponte Galeria: immigrati sul tetto gridano "Liberi, liberi". Fuori della struttura una manifestazione di solidarietà. Ponte Galeria Photo Daniele Leone / LaPresse September 07, 2014 Rome, Italy News Protest at the CIE of Ponte Galeria: immigrants on the roof shouting "Free, free." Outside of the structure a demonstration of solidarity. Ponte Galeria

In questo numero di Left documentiamo le numerose violazioni dei diritti umani compiute all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio, veri e propri luoghi di sospensione del diritto contrari allo spirito (e alla lettera) della Costituzione. C’è però un altro aspetto sorprendente della questione, ed è il fatto che queste strutture sono inefficaci rispetto al loro obiettivo dichiarato: dati alla mano, si può dimostrare infatti che i Cpr non servono affatto – come comunemente si crede – ad espellere i migranti irregolari. In altre parole, anche chi condividesse un’ottica repressiva ed espulsiva dovrebbe convenire che la detenzione nei Cpr è uno strumento inefficace, un’arma spuntata.

I dati Il 17 aprile 2019, Vladimiro Polchi pubblicava su Repubblica i dati relativi all’efficacia dei «centri» negli ultimi venti anni, dal 1999 ad oggi. Le cifre vanno prese con una certa cautela, perché il ministero dell’Interno – la fonte delle informazioni di Polchi – fornisce numeri diversi e contraddittori: solo per fare un esempio, per l’anno 2018 il giornalista riporta 3.697 immigrati transitati nei Cpr, mentre secondo il Rapporto Idos (la cui fonte è sempre il Viminale) gli sfortunati «ospiti» dei centri sarebbero 4.092.

Può sembrare incredibile, ma quando si parla di immigrazione è sempre molto difficile avere dati statistici esatti ed accurati: dobbiamo accontentarci dunque di ragionare su ordini di grandezza e non su numeri precisi. Il quadro che emerge è comunque significativo, e lo dimostrano proprio i dati del 2018: nei Cpr sono transitati – lo abbiamo visto – poco meno di 4mila stranieri, una cifra risibile rispetto ai circa 500mila irregolari stimati dall’attuale presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo.

Ma c’è di più: di quei 4mila detenuti, solo il 45% (meno della metà) ha dovuto affrontare il viaggio di ritorno al Paese di origine. Nella maggioranza dei casi, gli “ospiti” dei Cpr sono stati…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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Ritratto di un’Italia che non vuole cambiare

Il copione è sempre lo stesso. I partiti e i politici lottano per ottenere le poltrone, senza esclusione di colpi, usando indifferentemente mezzi leciti e illeciti. Durante questa battaglia, tutto si ferma e, in un momento di particolare difficoltà per l’Italia, la situazione diventa sempre più drammatica nell’indifferenza totale. L’Italia purtroppo è stata data in mano, per la misera illusione di tentare un cambiamento, per ribellione, o per qualsiasi altro motivo, a gente che non sarebbe in grado di gestire neanche un piccolo negozio di provincia, figuriamoci un Paese complesso e contraddittorio come il nostro. Nel frattempo mafie, corruzione ed evasione fiscale, le uniche realtà attive continuano a prosperare.

Ci si affida ai vaniloqui e alla sete di potere di gente che, in molti casi, non ha mai lavorato e che si trova, all’improvviso e senza il minimo merito, ad avere ruoli decisionali che non è in grado di assolvere. Questa è l’Italia che non cambia mai, neanche quando si pensa potrebbe farlo. Il potere una volta entrato in circolo corrompe e schiavizza. È come le droghe pesanti, spesso una volta provate non se ne può più fare a meno e si diventa approfittatori, furbi e parassiti. Non può cambiare perché ogni blocco di potere si muove sempre in direzione opposta e contraria. Perché chi arriva al potere tutela prima se stesso, poi i suoi familiari, i suoi amici, mai il cittadino.

L’Italia non può cambiare perché il patto tra lo Stato e le mafie è così evidente da essere sotto gli occhi di tutti ma nessuno vuol vederlo o ammetterne l’esistenza. L’Italia non può cambiare perché chi parla ai giovani, lo fa per vendergli l’ennesimo sogno che poi si trasformerà in inganno e sarà con precisione assoluta disatteso.

L’Italia non può cambiare perché ha sacrificato sull’altare degli interessi personali le sue menti migliori (dai suoi magistrati, fino ai suoi cittadini più onesti). Un sacrificio sull’altare del potere e del voto di scambio. Un patto ambiguo che infetta Region, Province, Comuni, istituzioni pubbliche e private. È il patto elettorale scellerato che porta politici corrotti al potere e denaro nelle casse delle organizzazioni criminali.

L’Italia non può cambiare perché, troppo spesso, chi avrebbe la possibilità di cambiarla è colluso, complice, porta in tasca la tessera di un partito, di una lobby, di un gruppo di potere. Come possiamo educare ed essere di esempio a un ragazzo e insegnargli l’etica, la morale? Come può cambiare un Paese che ha messo da parte il concetto di giustizia sociale – tanto anelato da Sandro Pertini – credendo che l’unica giustizia sia l’assunto che il potere logora chi non ce l’ha?

Non è ponendo al centro dell’esistenza umana potere e denaro che prospera una Nazione. Un paese cresce nella cultura, nell’educazione, nella scuola, nella ricerca, nei buoni esempi con i quali s’insegna che essere onesti conviene e non il contrario. Perseguire la giustizia sociale e abbattere il divario che separa il ricco dal povero, questo dovrebbe essere il compito primario dello Stato democratico di matrice solidaristico sociale come il nostro. Se ciò non accade, vuol dire che siamo dinanzi ad uno pseudo Stato e ad una pseudo democrazia.

L’Italia non può cambiare perché quando si discute di legge elettorale, lo scopo non è mai la sovranità popolare ma sempre la tutela di un interesse di partito, del pacchetto di voti, del proprio io. Non può cambiare perché nell’ultimo mese abbiamo avuto un magistrato che ha provato a colpire i poteri forti in Calabria, ma pochi giorni dopo in quella stessa regione ha vinto il partito che aveva tra i suoi fondatori un mafioso.

Non può cambiare perché la legge elettorale con la quale abbiamo eletto gli ultimi due Parlamenti era incostituzionale eppure il Parlamento ha dato la fiducia a cinque Presidenti del Consiglio ed eletto due Presidenti della Repubblica. Non può cambiare perché noi italiani non abbiamo una visione a lungo termine ma tiriamo sempre a campare. Non può cambiare perché se la disoccupazione giovanile tocca picchi altissimi non c’è futuro per nessuno. Non può cambiare perché nessuno si assume la responsabilità di questo disastro, è sempre colpa del Governo precedente. Non può cambiare perché nessun politico, nessun partito ha pensato alle generazioni prossime.

Non può cambiare perché per cambiare bisogna essere onesti e liberi e poiché mancano gli esempi positivi, la cultura, i valori di uguaglianza e di libertà. Noi italiani, onesti e liberi non lo saremo mai, perché in fondo non vogliamo cambiare e stiamo bene anche se rimaniamo sull’orlo di un precipizio.


* Vincenzo Musacchio, giurista, è professore associato per il Diritto penale alla School of Public affairs and administration della Reuters university di Newark

Per loro è giusto solo se funziona

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse 27/01/2020 Bentivoglio, Bologna - Italia politica Elezioni Emilia Romagna - Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni in conferenza stampa per commentare i dati elettorali. Nella foto: Matteo Salvini, Lucia Borgonzoni Photo Stefano Cavicchi/LaPresse January 27, 2020 Bentivoglio, Bologna - Italy politics Emilia-Romagna Regional Elections - Press conference Matteo Salvini and Lucia Borgonzoni. In the pic: Matteo Salvini, Lucia Borgonzoni

C’è una coda interessante alle ultime elezioni regionali che si sono volte in Emilia Romagna: dalle parti della Lega continuano a dirci che hanno vinto eppure fioccano le analisi della sconfitta. Poco male, a sinistra sono secoli che si ripete la stessa scena.

Però l’aspetto più curioso e mortificante è che non si sta discutendo che le proposte politiche non fossero giuste o che non siano state capite ma si discute dei gesti del candidato (nel caso della Lega dei gesti di Salvini visto che la Borgonzoni era un ologramma a uso e consumo del leader leghista) e dell’impatto che quei gesti hanno avuto nei sondaggi.

Mi spiego: ieri in molti tra gli amici dell’ex ministro dell’inferno hanno contestato la scena del citofono (ve la ricordate, vero? Facciamo che non la ripetiamo per non insozzare il buongiorno, dai, su) perché non avrebbe funzionato. Capito bene? Il problema non è che sia stata una mossa sbagliata perché contro i principi di democrazia e di rispetto, no, è stata sbagliata perché ha fatto perdere voti.

Allo stesso modo a sinistra si è discusso di Bonaccini, della sua barba e dei suoi occhiali.

Sono convinto che se gli elettori potessero ascoltare le riunioni strategiche o le chiacchiere al cesso delle grandi menti delle campagne elettorali il prossimo presidente del consiglio sarebbe un cactus eletto in un partito per la liberazione degli olii minerali.

Questi continuano a usare la politica come marketing e infatti riescono a partorire leggi che sono utili come una sorpresa dentro l’uovo. Non c’è nulla di serio, di morale, di studiato, niente di niente. Per questo poi accade che una giovane ex eurodeputata che semplicemente studia e prende appunti e ama fare politica come Elly Schlein improvvisamente svetti in mezzo al deserto generale.

Fanno politica semplicemente perché i campi di calcetto erano tutti occupati. Ma con lo stesso spirito.

Evviva, dai. Buon giovedì.

Sandro Pertini, uno di noi

L’averlo conosciuto, visto, ascoltato è stato un privilegio che soltanto una anagrafe compiacente ci ha riservato. E quando a quindici anni mi ritrovai al Bar dello Sport a due passi da piazza Aranci insieme a chissà quanta altre persone, come se fossimo sulle gradinate del Santiago Bernabéu, erano le otto di sera dell’11 luglio 1982. Da li a poco Arnaldo César Coelho avrebbe fischiato l’inizio di Germania-Italia la finalissima del campionato del mondo. Si respirava un’aria densa di tensione e di speranza perché anche il calcio sa regalare emozioni forti e quelli erano anni in cui la voglia di ritrovar sorrisi da condividere dentro il diventare realtà di sogno collettivo ci fece stringere vicini vicini con gli occhi piantati dentro il piccolo schermo delle prime TV a colori e con le dite incrociate. Il primo tempo passò tra sussulti e imprecazioni quando al 25’ il bellissimo terzino azzurro poco più che ventenne Antonio Cabrini ciabattò un rigoraccio che finì fuori dalla porta teutonica. Roba da infarto. Tutta la magia di quella notte infinita scoccò nel secondo tempo e fu un crescendo di emozioni, di urla, di abbracci e lì, quella sera, se mai ce ne fosse stato bisogno, trovammo la spiegazione del perché il “nostro” presidente Pertini fu il più amato dagli italiani. Al 12’ del secondo tempo Pablito Rossi la buttò dentro alle spalle del portierone tedesco Schumacher, follia collettiva e in tribuna il Presidente cominciò a scalpitare impertinente, spontaneo, diretto, adorabile, ineguagliabile ed ineguagliato. Ma non era finita. Trascorsero altri dodici minuti e lo stinco del numero 14 azzurro fece due a zero; e mentre Tardelli galoppava urlante a braccia aperte in mezzo al prato, sugli spalti il Presidente si dimenticò del protocollo (che lo avrebbe voluto sorridente e composto) e balzò in piedi come tutti noi, perché Pertini era uno di noi, in una gioia incontenibile dentro una bolgia incredibile e un tripudio di tricolori al vento.

In quel momento, orgogliosi di essere italiani e orgogliosi di avere un partigiano-presidente che a quella bandiera aveva donato tutto se stesso, ci riversammo come un fiume in piena nelle strade e nelle piazze a festeggiare tutti insieme. A festeggiare nello stesso modo con cui, dopo l’umiliazione criminale del ventennio fascista che portò l’Italia in guerra riducendola in miseria, il 25 aprile del 1945 Sandro Pertini fu festeggiato entrando a Milano che lui stesso a capo del Comitato di Liberazione nazionale aveva contribuito a liberare insieme a Ferruccio Parri ed altri partigiani. Per regalarci così, grazie alla Resistenza, un’Italia finalmente liberata, democratica ed antifascista. Sandro Pertini per la sua storia privata e pubblica, per il suo rigore morale e il suo essere un “combattente” per la democrazia e uno strenuo difensore della Costituzione raccolse in vita una profondissima stima diffusa e trasversale al punto che anche un (ex?) fascista e uomo di destra come il giornalista Indro Montanelli scrisse sul Corriere della sera del 27 ottobre 1963: “Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”.

A quel tempo invece, non era ancora nato il giovane consigliere comunale leghista di Massa, che seppur tardivamente (e sommerso dalle critiche) ha pure chiesto scusa dopo aver scritto di Pertini in un suo post (poi rimosso) che «lo stesso Sandro Pertini capo partigiano che uccise una marea di persone accusate di essere fasciste…». Ed ancora: «Lo stesso Sandro Pertini che annunciò di essere un “brigatista rosso». E non era nata nemmeno la Lega Nord (quella secessionista che col tricolore ci si puliva il c**o), quando il presidente-partigiano divenne il “più amato dagli italiani”. Ma che dire delle esternazioni del giovane consigliere comunale leghista di Massa? Che non sempre la veemenza giovanilistica corrisponde a quell’entusiasmo che, in politica, deve animare il mettersi al servizio degli altri con passione ed intelligenza. E questo è il suo caso.

A lui, prima di ogni altra cosa sarebbe servito un “misuratore” del senso del limite e del buon gusto. Così come gli sarebbe servita quell’umiltà propria dell’ultimo arrivato utile a calibrare al meglio il delicatissimo equilibrio tra lo starsene zitto e il proferir scempiaggini. Ed infine, ma non per ultimo, potrebbe sforzarsi di trasformare la propria ignoranza in una opportunità per studiare e, soprattutto, per crescere. Ma dovrebbe anche avere il coraggio di dimettersi. Com’è noto, ce lo ricorda l’articolo 54 della “nostra” Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”. A lui e solo a lui spetta questa decisone senza però dimenticare il monito di Socrate: «È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza». A tutti gli altri il compito di difendere la nostra storia dando valore alla memoria e, soprattutto, creando esemplarietà proprio come diceva Sandro Pertini parlando delle ragazze e dei ragazzi: «I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo». Parafrasando il «campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo» di Nando Martellini …facciamolo, facciamolo, facciamolo!

Maurizio Bonugli, Laboratorio politico Left Massa-Carrara

La giustizia sociale e il grande inganno della meritocrazia

La democrazia si fonda sul principio di uguaglianza, cioè sul riconoscimento a ognuno di uguali diritti e doveri. Tuttavia questa enunciazione formale non determina una reale parità fra cittadini per l’intervento di altri elementi ostativi, come il diverso ceto di provenienza. È evidente infatti come a fronte di un diritto uguale per tutti, possano intervenire fattori esterni capaci di condizionarne il godimento: così laddove è riconosciuto formalmente a tutti il diritto allo studio, sussistono differenze nelle reali possibilità di goderne in uguale misura tra chi ha un reddito o un patrimonio tale da poter impegnare tempo e risorse nella propria formazione e chi invece questa possibilità non ce l’ha, stretto dalla necessità di percepire un reddito o alleggerire il peso del proprio sostentamento sulle spalle della famiglia di provenienza.

Si tratta di una condizione che era ben presente ai membri dell’Assemblea costituente, che dopo aver enunciato il principio di uguaglianza quale cardine su cui si fondava la nuova Repubblica, avevano previsto anche un impegno pratico, un compito concreto cui lo Stato era chiamato, nella seconda parte dell’art. 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Eppure in Europa e negli Stati Uniti il mito della crescita infinita e della mobilità sociale aveva illuso molti, nel trentennio successivo al secondo dopoguerra, definito “glorioso” dall’economista francese Thomas Piketty, che tali discrepanze sarebbero state gradualmente diminuite, fino ad essere assorbite dalla progressiva crescita sociale dei ceti più deboli, con i figli destinati a guadagnare una qualità della vita migliore di quella dei propri genitori. In Italia in particolare, con il boom economico, molti pensarono che il conflitto fra classi sociali sarebbe stato sedato dal progressivo miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.

Un mito, quello della crescita infinita, che si scontra con le ripetute crisi finanziarie globali: difficile ipotizzare che sia un caso che i “gloriosi trent’anni” di cui parla Piketty terminino quasi in perfetta coincidenza con la crisi inflazionistica del 1974, dovuta all’aumento del prezzo del petrolio. D’altronde anche un rapporto Unicef del 2014 dimostrava come la crisi economica del 2008 avesse determinato nei cosiddetti “Paesi ricchi”, una diminuzione del benessere dei bambini rispetto a quelli della generazione precedente. I numeri dunque restituiscono l’immagine di un sistema non solo incapace di creare ricchezza continua, ma anche inefficiente quando si tratta di distribuire la stessa all’interno dei singoli sistemi-Paese.

I dati raccolti da Istat e Ocse circa la mobilità sociale in Italia non sono confortanti: l’elasticità di guadagno intergenerazionale, cioè la possibilità che i figli guadagnino quanto i propri genitori, risulta molto elevata, tanto che passare da una fascia di reddito bassa ad una media potrebbe rendere necessario l’impiego di cinque generazioni nel corso di cento anni. Uno studio degli economisti Guglielmo Barone e Sauro Moccetti, pubblicato sul sito della Banca d’Italia, descrive una situazione ancora più cristallizzata: prendendo in esame i dati disponibili per la città di Firenze sin dal 1427, i patrimoni familiari sarebbero pressoché invariati da addirittura seicento anni, circa venti generazioni, con una certa tendenza di avvocati, banchieri, medici, farmacisti e orafi ad avere discendenti che praticano il loro stesso mestiere, l’accesso al quale è invece più difficile per discendenti di famiglie collocate in un ceto sociale più basso.

Questa scarsa mobilità sociale incide negativamente non solo sulla democrazia reale, impedendo di fatto che tutti godano effettivamente dei diritti garantiti dalle costituzioni democratiche, ma anche sul sistema economico, limitando fortemente la possibilità di elementi validi ma di estrazione sociale medio bassa, di ricoprire ruoli nei quali sarebbe maggiore l’apporto garantito al progresso collettivo: un fenomeno che finisce per frenare lo sviluppo quasi in ogni campo e che si pone in totale opposizione a quel “pieno sviluppo della persona umana “ cui ogni sistema dovrebbe tendere. Anche nel campo della cultura e della creatività c’è chi lancia l’allarme: Tiziano Bonini, autore radiofonico, scrittore e ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena, ha denunciato la presenza di «una classe che continua a produrre simboli, rappresentazioni del mondo, opinioni, narrazioni e una classe che le consuma, senza avere accesso ai mezzi di produzione». E quale sarebbe l’elemento distintivo fra queste due categorie? Ancora una volta la provenienza da famiglie che vivono in zone urbane, colte e con maggiore disponibilità economica, che permette ai più ricchi di formarsi, fare esperienze all’estero, partecipare a stage non retribuiti presso industrie culturali (case editrici, giornali, radio, tv) e rende la cosiddetta “gavetta” non più solo un dovere, ma un vero privilegio che, come tale, è riservato a pochi.

Questo aspetto non dovrebbe essere sottovalutato dalle forze progressiste che dichiarano di volersi far carico dell’elevazione morale e materiale della “working class”, contrapponendo al privilegio la meritocrazia, invocata quale panacea di tutti i mali. È evidente infatti come, sebbene la meritocrazia rappresenti un valore irrinunciabile, essa si riveli un grande inganno se chi misura l’ordine di arrivo non ha vigilato che le condizioni di partenza siano state le stesse per tutti. Se studiare è più facile per chi proviene dai ceti più abbienti, è facilmente prevedibile chi sarà ad ottenere i risultati migliori, in minor tempo, presso istituti di maggior prestigio. In Italia fu proprio il primo segretario del neonato Partito democratico, Walter Veltroni, a denunciare in apertura di un congresso la “rottura dell’ascensore sociale”: peccato che poi le scelte politiche dei i governi sostenuti dal Pd non abbiano mai dato in merito segni di sostanziale discontinuità rispetto alla destra, con la suddivisione fra chi ha maggiori possibilità di successo e chi non le ha che non è stata nemmeno scalfita.

Un aspetto che sembra permeare la vita di ognuno sin dai primissimi passi, come dimostra l’episodio che ha visto la scuola elementare IC di Via Trionfale a Roma presentare il proprio istituto dividendo in distinte classi sociali i bambini che frequentano le diverse sezioni, descrivendo quali siano quelle frequentate da professionisti e quali quelle con una maggiore presenza di bambini appartenenti a famiglie immigrate. Tutto ciò contribuisce a costruire una visione della società, dei modelli economici e della convivenza, imperniata sull’assunto che il successo rappresenti di per sé un elemento meritocratico, senza alcun riguardo verso le difficoltà che le classi svantaggiate devono affrontare per arrivare allo stesso punto sul traguardo, con una distorsione della realtà che arriva ad imputare l’insuccesso come una responsabilità di chi non ce la fa, non è competitivo, è incapace di adeguarsi agli standard richiesti o non ha voluto investire su sé stesso, anche quando, semplicemente, non era nelle condizioni di poterlo fare.
Ripartire dal riconoscimento delle diverse condizioni di partenza e impegnarsi nella rimozione degli ostacoli reali che incontra chi non proviene da una famiglia agiata, colta, in grado di sostenere ogni legittima aspirazione di miglioramento, è il dovere principale di chiunque oggi voglia rappresentare le istanze progressiste: per essere di sinistra non basta richiamarsi a valori come tolleranza e accoglienza, se non si comprende che sono figlie di questa visione anche le aberrazioni che spingono a vedere nella povertà una colpa, producendo ordinanze che vietano l’accattonaggio o multano chi rovista nei cassonetti, come se chi è costretto a farlo fosse nelle condizioni di poter pagare la propria indigenza.

Non mettere questo aspetto al centro della propria azione politica sarebbe invece funzionale soltanto a chi trae vantaggio dalle disuguaglianze, per speculazioni economiche o politiche, fondate sulla stigmatizzazione di chi rimane indietro che, nel migliore dei casi approdano a soluzioni assistenzialistiche che poco si discostano concettualmente dall’elemosina del ricco verso il povero, mentre nel peggiore finiscono con la demonizzazione di chi non ha nulla, vissuto come una minaccia per chi invece ha una posizione privilegiata, fosse anche di pochissimo. Rinunciare al contributo di quanti, per origini o vissuto, a parità di talento sarebbero in grado di garantire un approccio meno conforme alle cose e portare una sensibilità arricchita da un’esperienza diversa, sarebbe una responsabilità gravissima per chiunque creda ancora nell’idea di progresso collettivo e democrazia. Una responsabilità che, al netto di ogni valutazione legata al concetto stesso di giustizia sociale, non possiamo più evitare di assumerci.

Fabrizio Moscato è il direttore del festival Liberi sulla carta