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Quando Joyce incontrò Giordano Bruno

Roma, domenica 17 febbraio 1907. Joyce esce di casa in via Monte Brianzo n. 51, a un centinaio di metri dall’attuale teatro Tor di Nona. Si reca a Campo de’ Fiori per assistere alla manifestazione in memoria del rogo di Giordano Bruno, il Nolano, lì arso vivo 307 anni prima. L’evento è ricordato per i suoi forti accenti anticlericali, e celebrazioni importanti si tennero anche in altre città del Regno d’Italia. Perugia, ad esempio, dove proprio quel giorno fu posta una targa di fronte alla Chiesa di San Domenico – Bruno era stato frate domenicano – che tuttora recita:

«Giordano Bruno/ che  nell’esame dell’assoluto/ avversò la dommatica filosofica/ precorrendo vittorioso i tempi/ trovi in questa piazza/ ove/ imperarono i suoi carnefici/ glorificazione e ricordanza/ I Partiti popolari posero/ 17 febbraio 1907».

In quello stesso giorno, ma del 1600, all’alba, a due passi dalla futura casa di Joyce, il filosofo di Nola era uscito dalle Carceri di Tor di Nona – la “presone del lo papa”, come venivano chiamate – per esser portato nudo su un carro, con la lingua in una morsa di legno per non farlo parlare, fino al rogo fatale, allestito in un luogo non distante da Campo de’ Fiori.

Il motivo per cui il giovane irlandese, appena venticinquenne, si sia ritrovato ad abitare così vicino all’ultima dimora del suo primo mentore, è una casualità; forse. Vero è, che meno di quattro anni prima, aveva pubblicato sul Daily Express – il 30 ottobre del 1903 – una recensione di un bel libro di Lewis McIntyre su Bruno in cui, alla fine della sezione biografica, nel capitolo relativo alle ultime ore del Nolano, leggiamo: «[he] went to the prison of the Tower of Nona».

Proprio come Bruno, Joyce aveva una memoria poderosa, quasi infallibile. Lo dimostrano il suo capolavoro, Ulisse, una vera e propria mappa della capitale irlandese, da cui la stessa città avrebbe potuto esser ricostruita, vantava lui, qualora per qualche motivo fosse stata rasa al suolo. Probabilmente deve aver riconosciuto qualche eco e somiglianza, l’irlandese, tra quel Tower of Nona e il nostro Tor di Nona. O forse no. Chi può dirlo; e importa poi? 

Diciamo di sì, e diciamo che questo scrittore dalla grande capacità mnemonica ed epifanica, in grado vale a dire di trasformare dettagli insignificanti in rivelazioni, abbia assegnato un qualche interesse simbolico alla sua temporanea residenza romana. Ripercorriamo allora un po’ della sua storia nella capitale.

Nel febbraio del 1907 alloggiava accanto a Tor di Nona da circa un paio mesi, allorché per ragioni sconosciute aveva dovuto lasciare la precedente residenza. Il fratello sospettava che l’avessero cacciato di casa per la frequente ubriachezza. Dopo qualche giorno di disperate ricerche e di notti passate in qualche albergo, Joyce trova alloggio in quella stradina di fronte a Castel Sant’Angelo, altra nota prigione papalina.

Si sarebbe ricordato nelle sue opere dei giorni passati in quella casa da cui si vedeva il fiume: un fiume che appena arrivato nella capitale gli aveva fatto paura. In una meravigliosa reminiscenza del suo dramma Esuli leggiamo: «Sedevo lì, ad aspettare, col povero piccolo tra i suoi giocattoli, ad aspettare che gli venisse sonno. Si vedevano tutti i tetti della città, e il fiume, il Tevere». A Roma ebbe per la prima volta l’intuizione di scrivere Ulisse. Era nella sua mente un racconto da includere in Gente di Dublino e avrebbe riguardato la storia di un tale Hunter di cui si diceva fosse ebreo e che la moglie lo tradisse. Hunter, insieme a tanti altri modelli reali, tra cui Svevo, sarebbe divenuto anni dopo l’ebreo non-ebreo, una sorta di eretico sui generis, Leopold Bloom, un altro fiore (di campo?).

E sì, perché bloom significa “fiore” in inglese, ma la storia non finisce qui. È anche la traduzione del cognome originario di questo ebreo proveniente dall’Ungheria, il cui padre, una volta stabilitosi nella cattolicissima Irlanda, decide di smettere di chiamarsi Virag e di diventare Bloom, adottando così la versione inglese del significato del proprio cognome. Il figlio va anche oltre: nella sua corrispondenza privata e segreta con un’amante epistolare (Martha Clifford), sceglie per sé uno pseudonimo apparentemente innocuo, eppure assai rivelatore: Henry Flower.

Nell’episodio più onirico di Ulisse, il quindicesimo, Circe, una vera e propria “memoria interna” del testo dacché vi tornano tutti ma proprio tutti i personaggi del libro – e non a caso in questo compare anche la parola bruniana per eccellenza, “mnemotecnica”, cavallo di battaglia di quel filosofo che aveva scritto il Canto Circeo – sia Bloom che il suo avatar Flower fanno la propria comparsa nei sogni-incubi del personaggi. A un certo punto del capitolo, Bloom viene accusato di essere «il toro bianco dell’Apocalisse», e un «adoratore della Donna Scarlatta»; e poi leggiamo: «le fascine per il rogo sono per lui!». E poi ancora: «Linciatelo! Arrostitelo». Dopo pochissimo, compaiono prima un Nunzio Papale e poi un tale Frate Buzz che lo «consegna al braccio secolare», proprio come era avvenuto a Bruno l’8 febbraio del 1617. È allora che l’ebreo si ritrova «eretto tra le fiamme della fenice» e «mostra ai giornalisti di Dublino i segni di varie bruciature».

Quali le colpe di Bloom prima del rogo? Questo aveva proclamato: «Mondi nuovi per rimpiazzare i vecchi. L’unione di tutti, ebrei, musulmani e gentili… Un’amnistia generale… libero amore e una chiesa libera e laica in uno stato libero e laico». Certo, aveva anche annunciato: «tre acri e una mucca per tutti i figli della natura», «parchi pubblici aperti giorno e notte. Lavapiatti elettriche», e persino un «carnevale a settimana, con licenza di maschera»; ma questi sono dettagli.

La cosa più interessante, nel modo in cui Joyce, nella sua opera eterna, fa rivivere il morente Nolano che aveva annunciato nuovi e infiniti mondi, è il fatto che un Nolan in Ulisse c’è eccome. È un personaggio, e si chiama per intero John Wyse Nolan: John come Giovanni, padre di Filippo Bruno (e come John Joyce, padre di James); e poi Wyse, quasi come wise, ovvero saggio. E infatti lui non viene bruciato vivo nel libro.

E poi, sempre in quel capitolo onirico, abbiamo non uno, ma due Filippi: “Filippo Sobrio” e “Filippo Ubriaco”, che come ha ricordato Giorello, sono un’altra versione farsesca della coincidenza oppositorum: la teoria che Bruno, traendola dal Nolano, fece poi per sempre sua; e che Joyce, traendola da Bruno, rese il principio fondante della propria arte. I contrari che coincidono sono infatti per entrambi la forza trainante dell’esistenza.

Così ricorda Joyce il giorno in cui andò alla commemorazione di Bruno: «Il giorno della processione per Bruno stavo in mezzo alla folla in attesa che apparisse il corteo. Era una giornata piovigginosa e, poiché era domenica, non mi ero lavato. Portavo in testa un feltro bianco, scolorito dagli acquazzoni. Il mantello da cinque corone di Scholz mi scendeva sul deretano. Le scarpe, poiché era domenica, avevano lo sporco di tutta la settimana e non mi ero rasato. In effetti, ero un orribile esempio di libero pensiero. Vicino a me c’erano due giovani donne carine, femmine, popolane, accompagnate da una donna anziana e da un signore di mezza età… Una aveva un amuleto attaccato a una lunga catenella e se lo sollevava continuamente piano piano fino alle labbra e ce lo appoggiava, aprendole lentamente, mentre si guardava tranquillamente intorno. L’ho osservata per qualche tempo prima di accorgermi che l’amuleto era una rivoltella in miniatura!».

Quest’ultimo dettaglio lo scioccò enormemente. A Roma, dove si era definito socialista e anche anarchico, racconta d’aver avuto incubi in cui scopriva di essere l’omicida; e poi, in Ulisse, in un ricordo turbato di Stephen dei suoi giorni parigini, leggiamo: «Eri solito portare con te biglietti forati per provare un alibi in caso ti arrestassero per omicidio da qualche parte. Giustizia. La notte del diciassette febbraio 1904 il prigioniero fu visto da due testimoni».

Il 17 febbraio, due testimoni: che scena definitiva. Di Bruno, di Joyce, o di quel fiore di campo che con Bloom rinacque dalle sue stesse ceneri, nel rogo mai definitivo della fenice?


* Enrico Terrinoni è anglista, docente all’Università per Stranieri di Perugia e traduttore. Ha lavorato su Joyce, traducendo l’Ulisse e con Fabio Pedone Finnegans Wake.

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Come ti sovverto la democrazia

Foto Valerio Portelli/LaPresse 08-10-2019 Roma, Italia Flash Mob M5s per taglio Parlamentari Politica Nella Foto: Flash Mob M5s per taglio Parlamentari Photo Valerio Portelli/LaPresse 08 October 2019 Rome,Italy Flash Mob M5s Party Politics In the pic: Flash Mob M5s Party

Forte questo amore per la Costituzione che si fa sventolare alto solo quando torna utile per poi essere messo nel cassetto in nome della propaganda: volere essere guardiani della Costituzione e continuare a sputare sul Parlamento e sui parlamentari è il modo migliore per concimare quell’antipolitica che ha aperto le porte al populismo e alla destra peggiore. Ma fingono di non saperlo, fingono di non accorgersene.

Se si dovesse trovare un punto di partenza di questa becera discesa forse bisognerebbe tornare a qualche tempo fa, quando Beppe Grillo con le vene ingrossate rilasciava interviste in cui ci spiegava che i parlamentari sono solo un orpello della democrazia, che tutto ciò che contasse fosse sulla punta del nostro mouse e che era vergognoso che degli indegni guadagnassero così tanti soldi. Qui c’era già tutto l’errore: pensare di essere rappresentati indegnamente e credere di potere risolvere pagando indegnamente i nostri rappresentati dimostra fin da subito la stortura del ragionamento.

Nessuno che disse “troviamo deputati e senatori che siano all’altezza del loro ruolo”, no, no, ci accontentiamo di prendere dei signorsì e pagarli per quel poco che gli chiediamo in cambio. E così è partita l’idea di pagare poco gli eletti. Badate bene: non si dice di pagare il giusto (e allora ci vorrebbe una discussione, ma alta, su quanto sia giusto e su quanto sia anche il caso di togliere eventuali ingiustificati privilegi): lo scopo è quello di svilire, svilire sempre, svilire ogni giorno un po’ di più per alimentare lo sdegno da cui spremere voti. Se ci pensate l’atteggiamento contro il Parlamento è cominciato proprio in quel momento in cui ci siamo chiesti “vale la pena pagare così tanto persone che ci vengono dipinte ogni giorno come nullafacenti, corrotti e corruttori e tutto il resto? Eccola qui, la politica che decide di piallare piuttosto che costruire, quella che inevitabilmente ora arriva tutta baldanzosa al taglio del numero dei parlamentari come soluzione di tutti i mali. Eccoli quelli che vorrebbero ridurre un malfunzionamento presunto delle Camere tagliando le Camere, con la soluzione più stupida, banale e facile.
Il taglio dei parlamentari, ad esempio, è quanto di più…

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La rivoluzione ai tempi del coronavirus

Protestors hold up their smartphone lights at a rally in Hong Kong, Thursday, Dec. 12, 2019. Protesters in Hong Kong have written hundreds of Christmas cards for detainees jailed in the city's pro-democracy movement. At a rally on Thursday night, protesters promised on the cards that detainees won't be forgotten as they face spending the festive season behind bars. (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Revolution now, la rivoluzione è ora. A Hong Kong questo è uno degli slogan alla vigilia del 25 gennaio, capodanno lunare. Gremita di persone in corsa all’acquisto agli ultimi regali ai centri commerciali, la città non si ferma nemmeno nei tempi di crisi. Questa regione amministrativa speciale della Cina è in fermento dal 9 giugno 2019, quando sono iniziate le proteste contro la legge sull’estradizione. Anche se ridotte di numero, non si placano, nemmeno con la notizia della diffusione del coronavirus.
A celebrare il capodanno lunare manifestando, ci sono soprattutto coloro che vivranno quel 2047 da cinquantenni, l’anno in cui scadranno i termini dell’accordo con la Cina che per ora prevede il principio “un Paese, due sistemi”.

È la generazione 1997, soprannominata “maledetta”: i nati nell’anno in cui Hong Kong è passata dall’essere una colonia britannica a tornare sotto il controllo di Pechino.
Per capire dove si protesta in città, bisogna seguire le notizie sull’app Telegram, dove non si rischia di essere rintracciati.

Le manifestazioni degli ultimi mesi spesso non sono state autorizzate. Come anche quella del 26 gennaio che seguiamo vicino alla stazione metropolitana di Mong Kok. Siamo testimoni della violenza della polizia che butta addosso lacrimogeni e blocca i manifestanti in una strada per perquisirli. Coloro che combattono in prima linea dal 9 giugno scorso a Hong Kong si chiamano frontliner e aiutano anche nell’organizzazione delle proteste: comprano le maschere antigas contro i lacrimogeni soprattutto, trovano i medici e gli avvocati. Lavorano ogni giorno, e sabato e domenica protestano.
Due frontliner che combattono in prima linea sin dall’inizio, ci raccontano a che punto stanno le proteste e cosa cambia con il coronavirus.

Incontriamo Nico (nome di fantasia) nella penisola della città: Caolun. Ci conduce verso il tetto di uno dei grattacieli della zona spiegando che le precauzioni sono necessarie sia per la questione della sicurezza sia per allentare la possibilità di contagio dal coronavirus. «Sono un frontliner dai tempi della Rivoluzione degli ombrelli del 2014. Per combattere in prima linea devi essere pronto a essere arrestato o ferito…

Il reportage prosegue su Left in edicola dal 14 febbraio

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Fabrizio Pregliasco: Coronavirus, facciamo chiarezza (e prevenzione)

ROME, ITALY - FEBRUARY 6: A woman walks by a mural painting by the street artist Laika depicting a woman wearing a respiratory mask and white overalls referring to the coronavirus, on February 6, 2020, in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

«I 40mila contagi rilevati nel mondo sono solo la punta dell’iceberg». Questo è l’ultimo allarme dell’Oms sul coronavirus, che raccogliamo prima di andare in stampa. Poco o nulla si sa, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità, rispetto a quel che accade nei Paesi limitrofi alla Cina. «C’è un buio di casi che fa insospettire». E ancora, l’analisi di 22 studi internazionali ha rivelato che i coronavirus umani come quello della sindrome respiratoria acuta grave (Sars), della sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers) o i coronavirus umani endemici (HCoV) possono persistere su superfici inanimate come metallo, vetro o plastica fino a 9 giorni. È vero che possono essere eliminati seguendo normali profilassi igieniche ma certo la notizia fa un po’ impressione.

Partiamo da questi elementi per chiedere al professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università statale di Milano e direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi del capoluogo lombardo, se e fino a che punto, anche qui in Italia, ci dobbiamo preoccupare. «Il virus – osserva Pregliasco – ci preoccupa in termini scientifici e soprattutto di sanità pubblica perché è un virus nuovo. I virus nuovi hanno la caratteristica di trovare tutta la popolazione mondiale suscettibile. Quindi gli interventi di sanità pubblica sia in Cina che in Italia o altrove – per esemplificare – hanno come riferimento negativo pandemie come per es. la spagnola del 1918».

Dunque, ci dobbiamo davvero preoccupare!?
La spagnola è il caso peggiore cui far riferimento per orientarsi. Non era un coronavirus ma un virus influenzale però con caratteristiche di trasmissione simili. Essendo nuovo ha colpito il 35% della popolazione e ha ucciso 40mln di persone nel mondo. Tutto ciò è stato determinato sia dalle caratteristiche specifiche del virus sia dal fatto che c’era la guerra, etc. All’estremo opposto c’è l’influenza stagionale che ogni anno colpisce una quota parte della popolazione e ci fa meno paura perché colpisce, in quota parte, solo i soggetti suscettibili. A seconda di come il virus cambia, solo per far riferimento all’Italia parliamo di 4-8 mln persone l’anno. Questa è la differenza di scenario di cui bisogna tener conto.

La diffusione del coronavirus come avviene?

Un nuovo virus che si trasmette attraverso goccioline respiratorie con manifestazioni cliniche in gran parte dei casi non gravi, chiaramente ha una capacità diffusiva enorme. Paradossalmente, per estremizzare, patologie del genere sarebbe meglio che fossero mortali come l’ebola che si trasmette meno perché uccide molto velocemente gran parte dei soggetti colpiti. In questo caso invece, specie all’inizio, i cinesi hanno continuato a vivere normalmente e frequentare luoghi pubblici ad altissima densità di contatto – metro etc – esattamente come facciamo noi nel periodo dell’influenza stagionale. Tutte queste sono informazioni utili per adottare a livello sia nazionale che internazionale le strategie possibili più efficaci, perché si tratta esattamente di ciò che dobbiamo evitare e che potenzialmente può accadere. In sostanza si parte da qui per contenere la diffusione. Del resto, se andiamo a vedere le ultime pandemie (Sars, Mers etc), siamo riusciti a bloccarle perché ci siamo attivati in questo modo.

A che punto siamo con la produzione di un vaccino e nel frattempo come si viene curati?

Le armi a disposizione ad oggi non sono poi così diverse da quelle utilizzate per la peste nel 1377 dalla Repubblica di Venezia che, per l’esigenza di mantenere attivi i rapporti commerciali con il resto del mondo, creò i lazzaretti e mise in quarantena chi arrivava da fuori. Avevano capito che bisognava aspettare 40 giorni per individuare eventuali contagi. Per il coronavirus ne occorrono 14 ma la ratio è la stessa. Rispetto al passato abbiamo però, ovviamente, diagnosi laboratoristiche e di contenimento molto più raffinate. Oggi ci sono mascherine di tutti i tipi, nel passato remoto c’erano i medici che indossavano una maschera con il naso lungo, era quel poco che facevano e non avevano chiare – come invece accade oggi – le idee sulla sepsi, la sterilizzazione e la disinfezione. Posto questo, non abbiamo altro. Vaccini e farmaci sono lontano dall’essere prodotti.

Quanto tempo ci vorrà?

Ne occorre tantissimo. Per i vaccini, almeno un anno o due. Si tenga conto che un vaccino per l’epatite impiega 6-8 anni per arrivare sul mercato. Per i passaggi di sicurezza, validazione etc. In questo caso la burocrazia sarebbe più snella però ci vogliono delle prove su almeno 50-60mila persone. In Cina dicono che stanno facendo test sui topi. Sono preliminari agli studi clinici sull’uomo. Alcuni farmaci antivirali sembra che siano efficaci e diverse strutture che hanno in cura questi casi li stanno provando. Cioè si usa quel che c’è. Si consideri poi che i pazienti sono ancora pochi. Allo Spallanzani, per dire, hanno tre persone. Uno studio clinico ne richiede almeno 20mila per poter avere una valutazione certa dell’efficacia. Quindi al momento (e per fortuna, per certi versi) mancano i presupposti.

A livello di rapidità della diagnosi, le cose come stanno?

Con i tecnici di biologia molecolare abbiamo un meccanismo molto sensibile e rapido nell’individuare i casi positivi. E aver isolato, anche in Italia, il virus vivo in laboratorio ci permette di fare ulteriori prove e individuare test ancora più precisi per stagliare la malattia. Si tratta di elementi che danno un “sostegno” alle misure di quarantena. Ma siamo sempre lì, nel 1377 avevano idee spannometriche, oggi possiamo fare velocemente una selezione di chi è o non è a rischio. Altro non c’è.

Lei è presidente di una delle associazione di volontariato che ha messo a disposizione personale per fare i controlli negli aeroporti. Ci può dare qualche dato?

Da quando abbiamo iniziato i controlli in aeroporto su 510mila persone esaminate otto avevano un po’ di febbre, ma si trattava di semplice influenza.

C’è poca chiarezza sulla possibilità che gli individui asintomatici possano trasmettere la malattia. Lei cosa ne pensa?

I dati ci dicono già che infettano di più quelli sintomatici. Ma questo avviene in tutte le malattie infettive. Gli individui non sintomatici possono avere il virus ma hanno una carica virale più bassa e possibilità minori di infettare. Poi dipende dalla tipologia dei contatti dalla durata. Si è visto che bisogna stare proprio vicino per infettarsi. Il grosso dell’infettività è dato dalle gocce più grandi che ad esempio si emettono starnutendo.

Rispetto alla Sars del 2002-2003 come giudica l’atteggiamento delle autorità cinesi? C’è più trasparenza-collaborazione con il resto del mondo?

Sicuramente come ha detto la stessa Oms i dati che conosciamo sono solo una punta dell’iceberg. Ma questo è “normale” per qualsiasi epidemia. Per quelle di morbillo che ci sono state recentemente in Italia, sappiamo che i numeri sono sottostimati per 10 volte. Pertanto anche per una patologia banale come questa del coronavirus – che soprattutto nelle prime fasi era del tutto sovrapponibile all’influenza – è comprensibile che ci siano imprecisioni. Poi certo bisogna capire quanto dicano o non dicano i cinesi. Si è visto anche con la Sars quanto hanno impiegato a “relazionarsi” con il mondo esterno. Oggi sembra che ci sia più trasparenza ma c’è un interesse politico. Da un lato Pechino vuol far vedere all’interno il livello di capacità di reazione, mostrando i “muscoli” alla popolazione. Dall’altro avendo una così grande rilevanza, rispetto al passato, a livello internazionale, è chiaro che c’è la convenienza ad interagire con l’esterno con trasparenza non dico totale, ma maggiore.

Si è molto parlato dell’ospedale di Wuhan costruito in soli 10 giorni. Si può davvero credere che una megalopoli del genere non abbia una struttura specializzata per accogliere mille persone? Cosa dobbiamo pensare della sanità pubblica cinese?

Anche quello è stato un modo per mostrare i muscoli. Non è che non avessero ospedali in grado di affrontare l’emergenza. Hanno allestito le fever clinic, per dire. Ma è stato solo un esercizio muscolare. Per dare un giudizio sul sistema sanitario pubblico cinese bisognerebbe essere lì. Sicuramente si può dire che se l’epidemia fosse nata qui sarebbe stata più rapida, quanto meno all’inizio, la circolazione delle informazioni.

C’è anche da considerare però un effetto negativo. Perché l’eccesso di informazione, se non è di qualità, può creare panico.

Esatto. Quello che viene detto dall’Oms avviene su scala mondiale ed è utile che l’informazione arrivi anche da noi. Perché lavarsi le mani o al limite indossare le mascherine – anche se non servono per il coronavirus – può servire a ridurre la diffusione dell’influenza e degli altri virus respiratori.

C’è un problema storico e irrisolto che riguarda la promiscuità uomo-animale. Sappiamo che questi virus si trasmettono dall’animale all’uomo in particolari contesti. Non è una questione solo cinese, ovviamente. Pensiamo per es. all’Africa. Ma in un mondo ormai globalizzato ci riguarda tutti e chiama in causa la lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Le posso chiedere la sua opinione?

Non è un caso che l’aviaria sia nata in Cina. Ma pensiamo alla spagnola, oggi sappiamo che il virus viene dal sud est asiatico. Incide ovviamente l’abitudine a portare avanti stili di vita a rischio. Non solo negli ambienti rurali o nei mercati di cui tutti abbiamo visto le immagini. Ma questo accadeva anche da noi 150 anni fa. Si tenevano le galline in casa di notte per evitare i furti. In questa situazione si vede come e quanto siano vitali gli aspetti essenziali della qualità della…vita. Mi riferisco alla garanzia di acqua potabile, a una nutrizione regolare e adeguata come alla diffusione e l’accesso alle informazioni. L’ebola si diffonde in alcune zone dell’Africa subsahariana ed è difficile contrastarlo perché dove colpisce lavano i cadaveri. È chiaro che lavare un cadavere con l’ebola significa infettarsi. Quindi l’importanza dell’informazione soprattutto, e poi l’igiene e acqua e cibo in grado di sostenere l’organismo. Queste sono le conquiste del mondo più avanzato che vanno “diffuse” ovunque in maniera virale.

L’intervista è tratta da Left del 14 febbraio 2020

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«La violenza su un bambino è un omicidio psichico»

CARDINALE CARDINALI VATICANO CURIA ZUCCHETTO ZUCCHETTI

La strategia della Chiesa nei confronti della pedofilia è sempre stata quella di evitare lo scandalo e proteggere il confessore, che anche durante il periodo dell’Inquisizione raramente incorreva in pene gravi pur di fronte a eclatanti violazioni. I preti, in virtù di un privilegio di casta, non subivano la tortura e la carcerazione preventiva, e nel caso di auto-accusa spontanea le pene erano ancora più lievi e niente affatto commisurate alla gravità e alla reiterazione delle condotte. Non si offendano i convinti sostenitori di Bergoglio ma la strategia delle autorità ecclesiastiche, attuale e recentissima, di denuncia e intransigenza è solo il frutto di un necessario adeguamento alle mutate circostanze, dato che il problema è esploso a livello mondiale e non è più occultabile. Ogni tanto qualche prelato sfugge alle maglie predisposte dal pontefice argentino per mantenere il tema della pedofilia clericale il più lontano possibile dai riflettori mediatici al fine di gestirlo “dettando i tempi” più consoni a quelli della Chiesa.

È il caso (solo l’ultimo di tanti) del reverendo Usa, Richard Bucci, un prete di Rhode Island il quale ha vietato la comunione ai legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto, giustificandosi così: «L’aborto è un massacro di bambini innocenti. Non c’è paragone tra pedofilia e aborto. La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto lo fa». Premesso che la confusione tra feto e bambino la dice lunga sulla chiarezza di idee del prelato sull’argomento, dato che è da tempo scientificamente provato che la vita umana inizia alla nascita (pertanto, anche per semplice logica, chi non è nato non può essere ucciso), in “risposta” all’affermazione violentissima di don Bucci, e a dimostrazione che riflette una “convinzione” ancora molto radicata in ambito ecclesiastico cattolico (e non solo), vi proponiamo questa intervista alla neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti che abbiamo pubblicato su Left del 31 agosto 2018.

Dottoressa Gatti, cos’è la pedofilia?
Il pedofilo è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma la psichiatria americana nel DSM-V, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che include la pedofilia tra i disturbi del comportamento sessuale nel gruppo delle parafilie. Giustamente c’è chi ha definito l’abuso sessuale su un minore un «omicidio psichico»: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se vogliamo usare una terminologia psichiatrica che va contro l’identità, la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino. Il bambino rappresenta quell’identità umana, vitalità che il pedofilo ha perduto per vicende personali. Nel comportamento del pedofilo se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico, il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale propria delle psicopatie. Infatti quest’ultimo consente fino a un certo punto di evitare le conseguenze penali oltre che l’utilizzo di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime.

Quali sono le conseguenze della violenza subita?
Tradito da una figura importante di riferimento, il minore può andare incontro a uno stato dissociativo, a una grave depressione, a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità. Nel caso che le vittime siano soggetti prepuberi, ciò che si va a colpire è l’evento trasformativo fisico e psichico dell’adolescenza e la possibilità del rapporto uomo-donna.

Qual è la particolarità della pedofilia di matrice clericale?
Per comprendere il manifestarsi della pedofilia nella chiesa cristiana dobbiamo prendere in considerazione due aspetti. Il primo deriva dal pensiero greco: le donne e i bambini fino ai sette anni non erano considerate persone perché privi di razionalità; l’altro prende origine dalla concezione sacrale e trascendente dell’assoluto proprie delle religioni monoteistiche. Il cristianesimo dei primi secoli fu impegnato nell’operazione di assorbire la filosofia platonica nella propria teologia, grazie soprattutto ai Padri della Chiesa e a Origene. Platone notoriamente non amava molto il genere femminile e Origene si evirò: la dottrina cristiana relegava le donne a ruolo di madre e moglie. L’unica emancipazione loro consentita era un percorso virginale, che le rendeva simili a Maria ma che comunque le escludeva dal sacerdozio. La sessualità e il peccato erano considerati donna come Eva, e sono noti gli sforzi di sant’Agostino per poterne venire a capo. Il concilio di Trento confermando la supremazia del celibato e della verginità come ideali cristiani cercò, con esiti più che discutibili, di ripristinare l’ascetismo delle origini e accentuò il carattere maschile dell’istituzione Chiesa rendendo, se possibile, ancora più distante e astratta l’immagine femminile.

C’è chi dà la colpa al celibato ecclesiastico, quando in realtà è noto che la pedofilia è purtroppo diffusa anche in ambiente laico.
Il celibato, o la verginità, come ideale di vita clericale, imporrebbe una sorta di sublimazione per cui la sessualità verrebbe deviata dal suo scopo (dal rapporto uomo-donna) per essere indirizzata a fini di elevazione spirituale (verso un ente onnipotente ed astratto). La sublimazione è in realtà un’assenza di rapporto e il suo ideale è l’anaffettività. La pedofilia è l’esito estremo di un processo di annullamento della sessualità e del rapporto uomo-donna. Il sacro si costituisce come totale alienazione ed estraneazione da sé di ciò che è specifico della realtà umana cioè il pensiero irrazionale, costituito da sensazioni, immagini, affetti che si generano dai rapporti e danno forma alla creatività. Secondo Rudolf Otto la dimensione sacrale è «l’irrazionale nell’idea del divino» cioè una sfera misteriosa oltre la logica e la ragione. Nel tentativo di rapportarsi al sacro, il prete corre il rischio di perdere la propria identità e annullare la propria dimensione umana e affettiva: egli è facile preda dello smarrimento e del terrore che si traducono in condotte paradossali e perverse. Il sacro si costituisce come l’esperienza di un’alterità radicale, il cosiddetto “anders”, il “fascinans et tremendum” che abbaglia la mente determinando una reazione di terrore.

E cosa può accadere?
Il sacerdote che dovrebbe essere colui, come dice la parola, che testimonia l’esistenza del sacro, diventa una vittima, destinata a creare altre vittime, dell’aspetto terribile ed inquietante del sacro. Bisogna ricordare quanto scriveva Ernesto De Martino: nel momento in cui si costituisce l’esperienza del sacro si rischia di “non esserci”, di perdere cioè l’identità. In questo contesto, la pedofilia è uno specifico modo con cui si risolve nella psicopatologia la “crisi della presenza” vale a dire la crisi di identità che è insita nel rapporto con il sacro. La pedofilia nel momento in cui si lega alla realtà del sacro, sarebbe la testimonianza di una crisi (della presenza) dell’identità che non riesce a risolversi attraverso la dinamica della “tecnica rituale”, infatti il compito del rito è quello di fornire una configurazione simbolica ai contenuti psichici alienati. Verrebbe spontaneo considerare la violenza contro il bambino da parte dei preti pedofili come il risultato di uno sconvolgimento, di un mutamento catastrofico improvviso che altera tutti i criteri di giudizi e di riferimento etico.

 

Articolo pubblicato su Left del 31 agosto 2018

L’attacco ai diritti di cittadinanza ci riguarda tutti. Non solo gli immigrati

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 13-10-2017 Roma Cronaca Cittadinanza Day - Manifestazione per l'approvazione dello Ius Soli Nella foto Un momento della manifestazione a p.zza Montecitorio Photo Roberto Monaldo / LaPresse 13-10-2017 Rome (Italy) Citizenship Day In the photo A moment of the demonstration

Il pubblico riunito nella sala di una libreria milanese a gennaio non credeva alle proprie orecchie. Maurella Carbone, cittadina italiana ma residente a Francoforte da decenni, stava illustrando l’ordinamento della Rappresentanza comunale degli stranieri di quella città, di cui è stata membro per quindici anni. Dunque, in Assia, il Land di Francoforte, ogni comune con una presenza di stranieri a partire dai mille residenti è obbligato a istituire una rappresentanza elettiva. A Francoforte si ottiene il diritto di voto dopo tre mesi di residenza. Gli eletti intraprendono autonomamente vari progetti all’interno di un budget prefissato (tra cui un incontro annuale di accoglienza dei nuovi venuti) e deliberano su questioni riguardanti gli stranieri. La loro funzione è formalmente solo consultiva, tuttavia essi lavorano assieme ai membri del Consiglio e della Giunta comunale (che magari hanno la cittadinanza di un Paese dell’Unione europea, o hanno preso la cittadinanza tedesca); questo evita che la Rappresentanza si riduca a un ghetto, e la rende parte integrante della vita cittadina.

Il confronto con l’Italia è impietoso. Anche da noi sono state istituite in passato le consulte comunali per gli stranieri, previste peraltro da una convenzione del Consiglio d’Europa. Il bilancio però è perlopiù deludente, soprattutto per l’irrilevanza cui sono state costrette e la volubilità dei regolamenti comunali. Alcune consulte sono elettive, altre nominate, altre mancano del tutto, come ora a Milano, nonostante circa il 19 per cento della popolazione sia di nazionalità straniera.

Il disinteresse, una legge sulla cittadinanza tra le più restrittive d’Europa, la preminenza di casualità, discrezionalità e arbitrio nei rapporti con i migranti, l’orientamento ottusamente persecutorio da parte dei decreti Sicurezza di Salvini, tutto questo non solo ha mortificato la partecipazione e i diritti dei non italiani, ma ha effettivamente creato una classe di meteci di cui si parla tantissimo, ma che raramente prendono la parola in prima persona, e sul cui silenzio, sulla cui esclusione, si basano gli attuali rapporti di forza dell’assetto economico, sociale e politico-istituzionale. Si sarebbe permesso l’ex ministro dell’Interno di molestare pubblicamente una famiglia di migranti se ci fosse una rappresentanza istituzionalizzata di stranieri articolata su tutto il territorio e se bastassero tre mesi per rendere un residente di diversa nazionalità elettore di qualcosa?

Non è però soltanto a proposito dei migranti che possiamo constatare l’arretramento in termini di cittadinanza, anche in confronto ad altri Paesi europei. Sono tre decenni che vengono preparate con maggiore o minore fortuna riforme elettorali e costituzionali il cui scopo sarebbe “semplificare” il sistema politico, garantire “stabilità” e “governabilità”, e di fatto incanalare il consenso in sbocchi prevedibili, lubrificare gli ingranaggi decisionali per assicurare la riuscita dei progetti degli interessi dominanti senza eccessivi intoppi, cancellare la crescente complessità sociale e la pluralità di soggetti.

Ora pende la duplice spada di Damocle rappresentata dal taglio dei parlamentari, che ridurrebbe drasticamente la rappresentanza dei molteplici interessi tra i cittadini, e dall’autonomia differenziata, che sancirebbe la rinuncia a riequilibrare le disuguaglianze e l’ammissione di una cittadinanza sociale differenziata a seconda delle risorse economiche del territorio. Come nel caso dei diritti di cittadinanza e di rappresentanza che vengono negati agli stranieri, si constata un sostanziale assenso bipartisan che tronca potenziali conflitti e li seppellisce sotto la coltre di un impenetrabile silenzio mediatico. Non ci si appelli all’apparente consenso che queste “riforme” trovano nella popolazione per liquidare la discussione: è evidente il continuo degrado dell’idea stessa di cittadinanza negli ultimi tre decenni, tra aspettative di acquiescenza, chiare riduzioni della cittadinanza sociale, e incessanti sollecitazioni populiste che provengono dall’alto a nome dei cittadini, a cui si adeguano il sistema politico e il discorso pubblico.

Non a caso, si parla tantissimo del “popolo”, ma lo si fa parlare o agire molto, molto meno.
Non si vuole qui ovviamente fare paragoni incongrui tra la condizione dei migranti a zero diritti, o con i diritti garantiti sostanzialmente solo dalla nostra Costituzione e dalla legislazione europea, e quella dei cittadini italiani. Si vuole però sottolineare che la lotta per i diritti di cittadinanza e di rappresentanza per italiani e non deve procedere in parallelo, senza omissioni, perché si tratta di due aspetti diversi della stessa questione. La condizione degli stranieri non si potrà migliorare senza un’azione decisa dal basso di difesa e ripresa della democrazia e della cittadinanza; è inutile sperare nelle élite illuminate, come ben mostra la vicenda della mancata riforma della legge sullo ius culturæ.

Al tempo stesso, anche a sinistra si sono talvolta trascurati i diritti di cittadinanza dei migranti, in quanto sono stati comprensibilmente sentiti come più pressanti i problemi legati all’accoglienza, i diritti di chi si vede minacciato il diritto stesso alla vita. Ma lasciare che persista questa lampante disparità tra chi è italiano e chi non lo è anche se residente da anni, o che la partecipazione venga condizionata da professioni di gratitudine o dichiarazioni di amore per il Paese ospitante, come pretende l’apparato politico-mediatico, significa accettare gravi regressioni culturali e rassegnarsi allo sfilacciamento dei diritti di cittadinanza per tutti.

Ora è il momento della lotta contro il taglio dei parlamentari, e al tempo stesso per una nuova legge sulla cittadinanza. Contro l’autonomia differenziata e per la ratifica da parte dell’Italia del capitolo C della Convenzione del Consiglio d’Europa del 1992 che prevede il voto locale a tutti gli stranieri residenti da cinque anni, e una rappresentanza garantita per chi è residente da meno tempo. Per una legge elettorale proporzionale e rappresentativa, e contro tutti i decreti Sicurezza. È questo il banco di prova di chi difende la democrazia.

«La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto sì»

Italian priest walking on asphalt silhouette, Rome Italy

Parole, opere e omissioni del reverendo Richard Bucci, sacerdote della Chiesa del Sacro cuore di West Warwick (Rhode Island, Usa) che ha affermato che l’aborto è peggio della pedofilia. E questo perché, dice: «Non stiamo parlando di nessun altro problema morale, dove qualcuno potrebbe fare un paragone tra pedofilia e aborto. Perché la pedofilia non uccide nessuno, l’aborto lo fa (…) Io posso solo ripetere cosa insegna la Chiesa e il diritto canonico e il catechismo. Non saprei quale altra evidenza dovrei presentare».

Il prete cattolico alcuni giorni prima della dichiarazione aveva escluso dalla vita parrocchiale 44 legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto. Ovviamente si è aperto negli Usa un dibattito sdegnato per la frase indecente del sacerdote – pronunciata durante un’intervista concessa a Nbc 10 News, una televisione locale – ma il ragionamento è indicativo: spesso quando qualcuno affianca due elementi che non c’entrano tra loro, arrivando a ribaltare la realtà, è perché cerca di giustificare qualcosa di assolutamente ingiustificabile.

Esistono molti esempi: un ex ministro che mette insieme il Coronavirus con gli sbarchi di disperati che arrivano dall’Africa, qualche medico obiettore che usa la sua coscienza per non svolgere il mestiere che è chiamato a fare, un imprenditore che ha guadagnato tantissimo solo lui e che però vuole fare pagare la crisi ai suoi dipendenti.

Tutti concentrati a trovare presunte colpe peggiori per assolversi dalle proprie. Se incrociate qualcuno che usa questo trucco sappiate che c’è del lercio. Come nel caso di don Bucci.

Buon venerdì.

Un’epidemia di ignoranza

BEIJING, CHINA - FEBRUARY 08: A man wears a protective mask as he runs past red lanterns at a cancelled Spring Festival event at a park on February 8, 2020 in Beijing, China. The number of cases of a deadly new coronavirus rose to more than 34000 in mainland China Saturday, days after the World Health Organization (WHO) declared the outbreak a global public health emergency. China continued to lock down the city of Wuhan in an effort to contain the spread of the pneumonia-like disease which medicals experts have confirmed can be passed from human to human. In an unprecedented move, Chinese authorities have put travel restrictions on the city which is the epicentre of the virus and municipalities in other parts of the country affecting tens of millions of people. The number of those who have died from the virus in China climbed to over 724 on Saturday, mostly in Hubei province, and cases have been reported in other countries including the United States, Canada, Australia, Japan, South Korea, India, the United Kingdom, Germany, France and several others. The World Health Organization has warned all governments to be on alert and screening has been stepped up at airports around the world. Some countries, including the United States, have put restrictions on Chinese travellers entering and advised their citizens against travel to China. (Photo by Kevin Frayer/Getty Images)

Solo poche settimane fa il continente cinese si avviava a festeggiare l’annuale ricorrenza del Capodanno lunare con la più grande migrazione che la storia umana avesse mai registrato: come ogni anno e più dell’anno precedente, alcune centinaia di milioni di persone si apprestavano a prendere un mezzo di trasporto per andare a trascorrere le feste a casa o in vacanza, in Cina o all’estero. Le tanto agognate uniche vere vacanze annuali erano arrivate: l’unica occasione di reale distacco dalla frenetica vita lavorativa di oltre un miliardo di cinesi. La loro vita invece ha preso un’altra direzione.

Li Wenliang, giovanissimo oculista della città di Wuhan, ha diagnosticato per primo la presenza di un nuovo virus, subito da lui identificato come più letale di quello della Sars che, fra il 2002 e il 2003, aveva già devastato la Cina. L’appello del medico è stato censurato come procurato allarme, ma di lì a poco le autorità hanno dovuto riconoscere il merito di questo medico, poi infettatosi, che ha pagato con la sua stessa vita la sua scoperta, novello dottor Semmelweis cinese.

Nel giro di poche settimane la Cina è piombata in uno spettrale isolamento, la città di Wuhan e tutta la popolosa regione del Hubei è stata posta in quarantena e via via il periodo di vacanza a casa di centinaia di milioni di cinesi si è trasformato nella più grande quarantena di massa che la storia ricordi.
Le città cinesi, fino a poche settimane fa solcate da milioni di persone, che freneticamente giorno e notte senza sosta le attraversavano con un dinamismo per noi inconcepibile, sono scivolate in una sorta di spettrale immobilismo. Tutto sembra essersi fermato o rallentato. Mentre nello Hubei la quarantena resta totale, in altre città alcuni stanno tentando di tornare al lavoro. Le persone escono di casa il meno possibile non solo per paura di contrarre il virus, ma anche di essere trattenute e messe in quarantena nelle strutture sanitarie se gli venisse riscontrata una alterazione febbrile durante uno delle migliaia di controlli, che avvengono ad ogni angolo della strada e all’ingresso di qualunque edificio.

Decine di migliaia sono gli infettati, a volte ricoverati in ospedali di fortuna, molto spessoprivi di cure specialistiche, perché in fondo non esiste una vera cura o perché di fronte a tali numeri sembra impossibile immaginare una qualunque forma di assistenza sanitaria. Un migliaio almeno i morti ai quali non è stato possibile organizzare una qualche forma di esequie, perché portati ai crematori in tutta fretta. Decine di milioni sono i reclusi in casa, in attesa che l’epidemia passi. Per fare un solo esempio…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 14 febbraio

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Contro il virus della sinofobia

Un virus invisibile sta riemergendo, il virus della sinofobia. Un virus che ha conosciuto picchi altissimi in passato in Occidente, pensiamo per esempio alla guerra dell’oppio, una guerra di narcotrafficanti e di aggressione a Cina che fu celebrata dai liberali inglesi e francesi (da Mill a Tocqueville) come crociata per la libertà. Oppure pensiamo al veleno del Chinese Exclusion Act con cui nel 1882 gli xenofobi nordamericani ottennero e imposero misure contro l’«invasione» dei cinesi. Quella legislazione sinofoba varata negli Usa fu poi presa a modello per la legislazione antisemita in Austria e Germania. Parliamo di un passato agghiacciante che per fortuna è morto e sepolto. Ma dobbiamo stare attenti, perché la sinofobia può assumere oggi nuove forme striscianti e sottili, sotto il manto della paura del contagio da coronovirus.

E se per il coronavirus possiamo ragionevolmente sperare che si possa arrivare presto ad un vaccino (l’Oms dice che ci vorranno 18 mesi), purtroppo non esiste un vaccino che debelli una volta per tutte il virus dell’ignoranza e del pregiudizio.
Possiamo però combatterlo con le armi dell’informazione approfondita e verificata.

Contro il sensazionalismo, contro l’irresponsabilità di chi specula sulla paura, contro il lucido cinismo di politici che fomentano la xenofobia per poter imporre politiche autoritarie, abbiamo intrapreso un lungo viaggio da Roma a Pechino passando per Hong Kong. Guidati dai sinologi Federico Masini e Mauro Marescialli siamo andati a vedere cosa sta accadendo in Cina, dove colpisce anche la straordinaria reazione dei cittadini di fronte al rischio pandemia, il senso di coesione sociale e di attenzione all’interesse collettivo, ricordando il coraggio di figure come il giovane oculista Li Wenliang («nuovo Semmelweis», come lo definisce Masini) che fra i primi ha dato l’allarme e per questo è stato censurato prima di ammalarsi e morire prematuramente a 35 anni.
Con la collega Marina Lalovic (voce di Radio3 Mondo), invece, siamo andati ad Hong Kong dove proseguono le proteste per la democrazia nonostante l’emergenza coronavirus e dove i manifestanti chiedono in primis una inchiesta sulle violenze perpetrate dalla polizia.

A ben vedere i provvedimenti che i governi stanno mettendo in campo contro il coronavirus non sono sempre dettati strettamente da protocolli medici e sanitari. Alcuni stanno approfittando dell’emergenza per far passare altri messaggi. Emblematico, in questo senso, è il caso dell’Australia che ha messo in quarantena chi viene da Wuhan obbligandolo a fermarsi sulla Christmas Island, a duemila miglia dalla terraferma. Per anni le autorità australiane hanno rinchiuso i migranti senza documenti in campi offshore. «Non contaminerai il suolo australiano» è il messaggio che Canberra lancia utilizzando il coronavirus, denuncia Kenan Malik. Stabilire un falso nesso fra immigrati ed epidemie è un’operazione criminale che ha caratterizzato i momenti più bui della storia.

A questo proposito lo studioso e broadcaster inglese sul Guardian ci ricorda che nel medioevo cristiano fu gettata addosso agli ebrei la colpa della peste nera ma anche che nella Gran Bretagna del XIX secolo i lavoratori irlandesi furono additati come capri espiatori per le epidemie di colera. La caccia agli untori e la stigmatizzazione di migranti e minoranze come portatori di malattie è un esercizio criminale che ha caratterizzato non solo i regimi in senso classico. Ed è una “pratica” che arriva fino a noi e ai nostri giorni. Basta pensare a certi titoli apertamente razzisti del quotidiano Libero (che peraltro gode di lauti finanziamenti pubblici). «I migranti portano le malattie» ha titolato il quotidiano fondato da Vittorio Feltri, affermando il falso. Come molti studi dimostrano, sono ovviamente sempre i più sani a partire. Semmai rischiano di ammalarsi dopo, qui da noi, per le pesanti condizioni di miseria, ostilità e sfruttamento che dovono sopportare.

Un’altra operazione criminale è quella di etnicizzare virus e patologie, creando ad arte sospetti che generano avversione e chiusure. È quello che purtroppo sta avvenendo con il coronavirus, come denunciano anche i cittadini di origine asiatica intervistati da Amarilda Dhrami nel quartiere Esquilino e in altri quartieri di Roma. Guardati di traverso, presi a male parole ostracizzati da chi assurdamente parla di “pericolo giallo”, non sono solo immigrati e turisti, ma anche persone di origini asiatiche residenti qui da anni e che non sono più tornati in Cina. È il caso per esempio della cantante lirica Lika Bi che, come riporta il Gazzettino, è stata costretta a camuffarsi per non essere aggredita per strada a Venezia.

Il sito Cronache di ordinario razzismo sta facendo un lavoro meritorio raccogliendo e segnalando di giorno in giorno questi episodi di sinofobia, in rapida crescita. Della paura approfittano organizzazioni parafasciste come Forza Nuova distribuendo volantini con la scritta «Coronavirus? Compra italiano». Ma colpisce che anche enti culturali e istituzioni si facciano prendere sull’isteria. Ha fatto molto discutere in questo senso la circolare del Santa Cecilia a Roma che esclude dalle attività tutte le persone di origine asiatica se non si siano sottoposte a visita medica.

In questo clima di crescente caccia alle streghe merita un plauso la visita a sorpresa del presidente Mattarella in una scuola multietnica di Roma ma anche la sua idea di concerti di amicizia Italia-Cina. Fare cultura, incoraggiare la conoscenza e l’incontro con l’altro è la strada che abbiamo scelto anche noi, costruendo questa storia di copertina in cui una parte importante è assegnata al ruolo dell’informazione scientifica. Dobbiamo prendere sul serio il rischio per la salute rappresentato dal coronavirus. Ma per questo non servono allarmismi, servono i consigli dei massimi esperti del settore. Ecco cosa ci hanno detto sulla pericolosità del virus, sui rischi di contagio e sull’importanza della prevenzione.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 14 febbraio

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La verità, vi prego, su Salvini

Facciamo i seri, per favore, dai.

Salvini dice di avere difeso i confini italiani e tutti che ripetono a pappagallo. Ma davvero Salvini difendeva i confini italiani da una nave della Marina italiana? Ma vi rendete conto della boiata detta? Ma davvero i militari italiani non gli hanno raccontato che quelle 131 persone a bordo erano dei disperanti con nessuna intenzione belligerante?

E poi: Salvini dice che la sinistra e il M5S lo vogliono mandare a processo. Ma davvero il livello di ignoranza è così alto da non sapere che sono dei magistrati che hanno deciso così? Che c’entra la politica? E poi: ma non è Salvini a dire che non vede l’ora di farsi processare?

L’avete vista la scenetta? Riceve l’avviso di garanzia qualche mese fa per un processo simile e si spara una diretta Facebook per dirci di essere orgoglioso di andare a processo e poi fa di tutto per farsi salvare dal M5S che a quel tempo governava con lui. Fugge dal processo una prima volta e ora con il caso della Gregoretti ripete pari pari la stessa solfa: urla “fatemi processare!” e poi si lamenta di farsi processare. Ma non vi ha stancato, davvero?

E poi: Salvini dice che ha fatto quello che c’è scritto nel suo programma elettorale. Benissimo, quindi non avrà problemi a dimostrare la legalità del suo operato. Ma mi sorge un dubbio: visto che ha tentato di coinvolgere Conte e Di Maio questo significa che si può votare tranquillamente anche loro due per avere lo stesso programma elettorale di Salvini? Per intendersi: quindi il Capitano non è così unico nel suo agire?

E infine: quello che dice di non dovere tirare in ballo i bambini per la propaganda elettorale si è difeso con un discorso giuridicamente talmente alto che ci ha raccontato del messaggio che gli ha mandato il figlio.

Bravo. Bravissimo.

Buon giovedì.