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Il 29 marzo un No contro il progetto eversivo della forma di Stato

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 08-10-2019 Roma Politica Camera dei Deputati. Ddl taglio parlamentari Nella foto l'aula della Camera dei Deputati Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 08-10-2019 Roma (Italy) Politic Chamber of Deputies. Bill on parliamentary cuts In the pic the hall

Se si rilegge con attenzione il punto 20 del Contratto per il governo del cambiamento, firmato nel maggio del 2018 da M5S e Lega, appare chiaro il loro progetto: disgregare la Repubblica parlamentare della Costituzione, da un lato riducendo la rappresentatività del Parlamento, come preteso dal M5S fautore della democrazia dei clic sul blog, e dall’altro attribuendo alle Regioni l’autonomia differenziata, come preteso dalla Lega federalista e secessionista.

Su questa base, il 1° giugno 2018 fu varato il governo Conte, che si attivò subito su entrambi i fronti. Caduto il governo, il M5S si è alleato con il Pd, sì che, il 5 settembre 2019, è stato varato il secondo governo Conte, con gli stessi obiettivi del Contratto di governo M5S – Lega: ridurre il numero dei parlamentari e attribuire l’autonomia differenziata alle Regioni.

Oggi, per suscitare consenso verso questo loro progetto eversivo della Repubblica, una e indivisibile, M5S e Pd truffano i cittadini, facendo loro credere che “il taglio delle poltrone” farà risparmiare miliardi di euro allo Stato e che l’autonomia differenziata non creerà alcun problema ai cittadini delle diverse Regioni, perché essa avverrà insieme alla determinazione dei Lep, cioè dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

Argomenti falsi e bugiardi! Se, infatti, l’obiettivo della riduzione del numero dei parlamentari fosse stato davvero il risparmio, sarebbe stato molto più semplice e rapido, riunendo l’Ufficio di presidenza della Camera e del Senato, ridurre dello stesso 36,5% i compensi, anziché il numero dei parlamentari; riduzione, che, senza modificare la Costituzione, sarebbe entrata in vigore subito, anziché soltanto dopo il rinnovo del Parlamento, previsto per il 2023, cioè ben cinque anni dopo la decisione di risparmiare non miliardi, bensì un ridicolo 0,007% del bilancio annuale dello Stato, cioè, con i dati del 2019, appena 61 milioni su quasi 870 miliardi di euro.

Quanto alla determinazione dei Lep, che l’attuale progetto di legge del ministro Boccia collega all’autonomia differenziata, la truffa è ancor più evidente, sia perché i Lep, in base al secondo comma dell’art. 117 della Costituzione, sono materia di legislazione esclusiva dello Stato e non di legislazione concorrente con le Regioni, sia perché il progetto Boccia prevede che l’autonomia differenziata diventi comunque operante, qualora dopo un anno dalla sua attribuzione alle Regioni i Lep non fossero stati ancora determinati dallo Stato.

Poiché siamo di fronte a un progetto eversivo sia della forma di Stato, cioè del rapporto tra istituzioni centrali e istituzioni periferiche, sia della forma di governo, cioè del rapporto tra istituzioni centrali (Parlamento, presidente della Repubblica, governo), riteniamo che sia doveroso per ogni cittadino e ogni cittadina opporsi con ogni mezzo lecito sia al progetto di legge Boccia, che con l’autonomia differenziata sgretola l’unità della Repubblica e vanifica l’uguaglianza dei diritti dei cittadini, che finiscono in balia del potere regionale, sia alla riduzione del numero dei parlamentari, che umilia e dimezza la rappresentatività del Parlamento, sottoponendolo definitivamente al Governo, peraltro sempre più numeroso, e ai capi dei partiti che lo sostengono.

Bisogna, perciò, votare NO al referendum del 29 marzo 2020, non soltanto per sconfiggere questo nuovo tentativo di disgregare la Repubblica della Costituzione, ma anche o soprattutto perché, se vince il Sì, lorsignori, forti del consenso popolare estorto, approveranno anche il progetto Boccia e altri vari “ritocchi” della Costituzione; mentre, se vince il NO, dovranno scendere a più miti e giusti consigli.

Soltanto votando NO, insomma, noi potremo pretendere:
1) una legge costituzionale attuativa del terzo comma dell’art. 116 – che prevede l’attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni – come solida garanzia dell’unità della Repubblica e dell’uguaglianza dei diritti sociali e civili dei cittadini, pur nel mutare dei governi e delle maggioranze parlamentari.
2) una legge elettorale, che finalmente permetta a chi vota di scegliersi sempre e comunque con voto personale e diretto chi lo rappresenti, così da mettere fine per via democratica non al Parlamento, bensì alle diverse ed evidenti storture della vita parlamentare.
Salviamo gli usi, evitando gli abusi!

 

Valentina Petrini: «Così smontiamo le fake news. E anche il razzismo e il negazionismo climatico»

Riparte mercoledì 12 febbraio alle 23.30 su Canale Nove una trasmissione televisiva in cui si cerca di affrontare il tema della fake news. Dopo una fortunata prima stagione, gli autori, in primis la conduttrice Valentina Petrini, ne parlano con entusiasmo. Il format di “Fake, la fabbrica delle notizie”, questo è il titolo del programma, è semplice e immediato con giornalisti in studio di diverse testate  e un tema portante in cui si prova a entrare nella complessità dell’argomento smontando semplificazioni, costruzioni narrative nate in assenza di fonti concrete. Nella realizzazione del programma c’è una attenzione quasi maniacale nell’uso del linguaggio e da questo partiamo per parlarne con la conduttrice che spesso ci segue.

«Si è un problema che ci siamo posti sin dall’inizio. Il nostro è un canale di nicchia ma nella trasmissione vogliamo rendere la stessa fruibilità che ha la rete. Il nostro obiettivo è far si che anche mia madre possa comprendere quello che diciamo, quali sono le fonti che utilizziamo. Io sono di Taranto e anche per questo ho una particolare attenzione per i discorsi legati al cambiamento climatico. La nostra squadra, che è molto giovane, sta lavorando sul tema partendo dal grande lavoro che si fa in Gran Bretagna su questo argomento. Siamo consapevoli che c’è uno scollamento terribile fra le persone e l’informazione, soprattutto quella mainstream, dobbiamo conquistarci la fiducia anche studiando, spaccandosi la testa, cercare nelle fonti più disparate accettando il terreno della complessità ma poi schierandoci. Giornalisti come David Puente garantisce un alto livello di professionalità, Matteo Flora, professore a contratto in “Corporate Reputation e Storytelling” e hacker contribuisce a spiegare i sistemi di analisi dell’intelligenza artificiale. Lui studia anche dal punto di vista tecnico e scientifico il funzionamento propagandistico della “bestia” di Salvini. Ma abbiamo anche reso stabile una parte di satira con Enrico Bertolino che peraltro sta portando in giro in Italia uno spettacolo teatrale dedicato alle “bufale”. E sta avendo molto successo».

Occupandomi soprattutto di immigrazione sembra che le “fake” sovrastino anche il racconto banale della realtà, che invece è molto meno preoccupante.
«La “banalità” della realtà è fuori moda. L’informazione oggi deve convincere che la realtà è di difficile comprensione. Sull’immigrazione è ancora più dura, come sai è un tema di cui mi occupo da tanto tempo e si fa fatica a rompere certi meccanismi. Anche quando si racconta delle torture nei centri libici ormai appurate, prevale la diffidenza, c’è ancora chi pensa che si esageri, che forse non è vero. Noi dobbiamo lavorare per acquisire fiducia raccontando tutta la verità, non solo una parte. Nella scorsa stagione abbiamo raccontato le bufale razziste ma oggi vogliamo anche dire della finta sassaiola contro i cinesi a Frosinone. Non è stata la comunità cinese a denunciarla ma quando si è scoperto che la notizia era falsa si è prodotto un danno enorme. In passato abbiamo parlato ad esempio dei messaggi di minaccia giunti alla senatrice Segre. Chi ha sparato la cifra di 200 messaggi di odio al giorno ha danneggiato la sua e la nostra causa. Sia ben chiaro, anche un solo messaggio è pericoloso ma è nostro compito verificare la realtà, non riportare la prima notizia che ci arriva. Per tornare alla realtà dobbiamo raccontare tutto senza peccare di “buonismo”».

Ritorna il tema della verifica delle fonti
«Sì dobbiamo spiegare anche come si fa a cercare le fonti. In passato ho avuto esperienze bellissime in alcune scuole con i ragazzi. Adolescenti che non guardano la tv, non sanno cosa sia il “Grande fratello” e cercano le fonti in tutto il mondo. Dovremmo piantarla di produrre contenuti solo per noi e parlare agli adolescenti raccontandoli e pensando a loro come fruitori. Spesso li raccontiamo in maniera macchiettistica mentre loro lavorano sulle sfumature, conoscono l’inglese, sono youtuber, affrontano temi con cui non ci siamo mai confrontati. Per questo ad esempio ci stiamo dotando di mediatori cinesi che ci raccontano quanto accade in tempo reale, stiamo cercando di farlo anche con colleghi russi anche se lì è più complesso. Non possiamo confinarci in casa nostra ma costruire una rete internazionale che allarghi continuamente i confini. L’informazione è come il mondo, non può conoscere e incontrare barriere. La rete insegna questo ed è la ragione per cui non la demonizziamo, anzi. Mi permetto di dire che la rete per certi versi è più sana dell’informazione mainstream, è il luogo in cui circolano milioni di bufale ma anche quello in cui si possono far partire mobilitazioni agendo dal basso. Ed è anche il luogo in cui le bufale possono essere smentite e smontate. Per questo mi è sembrato poco adatta una commissione parlamentare di inchiesta sulla rete. Significa affrontare con strumenti vecchi e approcci vecchi una situazione nuova. Non possiamo proporre staticità in un contesto che vede la velocità della circolazione di informazioni come opportunità per produrre anche verità e cambiamento».

Su cosa vi concentrerete nella stagione che inizia oggi?
«Alcuni temi saranno ancora presenti spesso come quelli riguardanti il cambiamento climatico. Non ci si può dividere in “negazionisti” e non. Noi abbiamo fatto una scelta e vogliamo dare voce ai tanti esperti sul tema (il 99%) che è allarmato ma anche cercare discutere con chi nega i problemi. C’è un dibattito forte portato avanti da movimenti come Extinction Rebellion che è molto proiettato in avanti. Continueremo a parlare di odio e razzismo indipendentemente dal fatto che secondo numerosi sondaggi il fenomeno è in crescita. Anche se riguardasse poche persone a negare l’Olocausto per noi sarebbe un problema. Da ultimo – e parlo da donna che a breve diventerà madre – vorrei parlare della gestione delle informazioni in campo medico rispetto alla maternità. Anche nei corsi di preparazione al parto circolano fake news ed è difficile reperire notizie “laiche” in materia. Chi non ha strumenti sufficienti rischia di non capirci nulla e di vivere anche la maternità come un momento difficile e incomprensibile. Con chi lavora come voi di Left ci sentiamo affini perché cerchiamo anche da ambiti diversi di raccontare quello che avviene realmente in questi e in tanti altri temi. Dobbiamo fare squadra e trovare modo di incontrarci presto».

Il Paese disabitato

Baby cribs at a maternity ward. Low birth rate and fertility concept.

Che poi se ci pensate è l’indicatore che racconta tutto, racconta la politica, il tessuto economico, il tessuto sociale e di colpo cancella tutte le fandonie di quelli ossessionati dal non ci stanno tutti qui: l’Italia si disabita di anno in anno, i dati Istat di ieri parlano chiaro: secondo il rapporto sugli indicatori demografici, nell’ultimo anno la popolazione è scesa di 116mila unità, un calo che continua da cinque anni consecutivi. La riduzione si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica di nascite e morti, risultata nel 2019 pari a -212mila unità. È il livello più basso degli ultimi 102 anni. Per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini (dieci anni fa erano 96). Dati attenuati solo parzialmente da un saldo migratorio con l’estero ampiamente positivo (+143mila). Le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi comportano, inoltre, un saldo negativo per 48mila unità.

Un Paese che fa pochi figli è un Paese incapace di dare ai suoi cittadini la cassetta degli attrezzi per costruire speranza. Mentre molti soloni ci spiegano che il problema sarebbe l’immigrazione ci si dimentica che l’emigrazione dal nostro Paese è un dissanguamento di talenti e di lavoratori che non riescono a trovare futuro se non andandosene. L’Italia, in Europa, ormai è tutta meridione per le occasioni che mancano.

Mentre i soloni del lavoro ci dicono che la flessibilità è una figata pazzesca non ci si rende conto che progettare una famiglia (e un mutuo e quindi dei figli) diventa piuttosto difficile con la precarietà che penzola sopra alla destra.

Siamo un Paese che non riesce ad avere futuro. Questo è il dato più allarmante di questi ultimi anni eppure la politica non sembra nemmeno in grado di proferire un concetto, un cambiamento di visione, niente. Stiamo qui a parlare di inezie senza riuscire a vedere l’allarmante quadro generale.

E se è vero che “il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, come diceva Nietzsche, allora anche il presente non è molto luminoso. Riusciamo a pretendere che la classe dirigente abbia uno sguardo lungo o costa troppa fatica?

La speranza dovrebbe essere il primo punto del programma elettorale, no?

Buon giovedì.

Elly Schlein: Lo sguardo delle donne che serve alla sinistra

Si è fatta le ossa come volontaria del team elettorale di Obama ed è stata la giovane battagliera di Occupy Pd. Ma soprattutto Elly Schlein è stata una eurodeputata fortemente impegnata nella difesa dei diritti umani, per politiche dell’immigrazione dal volto umano e per la revisione del trattato di Dublino. All’indomani delle elezioni regionali l’abbiamo incontrata per farci raccontare l’exploit di Emilia Romagna coraggiosa ma anche e soprattutto per parlare di un modo nuovo di fare politica a sinistra che viene soprattutto dalle donne, capaci di mettere insieme battaglie di genere, diritti dei migranti, nuova sensibilità ambientale e una decisa lotta alle disuguaglianze.

La nuova sinistra, se vuol riprendere forza per cambiare davvero le cose, non può che essere femminista, ecologista e attenta ai diritti umani, sostiene Elly Schlein. Proprio da questo ultimo delicato tema vogliamo partire per continuare a tenere desta l’attenzione sul caso accaduto nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, dove ha perso la vita il giovane georgiano Vakhtang Enukidze, che vi era recluso senza aver commesso alcun reato (vedi Left n. 5/2020). Per Enukidze si è parlato di un nuovo caso Cucchi. Se sei affidato alle mani dello Stato l’incolumità e il soccorso devono essere garantiti. «Quello che è accaduto a gravissimo. Non si può più parlare di casi singoli e isolati – commenta Schlein -. Le autorità devono fare chiarezza su quanto accaduto. Ricordo peraltro che è già successo. Anni fa in quel centro era morta un’altra persona».

Come parlamentare europea hai visitato tanti centri di detenzione amministrativa in Italia, che situazioni hai trovato?
Troppo spesso ho visto diritti negati, calpestati, ho incontrato persone senza un adeguato accesso alle strutture sanitarie e alle visite mediche, senza un adeguato supporto legale e psicologico. Dostoevskij diceva che il grado di civiltà di un Paese si misura da come vengono trattate le persone in carcere. In questo caso io non me la sentirei di chiamarli centri di accoglienza perché sono a tutti gli effetti luoghi di detenzione. E sono un monumento alla…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 7 febbraio

SOMMARIO

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L’opportunità di dar voce a chi non ce l’ha

Joaquin Phoenix accepts the award for best performance by an actor in a leading role for "Joker" at the Oscars on Sunday, Feb. 9, 2020, at the Dolby Theatre in Los Angeles. (AP Photo/Chris Pizzello)

«Mi sento così grato in questo momento. Non mi sento superiore rispetto agli altri candidati o a chiunque altro in questa sala, perché condividiamo lo stesso amore: quello per il cinema. E questa forma di espressione mi ha regalato una vita straordinaria. Non so dove sarei senza.

Ma penso che il regalo più grande che mi sia stato donato, come a molti altri in questa sala, sia l’opportunità di dar voce a chi non ce l’ha. Ho pensato molto ai problemi più angoscianti che ci troviamo ad affrontare come collettività.

Credo che a volte siamo convinti di sostenere cause diverse. Ma penso che abbiano qualcosa in comune. Penso che quando parliamo di disuguaglianza di genere, di razzismo, diritti lgbtq, diritti dei popoli indigeni o diritti animali, stiamo semplicemente parlando di lotta contro l’ingiustizia.

Stiamo parlando della lotta contro la convinzione che una nazione, un popolo, una razza, un genere o una specie abbia il diritto di dominare, usare, sfruttare e controllarne un’altra con impunità.

Penso che ci siamo disconnessi dal mondo naturale. Molti di noi sono figli di una visione egocentrica del mondo, per questo crediamo di essere il centro dell’universo. Andiamo nella natura e deprediamo le sue risorse. Ci sentiamo autorizzati a inseminare artificialmente una mucca e a rubare il suo piccolo non appena lo dà alla luce, nonostante i suoi inequivocabili pianti di disperazione. Poi prendiamo il suo latte che sarebbe destinato al cucciolo e lo mettiamo nel caffè o nei cereali.

Credo che abbiamo paura dell’idea del cambiamento personale perché pensiamo di dover sacrificare qualcosa, o rinunciare a qualcosa. Ma gli esseri umani al loro meglio sono creativi e ingegnosi. Quando usiamo l’amore e la compassione come princìpi guida, possiamo creare, sviluppare e implementare sistemi di cambiamento che fanno bene a tutti gli esseri senzienti e all’ambiente.»

(È il discorso di Joaquin Phoenix, quando ha ritirato il suo Oscar. In questo tempo in cui tocca agli attori svegliare le coscienze, più della politica).

Buon martedì.

Il cinismo della Spagna che rispedisce i profughi nei loro Paesi in guerra. E fa finta di niente

El País, il giornale spagnolo, bacchetta l’Italia e scrive: «… ha rinnovato automaticamente il controverso accordo firmato tre anni fa con la Libia per fermare i flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo centrale, la più pericolosa per l’Europa. Il patto mette il salvataggio degli immigrati in mare nelle mani del caotico Paese del Maghreb e della sua guardia costiera, ripetutamente accusati di violare i diritti umani. Nel corso degli anni, questo accordo bilaterale ha permesso ai migranti di essere confinati nei centri di detenzione in Libia, dove sono state denunciate torture e ogni tipo di violenza, purché non arrivassero in Italia».

Continua citando i dati dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni sul numero dei migranti intercettati in mare e rispediti dall’Italia ai lager libici. Riporta le parole della vice ministra degli esteri Marina Sereni che sproloquia sui margini di manovra possibili per cambiare l’accordo già reiterato. Menziona le proteste di Ong e associazioni umanitarie, citando Amnesty International che denuncia quello che tutti sanno: «Il rinnovo dell’accordo sulle migrazioni conferma la complicità dell’Italia nella tortura di migranti e rifugiati».

Tutto giusto e glorioso, ma dissonante con le politiche migratorie in atto in questi ultimi mesi in Spagna, Paese che, in merito alle persone espulse in barba alle regole, dimostra di sapere il fatto suo. Cear Canarias, la Commissione spagnola di aiuto al rifugiato che opera alle Canarie condanna il rimpatrio forzoso di cittadini maliani in Mauritania. In Mali, nell’Africa occidentale, si vive una situazione di conflitto ben nota: il gruppo Stato Islamico (Is) sta cercando di collocare nella zona un suo califfato. Le Canarie, arcipelago nell’oceano Atlantico, con le isole di Fuerteventura e Lanzarote proprio dirimpetto all’Africa occidentale, sono diventate meta dei nuovi flussi migratori.

Per evitare la Libia o il controllo, in aumento, delle frontiere esercitato dalle autorità marocchine, dalla costa atlantica del Marocco, da Mauritania, Mali, Senegal e Gambia, per approdare dal deserto in Europa, la rotta è cambiata. Così gli arrivi nelle Canarie sono aumentati di oltre il 100% rispetto al 2018, mentre sul resto delle coste spagnole si sono dimezzati e continuano a diminuire. Una tratta meno costosa, si parla di 500 euro al massimo, ma non meno pericolosa, sono solo 80 miglie nautiche, ma affrontate con imbarcazioni inadeguate alle correnti e alle onde oceaniche. In uno di questi viaggi, proprio all’inizio di febbraio, delle 41 persone a bordo, 15 erano donne, 3 di loro incinte, e 19 i minori. Lungo la traversata una delle donne ha partorito e poi il neonato è morto a bordo, un’altra ha abortito appena sbarcata.

Il trasferimento di alcuni dei migranti nella Spagna peninsulare darebbe sollievo alle isole, ma l’idea di offrire un passaggio sicuro a queste persone, non è gradita. Questi trasferimenti potrebbero essere interpretati come un’attrazione per utilizzare la rotta verso le Canarie e causerebbero disagio in partner come la Francia, principale destinazione dei migranti che arrivano in Spagna. Quindi meglio rispolverare un vecchio accordo firmato con la Mauritania e rispedire lì quanti più migranti possibile.

Nelle ultime due settimane due voli sono partiti proprio dalle isole Canarie, con più di un centinaio di persone, la maggior parte delle quali maliane, che sono state così deportate, ignorando la possibilità di asilo politico. Il trucco è tutto qui, la Spagna non sta espellendo cittadini maliani verso il proprio Paese in guerra, è la Mauritania che lo sta facendo attraverso i rimpatriati dal territorio spagnolo, compromettendo la sicurezza dei migranti che hanno investito i loro risparmi e rischiato la vita per raggiungere la Spagna, Paese con una legge che dovrebbe garantire loro assistenza legale, un interprete, la possibilità di chiedere asilo. E, anche se hanno avuto l’opportunità di chiedere protezione internazionale e non l’hanno fatto, la loro vita non può essere messa a rischio dalla deportazione in un Paese terzo nella consapevolezza che la loro destinazione finale sarà un Paese in guerra.

“Parasite”, quella lotta spietata tra ricchi e poveri

Ha vinto quattro premi Oscar “Parasite”, il film del visionario Bong Joon-ho, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, candidato dalla Corea del Sud ai premi Oscar come miglior opera straniera.

Una famiglia povera – padre, madre e due ragazzi – vive in un seminterrato di Seul, la cui finestrella affaccia su un vicolo cieco, latrina per ubriaconi. Tutti campano alla giornata, cercando la connessione gratuita, preparando cartoni per le pizze a domicilio e aggirando le difficoltà con espedienti illeciti, ma necessari alla sopravvivenza.

Il figlio (Choi Woo-Sik), su consiglio di un amico, scaltramente si finge insegnante di inglese, per dare lezioni ad una ragazza, primogenita di una famiglia facoltosa, residente in una villa, che domina la città dall’alto. Non solo verrà creduto, assunto e lodato, ma presto i suoi suggerimenti saranno ingenuamente accolti. Riesce così a far assumere la sorella come baby-sitter, il padre (Song Kang-Ho) come autista e la madre come cuoca, ribaltando l’organico della casa con la complicità degli altri membri della sua famiglia.

I poveri possono ora godere degli agii dei ricchi, insediandosi nei loro eleganti spazi, approfittando del loro benessere, condividendone la quotidianità, ma le sorprese sono dietro l’angolo, anzi sotto i piedi, ed una sequela di eventi sconvolgerà lo status degli uni e degli altri fino alle estreme conseguenze; anche perché i ricchi sentono l’odore dei poveri e si tengono a distanza, anche quando sono eccezionalmente contigui.

Film potente, teso, impeccabile nella messa in scena, nella composizione dei piani visivi, nella conduzione degli attori. Difficile etichettarlo quanto ascriverlo a un genere. Favola nera, commedia, dramma sociale, thriller pulp, ma anche Revenge tragedy, percorso labirintico, satira crudele, spaventoso meccanismo ad incastro e angosciante puzzle della contemporaneità, in cui ogni tessera tiene con il fiato sospeso.

Una libertà di narrazione e di invenzione sul conflitto di classe e gli automatismi del capitalismo, impensabile alle nostre latitudini, frutto della tradizione cinematografica locale oltre che del talento autoriale. Brutalità e sangue hanno il pregio della metafora universale. La regia è un algido, raffinato, dissacrante “contenimento” di una piena travolgente di situazioni e immagini, che esplode nel finale e denuda con lucida precisione l’inespugnabile divario tra classi sociali, la vertigine della Comédie humaine. Se Park Chan-wook e Kim Ki-duk ci bruciavano il cuore, Joon-ho infiamma la mente. Imperdibile.

La recensione di Daniela Ceselli è stata pubblicata su Left dell’8 novembre 2019 

Della pace se ne occupano solo i portuali?

Prima o poi riconosceremo l’enorme valore civile ai portuali di Genova che ostinatamente sembrano essere gli unici a cui interessi davvero il rispetto della Costituzione e il rispetto della pace che ogni nazione (a parole) dice di volere perseguire. Con una conferenza stampa sabato i lavoratori del porto di Genova ci hanno fatto sapere che prossimamente arriverà la nave ‘Yanbu’ della flotta saudita Bahri, che serve la logistica degli armamenti, in quelli che Amnesty International definisce i conflitti “più sanguinari e combattuti fuori da qualsiasi convenzione internazionale”.

La cessione e il transito di armamenti è espressamente vietato dalla legge 185/1990 e già un anno fa i lavoratori del porto di Genova avevano scioperato per un cargo carico di armi. In realtà, forse ricorderete, si erano levate anche numerosi voci in Parlamento durante il primo governo Conte. Ricordate quelli che si dicevano scioccati dal fatto che un’industria in Sardegna rifornisca le armi per la guerra in Yemen? Non solo in Yemen, qui ci sono in ballo armi anche alla Siria del Nord e Libia.

Se tutto questo non bastasse c’è anche il mancato rispetto delle norme di sicurezza relative all’attracco e alla sosta in banchina di navi cariche di armi ed esplosivi. Insomma, un disastro completo.

Solo che qui da noi se ne occupa ogni tanto qualche trasmissione televisiva, c’è qualche tweet di qualche politico ma poi sembra che tutto continui senza nemmeno troppi scossoni. Sarebbe interessante sapere che ne pensa il ministro agli Esteri Luigi Di Maio, e magari sarebbe interessante anche sapere cosa ha intenzione di fare per la vicenda del giovane Patrick George Zaky sottoposto in Egitto alle stesse torture che ricordano Giulio Regeni.

Ma qui da noi di Yemen se ne occupano i portuali e degli studenti ammazzati se ne occupano i genitori. La politica, al massimo, e solo dopo, esprime cordoglio.

Avanti così. Buon lunedì.

Le streghe, l’immaginazione e la scienza

Scientist in lab doing research and using lab machines, test tubes, microscope and every laboratory equipment

L’11 febbraio è la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza (The International Day of Women and Girls in Science). Indetta il 22 dicembre 2015 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite, la giornata nasce in risposta al marcato “gender gap” che ancora si registra nelle discipline Stem (Science, technology, engineering and mathematics) con il fine di «permettere alle ragazze e alle donne il completo ed equo accesso e partecipazione nella scienza». Sicuramente negli ultimi anni la situazione è migliorata e le donne cominciano a diventare sempre più protagoniste della ricerca scientifica: è di appena una settimana fa la notizia che un team dello Spallanzani di Roma, quasi interamente al femminile (14 donne e un uomo), è stato il primo in Europa a isolare il coronavirus. Si pensi anche alla rilevanza mediatica dell’astronauta Samantha Cristoforetti, o al risarcimento ricevuto da Jocelyn Bell (dopo mezzo secolo!) per la scoperta della prima stella pulsar. La strada da percorrere è però ancora lunga. Di fatto, si continua a parlare di donne in scienza e non di scienziate. È necessario quindi andare più a fondo e proporre qualche considerazione diversa.

Ci capita spesso, infatti, di ritrovarci a conferenze a tema “Women in Science” in cui tuttavia si riesce a malapena a grattare la superficie della questione: il più delle volte, viene presentata una serie di dati statistici, interpretati sempre in termini di unconscious-bias (pregiudizi non coscienti). Se da una parte è sicuramente vero che i numeri ci danno un’idea quantitativa del problema, dall’altra si rischia di capire molto poco delle cause sottostanti. Spesso l’unica conclusione proposta è che, essendo sottoposti quotidianamente ad una società di stampo patriarcale, si creerebbe misteriosamente, sia negli uomini che nelle donne, un retro-pensiero di tipo maschilista. Il problema del bias-inconscio si risolverebbe quindi, come da tradizione psicoanalitica, portando alla coscienza il problema. Sebbene parlarne sia comunque un inizio, a noi sembra una condizione necessaria ma nient’affatto sufficiente. Crediamo invece fondamentale ampliare lo sguardo e ricercare le cause sociali e storiche che hanno visto per millenni la donna e la scienza come due mondi inconciliabili.
Dobbiamo quindi affrontare da una parte il pensiero che ha sempre negato alla donna l’accesso alla conoscenza, in quanto priva di un’identità umana uguale e diversa da quella dell’uomo, e dall’altra il pensiero che ha sempre dipinto la scienza come esercizio unicamente razionale in rapporto asettico con la sola percezione.
Ripercorrendo la storia del pensiero in Occidente, ci si accorge che le radici di queste due proposizioni affondano entrambe in Antica Grecia a partire dalla dicotomia: donna-irrazionale, uomo-razionale. L’irrazionalità delle donne è un elemento pericoloso e potenzialmente distruttivo, ragione per cui devono essere assolutamente escluse da ogni forma di conoscenza.

È Esiodo (VII secolo a.C.) uno dei primi a raccontarcelo. Secondo il mito narrato nella Teogonia, infatti, fu la curiosità e il desiderio di conoscenza di Pandora – prima donna della mitologia greca – a portare sulla Terra ogni calamità e sciagura. «Da Pandora discende la razza delicata e funesta delle donne, le quali andarono a vivere con gli uomini, tormentandoli con le loro pretese e le loro molestie». Dal mito alla filosofia il passo non è stato lungo. Platone prima e Aristotele poi ratificheranno l’esistenza di una differenza ontologica tra uomo e donna. Il pensiero greco con la centralità del logos, prerogativa dell’uomo, influenzerà tutta la cultura e la filosofia occidentale dei secoli a seguire. Non c’è da stupirsi quindi se il percorso di accesso all’istruzione delle donne in Occidente fu lungo e tortuoso. Montaigne, nella metà del 1500 scrive: «La conoscenza è una spada pericolosa se tenuta in mano da persone deboli e che non sanno usarla. Pertanto non è opportuno chiedere troppa scienza alle donne». Fino alla fine dell’Ottocento, infatti, non si può parlare di una vera e propria istruzione femminile, ma piuttosto di una “educazione” finalizzata a rendere le ragazze graziose e cortesi. Sebbene quindi fosse accettato che le donne sapessero leggere, scrivere o persino suonare (a patto di non eccellere in nulla!) restava assolutamente inconcepibile che una donna studiasse la matematica, la chimica o la fisica. Pregiudizio che permane tuttora nelle “scienze dure”.

Lontano da quel mondo culturale, una proposizione di immagine di donna diversa e possibile irrompeva nella storia a cavallo tra il IV e il V secolo. Ipazia d’Alessandria fu una donna libera e una scienziata poliedrica – matematica, astronoma e filosofa. Paradigma impensabile per il pensiero occidentale dell’epoca (poteva solo essere una strega!). In quegli anni, infatti, si andava consolidando l’alleanza tra l’Impero romano, riproposizione del logos greco, e il cristianesimo, divenuto ufficialmente religione di Stato nel 380. L’incontro della bella Ipazia con questa cultura, che fondeva insieme logos e religione, ebbe per lei un terribile epilogo: «Una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi» i parabolani del vescovo Cirillo «uccise la filosofa … e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi» (Damascio). Cosa scatenò tanta violenza? Aveva forse reso la scienza qualcosa di più di un mero esercizio logico proprio della razionalità umana? Aveva proposto una nuova dimensione, quella femminile e irrazionale, che doveva essere resa invece inesistente?

La storia ci ha dimostrato l’evidenza del fallimento dello slogan femminista che dice: “La donna è uguale all’uomo”. Una visione cieca, che nega la diversità nell’uguaglianza, e quindi l’identità, diversa, propria di ogni essere umano. Come scriveva Giulia Ingrao su Left del 3 giugno 2017: «Qui non si tratta di ripetere le battaglie femministe. Si tratta di lasciare agli esseri umani la possibilità di vivere in quanto uomo o donna, ognuno con la propria identità, qualsiasi sia il lavoro che fanno».
Nell’area Stem forse c’è bisogno di recuperare una dimensione più umana, collettiva, che guardi all’identità professionale lasciando la specificità uomo/donna all’ambito privato. Nella storia sono davvero pochi gli scienziati che hanno elaborato le proprie teorie in totale solitudine. La scoperta del singolo scienziato diventa una solida teoria scientifica in quanto si sviluppa nel rapporto/confronto con gli altri e con la realtà del mondo: la scienza è fatta di collaborazioni, lavoro di gruppo e dialettica. Allo stesso tempo c’è bisogno di scardinare quegli stereotipi caratterizzati dalle associazioni logiche “Vero – Razionale” e “Fallace – Irrazionale”.

Potremmo partire dall’idea che nessuna scoperta può avvenire se si prescinde dall’immaginazione umana. Sebbene infatti, nel rapporto con la natura, sia necessaria una logica ferrea, la genialità di uno scienziato si trova in quel passaggio tutto irrazionale che va dall’osservazione del fenomeno all’idea della teoria. Ci piace ricordare, a questo proposito, una lettera che Albert Einstein scrisse all’amico Maurice Solovine il 7 maggio del 1952, nella quale egli descrive il processo mentale della scoperta, aiutandosi con un disegno. Una linea orizzontale “E”, l’esperienza, è collegata tramite una curva ad un circoletto “A”, gli assiomi, elementi fondanti una teoria, da cui si ramificano le conseguenze, quei punti S, S’, S’’ che rappresentano gli enunciati particolari deducibili dalla teoria. Se l’idea A era giusta, necessariamente i punti S dovranno riconnettersi all’esperienza, chiudendo il ciclo.
Con l’emergere di nuovi dati, saranno poi necessarie nuove ipotesi, in un circolo senza fine.
Quella linea curva che collega l’esperienza E con la teoria A è la chiave di volta: lì vi è racchiusa la creatività dello scienziato, che formulerà le proprie idee attraverso un pensiero intuitivo e non razionale: «Non c’è alcuna via logica che porti a queste leggi elementari; solo l’intuizione sostenuta dal fatto di essere in contatto simpatetico con l’esperienza». La logica e la razionalità staranno poi nei segmenti retti che collegano il circolo A con i punti S, e i punti S con la retta E.

Siamo convinte che, riuscendo a trovare anche nella scienza una dimensione in cui l’immaginazione e l’irrazionalità riescono a fondersi e amalgamarsi con il rapporto logico e reale con la natura, l’impresa di cancellare i bias-inconsci troverebbe un suo naturale corso. Con la conseguente consapevolezza che noi donne potremo permetterci, se lo desideriamo, di “indossare tacchi” ed essere scienziate e gli uomini potranno recuperare quella dimensione di sensibilità che la cultura dominante gli ha negato per millenni. L’incantesimo sarebbe spezzato.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 7 febbraio 2020

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Il coronavirus e il virus delle fake news

Microscopic view of Coronavirus, a pathogen that attacks the respiratory tract. Analysis and test, experimentation. Sars. 3d render

Si sapeva che sarebbe arrivato; ma non quando e dove. Come avviene da millenni; come accaduto pochi anni fa con Sars ed Ebola; come si verifica ogni anno per la classica influenza. Senza ricorrere a deliranti idee complottiste e scenari da fantascienza è noto che i virus spontaneamente mutano e fanno il salto di specie; l’uomo favorisce questo processo creando e mantenendo condizioni di scarsa igiene e promiscuità con animali. La cosa più ovvia e sensata è quindi vigilare ed essere pronti. Ed è quello che, pur con qualche problema, è comunque stato fatto per il Coronavirus. A livello mondiale e nazionale sono attivi da anni sistemi di sorveglianza attiva delle infezioni che, se superati alcuni limiti, fanno immediatamente scattare allarmi di livello crescente (locale, regionale, nazionale, internazionale, continentale, mondiale). Ogni livello prevede una serie di precise e rapide azioni; esattamente quello che si sta ora facendo nel mondo.

Anche l’Italia sta indubbiamente muovendosi in modo corretto e rapido ed il nostro Sistema sanitario pubblico è in grado di reggere la situazione. Qualche squallido sciacallaggio politico totalmente idiota e di bassissima lega conferma l’assenza totale di senso istituzionale da parte di una certa “politica”.  Forse la conferenza stampa di Conte per comunicare i due inevitabili casi italiani sarebbe stato meglio evitarla e lasciarla ai tecnici se proprio si voleva sdrammatizzare e dare consapevolezza; perché in realtà nulla cambia per l’uomo della strada. Sulla base delle informazioni disponibili forse in Cina all’inizio dell’epidemia non c’è stato il massimo della tempestività e trasparenza ma successivamente è stato fatto sfoggio di una notevole organizzazione. Il pachiderma Oms (Organizzazione mondiale della sanità) anche questa volta sembrerebbe non aver brillato per  celerità; gli enormi interessi commerciali in gioco hanno forse rallentato qualche decisione comunque molto difficile. 

Ad arginare le molte congetture sulle caratteristiche e sull’andamento dell’infezione sono da pochissimi giorni usciti su…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 7 febbraio

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