ROME, ITALY - APRIL 25: Italian Labor Minister and deputy Prime Minister Luigi Di Maio attends a ceremony at the Synagogue to remember the 74th Liberation Day (Festa della Liberazione), on April 25, 2019, in Rome, Italy. The ceremony was organized by Rome's Jewish community to mark the 74th anniversary of the end of the Italian Civil War and end of the Nazi occupation in Italy during World War II. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)
Lo so, potrebbe sembrare il solito benaltrismo, la volontà di non fare qualcosa adducendo ogni volta un problema più grande o più urgente ma la questione del taglio dei parlamentari (meglio: dei costi della democrazia) stride enormemente rispetto al costo della Chiesa cattolica nelle casse dello Stato, con una differenza sostanziale: il Parlamento rappresenta tutti i cittadini mentre la Chiesa rappresenta solo una parte di essi, anche se la pagano tutti.
Il taglio dei parlamentari su cui si stanno lanciando ad ali spiegate i 5stelle (che intanto invece hanno smesso di tagliarsi lo stipendio ma anche questo sembra sfuggire all’attenzione popolare) farebbe risparmiare 1,3 euro a persona l’anno, 3,12 euro a famiglia: davvero siamo sicuri di volere bere un caffè in più ed essere meno rappresentati in Parlamento? Perché se invece la recondita soddisfazione di vedere qualche parlamentare in meno deriva semplicemente da uno spirito di vendetta nei confronti di qualcuno allora sarebbe consigliata un’iscrizione alla palestra più vicina o a un corso di yoga, il risultato sarebbe lo stesso.
Sapete invece quanto costa il Concordato? Facciamo un po’ di conti: i Patti Lateranensi del 1929 prevedevano un…
Viviamo in un Paese con problemi di bilancio. È quindi ovvio che da anni il Parlamento, la politica e la stampa si interessino del contenimento della spesa pubblica. Ciò che desta stupore è la quantità impressionante di tempo, risorse, parole dedicati a uno specifico possibile risparmio stimato in 80 milioni quando ne esiste uno che porterebbe a risparmiarne 3mila di milioni. Che se attuato sanerebbe pure ingiustizie che ci portiamo dietro dal Ventennio.
Sono entrambe questioni impegnative per le forze parlamentari, visto che impattano sulla Costituzione. Sia la prima, il taglio dei parlamentari, che la seconda, l’abolizione del Concordato con lo Stato vaticano. Si badi, il punto non è se la riduzione del numero di parlamentari sia una causa da sostenere o da respingere: si svolga il dibattito e si decida, i nostri rappresentanti sono lì per quello. È un termine di paragone come potrebbe esserlo l’abolizione del Cnel, se l’abolizione del Cnel avesse occupato il dibattito politico per anni. Il punto è che a parità di sforzo necessario – avere i numeri in Parlamento per far passare una modifica costituzionale – i fatti ci dicono che c’è stata e ci sarà attività politica straordinariamente intensa per risparmiare 80 milioni, mentre c’è il vuoto pneumatico per risparmiare quaranta volte tanto.
Se sull’aritmetica non c’è storia, l’obiezione potrebbe esserci sul merito. Andiamo quindi a vedere se i 3 miliardi di costi diretti e indiretti che gravano ogni anno sui contribuenti italiani a causa del Concordato Stato-Chiesa sono tutto sommato un sacrificio di cui essere soddisfatti in una democrazia liberale. E la risposta è no, perché come anticipato ci troviamo di fronte a ingiustizie che non a caso hanno origine in epoca fascista, quando l’11 febbraio 1929 Mussolini firmò i Patti Lateranensi con la Santa Sede.
Le cifre meno rilevanti sono per certi versi le più odiose: possibile che nel terzo millennio si debbano pagare 5 milioni l’anno per le bollette di acqua e luce del Vaticano? O che gli assistenti religiosi cattolici negli ospedali (costo 35 milioni), i cappellani nelle Forze armate (20), nella Polizia (9), nei cimiteri (6) e nelle carceri (8) siano a libro paga dello Stato? Le voci più importanti sono le più note: l’otto per mille, col suo impianto ingannevole e palesemente discriminatorio…
FILE - In this January 30, 2020 file photo, Syrians sit in the back of a truck fleeing the advance of government forces, as they head towards the Turkish border, in Idlib province, Syria. Hundreds of thousands of Syrians have fled recent government bombardment of the last rebel bastion, the northwestern Idlib province, seeking shelter from harsh winter weather in muddy tents and half-constructed buildings. As government forces advance, areas deemed safe are rapidly shrinking. (AP Photo/Ghaith al-Sayed, File)
La battaglia per liberare Aleppo e Idlib continuerà insieme a quella per liberare tutto il suolo siriano». In un discorso televisivo il 17 febbraio, il presidente siriano Bashar al-Asad non ha nascosto la sua soddisfazione per i progressi militari del suo esercito nel nord ovest del Paese. Una soddisfazione comprensibile visto che la conquista dell’intera provincia di Idlib è ormai prossima grazie, soprattutto, al sostegno della Russia. L’offensiva del governo siriano in quest’area della Siria controllata principalmente dai qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham è stata più volte annunciata in questi 9 anni di guerra. Nel 2018 la Turchia (sponsor dell’opposizione) e Russia erano giunti ad una intesa a Sochi che prevedeva la fine dell’attacco congiunto russo-siriano in cambio dell’allontanamento dei miliziani jihadisti anti-al-Asad attivi nella zona.
Ma l’accordo non è mai stato rispettato e così, conscio della sua forza sul terreno grazie all’appoggio dell’alleato russo, lo scorso aprile il governo siriano ha dato il via ad una nuova campagna militare nell’intera provincia i cui frutti si sono visti soprattutto in questi ultimi due mesi nei quali Damasco ha recuperato gran parte del territorio dalle mani dell’opposizione.
La tensione è altissima nell’area di Idlib soprattutto da inizio febbraio quando tredici soldati turchi sono stati uccisi dalle forze governative siriane. La risposta di Ankara è stata immediata e dura: il governo islamista guidato dal presidente Erdogan ha detto di aver «neutralizzato» centinaia di soldati di Damasco e ha aumentato la sua presenza militare nella zona minacciando di colpire l’esercito di al-Asad qualora quest’ultimo non dovesse ritirarsi dai territori conquistati entro la fine del mese. Ankara si è poi spinta oltre criticando pure i russi con cui negli ultimi anni i rapporti sono buoni, nonostante Mosca appoggi forze rivali sia in Siria che in Libia. I turchi hanno accusato Mosca di aver violato Sochi perché non hanno fermato gli attacchi «inaccettabili» di al-Asad.
Pronta la difesa del Cremlino: è il governo turco ad essere venuto meno a quei patti perché non è riuscito a «ripulire» l’area dagli elementi jihadisti. I toni dello scontro diplomatico tra Russia e Turchia sono stati…
Sono stati scritti fiumi di inchiostro sulle Sardine. Da quanto non si vedeva un movimento in grado di portare nelle piazze di tutta Italia, nell’arco di pochi mesi, oltre un milione di persone?
Faccio parte del movimento fin dagli esordi e ho sentito una tale quantità di interpretazioni e di analisi sulle Sardine da farmi venire più di una volta in mente l’affermazione di Ringo Star: “Ho letto interpretazioni delle nostre canzoni a cui nemmeno io avevo pensato”
Cavalli ci ricorda le espropriazione e le violenze compiute dai Benetton verso la popolazione Mapuche. Una storia di soprusi e di arricchimento che non può che riportare alla mente il celebre 24º capitolo de Il Capitale, intitolato “Sull’Accumulazione Originaria”. L’affermazione fatta dai Benetton in una missiva e riportata da Cavalli (“Abbiamo semplicemente seguito le regole economiche in cui crediamo: fare impresa”) per giustificare queste violenze è cinica e bieca e di sicuro non condivisa da nessuno dei partecipanti al movimento.
Foto di Massimo Ankor
Ad onore del vero (ribadisco, qualora ce ne fosse ancora bisogno) i ragazzi bolognesi non erano a Fabrica per incontrare i Benetton, ma invitati da una scuola di comunicazione per parlare con gli studenti.
Cavalli ci chiede di occuparci della storia dei Mapuche, una storia di ingiustizie poco conosciuta dal grande pubblico. Prima ci è stato chiesto di parlare un po’ di tutto: decreti sicurezza, prescrizione, MES, questione ambientale e molte altre.
Ma chi sono le Sardine? Di cosa dovrebbero parlare? Come dovrebbero organizzarsi?
Partiamo dal chi. Nonostante sia impossibile definire univocamente tutte le persone scese in piazza, in questi mesi ho avuto modo di conoscere moltissimi attivisti sul territorio. Tra essi ho incontrato sindacalisti, insegnanti, disoccupati, persone con esperienze politiche pregresse, attivisti dei diritti sociali e civili, qualche arrampicatore sociale (come ha dimostrato la vicenda di Ogongo) e molto altro. Tutti o quasi venivano dal mondo di sinistra e si riconoscevano nell’area politica riformista1. Tutti o quasi avrebbe voluto che i partiti di sinistra e centro-sinistra si ponessero in maniera più radicale sui bisogni “dimenticati” come la giustizia sociale o i diritti civili. Rappresentativa, in questo senso, la scelta delle tematiche: quando ci siamo ritrovati a Roma allo Spin Time ogni regione ha scelto un argomento su cui focalizzarsi. La regione da cui provengo io, il Piemonte, ha scelto per esempio il tema del lavoro e sta realizzando un percorso diffuso su tutte le province regionali. Una delle vicende più seguite in questo percorso è quella dell’Ex Embraco, una storia rappresentativa di molte altre storie di sfruttamento e violenza ai danni dei lavoratori.
Ho letto le interpretazioni più fantasiose sui possibili sviluppi strutturali per le Sardine: diventare un partito, un’associazione, restare un movimento fluido ecc. Ho anche sentito gli interessanti spunti del Prof. Cacciari che invitava a entrare in dialettica con le realtà politiche già esistenti (invito simile a quello fatto da Zingaretti e rivolto non solo a noi ma a tutte le realtà della società civile). Parte di questi stimoli sono stati costruttivi e interessanti, mentre altri, come gli attacchi che riceviamo sistematicamente da giornali di destra o le insinuazioni fatte da Buffagni riguardo i Benetton, sono stati calunniosi e in mala fede, dettati da desiderio di sopravvivenza o brama di visibilità. Mi sento di condividere parte delle preoccupazioni del prof. Cacciari: se è vero che la società civile è il teatro di ogni storia, è anche vero che i movimenti culturali, come dice il Professore, difficilmente possono sopravvivere a lungo ed essere efficaci senza essere realisti. D’altra parte, anche chi voleva fare la “rivoluzione culturale” sapeva benissimo che il potere politico sta sulla canna del fucile.
Un movimento sociale come quello delle Sardine può portare un cambiamento e una critica alla società?
Sì, ma deve organizzarsi e avere una struttura forte e solida. La guerriglia stile Viet Cong, modello simile alla strategia tenuta dalle Sardine durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna (comparire improvvisamente e colpire Salvini quando meno se lo aspettava con contromanifestazioni), può funzionare in una dinamica difensiva, ma se si vuole avere una capacità offensiva e propositiva bisogna andare oltre questo modello e strutturarsi.
Ma quali sono i temi? Quali sono i contenuti? Cos’è la politica con la P maiuscola?
Alle sardine si sta chiedendo di tutto.
Foto di Massimo Ankor
Per ora è arrivata una principale e forte richiesta, ribadita alcuni giorni fa a Roma: abolire (e non rivedere, come viene tutt’ora erroneamente riportato da alcuni giornalisti) i decreti sicurezza. Sono dei decreti ingiusti e violenti, che vanno a colpire non solo i migranti ma anche i lavoratori, ledendo il loro diritto allo sciopero. Chi vuole dialogare con le Sardine, in particolare i movimenti politici, potrebbe e dovrebbe impegnarsi di più in questa direzione, per dare un segnale concreto di voler dar vita a qualcosa di più di una semplice fagocitazione.
Cosa vi potrebbe essere dopo è difficile dirlo. È mia convinzione che negli ultimi anni vi sia stata una costante opera di delegittimazione della politica su basi ideologiche risolutamente di destra, per non dire reazionarie. Questo processo ha portato sempre più a mortificare il sistema politico democratico e a mascherare come “cambiamenti in favore del popolo” delle riforme o posizioni che non hanno fatto altro che indebolire la rappresentanza e rendere dunque più forte chi si può permettere (anche da un punto di vista economico) di fare politica.
Penso per esempio al taglio dei parlamentari, un’operazione a cui sono personalmente estremamente contrario.
Indebolire le forme rappresentative è un modo per dare più potere a chi ne ha già, ovvero i grandi gruppi economici e le strutture di lobbismo. Penso che una riflessione su questo e su come la politica, se finanziata dai privati, diventi appannaggio dei ricchi, potrebbe dare uno sviluppo interessante al movimento.
Si tratterebbe, in fondo, di un ragionevole processo di maturazione: dal combattere i sintomi (il linguaggio e le azioni di odio) all’affrontarne le cause, ovvero le disuguaglianze crescenti (che generano paura e disgregazione sociale) e la mancanza di riconoscimento e di rappresentanza dei bisogni sociali profondi.
Alessandro Maffei fa parte del coordinamento delle Sardine di Bologna
1 Quando parliamo di “riformismo” facciamo ovviamente riferimento al significato classico del termine e non alle storpiature attuate oggi da partiti neoliberisti i quali, se non sapessimo che manipolano la parola con malizia, ci susciterebbero quasi indulgenza per la loro impreparazione
In this undated photo provided by the Egyptian Initiative for Personal Rights, a local Non-Governmental Organization, Egyptian activist and researcher Patrick George Zaki, poses for a photograph, in Egypt. A local rights group says Egyptian officials have transferred Zaki who was arrested on arrival at Cairo's airport to a "less favorable" detention facility. The Egyptian Initiative for Personal Rights said Thursday, Feb. 13, 2020 that the 28-year-old was transferred just as his parents showed up for visiting hours. (Egyptian Initiative for Personal Rights via AP)
È buio pesto quando Patrick George Zaky, giovane egiziano studente in Italia, viene arrestato all’aeroporto del Cairo, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio. Lo stesso buio che avvolgeva la capitale il 25 luglio 2016, quando Giulio Regeni scomparve nel nulla. Le analogie tra i due casi sono molte, come vedremo, eppure il ministero degli Esteri non sembra ancora aver concordato su una linea d’azione dura da seguire nei confronti dell’Egitto, nonostante i numerosi casi di violazione dei diritti fondamentali che vengono denunciati da anni dalle principali organizzazioni internazionali presenti sul territorio.
Zaky, originario di Mansoura, attivista per i diritti umani, è iscritto ad un master di Studi di genere oltreché essere ricercatore presso l’Università di Bologna. Ha 27 anni. Regeni ne aveva appena compiuti 28 quando è scomparso. Secondo il ministero dell’Interno egiziano, Zaky è stato arrestato su mandato della Procura generale al suo arrivo in aeroporto e posto in custodia cautelare per 15 giorni. Per il 27enne doveva essere una breve vacanza in famiglia.
Dopo la sua “scomparsa” è stato reso noto un ordine di cattura nei suoi confronti, emesso il 23 settembre 2019, di cui l’attivista era all’oscuro, mai notificato. Secondo l’Egyptian center for Economic and social rights, le accuse formalizzate dalla Procura sono cinque e si va da “diffusione di false informazioni per minare la stabilità nazionale” e “incitamento a manifestazione senza permesso” a…
German boat captain Carola Rackete listens to questions during a Civil Liberties and Justice Committee at the European Parliament in Brussels, Thursday, Oct. 3, 2019. (AP Photo/Francisco Seco)
«L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale Sar di Amburgo non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro»: lo scrive nero su bianco la Corte di Cassazione (il più alto grado di giudizio della giustizia italiana) sul ricorso all’arresto della comandante di Sea Watch Carola Rackete. Sì, quella Rackete che avete sentito un po’ dappertutto essere una criminale, una pericolosa, quella Rackete che è stata malmenata verbalmente dall’ex ministro dell’Interno mentre stava in panciolle al Papeete.
La Cassazione scrive che non è un luogo sicuro una nave «in mare che, oltre ad essere in balia degli eventi meteorologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone». Né, si legge ancora nella sentenza, «può considerarsi compiuto il dovere di soccorso con il salvataggio della nave e con la loro permanenza su di essa, perché tali persone hanno diritto a presentare domanda di protezione internazionale secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, operazione che non può certo essere effettuata sulla nave».
In sostanza la legge italiana ribadisce che soccorrere le persone sia un dovere, altro che un reato, nonostante la propaganda di certa becera destra e di certi sovranisti dell’ultima ora tutti pronti a leccare Salvini. E per quanto riguarda il presunto speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza che per qualcuno sarebbe stato un atto di guerra la Cassazione scrive che «per poter essere qualificata come ‘nave da guerra’ l’unità della Guardia di finanza deve altresì essere comandata da un ufficiale di Marina al servizio dello Stato e iscritto nell’apposito ruolo degli ufficiali o in documento equipollente, il che nel caso in esame – osserva la Corte – non è dimostrato». Infatti, si legge ancora nella sentenza, «non è sufficiente che al comando vi sia un militare, nella fattispecie un maresciallo, dal momento che il maresciallo non è ufficiale. Né peraltro il ricorso documenta se tale maresciallo avesse la qualifica di cui sopra. Dunque – concludono gli ‘alti’ giudici – non è stata dimostrata la sussistenza di tutti i requisiti necessari ai fini della qualificazione quale nave da guerra della motovedetta della Guardia di finanza nei cui confronti sarebbe stata compiuta la condotta di resistenza».
Siete voi, i fuorilegge. Voi che avete il cuore indurito dal vostro egoismo fottuto che volete rivendere come ideologia politica, voi che volete che gli altri facciano come dite voi perché in fondo vi vergognate di quello che siete.
Era la Casa di Valerio, più che di Carla, la mamma. Valerio era custodito in quella donna. Più che lui, la sua passione. Quella donna, sconosciuta per noi, portava in viso i segni dell’attesa degli assassini, dell’agguato, della morte, della perdita del figlio. Il suo viso e il suo corpo ad aspettarci sul cancello di via Monte Bianco 114 erano il manifesto di un dolore materno e, insieme, di una rabbia concentrata. Quel volto ci consegnava l’obbligo dell’ossequio. Un duplice ossequio: verso la custode del dolore e della memoria. Carla era la strada più rapida per incontrare Valerio Verbano nel momento stesso in cui gli assassini lo hanno ucciso. Non che non ci fossero i momenti del ricordo. I più grandi, che poi avranno avuto all’epoca neanche trent’anni o poco più, raccontavano la storia del compagno Valerio come avrebbero fatto i partigiani mentre trasmettevano l’esempio di un loro compagno ucciso. Non c’era il tempo degli anni a separare e difendere dal calore e dal clamore di quei colpi di pistola. La sua era una figura oltre il tempo, strappata alla vita durante la nostra vita, una figura sottratta alla progressività della Storia per non farci perdere di vista la contemporaneità dello scontro e la nettezza permanente della barricata. E la memoria è vorace di senso, di significato sì, ma anche dei passi minuti su cui cammina. Volevamo ricostruire i dettagli dell’agguato, vedere i codardi che ingannano Carla, che si insinuano nella casa come “amici di Valerio”.
La gente per bene accoglie, la gente per bene ha fiducia, la gente per bene rimanda al mondo dell’impossibile la vigliaccheria dei fascisti. I genitori vengono minacciati con una pistola, gli incappucciati li legano e aspettano il ritorno di Valerio. Carla spera che Valerio non torni, spera che succeda qualcosa che cambi le sue abitudini, arriva a sperare che possa cadere con il motorino e farsi male al punto da non tornare a casa, magari si rompe una gamba, pensa la madre, magari va all’ospedale, pensa una madre. Quando Carla racconta i pensieri dell’attesa, il dolore si impasta con la rabbia. Hanno ucciso lui e torturato i genitori con l’attesa della morte del figlio. Per un momento sei li, entri con Valerio e fai il tuo dovere di antifascista. Tutti liberi, tutti in vita, tranne i vigliacchi. Giustizia è stata fatta.
Aveva la vostra età, ci dice Carla. E marcia con noi, pensiamo.
Me l’hanno ucciso davanti agli occhi, dice Carla. Lo vendicheremo, pensiamo.
Valerio combatte, è uno contro tre. Disarmato contro tre uomini armati. Ne disarma uno, un altro spara. È la storia dei comunisti, il coraggio è nell’ideale. Ci vuole coraggio a pensare a un mondo senza classi sociali, ci vuole coraggio ad essere partigiani, ci vuole coraggio a dire che siamo tutti uguali. La rivoluzione non è un pranzo di gala, ci insegnavano i grandi, quelli di trent’anni o poco più. Vuol dire la rivoluzione ha i suoi costi, uno si chiama vita. Ci vuole coraggio ad essere come Valerio. Pensiamo.
Una madre e un padre vengono liberati. Il figlio sta morendo. Non c’è stato nessun incidente con il motorino, Valerio è stato colpito e sta lì che muore. Una madre non urla quando un figlio sta per morire. Non bisogna mettere spavento ai figli, va tutto bene amore mio, arriva l’ambulanza, va tutto bene amore.
Deve essere lì che la riga ha iniziato a scavare il viso. Il terrore, il dolore e la speranza. Troppa materia che non si parla, è lì si che si fa la crepa che ogni volta ci racconta.
Ora siamo in tanti. I grandi srotolano gli striscioni. Valerio vive. Niente resterà impunito. Autonomia operaia in fabbrica e quartiere. La parola è migrata, gli altoparlanti raccontano l’assassinio di Valerio e i suoi mandanti, i fascisti, lo Stato.
Carla è rientrata in casa. Dove c’è la camera di Valerio. Dove c’è il divano che ha ospitato la sua morte. Dove ci sono la luce, gli odori e i rumori del giorno in cui i vigliacchi ce l’hanno portato via.
Prima di tornare a casa, finito il corteo, molti di noi tornano a via Monte Bianco. Qualcuno tocca la bandiera rossa, qualcuno accarezza la foto di Valerio, altri salutano con il pugno chiuso.
Il più grande di noi ha un pennarello, tira fuori un pezzo di carta e scrive “Unde origo inde salus. Valerio Vive”, da dove l’origine da lì la salvezza. Lo mette ai piedi della lapide. «Nasciamo qui, non è vero?», e sorride, ma è un pianto.
1910 - PRIMI ANNI DEL 900, EMIGRATI ITALIANI IN ATTESA NEL BASTIMENTO PER GLI STATI UNITI, EMIGRAZIONE, POVERTA', DONNE, B/N, UOMINI E EBAMBINI, VIAGGIO, NAPOLI, ITALIA, 718925/5, 03-00009147
Tra Accoglienza e Pregiudizio, Emigrazione e immigrazione nella storia dell’ultimo secolo: da Sacco e Vanzetti a Jerry Essan Masslo, pubblicato nella collana studi e ricerche della Fondazione Giorgio Amendola, è un volume che raccoglie anni di studio da parte di diversi membri del Comitato scientifico della Fondazione sul tema dell’emigrazione e dell’immigrazione. Un tema che negli ultimi anni ha assunto una prominenza spropositata nel dibattito pubblico italiano, dominato dall’irrazionalità e dall’allarmismo: due aspetti ricorrenti anche nella complessa vicenda emigratoria italiana e che hanno contribuito in maniera drammatica alla tragica conclusione dei due nostri connazionali, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati a Charlestown il 23 agosto 1927.
L’Italia infatti è l’appendice mediterranea dell’Europa, un promontorio asiatico dall’assai vago perimetro geografico. La sua collocazione fisica ne fa un naturale punto d’incontro tra culture, genti, tradizioni, lingue, perfino conflitti scatenati per regolare conti e definire equilibri di potenza. Per tutte queste ragioni, l’Italia è un luogo di mescolanza e meticciato inestricabile, inevitabile, sempre prezioso. Un luogo di partenze, di arrivi, poiché gli italiani viaggiano da prim’ancora che l’Italia esistesse, quando gli si apparteneva semplicemente approdando sulle sue coste: magari in fuga dalla Turchia, da Troia in fiamme e con il padre Anchise sulle spalle, passando per l’ospitalità di una principessa tunisina.
Noi siamo questo. Lo siamo sempre stati. Anche quando, sul finire del XIX secolo, in milioni ci siamo riversati nelle Americhe alla ricerca di fortuna o, decenni più tardi, abbandonavano le campagne del Sud per incontrare la catena di montaggio tra Genova, Milano e Torino. Non abbiamo smesso di esserlo quando, diventati un Paese ricco e industrialmente avanzato, centinaia di migliaia di migranti hanno iniziato a guardare all’Italia come i nostri nonni e padri guardavano al porto di New York, alle banchine di Ellis Island, alla Svizzera, alla Germania o ai cancelli di Mirafiori. La tragedia vera, a cui cerchiamo di porre rimedio raccontando le esperienze dei nostri connazionali emigrati, è che spesso il nostro Paese riserva agli immigrati il terribile trattamento subito dai nostri bisnonni e dai nostri nonni emigrati. Con gli stessi pregiudizi, gli stessi sospetti, le stesse ingiustizie.
Questo libro nasce dunque per riflettere sulla drammatica vicenda di Sacco e Vanzetti, usandola come un pretesto per raccontare questa storia più complessa e larga: la vicenda di un Paese denso di problemi e contrasti, ma da sempre un luogo del dialogo e del confronto, dei benvenuti e degli addii. La migrazione, con buona pace dei vecchi e nuovi costruttori di mura, è uno dei principali elementi costitutivi dell’identità nazionale italiana, se non addirittura il principale contributo per la costruzione di un’Europa finalmente unita e pacificata.
Tutto è iniziato da una mostra promossa dalla Fondazione Giorgio Amendola per rammentare i novant’anni dalla sedia elettrica di Charlestown, usando soprattutto i materiali tratti dagli archivi della Boston public library (Fondo Aldino Felicani, Sacco-Vanzetti Collection 1915-1977). Un manufatto espositivo realizzato con grande passione civile e che ha girato l’Italia anche grazie al sostegno dei consigli delle Regioni che hanno dato i natali a Sacco e Vanzetti (la Puglia e il Piemonte), che ha sollecitato dibattiti, studi, approfondimenti, ricerche, relazioni: il saggio introduttivo a mia cura, quello di Lorenzo Tibaldo dedicato al rapporto tra il fascismo e il processo, l’analisi sull’ambiguo rapporto tra razza e identificazione etnica di Augusto Ferraiuolo (lecturer e visiting scholar presso la Boston University), gli studi sul Rhode Island di Caterina Sabino, l’intreccio tra vecchie e nuove migrazioni proposto a Torino da Eugenio Marino, l’intervento svolto a Bari da Vito Antonio Leuzzi. Un bagaglio di conoscenze e di riflessioni arricchite dagli scritti di Massimilano Amato con la sua analisi sulla vicenda processuale, di Francesco Di Legge sulle Little Italies negli anni 20 e 30 del Novecento, di Joe Moscaritolo della Fitchburg State College and University of Massachusetts e di James Pasto, Master Lecturer presso la Boston University.
È sulla base di questo primo corpo di materiali che s’innestano poi le narrazioni sugli sviluppi successivi, in un Paese come il nostro che cambia pelle, si modernizza, attraversa tragedie, talvolta s’incupisce o riscatta le proprie colpe quando meno te l’aspetti. È il caso dell’articolo di Giuseppe Tirelli con una testimonianza sul campo d’accoglienza italiano di Villa Literno (il primo in Italia, realizzato nell’agosto del 1990), di Alberto Tarozzi e ad Antonio Mancini che aprono lo sguardo sugli odierni (troppo spesso sottaciuti) processi migratori lungo la rotta balcanica, della Flai Cgil che ha autorizzato la pubblicazione della sua indagine sul campo a Borgo Mezzanone (ricavato dall’ultimo Rapporto su agromafie e caporalato). Una indagine che descrive l’esistenza di veri e propri ghetti in cui sono confinati lavoratori stranieri in condizioni che ricordano quella delle campagne dell’800 e fine ‘900 dalle quali scappavano persone come Sacco e Vanzetti, che però ritrovavano – tragicamente – condizioni simili negli Stati Uniti.
Non vuole essere, ovviamente, una riflessione esaustiva e organica, ma solo una sorta di diario di viaggio che offre spunti, prospettive di analisi e di ricerca a partire da punti di vista e con metodologie non sempre omogenee. Quello che tiene insieme gli autori e giustifica il loro progetto è la fede nel confronto, l’apertura al dialogo, la curiosità di fronte al cambiamento, l’ostilità alle idee dei primati e dei sacri egoismi nazionali. Perché vengono prima gli esseri umani, poi le bandiere. Perché abbiamo Riace nel cuore. Perché la nostra patria è il mondo intero. Perché i nostri valori sono quelli della Resistenza e della Costituzione repubblicana.
* Il libro “Tra Accoglienza e Pregiudizio” a cura di Giovanni Cerchia verrà presentato giovedì 20 febbraio alle ore 15 a Roma alla Sala conferenze di Palazzo Thedoli, Camera dei Deputati.
Intervengono: Jean René Bilongo (Resp. immigrazione Flai Cgil), Giovanni Cerchia (Università del Molise, Dir. scientifico della Fondazione Amendola), Francesca La Marca (Parlamentare eletta all’estero, Nord America), Norberto Lombardi (esperto di emigrazione italiana e consigliere Cgie), Marco Pacciotti (esperto di immigrazione e componente direzione nazionale Pd), Caterina Sabino (studiosa di storia ed emigrazione italiana), Angela Schirò (Parlamentare eletta all’estero, Europa).
Porterà i saluti istituzionali Andrea Giorgis (sottosegretario alla Giustizia).
Presenta e introduce Domenico Cerabona (Direttore Fondazione Amendola).
Modera Eugenio Marino (Consigliere per le politiche di emigrazione e rapporti con gli italiani nel mondo del ministro per il Sud)
LOS ANGELES, CA - APRIL 23: Students walk across the campus of UCLA on April 23, 2012 in Los Angeles, California. According to reports, half of recent college graduates with bachelor's degrees are finding themselves underemployed or jobless. (Photo by Kevork Djansezian/Getty Images)
In Egitto c’è più libertà che in ogni altro Paese europeo». Così il vice presidente del Parlamento egiziano, Soliman Wahdan, si è difeso in tv dalle accuse sul caso Zaky mosse dal presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Patrick Zaky, 27 anni, attivista per i diritti umani egiziano e studente a Bologna, era tornato in Egitto per una vacanza regalata dalla sua famiglia. Giunto all’aeroporto del Cairo è stato immediatamente fermato con varie accuse, incarcerato e poi torturato dalle forze di sicurezza, come denunciato dal suo avvocato e dalla sua famiglia. Zaky studia questioni di genere, si occupa di ricerca sociale, e lo fa in modo partigiano, prendendo posizione anche pubblicamente a difesa delle minoranze oppresse in Egitto. Per questo il regime di al-Sisi lo considera un pericolo.
Proprio come avvenne con Giulio Regeni, dottorando a Cambridge ucciso quattro anni fa nella capitale egiziana. Giulio nel 2016 vi si recò per una tesi sulle associazioni sindacali locali. Per questo fu sequestrato, torturato ed ucciso. Ferma restando la speranza che non si concludano allo stesso modo, tra i due casi ci sono evidenti analogie (come racconta Sabrina Certomà in questa storia di copertina). Dopo tutto questo tempo, la collaborazione con la magistratura egiziana per fare luce sulla morte del ricercatore di Fiumicello è ferma. Le autorità del Cairo si ostinano a non rendere noti i nomi di chi ha ordinato, eseguito e coperto l’operazione criminale.
«In Egitto c’è libertà di parola, ma non libertà dopo la parola», recita con amara ironia un motto diffuso tra gli attivisti politici egiziani, che suona come la miglior replica al vice presidente Wahdan. Ma l’Egitto, sia chiaro, non è certo l’unico Paese in cui lottare per la conoscenza significa rischiare la vita.
In un anno, tra settembre 2018 ed agosto 2019, si sono registrati 324 attacchi nei confronti di realtà di istruzione superiore come atenei ed istituti di ricerca. Tra cui si possono annoverare uccisioni, violenze e sparizioni (97 casi), detenzioni arbitrarie (87), procedimenti giudiziari illegittimi (70), dimissioni forzate (22), restrizioni alla libertà di movimento (11), e non solo…
Patrick Zaky deve avere la cittadinanza italiana. È questa la richiesta al presidente della Repubblica Mattarella che è partita dall’università di Bologna a sostegno del giovane ricercatore, arrestato in Egitto per le sue ricerche nel campo dei diritti umani. Vedere dei nemici in ricercatori e intellettuali è tipico dei regimi, ma la Repubblica italiana che tutela la libertà di ricerca come è scritto nella Costituzione, il Paese che Patrick ha scelto per il suo Erasmus, deve rifiutare recisamente questa caccia alle streghe.
Sequestrato mentre tornava per un periodo di vacanza nella sua città natale, al-Mansoura, accusato di terrorismo, è stato imprigionato, torturato, nei fatti, perché andava cercando conoscenza, perché impegnato nella lotta non violenta per i diritti umani. Se l’università di Oxford non si mobilitò tempestivamente per Giulio Regeni, l’università bolognese si è mobilitata subito per il giovane ricercatore egiziano, non lasciandolo solo. Altrettanto deve fare il governo italiano con azioni diplomatiche ma anche, pensiamo noi, cessando di fare ipocritamente affari con un governo come quello egiziano che dispone di un esercito e di una polizia che torturano e uccidono.
Come scrive Sabrina Certomà nel suo articolo che ricostruisce la storia di Zaky, nel 2019 (sino al 30 ottobre) sono stati 1.470 i casi seguiti dalla Suprema procura del Cairo – accusata da Amnesty di abusare regolarmente delle norme antiterrorismo – e, prosegue Certomà, «345 è la media dei giorni di detenzione preventiva». Inoltre «attualmente non c’è nessuna indagine sugli abusi commessi dalla polizia durante quei periodi di reclusione».
Il sistema giudiziario egiziano fa di tutto per imbavagliare dissidenti ma anche giornalisti, fotografi, ricercatori…
E non è l’unico Paese purtroppo a calpestare libertà di ricerca, democrazia e diritti umani senza che questo determini una reazione forte di condanna da parte dell’Europa, una reazione cioè che vada oltre prese di posizione meramente verbali e di superficie.
Nel drammatico quadro che Leonardo Filippi e Checchino Antonini tracciano dei Paesi dove i ricercatori rischiano la vita se ne segnalano molti con cui l’Europa intrattiene normali rapporti diplomatici e di interesse, chiudendo gli occhi.
A cominciare dalla Turchia che l’Europa continua a foraggiare e pagare lautamente perché fermi il flusso dei migranti sull’altra sponda del Mediterraneo.
Dalle ricerche di Scholars at risk network risulta che il 65 per cento dei ricercatori esuli proviene dalla Turchia, il 15 per cento dalla Siria, il 4 per cento dall’Iran. E non è solo l’area mediorientale ad essere protagonista in negativo. In questo quadro figurano anche la Cina e molti altri Paesi.
Per quel che riguarda l’Iran non possiamo dimenticare il caso del ricercatore Ahmad Djalali, esperto di medicina dei disastri e assistenza umanitaria ed ex ricercatore presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara: è stato accusato di spionaggio e condannato a morte in Iran per motivi politici. In tutto 134 premi Nobel hanno lanciato un appello alla Guida suprema iraniana Ali Khamenei perché venga rilasciato e possa tornare a casa in Svezia dove da ultimo lavorava ed aveva ottenuto la cittadinanza.
Dalla Svezia Djalali aveva risposto ad un invito accademico recandosi in Iran per dare il proprio contributo a un convegno e in quella occasione è stato arrestato. Oggi è ammalato e pesa poco più di quaranta chili, le sue condizioni sono gravissime, come denuncia la moglie Vida Mehrannia.
I regimi che attaccano la libertà di ricerca e il desiderio di conoscenza, attaccano non solo la democrazia, ma la persona stessa.
Non possiamo accettare che studiosi che lavorano nell’interesse di tutti, che affermano valori umani universali debbano subire limitazioni, soprusi e tanto meno torture e condanne alla pena capitale.
Quando le dittature non riescono a fermare la mente, attaccano il corpo. è ciò che è accaduto a Giulio Regeni, straordinaria figura di ricercatore e attivista per i diritti umani, colpito per il suo desiderio di studiare e per il suo approfondito e rigoroso lavoro di ricerca nell’ambito dei diritti sindacali, negati in Egitto. Non dimentichiamo Giulio, lottiamo perché non accada mai più.