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L’Internazionale progressista che va da Sanders a Diem25

Democratic presidential candidate Bernie Sanders waves to supporters during a rally Great Bay Community College February 7, 2016 in Portsmouth, New Hampshire. / AFP / Don EMMERT (Photo credit should read DON EMMERT/AFP/Getty Images)

Dopo il dialogo con Jeremy Corbyn, ecco il sodalizio con Bernie Sanders e con altri 250 leader politici e di movimenti progressisti. Il progetto di Yanis Varoufakis prende quota e, proprio, dagli Stati Uniti giunge l’ultima trovata: la nascita di un’Internazionale progressista. Un’alleanza globale capace di schierarsi sia contro le tecnocrazie mondiali che contro la rete populista (e nera) di Steve Bannon. Quel che sembrava un’utopia, sta prendendo forma e peso politico.

Tutto è nato da un confronto nel mese scorso sul Guardian tra Sanders e Varoufakis. Il senatore democratico, con un lungo editoriale, aveva denunciato «il problema globale le cui gravi conseguenze minacciano il futuro – economico, sociale e ambientale – dell’intero pianeta». E il sorgere di un nuovo asse autoritario e di regimi «ostili alle norme democratiche, nemici della libertà di stampa, intolleranti verso le minoranze etniche e religiose, e convinti che siano i loro personali interessi finanziari a dover beneficiare delle scelte governative».

Repentina la risposta dell’ex ministro ellenico – il quale ha recentemente annunciato che sarà capolista in Germania alle elezioni europee con un forte messaggio di europeismo radicale – che ha rilanciato: «Allora diamo vita a un comitato globale col compito di progettare un piano comune per un New deal internazionale, un nuovo e progressista Bretton Woods». Così è stato.

L’appuntamento è stato organizzato formalmente da Diem25 e dalla Sanders Institute e si tiene dal 29 novembre al 1 dicembre presso un centro conferenze del Vermont. Non una semplice kermesse ma un meeting operativo con workshop tecnici dove si dibattono, nel concreto, i temi per costruire quell’alternativa globale che, ad oggi, manca. Fatti, non chiacchiere.

Sul tavolo di discussione la proposta del…

L’articolo di Steven Forti e Giacomo Russo Spena prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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Meno Orban più università e diritti. Gli studenti ungheresi uniti contro le censure del premier

Una coalizione di studenti della Ceu, Università centrale europea, della Corvinus e dell’Università Eötvös Loránd sta occupando da sabato scorso, e fino al primo dicembre, la piazza del parlamento a Budapest per protestare contro gli attacchi del governo Orban alla libertà accademica.

Per una settimana, Kossuth Tér si trasforma in Szabad Egyetem (Free University) che ospita lezioni, conferenze pubbliche, spettacoli e dibattiti. L’occupazione è iniziata dopo la Marcia per la libertà accademica del 24 novembre, una settimana prima della scadenza dell’1 dicembre per il governo ungherese per firmare l’accordo che avrebbe consentito al Ceu di rimanere in Ungheria. A causa delle modifiche alla legge ungherese sull’istruzione superiore, comunemente nota come Lex Ceu, l’università non è in grado di operare legalmente in Ungheria come istituzione accreditata libera dagli Stati Uniti. Anche se la Ceu ha soddisfatto tutte le condizioni stabilite dalla cosiddetta Lex Ceu, il governo ha bloccato la firma dell’accordo per oltre un anno. Come ha annunciato il rettore Michael Ignatieff in ottobre, se l’università non raggiunge un accordo con il governo, dovrà spostare a Vienna i suoi programmi accreditati negli Usa, dal prossimo anno. Il fatto è che Ceu è l’università fondata da Soros, considerato nemico numero uno della destra populista Ue (e anche da qualche nostalgico fuori tempo della Cortina di ferro) per le sue attività di promozione di diritti umani e per la sua ebraicità. Soros, controversa figura di magnate e filantropo, è l’ossessione dei sovranisti europei che detestano la sua Open society foundation, una rete di fondazioni lanciata che finanzia attività di supporto a sanità, diritti sociali e Ong. La Ceu nel suo statuto afferma di promuovere i valori della «società aperta e del pensiero critico», con un particolare focus sulle scienze sociali e ambiti di ricerca a cui il governo Orbán è allergico, dall’indipendenza della didattica ai gender studies.

«I tentativi di espellere la Ceu sono solo una parte del più ampio contesto di minacce alla libertà accademica e all’autonomia», si legge sul sito di Krytyka Polityczna (politicalcritique.org/). «Da un lato, l’accademia ungherese affronta attacchi politici che non hanno precedenti nell’Unione europea, incluso il divieto per i gender studies, gli studi di genere, e con l’imposizione di regolamenti che aumentano il controllo statale sull’accademia delle scienze ungherese – scrive Jakub Gawkowski, critico d’arte e giornalista di Varsavia – dall’altro, il governo di Orbán sta introducendo spietate riforme neo-liberiste, come la privatizzazione dell’Università Corvinus. «Da quando misuriamo le conoscenze in termini di denaro? Dal momento che gli studenti sono diventati prodotti e le aziende sono gli acquirenti, secondo il loro interesse che sono definite le opportunità accademiche. Qual è lo scopo dell’educazione? Droidi che fanno profitto o persone che pensano?», chiedeva Via Molnár, una studentessa dal futuro privatizzato alla Corvinus, durante la protesta di sabato scorso.

«Le università devono essere criticate, ma non attraverso interdizioni, o mettendo al bando professori e studenti, non con la censura, e non con la cancellazione» – ha detto il filosofo e intellettuale Gáspár Miklós Tamás dal palco sulla piazza Kossuth. »La causa dell’educazione non è solo la causa di professori e studenti, è la causa dell’intera comunità politica che non può essere libera senza un’educazione libera».

Gli speaker delle manifestazioni, provenienti dall’Accademia delle scienze ungherese, Ceu, Elte e Corvinus, hanno sottolineato la necessità di solidarietà e alleanza tra istituzioni e persone. Solidarietà non solo con studenti e accademici, ma anche con rifugiati e lavoratori. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante di fronte alla “legge sul lavoro degli schiavi” proposta da Fidesz (il partito al potere, populista e cristiano, aderente al Ppe), che consente ai datori di lavoro di liberalizzare lo straordinario. «Vivere in una bolla è conveniente, ma le bolle scoppiano. Invece di strategie individuali di evitamento, costruiamo alleanze e organizziamoci», chiede Éva Bognár, dipendente di Ceu. Lo stesso problema è stato affrontato da Imre Szijártó, studente e uno degli organizzatori della protesta: «Questo movimento è molto più della Ceu o addirittura dell’istruzione. La nostra lotta è parte della lotta per l’anima dell’Ungheria. Quando l’attacco al Ceu è iniziato nel 2017 – ha ricordato Szijártó – la società ungherese si è schierata solidale con la comunità universitaria. Ora è giunto il momento per Ceu di solidarizzare con la società ungherese».

Gawkowski ha parlato con gli studenti che partecipano a “Szabad Egyetem”. Levente di scienze politiche: «Quello che vedo è che il governo rende continuamente l’istruzione superiore meno accessibile e disponibile. In questo modo, vedo la situazione dei lavoratori e degli studenti simili. Il governo non sta solo privatizzando e chiudendo le università, ma, ad esempio, allo stesso tempo sta raddoppiando il numero delle possibili ore di straordinario. La loro politica avvantaggia il mercato e le grandi aziende rispetto alla società. Occupando la piazza Kossuth e costruendo uno Szabad Egyetem, possiamo inviare un messaggio forte: che meritiamo molto di più».

Miriam di sociologia: «Trovo molto allarmante l’antisemitismo, l’anti-cosmopolitismo e l’anti-intellettualismo che il governo sta usando per aumentare il suo potere. Mi rende felice che gli studenti del Ceu abbiano deciso di non organizzare la festa di addio, ma di creare una coalizione con altre università e organismi scientifici minacciati dalle azioni del governo. Esiste già una solidarietà internazionale con le università, ma credo che la più grande sfida ora sia per gli intellettuali e gli operai dell’Ungheria a difendersi a vicenda. Parallelamente a ciò che il governo vuole fare con il mondo accademico, i lavoratori saranno colpiti dalla nuova legge sul lavoro che rende l’orario di lavoro “più flessibile”. E questo potrebbe ricordarci molto della Francia nel 1968. Quindi vediamo cosa succede dopo».

Iveta, anche lei di storia: «Mi unisco alla protesta e occuperò Kossuth Tér, perché ritengo che sostenere la libertà accademica sia la scelta giusta. Se falliremo nella lotta per l’autonomia del mondo accademico, falliremo nella libertà di parola nei nostri paesi. E dal momento che la libertà accademica riguarda tutti, credo che non solo gli studenti e docenti, ma ogni cittadino dovrebbe battersi per le università ungheresi. Se ci arrendiamo, rinunceremo dappertutto». Adrien, dottoranda in gender studies: «Ciò che sta accadendo in Ungheria riguarda tutti in Europa e fuori. Deve esserci un momento in cui difendiamo il nostro campo contro questo sistema che cerca di imporre la sua ideologia conservatrice nazionalista sull’intera società attraverso il controllo dei media, enormi campagne di propaganda xenofoba e attacchi all’istruzione e alla ricerca. Sono particolarmente preoccupato per il modo in cui Orbán sta cercando di liberarsi non solo delle voci critiche nelle università, come il divieto degli studi di genere, imponendo il suo autoritarismo patriarcale, ma anche di trasformare le università in macchine private per fare soldi per riprodurre l’élite. Temo che le future generazioni di ungheresi non avranno i soldi per proseguire gli studi e non avranno la possibilità di tenere dei corsi in discussione sull’ordine sociale esistente».

Endre, un’altra studentessa di sociologia: «Sono arrabbiata perché una grande comunità intellettuale, un’università piena di persone vivaci, viene chiusa per ragioni politiche nude e crude. Lo trovo inaccettabile, ma penso anche che buttare fuori Ceu sia solo la punta dell’iceberg. Viktor Orbán è riuscito a costruire una mostruosa macchina di potere negli ultimi otto anni: una classe politica arrogante sostenuta da una fedele borghesia nazionale e da cinici strateghi politici pensa di poter fare qualsiasi cosa di fronte alle proteste frammentate, divise ed esauste della società ungherese. Non vogliamo arrenderci senza combattere e speriamo che altre vittime delle politiche di Fidesz si uniranno a noi. Dobbiamo renderci conto che siamo tutti sulla stessa barca».

Poco prima di “occupy Kossuth”, il 18 novembre, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz aveva ricevuto George Soros, l’investitore americano, per un colloquio in merito all’insediamento a Vienna dell’università Ceu, fondata proprio da Soros nel 1991. Lo ha riferito lo stesso cancelliere dal suo account Twitter. Il tweet di Kurz è stato poi seguito da un’ondata di insulti a sfondo razzista e antisemita. Kurz, per la cronaca, è leader di Österreichische Volkspartei, Övp, partito aderente al Ppe, come Fidesz, come gli italiani Udc, Forza Italia e Alternativa popolare (Alfano). Il governo Kurz, sostenuto da FpÖ, partito di estrema destra, non è meno tenero di Orban nei confronti della libertà di movimento delle persone e dei diritti dei rifugiati.

Comment vivent les athées en Italie et dans le monde

Tu n’as pas de dieu? L’Italie n’est pas faite pour toi. Évidemment, le pays n’est pas aussi dangereux que le Pakistan, l’Arabie Saoudite ou la Mauritanie où les athées sont condamnés à mort, mais seulement un poil tout petit peu plus sûr que le Sri Lanka et qu’une poignée d’autres pays du monde.

Oui, parce que si l’on réfère au Rapport IHEU 2018 sur la liberté d’expression, le Belpaese se situe juste après le Zimbabwe en 159ème position sur 196. En ce qui concerne la protection des droits des non-croyants, aucun pays d’Europe ne fait pire.

Rendu à sa septième édition, le Rapport a été présenté à la chambre des députés italienne par l’UAAR (Union italienne des Athées et des Agnostiques Rationalistes) qui fait partie de l’IHEU (International Humanist and Ethical Union), l’internationale éthico-humaniste qui a publié le volume et qui représente les non-croyants au niveau mondial. La carte mondiale de la répression a été élaborée dans le but d’évaluer, pays par pays, si les lois en vigueur garantissent la liberté d’expression et la liberté de conscience et, le cas échéant, de quelle manière. À cet égard, les dix pires pays pour les athées, les non-croyants et les minorités religieuses sont l’Arabie Saoudite, l’Iran, l’Afghanistan, les Maldives, le Pakistan, les Émirats arabes unis, la Mauritanie, la Malaisie, le Soudan et le Brunei. Alors que les pays plus progressistes sont la Belgique, les Pays-Bas, Taïwan, Nauru, la France, le Japon, Sao Tomé-et-Principe, la Norvège, les États-Unis, Saint-Kitts-et-Nevis.

L’Italie, nous l’avons dit, est bien loin du podium de la laïcité. «Parce que – rappelle l’UAAR – malgré ce qu’impose la Constitution italienne, les discriminations contre les non-croyants (qui sont au moins dix millions dans ce pays) sont quotidiennes et systématiques.» Différents points faibles contribuent à nous faire remporter cette place peu enviable, continue l’UAAR : de l’enseignement de la religion catholique dans les écoles publiques au système inéquitable du «8 per mille»1, du financement public des écoles catholiques à la présence envahissante de l’Église catholique dans les émissions télévisées. «Et puis, il ne faut pas oublier que l’Italie protège tout particulièrement le sacré à travers les lois sur diffamation religieuse. La dernière date de 2006, est c’est une loi sur les cas spéciaux d’outrage qui prévoit jusqu’à deux ans de prison. L’Italie fait aussi partie des pays qui punissent encore le blasphème (art. 724 du code pénal). Cependant, le blasphème ne fait la une des journaux que si le crime est commis à l’étranger et que c’est un chrétien qui risque la prison (ou pire). Il suffit de penser au cas récent d’Asia Bibi, heureusement acquittée par la Cour pakistanaise qui a annulé la peine de mort à laquelle elle avait été condamnée. Certains leaders politiques italiens qui se consacrent à la défense de citoyens étrangers discriminés à cause de leur confession religieuse pourraient faire sourire, si le contexte qui les pousse dans ces batailles était moins dramatique. Il s’agit souvent des mêmes politiciens qui affichent des problèmes d’intolérance évidents envers les immigrés et les migrants (qu’ils laissent tranquillement se noyer dans la Méditerranée ou qu’ils abandonnent à la torture dans les prisons de Libye), et qui adhèrent à la religion dominante du pays. Cette religion à laquelle on doit encore l’existence des crimes de blasphème et de diffamation religieuse en Italie. En élargissant la perspective, le Rapport IHEU montre que dans au moins 71 pays du monde les impies subissent de graves discriminations: dans 46 d’entre eux (pour la plupart, des États islamiques ou des États dont la population est majoritairement musulmane), les discriminations peuvent condamner à la prison, dans sept pays, à la peine de mort. Dix-huit pays criminalisent l’apostasie: dans douze d’entre eux, elle est punie par la peine de mort. En bref, il y a encore beaucoup de chemin à faire pour parvenir à une véritable protection “globalisée” des droits des athées, des non-croyants et des personnes qui appartiennent à des minorités religieuses.»

«Deux réflexions s’imposent à la lecture des résultats qui émergent du Rapport IHEU», affirme Adele Orioli, responsable des procédures légales UAAR, à Left. «La première, sur combien, dans le monde, on soit encore loin de reconnaître le droit à la liberté de religion, surtout quand cette liberté est celle de n’en avoir aucune. Cette distance se concrétise dans un effrayant crescendo de répression contre la dissidence athéiste, qui peut aller de l’amende, qui reste quand même injuste, à la détention, à la torture, et à la mort.» Complice, le silence de la plupart de ceux qu’on appelle les pays occidentaux qui font pourtant de la liberté d’expression et de la liberté de conscience un de leurs bastions constitutionnels. Un silence d’autant plus retentissant, selon Orioli, vis-à-vis d’une minorité comme celle des non-croyants, qui n’est ni organisée ni structurée. « La deuxième réflexion est décidément plus italienne – ajoute la responsable des initiatives légales UAAR -. Il n’est pas surprenant de trouver la Belgique, la France et les Pays-Bas dans le top ten des paradis des athées (par paradis, on entend ici la possibilité absolument terrestre de jouir des mêmes droits que tout le monde). Il n’est pas surprenant non plus que l’Italie en soit absente. Dans le classement en code couleur de la carte qui accompagne le Rapport, la Péninsule remporte un beau jaune vif, à mi-chemin entre les discriminations systématiques et les discriminations graves envers les non-croyants. En dépit des articles 3, 19 et 21 de la Constitution italienne. En dépit du fait que la Cour constitutionnelle de la République italienne définisse la laïcité comme un principe suprême du droit national. Ce Rapport offre donc une double occasion qui peut servir un seul but: la protection du droit humain fondamental, irrépressible et universel, de ne pas croire. Et de pouvoir le dire.»

La carte

Le Rapport 2018 sur la liberté d’expression dans le monde – présenté en Italie par l’UAAR en collaboration avec l’IHEU – montre que les droits humains ont tendance à se soutenir les uns les autres: dans les pays où les athées et les agnostiques sont persécutés, on observe souvent que les minorités religieuses le sont aussi, et vice-versa. Cela vaut également pour l’Italie, pays classé à mi-chemin entre les discriminations systématiques et les discriminations graves envers les non-croyants et les non-catholiques.

Traduzione di Catherine Penn

1 En Italie, lors de la déclaration d’impôts sur le revenu, les contribuables doivent verser 8 ‰ = 0.8% (“huit pour mille”) de leur revenu annuel à une organisation religieuse reconnue par l’État italien ou à un programme d’aide sociale géré par l’État italien.

 

La versione in italiano dell’articolo di Federico Tulli è stata pubblicata su Left del 16 novembre 2018


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Perché a Brescia il neofascismo è ancora un problema non del tutto risolto

In un Paese che ha poca memoria, esiste un lungo filo nero che da tempo percorre sotto traccia le strade e i vicoli di Brescia. Un filo che affonda le sue origini storiche e ideologiche nei dolorosi anni Settanta e che oggi attraverso il web viaggia alla velocità della luce. Cambiano nome e mutano pelle. Ma in fondo, gli ideali dei neofascisti sono sempre gli stessi: sicurezza, ordine e patria. La galassia estremista si compone di vecchie e nuove sigle, fuochi di paglia che se non vengono monitorati a dovere rischiano di trasformarsi in bracieri incontrollabili. Negli ultimi anni le azioni dimostrative di questi gruppi sono aumentate in maniera esponenziale. E lo dimostrano gli episodi.

Nella tarda serata di venerdì 28 settembre nel quartiere Carmine, dieci naziskin hanno aggredito a cinghiate gli avventori di una birreria. Lanci di bottiglie, calci e pugni per uno scontro di matrice puramente politica. Qualche ora dopo l’aggressione nel centro bresciano, quattro militanti aderenti al Veneto Fronte Skinhead sono finiti agli arresti per rissa, mentre altri sette sono stati raggiunti da fogli di via. Trattasi di personaggi che arruolano i propri “soldati” pescandoli direttamente nella Curva Nord del Brescia. Spesso, infatti, è il calcio ad essere usato come traino e pretesto per costruire, poi, una fitta rete di violenza. Lo stadio delle Rondinelle, il “Rigamonti”, è il luogo dove le destre hanno trovato un terreno fertilissimo. Teste rasate e numerosi tatuaggi in vista, sui social network tra i profili di questi soggetti ci sono le fotografie del Ventennio e del Duce.

Spavaldi e fieri delle loro azioni, i ragazzi della Brigata Leonessa pubblicano persino autoscatti davanti a monumenti dove si cimentano nel saluto romano. Due di loro sono i camerati neonazisti del blitz nella sede di Como Senza Frontiere. Trattasi di squadristi amanti della pura violenza fisica, fedeli seguaci dell’hooliganismo anni Ottanta diffusosi in Inghilterra.

L’11 luglio 2014, in occasione del Crazy Cow Fest, la tradizionale festa della birra di Paderno Franciacorta, scatenarono l’inferno. Un’improvvisa esplosione di brutalità che causò il ferimento di cinque persone, intervenute semplicemente per sedare gli animi. A innescare la maxi rissa, appunto alcuni naziskin della Brigata, entrati in contatto con i giovani della Palestra Popolare Antirazzista. Cazzotti, botte da orbi e boccali di birra utilizzati come armi. Un attacco premeditato e studiato sebbene sia avvenuto in una festa assolutamente apolitica.

Tre settimane fa, sette componenti dell’associazione Brixia Blue Boys sono finiti al centro di un’indagine della Digos. Le ipotesi di reato sono di usurpazione di funzioni pubbliche, porto illecito di armi e strumenti atti ad offendere. Travestiti da militari effettuavano ronde notturne non autorizzate armati di manganello e con simboli fascisti. Apolitici dunque solamente di facciata, perché il loro presidente Mirko Mancini, alle ultime elezioni si era candidato nella fila di CasaPound, raccogliendo la bellezza di tre voti.

Attualmente guidata dal Partito Democratico, storicamente Brescia è sempre stata una città schierata a centrosinistra. Eppure, oggi le nostalgie dottrinali dell’ultradestra vengono ripristinate tra i seguaci di CasaPound e Forza nuova. Cavalcando le paure sociali e l’insicurezza c’è chi vuole diffondere negli strati più deboli della popolazione sentimenti di intolleranza e di odio. Il partito della tartaruga frecciata vanta aspirazioni più movimentiste e un’età media leggermente più avanzata, il secondo è invece più strutturato nella forma di partito politico e raccoglie discepoli nei licei e negli atenei universitari. Per entrambe le realtà l’elemento decisivo che ha portato voti e consensi è stato l’intenso lavoro eseguito sul territorio. Da diverso tempo, i membri di Forza nuova danno voce ai vari comitati di quartiere. Promuovono le ronde notturne nei rioni più problematici e aiutano solo e rigorosamente le famiglie italiane in difficoltà. Tutti comportamenti che vengono ricambiati in voti durante il periodo elettorale. Tuttavia, l’estrema destra è corsa divisa alle elezioni comunali del 10 giugno, naufragando clamorosamente nelle tre liste presentate, tutte finite sotto l’uno per cento.

L’universo nero abbraccia anche altri pianeti, come la sigla Brescia ai Bresciani, il cui leader Andrea Boscolo vanta trascorsi da militante di CasaPound. La provincia della Leonessa si costituisce di una miriade di realtà che si differenziano anche per aspetti minimi. In Val Camonica ci sono i Nazionalisti camuni, mentre a nord della città c’è Valtrompia identitaria. Sui social si fa propaganda, si augura la morte ai politici di turno e si incita di continuo ad affrontare il nemico in piazza.

Ormai gli eredi del “Boia chi molla” sono così tanti al punto da riuscire a entrare persino in consiglio comunale. Nel 2017 a Mura, paese di seicento anime in Val Sabbia, tre membri del movimento Fascismo e libertà sono stati eletti consiglieri di minoranza. Da diversi anni una trentina di persone si ritrovano ciclicamente a cena in una trattoria della città. Mangiano, si confrontano e discutono di politica. Lo fanno all’ombra della runa di Opalan, simbolo di Avanguardia nazionale, l’organizzazione politica neofascista, dichiarata fuorilegge dal ministero dell’Interno il 7 giugno 1976. Le riunioni sono documentate da numerose fotografie diffuse su Facebook senza filtri. I segni di riconoscimento e i dirigenti sono gli stessi di un tempo. A rispondere “presente” alle riunioni ci sono infatti Kim Borromeo e Danilo Fadini, condannati nel 1973 per aver fatto saltare con il tritolo la sede del Psi. Ha destato poi polemiche la partecipazione regolare a queste cene di Laura Castagna, candidata sindaco alle ultime elezioni comunali con Azione sociale e Forza nuova (0,7% di preferenze). Esiste per di più un blog nazionale con una sezione bergamasca molto attiva e ricca di eventi in calendario.

Risale inoltre al 7 luglio scorso la celebrazione del cinquantottesimo compleanno di Avanguardia. A Roma, in un ristorante sulla via Tiburtina, centinaia di camerati provenienti da tutta Italia hanno festeggiato la ricorrenza tra cori e saluti romani. Nel corso della storia, l’organizzazione estremista ha rappresentato un ruolo di punta all’interno dei meccanismi di provocazione messi in atto dalla Strategia della tensione. Un movimento che personificava la manovalanza neofascista del crimine eversivo. Il suo fondatore, Stefano Delle Chiaie, compare nelle inchieste sulle più importanti stragi neofasciste del nostro Paese. Altre cene sociali di Avanguardia nazionale sono state fissate per il 29 novembre, in contemporanea a Brescia e a Roma.

Siamo in un Paese in cui ci sono la Legge Scelba e la Legge Mancino ma i giudici non sempre puniscono tutte le manifestazioni del disciolto partito fascista. La storia nera sembra dunque tornare. Resuscita tradizioni superate e alimenta uno sdoganamento che sotto le nuove forme del populismo nazionalista è destinato solamente a crescere. Brescia, ancora profondamente ferita dalla strage di Piazza Loggia, non ha bisogno di tutto questo.

*

Qui la prima puntata dell’inchiesta di Federico Gervasoni sui neofascisti a Brescia

Sei errori (facili facili) nella smania di cambiare

Un momento della manifestazione Italia a 5 stelle al Circo Massimo. Roma, 20 ottobre 2018 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Forse piuttosto che affezionarsi alla storia delle tessere del reddito di cittadinanza, stampate o non stampate, l’ennesima bufala mischiata alla propaganda, sarebbe il caso di discutere della voglia di cambiare. Un po’ perché esausti, un po’ perché disperati di una situazione che appare immutabile, succede a tutti di avere voglia di cambiare, semplicemente, consapevolmente superficiali, pur di illudersi che passino i problemi che ci affliggono.

La situazione attuale è in buona parte figlia della voglia di cambiare, inutile nascondersi: l’aver votato gli altri è stato (anche) un modo di liberarsi di questi e (nonostante questi fingano di non saperlo) la disaffezione generale non è figlia solo di questi ultimi mesi. In molti dicono di avere votato dall’altra parte, banalmente. È una motivazione debole? Può essere. Meritano di essere derisi? Sicuramente no.

Però la smania di cambiare comporta qualche rischio che forse sarebbe il caso di analizzare, per non sprecare energie e tempo:

Cambiare senza sapere dove andare: presi dalla voglia di cambiare si rischia di non chiedere agli altri cosa avrebbero intenzione di fare, si rischia di accontentarsi solo di una sintesi degli intenti senza scendere nei particolari e così succede che sui temi che non sono stati affrontati alla fine avvenga l’esatto contrario di ciò che ci aspetteremmo. Segnatevelo.

Sostituire qualcuno non basta: detronizzare qualcuno non è una qualità, è questione di congiunzioni, di umori e di tempismi ma non indica assolutamente alcun altro merito. Il meno peggio è una lunga, desolante, caduta verso il baratro. Sempre.

Anche la liberazione non basta: liberarsi degli altri è un sollievo che dura pochissimo. Qualsiasi scelta ha bisogno di gratificare con ciò che sarà piuttosto che con ciò che ha smesso di essere. Liberarsi di qualcuno significa assistere a un modo diverso di fare le cose nei fatti, nei modi e nei risultati.

Per cambiare il mondo bisogna essere capaci di farsi cambiare dal mondo: la delega totale a qualcuno per invertire la rotta è un errore madornale. È comodo credere che qualcuno possa cambiarci e a noi basti un voto. Ma non funziona, no.

Non perdere il senso critico: se ci capita di lasciare passare qualcosa che prima ritenevamo imperdonabile non c’è stato nessun miglioramento intorno. Ci siamo assuefatti noi. Ed è una pessima notizia.

Non c’è conservazione peggiore del finto cambiamento. Come diceva Ludwig Börne: «Niente è duraturo come il cambiamento». Se pensate che non cambi mai niente sappiate che si sono succeduti sempre presunti rivoluzionari. Senza scomodare il Gattopardo si potrebbe dire che non si vince mai un’elezione promettendo che tutto rimanga com’è, qui, in Italia. Sembra banale ma ce lo scordiamo presto.

Buon venerdì.

Sinistra. Il fiume che può nascere dalla confluenza di molti rivoli

Non so quanti siano i partiti di sinistra in Italia, né mi interessa francamente.
Se esistono, è perché ci sono persone che hanno deciso di partecipare così alla vita politica, e questo è comunque un bene.
Non ha alcun senso comprimere identità, organizzazioni, comunità piccole e grandi in nome dell’unità.
Ci proviamo da anni e l’unico, paradossale risultato è la dispersione di energie e impegno.
Sarei quindi per lasciare perdere e passare ad altro, se il tema è evitare che la frammentazione diventi sinonimo di inefficacia dell’iniziativa.
Dobbiamo chiederci come coniugare la tendenza storica e oggi particolarmente accentuata a produrre forme quasi pulviscolari di aggregazione politica a sinistra, con la necessità di raggiungere una massa critica utile a essere non solo percepiti, ma addirittura incisivi sulla scena politica e sociale.
La risposta potrebbe essere la confluenza.
Se la direzione è comune, l’obiettivo lo stesso, così come la volontà, è possibile collaborare pur indossando divise diverse.
D’altra parte non è ciò che abbiamo fatto nelle campagne vittoriose per l’acqua pubblica e i beni comuni e per la difesa della Costituzione?
Non è ciò che abbiamo sperimentato in tante realtà con l’esperienza delle Coalizioni civiche e delle Città in Comune?
Perché non dovremmo provarci sul piano nazionale, mettendo chiunque si riconosca in una piattaforma di cambiamento nella condizione di collaborare per realizzarla?
Immaginate che qualcuno si assuma l’onere di avanzare una proposta minima, che indichi un senso di marcia, alcuni valori non negoziabili e una regola aurea: qualsiasi decisione fondamentale sarà sottoposta a voto democratico.
Immaginate che questa proposta possa essere sottoscritta da individui e collettivi, attivisti politici, sociali e culturali.
Immaginate poi una intensa fase di partecipazione democratica, in cui questa proposta possa essere concretizzata in programmi e linee di azione locali e nazionale.
Immaginate che tutto questo diventi una piattaforma aperta e trasparente, dove ogni persona e gruppo possa mettere in rete le proprie iniziative, per creare informazione condivisa e cercare la collaborazione di altri.
Immaginate che assuma l’impegno di presentarsi sempre alle elezioni, vincolando tutti gli aderenti ad un metodo democratico di scelta su programmi, candidature e alleanze.
Immaginate che impegni i suoi eletti a rispondere costantemente al mandato ricevuto e a versare parte dei propri compensi a progetti di mutualismo.
Immaginate che non abbia padroni, perché lotta per una società di liberi e uguali.
Io so che in Italia ci sono decine di migliaia di persone che sarebbero disposte ad impegnarsi per un progetto democratico di cambiamento radicale del nostro Paese.
So che molte di loro sono deluse dalla politica, mentre altre non saprebbero vivere senza.
Molte sono iscritte a partiti e molte di più considerano i partiti parte del problema.
C’è chi milita quotidianamente e chi dedica alla politica l’attenzione di un momento.
Chi si sente comunista, chi socialista, chi ecologista, chi considera tutte le definizioni una perdita di tempo, ma crede comunque che questo mondo sia intollerabile.
A nessuna di loro voglio dire cosa deve essere e come deve organizzarsi, ma a tutte vorrei dare uno strumento di unità e di lotta comune.
Questo chiamo confluenza, di mille rivoli, che diventano torrenti, e insieme fanno il grande fiume.

Giovanni Paglia è stato deputato della XVII legislatura ed è esponente di Sinistra italiana.

L’editoriale di Giovanni Paglia è tratto da Left in edicola dal 30 novembre 2018


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Luigi de Magistris: Non è tempo di restare a guardare

L’incontro promosso dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris che si tiene a Roma, al Teatro Italia in questo 1 dicembre, è il prodotto di un percorso che parte da lontano. Da tempo, il presidente di DeMa ha dichiarato di voler costruire un fronte ampio, democratico, in opposizione al governo e alle politiche nazionali ed europee determinate da un ben più ampio arco di forze. Nei mesi passati si sono svolti incontri con forze politiche, di movimento, associative, realtà civiche per trovare convergenze.
Ne ragioniamo con De Magistris per capirne le prospettive future. E diamo come punto di partenza le piazze che a novembre hanno visto proteste contro il ddl Pillon e il decreto Salvini, per il diritto allo studio, fino alla oceanica manifestazione di Non una di meno del 24 novembre. Piazze piene ancora prive di reale rappresentanza politica.
Il movimento a cui allude il sindaco di Napoli può diventarne punto di riferimento?
Io lo vedo da tempo. C’è una opposizione sociale forte in questo Paese, e anche opposizione “di governo”, penso all’esperienza napoletana. Noi stiamo lavorando per costruire una alternativa politica direttamente dal basso. Non ci interessa parlare di “quarto polo”, puntiamo ad una alternativa che è fatta da movimenti, associazioni, storie di lotta, reti di militanti, amministratori, laboratori politici come quello di Napoli che rappresentano esperienze importanti nel Paese. Mi piacciono molto queste piazze che attraversiamo e che rappresentano anche la nostra storia.
Rispetto alle questioni determinate sia dalle politiche xenofobe che dai contenuti del decreto Salvini, ora convertito in legge, da sindaco e magari in futuro con un ruolo politico di livello nazionale o europeo, cosa intendi fare?
La nostra esperienza insegna che costruendo comunità aperta realizzi felicità. Abbiamo dimostrato che l’infelicità non è causata dalla persona o dal colore della pelle diverso ma dagli oppressori e quindi dal “sistema”. Questo governo è in continuità col sistema che crea diseguaglianza e infelicità. La nostra linea è proprio quella che…

L’intervista di Stefano Galieni a Luigi de Magistris prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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Il decreto Salvini viola la Costituzione e qualsiasi norma di civiltà, ribellarsi è doveroso

Il corteo contro il razzismo e il decreto sicurezza, Roma, 10 novembre 2018. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il dl Salvini è stato approvato alla Camera dei deputati, la sera del 27 novembre, col voto di fiducia e senza alcun dissenso da parte del M5s. Addirittura il relatore alla camera, presidente della Commissione Affari Costituzionali è stato lo stesso che aveva espresso pubblicamente critiche tanto al contenuto quanto alla tempistica di un testo destinato a stravolgere la vita sociale e democratica non solo di migranti e richiedenti asilo. Sono ottanta pagine, in gran parte impugnabili per eccezioni di costituzionalità, con cui si vanno a limitare le forme di protezione, si disincentiva la buona accoglienza e l’inclusione sociale, si contrastano le forme di opposizione e dissenso rendendo anche i blocchi stradali o l’occupazione di edifici reati gravi e si combatte non la povertà, come aveva promesso il “governo del cambiamento” ma i poveri, istituzionalizzando la punizione dell’accattonaggio molesto, considerando la vita in miseria forma di degrado e non questione sociale. E se la sera stessa delle votazioni finali, sotto il parlamento, occupanti di case, attivisti, studenti, settori di società non anestetizzata sono riusciti ad improvvisare anche un corteo di protesta, le mobilitazioni continuano.

Sabato 1 dicembre, alle 14, partirà da P.zza della Repubblica, a Roma, un corteo che non è “soltanto” contro le nuove leggi razziali. Il percorso “sei una di noi / uno di noi”, nato agli inizi dell’autunno, si pone infatti l’obiettivo di portare a Roma, in piazza, problematiche fra loro legate e, insieme, i soggetti che ne sono protagonisti o vittime. Il diritto all’abitare, ad una buona politica della accoglienza, il contrasto alle mafie e alla zona grigia che governa la città, il bisogno di vedere esigibili quei diritti che garantiscono sicurezza sociale, saranno al centro di questa mobilitazione indetta da uomini e donne a partire dalla propria condizione individuale, ma in cui troveranno posto forze sociali, associazioni impegnate nei diversi settori, occupanti di case, studenti, forze politiche. Si vedranno, negli auspici di chi ci ha lavorato, i primi risultati del tentativo di coinvolgere, attraverso iniziative tematiche, i territori diversi della città, i diversi ambiti di attivismo civico e democratico, le vertenze che faticano a trovare un punto di incontro nella capitale.

Più o meno in contemporanea, partirà da Milano un altro corteo, organizzato su dimensione regionale che partirà da Piazza Piola per dirigersi verso il centro di accoglienza di Via Corelli, destinato a ritornare in tempi brevi a diventare Cpr (Centro permanente per i rimpatri) ovvero la nuova denominazione (ideata da Minniti), dei Cie, ovvero centri di detenzione per migranti in cui si potrà restare rinchiusi fino a sei mesi, senza aver commesso reato, in attesa di essere rimpatriati. Il corteo, indetto da una numerosa rete di realtà unite attorno allo slogan No Cpr, No Decreto Salvini è frutto di un lungo e certosino lavoro di preparazione attorno alle disposizioni che diventeranno presto legge dello Stato. I promotori sono consapevoli della necessità di fornire informazioni reali e concrete sui danni micidiali che la sua applicazione potrà produrre oggi soprattutto sulla vita di uomini e donne migranti, in tempi brevissimi su chiunque dimostri di essere espressione di dissenso non compatibile o i “colpevoli di povertà”. Cercando fra le 80 pagine prodotte da persone che hanno bellamente saltato negli studi di giurisprudenza ogni esame di diritto costituzionale, si legge chiaramente infatti l’impianto ideologico che è proprio del testo. Gettare le basi per uno Stato fortemente autoritario, in cui la mendicità, il blocco stradale, l’occupazione di case, diventano reati molto più gravi di quelli commessi e per cui è stato condannato in blocco il partito di riferimento del ministro che rivendica tali misure.

Ricorda una canzone di De Gregori “ruba una mela e finirai in galera / ruba un palazzo e ti faranno re”, altro che sicurezza e retorica del “prima gli italiani”. I Cpr, la diffusione delle crudeli inutili “galere etniche” per altro richieste dall’Europa e avallate anche dall’ex ministro Minniti, rappresentano l’apice visibile di una intera politica, peraltro reiterata con maggiore o minore crudeltà negli ultimi 20 anni, utile a far ingrassare qualche finta cooperativa, a produrre lutti, a rimpatriare le persone più fragili e a creare, mediante la detenzione amministrativa, il primo fondamentale esempio di diritto differenziato che ora si espande con vere e proprie limitazioni del diritto alla difesa, rifiuto della presunzione di innocenza, sistema penale di fatto differenziato per chi non è italiano DOC. Una brutta pagina di storia contro cui le mobilitazioni sono necessarie e urgenti e contro cui bisogna necessariamente ricostruire uno spazio pubblico di discussione e di azione concordata capace di espandersi, di parlare nei luoghi in cui ha conquistato più spazio il pensiero razzista del governo giallo verde. Di appuntamenti in preparazione ce ne sono ancora prima delle feste, dalla manifestazione “Get Up”, Stand Up” indetta dall’Usb a Roma per il 15 dicembre all’assemblea che si terrà sempre a Roma il giorno dopo per riprendere il percorso iniziato con la manifestazione del 10 novembre di #Indivisibili. Il decreto è diventato legge ma gli spazi e le esperienze per disobbedire vanno praticati in ogni modo.

Palestina, 70 anni di resistenza per non scomparire

Da oltre 70 anni il popolo palestinese tutto, sia quello che vive nella Palestina occupata, sia quello che vive fuori la Palestina, sia quello della diaspora, ovunque, vive sulla sua pelle il peso dell’occupazione israeliana che si è fatta sempre più cruenta, spietata e strisciante, forte del sostegno dell’imperialismo degli Usa e del silenzio e l’omertà tifosa di gran parte della comunità internazionale. Nonostante questo il popolo palestinese, sebbene ferito fino nel profondo della sua anima, ha lottato e lotta per affermare la sua esistenza e per strappare i suoi diritti affrontando qualsiasi difficoltà ed ostacolo, forte della sua ragione e della sua causa giusta. Il popolo palestinese ha lottato e lotta per affermare la sua esistenza che i sionisti volevano e vogliano cancellare.

Infatti, all’indomani della nascita dello stato di Israele il progetto di pulizia etnica israeliano si è palesato: l’esercito sionista e le sue bande criminali invasero la Palestina terrorizzando i suoi abitanti, bruciando i villaggi e le coltivazioni, uccidendo e massacrando, provocando decine di migliaia di morti e feriti, oltre 800 mila persone sfollate dalle loro case, più di 480 i villaggi palestinesi completamente evacuati e distrutti. Tutto ciò con l’obiettivo di annullare l’esistenza del popolo palestinese. E dal 1948 a oggi la politica di occupazione ha avuto solo ed unicamente questo obiettivo.

Ben Gurion, il padre fondatore di Israele, disse: «I vecchi rifugiati moriranno, i giovani dimenticheranno» ma le cose non sono andate secondo i suoi piani. È vero i vecchi sono morti ma i giovani palestinesi non hanno dimenticato, il popolo palestinese non può dimenticare perché ogni giorno, tutti i giorni continuano a lottare e morire non solo vecchi ma anche giovani nel fiore degli anni, donne e bambini.

Dal 2000 al 2017 (secondo DCIP Defence for Children Inernational Palestine) 2.022 bambini palestinesi hanno perso la vita per mano delle forze di occupazione israeliana, in media 25 bambini al mese, tutti in modo atroce come il piccolo Alì Saad Daubasha di appena 18 mesi arso vivo nell’incendio della sua casa appiccato da coloni nel luglio del 2015. Dal 2000 ad oggi oltre 8.500 bambini palestinesi sono stati arrestati con l’accusa più ricorrente del lancio di sassi, quindi processati davanti a tribunali militari ed incarcerati, sottoposti anche a torture e maltrattamenti. Nel solo mese di settembre 35 minori palestinesi sono stati arrestati e alle famiglie sono state imposte multe superiori a 12.600 dollari. Di questi, 14 minori sono stati picchiati durante la detenzione, 20 condannati a pene da 31 giorni a 9 mesi e 2 trattenuti in detenzione amministrativa.

La violenza cieca israeliana in 70 anni di occupazione non ho conosciuto tregua e si è manifestata e si manifesta in tutta la Palestina occupata, in Cisgiordania come nella Striscia di Gaza.

In Cisgiordania continua incessante la costruzione di nuove colonie e l’espansione di quelle già esistenti. Negli ultimi 25 anni il numero degli insediamenti israeliani e dei coloni che li abitano è quadruplicato, passando dai 105.000 coloni nel 1992 agli oltre 413.000 nel 2017 nonostante gli insediamenti siano considerati illegali dal diritto internazionale e perché tali condannati in numerose risoluzioni ONU. Israele, però, ha sempre considerato il diritto internazionale come lettera morta e così nel mese di giugno il governo di Netanyahu ha annunciato la creazione di altre 2.800 unità abitative che verranno costruite in 30 colonie della Cisgiordania e che saranno ultimate entro la fine dell’anno.

Per la costruzione degli insediamenti israeliani vengono ogni giorno confiscate terre palestinesi, demolite case, sradicati alberi. Infatti, sono migliaia gli alberi di ulivo, molti dei quali secolari, che ogni anno vengono abbattuti soprattutto in prossimità della raccolta, come è accaduto quest’anno a metà ottobre agli abitanti di Turmusayya, un villaggio palestinese tra Ramallah e Nablus, nella parte centrale della Cisgiordania occupata, che dopo aver ricevuto il permesso delle autorità israeliane per andare a raccogliere le olive dei loro alberi, una volta arrivati nei loro campi hanno trovato gli alberi abbattuti e squarciati con i rami carichi di olive lasciati marcire a terra. Senza dimenticare che questo permesso di andare nei loro terreni viene concesso ai palestinesi solo due volte all’anno: due giorni in primavera per coltivare la loro terra e due giorni in autunno per raccogliere le olive.

Quotidiano è anche il furto delle risorse palestinesi, in particolare quelle idriche. Mentre ai palestinesi della Cisgiordania dal 1967 non è consentito lo scavo di nuovi pozzi e quelli vecchi molti sono oramai non più operativi, gli israeliani continuano a scavare pozzi molto profondi che hanno già da tempo causato una forte riduzione del livello idrico della falda e svuotato alcuni pozzi e sorgenti vicine palestinesi. Inoltre, dal 1982 per il volere dell’allora ministro della Difesa Ariel Sharon, il sistema di rifornimento idrico di tutta la Cisgiordania è stato trasferito alla compagnia idrica nazionale israeliana, la Mekorot, per la cifra simbolica di uno shekel israeliano. La Mekorot garantisce un consumo domestico palestinese di circa 70 litri pro capite al giorno (contro i 100 litri pro capite raccomandati dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità) mentre il consumo domestico israeliano è in media di 300 litri pro capite al giorno. Questo perché gli insediamenti israeliani vengono riforniti da ampie condutture ad alta pressione, le città palestinesi, invece, nonostante molto più popolate, sono fornite da condutture dal diametro molto ridotto che limita il flusso d’acqua. Ed inoltre la Mekorot riduce regolarmente la distribuzione/quantità di acqua fornita alle comunità palestinesi durante i caldi mesi estivi, quando il consumo dei coloni raddoppia.

Il 5 settembre la Corte suprema israeliana ha autorizzato la demolizione dell’intero villaggio palestinese di Khan Al Ahmar, e, quindi, anche la demolizione della famosa scuola di gomme costruita dalla ong italiana Vento di terra per i bambini di cinque piccole comunità beduine della zona. La distruzione del villaggio palestinese di Khan al Ahmar è stata autorizzata per consentire così ampliamento degli insediamenti illegali di Maale Adumim e Kfar Adumim autorizzando così un crimine di guerra. Infatti, la quarta Convenzione di Ginevra e l’art. 8 dello Statuto di Roma del Tribunale Penale Internazionale considerano crimine di guerra la deportazione o trasferimento, totale o parziale, della popolazione di un territorio occupato. Khan Al Ahmar però,è solo una delle 46 comunità palestinese della Cisgiordania centrale che lo stato ebraico vuole trasferire per posto ai suoi insediamenti illegali e realizzare così il progetto di espansione coloniale nella zona E1, una striscia di terra da Gerusalemme fino verso Gerico, un progetto maledetto che spaccherebbe la Cisgiordania a metà, impedendo così definitivamente la nascita di uno Stato palestinese con un territorio continuo .

Nella Striscia di Gaza la situazione non è diversa: Gaza che dal 2000 ad oggi ha vissuto 4 guerre e tantissime incursioni ed operazioni militare, dopo 12 anni di assedio è oramai considerata la più grande prigione del mondo a cielo aperto e tutta la popolazione civile vive una drammatica e disumana crisi umanitaria e sociale: razionate le ore di energia elettrica e la quantità di acqua potabile molto al di sotto ai livelli minimi raccomandato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (la media delle 6 ore di energia al giorno nei primi 6 mesi del 2018 è scesa negli ultimi due mesi 4 ore, 70 litri di acqua procapite al giorno contro i 100 raccomandati), azzerate le scorte di cibo e di medicinali ed il ministro della sanità palestinese ha annunciato la chiusura nei prossimi giorni degli ospedali per l’imminente esaurimento del combustibile utilizzato per far funzionare i generatori durante le interruzioni di energia elettrica, ospedali che in questi mesi sono stati chiamati a curare gli oltre 22.000 feriti delle marce di ritorno che dal 30 marzo ogni venerdì migliaia di palestinesi stanno facendo lungo il confine con Israele e che puntualmente le forze di occupazione ed i cecchini israeliani soffocano sangue con oltre 220 morti fino ad oggi.

Per i palestinesi che vivono in Israele le cose non cambiano, da sempre considerati cittadini di serie Z in quello stato che ipocritamente è considerato il solo esempio di democrazia nel Medio Oriente e che finalmente si è palesato anche agli occhi di chi per anni ha finto di non vedere. Infatti, il 18 luglio il parlamento israeliano ha approvato una legge che stabilisce che Israele è solo per gli ebrei, gli arabi sono cittadini di seconda classe e che gli abitanti palestinesi non esistono. Comunque, questa è una legge molto importante perché mette la parola fine alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico” perché questa combinazione non è possibile non solo nella pratica , per quello che Israele ha fatto in questi 70 anni in termini di politiche di occupazione, discriminazione ed apartheid, ma ora anche nella teoria. Infatti, la Knesset ha stabilito che Israele è ebraica, è lo stato nazione del popolo ebraico ma una democrazia non può basarsi sull’origine etnica dei suoi cittadini. Questa legge dice esplicitamente che la terra biblica di Israele è la patria storica degli ebrei e al suo interno è stato fondato lo stato d’Israele e che “il popolo ebraico ha un diritto particolare all’autodeterminazione”. Inoltre “lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come valore nazionale ed agirà per promuovere il suo consolidamento” per cui la nuova legge afferma che lo Stato promuoverà l’immigrazione ebraica e a sancire anche formalmente questo regime di apartheid stabilisce che l’arabo non sarà più lingua ufficiale di Israele. Una legge pericolosa, dunque, perché apertamente e spudoratamente razzista e discriminatoria che però non suscitato nessuna reazione ufficiale da parte dei governi ed istituzioni internazionali, sebbene sia anche in netto contrasto con quanto stabilito con la risoluzione 181 .

Nonostante tutto questo, in questi 70 anni di brutale occupazione il popolo palestinese ha sempre lottato e resistito per affermare la sua esistenza e rivendicare i suoi diritti , dal 1987 ad oggi ha conosciuto 3 Intifada con circa 7.000 morti, scioperi e manifestazioni quotidiane e ogni altra possibile forma di protesta dal lancio di pietre contro carri armati e soldati armati fino ai denti, al bruciare copertoni di gomme, al lancio di aquiloni incendiari …. Tutto questo perché in questi 70 anni i sionisti hanno potuto rubare terra e risorse palestinesi , demolire case, sradicare alberi, costruire muri ed insediamenti, uccidere uomini donne vecchi e bambini ma non potuto rubare ed uccidere la dignità del popolo palestinese.

La dignità del popolo palestinese che Trump con le sue decisioni e mosse di politica estera quotidianamente ignora e calpesta, e lo ho fatto ancor prima di diventare presidente quando all’indomani dell’ennesima risoluzione del Consiglio di Sicurezza di condanna degli insediamenti israeliani, del 23 dicembre 2016, approvata però questa volta senza il veto USA, affermò che con lui alla Casa Bianca le cose sarebbero andate diversamente. E così è stato … Oggi Trump, con la sua scellerata decisione di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele e con il suo incondizionato appoggio alla politica di occupazione ed aggressione israeliana, dimostra a parola e nei fatti non solo di non rispettare la causa palestinese ma anche gli altri stati che nel corso di questi anni hanno condannato l’occupazione israeliana ed anche dimostra di non rispettare il diritto internazionale.

Infatti, i nordamericani, oltre a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele nonostante quella stessa risoluzione che sancisce la nascita dello stato israeliano accanto a quello palestinese ne riconosca lo status internazionale, hanno tagliato i fondi all’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA per i profughi palestinesi, si sono ritirati dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ipocritamente accusato di un “pregiudizio cronico” nei confronti di Israele, hanno chiuso gli uffici dell’OLP a Whashington. Inoltre, gli americani che non hanno mai ratificato il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale dell’Aja, hanno minacciato di sanzioni esemplari i giudici della Corte Penale Internazionale qualora decidessero di indagare su gli Usa, Israele o i loro alleati …

Tutto questo mentre sempre meno ascoltata è la voce di quelle poche diplomazie ufficiali che osano prendere la distanza, però solo a parole, dalla insensata politica di Trump. Infatti, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato con il voto favorevole di ben 128 paesi una risoluzione per condannare la decisione di Trump di trasferire l’ambasciata ma la sua cerimonia di inaugurazione è stata trasmessa in diretta come un evento epocale per la pace in Medio Oriente anche dalla televisione italiana. Anche il mondo arabo che aveva detto che l’attacco a Gerusalemme e allo status dei profughi avrebbe portato a una guerra mondiale resta a guardare mentre le conseguenze delle scelte americane ricadono solo ed unicamente sui palestinesi. Infatti, paesi arabi, come Arabia Saudita ed Egitto, hanno oramai apertamente voltato le spalle alla dirigenza palestinese in quanto troppo interessati a non compromettere i loro rapporti con l’amministrazione Trump ed avvicinarsi ad Israele.

La dirigenza palestinese ha dimostrato di essere incapace a fronteggiare la drammatica evoluzione che ha avuto la causa palestinese in questo ultimo anno. Infatti, Abu Mazen in questi mesi ha girato in lungo e largo per mezzo mondo, è andato anche all’Onu a condannare la decisione di Trump e a richiedere la convocazione di una conferenza internazionale senza ottenere però nulla se non strette di mano e sorrisi di circostanza.

Ecco perché di fronte alla quotidiana drammatica conta di morti e feriti palestinesi, ai quotidiani soprusi e alle continue sistematiche violazioni dei più elementari diritti umani, noi che ancora riusciamo ad indignarci di fronte a tutto ciò non possiamo stare in silenzio ma ora non basta solo esprimere la nostra indignazione dobbiamo reagire, abbiamo il dovere di reagire …

Oggi più che mai c’è la necessità di costruire una solidarietà internazionale forte per tutelare quel poco che rimane dei diritti del popolo palestinese che nonostante sia consapevole di essere più che mai solo a combattere contro la continua occupazione israeliana e l’oramai sistematica aggressione dell’amministrazione americana che con Trump sta cercando di smantellare i diritti inalienabili e le tutele giuridiche riconosciute ai palestinesi da organismi internazionali, continua appunto a lottare per difendere la sua dignità di popolo fiero e forte.

Solo costruendo una reale solidarietà internazionale forte, capace di incidere e fermare l’occupazione israeliana e l’aggressione americana possiamo stare realmente vicini al popolo palestinese, un popolo che da oltre 70 anni continua a lottare e a morire per i suoi diritti di libertà e di dignità che alla fine sono diritti di tutti. Perciò , facciamo in modo che quest’anno il 29 novembre, giornata istituita nel 1977 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese, non sia solo una sterile giornata celebrativa ma il punto di partenza per costruire una consapevole ed incisiva solidarietà internazionale a difesa dei diritti di libertà e dignità del popolo palestinese.

Infatti, nel 1977 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (risoluzione 32/40 B) ha individuata questa data per il significato che essa riveste per il popolo palestinese:il 29 novembre del 1947 l’Assemblea Generale approvò la Risoluzione n. 181 che prevede l’istituzione di uno Stato ebraico e di uno Stato palestinese e Gerusalemme corpus separatum sotto un regime internazionale speciale. Con l’istituzione di questa giornata l’Assemblea Generale ha voluto ricordare che purtroppo ancora oggi la questione palestinese non è risolta e che i Palestinesi devono poter godere di quei diritti inalienabili che l’Assemblea Generale ha loro riconosciuto: diritto all’autodeterminazione senza interferenze esterne, il diritto all’indipendenza e alla sovranità nazionale, il diritto di poter far ritorno alle case e proprietà che i palestinesi hanno dovuto abbandonare.. .

Quest’anno la giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese ricorre in un momento molto difficile perché c’è la ferrea determinazione da parte della amministrazione americana di Trump di far passare il suo progetto , il cosiddetto progetto del secolo che si propone di trovare una soluzione, di mettere un tappo alla questione palestinese al netto di Gerusalemme, della soluzione dei profughi e di tutti i diritti fondamentali dei palestinesi e di ridurre la questione palestinese a semplice problema di carattere umanitario e minoranza etnica all’interno dello stato ebraico.

Infatti, con la già ricordata legge sullo stato-nazione approvata lo scorso 18 luglio dalla knesset Israele è diventato ufficialmente “la casa nazionale del popolo ebraico” così come già più di 100 anni la Gran Bretagna con la Dichiarazione di Lord Balfour si impegnò a trasformare la Palestina in un “National home “per il popolo ebraico nonostante la popolazione della Palestina all’epoca fosse costituita da oltre il 90 % di arabi, una scellerata dichiarazione e giuridicamente illegittima (perché all’epoca la Palestina come gran parte del medio Oriente era sotto il controllo dell’impero ottomano) di appena 67 parole che però ha cambiato il corso della storia per ebrei, palestinesi e resto del mondo.

Dunque, oggi che la dichiarazione di Balfour, grazie al sostegno complice dell’amministrazione americana di Trump, è divenuta purtroppo ufficiale possiamo dire che la ricorrenza quest’anno della celebrazione della giornata della solidarietà con il popolo palestinese cade in un momento particolarmente difficile perché le condizioni oggettive e soggettive sono favorevoli per Israele e per americani e perché la causa palestinese non può contare più sul sostegno dei paesi arabi, troppo impegnati a non compromettere i loro rapporti con gli americani e a normalizzare i loro rapporti con Israele.

Occorre costruire una reale rete di solidarietà internazionale, dunque, non solo di piazza e movimenti, ma ciascuno con i mezzi a sua disposizione, anche cominciando dal boicottaggio dei prodotti israeliani, deve aver il coraggio di schierarsi tra un popolo che da 70 anni lotta per la sua libertà e la difesa dei suoi diritti ed uno stato che quotidianamente quei diritti calpesta.

«Per favore salvate i miei libri dalle ruspe»

Anche a Gallarate c’è un sindaco leghista che (come capita spesso, sempre di più, purtroppo non solo tra i leghisti) sa fare politica solo rovistando tra le macerie. È quel sindaco, per chi se lo fosse perso, che si fece fotografare tutto satollo mentre pagava il biglietto ad alcuni migranti a cui non era stata accettata la richiesta d’asilo per “mandarli al Milano al sindaco Sala”. So che sembra incredibile ma è accaduto davvero. Del resto dal ministro dell’inferno in giù anche i rimpatri (come la sicurezza, i porti chiusi e la voce grossa contro l’Europa) sono solo slogan privi di senso: fingono di risolvere le emergenze spostando pattume da un angolo all’altro per mostrarsi operosi, indifferenti del fatto che nei loro pacchi ci siano anche delle persone.

C’è da scommettere che il sindaco Andrea Cassani in queste ore starà festeggiando quel Decreto Sicurezza che crea emergenza per incutere paura e proporsi poi di nuovo come unica soluzione. Un trucco da prestigiatori dilettanti che contribuirà a mungere la bomba sociale determinando un enorme spreco di risorse umane e materiali per cancellare di fatto qualsiasi tentativo di integrazione e marginalizzare ancora di più (attenzione: mica risolvere, marginalizzare) gli indifesi. Creare macerie chiamandole pulizia. Come le ruspe, appunto.

Non potendo aspirare a azioni di governo il sindaco di Gallarate ultimamente si è dedicato anima e corpo allo smantellamento di un campo sinti in città. Ha cominciato con la rimozione di un container che ospitava il doposcuola per i ragazzi del campo (il binomio “straniero+cultura” effettivamente è qualcosa che fa esplodere il cervello, ai leghisti) e ha continuato sgomberando il tutto, con ruspe ovviamente in bella vista, ovviamente senza preoccuparsi di trovare nessuna soluzione. Al solito: fanno deserto e la chiamano pace, com’è nel costume degli inetti. Tra l’altro l’azione di propaganda è costata (per ora) 49mila euro che sono stati tolti alla “manutenzione ordinaria degli immobili comunali”, contravvenendo totalmente l’antico adagio del “prima gli italiani”.

Ieri mentre le ruspe continuavano la loro opera di demolizione una volontaria è uscita con uno scatolone in mano e gli occhi lucidi. Aveva appena preso in consegna un pacco preparato da una ragazzina del campo, che frequenta con ottimi risultati le scuole medie in città. Temendo lo sgombero ha recuperato tutti i libri di scuola e li ha ordinatamente rinchiusi in una scatola. «Salvate i miei libri per favore, non voglio vengano distrutti dalle ruspe», ha detto ai volontari che cercano di salvare il salvabile.

Ed è un gesto piccolo, un evento minimo, che risuona più delle lamiere che si accartocciano intorno: in un tempo di frastuoni e di azioni che durano il tempo di essere strillate in un tweet lei, una ragazzina, ha ancora uno sguardo lunghissimo, così diverso dalla miopia fessa delle persone che ne governano la vita, e vede nei libri il suo riscatto possibile al di là delle macerie. Ed è un bel mondo, in futuro, immaginato così.

Buon giovedì.