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Le scuole cadono a pezzi ma c’è chi al governo confonde in malafede la sicurezza con un controllo militare degli studenti

La manifestazione degli studenti per chiedere più investimenti per l'istruzione, Napoli, 16 novembre 2018. ANSA/CESARE ABBATE

Novembre è stato il mese che ha visto l’approvazione (con i voti di Lega e 5 Stelle) di quel mix di repressione del dissenso e feroce accanimento verso migranti e “ultimi” in generale chiamato decreto Immigrazione e sicurezza. Ma è stato anche un periodo (idealmente prolungato fino ai primi di dicembre) di forti e partecipate mobilitazioni. Su tematiche diverse, unite però da un profondo dissenso verso le politiche del governo. I cortei di #Indivisibili e #Nonunadimeno a livello nazionale e le manifestazioni locali a Roma (Sei Uno di Noi) e Milano (Mai più Lager – No ai Cpr) sono lì a testimoniare quanto il fronte di chi non si riconosce nell’operato di Conte-Di Maio-Salvini sia in continuo movimento. Su questa linea si sono mossi anche gli studenti, con la manifestazione nazionale del 16 e 17 novembre e con la protesta che ha visto coinvolti alcuni dei maggiori licei romani. Un laboratorio interessante, quello della Capitale, che ha registrato sempre a novembre le occupazioni di istituti quali Mamiani, Virgilio, Socrate, Albertelli, Righi e Tasso. Con gli studenti capaci di fare rete e unirsi in un’unica piattaforma comune di protesta, come racconta a Left L. A., 17 anni, del Collettivo politico Tasso, l’ultimo dei licei in ordine di tempo a mobilitarsi. «Ci siamo visti nell’assemblea cittadina degli studenti romani e da lì è nata l’idea di portare avanti una forma di protesta unitaria su temi comuni». Temi che non si limitano ad una critica al sistema scolastico, ma riguardano il dissenso verso le politiche del governo, espresso in maniera approfondita e strutturata nel comunicato lanciato durante i giorni dell’occupazione dal Collettivo del Tasso e segnalato anche da Left. «Quel comunicato, così come la decisione di occupare – prosegue il giovane  – è frutto di un lungo processo politico iniziato a settembre che ha visto grande partecipazione e voglia di fare politica attiva. In questi mesi ci sono state approfondite discussioni all’interno del collettivo sui temi della protesta. Il comunicato è un po’ il sunto di tutto». Leggendolo si ha in effetti la sensazione di una presa di coscienza forte da parte degli studenti riguardo ai temi della loro mobilitazione, maturata nel tempo. Elementi che si ritrovano anche nelle rivendicazioni degli altri licei parte della piattaforma comune di protesta, all’interno della quale hanno un peso centrale le scelte del governo in materia di immigrazione, accoglienza e presunta sicurezza. Ovvero il decreto Salvini. «Abbiamo ribadito con forza – sottolinea A. – che non si può fare accoglienza gettando esseri umani in mezzo alla strada, come accaduto proprio a Roma al Baobab. Il governo dice che l’immigrazione crea degrado sociale, per noi invece è degradante gettare persone in strada. Ribadiamo con forza il dissenso verso un modello che non fa accoglienza, non crea una reale inclusione delle persone nel tessuto culturale e sociale del nostro Paese».
Non può mancare poi il tema della scuola, legato al decreto Scuole sicure, anch’esso a firma Salvini che, leggendo dal comunicato del Tasso «confonde in malafede la sicurezza nelle scuole con un controllo militare degli studenti». Non intervenendo su questioni di più immediata sicurezza come l’edilizia scolastica. «Molte scuole – ricorda A. – hanno strutture fatiscenti ed è lì che bisognerebbe investire risorse. Una scuola sicura non è quella piena di telecamere ma una dove non cade il cornicione (come in effetti accaduto quest’anno a Catanzaro, Palermo e Torino), dove d’inverno funziona il riscaldamento. Dove insomma è tutto a norma». Anche perché lo stato di degrado dell’edilizia scolastica continua a preoccupare, come rilevato a fine ottobre dal rapporto di Legambiente Ecosistema scuola 2018, dove si legge – tra le altre cose – che solo il 42,2% degli edifici scolastici ha il certificato di prevenzione incendi, il 60,4 % quello di agibilità, il 54,2 % scale di sicurezza, l’83,3 % impianti elettrici a norma (vedi Left del 26 ottobre 2018).
Dissenso accanto al quale, restando sul tema scuola, viene fuori in maniera chiara quale sia la strada da seguire per il cambiamento. Una strada antica, sempre poco battuta dagli ultimi governi, ancor meno da quello attuale: investire nella scuola pubblica. «Non ci scordiamo – sottolinea A. – le battaglie contro i tagli alla scuola pubblica e le conseguenze sull’edilizia scolastica e non solo. Mi viene in mente poi anche il contributo volontario dei genitori, fondamentale ora per alcune scuole. Una cosa che magari per le famiglie dei ragazzi del Tasso può essere facile ma non per tutti è così. Questo è uno dei tanti elementi che può creare disparità sociale, scuole di serie a e di serie b».
Le occupazioni al momento sono terminate. Senza aver avuto, se non in parte, il supporto degli insegnanti. Inizialmente c’era stato un invito degli studenti al corpo docente di aderire alla mobilitazione per darle maggior spessore. Come ricorda lo studente del Tasso però «molti docenti hanno appoggiato i motivi della protesta ma tutti hanno espresso contrarietà per la forma. Nessuno alla fine è stato con noi». Occupazioni terminate ma mobilitazioni che proseguono. Così come va avanti la rete dei licei romani. «Durante il periodo dell’occupazione – racconta A. – c’è stata un’assemblea di tutta la piattaforma e ora siamo al lavoro per capire come portare avanti la nostra protesta. La piattaforma si è creata e proseguirà». Una piattaforma che nel frattempo ha suscitato interesse anche fuori da Roma. «Siamo stati contattati da una serie di rappresentanti di varie scuole d’Italia – prosegue A. – che ci hanno chiesto come era nata la protesta, con che forme l’avevamo portata avanti e su quali contenuti. Questa occupazione non è stata né un punto di partenza né di arrivo ma solo una tappa del percorso». Percorso che potrebbe proseguire diventando sempre più ampio e allargando ancora la rete di protesta.

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Per approfondire il tema proposto in questo articolo vi proponiamo la storia di copertina di Left del 26 ottobre 2018 


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Il presepe ipocrita

Un momento dello sgombero del presidio umanitario di Baobab Experience a Roma, nei pressi della stazione Tiburtina. Secondo quanto si è appreso, all'interno della tendopoli stamattina c'erano circa 200 migranti. Sono in corso le identificazioni e i migranti sprovvisti di documenti verranno portati all'ufficio immigrazione per il fotosegnalamento. Al temine delle operazioni verranno rimosse le tende e l'area sarà bonificata. Già in passato la tendopoli alle spalle della stazione Tiburtina è stata più volte sgomberata, 13 novembre 2018. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il “presepe” quest’anno si farà con i rimasugli degli uomini non certificati, gli scarti prodotti da un Decreto sicurezza che è sostanzialmente un enorme camion dell’immondizia: attraverserà il Paese, svuoterà i centri di accoglienza e lascerà uomini, donne e bambini come sacchi rotti agli angoli delle strade.

Il primo presepe vivente è stato allestito qualche giorno fa a Isola Capo Rizzuto, poco lontano da Crotone. È la versione in anteprima di quello che ci aspetta per questo prossimo Natale da festeggiare con la benevolenza di cartone che si tengono in tasca i benpensantiquelli che dosano la compassione in base alla provenienza, all’etnia, alla propria percezione dell’altro annullandolo e hanno convenuto che vada bene così.

Il presepe vivente dell’era Salvini non ha capanna, non ha bue e nemmeno asinello: sono i 24 migranti spalmati sul marciapiede in stazione, con i rivoli della città che gli scorrono sotto le giacche lise, accovacciati di fianco ai cestini dell’immondizia urbana, con i piedi neri e i talloni induriti mentre ci chiedono da cosa sono stati scacciati e dove dovrebbero andare. Da nessuna parte, devono andare. In nome della sicurezza devono sparire, ma non si sa come, rimarginarsi come se fossero un’infezione, smetterla di esserci.

Il presepe vivente di quest’anno non ha nessuna Maria: sono donne come Faith che con una bimba piccola e incinta ha dovuto cercare un tetto per la notte insieme al marito. Sono sopravvissuti all’inferno libico e per legge dello Stato ora qui devono trovare una grotta.

Il presepe vivente di quest’anno sono le persone marginalizzate per decreto che si trascineranno in cerca di un buco per non farsi congelare. Li vedremo in giro, cenciosi come li vuole la narrazione che gli hanno affibbiato e così potremo dire che sono davvero come ci dicono: sporchi, nullafacenti, talmente disperati da incutere disperazione a noi che invece vorremmo passare un bel Natale in famiglia e ce lo ritroviamo rovinato da questi.

E sarà perfetto per chi si propone come leader della disinfestazione: crea infezione e poi si propone come cura.

Buon lunedì. E buon Natale.

Prigionieri dell’Europa sull’isola di Lesbo

Ameen ha sedici anni e lo sguardo che si perde verso l’orizzonte. Il suo avambraccio sinistro è pieno di cicatrici, delle linee dritte una dietro l’altra. Gli chiedo: «Cosa ti è successo?». Lui si imbarazza, si carezza il braccio come per nasconderlo. Fa un mezzo sorriso che stringe i suoi occhi già affilati, poi risponde con semplicità: «Mi sono tagliato. Il dolore era così forte, la stanchezza era così forte, la sola cosa che volevo era trovare il modo di smettere di stare così male. Qui tutti fanno questo, tentano di farla finita».

È una risposta che ho sentito altre volte nelle carceri sovraffollate dove la vita si consuma chiusi per 22 ore al giorno in una cella e il tempo non finisce mai. Ma Ameen lo incontro in un contesto molto diverso: l’isola di Lesbo è una delle più belle del mondo, un paradiso che gli accordi tra Europa e Turchia del 2016 per fermare i flussi migratori, hanno trasformato in prigione.

Ameen ha solo sedici anni, e viene dalla Siria come buona parte delle circa novemila persone intrappolate nella prigione di Lesbo. Ameen è qui da un anno e ancora non ha avuto la prima intervista per la sua richiesta d’asilo.

Nel 2015 il braccio di mare tra la Turchia e le isole greche è stato attraversato oltre un milione di profughi in cerca di asilo in Europa. Poi nel marzo 2016, l’Europa ha voluto chiudere quel passaggio, ha sottoscritto un accordo con la Turchia costato tre miliardi di euro diventati velocemente sei miliardi, per «contenere i flussi migratori».

Ma i flussi, in realtà, non si sono mai fermati del tutto. Ancora oggi circa duecento persone al giorno continuano ad approdare sulle isole come Lesbo o Chios. Ma non ne parla nessuno, solo ogni tanto quando…

Guarda il video di presentazione del reportage

Il reportage di Valerio Cataldi prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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Meno sicurezza: per scelta del governo

L’abolizione della cosiddetta “protezione umanitaria” tra i motivi per la concessione di un diritto alla permanenza regolare, in astratto può avere senso, limitando la scelta solo tra concessione dello status di rifugiato e suo rifiuto. Molti paesi hanno in effetti solo queste due possibilità: ma proprio per questo sono molto più generosi di noi nella concessione dell’asilo. Noi avevamo questa forma intermedia, molto usata anche nei casi di persone già inserite in percorsi lavorativi e di integrazione, e concedevamo pochi riconoscimenti pieni di asilo: il rischio è che rimangano pochi i riconoscimenti, e sparisca la forma intermedia, con il risultato di ritrovarci più irregolari per strada, dato che difficilmente i non riconosciuti saranno espulsi. Nella stessa direzione va lo spostamento delle persone che non hanno ancora ricevuto il riconoscimento di rifugiati dagli Sprar (i servizi di accoglienza organizzati dai comuni, mediamente abbastanza efficaci) ai centri di accoglienza: ciò che sfavorirà i percorsi di inclusione. Dunque meno integrazione: e cioè meno sicurezza.

Con gli sbarchi ridotti quasi a zero, e la filiera degli arrivi irregolari diventata irrilevante, sarebbe il momento ideale per occuparsi dell’integrazione più veloce possibile di chi c’è già, e programmare i futuri flussi regolari. E invece la linea è ancora quella di aumentare le difficoltà dell’integrazione piena: per esempio, raddoppiando i tempi per l’ottenimento della cittadinanza.

Meno rilevante a questo punto è la mancata firma del cosiddetto “global migration compact”: un’iniziativa simbolica, non vincolante. Ma il fatto di essere in compagnia dei paesi dell’Est e degli USA, e contro l’Europa occidentale, ci isola ulteriormente: in un settore, quello delle migrazioni, che – per definizione, trattandosi di persone che vanno da un paese all’altro – solo nella collaborazione internazionale può trovare risposte efficaci.

La sensazione è insomma che si continui a voler fare politica anziché politiche, come se si fosse ancora all’opposizione anziché al governo, per continuare a sventolare il vessillo dell’immigrazione come problema contro cui scagliarsi, e degli immigrati come soggetti da punire: come emerge dall’emendamento al decreto fiscale sui money transfer, che aggiunge un’odiosa tassa in più proprio sui soldi che dovrebbero aiutare gli immigrati a casa loro, come pure spesso si dice che sarebbe opportuno fare.

Mentre si continuano a eludere i problemi veri, quelli che ci costeranno davvero cari: come la drammatica recessione demografica che stiamo vivendo – e che, come la storia insegna, quasi sempre si traduce in recessione economica. Solo la riduzione della platea di lavoratori apre scenari inquietanti: oggi ci sono 3 lavoratori attivi ogni 2 pensionati; nel 2050, in assenza di immigrazioni, saranno 1 contro 1, con una perdita secca di 10 milioni di lavoratori attivi. Ne vogliamo parlare?

*

L’insicurezza del decreto sicurezza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Bologna”, 2 dicembre 2018, editoriale, p.1

Le parole necessarie di Pierluigi Cappello

Luce, erba, pioggia. Tre delle parole preferite di lui. Per nominare lei: la vita, il “limite e soglia” dentro cui si sbozzola la poesia di Pierluigi Cappello. Una vita col desiderio di librarsi nella luce (il poeta che voleva diventare pilota di aerei; il bambino che abitava in cima a un colle, più vicino alle nuvole, al cielo) e la volontà di correre lontano, sull’erba (lunghe gambe inquiete di velocista allenato). All’improvviso, la pioggia, fittissima. Quel temporale in forma di incidente, che trancia il cavo elettrico del midollo e spegne per sempre la lampadina del suo corpo. È lì che iniziano a “farsi avanti le parole”, dove le gambe non possono più arrivare. È lì che il ciclo luce-erba-pioggia si attiva fecondo, inarrestabile, per compiersi e culminare in questo libro, che contiene tutte le poesie, ma non tutta la poesia di Pierluigi Cappello: Un prato in pendio (Bur) uscito a un anno dalla scomparsa dell’autore e corredato di preziosi inediti.
“Dalla scomparsa dell’autore” è un modismo che Pierluigi forse non perdonerebbe; esplicitare, facilitare è spesso arrendersi alla lingua appiattita, barbarica, della comunicazione, ben lontana da quella “disperata e elegante consegnataci dalla tradizione letteraria”, su cui lui faticava e avrebbe faticato all’infinito. Il suo scrivere a matita – Un prato in pendio ce ne fornisce toccanti esempi, nel “Quaderno dei manoscritti” -, testimonia non solo la necessità fisica di ridurre sforzo e attrito nel trascinare la penna sul foglio, ma anche la volontà di…

L’articolo di Monica R. Bedana prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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La lezione di storia di Menocchio il mugnaio

Marc Bloch, storico e partigiano francese, ha scritto che ogni lettore di Dumas è forse uno storico in potenza. In questa affermazione mi pare si possa intravedere un senso del fare storia che tiene insieme due principi imprescindibili: la ricostruzione delle storie degli uomini richiede, insieme ad una precisione metodologica, un plus di fantasia, di sforzo immaginativo, di poesia, per arrivare al fondo delle questioni, per non limitarsi a sorvolare la superficie placida del mare senza azzardare il tuffo. In aggiunta lo storico deve saper parlare a tutti: alla società, alla cultura, ai curiosi, agli uomini, alla ricerca, offrendo dei romanzi veritieri che siano anche racconti di speranza. Una conoscenza che permetta di “vivere meglio”.
Bloch verrà fucilato dai nazisti nel 1944, ma l’idea di storia che aveva coraggiosamente proposto, insieme a Lucien Febvre e alla rivista Annales, diventerà il paradigma fondamentale di questa disciplina per tutto il secondo Novecento. Una storia che lascia da parte le vite di pontefici, re e cortigiani, per interrogarsi sul mondo vissuto, sul farsi del pensiero umano, in rapporto stretto con tutte le altre scienze umane, superando l’idiozia di steccati disciplinari dal sapore antico. «L’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O meglio: gli uomini. Più che il singolare, favorevole all’astrazione, il plurale, che è il modo grammaticale della relatività, conviene a una scienza del diverso», scrive Bloch in Apologia della storia.
In Italia, tra coloro che meglio interpreteranno questo orizzonte ideale, vi saranno gli esponenti della cosiddetta microstoria: Giovanni Levi, Carlo Ginzburg, Edoardo Grendi. Nata negli anni Settanta, questa corrente ha superato brillantemente una delle criticità emerse nella storia della mentalità delle Annales, ovvero aver astratto troppo lo sguardo, aver cercato il mutare del pensiero finendo con il formulare categorie o periodizzazioni troppo rigide, trascurando il vissuto concreto degli uomini. La microstoria riduce la scala: un singolo villaggio, un gruppo umano, un mugnaio possono essere storie che vale la pena raccontare. La lettura di queste vite può approfondire la conoscenza di un contesto e di un periodo.
Forse è sorprendente che nel 2018 un regista, Alberto Fasulo, abbia voluto recuperare una di queste vicende per trarne un film. Nasce così Menocchio, trasposizione cinematografica della storia che Ginzburg ha scoperto e raccontato nel suo famosissimo Il formaggio e i vermi, pubblicato nel 1976. L’immagine filmica ruvida, di chiaroscuri, di fiammelle tremule, di visi aspri in primo piano, restituisce…

L’articolo di Andreas Iacarella prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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La via di fuga dall’Africa si fa sempre più stretta

A woman walks in the Old City of Morocco's port city of Tangiers, on August 13, 2018. (Photo by FADEL SENNA / AFP) (Photo credit should read FADEL SENNA/AFP/Getty Images)

Da Tangeri alla barriera dell’enclave spagnola di Ceuta, in territorio marocchino, corrono meno di 45 chilometri in linea d’aria. Poco meno di 30 tra la costa spagnola e quella della città portuale marocchina, dalla sabbia bianca dove nel 1957 Jack Kerouac in costume si fece ritrarre in fotografia con William Burroughs e Peter Orlovsky. È qui, in una foresta alla periferia di uno dei più affascinanti centri turistici del Marocco, che si nascondono centinaia, migliaia di migranti subsahariani.

Arrivano qui, si fermano in attesa di un posto su un barchino, ci vivono. Dormono a terra su materassi vecchi o una semplice coperta, intorno qualche vecchia pentola da riempire d’acqua piovana per lavarsi o cucinare un piatto caldo, i resti di un fuoco per scaldarsi di notte. E aspettano.

Dopo aver speso migliaia di euro per arrivare qui, nel profondo Nord africano, e mesi o anni di viaggio da Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Ghana, Burkina Faso aspettano di partire verso l’Europa. C’è chi raccoglie i soldi per l’ultimo pezzo di viaggio, elemosinando in città o accettando lavori a giornata per qualche spicciolo, chi ha già pagato e attende per il proprio turno e chi sta prendendo contatti con i trafficanti. I costi oscillano moltissimo, da 150 euro a 3mila per un posto in un barchino o un salto oltre la rete delle due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla.

Così fortificate e militarizzate da aver spinto passeur e migranti a optare per lo Stretto di Gibilterra, un viaggio di 25-26 chilometri, circa cinque ore. Da Tangeri nei giorni di cielo sereno si vede l’ambita Europa.

Una tratta relativamente breve, ma comunque pericolosa: nel 2018, fino al 21 novembre, sono morti in quel pezzo di mare 631 persone (dati Oim). Tra questi…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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Paola Nugnes: Il Movimento 5 stelle è ostaggio della Lega

PAOLA NUGNES POLITICO

«La questione della sicurezza non si può risolvere con uno Stato di polizia», dice Paola Nugnes, architetta napoletana, senatrice “ortodossa” del M5s. Di certo è una dei pochi parlamentari a chiudere un «percorso di autocensura» su certi temi e denunciare anche il giro di vite repressivo contro i movimenti sociali contenuto nel decreto Salvini.

«Noi facemmo un’opposizione durissima al decreto Minniti-Orlando e Salvini fa peggio – chiarisce la senatrice -. Noi ci siamo opposti prima e non ora. È un segnale culturale molto grave anche aver messo insieme sicurezza e immigrazione. Non è un tema contrattabile, su cui posso dire “te lo faccio passare così tu mi dai un’altra cosa”: è il disegno di una società orribile, esattamente l’opposto di una di società inclusiva, accogliente, che esalta le differenze e le contaminazioni. Al contrario, è una società autarchica, chiusa, che respinge, ha paura e si arma, si è pensato perfino a un bonus per le inferriate».

«Credo che i miei si sarebbero dovuti opporre – ribadisce Nugnes -, come hanno saputo fare in altre occasioni. Non ho partecipato al voto di fiducia, facendo una netta dichiarazione contraria al decreto legge, tuttavia…

L’intervista di Checchino Antonini a Paola Nugnes prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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«Solo il 52% dei bambini sieropositivi viene curato». Msf accusa le case farmaceutiche

FATOUMATA CAMARA, a Guinean Health Ministry midwife performs an Early Infant Diagnosis (EID) test on a newly born infant (12 weeks old) who was born to an HIV positive mother. MSF supports PMTCT activities in 7 health centres in Conakry, including HIV testing, treatment for HIV positive mothers, prophylaxis and Early Infant Diagnosis (EID) for infants born to HIV positive mothers, and the initiation of HIV positive children onto ART In Guinea, where the HIV prevalence among women of child-bearing age is around 2%, the national PMTCT policy states that every pregnant woman should receive a pregnancy test, with lifelong ART prescribed if diagnosed positive. Starting ART immediately is associated with only 2% chance of transmission, versus 20% risk of transmission if treatment is started after delivery MSF is calling for the strong integration of PMTCT and EID into maternity and paediatric services in Guinea.

«Le aziende farmaceutiche semplicemente non considerano una priorità i bambini con l’Hiv, costringendoci a utilizzare trattamenti obsoleti e subottimali, il che rende più difficile per i nostri piccoli pazienti seguire il trattamento e rispettarne l’adesione». A lanciare la denuncia è Ruggero Giuliani, medico infettivologo e vicepresidente di Medici senza frontiere. L’organizzazione umanitaria, in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids (che si celebra ogni anno l’1 dicembre, da quando fu concepita nel 1988, ndr), muove una forte critica rispetto all’operato delle case farmaceutiche, colpevoli di ritardi e di una mancata elaborazione di formulazioni adeguate per la cura di bambini e bambine. Che si ripercuotono, in particolare, su chi fra di loro vive in Paesi in via di sviluppo.

La copertura terapeutica tra i bambini malati di Hiv è assai bassa: solamente il 52% dei bambini sieropositivi hanno ricevuto un trattamento durante il 2017 (dati Msf). E la metà di loro continua a ricevere regimi subottimali, rischiando di incappare in effetti collaterali come resistenza e fallimento della cura.

«La crescente resistenza ai farmaci antiretrovirali esistenti nei Paesi dell’Africa sub-sahariana – prosegue Giuliani – fa sì che i trattamenti più vecchi potrebbero non funzionare nei neonati e nei bambini che invece hanno urgente bisogno di migliori opzioni di trattamento». «Per quanto tempo i bambini sieropositivi dovranno continuare a soffrire o morire a causa di questa indifferenza?», si domanda il medico.

Poiché il mercato dei farmaci pediatrici è limitato, questi non hanno rappresentato una priorità per le multinazionali farmaceutiche, argomenta Medici senza frontiere in una nota.

«I bambini hanno bisogno di avere accesso ai farmaci migliori e più affidabili possibili, dato che hanno bisogno di portare avanti la terapia per l’HIV per tutta la vita», dichiara la farmacista esperta di Hiv della Campagna per l’accesso ai farmaci di Msf. «Le multinazionali farmaceutiche – prosegue – dovrebbero intraprendere un’azione concertata per salvare più giovani vite e porre un freno a questa politica di progressive dilazioni».

Nove bambini sieropositivi su dieci abitano in Africa sub-sahariana, e i tassi di resistenza ai medicinali antiretrovirali in circolazione – come nevirapina e efavirenz – sono alti. Anche per questo, il tasso di mortalità rimane elevato, in particolare tra i primi quattro anni di vita. Nello scorso anno le patologie legate all’Aids hanno ucciso 110 mila bambini nel mondo (dati Msf).

Sempre in occasione della Giornata mondiale dedicata a fare luce su questa malattia, l’Osservatorio Aids – Aids Diritti Salute ha lanciato una campagna di sensibilizzazione rivolta all’opinione pubblica. Il suo nome è “Aids, Tubercolosi e Malaria: fatti e stereotipi”. Stiamo parlando di alcuni video, che cercano di sfatare i luoghi comuni più diffusi circa queste patologie, per agire nella direzione di sconfiggere le epidemie.

Sebbene in Italia l’incidenza dell’Aids è in lieve e costante calo negli ultimi tre anni, è il secondo Paese per incidenza in Europa occidentale, ribadisce l’Osservatorio con un comunicato. Il Fondo globale, un partenariato tra governi, società civile, privati e persone ammalate di Aids, tubercolosi e malaria, dal 2002 sostiene e favorisce le cure nei territori più bisognosi, con un investimento di circa 4 miliardi di dollari l’anno. L’Italia sarà chiamata nell’ottobre 2019 a pronunciarsi sul proprio impegno finanziario nel triennio 2020-2022.

La sinistra è ricerca

In Italia è ormai da molti anni che non esiste più un partito di sinistra che sia rappresentativo.

C’è un elettorato che è orfano. E c’è anche un elettorato che non ha mai trovato una propria rappresentanza in un partito. I partiti che si dicono di sinistra non riescono più a comprendere cosa vogliono i propri potenziali elettori e soprattutto non riescono più a proporre un progetto e un’idea di società diversa. Come se non ci fosse più la capacità di immaginare una società nuova e anche di comprendere quelle che sono le domande di persone che sono diverse da quelle che erano l’elettorato anche solo di una decina di anni fa.

Accanto alla domanda ovvia di una possibilità di vivere la propria vita dignitosamente c’è l’altra domanda che è quella di vivere la propria vita realizzando se stessi. Quindi i bisogni e le esigenze.

I bisogni sono gli stessi di sempre. E sono stati sempre, storicamente, il campo dove la sinistra è stata, nel supporto alla lotta per ottenere retribuzioni giuste e servizi pubblici che fossero per tutti, a prescindere dal censo. I bisogni non sempre sono soddisfatti. Ci sono situazioni di indigenza e di grande difficoltà economica. D’altra parte va detto che i bisogni cambiano e diventano sempre più elaborati e costosi. È il consumismo, per cui capita che si vogliano cose di cui in verità non si avrebbe realmente necessità. Qual è la verità umana?

È quella per cui ci riempiamo di oggetti e facciamo acquisti di cose non realmente necessarie? Oppure è quella per cui compriamo solo lo stretto indispensabile? Non credo sia nessuno dei due estremi. La verità è che la soddisfazione dei bisogni è solo una parte di ciò che ogni persona cerca e vuole. La sinistra si è sempre occupata di bisogni perché ha individuato nella soluzione del bisogno la soluzione alla non realizzazione umana.

Se l’operaio sta male perché gli manca qualcosa è perché non ha sufficienti risorse economiche per procurarsi ciò di cui ha bisogno. Se si risolve il bisogno poi starà bene.

Questo è solo parzialmente vero. Perché una volta risolto il problema del bisogno il malessere può rimanere tale e quale. E magari si pensa che mancherà qualcos’altro. Oltre un certo limite di soddisfazione necessaria, le cose materiali non sono ciò che fa la realizzazione dell’essere umano, anche se spesso si pensa che sia così.

Non c’è niente di male ad aspirare ad avere maggiore ricchezza e possibilità. Ma non è questa la chiave per la realizzazione umana.

La parola realizzazione si accompagna alla soddisfazione delle esigenze, che possiamo pensare come tutto ciò che muove l’essere umano e che non è strettamente connesso con la realtà materiale.

Quindi il conoscere e il sapere, lo studiare e il formarsi, il cercare la propria realizzazione personale e professionale, l’ascoltare della musica o il fruire di opere d’arte, l’amore per un altro essere umano e così via.

È tutto ciò che non ha necessariamente e primariamente un’utilità pratica. È tutto ciò che si fa senza un utile personale ma solo come esigenza di realizzazione personale, di acquisizione di conoscenza o di amore per un altro essere umano.

Eccolo il grande errore.

Uno dei compiti primari della politica è indirizzare l’economia. Cosa senz’altro fondamentale perché i bisogni devono essere soddisfatti.

Nessuno deve restare al freddo e senza cibo.

Ma questo non è assolutamente sufficiente.

La sinistra deve comprendere che gli esseri umani non sono solo materia. C’è una realtà non materiale, la realtà psichica, che non si nutre di cose ma si nutre di pensiero, di immagini, di musica, di amore e di bellezza.

Quando la sinistra pensa solo alla realtà materiale dimenticandosi della realtà non materiale diventa come l’assistenza cristiana per i poveri che non modifica la condizione del povero che rimane povero come prima.

La sinistra deve riuscire a comprendere che occuparsi delle esigenze umane è altrettanto importante che occuparsi di bisogni. Perché la rivoluzione deve essere prima nel pensiero e poi nella realtà materiale. Solo così potrà essere veramente trasformativa anche della realtà materiale.

Nel 2006 questo giornale è nato con l’idea che la trasformazione è possibile ed è prima di tutto quella del pensiero degli esseri umani. Trasformazione che deve essere intesa come superamento della scissione, superamento dell’alienazione religiosa, superamento della bramosia, superamento dell’invidia e dell’odio.

La sinistra dovrebbe essere la ricerca, anche personale, di una realtà umana nuova.

Allora la rivoluzione diventa «una lotta, senza armi, soltanto rivoluzione del pensiero e parola» come scrisse giusto 10 anni fa su questo giornale Massimo Fagioli.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 30 novembre 2018


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