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Bernardo Bertolucci, in cerca di bellezza

Il regista Bernardo Bertolucci alla 31/a edizione del Salone Internazionale del libro presso il Lingotto di Torino, 12 Maggio 2018 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Intervista di Amy Pollicino pubblicata su Left del 20 luglio 2013

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Sarà il presidente della giuria della 70esima Mostra del cinema di Venezia (dall’8 agosto al 7 settembre) e di recente il sindacato dei giornalisti cinematografici italiani ha premiato Io e te con il Nastro D’Argento, designandolo film italiano dell’anno 2013. Due appuntamenti che hanno il sapore di un nuovo inizio per un maestro del cinema come Bernardo Bertolucci e che ci offrono l’occasione preziosa di questo incontro.

Bertolucci, come sta vivendo questa sua “nuova nascita”?

Sono riuscito a fare qualcosa che mi sembrava proibita ormai: un nuovo film. Così, dopo Io e te, molte cose si sono radunate intorno a me, la gente era sorpresa della mia scommessa. Avevamo fatto un piano di lavorazione molto lungo, nell’ipotesi che potessi lavorare solo tre o quattro ore al giorno, che mi stancassi. Macché. Ero uno dei primi ad arrivare e anche ad andar via. Perché questo set, a poche decine di metri da casa mia, era diventato il luogo dove ero riuscito ad arrivare e… ci stavo dentro come un topo nel formaggio.

Cosa cercherà in modo particolare nei film in concorso a Venezia?

Sorpresa e piacere. Non ho altre richieste da fare ai film. Cercherò chi mi farà “sentire di più”. Sarò presidente, ma non voglio tirarmi contro tutta la giuria finendo per esprimere solo la mia posizione. Insomma vorrei essere un presidente diverso da quelli che si sono visti negli ultimi vent’anni.

Non solo il cinema, ma tutta la cultura oggi vive un momento difficile in Italia, cosa fare per uscirne?

Prima di tutto, direi tornare a far sì che la cultura sia un bene e un patrimonio collettivo. Un bene di tutti. Non imponendola ma portando quelli che si può a sviluppare per la cultura quel sentimento di cui parlare oggi è forse come parlare fuori tempo. A chi avesse dei pregiudizi dico solo guardati indietro e capirai che cosa ha fatto la cultura in quei quattro o cinquemila anni che riusciamo ancora a intravedere. Sono completamente “allagato” da un’idea della cultura come trasmissione. Ma sono tutte cose che si dicono, poi come le realizziamo? Non lo so, io non sono un diffusore se non di ciò che mi appartiene.

Sta già lavorando a un nuovo progetto?

Ci sto girando intorno, un po’ come un moscone o una farfalla che ancora non ha capito su cosa si sta posando. C’è un’idea che ancora non ha trovato la sua forma. Perché ovviamente non basta un’idea se non le dai forma. Quando ho girato il Piccolo Buddha a Kathmandu c’era una zona molto vecchia, bella, popolare, e c’erano dei vasai che lavoravano all’aperto sotto un tendone per il sole. Con un piede muovevano un pedale facendo girare velocissima una ruota. Con le mani toccavano l’argilla e creavano il vaso. La forma nasceva e in un attimo si trasformava da vaso panciuto e basso in vaso altissimo con un collo che si perdeva in alto. Mi faceva venire in mente Marinetti, le poesie sulla velocità. Quest’immagine mi accompagna, specie ora che non trovo una forma che mi piace per la mia idea ripenso a questo usare le mani.

Con Io e te è tornato dentro uno spazio circoscritto, dove la bellezza e le emozioni dei due personaggi travolgono e commuovono. Quali temi le interessano oggi?

Non so bene dire qual è il tema di Io e te. Credo che per ognuno sia personale. Se un film mi scioglie dentro cose che erano un po’ pietrificate e che magari non sapevo di avere ancora, allora il sentimento, le emozioni che quel lavoro mi suscita mi fanno capire perché è stato fatto. Questo vale anche per un mio film, così comprendo quello che più profondamente ho voluto dire. L’emozione non è solo direttamente provocata da una situazione, da una storia, dai personaggi. Spesso è molto legata a chi ha fatto il film. Intuire che cosa ispirato quel regista è per me di stimolo, mi trasmette vitalità.

Quali sono i film che non le piacciono?

Sono quelli che uccidono la vitalità. I film che amo incrementano la mia energia creativa, mi fanno venir voglia di fare cinema. Quando Niccolò Ammaniti mi dette il libro che aveva pubblicato con Einaudi, Io e te, l’ho letto e tre ore dopo sapevo che quello era il film che avrei voluto fare. Altre volte c’è voluto molto tempo. Come nel caso de L’ultimo imperatore. Volevo girare un film tratto da quel bellissimo romanzo di Malraux, La condition humaine, che si svolge a Shanghai nel 1927. Ma a quel tempo, era il 1984, i cinesi non erano pronti ad accettarlo. L’ultimo imperatore era l’altra mia proposta e loro l’hanno preferita. Solo dopo che il film ha ricevuto tanti Oscar, i cinesi mi hanno proposto di tornare per realizzare La condition humaine. Io però di fare un altro supercolosso in Cina dopo che ci avevo passato un anno intero non me la sono sentita. Così sono passato prima dal Sahara, dove ho girato Il tè nel deserto e poi dall’India, dal Nepal, dal Buthan, in un mio viaggio di scoperta del buddismo tibetano.

Come è nata questa sua ricerca?

È iniziata così: “Voi pensate che Dio abbia creato l’uomo e basate la vostra religione su questo. Noi buddisti tibetani pensiamo che è l’uomo che ha creato Dio.” Coinvolgermi in una scoperta così emozionante mi ha portato al film Piccolo Buddha. Li vedo ancora questi monaci buddisti, scesi a valle, in fuga dal Tibet, in qualche monastero che hanno creato in India mentre discutono di logica. Uno è seduto e l’altro è in piedi, quello seduto dice: “Un bicchiere di acqua per un pesciolino è una casa, per un uomo è una bevanda. Chi ha ragione, il pesciolino o l’uomo?” E l’altro risponde: “Non ho mai sentito di una causa tra un pesciolino e un uomo”. E dicendolo si accompagna con un gesto (Bertolucci batte le mani, ndr): Tac.

Lei ha detto che vale un solo principio: cercare sempre la bellezza.

La bellezza, certo, se contiene anche altro. La bellezza può essere qualcosa di estremamente semplice. Ti sorprende e ti dà un godimento quasi totale. La bellezza è la poesia.

E come si può ancora dare alla poesia una possibilità di esistere?

Quella non sarà mai possibile estirparla, ci hanno provato ma non ci sono mai riusciti. Anche perché quando arriva la poesia, il potere non è così attento e sospettoso, perché le dà poco valore, mentre la poesia a volte è stata rivoluzionaria, spesso è stata la scintilla di qualcosa. La poesia era parte del paesaggio quotidiano in cui vivevo. Quando a mio padre piaceva qualcosa diceva sempre, “vedi com’è poetico?”. E poi mi ritrovo con la Morante, Moravia, Pasolini – avrò avuto diciotto, diciannove anni – e anche lì sento usare sempre questa parola, poetico e non poetico. Che poi ognuno la riempie con i significati suoi. Perché ecco vede, in questo momento, in questa stanza…

La cosa che colpisce di più vedendo i suoi film è la libertà di rappresentare. Come ci è arrivato?

Mi faccia un esempio.

Penso a Ultimo tango a Parigi e alla potenza di rappresentazione del rapporto fra uomo e donna ma anche alla messa in scena della dinamica emotiva del ’68 in The dreamers. In tutti i film dove prevale una componente intima c’è questa libertà nella rappresentazione che non si trova da nessun’altra parte. Sembra una sua dimensione personale.

Per fortuna il mio personale riesco a trasmetterlo ai miei attori che poi se lo rielaborano. Quando lei parla di libertà, si riferisce, credo, al tentativo che faccio sempre di ascoltare le mie pulsazioni e di essergli fedele. Questo un pochino viene dalla storia con mio padre che era ipocondriaco. Quando eravamo bambini, Giuseppe e io, lui era sempre preoccupato per noi. Ogni volta che in campagna ci si sbucciava un ginocchio lui diventava cupissimo. Dopo, e avevo già trent’anni, capii e gli parlai del suo continuo allarme, quando immaginava, se non eravamo ancora rientrati la notte, che fossimo morti in un incidente: “Guarda babbo che sei tu che mi uccidi in quella fantasia dove dici che io mi sarei fatto male, forse molto male. Sei tu che ci metti questa cosa”. Mio padre era mite ma ipocondriaco e aveva una continua paura di morire proiettandola anche sui suoi figli. A vent’anni, o forse ventuno, sono riuscito, non so come, a fare dei film, e per questo sono dovuto uscire dal teatrino familiare. E stato come rompere il bozzolo. Pensi che quando ho girato il mio primo film, La commare secca abitavo in via Carini con i miei genitori e dormivo ancora nella stanza mia e di mio fratello. Uscivo alle sette del mattino come un ventunenne che va all’università e invece andavo sul set. E andare sul set era entrare tutti i giorni in una specie di trance. Perché non riuscivo a capire come e perché ero riuscito a mettere su un film, e allo stesso tempo lo capivo fin troppo bene e tutto questo mi guidava nel farlo. Poi la sera tornavo a casa e in genere cenavo coi miei e mio fratello e poi andavo a dormire.

Le cose cambiarono con il secondo film?

Con Prima della rivoluzione, che si svolgeva interamente a Parma, questa specie di “effetto studente” si è un po’ perso. Avevo una mia autonomia più forte. Ma ho dovuto anche lì confrontarmi con la città che mio padre aveva mitizzato. È la storia di un giovane comunista, borghese però, che cerca una sua esperienza iniziatica d’amore incestuosa con la sorella di sua madre, ovvero la zia, più grande di lui. E però alla fine del film lascia tutto, torna dentro le regole della sua classe e si sposa con una bella ragazza di Parma, borghese, e tutto va come era scritto che andasse. Era un film in parte autobiografico ma anche scaramantico! Era quello che avrebbe potuto succedere a me se fossi rimasto a Parma. E in effetti anch’io avevo una storia con la protagonista del film che era Adriana Asti. Tendo sempre molto a vivere le storie che racconto. Quando filmo devo in qualche modo essere innamorato dei miei protagonisti.

C’è un legame sottile tra Ultimo tango a Parigi, L’Assedio e Io e te. Lo spazio chiuso torna a esserle congeniale. Come a dire che questi sono di nuovo tempi in cui starsene protetti in un rapporto duale, voltando le spalle a tutto il resto? O è possibile ancora uscire a cercare prospettive fuori, nella realtà? Di questo dentro-fuori mi interessa sapere da lei.

In sceneggiatura si scrive: Casa di Lorenzo – Interno. Giorno. Poi si scrive: Via Lima – Esterno. Alba. E poi ci sono le scene che sono Esterno/Interno o Interno/Esterno, che cominciano in un dentro e finiscono in un fuori. Sono le più emozionanti, quando da dentro un luogo chiuso e molto intimo, senza staccare, si esce fuori nella luce dell’alba.

Sarà un buon giorno quando scenderanno in piazza gli uomini

Un momento della manifestazione contro la violenza di genere "Non una meno in stato di agitazione permanente", Roma, 24 novembre 2018. ANSA/CLAUDIO PERI

Un Paese che fa propaganda sui cadaveri delle donne, un Paese che riesce a trasformare la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne in un Colosseo contemporaneo contro chi, tra la classe politica, riesce a simboleggiare meglio l’occasione per attaccare gli avversari. Una campagna elettorale sulla pelle delle donne? Beh, è normale, mica stupisce. Da qualche mese si rovista tra le macerie di giovani ragazzine uccise pur di meritarsi qualche clic, da parecchi anni si scrive (o non si scrive) di qualche donna ammazzata in base al calcolo elettorale, da sempre una donna morta torna utile solo se serve a raccontare (o ad accusare) i vivi: delle donne morte (così come di molte vive) non interessa più di tanto.

Pensateci: nel momento storico in cui si vivisezionano gli assassini quando si tratta di donne la narrazione si incaglia invece solo sulle vittime. Una stortura vomitevole e rissosa utile ai mercenari del dolore, agli stercorari necrofili, a quelli che usano le donne come usano il Pil, l’Europa, l’immigrazione, gli inceneritori: una cosa che diventa un tema.

Il fatto è che dovrebbero esserci gli uomini, in piazza. Dovrebbe essere pieno di uomini. La violenza sulle donne è un problema maschile (Civati lo scrive da anni, per dire), è maschile il problema. Eppure gli uomini solidarizzano. O celebrano, al massimo.

Eppure sarà una buona giornata quando alla prossima manifestazione in difesa delle donne gli uomini la smetteranno di essere vicini o di essere solidali e cambieranno il messaggio: non più il “vi capiamo” ma il “vi difendiamo”, mica solo gli uomini, tutti. Vi difenderemo, appunto.

A quel punto sarebbero patetici i sindaci (donne, tra l’altro) che si tingono la faccia di rosso mentre provano a sgomberare i centri antiviolenza, sarebbero poco credibili i politici che fingono contrizione piuttosto che allungare i termini per la denuncia per molestie e per violenza, sarebbero osteggiati ministri della risma di quel Pillon che auspicano il ritorno al patriarcato medievale.

E magari si potrebbe fare un patto per cui tutti quelli che provano a sminuire il problema parlando d’altro siano solo dei rimestatori nel torbido. La violenza sulle donne, come tutte le violenze, si arresta con leggi, cultura e soldi. Non serve elemosina morale: servono leggi, cultura e soldi. Pensate alla legittima difesa femminile, ad esempio, contro un reato che si consuma ogni due giorni. Un’emergenza, una delle poche, che avrebbe corrispondenza anche nei numeri.

Pensiamoci, noi uomini.

Buon lunedì.

E Dostoevskij finì nella black list dei libri in Kuwait

This picture taken on September 29, 2018 shows books hanging from the branches of palm trees on the lawn outside the National Assembly building in Kuwait City in protest against the government's new censorship regulations on publications, which resulted in banning many books from entering the country. (Photo by Yasser Al-Zayyat / AFP) (Photo credit should read YASSER AL-ZAYYAT/AFP/Getty Images)

In Kuwait non vogliono far sapere che il colonnello Aureliano Buendia ordì trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Né che di fronte al plotone di esecuzione la mente gli tornò al pomeriggio in cui il padre lo portò a conoscere il ghiaccio. Non vogliono nemmeno che si sappia quanti figli, con quasi altrettante donne, mise al mondo il dissoluto proprietario terriero Fedor Pavlovic e la fine che gli fece fare uno di loro. O del giorno in cui un campanaro gobbo fu eletto papa dei folli, proprio di fronte alla cattedrale di Notre Dame.
L’ultimo rogo virtuale di libri nel paese del Golfo non poteva avvenire in un contesto peggiore: le autorità kuwaitiane hanno bandito – attività affatto rara da qualche anno a questa parte – 948 libri dal Festival internazionale della letteratura, che si tiene dal 14 al 24 novembre. A renderlo noto è Saad al-Anzi, direttore del Festival, alla sua 43esima edizione: il ministero dell’Informazione ha messo al bando quasi mille libri, tra saggi e romanzi. Tra questi I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij che va a far compagnia ai tanti scrittori, romanzieri e autori inseriti in questi anni nella speciale lista nera kuwaitiana: Gabriel Garcia Marquez, Victor Hugo, il primo premio Nobel arabo Naguib Mahfouz, George Orwell, l’egiziana Radwa Ashour. Ma anche testi medici sull’imene, La Sirenetta di Hans Christian Andersen, la Divina Commedia e Zorba il greco.
Per un totale, al momento, di 4.390 libri censurati dalla mannaia di Stato, tanto rude nei metodi quanto sistematica nell’obiettivo: non sia mai che la morale pubblica – è opinione del meticoloso censore – sia destabilizzata da pensieri non ortodossi. Non sia mai che i cittadini si pongano domande sull’esistenza di Dio o la struttura patriarcale della società (vedi, per l’appunto, il romanzo tra i più rappresentativi dell’opera di Dostoevskij) o sul controllo sociale totale paventato da 1984. O sul mondo utopico/distopico incarnato dalla pagana Macondo.
Ad operare sono…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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Cambogia, la verità sul genocidio è ancora da raccontare

People line up to attend the closing statements in the case against former Khmer Rouge leaders Khieu Samphan and Nuon Chea at the Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (ECCC) in Phnom Penh on June 23, 2017. "Brother Number Two" Nuon Chea, now 90, and ex-head of state Khieu Samphan, 85, were sentenced to life in jail in 2014 for crimes against humanity from a regime responsible for the deaths of up to two million Cambodians from 1975-1979, and are currently undergoing a second trial for the genocide of ethnic Vietnamese and Muslim minorities, forced marriage and rape. / AFP PHOTO / TANG CHHIN Sothy (Photo credit should read TANG CHHIN SOTHY/AFP/Getty Images)

Il 7 gennaio 1979 le forze vietnamite posero fine al brutale regime di Pol Pot e dei Khmer rossi in Cambogia. In soli quattro anni la dittatura causò la morte di circa 1,5 milioni di persone. A distanza di quarant’anni, molto ancora resta da scoprire e raccontare. La ricerca della verità è al centro della ricerca cinematografica del regista Rithy Panh, di cui pubblichiamo l’intervista.

È da trent’anni, ormai, che il regista, artista e poeta Rithy Panh, è diventato il custode e l’aedo della memoria della Cambogia e degli orrori subiti dal suo popolo per mano dei Khmer Rossi, quando, occupata la capitale Phnom Penh il 17 aprile del 1975, il partito comunista diede ufficialmente inizio al temporaneo Stato della Kampuchea Democratica. Nei quattro anni che seguirono, prima della sua destituzione nel 1979, il regime mise in atto una pulizia etnica sistematica che, secondo le stime, costò la vita a un numero imprecisato di persone, compreso tra il milione e mezzo e i tre milioni. «Penso sia normale avere difficoltà a relazionarsi con tragedie di questa entità subito dopo la loro conclusione» dice Panh, autore di Graves without a Name presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. «Immediatamente dopo la Shoah, per esempio, non ci sono stati molti racconti al riguardo. Credo che lo stesso Primo Levi, inizialmente, avesse venduto pochissime copie rispetto al pubblico che ha poi avuto con Se questo è un uomo. Quindi è normale che passi del tempo prima di riuscire a rimettersi in sesto e, un po’ alla volta, imparare di nuovo a parlare, ad amare, a vivere. Perfino a gustare il cibo che si mangia. È stato colpito l’animo profondo dell’umanità, lasciando tantissime ferite. Ma credo valga la pena aspettare tutto il tempo necessario prima di riuscire a raccontare storie come faccio io con i miei film. Comunque vadano le cose sappiamo che la storia si ripete».

Le “tombe senza nome” a cui Panh fa riferimento nel titolo del film sono quelle incalcolabili delle vittime cambogiane a cui non si è potuto ancora dare degna sepoltura, e i cui resti anonimi affiorano, insieme a brandelli di tessuto, tra le zolle di terra dei campi coltivati, nell’indifferenza generale delle nuove generazioni, ma anche di quei superstiti che oggi preferirebbero dimenticare pur di non dover riaprire ferite profondissime mai del tutto rimarginate. «È complicato capire gli effetti di un crimine di tale portata » prosegue Panh. «Qualcuno ha perfino parlato di auto-genocidio, che non è certo il termine più felice per descriverlo. Poi lo si è definito genocidio e crimine contro l’umanità. Al di là di questo, però, c’è nelle vittime il bisogno di definirsi, di capire chi sono, da dove vengono, di trovare la loro identità, e con essa la loro dignità. Noi che realizziamo film, che dipingiamo, che scriviamo libri o componiamo musica diamo il nostro contributo perché aggiungiamo il nostro pezzetto di puzzle contro la cancellazione totale della memoria. È questo che ci permette di recuperare l’identità e di aiutare queste persone a capire chi sono e da dove vengono, sia per quanto riguarda le nostre generazioni, ma anche e soprattutto quelle future». Se oggi a quello sterminio ci si riferisce come a un vero e proprio genocidio equiparabile alla Shoah, è stato anche grazie a Rithy Panh e alla sua opera di divulgazione, di ricostruzione, comprensione ed esorcizzazione di un trauma tanto privato quanto collettivo. Khieu Samphan, l’allora leader dei Khmer Rossi condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità (e adesso per genocidio v.sotto ndr), ha ammesso le proprie colpe dopo aver visto S-21. La macchina di morte dei Khmer Rossi, il documentario con cui nel 2003 Panh ha persuaso tre superstiti delle vittime e i loro carnefici a tornare all’interno dell’edificio – oggi sede del Museo del genocidio – dove il regime torturò, interrogò e uccise 17mila prigionieri. Un film esemplare, la cui tecnica è stata poi ripresa dal regista di The Act of Killing Josua Oppenheimer per raccontare il genocidio finalizzato all’annientamento del partito comunista indonesiano da parte del regime di Suharto negli anni 60.

Va detto che quello di Rithy Panh è un cinema molto personale e visionario da intendersi come un lungo viaggio di scoperta a tappe in cui si alternano, talvolta mescolandosi, il linguaggio del documentario e quello della fiction. «Credo innanzitutto che sia molto complicato fare un unico film su questo periodo buio del mio Paese» precisa Panh, un sopravvissuto lui stesso del genocidio, che ha visto morire i propri familiari prima di riuscire a fuggire in Thailandia e poi in Francia, dove oggi vive. «È il motivo per cui fin dall’inizio ho deciso di non limitarmi a un solo film, ma di trattare questa storia in diversi segmenti che si concentrassero ognuno su temi specifici». C’è un aspetto, però, che distingue Graves without a Name dai suoi precedenti lavori, incluso il quasi speculare L’immagine mancante, con cui nel 2013 Panh venne insignito a Cannes con il premio Un certain regard e successivamente nominato agli Oscar, e di cui riprende l’uso della stop motion, del diorama e del testo poetico fuori campo per dare vita a ricordi di esperienze vissute non immortalate dalle immagini. Si tratta di un’inedita propensione all’ascolto che per la prima volta lo rende indulgente anche nei riguardi dei carnefici. «In realtà, questa propensione c’è sempre stata da parte mia, ma, poiché non sono un funzionario religioso che ascolta la confessione di un assassino, non è stato facile. Sono un uomo come voi, che deve controllare le proprie emozioni e i propri sentimenti, tanto più che ho vissuto in prima persona molte di queste cose di cui parlo. Quindi, anche da un punto di vista intellettuale e artistico, è importante mantenere la giusta distanza. Io ho sempre ascoltato, l’ho fatto per quasi due anni con l’allora comandante del campo principale dei Khmer Rossi. Forse, però, non ero ancora pronto a raccontarlo perché l’ascolto implica anche tanto dolore e può perfino distruggere. Bisogna fare attenzione ed è per questo che il mio lavoro procede per gradi, cercando di fare la cosa giusta quando me la sento».

In Graves without a Name Rithy Panh compie un altro passo che non aveva mai fatto prima. Diventa lui stesso protagonista del film, lasciandosi riprendere in prima persona e interagendo con gli altri personaggi, in particolare con una medium che dialoga con i fantasmi dei morti e che accetta di fargli da tramite con suo padre. «Non sono io che sono voluto apparire nel film, ma è il film che mi ha attirato a sé» puntualizza il regista. «Mi rendo conto che per voi possa risultare difficile concepire l’idea di poter instaurare un dialogo con i fantasmi che ci circondano, però è proprio quello che volevo fare. Così mi sono dovuto preparare a quest’incontro speciale, seguendo tutto un cerimoniale che comporta la rasatura della testa. È stato molto commovente assistere al momento in cui questa vecchia signora veniva posseduta dal fantasma di mio padre e mi diceva di avvicinarmi. Io non sapevo cosa fare. Ho esitato per un po’ finché, su sua insistenza, mi sono fatto coraggio e sono entrato nel film. Al di là di tutto, trovo naturale il fatto di poterne parlare. Riguarda tutti noi e, anche se si tratta di una visione un po’ poetica, è importante continuare a dialogare con le persone che non ci sono più».

Il suo ultimo film, nel preservare la memoria del passato tocca temi universali “sensibili” come l’accoglienza, l’uguaglianza e l’accettazione della diversità, e allora chiediamo a Rithy Panh il suo personale punto di vista in materia di migrazione e delle derive politiche che stanno caratterizzando l’Italia come tutta l’Europa. «Che volete che vi dica, gli italiani hanno votato un governo fondamentalmente di destra, un po’ come l’Austria, gli Stati Uniti, l’Ungheria. Non sono un politico però è un progetto di società quello che si sta esprimendo attraverso il voto. Io posso solo dire che senza la base della democrazia, ossia la cura dei più deboli, non ci può essere pace. E non c’è nessun muro, nessuna frontiera, nessuna barca che tenga che cambierà le cose.
Quindi, secondo me, non dovete ascoltare quello che vi raccontano. Nulla è facile, ma dovremmo cercare di capire come vivere assieme, come condividere lo spazio e le cose che abbiamo a disposizione, e in questo modo come arrivare a quella che secondo me è la civiltà. Io, personalmente sono scoraggiato da questa situazione. Considero questo che stiamo vivendo un vero e proprio periodo post-nazista, forse più soft, di cui non ci rendiamo conto, però quello che, ad esempio, è successo in Germania poco tempo fa, quando centinaia di persone hanno cacciato gli immigrati per la strada, dovrebbe svegliarci, se per caso stessimo ancora dormendo».

La sentenza
Il 16 novembre il tribunale di Phnom Penh ha condannato all’ergastolo per genocidio gli ultimi capi dei Khmer Rossi. Si tratta di Nuon Chea, 92 anni, braccio destro del dittatore comunista Pol Pot, e Khieu Samphan, 87 anni, capo di Stato cambogiano all’epoca dello sterminio delle minoranze e degli avversari politici. I due erano già in carcere con una condanna all’ergastolo per crimini contro l’umanità compiuti tra il 1977 e il 1979. I Khmer Rossi guidati da Pol Pot, presero Phnom Penh il 17 aprile 1975. Iniziarono subito le deportazioni dei civili verso le campagne inseguendo un comunismo agrario che si rivelò un regime di terrore e che provocò la morte di un numero per ora indefinito di persone, tra un milione e mezzo e tre milioni.

L’articolo di Marco Cacioppo è stato pubblicato su Left del 23 novembre 2018


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Le relazioni pericolose tra Salvini e Putin

Il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, alla presentazione del libro di Gennaro Sangiuliano "Putin. Vita di uno Zar", Milano, 21 dicembre 2015. ANSA/MOURAD BALTI

Matteo Salvini lo scorso 16 ottobre è volato a Mosca. Ai settecento imprenditori di “Confindustria Russia” che lo attendevano per applaudirlo ha promesso la «fine delle sanzioni e una nuova politica nei confronti della Russia», anche se finora a Bruxelles si è ben guardato dal sollevare la questione. Una politica estera filo-russa che risale al 2014, quando la Lega, su suo impulso, decise di abbandonare il progetto secessionistico e avvicinarsi all’estrema destra europea. Su consiglio di Marine Le Pen, Salvini iniziò a tessere le lodi del regime putiniano e si schierò apertamente a favore della annessione della Crimea alla Russia. In seguito Salvini ha assunto altre posizioni a dir poco discutibili come per esempio quella sulla soluzione del conflitto in Ucraina. Ancora recentemente, il capo della Lega, ha sostenuto la necessità della sua spartizione: la zona orientale dovrebbe essere annessa alla Russia mentre quella occidentale dovrebbe finire sotto il controllo dell’Europa. Una posizione colonialista diametralmente opposta a quella della reintegrazione del Donbass all’Ucraina come sottoscritto da Francia, Germania e dalla stessa Russia negli accordi di Minsk.
Molta acqua è passata sotto i ponti dal 2014, ma il debole di Salvini per Putin è rimasto intatto, una simpatia sembra ripagata da quest’ultimo che, si vocifera a Mosca, lo avrebbe aiutato a…

L’articolo di Yurii Colombo prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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Come ti smonto lo sceriffo Minniti

WALTER VELTRONI MARCO MINNITI ANGELO BECCIU GIANNI LETTA

Di solito, quando cominciamo a leggere un libro giallo, ci aspettiamo colpi di scena, rivelazioni impreviste, colpevoli scoperti all’ultima pagina. L’ultimo libro di Marco Minniti, invece, di giallo ha solo il color limone della copertina. Quanto al contenuto, le sorprese sono davvero poche, e l’esito finale più che ovvio: se fosse davvero un romanzo poliziesco, l’assassino sarebbe il prevedibilissimo maggiordomo.
«I populisti fanno finta di ascoltare», si legge nel retrocopertina, «ma tengono la gente incatenata alle proprie paure. La sinistra ascolta per liberare». Una presentazione invitante, che però non descrive affatto il contenuto del libro: nelle pagine di Sicurezza è libertà – questo il titolo del volumetto edito da Rizzoli – si trova solo un lungo elenco di luoghi comuni «populisti» (nel senso di Salvini e Di Maio). Di sinistra, qualunque cosa si voglia intendere con questa parola, c’è ben poco.
Così, ad esempio, l’ex inquilino del Viminale spiega che l’accoglienza «è una prerogativa di tutte le società aperte» e che tuttavia essa «ha un limite insuperabile nella capacità di integrazione» (il «tuttavia» non poteva mancare: un po’ come il «ma» dell’«io non ce l’ho con gli immigrati ma…»).
Per rendersi conto di quanto poco «di sinistra» sia un ragionamento del genere, basta applicarlo agli ospedali: proviamo a dire a voce alta che «la salute è un diritto, tuttavia questo diritto ha un limite nella capacità di accoglienza delle strutture sanitarie», e abbiamo un bell’esempio di legittimazione delle politiche neoliberali e antipopolari. Proprio con queste argomentazioni, in Italia, si sta smantellando la sanità pubblica e gratuita.
E ancora: dice l’ex Ministro che bisogna tener conto…

Sergio Bontempelli si occupa di immigrazione dagli anni Novanta. Coordina, con la cooperativa Gli Altri, gli sportelli comunali per migranti nell’area pistoiese, è membro di Adif (Associazione diritti e frontiere) e presidente di Africa insieme di Pisa. È autore, per i tipi di Edizioni Helicon, di Un rifugio precario. Breve storia del diritto d’asilo in Europa

 

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola 23 novembre 2018


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Alla riconquista dell’acqua pubblica

Alpine torrent waterfall with small lake

Più o meno 216mila cittadini della provincia di Brescia hanno partecipato il 18 novembre al referendum consultivo per la ripubblicizzazione del servizio idrico locale e il 97% di loro ha votato Sì. Non era previsto il quorum ma l’obiettivo dei promotori, almeno il 20%, è stato superato di tre punti. Un successo oscurato dai media nazionali (la Rai ha perfino ignorato l’arrivo a Brescia di Roberto Fico, la terza carica dello Stato) e bollato, dai due quotidiani locali, a tutta pagina e con lo stesso titolo: «Buco nell’acqua». Eppure per un referendum provinciale servivano 25 delibere di altrettanti comuni. Le delibere sono state 55, più di un quarto dei 205 comuni della provincia. Il referendum è stato dichiarato ammissibile a dicembre 2017 ma il Pd s’è messo di traverso accampando la scusa che non c’erano fondi e provando a forzare le tappe per l’affidamento diretto fino al 2045, poi per la messa a gara per un soggetto unico pensato apposta per A2A (per metà dei comuni di Milano e Brescia e per metà quotata in borsa), una delle quattro grandi multiutility a spartirsi il mercato italiano con Acea, Hera, Iren. Solo a luglio i promotori sono riusciti a strappare una data per la consultazione.
«Dobbiamo contestualizzare il risultato – spiega Mariano Mazzacani, referente di Acqua pubblica Brescia – in ragione delle condizioni in cui abbiamo lavorato». Con un budget di appena 8mila euro, i promotori sono riusciti a realizzare 105 incontri sul territorio, a volte in aperto contraddittorio con pezzi grossi del Pd, spesso scontrandosi con l’ostruzionismo di alcuni sindaci. Secondo i promotori, almeno il 30% dei cittadini non sapeva del referendum. La Lega, piuttosto forte, stavolta non aveva nemmeno un gazebo. E il Pd solo qualche comunicato stampa. «Ma una questione come la proroga del servizio idrico integrato fino al 2045 non può essere tenuta fuori dal confronto politico», continua Mazzacani. Ora la Provincia, con l’assemblea dei sindaci, dovrà ratificare il risultato. Chi avrà la delega dell’acqua?…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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Pro life al consultorio, obiettori in corsia: la pazienza delle donne sta per finire

I treni della negazione dei diritti delle donne hanno tutti i posti a sedere occupati, hanno i vagoni stracolmi di discriminazione, e la direzione di marcia la impartiscono le organizzazioni criminali antiabortiste. La Ue, dal canto suo, così apparentemente solerte nel mostrare attenzione alla salute degli europei tanto da emanare una direttiva che vieta la “pericolosissima” cottura della pizza margherita nel forno a legna, non ha mai emanato una direttiva che obblighi gli Stati membri ad assicurare la presenza di consultori, o di strutture similari, in misura sufficiente a consentire la tutela dei diritti sulla sessualità e sulla riproduzione. Nel settembre del 2013 il Parlamento europeo bocciò la Relazione sui diritti sessuali e riproduttivi presentata dalla parlamentare portoghese Estrela, grazie anche alla astensione dei parlamentari cattolici del Pd. La Risoluzione Estrela avrebbe consentito alle donne dell’Ue di poter contare su una tutela legislativa in tema di gravidanze indesiderate con accesso alla contraccezione e all’aborto sicuro e legale. Due anni dopo, nel 2015, è stato presentato dall’eurodeputato belga Tarabella, il Rapporto sull’eguaglianza tra donne e uomini, che è stato approvato. La Risoluzione Tarabella segna un passaggio importante perché ha qualificato formalmente l’aborto come un diritto, ma di fatto è stata neutralizzata dall’approvazione di un emendamento secondo il quale, in materie legate alla vita, al matrimonio e alla famiglia in generale, la competenza legislativa rimane nella autonomia degli Stati. L’interruzione di gravidanza in Italia, regolamentata dalla legge 194/78, trovava una precedente cornice attuativa nella legge 405/75 istituiva dei consultori familiari. La Legge 194/78, nel regolamentare l’interruzione di gravidanza, richiamava espressamente la legge istitutiva dei consultori, affidando a queste strutture socio-assistenziali-sanitarie il compito di dare supporto alla procreazione consapevole e alla scelta della interruzione. Attorno ai consultori, da quel momento, si è concentrata la guerra repressiva contro l’autodeterminazione femminile, consentendo alle organizzazioni antiabortiste di infiltrarsi per condizionare le scelte, negando alle donne il riconoscimento della capacità di decidere del proprio corpo. È un dato acquisito quello secondo il quale il controllo sociale si ottiene con il controllo di tutti i processi che regolano i comportamenti umani, sia individuali che collettivi, e siccome la sessualità costituisce uno degli aspetti preminenti delle società umane, il controllo della sessualità femminile ha come risultante il controllo dell’intera società.
Tutte le società umane hanno codificato la vita sessuale, e le strutture di potere sono sempre passate attraverso il controllo della sessualità, femminile in prima istanza e maschile per conseguenza. La attuale recrudescenza delle spinte repressive contro la sessualità femminile, sono in effetti la conferma che il potere, politico ed economico, evidentemente non riesce poi così bene a controllare le masse, e vuole ripristinare un presunto ordine sociale attraverso quella che ritiene sia la modalità più consolidata, ovvero la negazione dei diritti femminili. Le associazioni antiabortiste cosiddette pro-vita che si infiltrano nei consultori, sono le stesse che, per intenderci provengono da quelle formazioni politiche che hanno legiferato il finanziamento di campi di concentramento per minori in territorio straniero, e che dichiarano, peraltro, di muoversi in adesione alle aspettative delle caste sacerdotali verso le quali si mostrano prone. Ma c’è un dato che, in prospettiva di contrasto, i fondamentalisti non hanno considerato, ovvero che quando si è raggiunta la consapevolezza di un diritto, non si è disposti a cederlo e che la repressione sessuale, attuata con la chiusura dei consultori o con la limitazione di quelli funzionanti, attuata anche con la complicità di donne malate di patriarcato, potrà essere un boomerang.

L’avvocato Carla Corsetti è segretaria nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo.

La riflessione di Carla Corsetti è tratta da Left in edicola dal 23 novembre 2018


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Se l’obiezione di coscienza diventa un femminicidio

ROME, ITALY - MAY 26: Women protest in a demonstration "Obiezione Respinta" organized by 'Non una di meno' movement to remember the 194 law against the abortion after 40 years, on May 26, 2018 in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

Sette medici sono stati rinviati a giudizio dal Tribunale per la morte di Valentina Milluzzo a Catania. Valentina nel settembre di due anni fa fu ricoverata presso l’Ospedale Cannizzaro alla 17esima settimana di una gravidanza gemellare con una dilatazione del collo dell’utero che aveva provocato la fuoriuscita del sacco amniotico. Non c’erano speranze di salvare i due feti, l’infezione da dilatazione uterina è praticamente certa in questi casi, ed è assolutamente necessario informare la donna e proporre un aborto terapeutico per prevenire una setticemia.

È una cosa difficile e dolorosa, sono figli desiderati, e spesso ci vuole qualche giorno perché la donna si renda conto di quello che sta succedendo. I feti o il feto sono “vivi”, non è facile né ovvio aiutare la donna a proteggere la propria vita con l’aborto terapeutico. È un lavoro che i ginecologi non obiettori (quelli che Bergoglio ha definito sicari) fanno tutti i giorni. Lo fanno anche alcuni obiettori, a dire il vero. Quelli che ritengono uno scandalo esporre le donne al rischio della vita per un embrione o un feto che non potrebbe sopravvivere comunque. E il tema, per quanto ci riesca difficile accettarlo, per quanto vogliamo mettere la testa sotto la sabbia (cosa che ovviamente gli struzzi non fanno, perché si muore soffocati) è proprio questo.

In Italia si sta facendo strada l’ideologia oltranzista cattolica estrema che la vita della madre vada messa a parità con il battito cardiaco di un embrione o di un feto non in grado di sopravvivere. Finché c’è il battito non si può fare niente. La donna deve avere dei valori ematici alterati che indichino l’imminenza della gravità e del rischio di morte per ottenere un aborto terapeutico. Ho visto medici obiettori…

 

Elisabetta Canitano,  ginecologa presso la Asl Roma D, è stata da poco eletta nel Coordinamento nazionale di Potere al popolo. È presidente dell’associazione Vita di donna

L’articolo di Elisabetta Canitano prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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Se il “buonismo” diventa una “smania”

Si sta parlando molto in queste ore (giustamente) dell’editoriale di ieri di Massimo Gramellini per il Corriere della Sera. Nel suo caffè mattutino (evidentemente indigesto a molti) il giornalista (con il solito stucchevole paternalismo dei benpensanti che riescono a proferire cretinate facendoti credere che siano lezioni di vita) ci tiene a farci sapere la sua sulla cooperante italiana rapita in Kenya, Silvia Romano.

Scrive Gramellini:

«Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto».

Nell’attacco, in poche righe, Gramellini riesce a imborghesire e rendere edibile la cloaca che in questi giorni è stata rovesciata addosso alla giovane italiana: c’è la smania d’altruismo (che altro non è che il buonismo radical chic camuffato con un lessico più composto e imborghesito per di più descritto come facile per i ventenni, colpevoli di essere entusiasti e sognatori), c’è il prima gli italiani (nascosto maluccio nella pietistica immagine della mensa della Caritas usata come sciabola), c’è il se l’è andata a cercare (che è tutto nell’immagine della foresta nera, quando invece avrebbe potuto restare a casa sua) e lo spauracchio del riscatto per alimentare un po’ di risentimento generalizzato.

Ma il tema, attenzione, non è il pezzo di Gramellini (che preso dalle sue smanie di giornalismo ha poi chiarito di leggersi tutto il pezzo e non solo l’attacco, esattamente la parte in cui ci spiega che, passata la paura se tutto finirà per il meglio, Silvia Romano meriti una bella ramanzina e in cui scrive che sono schifosi gli attacchi che sta subendo dagli odiatori seriali) quanto il rischio, concreto, di interiorizzare la ferocia generalizzata senza smontarla come meriterebbe. Continuiamo a essere il Paese in cui Enzo Baldoni era solo un riccone che cercava vacanze adrenaliniche, quello in cui Greta e Vanessa erano due ragazze che si sono sollazzate con i loro sequestratori, quello in cui la solidarietà è un vezzo da buonisti. E nessuno che dica forte e chiaro che la bile contro Silvia Romano dimostra plasticamente come il problema non sia nemmeno aiutarli a casa loro ma rivendicare il diritto di farsi ognuno i fatti propri. Così il Paese si riempie di persone che in nome dell’emergenza decidono di occuparsi di spazi sempre più stretti: persone che sono tranquille perché la propria città è tranquilla e a culo tutto il resto, gente a cui basta che sia tranquillo il quartiere, persone che curano la salubrità al massimo del proprio pianerottolo nel condominio, persone che curano la sopravvivenza delle proprie cose. Diritto all’egoismo che chiamano sovranismo. E che ieri si sono sentite protette anche dall’editoriale di Gramellini (che mica per niente è stato rilanciato a gran voce dalla Santanché e dallo spin doctor di Salvini, solo per fare due esempi).

In tempo di ferocia l’ecologia (anche) delle parole è una responsabilità. Ancora di più.

Buon venerdì.