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Perché contro i femminicidi la legge non basta

ROME, ITALY - NOVEMBER 25: Thousands of peolple take to the streets to march in the demonstration "Non Una di Meno" (Not One Less) during the World Day Against Violence against Women on November 25, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

Le cronache di questi giorni ci restituiscono una situazione agghiacciante: le donne muoiono, uccise dai propri compagni o ex compagni, con una frequenza impressionante. È la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni. Pensiamoci. Tutti chiedono leggi più severe, interventi legislativi risolutivi. Ma le leggi ci sono. La loro applicazione (quando sono applicate) permette una buona ed efficace risposta sia preventiva, in termini di misure cautelari, sia repressiva, in termini di condanna, ma ciò non scalfisce minimamente l’ondata omicida. In questo campo la funzione cosiddetta general-preventiva della sanzione penale, che dovrebbe fungere da deterrente per le condotte sanzionate, non funziona: perché?

Perché il problema è culturale e medico, non giuridico. Sì, ribadiamo: culturale e medico. Se tutti gli operatori di settore sono d’accordo nell’individuare nella cultura patriarcale, e nei rapporti di forza patogeni tra uomo e donna che questa determina, l’humus in cui sviluppano le violenze di genere, quegli stessi operatori rifiutano di scandagliare le risultanze psicopatologiche individuali che si sviluppano e fanno da molla ai comportamenti violenti dell’uomo sulla donna, nella convinzione che l’indicazione della patologia possa…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 7 febbraio

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Miracolo a Roma: è sparita l’Ici per la Chiesa

Wonderful view of Rome skyline at sunset time with St Peter Cathedral
Nella settimana in cui la stampa italiana, laica e meno laica, ha esaltato la notizia delle due ricche donazioni alla Caritas – una da 100mila euro e l’altra da ben 10 milioni di euro, rispettivamente da parte di papa Francesco e della Conferenza episcopale – ci sembra doveroso ripubblicare la notizia che troverete nei due seguenti articoli. Risale a poche settimane fa, stranamente oltre a Left ne ha parlato solo un quotidiano romano. Tutti in fila invece per celebrare le offerte opportunistiche e chiaramente mirate a rafforzare un’immagine da “papa buono” e da Chiesa altrettanto buona. Come dice il segretario UAAR Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, Roberto Grendene, autore per Left del primo dei due articoli che leggerete qui sotto, nessun giornale ha avuto il coraggio di descrivere i fatti per quello che sono: «UN MERO GIROCONTO». Nel caso della Cei, effettuato in gran parte con soldi di contribuenti italiani prelevati dal fondo dell’8permille. Ci pare doveroso ricordare, infine, che lo Stato italiano ancora non si è mosso per pretendere il versamento di 4-5 miliardi di Ici-Imu che la Chiesa non ha mai versato dal 2005. Una vicenda che Left segue con attenzione sin dall’inizio.
Buna lettura!
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Un Paese riceve su un piatto d’argento la possibilità di incassare tra i quattro e i cinque miliardi di imposte non versate. È un Paese da anni sotto la lente di ingrandimento della Commissione europea per il rischio di violare le regole di bilancio. Un Paese costantemente alla ricerca di fondi per investimenti e per ripianare un deficit alle stelle. E cosa fa questo Paese? Nulla.

Se il Paese è l’Italia e l’organizzazione che deve pagare gli arretrati è la Chiesa cattolica un tale epilogo non stupisce più di tanto. Nessun governo, anche quelli che promettono di eliminare privilegi, ridurre il cuneo fiscale e in generale di fare il bene dei contribuenti italiani, ha mai intaccato l’aggravio sui conti pubblici causato dalla Chiesa, stimato in maniera dettagliata e tuttavia prudenziale in oltre sei miliardi l’anno nell’inchiesta icostidellachiesa.it realizzata dalla Uaar-Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Figuriamoci un esecutivo che recupera in una volta sola quattro miliardi di arretrati Ici non versati.

Ricostruiamo brevemente la vicenda, che stavolta ha aspetti più paradossali del solito. Nel 2005 Berlusconi fa sì che alberghi, cliniche e altre proprietà ecclesiastiche non paghino l’Ici: bastava anche una piccola porzione della struttura dedicata al culto per esentarla per intero. Nel 2011 l’Imu prende il posto dell’Ici, e Mario Monti escogita un cavillo più sofisticato: l’esenzione – valida anche per le onlus, ma quante onlus possiedono alberghi, scuole o cliniche? – scatta se le tariffe praticate dalla struttura di proprietà ecclesiastica sono “simboliche”, o in ogni caso non superiori a certi parametri spesso di non facile determinazione. Un esempio? Per una scuola dell’infanzia fissare rette annue appena sotto i 6mila euro garantisce l’esenzione Imu. Nel 2012 la Commissione Ue conclude un’inchiesta aperta su segnalazione del fiscalista Carlo Pontesilli che, come Partito radicale, nel lontano 2006 insieme a Marco Pannella e Maurizio Turco (oggi segretario del Partito radicale) denunciò lo Stato italiano alla Commissione Ue perché le esenzioni Ici violano la direttiva sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato. Bruxelles stabilisce che l’esenzione Ici era sì un indebito aiuto di Stato, ma che l’Italia può chiudere un occhio in quanto sarebbe troppo complicato calcolare il dovuto. La questione passa alla Corte di giustizia Ue che in prima istanza, nel 2016, conferma incredibilmente che quei miliardi non versati possono sul serio passare in cavalleria. Ma nel novembre 2018 la sentenza di primo grado viene ribaltata e si arriva finalmente a stabilire l’ovvio: gli arretrati Ici non versati tra il 2006 e il 2011 vanno pagati (v. Left del 28 giugno 2019, ndr).

Non ci sono più santi che tengano. Ecco spiegato il piatto d’argento contenente una cifra superiore ai quattro miliardi di euro (la stima è dell’Anci). Arduo invece spiegare perché le istituzioni della Repubblica non fanno nulla per incassarli. I governi Conte non ci hanno neppure provato. Anzi, l’allora ministro Tria arrivò addirittura a sostenere che trattenere in acconto parte del gettito dell’otto per mille destinato ogni anno alla Chiesa cattolica – si badi, la quota aggiuntiva rispetto a quella derivante dalle esplicite scelte compiute in sede di dichiarazione dei redditi – sarebbe stato “lesivo delle scelte dei contribuenti”. Proprio così, lesivo di scelte non espresse. Ma se il governo semplicemente non agisce e, beffa oltre al danno, tale inerzia può causare all’Italia una procedura d’infrazione, c’è chi fa forse peggio, facendo lavorare per anni funzionari e società partecipate senza cavare un ragno dal buco. O meglio, senza incassare un euro da un malloppo di 200 milioni. Ricorderete infatti che in campagna elettorale Virginia Raggi aveva promesso che, in caso di vittoria, avrebbe chiesto le tasse sugli immobili della Chiesa. “Incasseremo 200 milioni l’anno”, era il convincente slogan elettorale.

Niente da fare, lo scorso 21 gennaio Il Messaggero ha dato notizia che l’esito di anni di lavoro da parte di pool di tecnici dell’Ufficio Bilancio di Roma Capitale e poi degli ispettori di Æqua Roma S.p.A., società che ha tra i propri obiettivi “attività di contrasto all’evasione ed elusione fiscale”, si concretizza in un nulla di fatto. Secondo quanto emerge dai dossier riservati del Campidoglio di cui è venuto in possesso il quotidiano Il Messaggero, sarebbe infatti troppo difficile fare il conteggio dei beni della Chiesa su cui far pagare sia gli arretrati Ici 2006-2011, come impone la Corte di giustizia europea, sia l’Imu dovuta per le strutture che non rispettano i parametri previsti per l’esenzione. Una resa inaccettabile. Sarebbe come dire che la Guardia di finanza alza bandiera bianca nella lotta all’evasione fiscale, giustificandosi con il fatto che è dannatamente difficile individuare tutti gli evasori e tutte le forme di evasione. Certo che lo è, ma proprio per questo è importante andare a fondo, caso per caso, ordine religioso per ordine religioso.

Da quanto trapelato sembra quasi che non si voglia muovere un passo, che si attenda all’infinito per fare un conto unico da presentare non si sa bene a chi. E nel frattempo non solo mancano fondi per investimenti di cui Roma ha urgente bisogno, ma c’è chi paga l’Imu sull’albergo o il bed&breakfast che possiede mentre la Chiesa, che di strutture ricettive ne ha a bizzeffe, continua a essere esonerata dal pagamento. Di dati ne sono stati sicuramente raccolti se i tecnici hanno stimato che sono circa diecimila gli immobili su cui chiedere l’imposta e che gli enti non commerciali che svolgono attività alberghiera a Roma sono al 90% di proprietà della Chiesa cattolica. Cosa aspetta la giunta Raggi a smentire quanto riportato dal Messaggero, a rispettare le promesse elettorali e a far partire la prima cartella esattoriale indirizzata al più grande immobiliarista del mercato?

Roberto Grendene è il segretario nazionale della Uaar

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Lo strano caso delle case del Vaticano

di Federico Tulli

Mons. Nunzio Galantino dice che l’Apsa sta completando il primo conteggio mai fatto degli immobili di proprietà della Santa sede. Ma esiste già una stima fatta 4 anni fa dal Gruppo RE

Il giorno dopo l’uscita dell’inchiesta sul Messaggero (21 gennaio 2020), il quotidiano romano ha pubblicato una nuova puntata riportando le parole di Nunzio Galantino, a capo dell’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica), l’ente finanziario al quale fa capo il patrimonio immobiliare della Santa Sede. Secondo mons. Galatino, il Vaticano ha fatto e sta facendo la sua parte, non solo pagando regolarmente le tasse dovute al Comune e sborsando ogni anno oltre 9 milioni di euro per l’Imu, ma ultimando il primo conteggio degli immobili vaticani che sia mai stato fatto. In pratica, stando alle parole del capo dell’Apsa, entro qualche mese sarà finita la mappatura finale di tutte le proprietà che il Vaticano possiede a Roma e in tutta Italia. «Noi non abbiamo nessun motivo per essere opachi» dice ancora Galatino nell’articolo del Messaggero, precisando che questa ricerca innovativa ha richiesto tante energie e tempo. Tuttavia, precisa il quotidiano romano, il problema della classificazione e della composizione del patrimonio ecclesiastico – appartamenti, edifici, stabili, negozi, capannoni, palazzi, terreni, centri commerciali, ostelli – resta purtroppo aperta e non per colpa del Vaticano ma degli ordini religiosi. Monsignor Galantino spiega che ogni ente religioso avendo una propria personalità giuridica, di conseguenza, è indipendente nella gestione economica. «Il che significa, per farla breve, che non vengono a comunicare i bilanci a noi. Non sappiamo nulla di quello che fanno. Sono autonomi in tutto e per tutto, e non li possiamo nemmeno controllare».

Difatti, diciamo noi di Left, non essendo gli enti religiosi enti extraterritoriali ma soggetti giuridici italiani, il “controllo” dovrebbe essere di competenza delle istituzioni italiane. Tanto più che l’inchiesta del Messaggero allude anche a beni «che fanno capo a prelati», cioè persone fisiche. Ma, appunto, fino a ora nessuno si è mai preso la briga di attuarlo quel controllo. Per velocizzare il lavoro e aiutare, volendo, la sindaca Raggi, suggeriamo a mons. Galatino di leggere Left del 16 febbraio 2018. Scoprirà che esistono già una mappatura e una stima risalenti alla metà del 2016, elaborate dal Gruppo RE, società che per lungo tempo ha fornito consulenze al Vaticano in ambito immobiliare. Nel mondo, lo Stato d’oltretevere – chiese comprese – possiede circa un milione di immobili per un valore di duemila miliardi. Una ricchezza enorme suddivisa in ospizi, orfanotrofi, pii alberghi per turisti e pellegrini, terreni e abitazioni date in locazione. Di questi beni immobili, circa il 70 per cento si troverebbero all’estero. Il 30 per cento è in Italia e comprende oltre quanto detto oltre a 9mila scuole e 4mila ospedali o centri di cura. Dislocati soprattutto a Roma, in Lombardia e nel Veneto. In base alla stima del Gruppo RE (che afferma di operare sul mercato immobiliare «adottando canoni di comportamento deontologico rispettosi dell’Etica, interpretata secondo la morale cattolica»), un immobile su cinque in Italia è di proprietà della Chiesa. In totale fanno circa 115mila fabbricati, di cui 25mila a Roma la cui gestione è affidata a due istituti: Propaganda Fide e, appunto, l’Apsa.

In valore sono stati stimati appartamenti di lusso per circa 9 miliardi di euro. Le case di proprietà sono poco meno di un migliaio (957 nel 2016 di cui 725 a Roma) e vengono date in affitto a persone fidate, oppure, vendute a prezzi non sempre di mercato. Stando a un report della commissione vaticana Cosea, gli appartamenti sono riconducibili a 26 diverse istituzioni riconducibili alla Santa sede. Mentre fanno capo all’Apsa 5.050 appartamenti affittati a prezzo di mercato a gente comune oppure a canone zero a laici che hanno servito la Chiesa: giuristi, letterati e direttori sanitari. Poi ci sono 860 locazioni gratuite, comprese le case-reggia di una quarantina di cardinali nei dintorni di San Pietro.

A tutto questo si devono sommare vecchi monasteri, abbazie ed altri immobili trasformati in hotel e bed and breakfast, per un totale di circa 200mila posti letto corrispondenti e un fatturato annuo che oscilla intorno ai 4,5 miliardi di euro.

 

Gli articoli sono tratti da Left del 7 febbraio 2020

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Autonomia differenziata, è Bonaccini il miglior alleato della Lega

Foto Massimo Paolone/LaPresse 27 gennaio 2020 Modena Italia cronaca Festa Presidente Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini - Piazza Grande Nella foto: Stefano Bonaccini Photo Massimo Paolone/LaPresse January 27, 2020 Modena Italy news Party President of the Emilia-Romagna Region Stefano Bonaccini - Piazza Grande In the pic: Stefano Bonaccini

Mentre la Repubblica in pochi giorni torna a dar fiato alla Lega Nord, quella della prima ora, con una intervista a Bossi e poi con una a Speroni, che parla ancora di “questione settentrionale”, mi chiedo cosa abbiamo fatto di male per sorbirci vent’anni dopo, come in un romanzo di Dumas, il probabile ritorno al racconto favolistico della Lega antifascista “costola della sinistra”, frutto di una stagione che vede il Pd pronto a far da sponda alla richiesta di autonomia differenziata presentate dalle regioni leghiste, così come da Bonaccini in Emilia Romagna. Un grande errore politico, perché questa richiesta ha nei fatti legittimato la richiesta di secessione della Padania da sempre al primo punto dello statuto della Lega. La ciliegina sulla torta di una serie di errori storici che annichilendo storia e memoria dell’Emilia Romagna, e della sinistra, dimostra, come più volte affermato in campagna elettorale, che Bonaccini e Borgonzoni rappresentavano semplicemente due facce della stessa medaglia neoliberista.

Ora contrabbandare l’aver fermato la Lega alle recenti regionali in Emilia Romagna come una grande vittoria della sinistra fa francamente sorridere. Non a caso Bonaccini non appena eletto ha riaffermato, lanciando quasi un diktat al governo, la volontà di proseguire sulla strada tracciata della richiesta di Autonomia differenziata, confermandosi ancora una volta come il miglior alleato di Fontana e Zaia. Questa “sinistra” che di coraggioso non ha nulla, si dimostra così sempre più succube dell’egemonia culturale della destra italiana, come nel caso della mozione del Parlamento europeo che ha equiparato fascismo e comunismo, non a caso votata dagli europarlamentari del Pd e dalle destre unite, avendone introiettato oltre al neoliberismo rampante anche le più spudorate richieste leghiste che sanno, oltre che di egoismo, anche di un razzismo strisciante, evidente in alcuni slogan della campagna elettorale usati da parte di tutti e due contendenti.

Sono tre le affermazioni ripetute come un mantra da Bonaccini in campagna elettorale per mostrare l’indimostrabile, e cioè come sarebbe temperata e bonaria, a differenza di quella delle regioni leghiste, la sua richiesta di Autonomia differenziata. Vediamo a futura memoria, come i suoi argomenti, sulla base dei testi ad oggi conosciuti e limitandosi alla sola scuola, siano nei fatti simili a quelli leghisti:

Bonaccini: Non chiediamo più soldi e non intendiamo portarne via ad altri. Peccato che l’art. 5 cioè quello delle risorse finanziarie sia uguale per tutte e tre le regioni “secessioniste”, ed afferma che deve essere garantita la spesa “fissa e ricorrente”. Se la spesa deve essere ricorrente e ad esempio per qualsivoglia motivo vi sono minori introiti da parte dello Stato (meno tasse riscosse, crisi economica ecc) e quindi se i soldi da distribuire diventano meno, per garantire queste risorse in maniera “fissa e ricorrente”, così come richiesto in questi accordi che hanno durata minima decennale, diventa evidente che i soldi andranno tolti a qualcun altro, ed è facile immaginare da quali altre regioni sarebbero tolti. Le solite, cioè quelle del Sud. Già ampiamente depredate, visto che il Centro-Nord dell’Italia ha sottratto al Sud una fetta di spesa pubblica, a cui avrebbe avuto diritto in percentuale alle popolazione, di circa 840 miliardi di euro, pari a circa 46,7 miliardi di euro l’anno, come emerso la scorsa settimana dal rapporto Italia 2020 dell’Eurispes, che ha fatto i calcoli relativi al periodo 2000-2017.

Bonaccini ha sempre sostenuto che prima dell’autonomia è necessario definire i Lep Giusto. Peccato però che sulla richiesta ci sia scritto che «qualora non siano stati adottati i fabbisogni standard le regioni (“secessioniste”) dovranno ricevere almeno il valore medio procapite» rapportato ai cittadini residenti . Nella scuola questo è ingiusto perché il calcolo andrebbe fatto sul solo numero degli studenti e non su quello del totale dei cittadini. È un gioco delle tre carte, perché in questo modo l’Emilia Romagna riceve 105 euro a testa in più, la Lombardia 187 euro e il Veneto 75 euro . Complessivamente le tre Regioni prenderebbero quasi 3 miliardi in più, cioè un aumento del 17%. Se invece si applicasse, come giusto, il pro capite per studente le tre Regioni non otterrebbero alcun guadagno e resterebbero in media con le altre. Addirittura con la Legge quadro di Boccia il guadagno ( la rapina) potrebbe essere maggiore perché si tornerebbe alla spesa storica sulla base della quale a Reggio Calabria ci sono 3 asili e a Reggio Emilia 63.

Bonaccini per la scuola dice che vuole solo l’istruzione professionale  Nell’art. 27 si dice che si richiede il “secondo ciclo”, il che sembra intendere l’istruzione di secondo grado, cioè non solo quindi l’istruzione professionale esclusi solo i licei. Nell’Art 28 si richiede l’organizzazione della rete scolastica, programmazione dell’offerta d’istruzione definendo la relativa dotazione dell’organico adottato d’intesa con l’ufficio scolastico regionale, cioè assumere (come precari perché anno per anno) insegnanti in più di quelli assegnati dal Miur, finendo così con l’avere, per la stessa mansione, due contratti diversi e due datori di lavoro diversi. La Regione avrebbe così un controllo diretto sugli insegnanti per realizzare l’integrazione dell’organico, Art. 29 la competenza legislativa del sistema regionale integrato e all’Art. 30 definire la formazione delle fondazioni e le competenze legislative in ordine all’edilizia scolastica. E meno male che la richiesta riguardava la sola istruzione professionale…

Inoltre nell’art. 2 si dice che la Regione Emilia Romagna chiede materie fra cui Norme generali sull’Istruzione, quindi anche sulle relative competenze legislative sull’istruzione. Questo può diventare un utile cavallo di Troia per l’inserimento di tutto e di più dopo l’approvazione, magari facendo fare da battistrada alle regioni leghiste per le richieste più estreme, stando un passo indietro per apparire più equilibrati e meno pretenziosi, così come già fatto in passato con le sollecitazioni ai governi Conte 1 e 2.

La cosa poi veramente risibile di questa vicenda è stato il racconto pressante fatto da politici e media in Emilia Romagna sulla necessità di un voto utile al fine di formare un fronte progressista antifascista per fermare la Lega. Peccato che subito dopo le elezioni Bonaccini abbia reiterato la richiesta di Autonomia differenziata, cioè di politiche egoistiche, simili a quelle leghiste, solo meno becere nel racconto. Contemporaneamente, in vista delle prossime elezioni regionali pugliesi, Renzi e la ministra Bellanova han dichiarato di non volere sostenere l’attuale Presidente, Michele Emiliano, rischiando così seriamente di favorire il centro destra e i leghisti in quella regione. In altre parole quanto sostenuto in Emilia, sulla necessità di un coeso ed esteso fronte per bloccare le destre rampanti, è stato smentito pochi giorni dopo per le elezioni per la Puglia. O forse l’Emilia Romagna vale meno della Puglia nella mente di questo genere di politici progressisti riformisti.

In tutta questa melassa per stomaci forti vengono alla mente le parole di Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere: «La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste)».

Natale Cuccurese è presidente e segretario nazionale del Partito del Sud-meridionalisti progressisti

La violenza reale del bullismo virtuale

La prepotenza fra pari e la paura che questa può scatenare non è cosa nuova. Troviamo il temibile Franti di Cuore che, «malvagio, quando uno piange, ride. Provoca tutti i più deboli di lui e, quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male». In una descrizione di più di un secolo dopo leggiamo Ian McEwan e nel suo L’inventore di sogni (Einaudi) troviamo Barry Tamerlane che «non aveva l’aria da prepotente. Non aveva una faccia brutta o lo sguardo da far paura e non girava armato. Non era grosso. Ma nemmeno era di quei tipi piccoli, ossuti e nervosi che quando fanno la lotta possono diventare cattivi. A casa non lo picchiavano né lo viziavano». Barry Tamerlane era insomma un mistero.

I tempi cambiano e cambia il profilo del bullo. Siamo nel Terzo Millennio, per i Post-Millennials la violenza arriva in rete e il termine cyberbullyng, pensato da Bill Belsey per gli specialisti, è conosciuto oggi da tutti. Secondo i dati del Centro nazionale per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo (CoNaCy), un ragazzo su quattro, nel nostro Paese, subisce violenza online. Le statistiche, così allarmanti da costringere due anni fa il governo a promulgare la legge 71/17 a tutela dei minori contro il cyberbullismo, giustificano le lodevoli azioni di prevenzione. Oltre alla legge, apprezzabile pure per l’intento preventivo più che sanzionatorio, oggi vantiamo una giornata di sensibilizzazione, un manifesto della “comunicazione non ostile”, innumerevoli progetti di prevenzione e “educazione alla cittadinanza digitale” promossi dal Miur dai Comuni, dalle Regioni e dalle varie associazioni.

Ritengo tuttavia che prevenzione significhi puntare sugli aspetti di ordine sociale e culturale.
Nella letteratura psicologica il cyberbullismo, benché siano evidenziate le palesi differenze, viene per consuetudine considerato la naturale evoluzione del bullismo tradizionale. In realtà, penso che, cambiando l’intera prospettiva spazio-temporale e, forse di conseguenza, l’assetto psichico degli attori, esso presenti una visione della violenza piuttosto diversa: una violenza pervasiva, subdola, spesso incontrollabile e, per questo, particolarmente angosciante. Le molestie e le intimidazioni, le minacce e le denigrazioni abbandonano aule e cortili scolastici per occupare l’etere; oltrepassano i limiti degli orari di lezione e incontri sportivi per una diffusione esasperata; ma, soprattutto, i loro artefici possono non avere un volto perché, nonostante ogni dispositivo elettronico abbia in teoria una tracciabilità, la rete rende invisibili.

La violenza online mostra il lato infido dell’assenza, dell’invisibilità e dell’incontrollabilità, fattori che rendono la vittima più vulnerabile. L’assenza del rapporto diretto con il prevaricatore, rispetto al quale eventualmente la vittima potrebbe avere una reazione di difesa immediata, e l’assenza di persone che potrebbero in ipotesi intervenire e condannare il sopruso; l’invisibilità che toglie concretezza al fenomeno e porta la vittima a pensare che tutto il mondo sia carnefice e giudicante; l’incontrollabilità della diffusione mediatica che, provocando un senso di impotenza, può annullare nella vittima ogni capacità di reagire e spingerla verso atteggiamenti di ritiro e comportamenti autolesivi.

Nel cyberbullismo si amplificano quindi i tratti di sofferenza di chi subisce. Ma non solo. Anche i tratti di violenza di chi agisce talvolta si acuiscono. La rete, nascondendo, può, paradossalmente, smascherare dimensioni più latenti di violenza che non sempre permettono di considerare il cyberbullismo come sviluppo del bullismo. È altro. Mentre il bullo ‘classico’ può agire anche da cyberbullo, non è detto che i bulli telematici possano ‘migrare’ in un profilo di bullo tradizionale che pretende la sfrontatezza di esporsi. È una forma di violenza più ineffabile. Se il bullo, per un distorto bisogno di affermarsi, di essere seguito da altri, di sentirsi importante o per un senso di rivalsa, che poi spesso si traduce nel tentativo fallito di riscattarsi da una storia fatta di delusioni reiterate, può essere mosso dalla rabbia, il cyberbullo, proprio perché può rendersi invisibile e rendere invisibile la vittima, può agire una freddezza e una insensibilità più intense.

Inoltre, il senso di distribuzione della colpa, di deresponsabilizzazione (lo fanno tutti), di attribuzione della colpa alla vittima (mi ha provocato) e di deumanizzazione (è un verme) vengono in rete amplificati e resi astratti permettendo che tanti impensati violenti si uniscano nella fatuità di un gesto che a volte ha conseguenze fatali. Si aggregano (nel senso proprio dell’etimo della parola che viene da gregge) nella stupidità della violenza contro una vittima che, di solito, possiede un plus per sensibilità e umanità. Un plus che mette in crisi perché, senza volerlo, denuncia la povertà di contenuti dell’altro, del cyberbullo. Come può accadere?

Su questo occorre chiarezza: non di rado articoli specialistici motivano i processi di giustificazione morale appena visti e il coinvolgimento di persone “non attivamente violente”, quelle “che non farebbero mai del male”, con l’idea del “contagio”, dell’emulazione e delle modalità intrusive della rete. In realtà, siccome una persona non violenta non agisce per ledere un proprio simile, bisogna supporre che questi individui che si aggregano siano altrettanto violenti e chiedersi magari perché. Chiedersi come ci si possa accanire contro una persona timida o dal temperamento mite. Chiedersi come si possa considerare “sfigato” e, quindi, perdente chi cerca di coltivare una propria personalità studiando o leggendo romanzi. Perché questi sono spesso i tratti delle vittime di bullismo. Chiedersi delle idee che dominano a proposito della natura umana, dei rapporti fra simili e promuovere uno stile culturale e un pensiero profondamente nuovi. Questa è prevenzione. A partire dall’inizio, dalla famiglia e non dalla scuola. Perché non è a scuola che nasce il bullo. Tralasciando considerazioni scontate su genitori che, dagli spalti dei campi sportivi ai gruppi whatsapp, “urlano” in costante difesa del valore “negato” dei figli e che criticano costantemente (e a volte bullizzano!) gli insegnanti, alla scuola va piuttosto riconosciuto, di essere spesso il luogo in cui i giovani si percepiscono visti e ascoltati in un mondo di adulti ciechi e sordi.

In questo senso la scuola opera nella prevenzione, nella lotta contro lo stereotipo, il pregiudizio e la discriminazione, terzetto insidioso per lo sviluppo di un pensiero autonomo che non sia la ripetizione di luoghi comuni. Accade infatti che, di fronte al malessere che la nostra società sempre più spesso manifesta, divenga scontato ragionare per stereotipi, cioè per schemi confortevoli e rassicuranti. Generalizzando però si perde di vista (e negli affetti) la complessità e la variabilità umana e aumenta, di conseguenza, l’impoverimento interiore che provoca un più o meno profondo senso di inadeguatezza e insoddisfazione che dovrà poi, affinché l’uomo viva bene con se stesso, essere eliminato, fatto sparire.

Il problema sta nell’altro e si costruisce un capro espiatorio. Si passa dallo stereotipo alla violenza del pregiudizio, dall’aspetto cognitivo (è fatto così) all’aspetto valutativo (non è valido). Il negativo che uno si ritrova dentro, quell’insostenibile senso di insufficienza e inadeguatezza, intollerabile in una società che valorizza l’arroganza, viene eliminato da sé e messo in un altro essere umano (minoranza) che ha peculiarità ben definite e diverse dal gruppo di riferimento. Si identifica così il nemico, lo “sfigato”, il perdente, la vittima del bullo e, se si passa all’azione, si agisce la violenza della discriminazione.
Combattere culturalmente contro tutto questo, proporre pensieri veri e validi sulla realtà umana, promuovere nei bambini e nei giovani interessi e passioni ma, soprattutto, privilegiare uno sviluppo fatto in autonomia che conduca ad una identità più solida, è prevenzione.

Cecilia Iannaco è psicologa psicoterapeuta, socia fondatrice di Netforpp Europa. Oltre all’attività clinica, organizza corsi di formazione per docenti

L’articolo di Cecilia Iannaco è stato pubblicato su Left del 28 giugno 2019


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Più socialisti che mai

NEW YORK, NY - OCTOBER 19: Democratic presidential candidate, Sen. Bernie Sanders (I-VT) holds hands with Rep. Alexandria Ocasio-Cortez (D-NY) during his speech at a campaign rally in Queensbridge Park on October 19, 2019 in the Queens borough of New York City. This is Sanders' first rally since he paused his campaign for the nomination due to health problems. (Photo by Kena Betancur/Getty Images)

Una campagna a tappeto portata avanti da migliaia di volontari, 96 milioni di dollari in piccole donazioni raccolti finora, uno slogan che più eloquente non si può, Not me, Us (Non io, noi/gli Stati Uniti): così Bernie Sanders si è presentato alla prima sfida diretta delle primarie Democratiche in vista delle elezioni presidenziali del 2020. I caucuses dell’Iowa sono fondamentali non tanto per il numero di delegati che assegnano, il cui compito è rappresentare il candidato alla convention di partito dove si sceglie il vincitore, quanto per il loro significato simbolico di essere il primo momento in cui sono gli elettori stessi a far sentire la loro voce, non i sondaggi. Al momento di andare in stampa il Partito democratico non ha ancora comunicato i risultati ufficiali, che solitamente sono disponibili dopo poche ore, a causa di problemi nella ricezione dei dati provenienti dai vari caucuses e incongruenze non meglio specificate. I risultati non ufficiali, raccolti dai volontari presenti nei caucuses, darebbero comunque Bernie Sanders in testa.

Il senatore del Vermont non è al suo primo “Iowa”: già nel 2016 aveva provato a battere Hillary Clinton, perdendo per un pugno di voti. Quattro anni dopo è tornato, più socialista che mai, con l’ambizioso obiettivo di convincere gli americani che è lui l’alternativa all’attuale presidente Donald Trump, in corsa per il secondo mandato nonostante un processo per impeachment. Come fa notare lui stesso in uno spot elettorale accompagnato dalle note di Seven nation army (il motivetto che accompagnò gli Azzurri nei mondiali di calcio del 2006), la campagna di Sanders fa paura a Trump, che suo malgrado è costretto a parlarne, sia solo per attaccarlo. Solo qualche anno fa un candidato che si proclamava apertamente socialista non avrebbe avuto scampo negli Stati Uniti, dove l’intervento del governo federale è visto come il male assoluto. Con i millennials e la Generazione Z ad avere le schede elettorali in mano non sembra essere più così.

La tendenza verso il cambiamento è…

L’articolo di Alessia Gasparini prosegue su Left in edicola dal 7 febbraio

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Cosa stona a Sanremo

Foto Matteo Rasero/LaPresse 05 Febbraio 2020 Sanremo, Italia spettacolo Festival di Sanremo 2020, seconda serata. Nella foto: Fiorello Photo Matteo Rasero/LaPresse February 05th, 2020 Sanremo, Italy entertainment Sanremo music festival 2020, second evening. In the photo: Fiorello

No, no, niente pagelle sui cantanti in gara e nessun articolo sull’abbigliamento degli ospiti. La nota davvero stonata di Sanremo la cita Peppe Vessicchio, storico volto direttore d’orchestra a Sanremo, che in un’intervista a Repubblica racconta qual è il problema della musica di Sanremo: «La paga degli orchestrali. Vorrei lanciare la campagna ‘Adotta un violinista di Sanremo’. Mi riferisco in particolare agli ‘aggiunti musicisti’, quelli che non appartengono all’orchestra sinfonica. Le condizioni in cui vivono sono da fame. Se qualcuno li incontra per strada e gli offre un piatto caldo fa un’opera di bene. Guadagnano 50 euro al giorno per dodici ore di lavoro. All’estero si metterebbero a ridere».

L’orchestra del Festival di Sanremo è composta dall’Orchestra sinfonica stabile di Sanremo e dagli strumentisti che fanno riferimento invece alla Rai. L’orchestra sinfonica stabile di Sanremo è sovvenzionata da soldi pubblici (come gran parte delle orchestre sinfoniche in Italia) e come viene facile immaginare la disponibilità economica diminuisce di anno in anno. Hanno cominciato a lavorare il 3 gennaio, hanno turni di lavoro di circa 10 ore al giorno (ma nei giorni che precedono il Festival hanno lavorato anche 12 ore) e guadagnano 50 euro lordi (lordi!) al giorno.

Qualcuno potrebbe pensare che abbiano almeno un rimborso spese: sì, certo hanno preso 180 euro per l’intero periodo (circa 40 giorni) che gli consente di spendere la bellezza di 4,50 euro al dì, immaginate che lusso. Forse sarà proprio per questo che solo un quarto dei musicisti dell’orchestra sinfonica hanno accettato di partecipare al Festival.

La domanda che si pone è molto semplice: la produzione televisiva più nazionalpopolare che abbiamo davvero può permettersi di trattare così i musicisti? Non sarebbe il caso che qualcuno si indigni? Non sentite quanto sia stonata questa musica?

Dai, buon venerdì.

Le nuove coraggiose

Rep. Alexandria Ocasio-Cortez, D-N.Y., campaigns for Democratic presidential candidate Sen. Bernie Sanders, I-Vt., on the campus of Iowa Western Community College in Council Bluffs, Iowa, Friday, Nov. 8, 2019. (AP Photo/Nati Harnik)

Lo sguardo sensibile, lungimirante e inclusivo delle donne sulla politica e sulla società è ciò che può dare nuova linfa alla sinistra. Lo dimostrano tante esperienze concrete che stanno prendendo corpo in giro per il mondo e anche da noi. Non ci riferiamo solo al pur importantissimo movimento internazionale Non una di meno. Ma anche a singole donne che portano avanti battaglie che non sono solo di genere, che in politica riescono a fare rete, promuovendo un nuovo patto internazionale, riuscendo a intersecare e a fare incontrare mondi diversi e lontani.

Sono tanti gli esempi che potremmo fare. Legandoci alla cronaca di queste settimane, per questo numero ne abbiamo scelte simbolicamente tre: Alexandria Ocasio-Cortez, giovane astro liberal del Partito democratico Usa, eletta lo scorso novembre al 116esimo Congresso degli Stati Uniti (sconfiggendo a sorpresa Joseph Crowley), Kshama Sawant, ingegnere informatico, leader di Socialist Alternative che a Seattle è riuscita a battere il candidato sostenuto finanziariamente da Amazon e l’ex parlamentare europea Elly Schlein che ha lanciato Emilia Romagna coraggiosa alle regionali e potrebbe farne un progetto nazionale.

Insieme all’americana di origine somala Ilhan Omar, deputata al Congresso e pro Bernie Sanders, le prime due hanno avuto un ruolo importante nel sostenere il maturo senatore del Vermont alle primarie del Partito democratico statunitense in Iowa (dove si è registrato uno strano caso di tilt nei conteggi e poi è stato occultato da molti media il vero risultato finale: Sanders 44,753, Buttigieg 42,235, Warren 34,312, Biden 23,051, Klobuchar 20,525) ma ci interessano soprattutto perché stanno portando avanti un discorso di nuovo socialismo e battaglie radicali in Nord America, dove il socialismo e l’ateismo sono temuti più della peste!

Giovani, preparate, competenti, femminili Alexandria e Kshama, diversissime fra loro, si dichiarano orgogliosamente socialiste, dando a questa parola un significato ampio di inclusione, di lotta alle disuguaglianze, di rifiuto del razzismo, di attenzione all’ambiente e di critica al capitalismo che distrugge non solo l’habitat in cui viviamo, ma anche i rapporti sociali.

La loro visione e prassi politica punta a rimettere al centro le persone, sconfiggendo la paura del diverso, mostrando concretamente, a partire da sé, la ricchezza culturale e l’ampiezza di visione che deriva dall’essere nate e cresciute all’incrocio di culture diverse. Un fertile “meticciato” di cui va orgogliosa anche Elly Schlein, italiana con ascendenze svizzere, che si è fatta le ossa da giovanissima lavorando per la campagna presidenziale di Obama ed è stata parlamentare europea impegnandosi molto per i diritti dei migranti e per la riforma del trattato di Dublino.

Nelle settimane scorse Elly ha aiutato la vittoria del centrosinistra in Emilia Romagna, portando a casa il 3,8 per cento di consensi con la lista Emilia Romagna coraggiosa, ma soprattutto proponendo un metodo diverso nel formare le liste a partire dall’associazionismo di base e da chi lavora sui territori. L’abbiamo incontrata anche per capire quali sviluppi potrebbe avere quella esperienza.

La settimana scorsa abbiamo parlato invece con Laura Parker che è stata alla guida di Momentum, l’ala giovane del Labour party che ha sostenuto Corbyn. Altre ne incontreremo nelle prossime settimane. Sono le nuove “coraggiose” o se preferite le nuove partigiane che potrebbero far uscire la sinistra dall’impasse che sta vivendo, non solo in Italia. Volendo evitare generalizzazioni le racconteremo una ad una contestualizzando l’originalità e l’importanza delle loro battaglie.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 7 febbraio

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«Così ho sconfitto il capo di Amazon», la lezione di Kshama

In this photo taken Nov. 4, 2013, Socialist candidate for Seattle City Council Kshama Sawant poses for a photo outside City Council chambers in Seattle. Sawant is challenging four-term Councilman Richard Conlin. (AP Photo/Ted S. Warren)

«Penso che quello che stiamo vedendo è che gli elettori del Partito democratico hanno un’immaginazione politica molto più grande dell’establishment del partito, sia a livello federale che nelle macchine politiche locali», ha ripetuto spesso Julia Salazar, ora senatrice del 18mo distretto dello Stato di New York. Come la più nota AOC, Alexandra Ocasio-Cortez, Salazar fa parte della leva di giovani, donne e socialiste, che stanno dando corpo a un’immaginazione politica a lungo proibita da quella parte dell’Atlantico, quando socialista significava “antiamericano”.

Se qui il premier Conte incontra una ventina di big manager di multinazionali – è accaduto alla Luiss il 17 gennaio – per assicurare stabilità, deregulation e sconti sulle tasse, a Seattle una giovane immigrata dall’India ha battuto il candidato di Amazon, in carica da 16 anni, nel distretto 3 del Seattle City Council. La sua campagna reclamava la tassazione delle multinazionali per finanziare un programma di edilizia popolare e il welfare cittadino in una città in cui gli sfratti sono una vera epidemia. È la prima socialista a entrare nel consiglio comunale dal 1916 e lo fa con un mandato storico per la Amazon Tax.

Si chiama Kshama Sawant, ingegnere informatico, insegnante di economia, classe 1973. Ed è marxista. Socialist Alternative, la sua organizzazione, sostiene Sanders: «Siamo molto chiari sul fatto che il Partito democratico non sarà il veicolo con cui i lavoratori conquisteranno l’assistenza sanitaria per tutti perché l’establishment del Partito democratico non si differenzia dal repubblicano per il suo forte accordo con la billionaire class», spiega Sawant raggiunta da Left mentre a Nieuwpoort, nelle Fiandre, partecipa al congresso del Committee for a Workers’ International di cui Socialist Alternative è parte.

«C’è qualcosa di importante che sta accadendo con Sanders che si dichiara socialista. La sua battaglia per l’assistenza medica per tutti, università pubbliche gratuite e di moratoria del debito degli studenti, tassando Wall Street e per un New deal verde che affronti il climate change, ha catturato l’immaginazione di milioni di persone in tutto il Paese. È estremamente importante che…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 7 febbraio

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Meravigliosa Giulia, partigiana e ribelle

Qualche giorno fa è mancata una cara amica e una compagna di una vita. Giulia Ingrao era la sorella del più che famoso Pietro Ingrao. Uno dei grandi padri del Pci. Un eretico che è però sempre rimasto fedele alla linea del partito. Non ne è mai uscito.
Giulia, sua sorella, è stata un’insegnante di scuola. Quando era bambina ha fatto la staffetta per i partigiani a Roma, nella guerra non guerreggiata che si faceva a Roma.
Portava lettere e pacchetti da una parte all’altra della città, rischiando la vita tutti i giorni. Lo racconta lei stessa in alcuni video che si possono vedere in rete in questi giorni.
Lei stessa racconta di come il suo fosse un inconsapevole eroismo. Il suo era un amore per il fratello. Che vedeva come qualcuno di grande, di straordinario, di impegnato in qualcosa di grande. Qualcuno che aveva l’ambizione di cambiare il mondo.

Giulia era una donna bellissima. Energica, mai ferma. A 85 anni diceva: «Io non ho fatto abbastanza, sento di poter fare di più». La depressione era una cosa a lei sconosciuta.
I suoi occhi grandi e il suo sorriso avevano una forza speciale. Era una donna che amava le persone. Tutte le persone a cui voleva bene in un modo assoluto. Giulia aveva una fiducia sconfinata negli altri.
A me e a Lorenzo Fagioli, editori dell’Asino d’oro, quando ci incontrava, in occasione delle grandi presentazioni che organizzavamo per i libri di Massimo Fagioli, diceva sempre: «Voi siete grandi! Continuate così! È importante quello che fate!» guardandoci con un sorriso che riempiva il cuore… e i suoi occhi grandi e spalancati… commossi per l’amore per la vita e per la realizzazione degli altri.
Giulia era la gioia di vivere fatta persona. Metteva sempre davanti a tutto una umanità a cui non rinunciava mai. Mai, in nessun caso.

Lei stessa racconta di come in gioventù, ad una riunione con i compagni del Pci a cui aveva aderito entusiasticamente durante e dopo la guerra, aveva litigato con chi diceva che era più importante la linea del partito che attivarsi e fare delle cose per gli studenti di una scuola che avevano bisogno di aiuto. «Se non si può discutere di queste cose che sono importanti, allora vaffanculo!». E se ne andò per sempre dal partito. Per lei le persone e le loro esigenze venivano prima di tutto.

Potremmo dire che lei e il fratello hanno rappresentato qualcosa di grande per la sinistra italiana. Dico la sinistra italiana e non gli ex-comunisti soltanto perché entrambi hanno avuto un significato molto al di là degli iscritti e votanti il Pci.
Ma tra i due c’era una differenza sostanziale.
Giulia aveva capito che la realizzazione umana non è solo nella soddisfazione dei bisogni. Non è solo una questione razionale. Venivano prima le esigenze!

Pietro aveva sicuramente fatto dei passi in quella direzione ma era sempre rimasto nel Pci, non aveva mai rifiutato il partito e i compromessi di pensiero che il partito ha fatto nel corso della sua storia. Primo fra tutti il compromesso con il Vaticano fatto da Togliatti quando accettò di ratificare i patti lateranensi dopo la guerra. Pietro aderì all’ordine di scuderia. Giulia no. Per Giulia venivano prima le persone e le loro esigenze. Viene prima la realizzazione e poi semmai la soddisfazione.

Giulia ha partecipato per tantissimi anni all’Analisi collettiva di Massimo Fagioli. Ha fatto la sua formazione e ricerca nell’Analisi collettiva. Ha cercato e trovato un’identità di donna che sa ribellarsi e sa realizzarsi. Nonostante la figura di un fratello così importante e con un’immagine pubblica così grande e che però, forse, non era riuscito del tutto proprio perché non aveva avuto la forza di ribellarsi ad un pensiero, quello del Pci, incapace di comprendere gli esseri umani.
Giulia ha rappresentato tanto per la sinistra. Era una immagine nota a tutti anche se non “famosa” come il fratello.

Noi dobbiamo ora prendere la sua eredità di ribelle sorridente e silenziosa e farla nostra. Ricordare il suo amore per la vita. Ricordare i suoi occhi grandi e il suo sorriso che ti riempiva il cuore. Ricordare la ragazzina partigiana e ribelle che è stata fino a 98 anni: innamorata della vita e degli altri.
Grazie per la tua meravigliosa vita, splendida Giulia.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 7 febbraio

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Non il reddito: il salario, di cittadinanza

Spain's caretaker Prime Minister Pedro Sanchez, right and Podemos party leader Pablo Iglesias clasp hands after signing an agreement between the two parties in the Spanish parliament in Madrid, Spain, Monday, Dec. 30, 2019. Sanchez hopes to form center-left governing alliance to take office in the country in the coming days. (AP Photo/Paul White)

Il governo spagnolo ha aumentato del 5,5% il salario minimo: era uno dei più bassi in Europa, l’aumento porta la remunerazione a 950 euro per 14 mensilità. L’ambizione del governo, che nei giorni scorsi aveva annunciato anche un aumento delle pensioni, è quella di fissare il salario minimo al 60% dello stipendio medio entro la fine del mandato, il che equivarrebbe in termini pratici a circa 1.200 euro. In Francia Macron (sempre contestato perché in Francia hanno questa abitudine di manifestare facendo qualcosa in più di lagnarsi sui social) è stato costretto a ritoccarlo al rialzo: il salario minimo è di 1.521 euro. La Germania ha introdotto il salario minimo da poco e l’anno scorso l’ha ritoccato verso l’alto.

L’Italia? In Italia ogni volta che si discute di un salario minimo sembra che debba cascare il mondo. E non è un caso che siamo uno dei pochi Paesi europei a non avere un salario minimo. Forse varrebbe la pena considerare che la dignità passa attraverso un reddito dignitoso, benché questi ci vogliano convincere che bastino belle parole e buoni propositi.

In Europa si continua ad assistere a governi che hanno il coraggio di prendere decisioni che qui da noi risultano impraticabili. Se qui qualcuno proponesse un salario minimo ci sarebbe una schiera di politici amici di certa imprenditoria che ci disegnerebbe un futuro nero e un’invasione delle cavallette.

Non so se vi accorgete che su molti temi che qui vengono blindati con la solita frammetta del “non c’è alternativa” le alternative invece continuano a esserci e essere praticate nel resto del mondo. Forse ci sarebbe proprio bisogno di un partito che rilanci sul salario minimo per i lavoratori, sul diritto alla casa e su tutte quelle cose che negli ultimi anni sembrano diventate antiquariato politico (perché sono stati bravissimi a convincerci che è così) e che invece disegnerebbero un Paese attento davvero ai più poveri. Forse sarebbe anche un argomento su cui si potrebbe ritrovare la maggioranza che è al governo.

Ma ci hanno insegnato a fare sogni bassi, piccoli, stretti stretti.

Avanti così.

Buon giovedì.