Home Blog Pagina 689

No, non fu l’epilessia a uccidere Stefano Cucchi. Il processo continua, verso la verità

Non fu l’epilessia ad ammazzare Cucchi. «Non ci sono elementi per suffragare l’ipotesi», ha spiegato in aula professor Federico Vigevano, il neuropsichiatra a cui il pm ha affidato una consulenza tecnica. L’ennesima udienza del processo a cinque carabinieri, tre dei quali per omicidio preterintenzionale, non è stata clamorosa come quelle che l’hanno preceduta: medici, neurologici, psichiatri e anche due parenti sono stati chiamati a testimoniare sulle condizioni di salute prima dell’arresto. «Cucchi non aveva epilessia attiva in quel periodo – ha detto il prof. Vigevano – dagli atti consultati non ci sono elementi per suffragare l’ipotesi di epilessia quale causa della morte». Certo è che emerge l’esistenza di un «disturbo post-traumatico da stress durante la degenza in ospedale» e comunque emerge anche «un atteggiamento di chiusura del paziente sul piano psicologico, atteggiamento che rientra nei sintomi dei disturbi post-traumatici». Da ricordare che i periti ai quali, nel corso dell’incidente probatorio, in fase d’indagine di questo procedimento, il gip affidò un accertamento tecnico, conclusero per la non certezza sulla causa della morte di Cucchi. Per loro si trattò di una morte improvvisa e inaspettata, con la supposizione di due ipotesi: causata da epilessia, o correlata a trauma. La prima ipotesi, a loro avviso, era dotata di maggiore forza e attendibilità nei confronti della seconda.

Pochi giorni prima del suo arresto, però, Stefano Cucchi stava bene. A raccontarlo è stata oggi in aula la cugina Viviana, che insieme con alcuni familiari incontrò il giovane a cena a inizio ottobre 2009: «Fu lui ad organizzare una cena in un ristorante sull’Appia andammo a mangiare una pizza. Ricordo che stava bene, si muoveva normalmente, mangiò molto con appetito». La ragazza ha ricordato anche che il mese precedente, Stefano andò a casa sua; «era un po’ giù di morale, aveva avuto problemi di tossicodipendenza e sapevamo che si stata riattivando. La sua difficoltà era perché non era facile; aveva scarsa autostima e cercai di tirarlo un po’ su. Ci raccontò che faceva sport, che gli piaceva. La sua forma fisica era normale, buona». Anche l’ex cognato Luca: «Negli ultimi mesi della sua vita, a parte il fatto che era magro, mi sembrava in normali condizioni fisiche. Mi raccontava che faceva pugilato, che si allenava tanto. Era per lui un modo per riprendere la vita, rispetto a un pregresso per la tossicodipendenza. Lui di costituzione è sempre stato molto magro; voleva combattere». L’ultimo loro incontro, il primo ottobre 2009. «Aveva organizzato una festa in un ristorante con i parenti più stretti. Quella sera non notai alcun segno particolare, a parte la magrezza. Camminava normalmente».

Insomma, era certamente magro ma stava bene. Ecco il quadro che esce dall’udienza. Dopo l’estate 2009, al ritorno in palestra, «Stefano lo vidi dimagrito, pesava poco oltre i 40 chilogrammi, secondo me non era idoneo per fare uno sport da combattimento, per allenarsi con me», ha testimoniato Salvatore Palmisano, chef e istruttore di palestra. «Gli consigliai di fare un periodo di sala pesi per recuperare un po’ di forma fisica – ha aggiunto – che io mi ricordi, comunque Stefano non manifestò mai difficoltà negli allenamenti. A volte ero io a frenarlo perché lui si allenava con grande foga; aveva molta voglia di allenarsi. E vedendolo, io non pensavo avesse problemi; si allenava con una tale foga!». Anche il proprietario della stessa palestra frequentata da Cucchi ha confermato che l’ultima volta che lo vide «magro, ma stava bene. Lui frequentava gli allenamenti con passione e costanza». Ha comunque ricordato che una volta chiamò il medico di famiglia del giovane, manifestando perplessità sullo stato di salute. «Mi disse che il certificato di sana e robusta costituzione che aveva rilasciato era valido e che poteva fare palestra». E così fu, la strisciata del suo badge testimonia che ci andò anche l’ultima sera, poche ore prima di incontrare quelli che, secondo l’accusa, sarebbero stati i suoi carnefici.

«Consulenti di neurologia e psichiatria, il cognato, la cugina e anche l’allenatore, l’usciere del Comune di Frascati e una compagna di palestra, tutti confermano che non si può morire di epilessia – commenta l’attivista di Acad che ha seguito anche questa udienza – che la tossicodipendenza non ha interazioni con essa. Le ultime persone che lo hanno visto quel giorno dicono che era magro ma che stava bene e soprattutto camminava spedito e non avevo nessun segno in faccia. Eppure la difesa dei carabinieri imputati continua a insistere sul fatto che era solo un denutrito, tossico, epilettico».

Intanto è stato ufficialmente sospeso il procedimento disciplinare di destituzione del carabiniere Francesco Tedesco, che, con la sua denuncia, ha fatto luce sul pestaggio che avrebbe subito Cucchi. La circostanza è emersa in udienza con una richiesta di acquisizione di documenti fatta dall’avvocato Eugenio Pini, difensore di Tedesco. La Corte allo stato non ha acquisito la documentazione, ritenendo la stessa potrà eventualmente transitare nel fascicolo processuale dopo l’esame dell’imputato. Nelle carte si ricostruisce l’iter di un procedimento disciplinare cui è da tempo sottoposto il carabiniere-imputato per la morte di Cucchi. Si parte con la nota di avvio dell’inchiesta disciplinare, e si continua con una serie di memorie, col primo diniego della richiesta di sospensione della destituzione, con la copia di un ricorso al Tar, fino all’accoglimento della nuova richiesta di sospensione del provvedimento di destituzione. L’avvio del procedimento disciplinare è stato motivato dall’Arma col ritenere il comportamento del vicebrigadiere Tedesco «contrario ai principi di moralità e di rettitudine proprio del giuramento prestato, del grado rivestito, nonché dello status di militare in generale e di appartenente all’Arma dei carabinieri in particolare» ma anche «lesivo dell’immagine dell’Istituzione».

Nelle successive memorie proposte nel tempo, il militare nega con forza tutti i fatti-reato contestatigli, contestando anche la ricostruzione fatta della vicenda. Segue il testo di un ricorso al Tar Puglia, proposto per contestare il no alla richiesta di sospensione dell’inchiesta disciplinare. Ultimo documento – quello ritenuto più importante – è il provvedimento di sospensione del procedimento disciplinare che ha fatto seguito proprio al ricorso al Tar proposto. Il Comando generale dell’Arma, considerato che Tedesco risulta imputato e che la procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine successivo alle sue dichiarazioni accusatorie, prende atto «dell’indeterminatezza conseguente alla mancanza di elementi conosciutivi per definire con margini di sufficiente certezza la posizione disciplinare del militare e del concreto rischio di assumere decisioni che potrebbero rivelarsi in netto stridore con quanto sarà poi eventualmente statuito dal giudice penale», e «considerato la particolare complessità dell’accertamento relativo al fatto addebitato», determina «la sospensione dei termini del procedimento» disciplinare «fino alla data in cui l’Amministrazione avrà avuto conoscenza integrale della sentenza irrevocabile che conclude il procedimento penale». «Il Comando Generale, appresi i fatti – ha detto ancora Pini – ha convenuto che la vicenda nella quale il vice Brigadiere, suo malgrado, è rimasto coinvolto è oltremodo complessa e, pertanto, è doveroso, oltre che opportuno, un preventivo accertamento definitivo ed irrevocabile da parte dell’Autorità Giudiziaria».

Ecco Vlad, il vademecum legale (e gratuito) per difendersi dagli abusi in divisa

«Vlad è on line da pochi minuti!», esclama Riccardo Bucci, che Left ha conosciuto seguendo le udienze del processo per l’omicidio di Stefano Cucchi. Bucci è un legale, uno dei giovani avvocati di AlterEgo-Fabbrica dei diritti, associazione nata tra le macerie del terremoto del Centro Italia, «per informare chiunque dei propri diritti, gratuitamente, perché la conoscenza della legge deve essere il primo diritto, e per denunciare gli abusi nelle situazioni di emergenza. Legge, giustizia e umanità dovrebbero coesistere». Da allora i legali hanno incontrato gli attivisti di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, con cui hanno compilato Vlad: «Vademecum Contro gli Abusi in Divisa», scandisce Bucci, curatore, assieme a Rossella Scarponi di Acad di questo strumento scaricabile gratuitamente qui (anche in pdf per averlo sempre sul cellulare). «Si tenta così di ricostruire le normative da cui gli abusi traggono origine e si alimentano, e di spiegare, nel contempo, i diritti di cui ciascun cittadino è titolare davanti alle forze dell’ordine, raccontando infine storie di ordinaria repressione», prosegue il legale romano.

Vlad, che ha “debuttato” in pubblico in uno spazio occupato nel quartiere romano di San Lorenzo, l’ex Cinema Palazzo, è dunque un lungo viaggio all’interno del quale si tenta di approfondire le pratiche e le leggi ingiuste che, negli ultimi decenni, hanno segnato una deriva securitaria nel nostro Paese. È uno strumento work in progress, il primo aggiornamento è stato proprio determinato in queste ore dal decreto Salvini che, oltre all’indecente sottrazione di diritti verso le persone migranti, rende più angusto lo spazio per l’agibilità politica dei movimenti per il diritto all’abitare e del conflitto sociale più in generale.

«Gli abusi, in questo senso – continua Bucci – assumono le vesti della “divisa del legislatore” che, attraverso provvedimenti aspramente razzisti e repressivi, ha deformato il nostro Stato di Diritto, creando sacche di soggetti destinatari di una “giustizia minore”. Proprio queste categorie, diventano oggetto di un diritto penale-amministrativo del nemico: senzatetto, accattoni, prostitute, spacciatori, venditori ambulanti, parcheggiatori abusi ma anche attivisti e militanti diventano elementi di disturbo di un “decoro” divenuto valore fondante di una società incattivita, di cui la conversione in legge del Decreto Sicurezza “Salvini” di ieri è l’ultimo tassello. Nello spazio delle nostre città si gioca quotidianamente una lotta contro i soggetti poveri o ribelli, con abusi messi in campo dalla “divisa di sindaco-sceriffo” cui si attribuiscono poteri inediti per la tutela della sicurezza urbana».

In questo quadro di criminalizzazione, potenziamento dei poteri punitivi e di uno smantellamento progressivo dei diritti e delle garanzie costituzionali, «trova terreno fertile l’abuso in divisa delle “forze dell’ordine” – dice Bucci – conseguenza di un assetto normativo che lascia spesso ampia discrezionalità ai tutori dell’ordine, non ponendo in essere quelle minime forme di tutela (si vedano i numeri identificativi sulle divise degli agenti o  un reato di tortura degno di questo nome) che porterebbero quantomeno ad una maggiore tutela del cittadino dinanzi a chi detiene, per lo Stato, il monopolio della forza».

«Quando abbiamo fondato Acad – spiega anche Rossella Scarponi – avevamo un’urgenza, quella di trovare strumenti, da mettere a disposizione di tutte e tutti, perché non avvenissero più storie come quelle che ci siamo trovati a condividere con le vittime di abusi di polizia e con i loro familiari. Così è nato il numero verde (da utilizzare solo per le emergenze in corso!), così sono venute le altre campagne. Fino a Vlad, appunto. Il vademecum legale è, nella memoria delle nostre lotte, uno strumento storico di consapevolezza, condivisione e salvaguardia. La mancanza di conoscenza ci rende inconsapevoli di fronte al potere, ci subordina e ci impedisce qualsiasi rimostranza».

Vlad, con un linguaggio più semplice possibile prova a ricostruire la normativa che riguarda identificazioni, perquisizioni, misure preventive e cautelari, «evidenziando – aggiunge Bucci – per ciascuno di questi istituti i diritti di cui ciascuno è titolare, i presupposti di applicazione, i limiti che le forze dell’ordine non possono mai superare. Ma all’interno del Vademecum trova spazio anche lo studio delle forme di auto-organizzazione. Perché tra gli strumenti di lotta oltre alla conoscenza dei nostri diritti deve trovar posto la conoscenza delle strutture che possiamo costruire e per mezzo delle quali possiamo difenderci sia da un punto di vista organizzativo (collettivi, associazioni e cooperative) sia da un punto di vista della comunicazione della lotta (social-media e giornalismo). Infine, tentiamo di analizzare alcune delle attività di movimento: cortei e presidi, iniziative pubbliche, occupazioni, le lotte territoriali legate alla terra, alla montagna e al mare, fino ad analizzare lo stadio, il luogo di principale sperimentazione della “cura repressiva”».

Le donne due volte vittime: della violenza e dell’emarginazione. I dati di una ricerca sulle periferie

Proseguono i traslochi degli abitanti di Scampia verso nuovi alloggi, Napoli, 11 Novembre 2016. Il passaggio nelle nuove case avverrà a gruppi di 6-7 nuclei familiari, un calendario di 19 giorni, che prevede l' assegnazione dei primi 115 appartamenti. ANSA/CESARE ABBATE

Doppiamente svantaggiate. Perché donne e perché residenti in aree socialmente degradate dove i servizi sono carenti e gli effetti duraturi della cultura patriarcale e della violenza pesano più che altrove. Se, infatti, la violenza contro le donne è trasversale alle classi sociali e al livello di istruzione, le donne che vivono in contesti socio-economici svantaggiati, spesso, non possiedono le risorse (soprattutto economiche) per fuoriuscire da condizioni violente. Talvolta sono prive, anche, di quelle culturali per riconoscerla, soprattutto quando (non) si manifesta nelle forme meno esplicite.

Anche perché, dai dati elaborati nella ricerca Voci di donne dalle periferie, condotta da Ipsos e curata da We World, emerge che la quotidianità della maggior parte delle intervistate – abitanti a San Basilio a Roma, a Scampia a Napoli, a Borgo Vecchio a Palermo e a Milano Nord – è caratterizzata da un elevato grado di isolamento sociale, fatta di accudimento dei figli, di spesa alimentare, di cura dei mariti e di pulizie domestiche. Attività totalizzanti che limitano la loro vita di relazione alla cerchia familiare e al quartiere in cui risiedono.
«Un elemento comune a molte donne, infatti, è l’identificazione quasi completa nel ruolo di mogli e madri, accompagnato da una sorta di annullamento di sé (…) trascurando il proprio benessere psicofisico», si legge nelle pagine della ricerca.

Una abnegazione che le respinge anche ai margini del mercato lavorativo: i due terzi delle donne intervistate non hanno mai lavorato per l’impossibilità di conciliare la cura dei figli con una professione. Non solo, il 45 per cento di loro ha rinunciato a lavorare per il controllo del marito sulle scelte lavorative. Una condizione, dice la ricerca, che «è l’anticamera di altre forme di violenza più esplicita». Alcune molto lontane dalla consapevolezza che «il lavoro non è solo un impegno che porta a trascurare i figli e l’andamento domestico (e che, invece) sia uno strumento di realizzazione personale»: le loro storie raccontano di un vissuto condizionato da una cultura fortemente discriminatoria nei confronti delle donne (che ne ha impedito anche l’accesso all’istruzione) che le ha rese spettatrici di una rigida divisione dei ruoli, riconosciuta, dalla maggior parte di loro, “come la normalità”. Prese dagli aspetti materiali, relativi all’accudimento, trascurano quelli profondi, accettando con passività e fatalismo, questioni rilevanti: d’altronde, fare i conti con un contesto culturale permeato da una mentalità basata su una forte asimmetria di potere tra uomini e donne, risulta difficilissimo, soprattutto quando entra nel rapporto di coppia, costringendole a mettersi in gioco senza la capacità di sfruttare le risorse che possiedono ma che non sanno di avere.

Cosicché, rileva la ricerca, la modalità di relazione prevalente è quella dell’aggressività e della violenza: su trentasette donne intervistate, ben diciotto hanno dichiarato di aver vissuto una qualche forma di violenza a opera dei mariti ma la diffusione della violenza domestica all’interno del proprio quartiere è percepita come contenuta. Spesso perché i campanelli d’allarme non vengono riconosciuti, altre volte per episodi taciuti: «Io non dissi niente a mia mamma, non so perché non glielo dissi, forse perché mi minacciava talmente tanto dicendo che avrebbe fatto del male a loro e a mia figlia che tendevo sempre di più a omettere certe cose. Perché, poi, lui davanti era molto carino con loro, faceva passare me come matta che in gravidanza non stava bene, che c’aveva i cambiamenti di umore… li aveva quasi un po’ plasmati, manipolati. Vedevo che nessuno era dalla mia parte e io ero sola», racconta Giulia di Roma, ventisette anni, separata, con una figlia. La presenza dei figli è, il più delle volte, la molla per trovare il coraggio di denunciare. E, spesso, di ricominciare.

Ma la condizione delle donne delle periferie italiane, denuncia la ricerca, risiede, oltre che nella mancanza di riferimenti affettivi soldi che facilita l’interiorizzazione di modelli disgregati, anche in alcune carenze strutturali del sistema: la scuola ha un’enorme responsabilità «perché non è in grado di educare al bello, quel bello che ti fa andare oltre, (che) dovrebbe far andare oltre alle difficoltà e che, forse, ti permette di appropriarti di una parte della tua personalità che manco conosci»; e nell’assenza di cura per la crescita culturale degli individui da parte delle istituzioni e degli amministratori. Così, l’azione del governo, d’accordo con le Regioni e l’Anci, che si appresta a mettere a bando un miliardo e seicento milioni di euro per progetti comunali di riqualificazione delle periferie (e per la loro sicurezza, che nelle iniziative dell’esecutivo pentastellato è la parola d’ordine) risulterà vana se non sarà integrata da attività di senso sociale. Come a dire che ogni intervento infrastrutturale che non sia accompagnato da investimenti di natura sociale non sarà in grado di liberare le energie inespresse delle periferie.

Il giornalismo delle virgolette

epa07181831 German Chancellor Angela Merkel speaks during a symposium on 'Parliamentarism between Globalization and National Sovereignty' at the Academy of the Konrad Adenauer Foundation in Berlin, Germany, 21 November 2018. Merkel and former President of the German Bundestag Norbert Lammert (not pictured) attend to discuss on the international tension of globalization, extremism and populism among others. EPA/HAYOUNG JEON

Nell’ingessato dibattito della perdita di credibilità della stampa (perché appare evidente che l’autorevolezza della stampa sia pressoché ai minimi storici, difenderne la libertà non significa attribuirle per forza una qualità generalizzata) sembra interessare a pochi lo sconsiderato uso delle virgolette che dovrebbero certificare una dichiarazione testuale e invece sono diventate cartellonista pubblicitaria per trasformare i titoli in strilli. Sia chiaro: da queste parti si difende il sacrosanto diritto di osare il giornalismo per scrivere fatti opinioni al contrario di una certa vulgata che vorrebbe gli organi d’informazione come meri bollettini cronachisti (del resto questo stesso buongiorno è spesso un’opinione) ma la differenza tra una frase riportata (e quindi così effettivamente pronunciata e quindi un fatto) e una frase attribuita è sostanziale. C’è di mezzo la credibilità, appunto.

Così fa specie che la Germania debba ufficialmente intervenire per smentire la frase riportata nell’editoriale di Federico Rampini per Repubblica in cui scrive che la Merkel avrebbe detto (attenzione: messo tra virgolette): “Non possiamo accettare che l’Italia calpesti le regole comuni, dovremo trattarla come abbiamo fatto con la Polonia sullo stato di diritto”. Una frase che, se ci pensate, avrebbe dovuto essere in apertura di tutti i telegiornali per brutalità dei modi e gravità dei contenuti. E invece niente. Perché, semplicemente, era falsa, come ha specificato il portavoce della Merkel. Però se ci pensate è una frase perfetta per alimentare l’immagine della Germania che calpesta gli stati membri della Ue e per concimare l’aria generale.

Nel giornalismo fatto per bene è il giornalista a chiedere all’intervistato il permesso di virgolettare una frase, ripetendola letteralmente. Come scrive Matteo Bordone (che invece sulle virgolette da tempo conduce una battaglia per l’ecologia giornalistica): “Le dichiarazioni, siano essere raccolte a caldo dopo l’esplosione di una palazzina per una fuga di gas, o pronunciate sul divano da uno scrittore intervistato a casa propria con un gatto in braccio, devono essere riportate fedelmente. È una tutela per tutti: giornalista, intervistato e lettore. […] L’assenza dell’obbligo di rispettare le virgolette ha un effetto – o viceversa: uovo e gallina – sul sistema della stampa e della politica nel nostro Paese. Sui nostri quotidiani pullulano le voci, gli avrebbe detto, i “riferiscono da ambienti vicini al segretario”. Tutte queste cosiddette indiscrezioni costituiscono una porzione importante di quella decina di pagine di politica interna contenuta nei nostri quotidiani ogni giorno. Potrebbero esistere senza i virgolettati, ma ne sono piene”.

Perché se pretendiamo serietà dovremmo sentire l’obbligo di essere tutti un po’ più seri, finendola con la spocchia di sentirci corpi estranei di un mondo che descriviamo in continuo declino. Dovremmo cominciare a pesare i pensieri, le parole, le azioni, le nostre relazioni, chiedere scusa, ammettere gli errori, fare la nostra parte, responsabilizzarci nei minimi gesti, cominciando dai dettagli che abbiamo sempre considerato innocui, anche le virgolette.

Come diceva Jean Josipovici: «Se si vuole che un’unione resista, bisogna  averne cura giorno dopo giorno».

Buon mercoledì.

Chi sono davvero i “gilet gialli” che protestano in Francia

Demonstrators block the entrance to the motorway in Bayonne, southwestern France, Saturday, Nov.17, 2018. French interior ministry officials say that one protester has been killed and and more than 40 injured as demonstrators block roads around France to protest gas price increases. (ANSA/AP Photo/Bob Edme) [CopyrightNotice: Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.]

Mentre la polizia francese sta cercando di capire se a svaligiare Dior per mezzo milione di gioielli agli Champs-Elysees, sabato scorso, siano stati i manifestanti o dei ladri infiltrati, il ministro francese dell’Ambiente, Francois de Rugy, ha incontrato alcuni degli otto “messaggeri” dei gilet gialli su richiesta, pare, dello stesso Macron. Ma erano stati proprio gli otto “messaggeri” del movimento (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky), dopo una consultazione su Facebook, a richiedere un incontro in «tempi ragionevoli» all’Eliseo e al primo ministro Edouard Philippe, annunciando l’intenzione di proseguire con i blocchi stradali «fino al raggiungimento di una soluzione concreta». I gilet gialli reclamano un ritocco al ribasso delle tasse e la costituzione di «un’assemblea di cittadini» per dibattere dei temi relativi alla transizione ecologica.

Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire – riporta Bloomberg – ha detto che le vendite dei maggiori rivenditori hanno subito un calo del 35% nei giorni in cui i gilet gialli hanno bloccato le strade e i magazzini. Macron, di suo, prova ad metterci una pezza in nome di «un’ecologia popolare, una grande concertazione sulla transizione ecologica e sociale con la missione di costruire un nuovo modello economico, sociale e territoriale di cui abbiamo bisogno». Ed ha fissato «tre mesi per costruire soluzioni accettabili e accessibili a tutti». Macron ha poi accennato ai francesi – molti dei quali si riconoscono nel movimento dei gilet gialli, che l’Eliseo non ha mai citato con questo nome – che sono andati ad abitare nelle periferie e che vanno al lavoro in auto: «Li abbiamo condotti, meccanicamente e collettivamente, nella situazione in cui si trovano oggi. Tutti abbiamo la nostra parte di responsabilità. Ma la mia responsabilità è semplice: garantire l’accesso ad un’energia che sia sufficientemente poco costosa e pulita».

In realtà, l’inquilino dell’Eliseo ha soprattutto un gran bisogno di soldi, 500 milioni, per colmare il buco lasciato dall’abolizione della patrimoniale, la Isf, tassa sulle grandi ricchezze e la collera di queste settimane «è quella di persone che abitano in campagna o in montagna e che non possono fare a meno che utilizzare la macchina per le cose necessarie per vivere – spiega a Left, Laure Dresler, artigiana e insegnante di italiano a Rennes – l’aumento del carburante è un vero problema per loro anche perché spesso la gente che vive in campagna è più modesta di chi vive in città. Spesso è stata proprio espulsa dalla città per via dei meccanismi della speculazione. Poi con l’aumento del carburante, aumenta anche il riscaldamento a petrolio (aumento di 0,50 cent al litro, ndr). Il pretesto ufficiale è l’ecologia però tutti sanno che, con la soppressione dell’Isf, ci vuole denaro». Con gli attacchi al sistema ferroviario (Sncf), il governo conta di tagliare ancora oltre 11mila chilometri di linee ferroviarie e il trasporto ferroviario è stato largamente sacrificato a vantaggio di quello stradale. Parallelamente, la compagnia petrolifera Total è esentata da qualsiasi contributo fiscale e ha mano libera per proseguire con le esplorazioni per estrazioni.

Per settimane, governo e media hanno cercato di gettare discredito bollando i gilet gialli come movimento della “Francia della periferia”, dei “territori dimenticati”, considerandolo una sorta di jacquerie fatta di persone ignoranti, inconsapevoli dei mutamenti climatici. Ma tutti i giorni 17 milioni di francesi fanno i pendolari fuori dal loro comune di residenza, i due terzi dei lavoratori attivi; l’80% utilizza l’auto privata. Il problema della tassa supplementare, in un contesto in cui il livello ufficiale dell’inflazione è valso da pretesto per non aumentare i salari, riguarda quindi una larga maggioranza di salariati.

Per giustificare la sua tassa carburante, il governo ha evocato la necessità di combattere il surriscaldamento climatico e al contempo le emissioni di gas a effetto serra e di polveri sottili. Il portavoce del governo, Benjamin Grivaux, ha pensato di ottenere l’appoggio della sinistra ecologista denunciando «chi si fuma una sigaretta e chi usa il diesel». Ma ha mancato l’obiettivo.

«Perché le persone hanno questo sentimento di ingiustizia dovuta alle politiche fiscali di Macron? Perché ha aiutato prima di tutto i ricchi, non ha ancora fatto nulla per migliorare la tassazione delle grandi imprese che non pagano imposte da nessuna parte, e allo stesso tempo colpisce le persone normali», dice perfino il vicepresidente della Commissione Ue, l’olandese Frans Timmermans del Partij van de Arbeid, “socialdemocratico”, annunciando la sua candidatura alla presidenza della Commissione Ue come candidato unico del Pse che prova a scaricare l’Eliseo promettendo addirittura «di cominciare a tassare le grandi imprese, che in alcuni casi hanno più potere degli Stati membri. All’inizio Macron era progressista, ma ora la politica che sta portando avanti non credo che lo sia», ha aggiunto il politico olandese, avvertendo che in vista delle prossime elezioni europee «bisogna essere chiari: in Francia ci sarà da scegliere fra degli europeisti progressisti e degli europeisti non progressisti, cioè fra noi e Macron».

La fiducia dei consumatori francesi – come quella riposta dagli elettori in Macron (tutti i sondaggi lo danno a un livello di popolarità inferiore a quello di Hollande dopo un periodo di mandato pari al suo) – cala ai minimi da oltre tre anni e mezzo (dal febbraio 2015): a novembre l’indice Insee mensile è sceso a 92 punti da 95 del mese precedente, oltre le previsioni degli analisti che si attendevano un calo di un solo punto. I consumi francesi sono da giorni sotto pressione proprio per la protesta dei “gilet gialli”.

Intanto, nel quadro della legge di bilancio 2019, la maggioranza di destra del Senato ha approvato lo stop agli aumenti sul carburante, anche se questa non corrisponde a quella dall’Assemblea nazionale controllata dal partito presidenziale En Marche. Dopo gli scontri di sabato sugli Champs-Elysées, 47 dei 103 individui fermati sono processati per direttissima mentre 28 si sono visti prolungare il fermo. In consiglio dei ministri, Macron ha paragonato gli scontri perpetrati dai casseurs a «scene di guerra» ed ha insistito sulla necessità di una risposta «globale» al malessere manifestato da chi è sceso in strada pacificamente. Da parte sua, la leader del Rn, Marine Le Pen, ha chiesto ai gilet gialli di «non prendersela con i giornalisti» vittime, in questi ultimi giorni, di minacce e tentati attacchi, soprattutto a Tolosa. Ieri, il Syndicat national des journalistes (Snj) aveva già condannato il moltiplicarsi delle violenze contro i reporter «Attaccare i giornalisti significa voltare le spalle alla democrazia», ha avvertito l’organismo, chiedendo un incontro urgente con il ministro dell’Interno, Christophe Castaner.

Ma chi sono questi gilet gialli? Somigliano più ai francesi che hanno duramente contestato la loi travail e gli attacchi ai diritti dei ferrovieri, degli universitari e dei funzionari pubblici da parte di Macron, oppure sono emuli dei Forconi italiani, l’inquietante accozzaglia che fu una meteora politica a cavallo tra 2011 e 2012 e che ora prova a rialzare in Italia la testa copiando i gilet ai francesi?

Il 17 novembre, in tutte le regioni francesi, si sono avuti perlomeno 2.500 blocchi agli incroci stradali, ai caselli, con la partecipazione – stando alla polizia – di almeno 30mila manifestanti, riconoscibili dal colore dei giubbetti che indossano, quelli di sicurezza obbligatori nei veicoli. Per l’intera settimana successiva, numerosi blocchi si sono mantenuti intorno a città secondarie e in zona rurale. Lo scorso sabato 24 novembre sono riprese nuove iniziative: oltre centomila partecipanti, di cui 8mila almeno a Parigi lungo il viale degli Champs Elysées, con 1.600 blocchi registrati in varie regioni.

«Il movimento non è stato avviato da alcun partito o sindacato – spiega Léon Cremieux, sindacalista e militante Npa, Noveau parti anticapitaliste – si è esclusivamente costruito a partire da reti sociali, intorno al rifiuto di un nuovo aumento (Tassa sul carbone) dei carburanti, tramite la Ticpe (Tassa interna di consumo sui prodotti energetici), programmata a partire dal primo gennaio 2019». È un aumento di 6,5 centesimi per un litro di gasolio e 2,9 per un litro di benzina Sp 95% (senza piombo, a 95 ottani, ndr). Nel 2018 la tassa sul gasolio era già aumentata di 7,6 centesimi: su un litro di gasolio al prezzo di 1,45 euro lo Stato percepisce attualmente circa il 60% di tasse, vale a dire 85,4 centesimi. Il governo prevede per il 2019 e 2020 di aumentarlo di altri 6,5 centesimi ogni anno. È la percentuale di tassa sul gasolio più elevata in Europa, dopo l’Inghilterra e l’Italia. Ma, a differenza della maggior parte dei paesi d’Europa, in Francia l’impiego del gasolio è largamente maggioritario e costituisce l’80% del consumo di carburante. Il prezzo del gasolio è aumentato da un anno del 23%.

Una petizione on line contro questi aumenti ha raccolto in qualche giorno migliaia di firme a metà ottobre, poi più di 1 milione agli inizi di novembre. Da qui, centinaia di gruppi e video in rete contro la tassa sono stati visionati milioni di volte su Internet, uno di questi prodotto da un esponente locale del gruppo di estrema destra Debout la France (Francia in piedi, ndr). Un trasportatore ha lanciato un appello per il blocco del viale periferico di Parigi il 17 novembre e, da allora, la data del 17 è diventata quella scelta da tutti i gruppi per migliaia di iniziative locali di blocchi stradali, di spartitraffico, segnalati in un sito creato per l’occasione da due internauti “gilet gialli”.

«Questo movimento si è scontrato direttamente con il governo, ma anche con i responsabili sindacali e politici! – scrive Cremieux, in un intervento tradotto nello Stato spagnolo dalla rivista Viento Sur – Sorprendente il contrasto tra il suo estendersi fra gli strati popolari, l’ampia simpatia ottenuta soprattutto nelle fabbriche, l’appoggio massiccio della popolazione (il 70% del sostegno il giorno prima del 14 novembre) e la caricatura che se ne è fatta in tante cerchie di sinistra, denigrando l’intervento del sindacato degli autotrasporti e quello dell’estrema destra, nonostante l’insieme dei sindacati padronali degli autotrasportatori abbia condannato i blocchi e chiesto al governo di sgomberare gli sbarramenti; quanto all’estrema destra, è vero che Nicolas Dupont Aignan, dirigente del movimento Debout la France, si è spolmonato dalla metà d’ottobre pur di esibirsi nei media con il suo gilet giallo. Analogamente, Il rassemblement di Marine Le Pen ha espresso il suo appoggio, pur sconfessando i blocchi stradali. La maggior parte degli organizzatori dei gilet gialli ci hanno tenuto esplicitamente a segnalare la loro distanza da quell’ingombrante sostegno».

Anche repubblicani e socialisti hanno espresso la loro cauta simpatia. Se, invece, alcuni responsabili di France insoumise come J.L. Mélenchon o François Ruffin, ed anche Olivier Besancenot (Nuovo partito anticapitalista) in vari interventi televisivi hanno tenuto a segnalare il loro sostegno al movimento, tutti i vertici delle principali organizzazioni sindacali (al contrario di molti militanti e strutture di base), non solo la Cfdt e Fo ma anche la Cgt e Solidaires, si sono rifiutati di appoggiare le manifestazioni, insistendo sulle manipolazioni dell’estrema destra e del padronato dei trasporti.

«I gilet gialli polarizzano un’esasperazione popolare dall’evidente carattere di classe, per quanto riguarda il potere d’acquisto, i salari e le pensioni – prosegue il sindacalista – mentre si fanno regali ai ricchi, ai capitalisti. Anche gli screditati partiti politici che hanno di volta in volta gestito il Paese sono responsabili della presente situazione sociale. Macron ne aveva approfittato per farsi eleggere ed oggi ne subisce l’effetto boomerang».

Grazie alle riforme fiscali del governo (soppressione dell’Isf [Imposta di solidarietà sul patrimonio], Flat tax sui redditi da capitale) l’1% dei più ricchi vedrà balzare in alto il proprio reddito del 6% nel 2019, lo 0,4% dei più ricchi si vedrà aumentare il potere d’acquisto di 28.300 euro, lo 0,1% di 86.290 euro. Nel frattempo, il 20% dei meno ricchi vedrà diminuire il proprio reddito, oltre alla mancanza di prestazioni sociali, la riforma dell’assegnazione di alloggi, il calo delle pensioni, mentre aumentano i prezzi.

Per ora il movimento operaio organizzato, dunque, è tagliato fuori e, come sostengono alcuni responsabili di Attac e di Copernic in una tribune di Le Monde, è il risultato dei fallimenti cumulativi dei movimenti sociali di questi ultimi anni. La volontà di fare blocchi, di azioni dirette, deriva anche dal rifiuto delle forme tradizionali, ma si colloca sulla linea di prolungamento degli interventi di blocco fatti negli ultimi anni dai settori sociali combattivi. «Non si vincerà questa diffidenza né la strumentalizzazione dell’estrema destra, né il rischio di antifiscalismo, praticando la politica della “sedia vuota” o colpevolizzando i manifestanti. Si tratta, viceversa, di darsi gli strumenti per pesare al suo interno e di vincere la battaglia culturale e politica dall’interno del movimento stesso contro l’estrema destra e le forze padronali che vogliono assoggettarlo».

Dalle strutture periferiche dei sindacati sono partiti diversi appelli unitari che hanno avanzato una piattaforma rivendicativa per aumenti salariali, contro la fiscalità indiretta che colpisce la classi popolari e per la tassazione progressiva dei redditi. Nelle reti militanti tutti i resoconti confermano la realtà popolare di questo movimento e la buona accoglienza e soprattutto l’accordo con rivendicazioni miranti alla reintroduzione dell’Isf e alla cessazione dei regali fiscali ai più ricchi.

Forte con i deboli. La guerra di Salvini contro poveri e migranti

ROME, ITALY - SEPTEMBER 07: Migrants evacuated by the police leave the building,on September 7, 2018 in Rome, Italy. Police evacuate the privately-owned building in Via Raffaele Costi, in the Tor Cervara district of Rome. It has been illegally occupied by 250 people mainly from Africa and some from Romania. The occupied building is the first to be evacuated in Rome after the Minister of the Interior, Matteo Salvini, sent a circular to the prefects asking for a census of all the illegal occupants of the buildings and ordering the subsequent eviction. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images,)

Vicenza: taglio dei posti letto in un centro di accoglienza, i migranti salgono sui tetti per protesta. Centri di accoglienza in cui gli operatori sono (in tutta Italia) già in agitazione. Non solo per i tagli che si preparano ma in quanto, nel silenzio agostano, una circolare ministeriale ha fatto divenire effettiva la loro trasformazione in pubblici ufficiali, ovvero in coloro che dovranno comunicare agli ospiti i dinieghi per asilo e altre forme di protezione e accompagnarli all’uscita dal sistema di accoglienza. Lodi, il Comune decide che per i bambini non comunitari che vogliono usufruire di mensa e scuolabus (ancora contro i bambini) occorrono tre certificati da parte delle autorità del Paese di origine in cui si attesti che non hanno beni di proprietà. Per gli italiani è sufficiente l’Isee, col risultato che su 259 bambini stranieri in 255 debbono pagare perché le ambasciate non hanno prodotto documentazione. Si è attivato un circuito di solidarietà nazionale per aiutarli, ma per il resto nulla. Roma: quattro attivisti sono stati tratti in arresto perché tentavano di impedire lo sfratto di una anziana signora. Processo per direttissima dopo un immotivato fermo in questura. Pisa, il sindaco propone che per aver accesso alle graduatorie per l’emergenza abitativa diventi necessario aver vissuto ininterrottamente per almeno cinque anni nella città. Allora un pisano che se ne è andato per lavoro, per ironia della sorte, a Livorno, per qualche mese, perde il diritto? Quelli citati, sono solo alcuni esempi di come, prima ancora che le ottanta pagine del decreto Salvini su immigrazione e sicurezza entrino in vigore – mentre scriviamo il testo è sotto esame del presidente della Repubblica -, sembra quasi che Comuni, questure e prefetture agiscano come se l’imprimatur della paura impresso con queste misure fosse già legge dello Stato. Forse perché il Consiglio dei ministri lo ha votato all’unanimità (se ne ricordi chi vede nel M5s un argine), o perché il clima permette di intervenire sfruttando già le disposizioni messe in atto dai precedenti governi. Il testo verrà ancora modificato, contiene numerosi elementi che contrastano non solo il dettato costituzionale ma numerosi trattati a cui l’Italia è vincolata che, se applicati, aprirebbero le porte ad ulteriori procedure di infrazione da parte della Corte europea per i diritti umani da cui già siamo considerati in difetto. Sarà difficile che passi l’idea di poter revocare la cittadinanza ad un cittadino straniero se “indagato” o se condannato in primo grado e sarà complicato togliere in maniera indiscriminata ogni forma di tutela, compresa la protezione umanitaria, in assenza di una legge organica sull’asilo. Salvini qualche rospo dovrà mandarlo giù ma la natura organica del testo uscirà inalterata e probabilmente diventerà a breve legge. Già nel titolo, la proposta è platealmente disonesta per numerose ragioni. Si propone di affrontare una inesistente e “urgente” (anche sull’utilizzo esasperato dei decreti legge per ragioni di necessità e urgenza ci sarebbe da ragionare a lungo) serie di emergenze. Quella dell’“utilizzo troppo facile della protezione internazionale”? Sono i numeri a dire che si tratta di una cifra limitata di persone la cui unica reale responsabilità è legata al fatto che non esistono canali di ingresso regolari in Europa per potervi accedere senza la trafila della richiesta di asilo. Quella dell’immigrazione? In calo in tutta Europa e che, utilizzando gli stessi dati del ministero, non sembra costituire alcun allarme sociale rilevante. E leggendo la prima parte il comune cittadino, ormai ottenebrato dalla logica della caccia all’immigrato come soluzione dei propri problemi di assenza di prospettive, potrebbe reagire positivamente pensando che finalmente ha a che fare con un governo che difende i suoi interessi. Ora al di là del fatto che le tematiche inerenti l’immigrazione vengono affrontate, in base al testo, con strumenti repressivi e proibizionisti vecchi, inefficaci e che in venti anni si sono rivelati fallimentari quanto costosi e utili ad ingrassare alcune lobby dell’accoglienza e della detenzione (dai rimpatri spesso ineseguibili ai Cpr, ex Cie in cui restare per 180 giorni, alla distruzione dei pochi progetti che hanno prodotto risultati positivi come gli Sprar in funzione della realizzazione di mega centri in cui rinchiudere anche chi è in attesa della risposta alla domanda di asilo), bisognerebbe leggere per intero il testo per capire cosa vorrebbe veramente cambiare in ciò che resta dello Stato di diritto. Contiene norme che infatti si adattano a poter reprimere qualsiasi forma di conflitto sociale. C’è emergenza abitativa? Condanna fino a quattro anni per chi occupa uno stabile (varrà anche per CasaPound?) e velocizzazione degli sgomberi. Ci sono forme di marginalità crescenti dovute all’impoverimento? Pistole taser (elettriche) anche alle polizie municipali, Daspo estendibili a una quantità infinita di comportamenti illeciti, condanne anche a chi attua un blocco stradale per protesta, a chi rifiuta uno status quo fondato sull’oppressione. E le misure di contrasto alla criminalità organizzata? Da una parte si rende semplice l’acquisto e la vendita di armi da fuoco (per legittima difesa) dall’altra si permette ai Comuni di mettere all’asta anche i beni sequestrati alle mafie, così potranno riprenderseli a costi stracciati e ricostruire le proprie reti criminali. Le mafie ringraziano ossequiose. Il contrasto al terrorismo? Al di là del ritardo ma introdurre maggiori controlli per chi acquista o noleggia tir o furgoni, soprattutto se straniero, e contemporaneamente favorire il mercato interno delle armi cosa significa? Non potremo circolare con un furgone carico di kalashnikov e li potremmo portare, da buoni terroristi, solo su un’utilitaria? Si supera il grottesco insomma. Alla base di questo decreto c’è un costrutto ideologico che a sinistra bisogna capire e fermare. Quello per cui, in una guerra non fra poveri ma contro i poveri, allo Stato tutto sarà permesso. Non saranno unicamente i migranti ad esserne vittime, saremo noi tutti che magari, in nome della flat tax che garantirà più profitto ai ricchi, ci vedremo tagliare quel poco che resta di welfare e non potremo neanche alzare la testa in assenza di una opposizione parlamentare degna di questo nome. Opposizione? Ci sia permesso di ricordare che il sindaco Pd di Bergamo, già candidato sconfitto alla presidenza della regione Lombardia ha scritto una accorata lettera al ministro dell’Interno. Cosa chiede? La possibilità di estendere i Daspo urbani (veri e propri atti di ostracismo 2.0) verso chiunque turbi il pubblico decoro nella città. Se questa resta l’opposizione vincerà sempre l’originale.

L’articolo di Stefano Galieni è stato pubblicato su Left del 5 ottobre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Il Forum per il diritto alla salute: basta incentivi all’assistenza privata, difendiamo il Sistema sanitario nazionale

Una corsia dell'Ospedale Molinette, Torino, 23 novembre 2018.ANìì ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Il Sistema sanitario nazionale non deve essere abbandonato. È necessario nella legge di bilancio abolire le agevolazioni fiscali per la spesa privata sostitutiva dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e destinare le risorse al Ssn. Questo il tema del convegno organizzato dal Forum per il diritto alla salute e Campagna Dico 32 in programma il 28 novembre presso la Camera dei Deputati, a cui parteciperanno forze politiche, sindacali, esperti, rappresentanti istituzionali. Pubblichiamo un articolo a più firme che fa il punto sulla situazione.

Attualmente, le prestazioni sanitarie che si possono acquistare privatamente sono di due tipi: quelle previste nei Livelli essenziali di assistenza garantite dal Servizio sanitario nazionale con o senza ticket quelle non previste nei Livelli essenziali di assistenza che il Servizio sanitario nazionale non è tenuto a garantire. Prestazioni che possiamo distinguere in sostitutive perché acquisite in forma privata invece che ottenute dal pubblico, per libera scelta o per costrizione derivante dall’impossibilità del servizio sanitario pubblico a fornirle nei tempi clinicamente o socialmente necessari all’utente, anche a causa della sottrazione di risorse degli ultimi anni e integrative perché acquisite necessariamente in forma privata non essendo previste nei Lea, quindi non dovute e non fornite dal servizio sanitario pubblico.
Le facilitazioni fiscali per le spese sanitarie private, sia dirette che intermediate, contribuiscono a mettere in discussione i fondamenti del Ssn e a negare il diritto alla salute come diritto di cittadinanza e a rendere più difficile l’accesso alla tutela della salute alla grande maggioranza dei cittadini.
Queste agevolazioni hanno un impatto negativo sulle entrate dello Stato e quindi anche sulla consistenza del Fondo Sanitario Nazionale, costituendo un risparmio e un beneficio solo per chi ne usufruisce e un onere a carico di tutti i contribuenti, in particolare coloro che ne sono esclusi.
Inoltre, incentivano la sanità privata, indebolendo la solidarietà del sistema basato sulla fiscalità generale progressiva, aumentando le disuguaglianze sociali, escludendo milioni di cittadini a basso reddito, che non possono dotarsi di assicurazioni o fondi sanitari e introducono e favoriscono lo sviluppo di un doppio binario nell’accesso ai servizi, privilegiando chi ha un’assistenza integrativa, creando un’ulteriore discriminazione non solo in base al reddito, ma anche alla posizione lavorativa, a favore dei lavoratori dipendenti tutelati da contratti collettivi, rispetto ai giovani, ai precari, agli anziani, a chi non ha un lavoro stabile e ad ampi settori del lavoro autonomo.
Le assicurazioni e i fondi integrativi non coprono i bisogni assistenziali più rilevanti, soprattutto quelli che si manifestano nell’età avanzata, promettono una medicina predittiva inefficace spacciata per prevenzione, favoriscono il consumismo sanitario moltiplicando prestazioni inutili o inappropriate, con incremento dei costi sia per gli assicurati che per il servizio pubblico, cui gli stessi si rivolgeranno per la frequente necessità di approfondimenti successivi.
Sia la spesa sanitaria privata diretta che quella intermediata sono oggetto in varia misura e con diverse modalità di agevolazioni fiscali, con conseguenti detrazioni di imposte, che negli ultimi anni hanno conosciuto una progressiva espansione, sostenuta anche dall’introduzione di piani sanitari integrativi nei contratti collettivi di lavoro. Queste agevolazioni non distinguono tra prestazioni sostitutive e integrative.

Certamente, non tutte le prestazioni e le forniture che il Ssn non è tenuto a garantire vanno considerate non essenziali per la prevenzione, cura e riabilitazione di condizioni patologiche e dovrebbero essere accessibili: valgano per tutte le cure odontoiatriche, la fisioterapia e le psicoterapie.
Alla luce di queste considerazioni, riteniamo urgente e necessario rivedere la normativa fiscale relativa alle varie tipologie di spesa sanitaria privata e proponiamo di introdurre e utilizzare subito nel 2019 la distinzione tra prestazioni integrative e sostitutive come criterio di definizione delle agevolazioni fiscali, confermando per il momento le agevolazioni esclusivamente per le prestazioni integrative e abolendole per quelle sostitutive, per qualsiasi modalità di acquisizione privata, sia in forma diretta a carico dei cittadini, sia intermediata da fondi, mutue o assicurazioni.
Il Servizio sanitario nazionale deve essere messo nelle condizioni di poter assicurare anche le prestazioni e le forniture necessarie non comprese negli attuali Livelli essenziali di assistenza, di cui si è accennato quali le prestazioni odontoiatriche, riabilitative e le psicoterapie, in modo da rendere inutili le agevolazioni fiscali anche in questi casi.
Da troppi anni gli ultimi governi hanno preferito affamare la sanità pubblica e agevolare la sanità privata, senza riguardo agli effetti delle disuguaglianze di accesso a carico delle persone dotate di meno risorse e all’efficacia degli interventi.
Si tratta ora di spostare il sistema degli incentivi in modo che la sanità pubblica sia spronata a fare fino in fondo la propria parte, garantendo l’assistenza in ogni territorio del nostro Paese, in modo che il ricorso a prestazioni a pagamento non sia favorito o condizionato dalle carenze qualitative e quantitative del servizio.
Si tratta di cambiare prospettiva: sostenere il pubblico affinché svolga al meglio il proprio ruolo anziché agevolare fiscalmente soluzioni alternative. Non per astratte ragioni ideologiche ma perché la sanità pubblica garantisce efficacia e appropriatezza a costi minori, è più equa, promuove la solidarietà e l’uguaglianza tra i cittadini e favorisce la coesione sociale.

Angelo Barbato, Nerina Dirindin, Marzia Frateschi, Antonio Muscolino, Gianpiero Riboni, Gianluigi Trianni, Mauro Valiani, Danielle Vangieri

Il convegno inizia alle ore 10. Coordina: Danielle Vangeri. Relazioni di Gianluigi Trianni, Aldo Piperno Nik Sandro Miranda, Elena Granaglia. Interventi di Rosy Bindy, Ivan Cavicchi, Marco Geddes, Aldo Gazzetti, Stefano Cecconi, Gavino Maciocco. Nel pomeriggio interventi di Stefano Fassina, Leu, Lisa Canitano, PaP, Serena Sorrentino , Cgil, Guido Lutrario , Usb e Carlo Palermo, Anaao-Assomed. Conclusioni di Mauro Valiani

Why Brazil is in Bolsonaro’s hands

epa07124955 Supporters of the Brazilian progressive presidential candidate Fernando Haddad take part during his last campaign act before tomorrow's second round of the presidential election, in Sao Paulo, Brazil, 27 October 2018. Fernando Haddad of the Workers Party will face Jair Bolsonaro, presidential candidate of the Social Liberal Party (PSL) in the second round of voting in the Brazilian general elections, scheduled to take place on 28 October 2018. EPA/Fernando Bizerra Jr.

Bolsonaro’s victory is the arriving point of a long process that developed in three moments: first an institutional coup, second a judicial coup, third the elections which gave the first two moments the appearance of democratic legitimacy, thus using every means necessary to achieve this purpose. First step was Dilma Rousseff’s removal from the presidency of the Republic by Parliament through an impeachment proceeding that lacked any legal and constitutional basis; second step was the Supreme Federal Court ruling in favor of Lula’s arrest in order to prevent his running with the Pt party for the presidential vote. All the polls gave Lula as winner. Lula’s arrest, as in Dilma’s case, took place in total absence of evidence, after a trial based solely on clues and after a media campaign systematically implemented for a specific purpose: to generate general disapproval and prepare public opinion for a profound political change.
The election was preceded by a relentless mass media campaign that, year after year, has widely spread “antipetist” hate, manipulating and poisoning public opinion by offering only one narrative. In a context marked by a deep crisis of traditional ruling political forces, Bolsonaro, in his climb, could count on the complicity and direct support of the national ruling classes, on the capillary mobilization of the powerful evangelical networks and also, on the direct support of many “entrepreneurs”, interested in exploiting the advantages of an economic market policy in favor of wild privatization and elitists laws.

Liberal crisis and modern Caesarism

In order to correctly interpret the Brazilian crisis, but more generally, this phase of democratic reflux at the international level, it is very useful to look at Antonio Gramsci’s analysis as well as some of his analytical categories. For example remembering his concept of “reactionary subversion” or considering his so-called “crises of hegemony”, that is phases in which the masses move away from traditional ideologies and bourgeoisie liberal political parties, due to war or serious economic crisis. In these situations the ruling classes, in order to safeguard the threatened established conservative status quo, can quickly decide to change political figures and political programs by abandoning those liberal principles undergoing a crisis.
In my opinion, while Brazil in the years 1964-68 was a classic example of “traditional Caesarism”, which requires “grand style military coups”, today’s Brazil fully belongs to modern Caesarism, that due to new instruments available and civil society’s greater complexity has become a very different phenomenon from the traditional one. The development of parliamentarianism, the establishment of associations through political parties and trade unions, together with large public and private bureaucracies, have transformed police function so that it is not only mobilized by the State for crime repression, but also placed at the service of political and civil society in order to guarantee the political and economic domination of the ruling classes.
Gramsci, in his notes from prison, wrote that in a modern society like ours political parties and economic organizations of the ruling classes should be considered “political police bodies, of a preventive and investigative nature”. Thus, even in a context of deep crisis, these forces maintain margins of organizational development and improvement, relying on the relative weakness of the “antagonistic progressive force” that would represent its negation. In this sense modern Caesarism is more police-like than military-like, precisely because it uses all the preventive and investigative tools necessary to keep hostile forces in a condition of minority.

Behind Bolsonaro’s emergence

The political forces that promoted the impeachment, then uniting around Temer’s government, had no effective consensus in society and took anti grassroots measures (radical cuts to healthcare, schools, universities and welfare, wild privatization, increased job market precariousness and liberal reforms of the pension system) generating increasing social conflicts. To this should be added the hostility provoked by the moral issue with ministers and prominent parliamentarians daily involved in clamorous and millionaire corruption scandals, caught with suitcases full of money, intercepted in bargaining bribes and various documented evidence proving their guilt. It is exactly in similar situations, where neither the traditional group nor the opposition group manage to win outright, that monstrous charismatic leaders emerge ready to speed up the reactionary authoritarian involution. In this context, Bolsonaro was the ace in the hole of a social bloc in crisis, as shown by the disastrous result of the traditional liberal right party, which has always embodied the national spirit of antipetism. In the previous presidential election ballot the PSDB party, an incredibly influential and powerful political party, able to elect presidents and governors across the country, chose as its front runner its strongest man, the outgoing governor of São Paulo State Mr. Geraldo Alckmin, taking in just 5 percent of the votes. Bolsonaro was able to unify and coordinate all right-wing parties (from the most extreme to the moderate), which is exactly what left-wing leaders were unable to do.
Bolsonaro’s political base is quite heterogeneous. We find the traditional upper classes, big industrial and big rural bourgeoisies, the latter being incredibly strong and influential in Brazil, but above all the small and middle class bourgeoisies, unwilling to fiscally contribute in favor of the social uplifting of the lowest income and marginalized classes. With this attitude, the elitist can claim both a social status and the reaffirmation of a minimal liberal State subordinated to the predominance of the Marketplace. Moreover, these groups were also joined by working-class worker groups overwhelmed by the financial crisis and frightened by the exponential growth of violence, to which Bolsonaro provided an elementary but effective answer: getting rid of the “public order problem” by guaranteeing both State violence and the “freedom” of private citizens to defend themselves (“arming the people”), while taking away civil rights and throwing all the “marginal” people into prisons, contemptuously defining them human trash.

International premise

It is difficult to foresee how long the Bolsonaro era will last, however, the element of greater stability of this political perspective finds its center of gravity outside the country. The need to get rid of all Pt governments, and Bolsonaro’s case, find their main motivation not so much in Lula’s and Dilma’s internal political choices, as more in the international role and position assumed by Brazil (as a hegemonic and preeminent nation in Latin America) within the Brics. Not surprisingly, the situation has plummeted when these nations announced the creation of their own investment bank, capable of operating outside the rules of the IMF and the World Bank. The US has the highest public debt in the world which can be financed by being the holder of the currency at the center of all international transactions. This hypothesis, together with the risk of taking away Asia, Africa and Latin America from the dollar circuit, represents a mortal danger for Washington which, incidentally started operating on several fronts (Ukraine, Syria, Hong Kong, Latin America) with the objective of mining the foundations of this bloc. In 2013, Snowden published confidential US National Security Agency (NSA) documents which showed continuous espionage activity and direct intrusion in Brazil’s internal affairs, especially after the discovery of new huge oil fields that could potentially transform this country (at that time closer to the economics and politics of China rather than Washington) into one of the largest producers of crude oil in the world. Also in 2013 began the subversive organization of the middle classes who were angry with Dilma, together with the judicial inquiries that targeted Petrobras and the government of the Pt party. To understand how big the stakes are, it can be remembered that recently the US has gifted 52 army tanks to Brazil. This happened during a period of growing tensions with a neighboring former ally, just as in Washington there was talk of war against Venezuela, one of the largest oil fields on earth. Meanwhile, Russia has sent its technicians to Caracas to help Venezuela emerge from the crisis, i.e. defend itself.

The Pt’s crisis and its potentials

Corruption cases aside – there have been cases of real corruption, just not to the extent nor the degree that was shown – the major limit revealed by the Pt party in its years of government was having progressively moved away from its social base, or better still, in having sought mobilization only at the time of the crisis. To this scenario, ambiguous political alliances must be added, remembering that Temer was Dilma’s vice president and that her party was one of the most influential forces of his government. The Pt party has also shown some limitations in its political actions, making a lot of mistakes and showing little courage. However, the main error was lacking the propensity for the renewal of its party leadership (not surprisingly, many historical personalities of the party, including Dilma herself, were voted out of Parliament). In these elections, the Pt party used wrong tactics and had the wrong perspective such as imposing Lula’s candidacy knowing full well that he could never have run the campaign. So Haddad, in the first round of voting, had practically only a month for campaigning, having all the media against him, while Bolsonaro had been running for years. This choice, which can be explained as an act of gratitude towards Lula and against what many considered an illegitimate sentence, has prevented the left to present itself united in the first round, canceling at the same time any chance of innovation and renewal, which was also necessary. Having said all this, precisely in the desperate run-up of the second round of voting, I think some important signs of bucking the trend revealed themselves. Signs from which a new beginning is possible. Faced with the danger posed by Bolsonaro’s candidacy, the left has managed to overcome its most lacerating internal divisions and to generate a great popular mobilization that has involved young and old, artists and people of culture, students and workers, in an attempt to overturn a political sentence that was already written. A unified effort, in which ordinary citizens, militants, voters and candidates of different political forces have helped each other to defend a recent heritage in Brazilian history, one repeatedly vilified in recent years: democracy. I believe that with this activist spirit, with the need to find an understanding relationship with the popular masses of this country, with an even clearer and clear-cut political proposal for social progress, there are the means to re-engage the political battle in the coming years and make the left a credible governing force again.

(Translated by Carla Gentili and Gabriele Tixi)

Gianni Fresu is Professor of Political Philosophy at the Universidade Federal de Uberlandia (Brazil). He is memebr of the International Gramsci Society

su_divider style=”dotted” divider_color=”#d3cfcf”]

La versione in italiano dell’articolo di Gianni Fresu è stata pubblicata su Left del 9 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

La sciagurata catena del «e allora gli altri?»

È una contemporanea legge del taglione solo che qui non si cavano occhi e nemmeno denti ma a marcire è il dibattito pubblico, la politica e quindi a scendere anche l’atmosfera sociale e civile: la lunga catena del “e allora *” (dove al posto dell’asterisco in base alle occasioni ci può stare “e allora il Pd”, “e allora il M5s” o “e allora Salvini” o “e allora” qualsiasi avversario vi possa venire in mente) è lievitata in queste ore dopo il servizio de Le Iene sul dipendente del padre di Luigi Di Maio che afferma di avere lavorato in nero nell’azienda di famiglia.

A seguito della notizia si è scatenata festante la ridda di insulti, di patetiche difese, di contraccuse, di volgarità e di rivendicazioni che ha trasformato l’agone politico in una tempesta perfetta di caciara con una rilevanza politica che rasenta lo zero ma riempie le pagine dei giornali e dei social mentre tutto intorno scorre il mondo. Da una parte ci sono quelli che denunciano l’imbarbarimento dello scontro e nel mentre imbarbariscono la disputa aizzando i loro per vendicare gli affronti subiti; dall’altra ci sono quelli che per difendersi riesumano altri comportamenti e altri argomenti (che nulla c’entrano) inventandosi una personale scala di gravità degli errori per cui dovremmo essere contenti che questi sbaglino allo stesso modo ma meno intensamente di quelli che c’erano prima di loro.

Un teatrino terrificante: se ritengo inaccettabile una modalità politica dei miei avversari non capisco perché dovrei rivendicare il diritto di praticarla come ristoro del danno subito. Mi sfugge il nesso. Immaginate qualcuno a cui abbiano rigato l’auto che si fa riprendere in diretta Facebook mentre ci spiega quanto sia incivile trovarsi la propria auto vandalizzata e nel mentre scalpella tutte le auto in fila. Si ritiene vergognoso attaccare politicamente qualcuno rovistando tra le azioni dei suoi famigliari? Almeno tenete la linea. Chiarite che non è un agone che vi interessa ma poi non buttatevi, vi prego.

Perché mentre si banalizza il tutto (e ovviamente si prosegue nell’opera di imbarbarimento generale semplicemente cambiando la direzione della colata di bile) c’è un ministro dell’interno (non suo cugino) che guida la ruspa per un abbattimento come un adolescente e finge di non essere a capo di quel partito che ieri è stato condannato anche in appello su 49 milioni di euro di soldi pubblici spariti. C’è una manovra finanziaria che è oggetto di contesa con l’Europa e si avvita su un dialogo di cui sembra impossibile conoscere i termini esatti. C’è una questione enorme, come quella del primato della politica o dell’economia, su cui sarebbe interessante ascoltare pareri diversi e possibilmente preparati e c’è una bella fetta di Paese disgustata dal chiasso che anela a un po’ di serietà, da parte di tutti.

E noi qui, ancora, a rispondere a qualche “e allora gli altri” che arriva puntuale come prima e unica giustificazione. Che miseria.

Buon martedì.

#NonUnaDiMeno, una marea viola contro la violenza sulle donne

La manifestazione nazionale di Non una di meno ha attraversato sabato 24 novembre le strade di Roma. Decine di migliaia di persone hanno invaso la Capitale, contro il ddl Pillon e il decreto Salvini, contro razzismo e ogni forma di discriminazione.

Vi proponiamo il fotoracconto della giornata, con le immagini di Elena Basso.

Alla rivolta delle donne contro l’internazionale nera e l’oscurantismo religioso abbiamo dedicato la cover story di Left n. 47 in edicola, PARTIGIANE DEI DIRITTI