«Ma quale parità genitoriale? Pillon vuole incatenare donne e figli alla violenza familiare». Così recita uno dei volantini che lancia la manifestazione nazionale organizzata il 24 novembre a Roma da Non una di meno in relazione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre). Mentre la sinistra istituzionale affronta una nuova fase critica – vedi la fine di Leu e le spaccature interne in Potere al popolo – in Italia il movimento internazionale che dal 2015 si batte contro la violenza di genere e il razzismo procede spedito e compatto. Dando prova, per l’ennesima volta, di una vitalità rara, che non ha eguali nel panorama progressista. Non solo nostrano, ma anche mondiale.
«Il ddl Pillon ci riporta indietro al Ventennio fascista», dice senza troppi giri di parole Marta, militante romana di Nudm. «Il disegno di legge in discussione al Senato rende il divorzio un lusso, accessibile solo a chi se lo potrà permettere, e istituisce la bigenitorialità perfetta. Un modo per trattare i bambini alla stregua di un pacco postale». La proposta del senatore leghista Pillon rappresenta in effetti un concentrato di cultura patriarcale, ed è in questo momento il bersaglio numero uno del movimento. Ma, per le sue attiviste e i suoi attivisti, non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno. «Penso ai manifesti pro-life diffusi in primavera che recitavano “L’aborto è la prima causa di femminicidio”, oppure alla mozione anti-aborto approvata a Verona ad inizio ottobre dalla Lega col beneplacito del Pd: l’operato del governo si inserisce perfettamente in questa serie di iniziative», osserva Marta. Due episodi gravi, entrambi fortemente sponsorizzati da associazioni cattoliche. «Noi lo sappiamo, papa Bergoglio non ha niente di progressista» aggiunge Marta. «E queste politiche trovano sponda nell’estremismo cattolico. Chi ha diffuso quei volantini a maggio va a braccetto col ddl Pillon», torna a dire l’attivista. E a proposito di chi propaga e sostiene l’idea falsa che l’aborto sia un omicidio, in barba alle scoperte scientifiche e alla legge dello Stato, come non ricordare papa Francesco quando parla di «morte dei bambini mai nati per l’aborto», oppure quando definisce «sicari» i medici non obiettori che praticano l’interruzione di gravidanza mettendo al primo posto la salute delle donne? Dal canto suo, mentre i numeri sul femminicidio restano drammaticamente stabili – 94 donne uccise nei primi nove mesi del 2018, a fronte delle 97 nello stesso periodo del 2017 (dati del Viminale) -, il vicepremier Salvini si prodiga a…
I percorsi di mobilitazione, attraversati da tante e diverse soggettività come quelle che hanno composto il grande corteo nazionale del 10 novembre scorso, continuano partendo dalla necessità di preservare la pluralità come valore. Ci saranno quindi, nei prossimi giorni, iniziative che non vedranno l’utilizzo del logo #Indivisibili, ma manifestazioni di carattere soprattutto territoriale, con diversa composizione, con obiettivi più mirati ma animate da uno spirito molto comune. Roma e Milano sono ad oggi le piazze principali. Nel capoluogo lombardo, dove da tempo sta emergendo un tessuto ampio, privo di reale e complessiva rappresentanza politica ma animato da radicale opposizione allo strapotere fascioleghismo pentastellato si è individuato il 1 dicembre come data importante per dichiarare la propria opposizione alla realizzazione del Cpr (Centro permanente per i rimpatri), promossa da Minniti e in fase di realizzazione con Salvini. Il centro di detenzione dovrebbe sorgere nella struttura di via Corelli già tristemente nota negli anni passati essendo stato inaugurato dal centro sinistra alla fine degli anni Novanta come Cpta (Centro di permanenza temporanea e assistenza) ma in realtà finalizzato a espellere gli indesiderabili dopo una privazione della libertà personale non dovuta ad un reato commesso ma al proprio essere in Italia senza documentazione. Con l’avvento di Maroni, la detenzione amministrativa in Italia perse, anche nella denominazione, gli aspetti ipocriti. I centri vennero chiamati Cie (Centri per l’identificazione e l’espulsione). Aumentarono i tempi di detenzione, le rivolte e gli abusi. Il centro di Milano balzò agli onori della cronaca perché una ragazza nigeriana che vi era reclusa denunciò il responsabile della Croce Rossa, che gestiva il centro, per un tentativo di stupro. Si chiamava Joyce, e dopo tentativi di farla tacere, supportata soprattutto da attiviste di tutta Italia, venne creduta. Si giunse a processo e in primo grado il funzionario venne condannato, in appello la sentenza venne ribaltata ma che in quel luogo si consumassero violenze era considerato come dato acquisito. Nel 2012 il centro venne chiuso come Cie e riconvertito in centro di accoglienza. Ne nacque, con tutte le contraddizioni, una esperienza nuova per Milano. Si svilupparono anche attività sociali e si realizzò anche una squadra di calcio fra gli ospiti. Ora Salvini e Di Maio intendono far tornare ai “fasti antichi” la struttura, nel dl in corso di approvazione si prevede anche che in questi centri, in attesa del rimpatrio, si possa essere rinchiusi anche fino a 180 giorni. Sei mesi di vita perché si è colpevoli di esistere nel posto sbagliato. La rete di organizzazioni, forze sociali e politiche che promuove la manifestazione non parla solo di presente: «Vent’anni dopo, è doveroso chiedersi che frutti ha portato la scelta di una politica di chiusura, basata sulla finzione della gestione dei flussi migratori e il controllo poliziesco delle persone migranti: ha davvero messo sotto controllo le migrazioni? Aumentato il benessere degli e delle abitanti di questo paese? Reso più giusta e salda la costruzione europea? Fermato la minaccia del terrorismo o l’emergere del razzismo? Sono stati invece vent’anni di trattamenti inumani e degradanti. Questo lo attestano anche le due condanne della Corte europea per i diritti umani e la recentissima denuncia del garante per i detenuti, nonché le rivolte e i gesti di protesta spesso estremi, come ad esempio le bocche cucite col fil di ferro al Cie di Roma». Per gli organizzatori di questa mobilitazione a carattere regionale, è ora di parlare di fallimento complessivo delle politiche sull’immigrazione di cui i Cpr sono solo la punta dell’iceberg di un insieme di leggi liberticide, oggi contro gli immigrati ma anche contro gli italiani, di cui il dl Salvini (che per quella data sarà probabilmente già legge) si pone in perfetta continuità. Una mobilitazione partendo dall’apice di queste contraddizioni sarà un buon termometro per raccogliere le istanze democratiche lombarde (l’appuntamento per il corteo di Milano è il 1 dicembre alle 14.30 in piazza Piola).
Lo stesso giorno e più o meno dalla stessa ora, con partenza da piazza della Repubblica, la capitale sarà attraversata dal corteo indetto dalla sigla “Sei 1 di noi”. È stato lanciata una lettera / appello, firmata da circa 300 comuni cittadini e cittadine che, partendo dalla propria condizione sociale, lavorativa, personale, si va interrogando su questioni profondamente politiche non compiutamente rappresentate. Il diritto alla casa, a non essere dominati dalle mafie, all’accoglienza, a non veder messe perennemente a rischio conquiste realizzate permettendo la crescita delle diseguaglianze sociali, ha portato i proponenti a realizzare in vari quartieri della città incontri, iniziative, appuntamenti a carattere tematico.
Per evidenziare gli elementi di criticità ma anche per avanzare proprie proposte, elementi di visione di una società diversa fondata sull’universalità dell’accesso ai diritti. Queste persone si ritroveranno in corteo non solo contro il già citato dl Salvini ma contro l’insieme di produzione legislativa e culturale che hanno fatto crescere in maniera esponenziale, in Italia, diseguaglianze, sfruttamento, corruzione, criminalità organizzata, razzismo. Forse una stagione di mobilitazioni si è aperta e ci sono, ad avviso di chi scrive, le condizioni per cui almeno una parte delle inutili divisioni a sinistra che hanno spesso indebolito qualsiasi proposta, possano venire meno.
Nel suo “La macchia urbana: la vittoria della disuguaglianza, la speranza dei commons” Michele Grimaldi fa un’operazione molto coraggiosa, tenta cioè di associare alla rigorosa ricerca scientifica sul fenomeno urbano ad un approccio “militante” come lo definisce Walter Tocci nella sua bellissima e per nulla affettata prefazione. Una militanza che “significa rimanere in piedi senza farsi travolgere dal vento delle ideologie dominanti e andare alla ricerca delle faglie che sprigionano le promesse mancate della democrazia”. Infatti, se nella prima e nella seconda parte del libro uscito per Aracne editrice, l’autore fa una disamina puntuale sulla storia del fenomeno urbano sin dai suoi albori, analizzandone lo sviluppo e il suo continuo e conflittuale rapporto con le varie fasi storiche e produttive del capitalismo e, soprattutto, con il più recente rapporto con il neoliberismo, nella terza ed ultima parte Grimaldi si assume la responsabilità di proporre una alternativa all’attuale modello di sviluppo urbano. Un modello che, come viene sottolineato nelle fitte pagine ricche di riferimenti bibliografici, ha prodotto tale e tanta disuguaglianza da non essere più accettabile.
E il superamento di tali disuguaglianze, secondo Grimaldi, passa attraverso i commons parola inglese, ci spiega, erroneamente tradotta in “beni comuni”. In realtà, leggendo il saggio, ci viene spiegato che i commons sono qualcosa di più, un concetto ben più complesso che dovrebbe essere tradotto come un verbo “necessario a compiere un’azione di ricucitura imprescindibile, nel sottrarre gli spazi della città alle pratiche predatorie della disuguaglianza, e per restituire ad essa un tessuto comunitario che non è la nostalgia di un passato mai esistito, ma la speranza di un futuro tutto da costruire”.
In questo senso il testo di Grimaldi, come è stato detto in principio, è un testo militante, proprio perché, parafrasando Marx, non si limita a descrivere il mondo ma si pone l’obiettivo di cambiarlo, offrendo al lettore gli strumenti di riflessione necessari a sviluppare un pensiero critico alternativo.
Un testo pensato e dunque indicato non solo per i cultori dell’urbanistica ma, proprio come l’autore, anche a chi si sforza – attraverso l’attività politica – di influire sui processi urbanistici che influenzano la vita di tutti noi.
È sicuro sapere che il tuo lavoro sarà pagato, in giusta misura, nei tempi concordati, con le garanzie che ti riparano dalla malattia e dalle sventure, con la possibilità di programmare la vita più in là della prossima settimana, con la certezza che qualcuno non lucra sul tuo stipendio per soddisfare un’avidità personale che chiama mercato. Questa è sicurezza.
È sicuro sapere che in giro non c’è uno studente, nemmeno uno, che avrebbe tutti i talenti e tutta la voglia e tutto l’impegno per accedere agli studi e invece non può permetterselo, non possono permetterselo i suoi genitori che se ne vergognano sottovoce alla sera prima di addormentarsi. Questa è sicurezza.
È sicuro avere dei genitori che non diventino scarti appena smettono di essere produttivi. È sicuro un Paese in cui invecchiare diventa un diritto, ammalarsi cronici non è uno stillicidio, in cui lo Stato si occupa di evitare che i figli si occupino dei padri e che i padri siano il sostentamento economico dei figli. È sicuro un Paese in cui ci si prenda addirittura il diritto di ammalarsi e confidare di guarire. Questa è sicurezza.
È sicuro un Paese in cui i fragili non vengano schiacciati. In cui fallire e quindi trovarsi in difficoltà non sia una colpa che comporti il nascondimento se non addirittura l’eliminazione. È sicuro un Paese che sa che le difficoltà capitano a tutti e che no, non sono solo i nostri successi a determinare il nostro spessore. È sicuro un Paese in cui chi più ha più paga e chi non ha niente perché abbia il diritto di rialzarsi. Si chiama patto sociale. Sembra una cosa vecchia. E invece è sicurezza.
È sicuro un Paese in cui le opportunità non dipendano semplicemente dalla contiguità al potere, un Paese in cui un’idea, una gran bella idea, possa girare indisturbata senza trovare nessuno con la bava alla bocca che le chieda “da dove vieni, a chi appartieni”?
È sicuro un Paese in cui non uccide il freddo, la fame non strema, la strada non vale come casa, la guerra non si sconta ancora una volta fuggiti. È un Paese sicuro quello che aiuta senza distinzioni di lombardi o terroni, neri o gialli, a casa nostra o a casa loro: un Paese che aiuta per rivendicare il diritto di essere aiutato. Un Paese in cui la vendetta è una soddisfazione da gretti, in cui la cattiveria è qualcosa da curare o da punire se infrange la legge, in cui seguire la Costituzione non significhi essere buoni. Cittadini. Appunto. Questa è sicurezza.
È sicuro un Paese in cui la classe dirigente, soprattutto quella pubblica, ancora di già quella politica, non abbia il tempo di curare la propria igiene propagandistica personale, indaffarata com’è dal mantenere sicuro il Paese. È un Paese sicuro il Paese in cui la pubblicità si paga, si dichiara, con la scritta messaggio promozionale anche sotto alla faccia dei politici mentre dicono cazzate, mentre fanno gazzarra. Questa è sicurezza.
È un Paese sicuro quel Paese in cui non ci si deve difendere da soli da rischi troppo spaventosi, assassini troppo vicini addirittura famigliari, perché è il Paese a dover essere sicuro, non qualcuno che ha indovinato la giusta congiuntura di luoghi, persone o status sociale. Questa è sicurezza.
È sicuro un Paese che ha memoria perché la memoria è l’inventario dei rischi corsi e da cui ci siamo salvati. Cosa c’è di meglio, per essere al sicuro?
È finita come si temeva la vicenda dei 79 migranti che si rifiutavano di lasciare la Nivin, la nave panamense approdata nel porto di Misurata dopo averli recuperati nel Mediterraneo, a circa 60 miglia dalla costa libica: un commando armato ha fatto irruzione a bordo e li ha costretti a sbarcare con la forza in quella Libia in cui non volevano assolutamente tornare.
Il blitz è scattato all’indomani di un estremo, disperato appello lanciato da quei ragazzi a tutta la comunità internazionale ma, in particolare, all’Europa, a Panama (a cui appartiene il cargo) e all’Italia, la quale avrebbe collaborato all’operazione di recupero che li ha portati a Misurata. Si tratta di due video girati con un cellulare, uno in lingua inglese e l’altro in tigrino.
Nel primo, il più drammatico, parla Christin Igussol, un ragazzo eritreo di 16 anni, reduce dal lager di Bani Walid, forse il più orrendo dell’intera Libia, noto in Italia, tra l’altro, perché proprio da lì veniva l’aguzzino somalo sorpreso a Milano su segnalazione di alcune delle sue vittime e condannato all’ergastolo. In tutti quei mesi Christin racconta, in inglese, di aver subito violenze di ogni genere, schiavo nelle mani di miliziani e trafficanti. E dice, in particolare, del fratello maggiore morto tra le sue braccia, ucciso dai maltrattamenti e dalle sofferenze.
Del secondo sono protagonisti altri tre giovani eritrei: oltre a confermare l’orrore dell’inferno libico, descrivono, in tigrino, la situazione che stanno vivendo sulla nave: bottiglie per soddisfare i bisogni fisici, il ponte di ferro come giaciglio, il freddo, il cibo precario, la mancanza di scarpe e di indumenti.
Sia Christin che gli altri hanno concluso, a nome di tutti i compagni a bordo, che erano disposti a morire piuttosto che ritornare nell’inferno vissuto in Libia. Nessuno li ha ascoltati. Eppure il blitz era nell’aria. Due giorni prima, il 18 novembre, Mohamed Al Haibani, il sottosegretario all’Immigrazione del ministero dell’Interno di Tripoli, ha dichiarato al Libyan Address che, se quei ragazzi avessero continuato a rifiutare ogni negoziato per lasciare la nave, il governo li avrebbe considerati non migranti o rifugiati ma “infiltrati”, clandestini, perseguibili in base alla legge. Minacce simili, molto più esplicite e pesanti, erano arrivate qualche giorno prima dal comandante del porto, che ha parlato addirittura di “pirati” o “terroristi” e quasi di un ammutinamento per impadronirsi del cargo, tanto da aver minacciato di morte l’equipaggio e tentato di bruciare parte del carico a bordo. Queste accuse sono state smentite dallo stesso equipaggio e dall’armatore, ma sono rimaste.
La mattina del 19, poi, accompagnati da un diplomatico libico, è salito sulla Nivin personale diplomatico d’ambasciata, dei Paesi da cui provengono i 79 ragazzi: Somalia, Eritrea, Bangladesh, Sudan. La delegazione ha chiesto ai giovani di sbarcare e di consegnarsi alle autorità libiche, assicurando che li avrebbero protetti e offerto la possibilità di un rimpatrio nei rispettivi Paesi. Ma tutti si sono rifiutati di tornare prima in Libia e poi eventualmente nelle situazioni di guerra, crisi, persecuzione che li hanno costretti a scappare: realtà come l’Eritrea, schiava della dittatura militare di Isaias Afewerki; la Somalia sconvolta dal terrorismo e da una carestia infinita; il Darfur (da dove vengono quasi tutti i ragazzi sudanesi) martoriato dalle milizie di Al Bashir e da una guerra civile ormai decennale.
Il no all’offerta fatta dai diplomatici era scontato. Ma quell’incontro con gli ambasciatori è in pratica servito da alibi al governo libico: il pretesto per ricorrere alla forza perché ogni trattativa, ogni proposta, era stata respinta. Che si stesse preparando qualcosa si è intuito nelle primissime ore del mattino di martedì 20, quando la banchina portuale dove la Nivin si era ancorata l’8 novembre, è stata circondata da agenti di polizia armati, in numero molto maggiore delle squadre incaricate dei normali controlli nei giorni precedenti. Poi, verso le 11, è scattato il blitz: poliziotti in assetto di guerra hanno fatto irruzione a bordo, sparando gas lacrimogeni e proiettili di gomma, picchiando, immobilizzando, arrestando tutti i 79 migranti.
Alla fine, si sono contati 11 feriti. Li hanno condotti all’ospedale di Misurata. Due di loro, i più gravi, sarebbero successivamente stati trasferiti a Tripoli. Tutti gli altri sono finiti in carcere o nei centri di detenzione. In particolare, secondo fonti del Coordinamento Eritrea Democratica, 26 o 27 sarebbero trattenuti all’Anti crimen departement e 21 rinchiusi nel campo di Krarim, nei pressi di Misurata, dove sono anche i 15 profughi scesi dalla nave nei giorni precedenti, inclusa una donna e un bambino di tre anni. Gli altri 32 pare siano stati destinati a centri di detenzione sparsi nella zona.
Non una parola da parte della comunità internazionale. Eppure non solo si è trattato di un respingimento di massa, effettuato in acque internazionali, in contrasto con le norme più elementari della legge e del diritto, nel momento stesso in cui alla Nivin è stato dato ordine di far rotta sulla Libia. Libia che, nella sua interezza, non può assolutamente essere considerata un “porto sicuro”: l’Unhcr e Amnesty lo hanno ribadito anche in questi giorni, sottolineando che nessun migrante può essere riconsegnato a quell’inferno, dove la sua stessa vita viene messa in grave pericolo. Ma ora c’è il rischio che gran parte di quei 79 ragazzi, tutti o in gran parte, vengano addirittura incriminati e processati come “infiltrati” o, molto peggio, come “pirati” o “terroristi”. È una questione da seguire attentamente. C’è da chiedersi se la comunità internazionale – in particolare l’Italia e l’Europa – resterà indifferente anche di fronte a questa terribile eventualità.
epa04447537 A Civil Guard policeman tries to pull one of the sub-Saharan migrants who climbed up a border fence in another mass attempt to jump into Melilla, the Spanish exclave in northern Africa, 15 October 2014. About 200 immigrants tried to reach Melilla, the second such attempt in the past 24 hours. EPA/F.G. GUERRERO
Un limbo. Violento. Condizioni di vita insopportabili in cui sono costretti migliaia di migranti alle porte dell’Europa. L’Ue è diventata una mostruosa macchina per chiudere le rotte e per respingere persone: un dispositivo di recinti e modifiche legislative, dall’accordo Ue-Turchia al recente memorandum d’intesa tra Italia e Libia, mirato a rimandare sempre più in là, negando l’asilo. Qual è l’impatto di queste politiche migratorie sulla vita di quelli che, costretti a migrare, sono giunti ai confini esterni dell’Europa negli ultimi tre anni?
Abusi, respingimenti illegali, protezione negata. «Una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani». Ecco il quadro di violenza che emerge da una ricerca Dimenticati ai confini dell’Europa, realizzata dal Centro Astalli, in collaborazione con il Jesuit Refugee Services Europa e l’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia.
Karim, afghano, ha provato 20 volte ad entrare in Croazia. A piedi, saltando nei vagoni. Ogni volta la polizia croata l’ha rimandato in Serbia, senza essere ascoltato. Una donna irachena di 60 anni ha percorso il suo viaggio a piedi di notte per non essere scoperta. Mamadou, un 27enne del Burkina Faso scavalcando l’ultima serie di recinzioni, è caduto da sei metri ferendosi gravemente alle caviglie, le forze di sicurezza spagnole invece di portarlo in ospedale lo hanno respinto in Marocco. Derav, curdo iracheno chiuso in un centro di detenzione in Romania, ha visto rifiutata la domanda di asilo perché presentata dal centro di detenzione e non al momento in cui è arrivato. Esseri umani costretti a provare decine di volte a saltare muri, ad affrontare il freddo, la fame, e le botte delle guardie di frontiera per cercare protezione.
Sono solo alcune storie delle 117 interviste realizzate nel corso del 2017, da Melilla a Šid. Dopo viaggi traumatici durati mesi, a volte anni, per raggiungere l’Europa. Ai suoi confini i migranti si trovano davanti a barriere fisiche che impediscono loro l’accesso (come in Ungheria e a Melilla), oppure vengono respinti senza avere la possibilità di chiedere asilo. Quasi tutte le 17 persone intervistate in Croazia e Serbia, compresi 5 minorenni, hanno riferito storie di violenze fisiche e respingimenti coatti da parte della polizia di confine croata. Persino minori non accompagnati riportano ferite, traumi e umiliazioni. Confini marchiati a vita sulla pelle. Nel novembre 2017 l’Unhcr ha registrato 929 respingimenti in Serbia, 366 dei quali dalla Croazia.
Ma il confine serbo-croato non è l’unico confine brutale, anche la regione greca del fiume Evros ha registrato un numero rilevante di casi di respingimenti illegali, come denunciato dal Greek Council for Refugees, nel febbraio 2018, verso il confine terrestre con la Turchia. Donne incinte, famiglie con bambini e vittime di tortura sono state forzatamente rimandati in Turchia; stipati in sovraffollate barche attraverso il fiume Evros, dopo essere state arbitrariamente detenuti in stazioni di polizia in condizioni igieniche precarie. Nella più nota enclave di Ceuta e Melilla, si è assistito per anni a respingimenti di migranti in Marocco da parte delle forze di sicurezza spagnole. Persino persone che affermano di essere state respinte dalle autorità spagnole nelle acque poco al largo di Melilla. Le autorità spagnole e marocchine collaborano assiduamente per evitare che i migranti possano raggiungere le coste di Melilla: le navi della guardia costiera spagnola bloccano i migranti in mare e quelle marocchine li riportano indietro in Marocco, secondo uno schema che ricorda molto la nuova collaborazione tra autorità italiane e autorità libiche. Durante una di queste operazioni, il 31 agosto 2017, sette donne sono morte dopo che il loro barcone si è rovesciato mentre veniva scortato indietro dalle aurorità marocchine.
Frontiere diverse, ma ostacoli simili: un quarto degli intervistati – in maggioranza richiedenti asilo, sfuggiti da conflitti tra i più gravi del mondo, Siria, Afghanistan e Iraq – descrive di essere stato respinto o di aver subito abusi (più spesso sul confine tra Serbia e Croazia); circa un quarto dichiara di essere stato detenuto una volta arrivato ai confini europei. Una minoranza ha superato la frontiera senza ostacoli. Per via dell’assenza di vie legali per le persone bisognose di protezione, degli accordi e muri europei, tutti si erano rivolti a trafficanti per il viaggio e al pagamento di somme esorbitanti lungo le varie tappe del viaggio sempre più lungo e pericoloso.
Ma anche dopo aver ottenuto l’accesso al territorio europeo, l’asilo viene spesso negato per una serie di informazioni sviate, o deliberamente fuorvianti. In alcuni casi le autorità hanno esplicitamente scoraggiato di chiedere l’asilo. La lingua in cui viene fornita l’informazione, senza mediatore, rimane l’ostacolo principale. Molti evitano di presentare la richiesta di asilo, mentre tentano di raggiungere familiari o amici in altri Paesi, consapevoli che il regolamento di Dublino li rispedirebbe nel Paese di ingresso, da cui altri fuggono «per le condizioni disumane dei centri di accoglienza in cui si trovano».
Per non aprire poi l’intero capitolo della Libia e della complicità dell’Italia nei respingimenti nei lager e possibile complicità per crimine contro l’umanità e della crescente difficoltà di accesso alla protezione in Italia: in un momento in cui molti migranti restano intrappolati in Libia in condizioni disumane e il soccorso in mare è stato azzerato, l’Italia ha scelto di adottare nuove misure che rendono più difficile la presentazione della domanda di asilo in frontiera e moltiplicano i luoghi e la durata della detenzione. Contro le norme costituzionali (art. 3,10,13,24) e contro i limiti e le garanzie dettati dall’ articolo 5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo.
Tutte le persone in movimento, infine, arrivano ai confini europei traumatizzate e confuse. Persone vulnerabili a cui l’Europa dovrebbe, per diritto, offrire protezione. Ma che sceglie di lasciare marcire ai suoi margini in un atroce campo-limbo. In una contemporanea necropolitica.
Un momento delle operazioni di sgombero e abbattimento delle otto villette abusive del clan Casamonica, Roma, 20 novembre 2018. ANSA/ANGELO CARCONI
«Perché mai tutti sparlano di tutti? Credono tutti di rimetterci qualcosa se riconoscono il più piccolo merito a qualcuno».
Si potrebbe partire dalla massima di Johann Wolfgang Goethe per aprire una riflessione sullo sgombero che ha visto per la prima volta lo Stato (e il Comune di Roma e Regione Lazio) alzare la voce con la schiena dritta contro il clan dei Casamonica, facendoli sloggiare dalle loro ricche (e abusive) abitazioni ristabilendo la legalità e, soprattutto, forse è proprio l’aspetto più importante, dimostrando di essere più forte di qualche mafiosetto che pascolava impunito facendo da padrone in un intero quartiere.
Un segnale importante, comunque la si possa pensare, soprattutto perché lo sgombero dei Casamonica parte dal lontano 1997 (risalgono a quell’anno le prime contestazioni di abusivismo) e fino a oggi nessuno ha avuto il polso (o la voglia, o il potere, o la giusta squadra) per dare concretezza a un’ordinanza definitiva di demolizione. E chiunque mastichi di mafie e di criminalità sa bene quanto simbolicamente conti sfoggiare la propria impunità, con la propria bella villa in una zona che è area archeologica.
E forse la buona opposizione (meglio: la buona politica) potrebbe occuparsi più della vittoria di Roma e dello Stato piuttosto che fare spremersi con tutte le forze per dimostrare quanto sia merito di uno o dell’altro in una continua (e poco credibile) rincorsa al discredito altrui senza occuparsi di piuttosto di riaccreditarsi di fronte all’opinione pubblica. Perché è vero che Zingaretti fin da gennaio ha meritoriamente preso in mano la situazione con una delibera che ha acquisito l’immobile e l’ha destinato all’abbattimento ma il VII Municipio e il comune di Roma hanno messo energie e risorse perché tutto questo avvenisse. In Italia: la patria degli ordini di demolizione inevasi.
Forse chi ha avuto vita facile è stato il ministro Salvini che si è ritrovato con l’opera già quasi compiuta. Ma, con tutta la distanza che mi separa da Salvini, non stupisce che un ministro dell’Interno sia presente a un evento del genere. L’ha fatto con petulante protagonismo? Beh, è la sua natura.
L’avvenuto sgombero tra l’altro dimostra anche l’importanza del giornalismo investigativo (sì, quello degli sciacalli) che ancora una volta dimostra l’importanza del fare luce per spingere la politica ad agire: Federica Angeli, Floriana Bulfon, Lirio Abbate e altri colleghi hanno permesso all’opinione pubblica di conoscere lo strapotere del clan Casamonica, smutandando i prepotenti.
Ci sono decine di decisioni e di inazioni per cui l’amministrazione di Roma è criticabile (e da queste parti non le abbiamo mai risparmiate) ma giocare di sponda su un atto che a Roma si attendeva da decenni risulta piuttosto imbarazzante.
Come diceva il mentore di Mr Orange nel film Le Iene: «Le cose importanti da ricordare sono i dettagli, i dettagli rendono la storia credibile».
epa07073991 Protesters gather during a demonstration in support of NGO 'SOS Mediterrannee' and their flagship vessel, the rescue ship MV Aquarius, on Place de la Republique, in Paris, France, 06 October 2018. Panamanian authorities have revoked the registration of the Aquarius, the last migrant rescue ship operating in the central Mediterranean - actions which hinder the NGO's abilities to continue rescue operations at sea. The operators of the vessel have accused Panama of bowing to pressure from the Italian government. Signs read 'Save the Aquarius'. EPA/IAN LANGSDON
C’è un procuratore, a Catania, che ricorda certi ossessionati pretori degli anni ’60 che facevano sequestrare certi giornaletti in tutte le edicole del territorio nazionale perché ritenuti offensivi al comune senso del pudore. Probabilmente ritenevano che quella crociata fosse più urgente di qualsiasi altra criticità. Erano i tempi in cui autorevoli esponenti del partito di maggioranza relativa si sbracciavano a ripetere che «la mafia non esiste». Mezzo secolo dopo, a Catania, c’è un procuratore che la mafia non sembra neppure vederla, a Catania, né roghi tossici o corruzione, a Catania. Guarda il mare, quel pm ma vede solo Ong non il via vai di navi di contrabbandieri di petrolio tra la Libia e qui. Probabilmente perché chi salva le vite in mare offende il comune senso del razzismo. Ieri come allora, quel genere di magistrati è l’idolo dei benpensanti, dei fascisti o post-fascisti. Come Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, che si spiccia a dare la notizia: «Sequestrata la nave Aquarius e indagati 24 membri (in realtà sono 14, ndr) di Medici senza frontiere per traffico e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi a rischio infettivo, scaricati illegalmente nei porti italiani. A quanto pare il business di questa Ong non si limitava al solo traffico di esseri umani. Ma loro non erano “quelli buoni”?». Con cinque navi umanitarie attive in tre anni di operazioni in mare, Msf ha soccorso oltre 80 mila persone in coordinamento con le autorità marittime e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali. Probabilmente sono i buoni, più di Meloni, almeno. La nave Aquarius, l’unica rimasta con a bordo un team medico di Msf, oggi è bloccata nel porto di Marsiglia dopo due revoche della bandiera in due mesi, «per concertate pressioni politiche», ricorda la Ong.
«Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti. #portichiusi?», dice pure il ministro dell’Interno Matteo Salvini per il quale quello stesso procuratore ha chiesto l’archiviazione dall’accusa di sequestro di persona e abuso d’ufficio per il vergognoso trattamento dei 177 migranti a bordo della Diciotti trattenuti in porto, a Catania, tra il 20 e il 25 agosto.
Il procuratore è sempre lui, Carmelo Zuccaro, e oggi ha di nuovo bucato lo schermo con questa inchiesta “bomba” ma c’è un sacco di gente che continua a ritenerla una montatura. Anche nella stessa procura di Catania che finora ha richiesto l’archiviazione per le sue precedenti azioni contro le Ong «perché il fatto non sussiste».
«Il momento dello sbarco dei migranti è tra i più controllati: salgono a bordo delle nostre navi forze di polizia e autorità sanitarie. Assurdo che avremmo messo in piedi un traffico illegale di rifiuti sotto gli occhi delle autorità presenti nei 200 sbarchi gestiti da noi», spiega il direttore generale di Msf Italia, Gabriele Eminente, in una conferenza stampa convocata dopo il sequestro. Gianfranco De Maio, medico di Msf, ha in particolare contestato la ricostruzione dei magistrati sui presunti rischi legati alla diffusione di malattie infettive determinati dalla scorretta gestione dei rifiuti: «È stata attaccata la professionalità mia e dei miei colleghi che lavorano in Paesi dove ci sono ebola e colera. Sono accuse ridicole. L’Organizzazione mondiale della sanità assume le nostre linee guida sullo smaltimento dei rifiuti. Pensare poi che la tbc o le epatiti si trasmettano attraverso i vestiti è assurdo». «Sorpresi e indignati per le accuse rivolte», i portavoce di Msf chiariscono di non sentirsi «al di sopra del giudizio della magistratura». «Ma negli ultimi due anni – ricordano – la nostra attività è stata scandagliata in ogni dettaglio. È un’accusa singolare e sproporzionata. Si sta bloccando una nave che è già stata bloccata con la revoca della bandiera. Un’organizzazione come la nostra, che da 50 anni è presente in tutto il mondo, che ha avuto il Nobel per pace oggi è accusata di aver messo in piedi un’attività di illecito smaltimento di rifiuti per conseguire un profitto che però rappresenta il 2% delle nostre risorse dovute per la stragrande maggioranza alle donazioni». Ma forse l’accanimento sulle Ong punta proprio a questo: «La linea della criminalizzazione della solidarietà attuata nell’ultimo anno e mezzo – ha osservato il direttore di Msf – ha prodotto un impatto molto forte sulla nostra capacita di ricevere donazioni da privati. Abbiamo sofferto un calo nei momenti più critici del 20%. Noi siamo fragili, il nostro patrimonio è la reputazione e per questo le parole sono come macigni. Meno donazioni significa meno attività nei 72 Paesi in cui siamo presenti».
«Rifiutiamo categoricamente l’accusa di essere coinvolti in attività illegali. Le procedure standard, che finora non sono state contestate dalle autorità, sono sempre state seguite dall’Acquarius», si legge in una nota di Sos Mediterranèe, partner di Medici senza frontiere. «Tutto questo fa parte della serie di attacchi che criminalizzano gli aiuti umanitari in mare. La tragica situazione attuale sta portando all’assenza di navi umanitarie di ricerca e salvataggio operanti nel Mediterraneo centrale, mentre il tasso di mortalità è in aumento», afferma Frederic Penard, capo delle operazioni di Sos Mediterranèe. L’ong parla di «un altro attacco politicamente guidato»: «ci aspettiamo che le autorità francesi mostrino moderazione nell’attuazione di questa decisione, poiché l’Aquarius è attualmente attraccato nel porto di Marsiglia. In questi momenti difficili per l’Acquarius, in cui ripetute pressioni politiche hanno costretto le nostre due organizzazioni a cessare temporaneamente le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, siamo pienamente allineati e supportiamo tutti gli sforzi di MSF per appellarsi alla decisione della corte».
Il provvedimento di sequestro della Aquarius, che comprende anche alcuni conti bancari, deriverebbe da una lunga indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti di bordo, con particolare riferimento ai vestiti dei migranti soccorsi, agli scarti alimentari e ai rifiuti delle attività mediche. Tra gli indagati ci sono anche il comandante e il primo ufficiale di coperta della Aquarius, il russo Evgenii Talanin e l’ucraino Oleksandr Yurchenko. Indagati, oltre alla Ong, anche i due agenti marittimi Francesco Gianino e Giovanni Ivan Romeo, oltre che i centri operativi di Amsterdam e Bruxelles di Msf. Nell’elenco figurano anche il vice capo della missione Italia di “Medici senza frontiere Belgio” Michele Trainiti, il vice coordinatore nazionale e addetto all’approvvigionamento della missione Italia di “Msf Belgio” Cristina Lomi, il liaison officer di Msf Marco Ottaviano, i coordinatori del progetto Sar Aquarius di Msf Olanda, Aloys Vimard e Marcella Kraaij, il coordinatore logistico del progetto Sar dell’Aquarius e della missione in Libia di “Msf Olanda” Joachim Tisch, il delegato alla logistica a bordo della Aquarius Martinus Taminiau e il coordinatore del progetto Sar a bordo della nave, Nicholas Romaniuk.
«L’odore della strumentalità e della propaganda è forte» anche per l’Arci. «Per quanto tempo ancora la procura di Catania continuerà a usare l’azione giudiziaria per fare propaganda politica, ai danni delle attività di ricerca e soccorso in mare? Ribadiamo la necessità di un intervento civile nel Mediterraneo per salvare vite umane in assenza di programmi dei governi europei, impegnati a usare questo tema in funzione elettorale. Non possiamo continuare ad assistere ad una strage senza reagire. Per questo, continueremo a sostenere l’azione di Mediterranea, ancora più importante in questa fase nella quale si rafforzano sentimenti e atti di razzismo istituzionale e diventa sempre più difficile salvare vite umane». «Accusare l’equipaggio dell’Aquarius, la nave di Msf, di traffico di rifiuti contaminati, creare falso allarme fra la popolazione è per Rifondazione comunista la prova provata di come si intenda procedere contro il “reato di solidarietà”, ovvero con repressione, sequestri delle navi umanitarie, accuse di ogni tipo contro chi continua ad operare. Il fallimento della conferenza di Palermo per “portare la pace in Libia” non è bastato. Si vuole, col cinismo dei carnefici, lasciare che uomini e donne continuino a perire nei campi di concentramento libici o in mare, nel quasi totale silenzio mediatico», commenta Maurizio Acerbo, segretario del Prc. Infine Erasmo Palazzotto di Leu: «Quella della Procura di Catania è un’azione persecutoria e ideologica volta a colpire sistematicamente le Ong. È l’ennesima inchiesta priva di fondamento utile soltanto alla diffamazione ed alla criminalizzazione di chi opera nell’umanitario».
TOPSHOT - Pope Francis arrives to lead mass at the St. Mary's Cathedral in Yangon on November 30, 2017.
The "moral authority" of Pope Francis is undiminished despite his failure to address the Rohingya crisis head-on during a visit to Myanmar, the Vatican said late November 29, defending a papal trip framed by the plight of the Muslim minority. / AFP PHOTO / Vincenzo PINTO (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)
«Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 percento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». A rendere pubblica questa mostruosa percentuale riferendosi alla diffusione della pedofilia nella Chiesa cattolica Usa, non è stato un trinariciuto produttore di fake news anticlericali ma padre Hans Zollner, psicologo alla Gregoriana e membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori. Era il 21 agosto scorso e l’affermazione di Zollner pubblicata dall’agenzia dei vescovi Sir, è passata praticamente inosservata sotto i riflettori della stampa italiana (tranne un articolo del Corriere della sera), sebbene la percentuale fosse circa 20 volte superiore a quella ufficiale resa nota dalla Congregazione del clero che valuta un coinvolgimento di ecclesiastici in reati contro minori, pari al 3 per mille.
Un dato, questo, che a sua volta è di mezzo punto superiore al tasso di diffusione della pedofilia nella popolazione italiana elaborato da Left in base ai dati Istat relativi alla popolazione carceraria. Colpisce ancor di più, ma non sorprende, il silenzio mediatico nostrano, se si pensa che Zollner ha fatto un esplicito e preoccupante riferimento all’Italia. «Non abbiamo dati precisi, ma sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso», ha detto l’esperto sacerdote e ha aggiunto: «Dal momento che i vescovi Usa hanno preso sul serio la lotta contro questo “male”, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi. Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato». Infine la stoccata: «La Chiesa italiana affronti il tema degli abusi sui minori o ne verrà travolta». Ebbene, vi chiederete, è accaduto qualcosa in questi 30 giorni? Come hanno reagito i vescovi? E papa Francesco? Il fautore della tolleranza zero, ha suggerito qualcosa a Bassetti, l’unico capo di Conferenza episcopale al mondo che il pontefice nomina direttamente? E la Cei per caso si è impegnata a rivedere le proprie linee guida inserendo per i vescovi l’obbligo di denuncia alla magistratura “civile”? La risposta è sempre la stessa. Cioè nessuna risposta.
E sulle dichiarazioni di Zollner è calato velocemente il silenzio. Eppure di materiale preoccupante su cui impostare un serio lavoro di indagine, prevenzione e “pulizia” all’interno della Chiesa italiana, trasformando le dichiarazioni e le intenzioni, in fatti concreti, ce n’è a sufficienza. A cominciare dal corposo dossier sugli stupri avvenuti per decenni all’interno dell’istituto religioso per bambini sordomuti Provolo di Verona, che Left ha contribuito a portare alla luce sin dal 2010. «Si è molto parlato nelle scorse settimane del dossier Viganò» osserva Francesco Zanardi, presidente della onlus Rete L’Abuso che fa parte della rete internazionale Eca (Ending clergy abuse) impegnata nella tutela dei diritti delle vittime di pedofilia clericale. «Ha generato uno scandalo – prosegue Zanardi – che Bergoglio sapesse sin dal 2013 delle accuse nei confronti dell’ex arcivescovo di Washington e (suo) cardinale elettore Theodore McCarrick, e che non sia intervenuto se non cinque anni dopo accogliendone le dimissioni e disponendo per lui come punizione l’obbligo di ritiro in un luogo discretamente segreto per pregare e pentirsi. Ebbene, anche se la stampa italiana non ne parla, nel nostro Paese abbiamo quattro casi di insabbiamento praticamente identici a quello sollevato da mons. Viganò».
Prima di approfondire la storia di Verona ci soffermiamo sugli altri tre. «Il più significativo – racconta il presidente di rete L’Abuso – chiama in causa non proprio indirettamente mons. Ladaria, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cioè l’ex Sant’Uffizio, l’organo della Santa sede deputato proprio al giudizio sulla “purezza dei sacerdoti”». Il nome di Ladaria spunta in relazione alla vicenda dei chierichetti della Basilica di S. Pietro abusati nel pre-seminario in Città del Vaticano (vedi Left del 18 novembre 2017), ma non per via delle indagini che dovrebbero esser svolte dai suoi magistrati. «Abbiamo scoperto che il sacerdote accusato degli stupri non solo non è mai stato sospeso nemmeno in via cautelativa dai suoi incarichi “pubblici” ma addirittura all’inizio dell’estate risultava essere l’incaricato alla raccolta delle prenotazioni per gli esercizi spirituali organizzati presso l’Opera Don Folci di Como. Esercizi condotti proprio dal prefetto del tribunale vaticano che dovrebbe indagarlo e nel caso giudicarlo: mons. Francisco Ladaria». Allo stato attuale, osserva Zanardi, le denunce sugli stupri al pre-seminario risultano insabbiate almeno tre volte dalla Santa sede: dopo le prime denunce di un ex seminarista testimone (costretto in seguito dai suoi superiori ad abbandonare la scuola per chierichetti); dopo il libro-scoop di Gianluigi Nuzzi, Peccato originale (Chiarelettere), che un anno fa ha portato la storia in pubblico; infine, a fronte della reiterata inerzia della Santa sede, dopo il nostro intervento come Rete L’Abuso finalizzato a evitare che siano poste in essere eventuali recidive, considerando che nemmeno la Procura della Repubblica ha avviato delle indagini sebbene la notizia abbia avuto notevole risonanza anche in televisione».
Qui Zanardi si riferisce all’esposto-querela della onlus che presiede contro lo Stato italiano per la violazione della Convenzione di Lanzarote sui diritti dei minori e a quello depositato presso il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per la violazione della relativa Convenzione di cui il governo giallonero dovrà rispondere il 19 gennaio 2019 a Ginevra presso la sede delle Nazioni Unite (vedi Left del 31 agosto 2018). Nel dossier ci sono anche gli altri tre casi. «Quello di Milano che vede coinvolti due vescovi: mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada promossi rispettivamente arcivescovo di Milano e vescovo di Brescia da papa Francesco, sebbene ci siano delle denunce per “insabbiamento” di cui è a conoscenza anche Congregazione per la dottrina della fede». In particolare, spiega Zanardi, «sappiamo che lo stesso mons. Delpini ha dichiarato davanti alla Polizia di essere stato subito avvisato del fatto che un prete aveva “dormito” con un minore. E nonostante ciò lo ha comunque spostato in un’altra parrocchia ancora a contatto con dei minori». Nel mirino di Rete L’Abuso c’è poi l’annosa vicenda di don Silverio Mura. «La scorsa settimana la procura di Pavia ci ha convocato per un interrogatorio riguardo all’esposto fatto contro questo sacerdote.
Il suo caso è emblematico perché la presunta vittima, Arturo Borrelli, è stata ricevuta da papa Francesco ma non vi è stato nessun intervento da parte sua. All’inizio del 2018 si è scoperto che il sacerdote era stato trasferito da Napoli a Montù Beccaria, un paesino del pavese, dove operava con un altro nome. Immediatamente trasferito, da allora ne abbiamo perso nuovamente le tracce». Chiudiamo con Verona. Tutto inizia a metà anni Ottanta, quando 67 ex ospiti dell’Istituto per sordomuti Provolo hanno trovato la forza per denunciare alla diocesi locale gli stupri, le violenze e le molestie ricevuti per decenni precedenti da parte di 25 educatori tra sacerdoti e fratelli laici. Per quasi 30 anni le loro istanze sono rimaste inascoltate. Nel 2011, dopo che lo scandalo è riuscito a bucare il muro dell’omertà mediatica, la diocesi di Verona in accordo con il Vaticano ha disposto un’indagine “interna” che ha riconosciuto la colpevolezza di tre sacerdoti.
Riguardo gli altri accusati la Santa sede liquidò la faccenda affermando che su alcuni di loro – i pochi rimasti in vita – avrebbero continuato a indagare. Ma, come vedremo, non risulta. Tra i “prosciolti” infatti figura il nome di don Nicola Corradi finito in carcere nel novembre del 2016 a Mendoza in Argentina con l’accusa di aver abusato alcuni bambini nella più importante sede sudamericana del Provolo in cui fu trasferito proprio a metà anni 80 dal Vaticano e di cui è stato direttore fino all’arresto. «Ebbene – spiega Zanardi – nel 2014, dopo il sostanziale fallimento della commissione d’inchiesta veronese un gruppo di ex alunni dell’Istituto Provolo aveva pensato di aggirare il problema consegnando brevi manu al papa della tolleranza zero una lettera con i nomi dei 25 accusati, compreso quello don Nicola Corradi». Come detto, don Corradi è stato poi arrestato nel 2016. «Sì, ma grazie alla giustizia argentina perché papa Francesco, seppur personalmente informato già due anni prima, evidentemente non ha mosso un dito nei confronti del sacerdote trasferito nel suo Paese».
Ad oggi l’unico provvedimento pontificio che si interseca con la storia del Provolo risale a pochi mesi dopo l’incontro con le vittime. Il 16 luglio 2015 papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto riguardante le «virtù eroiche» del monsignore che aveva guidato la diocesi veronese durante gli anni delle violenze, l’ex vescovo Giuseppe Carraro. Sebbene anche lui sia nella lista dei 25 presunti violentatori, il pontefice lo ha inserito tra i venerabili della Chiesa, primo passo verso la beatificazione.
Il partigiano Eros è morto. Aveva 92 anni portati come si portano addosso le cicatrici di cui andiamo fieri, quelle che diventano scrigni di qualcosa in cui fortissimamente si crede. Non pesano nemmeno, quelle cicatrici. La medaglia di Umberto Lorenzoni, nome di battaglia Eros, era quella mano maciullata mentre preparava con altri compagni la carica esplosiva per fare saltare il viadotto su cui un treno tedesco avrebbe dovuto passare per rifornire di munizioni l’esercito nemico.
«Non chiamatemi più ex partigiano. Io sono ancora un difensore della libertà e della democrazia, ora più che mai dalla fine della guerra»: Lorenzoni rispondeva così ai tanti (troppi) che ancora ci vorrebbero convincere che quella Storia, che è poi il grembo della nostra Repubblica, sia roba vecchia, muffa, fuori dal tempo e indifferente al presente.
Quando decisero di premiarlo al valore per l’azione in cui perse alcune dita della mano lui rifiutò chiedendo che piuttosto venisse assegnata al suo compagno che perse la vita. I partigiani sono così: hanno fatto della solidarietà una strategia di guerra e poi di pace. «Per fortuna ho avuto un padre che mi ha cresciuto a latte e antifascismo», disse intervistato in prima serata in Rai.
Pensavo stamattina alle parole di una sua intervista a Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2014: «Quando a 17 anni decisi di fare il partigiano, ci dicevano che eravamo “bambini pazzi” e “troppo pochi” ma poi abbiamo vinto. Anche oggi dobbiamo resistere un minuto in più dei nemici. Staccai da un albero un morto impiccato. Questo ricordo, ogni volta, mi carica per la battaglia a favore della democrazia». Penso alla memoria che si sgretola, si usura, si ottunde e diventa rarefatta. Penso a come siamo potuti finire qui, al punto in cui ricordare un partigiano sia addirittura un atto divisivo. Mi viene da pensare a come sia potuto accadere che si sia caduti nel tranello del comunismo usato come contrario del fascismo per legittimarlo un po’ alla volta. Penso come sia potuto succedere che non sia chiaro (come sancito dalla Costituzione) che il contrario del fascismo sia la democrazia. E notavo come molti si siano trattenuti dal ricordarlo, il partigiano Eros, perché il politicamente corretto oggi è una palude di vigliacchetti attenti a non urtare il senso comune. E invece fa schifo, certo senso comune che ha sdoganato veleno e idee che Lorenzoni aveva combattuto.
Ogni volta che muore un partigiano c’è da dividersi anche il suo peso, il suo compito. Che poi è una parola bellissima, partigiano: significa “sapere esattamente da che parte stare”, odiare gli indifferenti. Non si tratta di essere antifascisti soltanto, no, si tratta di rispettare l’articolo 4 della Costituzione che dice “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”. Quindi l’indifferenza è incostituzionale, oltre che vigliacca. Come spiegava il partigiano Eros.