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Signora Merkel, è inaccettabile che in Germania si sdogani l’estrema destra

È possibile che in un land della Germania venga eletto un presidente del partito liberale non solo con i voti della Cdu di Angela Merkel ma con il concorso decisivo dei rappresentanti della estrema destra? Purtroppo è accaduto, nello stupore generale. Nel land il presidente uscente era della Linke, qui anche primo partito. Un presidente molto apprezzato che ha portato la Linke stessa a crescere di quasi due punti raggiungendo il 31%. Purtroppo il forte calo della Spd e l’avanzata della destra di Afd ha tolto la maggioranza assoluta a Linke, Spd e Verdi.

I tre hanno comunque raggiunto un accordo di governo approvato dagli iscritti certi di poter confermare il presidente visto l’impegno di tutte le forze democratiche a non coalizzarsi con l’estrema destra. Invece al momento della votazione è successo un fatto gravissimo con un candidato liberale che ha preso i voti della Cdu e accettato quelli della estrema destra. Questo fatto non può essere considerato locale. E neanche solo tedesco. Sdoganare l’estrema destra in Germania è inaccettabile. E potrebbe compromettere il governo federale e il ruolo della Germania in Europa. Merkel deve assumersi le proprie responsabilità e sconfessare questa scelta del suo partito. È ciò che chiede la petizione che riportiamo. Analoga richiesta va avanzata al partito liberale in Germania e in Europa.


 

 

Sardine, Benetton, Mapuche

Dicono le sardine che si scusano con i famigliari delle vittime di Genova se si sono sentiti toccati dalla loro foto con i Benetton. Quell’improvvida foto è stata subito associata alle tensioni tra governo e la società che gestisce le autostrade italiane (di cui i Benetton fanno parte) che proprio in queste settimane entra nel confronto più aspro.

Ma sui Benetton forse sarebbe il caso di accendere la luce sulla questione Mapuche e su ciò che avviene in Patagonia. Su Left ne abbiamo parlato molte volte, dedicando al tema reportage e approfondimenti. Per riassumere brevemente la vicenda, potremmo citare ciò che ha scritto Massimo Venturi Ferriolo, filosofo, professore ordinario di Estetica al Politecnico di Milano, che era membro della Fondazione Benetton studi ricerche e che proprio per lo scontro con i Mapuche decise di rassegnare le dimissioni.

Racconta Venturi Ferriolo di essere venuto a conoscenza di questi fatti dai suoi colleghi argentini dell’Universidad de Buenos Aires: «L’azienda Benetton acquisisce nel 1991 la compagnia Tierras De Sur Argentino, divenendo proprietaria di 924.000 ettari di terra. La maggior parte di queste costituiscono il territorio ancestrale degli indigeni Mapuche argentini, che vengono sfollati dai luoghi dove hanno da sempre vissuto, anche se alcuni saranno impiegati come lavoratori dall’azienda. I Mapuche, il cui nome indica uomo della terra, rivendicano il loro antico possesso ancestrale e la reclamano nonostante la repressione e l’accusa di terrorismo. Nella repressione di una pacifica manifestazione contro la Benetton e la detenzione di un loro leader, Francisco Facundo Jones Huala, il 1 agosto 2017 è scomparso Santiago Maldonado, difensore dei diritti dei Mapuche. Su questi fatti c’è una ricca documentazione raccolta da Tristan Bauer nel suo film documentario El camino de Santiago (distribuito ora in Italia da Antropica, ndr)».

Alla vicenda di Santiago Maldonado Left dedicò una storia di copertina. Il suo corpo è stato poi ritrovato a fine ottobre 2017 in un fiume a 70 metri, meno di un isolato, dal luogo in cui i gendarmi avevano attaccato i Mapuche il primo di agosto, come ha scritto Marcelo Figueras sulle nostre pagine. Sul caso non si è mai arrivati ad una verità giudiziaria, e lo scorso settembre si è riaperto il processo.

Ma non è tutto, scrive ancora Venturi Ferriolo «Nelle terre di Benetton vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa 1 milione 300 mila chili di lana all’anno i quali sono interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno sono allevati 16 mila bovini destinati al macello. Inoltre, dalle notizie ricavate da documenti pubblici reperibili in internet, nel 1996 inizia lo sfruttamento di giacimenti di oro e di argento attraverso la Compañia Mineras Sur Argentino S.A.»

E ancora: «La Benetton investe 80 milioni di dollari in diverse attività, tra cui l’installazione di commissariati per il controllo della zona, la realizzazione di una stazione turistica e l’apertura del Museo Leleque. Per la creazione di quest’ultimo un’intera famiglia Mapuche è stata sfrattata, nonostante l’azienda abbia destinato il museo al racconto e alla conservazione della memoria della Patagonia e degli abitanti originari Mapuche. Questo museo è stato curato dal contestato antropologo Rodolfo Casamiquela, tacciato di razzismo, e considerato offensivo dalle comunità mapuche in quanto nega la loro preesistenza e le oppressioni subite dal colonialismo europeo.»

Fino ad uno degli episodi di maggior conflitto con le popolazioni indigene, raccontato sempre da Venturi Ferriolo: «La contesa Benetton-Mapuche ha avuto il momento più drammatico, direi anche terribile, con la violenta cacciata da parte della Gendarmeria della famiglia mapuche Curiñanco dall’Estancia Santa Rosa, dove si erano stabiliti nel 2002 avvisando il commissariato locale e avvalendosi del diritto ancestrale. Qui iniziano ad allevare bestiame, creano un sistema di irrigazione e risistemano lo steccato. Risultato: dopo la causa perduta in tribunale nonostante le leggi che avrebbero potuto tutelarli, il 2 ottobre del 2003 i coniugi con i figli vengono sgomberati dagli agenti della gendarmeria, intervenuti a seguito di una denuncia da parte di Benetton. I campi e la casa distrutti, gli animali uccisi e le persone trascinate per i capelli. Questo fatto è l’inizio di una causa impopolare che ha contrapposto i Mapuche a Benetton».

C’è anche una lettera aperta di Adolfo Pérez Esquivel, al signor Benetton del 14 luglio 2004, dove il premio Nobel per la Pace chiede la restituzione dei 385 ettari di Santa Rosa ai legittimi proprietari, «un gesto di grandezza morale». Esquivel chiede soprattutto a Luciano Benetton di andare in Patagonia perché «incontri i fratelli Mapuche e che divida con loro il silenzio, gli sguardi e le stelle».

E poi, rivolgendosi alla proprietà, Esquivel – come ha ricordato Checchino Antonini su Left – proseguiva: «Lei si sta comportando come i signori feudali che alzavano muri di oppressione e di potere nei loro latifondi (…). Deve sapere che quando si toglie la terra ai nativi li si condanna a morte, li si riduce alla miseria e all’oblio. Ma deve anche sapere che ci sono sempre dei ribelli che non zoppicano di fronte alle avversità e lottano per i loro diritti e la loro dignità come persone e come popolo». Alla missiva i Benetton risposero: «Abbiamo semplicemente seguito le regole economiche in cui crediamo: fare impresa. Innovare, operare per lo sviluppo, continuare a investire per il futuro».

Ecco, forse le sardine potrebbero prendere spunto dal loro errore per raccontare una storia che sembra così difficile da raccontare. No?

Buon mercoledì.

Cari leghisti, fatevi avanti!

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse 01 febbraio 2020 Vignola, Modena - Italia politica Matteo Salvini alla festa a Vignola, nel Modenese, in compagnia di Lucia Borgonzoni per ringraziare gli elettori dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna.Nella foto: il leader della Lega Matteo Salvini, Lucia BorgonzoniPhoto Stefano Cavicchi/LaPresse February 01, 2020 Vignola, Modena - Italy polics Matteo Salvini in Vignola with Lucia Borgonzoni to thank thevoters after the elections in Emilia Romagna.In the pic: Matteo Salvini, Lucia Borgonzoni

Cari amici (si usa così dalle vostre parti) che avete votato con molto trasporto la candidata presidente della Lega Lucia Borgonzoni, ho una notizia da darvi. Innanzitutto, non so se lo sapete, non avete votato Salvini anche se avete visto Salvini dappertutto, la candidata era un’altra, quella che ora è responsabile per la cultura nella Lega. So che la parola cultura associata a Lega vi mette i brividi. Infatti la nomina è arrivata dopo per non indispettirvi.

Comunque, vi avevano detto che la Lega avrebbe liberato l’Emilia Romagna, vi è andata male, e vabbè, capita. Ma vi avevano anche detto che la Borgonzoni sarebbe rimasta comunque a fare opposizione in consiglio regionale nel caso in cui non avesse vinto? Ve lo ricordate? Del resto non c’è niente di più triste di quelli che partecipano alle elezioni solo se vincono, no?

Bene, vi hanno mentito. La Borgonzoni rimane a Roma. Ciao ciao. Bacioni, come si usa dalle vostre parti. Continua a fare la parlamentare con il suo lauto stipendio e con tutti i giornalisti a disposizione: non vorrete che si sporchi con il lavoro del consiglio regionale che non interessa quasi a nessuno, no?

E badate bene: non l’ha mica deciso lei. No, no. L’ha deciso il gran visir Salvini che ha detto che si era sbagliato e che la preferisce a Roma. E lei, ovviamente, ubbidisce: non sia mai che rischi di dare un’idea di donna determinata, no?

In pratica: se non si vince si abbandona il territorio, come nelle migliori tradizioni dei viziatelli che si portano a casa il pallone.

Però in tutto questo c’è anche un segnale positivo e significativo: la Borgonzoni è quella che si vantava di non avere letto un libro negli ultimi tre anni quando era sottosegretaria alla Cultura. E grazie alle sue competenze è diventata responsabile per la cultura nella Lega e candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna. La buona notizia è questa: se avete letto tutto questo articolo avete già più competenze di lei. Fatevi avanti!

Buon martedì.

Morte non accidentale di un anarchico

Una lunga ricerca di archivio su carte recentemente desecretate, che ha portato alla luce nuovi elementi, e la toccante testimonianza delle figlie di Pinelli, Silvia e Claudia, rendono il nuovo libro di Paolo Brogi Pinelli l’innocente che cadde giù (Castelvecchi) una lettura necessaria, essenziale, indispensabile, direi. Oltre a ricostruire la verità dei fatti, Brogi ci restituisce un ritratto di Giuseppe Pinelli a tutto tondo, non solo il “caso” Pinelli, ma l’uomo, il suo mondo di affetti e i suo impegno come staffetta partigiana, ferroviere, anarchico, esperantista, attivista nonviolento.
«Ancora oggi di quella vicenda mi colpisce la costruzione, avvenuta nelle ore successive alla strage di piazza Fontana, del “mostro” da sbattere in prima pagina. Valpreda arrestato, Pinelli “suicida” reo confesso nella notte tra il 15 e il 16 dicembre. Che mostruosa invenzione!», dice a Left il giornalista e scrittore che in questo lavoro ha messo acribia di ricercatore e passione civile. «Pino Pinelli era un uomo mite e perfino nonviolento – ricorda Brogi -, attento alle ragioni degli altri, un lavoratore, con una famiglia, la moglie Licia e due bambine piccole. Un bersaglio scelto dalla polizia per essere gettato nel tritacarne delle istituzioni come un misero capro espiatorio. Colpisce la solennità con cui la Costituzione all’articolo 13 declama che la libertà personale è inviolabile, dopodiché si constata come sia possibile farne lettera morta».
Alcune ore dopo lo scoppio della bomba in piazza Fontana, Pinelli era stato portato in questura e trattenuto con un fermo illegale che si era protratto ben oltre le 48 ore, ci ricorda Brogi. «Colpisce che, di fronte alla sua inconcepibile morte, media importanti funzionarono allora come buca delle lettere per le orribili menzogne che il Questore Marcello Guida disse a ridosso di quel volo mortale giù dal quarto piano di quella sua Questura di Milano mentre era in corso un interrogatorio. Un innocente, come disse finalmente il presidente Giorgio Napolitano dieci anni fa, “vittima due volte, prima di infondati sospetti e poi di un’oscura morte…”. Una ferita che è rimasta ancora aperta, dopo cinquant’anni».
Pinelli entrò vivo in commissariato e morì “cadendo” dalla finestra. Stefano Cucchi è stato ucciso di botte da esponenti delle forze dell’ordine che avrebbero dovuto garantire la sua incolumità. Ci sono delle analogie?
Non si può e non si deve morire quando si è in custodia dello Stato. Almeno non si dovrebbe. Eppure è successo e si è ripetuto orrendamente nel corso del tempo. Perché? Perché le istituzioni non si occupano adeguatamente di questi orribili abusi? Perché a farsi carico della ricerca della verità, poi, devono essere quasi sempre e solo i poveri familiari delle vittime? Non ci sono elementi di garanzia che dentro le istituzioni facciano i conti con gli abusi che vengono commessi? Tutte domande che a ancora oggi stentano a ricevere degne risposte… Dunque c’è un abuso che continua, diciamo fisiologico. Con Pinelli l’abuso è stato commesso dentro un piano che prese nome di “teorema anarchico”, la pianificazione di una copertura ai terroristi golpisti ottenuta scaricando i loro misfatti su altri, in quel caso gli anarchici. I servizi costruirono impunemente la pista anarchica.
La storia dei servizi in Italia è annosa e in buona parte ancora da chiarire?
Nel nostro Paese qualcuno ha prodotto l’assurda definizione “Servizi deviati”. Una sorta di salva capra e cavoli per far andare avanti il sistema. La Divisione affari riservati del Viminale, che nel mio libro così come in altre ricerche come quella di Paolo Morando si mostra come l’artefice prima del “teorema degli anarchici” su cui scaricare la responsabilità delle stragi, è stata la cabina di regia con cui coprire lo stragismo fascista golpista e con cui colpire invece capri espiatori come gli anarchici allora. Ebbene, questa Divisione da cui dipendevano in tutta Italia gli Uffici politici delle questure (poi Digos) consisteva allora in meno di cento funzionari, al 90% addetti a mansioni esecutrici. E il restante 10%? Dirigenti, molto coesi e coordinati, con all’interno personaggi davvero inquietanti come Silvano Russomanno (ex repubblichino, ndr), il numero due del servizio, che ritroviamo a Milano nelle ore in cui muore Pinelli… Come si fa a definirlo un servizio deviato? Erano loro, senza altre sfumature o alternative, e il potere politico aveva delegato carta bianca.
Governo, ufficio affari riservati, servizi, fascisti, americani…quale
 fu la trama dei rapporti e delle responsabilità?
Ci restano al momento alcune affermazioni di cui vorremmo proprio chiedere conto. Prendete il senatore Taviani, già ministro dell’Interno. Ha dato alle stampe prima di morire diari in cui riferisce che l’esplosivo usato a piazza Fontana era stato portato in Italia da un agente segreto Usa, dell’esercito, da una base in Germania e dato agli ordinovisti neri della cellula veneta. Il bello è che l’ex ministro lo sa e lo scrive, come fosse il fatto più scontato possibile… Come diceva Norberto Bobbio noi abbiamo vissuto e forse viviamo ancora tra due livelli, quello sopra delle istituzioni e quello sotto, definiamolo operativo, che fa in apparente libertà tutto ciò che vuole, livelli interdipendenti a tutto vantaggio dei secondi. Allora nel ’69 la sudditanza dei ministri e del governo rispetto a questi uomini era assai evidente: il ministro per fare dichiarazioni o quant’altro chiamava al mattino il capo di fatto della Divisione affari riservati, Federico Umberto D’Amato, e si faceva dire…
C’erano stati dei precedenti come scrive Morando in Prima di piazza Fontana la prova generale (Laterza). Fu un piano ordito lucidamente, qual era l’obiettivo delle stragi fasciste? Stava emergendo un cambiamento sociale che doveva essere stroncato?
L’obiettivo era un colpo di Stato. Volevano costringere il presidente del consiglio Mariano Rumor a decretare sull’onda delle stragi le leggi eccezionali, l’emergenza. Gli Affari riservati sono uno dei gangli di questo piano, il Sid (i servizi segreti italiani dal 1966 al 1977, ndr) ne è comprimario, una fitta rete di eversori attraversa armi e istituzioni varie. Se non ci sono riusciti lo dobbiamo anche alla reazione di quel vasto movimento che si era formato tra il ’68 e il ’69 in Italia. Dobbiamo ringraziare ad esempio gli operai della Breda e della Pirelli a Milano che per primi si mobilitarono in piazza.

 

Isolare. Mica solo il virus

Il ministro Roberto Speranza e il direttore dell’Istituto Spallanzani di Roma hanno annunciato al mondo di essere riusciti a isolare il Coronavirus. Questo permetterà di studiare più velocemente e meglio eventuali vaccini e lo sviluppo della malattia. Solo la Cina, la Francia e l’Australia erano riuscite nell’impresa ma, diversamente dagli italiani, non avevano messo tutti i risultati a disposizione della comunità internazionale. L’Italia, ancora una volta, è in cima al mondo per abilità nella ricerca e per i risultati ottenuti.

Ovvio e inevitabile che qui dove il virus è diventato argomento per la propaganda, con Salvini che riesce addirittura nell’enorme sciocchezza di collegare un virus esploso in Cina con i migranti che arrivano dall’Africa ora qualcuno cerchi di prendersi il merito politico della scoperta. Poi se si fa notare che ogni anno, con ogni governo, i soldi alla ricerca vengono vissuti come una spesa da limare questi si offendono pure. Sia chiaro: essere orgogliosi del risultato comunque è un gesto invidiabile rispetto a tutto il resto.

Il resto, appunto. Il resto è un nuovo stupido razzismo (tutti i razzismi del resto hanno bisogno di stupidità per proliferare) che attraversa l’Italia, questa volta contro i cinesi. Che poi, diciamolo subito, abbiamo parlato degli africani perché Salvini è riuscito a renderli appetibili ma cinesi, rumeni e albanesi sono sempre stati in testa alle antipatie dei razzisti di casa nostra. Ecco così i video e i post contro i musi gialli considerati sporchi e comunque inferiori, ecco allora i ristoranti cinesi che si svuotano (come se c’entrasse qualcosa), ecco l’occasione giusta per prendere a sberle in faccia un pezzo importante della nostra economia. Non è questione di virus: i razzisti aspettano solo che venga disponibile una leva per potere vomitare la propria ignoranza.

L’ignoranza, appunto. Il male endemico di un Paese che non riesce a isolare l’ ignoranza e non riesce a vaccinarsi dall’ignoranza. Si vede e si legge di tutto: genitori che tengono i figli a casa da scuola per la compagna cinese, gente che non mangia più gli involtini primavera, nuovi nazionalisti che improvvisamente hanno un nuovo nemico.

E non ci sarà nessun medico che riuscirà a isolare l’ignoranza, purtroppo. A ben vedere dovrebbe pensarci la politica ma la nostra politica, questa nostra politica, invece è sempre intenta a concimarla.

A proposito: il team che ha isolato il Coronavirus è formato da donne. Aspettate che lo scoprano i fallocrati editorialisti.

Buon lunedì.

La rotta balcanica, dove la lotta per la vita non è un videogioco

Con una discreta dose di ironia, i migranti lo chiamano “the game”, il gioco: si affronta il freddo delle montagne che dividono la Bosnia Erzegovina dalla Croazia, chi riesce a non farsi intercettare dalla polizia di confine arriva fino a Trieste via Slovenia e vince il premio, la speranza di una vita migliore. Chi perde, e capita la maggior parte delle volte, perde tutto: la polizia croata picchia, sequestra giacche, scarpe, telefoni cellulari, e respinge il loser in Bosnia, privo di tutto, fino al prossimo tentativo. Secondo il network Violence border monitoring «nel 2019 almeno 770 persone sono state respinte con l’uso di armi da fuoco nel corso dei push-back, e questi dati rappresentano solo una piccola porzione delle espulsioni illegali che si sono verificate» e che sono per loro natura impossibili da censire con completezza.

Ma la stessa Croazia ha ammesso per il 2019 almeno 9.500 respingimenti. Di sicuro c’è che i trattati Ue, regolamento di Dublino in testa, imporrebbero invece la presa in carico dei migranti da parte del primo Stato membro in cui questi mettono piede, proprio come accade in Italia per quelli che sbarcano nei nostri porti. È così invece che da due anni la Croazia impiega i circa 100 milioni stanziati dalla Commissione europea per la sorveglianza dei confini propri e dell’Unione.

Due anni di rotta bosniaca
La situazione è estremamente critica e dopo lo scorso 19 dicembre, in seguito alla decisione delle autorità di radere al suolo il terrificante campo informale di Vucjak, una discarica in cui stanziavano fino a 900 persone, rischia di deflagrare nelle cittadine di confine di Bihac e Velika Kladusa, ma anche nell’interno, a Tuzla, tappa obbligata dei flussi di migranti provenienti dalla Serbia.

Nella Krajna bosniaca, in particolare, l’assistenza è già scarsa e spesso mal vista: accanto a singoli attivisti che si muovono per aiutare i transitanti sistemati in squat o accampati in strada crescono episodi di intolleranza, con la politica che agita lo spauracchio della sostituzione etnica dei migranti con le migliaia di giovani bosniaci costretti ogni anno a emigrare in cerca di lavoro. Paure che oggi hanno un loro impatto anche in Italia, a maggior ragione in un Paese che non ha ancora del tutto superato i traumi della crisi umanitaria degli anni Novanta: il prezzo è quello di una tendenza alla radicalizzazione che si sta accentuando anche per via dei nuovi ingressi.

La via bosniaca è stata l’ultima in ordine di tempo a ingolfarsi di migranti in cerca dello european dream, a causa della chiusura delle vecchie tappe della rotta balcanica: da quasi due anni in Bosnia confluiscono afghani, pakistani e siriani che prima entravano dall’Ungheria e che ora sbattono contro i muri innalzati da Viktor Orban, e a loro cominciano ad aggiungersi anche marocchini che preferiscono il lunghissimo viaggio per la Bosnia a un Mediterraneo sempre meno sicuro

Campi Oim al collasso a Bihac e Velika Kladusa
La Bosnia e le Nazioni Unite, attraverso l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, hanno risposto all’emergenza aprendo uno dopo l’altro 8 campi di accoglienza formali, di cui l’ultimo a Blazuj, alle porte di Sarajevo, destinato ad…

Il reportage prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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Nuova luce sull’esordio romano di Caravaggio

Il 29 luglio 1610 Deodato Gentile, nunzio apostolico a Napoli, scrive al cardinale Scipione Borghese che Caravaggio aveva perso la vita pochi giorni prima non a Procida, come si credeva, ma a Porto Ercole dove, scarcerato dalla fortezza di Palo in cui era stato rinchiuso dopo essere sceso dalla feluca, era giunto nel torrido clima di quel luglio 1610. Ma la notizia che interessava davvero il cardinal Borghese, avido collezionista di Caravaggio, era un’altra.

Dei quadri con i quali il pittore si era imbarcato alla volta della capitale dello Stato pontificio soltanto tre erano stati ricondotti indietro, nel palazzo della marchesa Costanza Colonna a Chiaia: «I doi San Giovanni e la Maddalena». È il 1991 quando Vincenzo Pacelli pubblica questa ed altre lettere di Deodato Gentile ed è la prima volta che la Maddalena in estasi di Caravaggio, di cui erano note diverse copie disseminate tra Francia, Spagna, Russia e Italia, viene menzionata come presente a Chiaia in casa della marchesa protettrice del pittore lombardo.

Un foglio di piccolo formato, ritrovato nel palazzo dei conti Pacelli in cui era conservato anche il dipinto della Maddalena in estasi scoperto nel 2014 da Mina Gregori, esperta di fama mondiale della pittura di Caravaggio, e da lei attribuito all’artista, reca la scritta: «3. di 19 Madalena roversa di Caravaggio a Chiaia, ivi da servare pel beneficio del Cardinale Borghese di Roma ff.(fidem facio)».

Il testo collima perfettamente con quanto il nunzio apostolico riferiva a Scipione Borghese, al quale Gentile farà arrivare nel 1611 il San Giovanni Battista oggi in Galleria Borghese. Dell’altro San Giovanni Battista e della Maddalena si perdono le tracce. Il quadro della Maddalena Gregori, compare in mostra al Western Art Museum di Tokyo nel 2016 e al museo Jacquemart-André di Parigi nel 2018 con un’attribuzione a Caravaggio da consolidare anche perché nulla si sapeva fino a sei mesi fa della storia del quadro.

Insieme a Francesca Curti, mettendo a frutto le reciproche competenze di specialista di documenti e di storica dell’arte che già nel 2011 hanno portato alla scoperta di documenti che gettano nuova luce sull’esordio romano dell’artista lombardo, abbiamo condotto una campagna di ricerche incentrata sia…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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Evviva l’identità antifascista dell’Emilia Romagna

Un mio caro amico ha sintetizzato la dinamica che ha portato alla vittoria di Bonaccini e del Pd in Emilia-Romagna con queste parole che condivido: «A sinistra Bonaccini ha recuperato grazie alla paura del “lupo”, a destra ha drenato presentandosi come la forza della stabilità, che non tocca i rapporti di forza ma li consolida». Il mio giudizio sulla politica della Regione di questi anni è che essa sia stata espressione, nelle sue linee fondamentali, di quel “neoliberismo progressista” di cui il Pd è il principale perno nel nostro Paese.

In Emilia-Romagna quell’aggettivo “progressista” risente più che altrove della lunga storia della “regione rossa” che ha alle spalle. E dunque è migliore di quello che mediamente il Pd riesce a esprimere nazionalmente. Ma la collocazione del Pd nel contesto sociale è saldamente ancorata agli interessi forti, non più vissuti come distinti, per non dire alternativi, ai ceti popolari. Il Pd vive la società come una melassa di soggetti indistinti annegati nel binomio onnicomprensivo e salvifico di “lavoro e impresa”.

Sotto questa visione pacificata situazioni anche estreme di sfruttamento del lavoro, di abbandono e degrado sociale, di decadimento qualitativo e privatizzazione dei servizi sociali, di cementificazioni selvagge (tarate spesso sulle esigenze dei costruttori) si producono senza sollevare eccessivo scandalo. D’altra parte i gruppi dirigenti del centrodestra condividono quelle politiche ed anzi le vorrebbero attuare in misura ancora più drastica.
La esplosione del voto grillino degli anni passati si era alimentata di quote crescenti di malcontento e di stanchezza nei confronti di queste politiche.

Quando il voto grillino si è dissolto per effetto delle sue contraddizioni, della sua incapacità di dare uno sbocco al malcontento, come si è visto coi governi Conte, una parte di quel voto è trasmigrato verso la Lega facendone il primo partito regionale alle Europee del 2019. Ma la Lega, come si è detto, è un partito non solo di protesta populista, bensì anche una forza che ha cercato…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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Calabria Saudita, un voto senza vita

Come volevasi dimostrare. Il risultato del voto in Calabria era scontato e tutti i sondaggi parlavano chiaro e non lasciavano ombra di dubbio. Inoltre, a differenza dell’Emilia Romagna, era un voto che non aveva rilevanza nazionale e la campagna elettorale è stata condotta sotto tono e fuori dai riflettori, a parte qualche show di Salvini a Riace.

D’altra parte la Calabria è la regione più povera d’Italia dagli anni 50, sempre ultima rispetto ai più importanti indicatori socio-economici. Una Regione che ha subito più di altre del Mezzogiorno l’impatto della crisi che ha provocato una fuga di massa dei giovani come non si era vista nemmeno nell’immediato dopoguerra.
Una Regione dove è radicata la più grande organizzazione criminale italiana, e una delle più potenti al mondo, ma anche la terra dove una parte della magistratura, imprenditori e società civile organizzata lottano da anni contro l’economia criminale come in nessuna altra regione italiana.

Una terra di grandi contraddizioni che due anni fa aveva dato, sia pure con un po’ di confusione in testa, un segnale forte di rottura con le clientele, i clan della ‘ndrangheta e la borghesia mafiosa che usa e investe i grandi profitti dei mercati illegali. Quasi la metà dei calabresi aveva votato per il M5s sperando di mandare a casa una classe politica inetta e corrotta e di voltare finalmente pagina. Purtroppo, il M5s ha profondamente deluso l’elettorato calabrese, ma soprattutto ha ucciso la speranza di un cambiamento radicale: questo è stato il suo peccato capitale, che nessuna rifondazione post-Di Maio potrà cancellare.

La maggioranza relativa dell’elettorato calabrese aveva dimostrato di non essere più schiavo e dipendente dai ricatti e clientele tradizionali, in quanto il voto al M5s è stato un voto libero di protesta, sia pure populista, ma comunque senza condizionamenti. In soli due anni il M5s si è mangiato, divorato, un patrimonio di fiducia, la speranza di un popolo che è stufo di una politica di false promesse. Una parte di questo elettorato non è andato a votare in questa tornata delle elezioni regionali, un’altra ha votato per la Lega e dintorni, un’altra parte, la più piccola, ha votato per Callipo e ancora meno per Tansi (lista civica indipendente).

Da questo voto emerge una triste realtà: una Regione rassegnata si consegna nelle mani del vecchio potere, quello che…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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Laura Parker: Corbyn va, le idee radicali restano

Tourist walk along by the United Nations controlled buffer zone (Green Line), in central divided capital Nicosia, Cyprus, Thursday, Jan. 21, 2016. United Nations Secretary General Ban ki-Moon encouraged the leaders of ethnically divided Cyprus to capitalize on the current positive momentum in ongoing reunification talks and to make further progress. Ban said solid progress has been made in eight months of talks, but key differences remain. The island of Cyprus has been divided since 1974, when Turkey invaded in response to a coup aimed at uniting the island with Greece. Cyprus gained independence from Britain in 1960. (AP Photo/Petros Karadjias)

Laura Parker è stata fino a poche settimane fa la coordinatrice nazionale di Momentum, l’organizzazione nata nel 2015 attorno alla candidatura a leader del Labour di Jeremy Corbyn. Momentum è stata decisiva nel sostenere Corbyn e indirizzare a sinistra il partito laburista. Ha avuto anche un ruolo importante nella campagna elettorale appena conclusa e abbiamo fatto una chiacchierata con la sua ex coordinatrice per cercare di capire meglio cosa è andato storto il 12 dicembre e che piega sta prendendo il congresso del Labour, che porterà il 4 aprile all’elezione del nuovo leader del partito, attraverso primarie a cui prenderanno parte cinque candidati: la radicale Rebecca Long-Bailey, il più moderato Keir Starmer (i due favoriti), e poi Jess Philips, Lisa Nandy ed Emily Thornberry.

Qual è stata la cosa fatta da Momentum che ti ha reso più fiera in questa campagna elettorale?
Sono molto orgogliosa del numero di persone che siamo riusciti a mobilitare, tra cui anche individui che non si considerano della sinistra del Labour. È stata una campagna elettorale molto aperta e inclusiva. Ci sono stati oltre 2,5 milioni di contatti sulla nostra app My campaign map che aveva lo scopo di indirizzare gli attivisti nei posti in cui era più utile. Chiaramente nel Regno Unito, con il nostro sistema elettorale, è molto importante dare più attenzione ai collegi marginali e abbiamo cercato di indirizzare i militanti nei posti in cui potessero dare un contributo maggiore.

Abbiamo organizzato telefonate di gruppo con migliaia di partecipanti, sessioni di “addestramento” per nuovi attivisti, grandi squadre di volontari, militanti che giravano video che poi noi aiutavamo a diffondere; abbiamo attivato il car pooling per i volontari che si accordavano per andare a fare campagna elettorale in giro per il Paese. È stato davvero uno sforzo collettivo generato dal basso e non dalla leadership del partito, molto più simile alle campagne di mobilitazione dell’associazionismo piuttosto che di un grande partito tradizionale. E penso che questo nostro approccio potrebbe cambiare il modo in cui il Labour si mobiliterà in futuro. Inoltre sui social media abbiamo avuto degli ottimi risultati, con molte più interazioni dei canali ufficiali dei Conservatori o del Labour stesso.

C’è qualcosa che, in retrospettiva, pensi che abbiate completamente sbagliato?
Come tutto il resto del Labour, avremmo dovuto impegnarci di più e prima nel portare più risorse in alcune zone del Paese, in particolare nella cosiddetta “muraglia rossa” (il gruppo di collegi del Nord Est ex minerario che da quasi un secolo garantiva decine di seggi al Labour e che, tramite la Brexit, Boris Johnson ha strappato a Corbyn, ndr). In pochi avevano capito appieno il rischio che correvamo nel Nord Est e nello Yorshire, da dove provengo. La decisione del Brexit party di non presentarsi in alcuni collegi ha avuto più importanza di quanto avessimo pensato. Ma questo non è stato un errore compiuto solo nelle sei settimane di campagna elettorale, è un problema che…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 31 gennaio

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