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Le piazze per sé, le piazze per gli altri

Foto Massimo Paolone/LaPresse 17 febbraio 2020 Bologna, Italia cronaca Manifestazione per la liberazione dello studente Patrick George Zaki detenuto in Egitto "Giustizia per Patrick" Nella foto: un momento del corteo Photo Massimo Paolone/LaPresse February 17, 2020 Bologna, Italy news Demonstration for the release of student Patrick George Zaki detained in Egypt "Justice for Patrick" In the pic: a moment of the procession

Forse davvero ci siamo dimenticati che la politica sia il battersi per i diritti degli altri. Davvero. Ci siamo dimenticati che la sinistra, quando faceva la sinistra, era grande perché comprendeva persone con diritti acquisiti che decidevano di fare politica perché anche gli altri avessero i loro stessi diritti. La cosiddetta attenzione per i più deboli è sostanzialmente questa cosa qui, e oggi sembra una blasfemia.

La piazza di Bologna che si riempie per Patrick Zaky ne è un esempio chiaro: ci sono in piazza studenti che molto difficilmente potrebbero ritrovarsi nella situazione del giovane studente egiziano, è molto improbabile che si ritrovino anche solo a viaggiare in Egitto, statisticamente non è un pericolo reale finire torturati dalle forze di polizia di qualche regime eppure hanno esercitato tutta la loro empatia per sentire quella violazione dei diritti come una violazione fatta a loro. Stessa cosa la mobilitazione per Giulio Regeni. Vale lo stesso per chi in questi giorni prova ad aprire gli occhi del mondo sulle ingiustizie siriane e sui profughi di Idlib. E ci sono altri migliaia di esempi disponibili.

Provate a pensare a un multimiliardario che non operi per salvare il deretano alle sue proprietà e ai suoi amici miliardari, provate a pensare a un prepotente che non si dia da fare per accontentare i prepotenti, a un bolso industriale che brighi per i suoi amici industriali, a un senatore semplice che strepiti per se stesso e per i suoi amici: ci sono tutti. Pensate invece a un eterosessuale che si impegni per i diritti degli omosessuali, a un benestante che proponga leggi sfavorevoli per la sua classe sociale e a favore dei poveri, a un italiano che si impegni per i diritti dei non italiani: sono pochi, pochissimi. Quando Bill Gates ha chiesto di pagare più tasse perché riteneva iniquo il sistema fiscale statunitense è stato trattato come un matto. «Perché non si è fatto gli affari suoi?», chiedevano.

Farsi i fatti propri è diventato sinonimo di intelligenza, mica di egoismo. E il pensiero è diventato virale. E siamo arrivati a questo punto. Ora fate un esercizio: pensate a un politico che abbia deciso di rappresentare una comunità non per la propria provenienza ma perché crede in quei valori. Se lo trovate ha già un prerequisito che manca a molti. Sarebbe un buon inizio, scendere in piazza per gli altri. Perché i diritti sono quasi sempre quelli degli altri.

Buon giovedì.

Piccoli partigiani crescono

Ci sono battaglie che si combattono in silenzio, guerre senza nome che esplodono agli angoli delle strade per rientrare nei vicoli più bui. Di solito non ne parla nessuno, fino a quando non succede qualcosa per cui è impossibile tacere. Non si può ignorare infatti il peso di scritte antisemite e offese alle vittime della Shoah di fronte a due scuole statali, così come noi non possiamo non andare a confrontarci col coraggio di chi prontamente ha detto no a tanto orrore.

Martedì 11 febbraio infatti, proprio di fronte due scuole superiori di Pomezia, in provincia di Roma, sono comparse scritte che inneggiavano all’odio etnico di chiara ispirazione nazista. Non sappiamo ancora chi sia stato. Di sicuro quel che è successo è molto grave, ancor più grave che quelle scritte siano state realizzate davanti a due scuole. A mobilitarsi immediatamente i ragazzi, e in particolare la Rete degli studenti di Pomezia i quali, insieme all’Anpi, sabato 15 febbraio hanno organizzato una manifestazione per dire no a quanto successo qualche giorno prima.

Incuriositi da tanta resistenza, noi di Left siamo andati a intervistarli. A rispondere alle nostre domande Chiara Martinelli, coordinatrice Rete Studenti Medi di Pomezia e Tullia Nargiso, membro dell’esecutivo della Rete Studenti Medi di Pomezia.

«Come studentesse e come studenti siamo sconvolti», avete scritto. Perché, secondo voi, proprio davanti a due scuole?

Noi vediamo la scuola come il cuore della nostra città, lì dove il futuro prende forma ogni giorno. Colpire le scuole significa colpire l’intera società quindi secondo noi è stato scelto questo luogo per rendere il gesto ancora più forte. Nelle due scuole colpite, il Liceo Blaise Pascal e l’I.I.S. Largo Brodolini, sono state promosse nel corso degli anni tantissime iniziative contro l’antisemitismo e per la memoria storica. Inoltre potrebbe trattarsi di una sorta di “vendetta” per l’attacco alla stele del ricordo delle vittime delle Foibe avvenuto la settimana precedente sempre a Pomezia. La scritta: “Alle 15.30 (orario di inizio della conferenza con il testimone della Shoah Sonnino) parlate delle foibe” davanti all’I.I.S. Brodolini è un chiaro segno del fatto che chi le ha realizzate ritiene che nelle scuole si dovrebbe dare la stessa importanza alla tragedia della Shoah e a quella delle Foibe. In effetti non se ne parla moltissimo di quest’ultima, ma è ovvio che i due eventi, seppur entrambi tragici, non possono paragonabili.

Alla manifestazione del 15 febbraio campeggiava la scritta: “Siamo tutti esseri umani”, come a dire che l’essere umano è naturalmente antifascista. Come ha risposto la popolazione?

La scritta “Siamo tutti esseri umani” ha un significato in realtà molto più semplice per noi: è un inno al rispetto tra tutti gli uomini e le donne e quindi alla non violenza, alla tolleranza e alla pace. Voleva contrapporsi alle scritte d’odio davanti alle nostre scuole che al contrario incitavano a tutt’altro. Ovviamente ci piacerebbe che tutti fossero naturalmente antifascisti ma purtroppo non è così. Bisogna ancora lavorare ogni giorno per promuovere la solidarietà e il rispetto delle idee altrui.

Quando e come nasce la rete degli studenti di Pomezia e per rispondere a quali esigenze?

La base territoriale della Rete degli Studenti Medi di Pomezia nasce lo scorso anno, durante il mese di settembre, per rispondere all’esigenza dei giovani della nostra città di avere uno spazio in cui riunirsi, scambiarsi opinioni e attivarsi nella società. Noi ragazzi avevamo bisogno di essere partecipi di ciò che accadeva a Pomezia e quindi volevamo far sentire la nostra voce. Inoltre, il ruolo della rappresentanza studentesca stava diventando sempre meno importante quindi sentivamo l’esigenza di rivalutarlo, formandoci e candidandoci nelle scuole per difendere il nostro diritto allo studio e per usare gli spazi scolastici (come le assemblee) in maniera intelligente.

La vostra organizzazione sembra un’organizzazione politica, ma non partitica. Eppure ogni movimento politico, per poter incidere nel tempo, deve potersi strutturare in un’organizzazione che abbia degli obiettivi chiari, un’identità ben definita. Caratteristiche che sicuramente vi appartengono, ma che probabilmente sono risultate carenti in movimenti che, seppur nati con le migliori intenzioni, si sono trovati tuttavia a sfumare nel tempo. Se voi poteste consigliare a un movimento l’ingrediente al quale assolutamente non si può rinunciare nella costruzione di una prassi politica che possa sopravvivere alle intemperie della storia, quale scegliereste?

Innanzitutto vorremmo fare un po’ di chiarezza: noi siamo un sindacato studentesco, un’associazione che in tante parti d’Italia opera per difendere il diritto allo studio. Siamo politici, è vero, perché ci impegniamo quotidianamente nelle nostre battaglie sociali (ambientalismo, femminismo, antifascismo, lotta all’omofobia…) e portiamo avanti i nostri valori. Non siamo partitici perché appunto siamo un sindacato che aspira a rappresentare tutti gli studenti e ad includerli. Al nostro interno siamo ben strutturati, abbiamo i nostri obiettivi e programmiamo le nostre attività pensando a come incidere positivamente nella vita di tutti gli studenti come noi. Non siamo un movimento spontaneo come possono considerati il FridaysForFuture e le Sardine, ma fin dalla nostra nascita abbiamo delineato sempre i nostri ambiti di pertinenza e i nostri obiettivi. Per rispondere alla domanda crediamo che sia necessario, per costruire una prassi politica duratura, una forte struttura organizzativa. Crediamo sia fondamentale che ogni attore durante questo processo sappia esattamente qual è il suo ruolo e il suo obiettivo finale. In questo modo si evita infatti di perdersi e di diventare qualcosa di diverso da ciò che ci si era prefissati.

Attacchi alla ricerca storica su foibe e confine orientale

È in corso una indegna gazzarra da parte di elementi di destra e di estrema destra che prende a spunto le celebrazioni del giorno del ricordo. Queste persone attaccano qualsiasi interpretazione che non accetti una vulgata che si rifiuta di prendere in considerazione la politica di snazionalizzazione portata avanti durante il ventennio nelle zone del confine orientale non per giustificare, ma per spiegare quanto successo dopo la caduta del fascismo e durante la costruzione dello stato comunista jugoslavo. Si vuole imporre una versione ufficiale della tragedia delle foibe e di quella successiva dell’esodo dei giuliano fiumano dalmati sotto forma di genocidio degli italiani e con impropri e assurdi confronti con la Shoah. Chiunque operi la necessaria contestualizzaione di quanto successo sa che gli italiani furono perseguitati o in quanto ex fascisti, o perché identificati con le classi egemoni, o in quanto si opponevano alla costruzione dello Stato comunista, e non in quanto italiani. L’anno scorso l’attacco era stato portato al vademecum elaborato dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea del Friuli-Venezia Giulia, di Trieste, un equilibrato documento di sintesi storiografica sulle acquisizioni di decenni di ricerca sul confine orientale, che metteva in discussione la tesi che la persecuzione degli italiani fosse motivata da una pulizia etnica.

Quest’anno sono stati attaccati singoli ricercatori accusati di negazionismo solo perché si rifiutano di cedere alla nuova vulgata nazionalista e filo fascista, e ora sotto accusa è la Regione Toscana per aver affidato all”Istituto della Resistenza e dell’età contemporanea di Grosseto la politica della memoria, e quindi anche i viaggi sul confine orientale, sulla base di una pluriennale esperienza di ricerca e didattica di quell’istituto sul tema. Gli attacchi mirano a negare la legittimità degli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea a svolgere azione di ricerca storica e diffusione didattica sul confine orientale, sostenendo che essi sarebbero ideologicamente orientati.

È allora essenziale ribadire che la ricerca storiografica non può essere condizionata da verità ufficiali diffuse o imposte dallo Stato e dalle istituzioni; che la libertà di ricerca va fondata sull’onestà intellettuale, sulla contestualizzazione ampia degli eventi, sull’utilizzo critico di fonti verificabili; che da parte degli istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea non è mai stata negato che le foibe rappresentino un crimine, che si inquadra non soltanto in una reazione alle politiche di snazionalizzazione e oppressione messe in atto dal fascismo nei confronti delle minoranze slovene e croate, ma anche nei meccanismi violenti di costruzione dello Stato jugoslavo da parte di un regime comunista che perseguitava tutti coloro che si opponevano ai suoi progetti (e quindi non solo italiani, e quindi non solo fascisti).

In realtà dietro a questi attacchi si nasconde non solo la totale ignoranza degli eventi storici, l’utilizzazione di parole d’ordine scioviniste e nazionaliste, ma anche e soprattutto la rivalutazione del ventennio fascista e della figura di Mussolini.

L’Istituto nazionale Ferruccio Parri, che è il capofila di 64 Istituti storici della Resistenza dell’età contemporanea diffusi su tutto il territorio nazionale, si oppone con forza a questa deriva filofascista e antidemocratica e, nel manifestare la propria vicinanza alle famiglie di tutti coloro che hanno dovuto soffrire per le tragedie consumatisi sul confine orientale, ribadisce il suo impegno per la libertà di ricerca storica al di fuori di vincoli e polemiche di carattere ideologico. Esprime solidarietà agli istituti e ai ricercatori che in questi giorni hanno ricevuto attacchi scomposti per il loro impegno per la verità e la correttezza storica.

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Paolo Pezzino è il presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

La nota è stata pubblicata sul sito dell’Istituto

Il socialista e il miliardario, entra nel vivo la sfida tra Sanders e Bloomberg

Se c’è una cosa che appare chiara dal convulso, complesso inizio delle primarie democratiche negli Stati Uniti è che Bernie Sanders sta emergendo, guadagnandosi il titolo di frontrunner dei Dem. Oltre diecimila persone l’hanno acclamato in un comizio a Richmond e nelle prossime votazioni, in Nevada, è dato per favorito. Un socialista tenta per la seconda volta, dopo il tentativo fallito nel 2016, quella che potremmo ironicamente chiamare la presa della Casa Bianca. Chi potrebbe essere l’antagonista in questa favola della riuscita di una sinistra americana? Un miliardario, ovviamente, anzi due. Prima di arrivare a vedersela con l’attuale presidente Donald Trump, Sanders deve superare l’ostacolo del fuoco amico proveniente da Michael Bloomberg, magnate della finanza che solo adesso sta entrando nel vivo della campagna elettorale per le primarie democratiche. Una delle conditio sine qua non per partecipare ai dibattiti televisivi, infatti, era aver raccolto un certo numero di donazioni da un certo numero di donatori: Bloomberg non ne ha, perché corre utilizzando “soltanto” il suo patrimonio da circa 60 miliardi di dollari. «Era» perché il Partito democratico ha deciso di cambiare le regole in corsa, puntando tutto sui risultati nei sondaggi invece che sulla raccolta fondi. In questo modo, Bloomberg si è qualificato per il dibattito in Nevada. I nordamericani che decidessero di votarlo, però, non potranno farlo fino al 3 marzo, giorno del cosiddetto Super Tuesday, il martedì in cui si vota in 15 Stati contemporaneamente. La scelta di Bloomberg è di puntare tutto su questo ingresso ad effetto: se non vince o non si piazza in una buona posizione, di certo non è un buon segno per la sua campagna.

La discesa in campo di Bloomberg ha destato scalpore proprio per la potenzialmente infinita disponibilità di fondi da utilizzare per spot e campagne sui social: soltanto per il Super Tuesday ha già speso 400 milioni di dollari in pubblicità. Sembrerebbe non dover temere nulla, eppure, tra tutti i suoi avversari alle primarie, Bloomberg ne ha attaccato soltanto uno: Bernie Sanders. Il settantottenne senatore del Vermont fa talmente paura che vengono attaccati pubblicamente i suoi sostenitori più combattivi sui social, i Bernie Bros, per cercare di mettere in cattiva luce la sua base elettorale equiparandola ai pochi che vanno oltre le righe.

Michael Bloomberg si è approcciato a queste primarie dicendo che lui è l’unico a poter battere Donald Trump, perché essendo entrambi miliardari newyorkesi sa bene come tenergli testa. Ma Bloomberg, ex sindaco della grande mela, è stato eletto come primo cittadino prima da Repubblicano e poi da Indipendente. È passato alla storia per lo stop and frisk, le perquisizioni a tappeto fatte dalla polizia soprattutto nei quartieri a maggioranza afroamericana perché, secondo l’ex sindaco, lì c’era più tendenza al crimine perché non chi li abita non ha nulla da perdere. Problemi anche sul fronte #meToo: il magnate è stato più volte accusato di molestie verbali e commenti sessisti, ma le cause sono terminate quasi tutte con patteggiamenti o a favore di Bloomberg. Il Washington Post ha pubblicato la versione digitale di un libretto regalato al miliardario dai suoi amici in occasione dei suoi quarant’anni, in cui vengono raccolte tutte le sue frasi machiste. Al tempo fece molto ridere Bloomberg e i suoi ospiti, scrive il Post.

In queste primarie del 2020 potrebbe essere più che vero che mai che i soldi non fanno la felicità, o in questo caso la nomination. Se è vero infatti che Bloomberg è il nono uomo più ricco al mondo, Bernie Sanders continua a raccogliere donazioni che si aggiungono ai 94 milioni di dollari acquisiti finora, in una fase in cui i fundraisings degli altri candidati sono in difficoltà. Il patrimonio elettorale di Sanders è costituito al 60% da microdonazioni, piccoli contributi che provengono da persone fisiche, non da associazioni o corporations. Aver ottenuto questo risultato solo grazie all’aiuto dei suoi sostenitori è qualcosa di fondamentale per la coerenza incrollabile di Sanders, uno dei suoi punti di forza più saldi. Aver ottenuto 25 dollari da uno studente, da un’attivista afroamericana, significa molto di più in termini ideologici di poter spendere quanto si vuole per una campagna social. Se per Bloomberg il suo forse unico punto di forza sono i dollari, di certo a Sanders non mancano. Lunedì ha scritto sul suo account Twitter che tutti dovrebbero poter correre per la presidenza, ma che Bloomberg non ha diritto di comprarsi le elezioni:

È sempre più evidente che Bernie Sanders sta creando un movimento veramente di sinistra negli Stati Uniti, una «rivoluzione» che si compirà anche se non dovesse arrivare alla Casa Bianca. Michael Bloomberg dovrà vedersela con questo, avendo ben poco in comune con il suo avversario se non le tematiche ambientali e la lotta contro le armi. Se Bloomberg dovesse vincere la nomination le sfumature tra lui e Trump sarebbero molto meno evidenti che se vincesse Sanders, seppure comunque importanti. Non basteranno soltanto i miliardi, però, a convincere una base importante come quella degli afroamericani a votare a favore di un uomo che da sindaco aveva dato alla polizia la facoltà di fermarli se e quando lo riteneva opportuno, una base che invece sembra essere ben salda tra l’elettorato di Sanders. Gli Stati Uniti stanno vivendo una fase di storici cambiamenti, sotto molti aspetti: il popolo nordamericano sceglierà di assecondare questo movimento?

Un po’ di fondotinta sui decreti sicurezza

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 10-09-2019 Roma Politica Senato.Voto di fiducia al governo Conte bis Nella foto Luciana Lamorgese, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio Photo Fabio Cimaglia / LaPresse10-09-2019 Roma (Italy) Politic Senate. Vote of confidence to the government Conte bis In the pic Luciana Lamorgese, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio

Il tema non è tanto essere d’accordo o meno con i decreti sicurezza. Il Movimento 5 Stelle non riesce a non amarli, ed è legittimo, e il Partito democratico a parole dice di essere contrario anche se non fa nulla più delle semplici parole. Il tema è che il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico governino insieme con questo dissidio di fondo che dimostra proprio una diversità culturale e una diversa visione del mondo e intanto si ostinano a rivenderci Giuseppe Conte come il grande mediatore di una mediazione che non media nulla ma appiattisce tutto. Tutto.

Se non riescono a mettersi d’accordo sulle multe alle Ong (qualcuno mi dovrebbe spiegare che senso abbia ridurle: o si è a favore o si è contro, niente minestre riscaldate) e se addirittura non si trova l’accordo per la reintroduzione dei permessi umanitari (che è la sostanziale vigliaccata operata da Salvini) allora cosa ci dicono che nelle riunioni c’è stato un clima positivo? Ma dicono davvero?

E che la Lamorgese sia diventata improvvisamente un idolo delle folle solo perché non twitta ciò che mangia a pranzo e cena possiamo dirlo una volta per tutte che sia un po’ pochino come merito politico?

Ora proveranno a mettere un po’ di fondotinta ai decreti sicurezza e tenteranno di rivenderceli come nuovi. E molti fingeranno che vada bene così in nome del governo che deve continuare anche se ha smesso di governare.

E si fingerà che tutto va ben.

Però è difficile, così. No?

Buon mercoledì.

Una nuova federazione di soggetti a sinistra?

Lo scorso sabato 15 febbraio, nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana, si è svolta a Roma una interessante assemblea, dove a interrogarsi sulla situazione politica e sociale e sui compiti della sinistra, sono stati invitati numerosi esponenti politici e personalità della cultura.

Davvero una bella giornata, dove sono intervenuti, a vario titolo e offrendo ciascuno un pezzetto di analisi personalità importanti, vive e riconosciute del mondo frastagliato della sinistra. Altre ne mancavano, ma certo un bello spaccato del nostro mondo.

Sono giunti diversi contributi, dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola e Mussi, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia.

Tra i tanti interventi ascoltati, il senso della giornata si può riassumere, a mio parere, in quelli proposti da Elly Schlein, Francesco Laforgia e Nicola Fratoianni.

Elly, la giovane animatrice della Lista “Emilia Romagna Coraggiosa” che ha contribuito ad evitare la temuta sconfitta, nel ricordare come l’Italia non sia l’Emilia Romagna, ha voluto mettere in guardia dalla tentazione di pensare che basti estendere automaticamente quella esperienza a tutte le realtà. Ha invitato, però e soprattutto, a valorizzare il metodo di quella scelta: ascolto, condivisione, unità, che sono stati la chiave vera per darsi un’identità precisa, farsi riconoscere come unica proposta socialista, ambientalista e femminista, e avere perciò il peso e l’autorevolezza che serve a imporre le tematiche che la sinistra deve rappresentare. Elly Schlein ha perciò insistito sulla necessità di ritrovarsi in un percorso comune, immaginando che, se proprio non si riesce a far nascere un soggetto unico, almeno si instauri una rete permanente di confronto e di azione (il metodo Coraggiosa), suggerendo o persino una sorta di federazione tra i soggetti.

Laforgia, portavoce nazionale del Movimento Politico èViva, è stato capace di coniugare la necessità politica di procedere verso la creazione di un soggetto unitario di sinistra, da tempo avvertita, invocata e disattesa, alle ragioni fondanti, culturali, sociali, filosofiche, sentimentali, che giustificano la ragione dell’essere sinistra, citando uno degli insegnamenti di Massimo Fagioli (.…la sinistra ha capito cosa fa star male le persone, ora deve capire cosa le fa stare bene….). Quindi ricerca di unità, secondo una visione ben più alta di meri accordi di segreterie, di fallimentari assemblaggi di sigle, ma come percorso di elaborazione complessa, che risponda al ruolo storico della sinistra.

Fratoianni, ultimo segretario di Sinistra Italiana, ha denunciato, o meglio riconosciuto, l’insufficienza e limitatezza di analisi di questi anni, gli errori commessi, ciascuno per la sua parte, la necessità di un soggetto nuovo, ampio e inclusivo, avendo chiaro che ciò passa necessariamente anche per un ricambio della classe dirigente di questi disgraziati anni.

Insomma, parole importanti, pesanti, nei tre interventi citati e che da soli giustificano e nobilitano l’assemblea romana.

Tre interventi il cui cuore sostanziale è ancora una volta la necessità di costruire un nuovo soggetto unitario, senza veti, senza preclusioni, inclusivo.

Parrebbe la volta buona: finalmente si ha consapevolezza dell’urgenza di partire per un nuovo e più ricco viaggio comune, mettendo fine a risentimenti e incomprensioni reciproci perché si parla di valori e di metodo, rendendosi conto che la posta in gioco è ben più alta dei propri singoli destini, perché ci si rivolge finalmente al Paese e non ai palazzi, perché si capisce che bisogna contaminarsi, tra soggetti politici ma soprattutto tra paese reale e le sue tante esperienze civiche e di attivismo finora senza rappresentanza.

E però non si può non ricordare come queste stesse parole sono state recitate già tante volte? Almeno, per restare agli ultimi anni, dalla nascita del progetto Leu, che nelle dichiarate intenzioni si sarebbe trasformato da soggetto elettorale a partito unitario, e poi con la lista de La Sinistra proposta alle Europee. Ricordiamo, in entrambi i casi i “mai più divisi”, addirittura spingendosi a prometterlo persino qualunque fosse stato l’esito elettorale. Ciò, come sappiamo, non è stato.

Perciò è bene entusiasmarsi di nuovo, seduti nella platea della sala romana, ma anche verificare passo dopo passo se e quanto a quelle parole corrisponderanno fatti reali.

Il congresso di Sinistra Italiana, ad esempio, può rappresentare uno snodo importante, per certi versi decisivo a breve, verso la ricomposizione della sinistra o perlomeno l’avvio di una rete permanente della sinistra, come proponeva Elly Schlein. Ma se l’agognata apertura si traducesse nell’invito ad annettersi all’attuale partito, se i gruppi dirigenti, benché auspicati, rimanessero gli stessi, se l’apertura si rivelasse in una richiesta di sostanziale diluizione di vari soggetti nel corpo stanco e provato di Sinistra Italiana, allora dovremmo constatare per l’ennesima volta che le parole resterebbero tali.

Rinnovarsi, aprirsi, includere, contaminarsi, immaginare un campo anche più ampio di quello presente il 15, vuol dire mettersi in gioco, sciogliersi come passaggio obbligato per ricomporre insieme una cosa più grande e nuova, fare il primo necessario passo, indicare la rotta e non illudersi che basti una semplice operazione di chirurgia estetica a determinare la bontà dell’operazione.

Facciamo nostra la volontà e la passione del disperso popolo della sinistra, ricongiungiamo i sentimenti.

Il clima dell’assemblea del 15 lascia intravvedere prospettive utili, si approfitti della scomposizione, persino disorientata, del quadro politico generale, ci si abbeveri alla forza e passione che riemergono dalle piazze rianimate, si cominci a lavorare da subito a questo processo, non si perda tempo, si sia coerenti e generosi. Ci sono teoricamente tre anni per trovare un bandolo prima delle prossime elezioni politiche. Facciamo in modo che non sia anche questa l’ennesima occasione mancata.

Lionello Fittante è cofondatore associazione politico-culturale #perimolti e aderente al movimento politico èViva

Quella sull’aborto non gli è uscita per caso

Salvini ha detto una cazzata. Un’altra. Un’altra volta. E ancora c’è chi dice che bisognerebbe fare finta di niente, che dovremmo ignorarlo perché altrimenti portiamo voti a Salvini (Gipi ne ha fatto un video che è un capolavoro).

Però qualche considerazione sulla sua frase (che non riscrivo qui per non insozzare il buongiorno) secondo cui le donne (ovviamente straniere oltre che donne, così sono una minoranza al quadrato) abortiscano al Pronto soccorso andrebbe fatta.

Innanzitutto al Pronto soccorso non abortisce nessuno: si tratta di contraccezione d’emergenza che non è una pratica abortiva (l’ha scritto benissimo la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone). Questa visione degli aborti che avvengono nelle corsie d’ospedale è qualcosa di fantascientifico. Anzi, a voler ben vedere è quasi fantascienza anche negli ospedali pubblici visto che sono pieni di medici obiettori che si rifiutano di praticare l’aborto per i rimorsi di quella stessa coscienza che poi non usano nei loro costosissimi studi privati. Tanto per cominciare.

Poi, volendo ben vedere, è curiosa questa pratica per cui uomini senza utero giudichino con tanta superficialità scelte molto dolorose delle donne. Ma non è un caso, no: sono gli stessi uomini che giudicano con molta superficialità i dolori degli altri, le povertà degli altri, le disperazioni degli altri e gli errori degli altri. Tutto nella norma.

Poi c’è quell’aggettivo, “incivili”, usato a sproposito eppure che si applica perfettamente a un ex ministro che per farsi notare deve fare il razzista, il maschilista e l’arrogante. Un incivile, appunto.

Tra l’altro da quando l’aborto è diventato legale si è enormemente ridotto, come pratica. Se Salvini è contro l’aborto gli basta sostenere la contraccezione gratuita e i consultori. Ma ovviamente a lui il problema vero non gli interessa.

Infine stupisce che vi stupiate: ma davvero credete che il DDL Pillon e il congresso sulla famiglia di Verona non presupponessero un pensiero di questo tipo? Beh, ben svegliati.

Ha giocato la carta dell’aborto per recuperare un po’ di visibilità. Rimarrà sepolto dalla vergogna, prima o poi.

Buon martedì.

Turchia senza diritti, chi difese Gezi Park ora rischia l’ergastolo

La prima volta che ho visto Mücella Yapıcı era seduta sul lato destro dello schermo nel documentario Ekumenopolis – City Without Limits, del regista turco Imre Azem. Era il 2011, due anni prima che esplodesse la più grande protesta di massa della Turchia moderna, a difesa del parco Gezi; erano tempi non sospetti in cui però Mücella e Imre già abbozzavano i temi che avrebbero mobilitato milioni di turchi nelle strade di tutte le principali città del Paese, da Istanbul a Diyarbakır.

Nel video, Mücella ha sullo sfondo due file di pilastri della Sümerbank, un edificio abbandonato nel cuore di Istanbul prima di proprietà dello Stato, oggi privatizzato; Mücella parla della speculazione edilizia della sua città, dei rischi ambientali e idrogeologici a cui l’espansione verso nord dell’antica Costantinopoli sta andando incontro, in nome della gentrification e dell’egemonia del mattone. Si pone una domanda semplice, Mücella: «È possibile costruire un albergo nel cuore di Central Park a New York? Ovvio che no; perché è chiaro che quel luogo serve alla città per respirare, affinché la pioggia raggiunga il suolo. A Istanbul, invece, chiamiamo “modernità” la volontà di costruire parcheggi sotto i nostri parchi».

La difesa di Gezi, nel 2011, era ancora lontanissima, eppure Mücella in qualche modo la stava anticipando, ne sollevava già le dinamiche, i rischi. E nel 2011 Mücella di certo non sapeva ancora che la difesa di quello spazio verde nel cuore della sua città le si sarebbe ritorto contro, le avrebbe cambiato la vita per sempre. Oggi Mücella è alla sbarra degli imputati nel processo più importante della storia repubblicana turca, il processo di Gezi Park, insieme ad altri 15 esponenti della società civile turca, e dove lei rischia una condanna all’ergastolo aggravato; è un processo simbolo, dal profondo valore politico, un veicolo con cui il governo vorrebbe mandare un messaggio chiaro a chiunque osi opporsi, alimentando un clima di tensione che non ha eguali nella storia della Turchia e nell’Europa moderna.

Mücella e gli altri 15 imputati, di fronte alla trentesima Corte penale di Istanbul, sono il capro espiatorio su cui si vogliono far ricadere tutte le colpe di quelle tre settimane di proteste, compresi i danni a 259 veicoli privati, 103 mezzi della polizia, edifici pubblici, le sedi di partiti politici di maggioranza e opposizione; Mücella e gli altri 15 imputati devono rispondere anche dei danni a telecamere di sorveglianza, semafori, pali della luce, fermate degli autobus, tabelloni pubblicitari e cassonetti della spazzatura, danni a parchi, giardini, moschee e cimiteri.

Mücella e gli altri 15 imputati sono chiamati a rispondere di tutto, con una generica, generale accusa di aver tentato di sovvertire l’ordine costituzionale e di rovesciare il governo di Erdoğan attraverso le medesime proteste. L’atto di accusa, un faldone di 657 pagine, presenta ben 757 denuncianti; i principali sono il presidente Erdoğan e tutti i ministri del 61esimo governo. L’accusa chiede dai 606 ai 2.970 anni a ciascuno dei 16 imputati.

«Oppormi al progetto che voleva stravolgere piazza Taksim e l’adiacente Gezi Park era un preciso dovere del mio lavoro», mi spiega Mücella, in un bar a Berlino nel quartiere di Kreuzberg lo scorso maggio. Mücella ha ben due lauree, in architettura e in ingegneria. Con la morte del marito nel 2005, lascia la professione di architetto per seguire una visione più politica e filosofica della sua attività. Entrò a far parte della Camera degli Architetti di Istanbul e della Commissione sulla Valutazione dell’impatto ambientale all’interno della Camera.

«Come rappresentante della commissione», continua Mücella, «avevo l’obbligo costituzionale di valutare che i progetti proposti fossero di interesse pubblico; i membri di tali commissioni, qualora valutassero negativamente i progetti, hanno persino il dovere di trascinarli in tribunale. Questo mio ruolo sociale ha cominciato ad avere un’importanza crescente da quando, a partire dagli anni 80, l’Akp ha dato via a tutta una serie di riforme neoliberiste, attraverso le quali le nostre città, le aree naturali, le nostre coste e le nostre foreste cominciavano ad essere viste soltanto come un mezzo di accumulazione di capitale. Sono centinaia i casi finiti in tribunale, per tutta una serie di pratiche che avrebbero irrimediabilmente danneggiato gli spazi urbani e naturali».

La “pedonalizzazione di Taksim” in sostanza prevedeva la costruzione di diversi tunnel al di sotto della piazza, spostando di fatto il traffico nel sottosuolo. E lì dove oggi sorge il parco Gezi, fino al 1940 sorgeva la caserma Topçu, di cui non rimane nemmeno una pietra: «la piazza Taksim, e con essa il parco Gezi e l’adiacente centro culturale Ataturk», specifica Mücella senza mezzi termini, «rappresentano un unicum storico fondamentale per questa città; quella piazza non può diventare il soffitto di un’autorimessa. E ricostruire la caserma in nome di un presunto nazionalismo – per poi trasformare l’edificio in un centro commerciale di lusso – è inconcepibile. Gezi oggi rappresenta uno spazio verde fondamentale per il centro città, ed è anche l’unico punto di raccolta del centro in caso di terremoto».

Fu in tali circostanze che il 15 febbraio 2012, in comunione di intenti, la Camera degli architetti e degli urbanisti, insieme a sindacati, partiti politici, organizzazioni di quartiere e comuni residenti, decisero di unirsi in opposizione al progetto, fondando la piattaforma Taksim Solidarity, che all’inizio contava circa 200 persone. Taksim Solidarity portava avanti la propria battaglia, con mezzi legali e democratici, con il compito principale di informare quanto più possibile i media e l’opinione pubblica. Nel frattempo il progetto venne portato in tribunale, e la prima corte amministrativa di Istanbul ritenne le obiezioni giustificate, annullando gran parte delle modifiche. Ma, con il processo in corso, il progetto è andato avanti, con il beneplacito del comune di Istanbul e del governo.

A Gezi Park come fulcro della protesta ci si arriva nell’anno successivo. Dopo aver terminato il primo tunnel – l’unico attualmente esistente, ci si rese conto di aver omesso il marciapiede; per poterlo realizzare bisognava sconfinare nel parco, e la notte del 27 maggio 2013 alcuni mezzi sono entrati nell’area verde e hanno cominciato i lavori di scavo, danneggiando l’impianto idrico e quello elettrico. «E il cantiere non aveva alcun permesso», specifica Mücella. «Eravamo lì quella notte, e per mio stesso dovere professionale ho chiesto i permessi alle persone incaricate dei lavori. E siamo stati aggrediti, con tanto di lancio di lacrimogeni a pochi centimetri dai nostri volti. Alla notizia di quella assurda violenza, catalizzata dalle dichiarazioni provocatorie da parte delle amministrazioni, nei giorni successivi sempre più persone hanno raggiunto Taksim e si sono unite alla lotta. Ma la polizia, da quel giorno in poi, ha incrementato la violenza, con l’utilizzo dei cannoni ad acqua, i proiettili di gomma e gli arresti indiscriminati».

Mücella, come membro della piattaforma Taksim Solidarity, era già stata una volta processata per i fatti di Gezi. È successo nel 2014, quando l’ufficio del procuratore capo di Istanbul inviò un esposto contro 26 persone, tra le quali la stessa Mücella. Anche in quel caso l’imputazione era diretta principalmente alla piattaforma Taksim Solidarity e ai suoi membri, con la pesante accusa di essere “un’organizzazione criminale intenta a voler sovvertire l’ordine costituito”, di aver partecipato a manifestazioni illegali ed essersi rifiutati di allontanarsi nonostante gli annunci da parte delle forze dell’ordine. L’esito del processo si è avuto il 29 maggio 2015: piena assoluzione per tutti gli imputati, verdetto definitivo nello stesso anno per il mancato appello da parte del procuratore. Tutto, in pratica, rientrava nel diritto costituzionale di partecipare a manifestazioni pacifiche.

Quattro anni dopo, sulla base dello stesso faldone che raccoglieva le indagini del processo del 2014, è stato riformulato un nuovo atto di accusa, quello tutt’ora in corso. Di prove concrete sul reale ruolo di “sovvertitori dello Stato” nemmeno l’ombra, solo un’accozzaglia di supposizioni che partono da post pubblicati sui social (sic). Nell’atto di accusa si legge che i crimini sono stati commessi attraverso le seguenti azioni: prendere in giro gli agenti (durante le proteste di Gezi Park, molti manifestanti hanno fatto gesti derisori e hanno urlato slogan agli ufficiali di servizio); stare in piedi (sic!); restare a casa (sic!); sciopero del sesso di Lisistrata (l’astensione dal sesso da parte delle donne per spingere gli uomini a protestare – dalla commedia di Aristofane e lo sciopero guidato da Lisistrata per fermare la guerra del Peloponneso); farsi nuovi amici (durante le proteste, incidenti di distribuzione di fiori hanno avuto luogo tra i dimostranti e gli ufficiali di polizia).

Un secondo processo con le stesse accuse, la totale assenza di prove, una lista infinita di imputazioni vuote, l’aggravante paranoide di aver collegato tutto anche al golpe del 2016. Per tutto questo, a tre persone è stato chiesto l’ergastolo aggravato: a Mücella, a Osman Kavala, e a Yiğit Aksakoğlu. In particolare Osman Kavala, attivista e filantropo, ritenuto il principale ideatore e finanziatore di Taksim Solidarity e delle proteste in generale, ha subito e continua a subire una detenzione preventiva da 837 giorni (a oggi, 16 febbraio); un periodo enorme che ha fatto scattare la sentenza della Corte europea per i diritti umani (Cedu) lo scorso 10 dicembre, che ne richiedeva l’immediata scarcerazione.

La sentenza della Cedu era scritta in inglese e in francese, con udienza fissata per il 25 dicembre; i giudici ne hanno approfittato per produrre una copia tradotta soltanto il 26 dicembre, con una evidente e voluta lentezza per cui non è stato necessario alcun pronunciamento. Inoltre, stando a quanto dichiarato da Segzin Tanrikulu, deputato del partito di opposizione Chp a Radio Radicale, «la corte di Istanbul sta cercando di fabbricare velocemente prove di colpevolezza per giungere ad una sentenza di pesante condanna, in modo che Kavala passi subito dalla condizione di imputato in attesa di giudizio a quella di condannato, e dunque in questo modo la sentenza Cedu decadrebbe perché si era espressa solo in merito alla lunghezza della carcerazione preventiva». Sempre secondo Tanrikulu, «l’esito di questo processo sembra già scritto; nelle scorse settimane la corte è stata sostituita, perché si era scoperto che quella precedente fosse favorevole alla scarcerazione di Kavala».

Il processo Gezi ha di certo evidenziato la triste assenza dell’opinione pubblica europea, la mancata occasione di mantenere viva l’attenzione e di porre una qualche pressione istituzionale in difesa di Mücella, di Osman, di Yiğit e di tutti gli imputati, dello stato di diritto e della democrazia tutta. Ora si attende spalle al muro l’ udienza del 18 febbraio, durante la quale con molta probabilità le condanne verranno confermate. Una sconfitta per tutti, una vittoria di un regime velato che creerà un precedente pericolosissimo.

«Prima di Gezi», conclude Mücella nella nostra chiacchierata berlinese, «ho avuto spesso difficoltà a esercitare la mia professione. Ma dopo quest’esperienza, soltanto per aver svolto il mio dovere e aver aderito ai miei principi morali, umani, mi sono ritrovata a passare di processo in processo, con un enorme carico sulle spalle. Sono stata per questi motivi in prigione, sottoposta a perquisizioni corporali, accusata di essere una terrorista. Come ho specificato con fermezza durante la mia difesa, rifiuto tutte le accuse, e se mi dovessero riportare in tribunale per la terza volta, sarò pronta a difendermi ancora allo stesso modo. Ero nel giusto, eravamo tutti nel giusto, e non ho paura; sono solo tremendamente mortificata dallo stato in cui è piombato il mio Paese».

Renzi e i gonzi

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 01-02-2020 Roma Politica Assemblea Nazionale di Italia Viva Nella foto Matteo Renzi Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 01-02-2020 Rome (Italy) Politic Italia Viva - National Assembly In the pic Matteo Renzi

Scrive Michele Serra su Repubblica:

«Matteo Renzi rischia di passare alla storia come un Bertinotti di destra. Dunque senza neanche il fascino della radicalità, niente Chiapas e molta Leopolda, e nemmeno il pretesto romantico di avere perso l’orientamento nella Selva Lacandona; al massimo lo ha perduto nei corridoi di Palazzo (Chigi), e non è la stessa cosa. Pareva l’uomo che con il quaranta per cento faceva volare il centrosinistra, è invece l’uomo che con il tre per cento ha il potere di affondarlo. Ex giovane leone del maggioritario, in grado di attrarre alle primarie anche lunghe comitive di elettori di centrodestra (e non fu un demerito), eccolo diventato un tardivo eroe del minoritario, nella migliore delle ipotesi un Ghino di Tacco fuori tempo massimo, nella peggiore un Mastella che tiene per le palle – come si dice in Irpinia e a Rignano – chi ha dieci volte i suoi voti».

Qui la questione non è tanto il ricredersi di chi è stato fan di Renzi e non è nemmeno la battaglia (legittima) sulla riforma della prescrizione. Qui c’è, per l’ennesima volta, il parlare di Renzi in quanto Renzi, rappresentante di se stesso: un Joe Gambardella che non voleva solo partecipare alle feste ma voleva avere il potere di farle fallire, solo che qui non c’è nemmeno la poesia di Sorrentino.

Come scrive giustamente Daniela Ranieri su Il Fatto Quotidiano «Renzi ha portato il Pd al 18%, se n’ è andato convinto di avere il 40, si ritrova col 3» e con quel 3 vorrebbe essere mister 51%. Libero di farlo, sia chiaro, e noi liberi di credere che non sia nient’altro che la sua natura che non riesce a trattenere, come nella favola lo scorpione che uccide la rana morendo annegato per non essere riuscito a tenere a freno la sua natura.

Ora il primo impegno che si potrebbe prendere è quello di non essere gonzi a innamorarsi di una figurina qualsiasi e smetterla una volta per tutte di credere ai santi salvatori che ciclicamente ci si inventa. Se c’è qualcuno che spicca rispetto agli altri facciamo che gli si chiede cosa ha intenzione di fare, come abbia intenzione di farlo e poi si valutano i risultati. Sì, lo so, è difficile leggere la politica uscendo dal tifo eppure è l’unico modo per non essere gonzi ad oltranza. Perché a forza di essere gonzi poi siamo noi a pagare pegno, mica il Renzi di turno. No?

Buon lunedì.

Una riforma dei partiti in nome della Costituzione

Foto LaPresse/ Matteo Corner 21 Maggio 2019, Milano Presidio in solidarietà a Rosa Maria dell Aria davanti alla Prefettura

C’è un principio costituzionale la cui mancata attuazione è in gran parte responsabile della crisi della democrazia rappresentativa nel nostro Paese: il principio, stabilito dall’articolo 49 della Costituzione, secondo il quale i partiti sono le libere associazioni nelle quali «i cittadini hanno diritto di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Questo articolo non dice soltanto che i partiti sono i tramiti della mediazione rappresentativa tra istituzioni e società. Afferma ed impone molto di più. Stabilisce che i partiti sono i luoghi nei quali i cittadini concorrono essi stessi a determinare la politica nazionale. Secondo il ruolo disegnato dalla Costituzione, i partiti sono dunque – o meglio, dovrebbero essere – organi della società, deputati a organizzare, nella società, la rappresentanza politica: soggetti, in breve, rappresentati e non rappresentanti.

Questo radicamento sociale è stato un tratto distintivo dei partiti di massa della prima Repubblica, che pure non erano certo modelli di democrazia. Oggi quel radicamento è svanito. I partiti si sono, di fatto, statalizzati, identificandosi con il ceto politico eletto o che aspira a farsi eleggere nelle istituzioni rappresentative. Si sono trasformati, di fatto, in appendici dei loro capi, dai quali i cosiddetti “eletti” vengono in realtà selezionati; mentre i cittadini, anziché «concorrere a determinare la politica nazionale», sono ridotti a innocui spettatori che possono solo scegliere la formazione meno penosa offerta dallo spettacolo della politica. Per questo i partiti sono diventati le istituzioni più screditate.

Senza partiti tuttavia, come scrisse Hans Kelsen un secolo fa, la democrazia non può funzionare: l’ostilità ai partiti, egli aggiunse, equivale all’ostilità alla democrazia. Il futuro della democrazia dipende perciò da una riforma che dia attuazione al nostro articolo 49. Ebbene, una simile riforma non può che muovere dal riconoscimento di un’ovvietà: intanto i…

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 14 febbraio

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