Home Blog Pagina 692

Dietro la conferenza di Palermo solo tanta propaganda: la Libia è in frantumi e la pace lontana

Italian Prime Minister Giuseppe Conte (C) shakes hand with Libya Chief of Staff, Marshall Khalifa Haftar (R), and the Chairman of the Presidential Council of Libya, Fayez al-Sarraj (L), at the "Conference on Libya" in Palermo, Sicily island, Italy, 13 November 2018. ANSA/FILIPPO ATTILI/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Bilancio di un fallimento annunciato, potrebbe essere questo il titolo con cui archiviare la Conferenza di Palermo, che si è tenuta fra il 12 e il 13 novembre e che avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni dei suoi affannati promotori, la pace e la tranquillità in Libia. La fotografia in cui si immortala la stretta di mano fra il premier riconosciuto dall’Ue ma che di fatto controlla soltanto parte di Tripoli, Fayez Al Sarraj e il Maresciallo che domina in Cirenaica, l’est della Libia, Khalifa Haftar con al centro il presidente del Consiglio del governo italiano, Giuseppe Conte, è buona propaganda internazionale ma nulla più. Haftar aveva deciso in un primo momento di disertare l’incontro, motivando l’assenza con la presenza dei governanti del Qatar e di appartenenti a forze vicine ad Al Qaeda.

Un viaggio “fantasma” di Conte a Bengasi e l’opportunità di guadagnare consenso internazionale senza prendere impegni, ma ancor di più i suggerimenti di Egitto e Russia, hanno convinto il maresciallo ad effettuare una brevissima apparizione. Svanita la possibilità di riunire attorno ad un tavolo internazionale i grandi attori internazionali: Trump, Putin, Macron, il governo gialloverde ha provato a giocare il ruolo del “mediatore disinteressato” pronto a riconoscere le legittime esigenze delle parti in causa e dimenticando che con Eni, pesantemente impegnato in Libia, difficilmente si è credibili per quanto riguarda il disinteresse. I francesi, concorrenti nel controllo delle risorse del Paese nordafricano, hanno voluto “aiutare lo sforzo italiano” portando a Palermo l’unico esponente occidentale di rilievo, il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian. Parigi, dopo aver perso la partita sulle elezioni a dicembre “convocate” al vertice di maggio all’Eliseo, prende coscienza che bisogna trovare un’altra soluzione. Così fonti diplomatiche francesi avvertono che «se i libici percepissero la disunione della comunità internazionale, sarebbe la cosa peggiore». Con ospiti che entravano e ospiti che se ne andavano per rimarcare le diverse e ad oggi inconciliabili distanze, nella mezza giornata di vero lavoro si è provato a definire una road map sotto l’egida dell’Onu da svolgere in Libia e senza presenze straniere. Una conferenza nazionale della Libia da svolgere probabilmente a gennaio che permetta di arrivare in primavera ad elezioni.

Haftar sembra aver garantito che fino a quel momento Al Sarraj potrà restare nel suo ruolo, il condizionale è d’obbligo visto che l’uomo forte in Cirenaica non ha partecipato personalmente ai colloqui, lasciando ad esponenti del suo governo tale ruolo e non lo ha fatto pur avendo la presenza dei due suoi principali alleati in questo momento, Egitto e Russia, rappresentati rispettivamente dal presidente Al Sisi e dal premier Dimitri Medvedev. La frase di Haftar che ha offerto garanzie è semplice «Mentre si attraversa un fiume non si cambia cavallo». Sarà rassicurato Al Sarraj? Ma il vero obiettivo, di difficile raggiungimento soprattutto in tempi brevi, è quello della creazione di un esercito regolare riconosciuto che possa portare al superamento del ruolo preponderante che oggi hanno nelle diverse aree libiche le milizie, ognuna sostenuta da interessi divergenti.

L’esercito regolare permetterebbe all’Ue, e in particolare all’Italia di investire nei sistemi di sicurezza per bloccare “definitivamente” le partenze dalla Libia di profughi, di fatto utilizzando il grande Paese come una piattaforma in cui trattenere chi arriva dall’Africa Sub Sahariana per poi selezionare pochi richiedenti asilo e rispedire la maggior parte di loro nei Paesi di provenienza. Non a caso le parole del presidente del Consiglio italiano: «Dobbiamo fare in modo che gli esiti di questa Conferenza e lo spirito di Palermo, mi piace chiamarlo così, non si esauriscano oggi e qui, bensì si traducano in un impegno concreto a portare avanti l’agenda con costanza e determinazione. L’Italia continuerà ad assicurare il suo massimo impegno e mi auguro che tutti i partecipanti possano fare altrettanto». Conte, in merito a richieste di «assistenza tecnica, anche sul piano del training», ha evidenziato che il governo “farà la sua parte”.

Per provare a comprendere meglio il ginepraio libico si deve partire dal fatto che i due leader considerati fondamentali, Sarraj e Haftar, da soli non possono garantire la pace nel Paese. Il primo oltre che del riconoscimento occidentale beneficia del sostegno di Turchia, Qatar e Fratellanza Musulmana, il secondo, oltre che di Egitto e Russia, degli Emirati Arabi Uniti. Entrambi hanno un governo provvisorio e un parlamento (Sarraj a Tripoli e Haftar a Tobruk). La presenza di Haftar si è di fatto tradotta unicamente nella partecipazione ad un “mini vertice” nel vertice nella mattinata del 12 novembre nella bella sede di Villa Igiea in una Palermo blindata. All’incontro hanno partecipato oltre ad Haftar, Conte, Al Sarraj, Medvedev e Al Sisi, (gli alleati di Haftar) il presidente della Tunisia Essebsi, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, il ministro degli Esteri francese Le Drian, il premier algerino Ouyahia e l’inviato Onu per la Libia Salamè. L’incontro ha immediatamente provocato le ire della rappresentanza turca. «Il meeting informale di stamattina a margine della Conferenza sulla Libia di Palermo – ha dichiarato il vicepresidente turco Fuat Oktay lasciando Villa Igiea a lavori non ancora conclusi – è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi. Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana».

Chiaro il riferimento polemico al ruolo giocato da Haftar e dai suoi alleati. Haftar non ha firmato il blando documento uscito dall’incontro, i sostenitori di Sarraj se ne sono andati prima della fine e nel frattempo sono ripresi gli scontri in Libia. Il confronto militare è esploso nei pressi dell’aeroporto internazionale di Tripoli, non ha provocato vittime e si è interrotto con un cessate il fuoco grazie all’intervento dell’Onu ma cosa è accaduto? C’è stata l’avanzata della Settima Brigata, ostile a Serraj e di stanza a Tarhuna a circa 200 km a sud della capitale e questo è un segnale politico. Questo gruppo, escluso dalla Conferenza di Palermo, ha voluto ricordare che bisogna fare i conti anche con loro e non sono gli unici. Scontri c’erano già stati a settembre, nella periferia sud di Tripoli, causando 120 morti ma questa brigata, appoggiata, sembra, da quella di Salah Badi deputato di Misurata e capo milizia molto vicino alla Turchia e di formazione salafita, considera inaccettabile l’avvicinamento di Russia e Italia ad Haftar.

Il controllo degli scali aeroportuali diventa in questa fase fondamentale, tanto è che quello urbano di Mitiga, praticamente dentro Tripoli è difeso oggi da due delle milizie più potenti. Una salafita di Abdelrauf Kara e l’altra dell’ex ufficiale di polizia Haitam Tajiuri. Entrambe sono dotate di arsenali potenti in grado di riportare la guerra nelle strade di Tripoli. La Settima Brigata, che con altre forze ha creato l’”Alleanza delle forze del 17 febbraio” (dalla data della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011), attaccando Tripoli alla fine dello scorso agosto aveva dichiarato guerra alle “milizie della corruzione”, ovvero le quattro bande che controllano i finanziamenti del governo Serraj, e ora chiede che queste milizie vengano disarmate. Questo è lo scenario a Tripoli ma il resto del Paese, da Misurata fino al sud è frantumato in conflitti di questo tipo. Difficile presagire con questo scenario la pace, soprattutto se le forze straniere continueranno a pensare di poter determinare equilibri confacenti ai propri interessi. Per l’Italia i soli elementi che sembrano contare sono la blindatura del confine sud della Libia, dal lago Ciad al Niger e la sicurezza degli impianti petroliferi.

I “numeri” del presidente Istat

La politica, ahimè, non sono solo i leader: ogni governo si propaga come vento (salubre o meno, a seconda dell’opinione di ognuno) nelle nomine a cascata che occupano posizioni importanti, pur non essendo ministri, in ruoli chiave per il buon funzionamento del Paese. Viene da sé quindi che l’operato di un governo si giudichi inevitabilmente anche per la qualità delle sue nomine. Su questo spero siamo tutti d’accordo.

Bene. Gian Carlo Blangiardo sarà il futuro presidente dell’Istat. Un ruolo di grande responsabilità il suo, visto che è proprio l’Istat, attraverso i numeri, a dare la fotografia del Paese. Io che di mestiere brigo con le lettere devo ammettere di avere sempre pensato che i numeri siano tranquillizzanti: non mentono, o ci sono o non ci sono, sfuggono alle volatili interpretazioni delle libere opinioni. E invece.

Blangiardo è comparso su diversi giornali quando secondo Il Giornale, Libero e altri “smentì Boeri sulle pensioni pagate dai migranti”. La sua tesi? «I discorsi di Boeri sono propagandistici -disse – l’immigrazione ha compensato per un po’ il saldo naturale negativo fra nati e morti. Oggi non lo fa più.» Dati a supporto della sua tesi? Nessuno. Anzi, a ben vedere lo si potrebbe spiegare con una sopraggiunta diminuzione dell’immigrazione peccato che sia proprio Blangiardo a dichiarare a La Stampa il 24 luglio 2018: «Sugli immigrati non ho paura di parlare di espulsioni e porte chiuse. Qui non ci stanno: è un dato di fatto.» Non perdete tempo a cercare la logica. Non c’è.

Poi. A Libero, il 30 luglio scorso, disse: «Naturalmente, lo ripeto, i numeri contano: è evidente, per esempio, che più aumenta il numero di stranieri, più aumentano in proporzione i criminali». Eppure è proprio un rapporto dell’Istat (lo trovate qui) a dire chiaramente che il problema non sono gli stranieri (termine usato con disarmante leggerezza da Blangiardo) ma le condizioni di irregolarità imposte da una (pessima) legge. Gli stessi che il Decreto Sicurezza aumenterà a dismisura, tra l’altro.

Blangiardo ha scritto un libro. Il titolo dice già molto: “Immigrazione, la grande farsa comunitaria”. Sentite un passo: «I flussi consentono da anni stanziamenti pubblici miliardari a favore di lobby del soccorso e dell’accoglienza di Ong, cooperative e enti cattolici. Organismi strettamente legati ala politica che costituiscono un bacino di voti di grande rilevanza soprattutto per il PD». Alla grande, eh?

Ne ha anche per lo Ius Soli (ovviamente) il prode Blangiardo. Intervistato da Il Populista il 17 giugno 2017 disse che “lo Ius Soli mi sembra una gran perdita di tempo da parte della nostra classe politicante dovrebbe occuparsi di temi ben più urgenti per i nostri cittadini (nostri di chi?, tra l’altro N.d.A.)». Quando un giornalista de La Stampa gli fece notare che c’erano studenti che non potevano andare in gita con i compagni per la mancanza di documenti rispose: «Vado a memoria: nel 2016 erano 74 mila ragazzini. E comunque al bambino di avere in tasca il passaporto italiano non gliene frega niente […] Se succede è solo perché la segreteria della scuola non lavora per ottenere i visti necessari. E comunque sono situazioni marginali: il ragazzino di origine araba che non può partire con la classe per Israele. Ma quante sono le scuole che vanno in gita a Gerusalemme?»

E infine il grande esercizio di statistica: «Prima dell’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza si diceva che ogni anno in Italia morivano 30 mila donne per aborto. Una scemenza. Le morti legate alla gravidanza, non solo per aborto, erano alcune centinaia». Dati a supporto? Zero. Sì, avete capito bene: è contro l’aborto. Ovviamente.

Buon lunedì.

Vite spericolate: essere atei. In Italia e nel mondo

Sei un senza dio? L’Italia non è il Paese che fa per te. Certo, non ai livelli del Pakistan, dell’Arabia saudita o della Mauritania, dove per gli atei vige la pena di morte, ma solo un pelino più sicuro dello Sri Lanka e di una manciata di altri Paesi nel mondo.

Già perché stando al Rapporto Iheu 2018 sulla libertà di pensiero, il nostro Belpaese si piazza subito dopo lo Zimbabwe in 159esima posizione su 196. Peggio di noi in Europa in quanto a tutela dei diritti dei non credenti non c’è nessuno.

La mappa dei Paesi del “Rapporto 2018 sulla libertà di espressione”. In rosso e marrone le gravi e gravissime discriminazioni nei confronti dei non credenti o appartenenti a minoranze religiose. L’Italia è posizionata a a metà tra sistematiche e gravi discriminazioni. Come la Turchia.

 

Giunto alla sua settima edizione, il Rapporto è stato presentato alla Camera dei deputati dalla Uaar-Unione atei e agnostici razionalisti che fa parte dell’Iheu (International humanist and ethical union), l’internazionale etico-umanista editrice del volume, che a livello mondiale rappresenta i non credenti. La mappa mondiale della repressione è stata elaborata con lo scopo di monitorare, Paese per Paese, se e in che modo le leggi vigenti garantiscono la libertà di espressione e quella di coscienza. In tal senso i dieci peggiori Paesi per atei, non credenti e minoranze religiose sono Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Maldive, Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Mauritania, Malesia, Sudan, Brunei. Mentre i dieci più progressisti sono Belgio, Olanda, Taiwan, Nauru, Francia, Giappone, São Tomé e Príncipe, Norvegia, Usa, Saint Kitts e Nevis.

Per promuovere e proteggere i diritti degli atei e degli umanisti, la Iheu sta portando avanti…

L’articolo di Federico Tulli prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Segregati a casa loro, cronache dalla Cisgiordania

Valle del Giordano. «La strada è chiusa, l’esercito non fa passare». Una telefonata e Nasser fa retromarcia: impossibile raggiungere la comunità nel profondo nord della Cisgiordania dove eravamo diretti. «Stanno demolendo delle case, se ci avviciniamo ci bloccheranno per qualche ora», ci dice. Nasser, la nostra guida, è un insegnante, ha poco più di 30 anni. È di origine beduina, come tanti palestinesi rimasti a vivere nella Valle del Giordano dopo il 1967 e il lento svuotamento della zona più fertile della Palestina storica.

Di abitanti, prima dell’occupazione militare israeliana, la Valle del Giordano ne contava 300mila. Oggi ne rimangono poco più di 50mila, la stragrande maggioranza è concentrata a Gerico e in una manciata di cittadine che dagli Accordi di Oslo del 1993 tra Israele e Olp ricadono in area A, sotto il controllo civile e militare dell’Autorità nazionale palestinese. Il resto, il 95% della Valle del Giordano, è area C (sotto il totale controllo israeliano) e in buona parte zona militare chiusa. Qui il divieto di costruire è assoluto: è Israele che decide chi costruisce e cosa, ma i permessi rilasciati ai palestinesi sono una chimera.

«Mai visto un permesso, chissà com’è fatto». Scherza Abu Riadh, dall’alto della sua lunga esperienza con i bulldozer israeliani. Con la famiglia…

Il reportage di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Katja Kipping: Costruiamo un’Europa solidale e una sinistra transnazionale

DRESDEN, GERMANY - JUNE 15: Katja Kipping, co-Chairwoman of the left-wing Die Linke political party, speaks at the party's federal convention on June 15, 2013 in Dresden, Germany. Die Linke, Germany's main left-wing political party, are meeting to decide on their policy program for German federal elections scheduled for September. (Photo by Joern Haufe/Getty Images)

Incontriamo Katja Kipping, classe 1978, nel suo ufficio al Bundestag. Nata nella Germania dell’Est, nonostante l’età, Kipping ha un curriculum di tutto rispetto: in Parlamento dal 2005, guida la Linke dal 2012, riconfermata già negli scorsi tre congressi. È una fase delicata, per la Germania, con l’annuncio di Angela Merkel di non ricandidarsi, e per la sinistra tedesca.

Frau Kipping, cominciamo con Germania. Le elezioni in Baviera e in Assia sono state un terremoto politico: Cdu/Csu e Spd in crisi, i Verdi volano, la Linke non sembra approfittare della situazione.
La Linke cresce, nelle urne e tra gli iscritti, in particolare tra i giovani. Tuttavia anch’io sono impaziente, penso che dovremmo crescere di più. All’inizio di quest’anno ho proposto una strategia perché la Linke diventasse più grande. Puntavo al 15%. E questo non è ancora successo.

Perché?
I Verdi approfittano molto meglio di noi della crisi della socialdemocrazia. Appaiono più capaci di noi di imporre il loro programma in una coalizione al governo e di fermare il populismo di Alternativ für Deutschland. Ecco perché dobbiamo continuare a combattere per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone e per questo è necessario un cambio dei rapporti di forza nel Paese. Dobbiamo essere in grado di…

L’intervista di Fernando D’Aniello a Katja Kipping prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Matthew Caruana Galizia: L’Europa dei poteri forti non tollera i giornalisti seri

Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese, è stata uccisa il 16 ottobre 2017. Erano circa le tre di un lunedì pomeriggio, quando la sua Peugeot 108 è stata fatta saltare in aria, con una bomba radiocomandata, a pochi metri di distanza dalla sua abitazione a Bidnija. Doveva andare a risolvere «una questione» in banca, il suo conto corrente era stato congelato dal ministro dell’Economia Chris Cardona, per un articolo che lo riguardava. Uscendo, aveva rassicurato l’unico dei suoi tre figli che in quel momento era in casa che sarebbe rientrata verso le cinque. Pochi minuti dopo un’esplosione. Matthew è corso fuori. Di fronte a lui una palla di fuoco e una torre di fumo nero. Sua madre era stata uccisa.

«La mia posizione è un po’ difficile. Come dire, non era nei miei programmi diventare un attivista», riflette Matthew durante il nostro incontro allo Espace Niemeyer a Parigi, dove partecipava al secondo summit mondiale dei difensori dei diritti umani, che si è svolto dal 29 al 31 ottobre. «Io e la mia famiglia siamo l’esempio di quello che succede quando in un Paese il sistema giuridico è compromesso a tal punto che i giornalisti non possono più fare il proprio mestiere. Non sono più in grado di offrire quel servizio che si suppone venga svolto all’interno di uno Stato democratico. E, invece, sono costretti a passare la maggior parte del tempo a giustificare la propria esistenza, affrontando attacchi, intimidazioni, difendendo il diritto di fare il proprio lavoro. Quando un giornalista si trova in questa posizione è il segno che…

L’articolo di Laura Filios prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

I quarantamila di Torino, storia di un falso che si ripete

I partecipanti alla manifestazione Sì Tav in Piazza Castello a Torino, 10 novembre 2018. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

«La questura non dà i numeri», mi spiegano gentilmente all’ufficio stampa della questura di Roma. I numeri delle manifestazioni. Poi viene precisato: «Non c’è una regola precisa. Decide il questore». La “cifra della questura” è solo la stima che gli organizzatori devono fornire quando richiedono la piazza e, di solito, viene resa nota dalla polizia a ridosso dell’evento. La scientifica filma tutto e calcola le presenze ma l’analisi è quasi sempre a uso interno. Con poche eccezioni. Ad esempio nel 2010, quando Berlusconi pretendeva di aver portato un milione di persone a piazza S. Giovanni, o tre anni dopo, che Grillo diceva di avercene stipate 800mila, via Genova comunicò che c’erano, rispettivamente, 150mila persone e 100mila.

Il metodo più utilizzato è quello di stimare quattro persone per metro quadro che si dimezzano in inverno quando l’abbigliamento è più ingombrante, e S.Giovanni è ampia “solo” 42mila mq e può contenere – strizzate – tra le 120 e le 150mila persone, più altre 50mila nelle strade adiacenti in caso di adunate davvero oceaniche. La guerra dei numeri, tuttavia, riguarda tutti: anche Pd e Cgil – come si dice a Roma – ci hanno “giobbato”, spacciando milioni immaginari di manifestanti al Circo Massimo, e continueranno a farlo. I numeri li dà chi la racconta e certe volte è un messaggio cifrato. Proprio come la cosiddetta marcia dei 40mila di Torino, nel 1980 come trentotto anni dopo. Non erano 40mila né allora (12mila) né sabato scorso, quando in parallelo con la marcia antirazzista a Roma, in Piazza Castello, sono arrivate bandiere olimpiche, dell’Ue ma anche britanniche (allusione alla Brexit) per la chiamata del comitato “Sì Torino va avanti”, sostenuto da costruttori, bottegai, sindacati confederali, industriali.

Secondo la questura (che stavolta si è espressa) la manifestazione…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Nouri Al Jarrah: La mia lunga lotta per la libertà di pensiero

«Il poeta è un essere umano universale, non nazionale. Per questo sono contro il concetto di “patria” che strumentalizza l’identità: sono per la diversità, non per l’identitarismo». Nouri Al Jarrah è puntuale. L’occasione per incontrarlo è l’uscita in Italia di una sua raccolta di poesie, Una barca per Lesbo (ed. l’Arcolaio, traduzione di Gassid Mohammed). Lui, Al Jarrah, si fa trovare fuori dalla stazione della metropolitana di Hammersmith, a Londra.

Nato nel 1956 a Damasco, in Siria, ha passato due terzi della vita fuori dal suo Paese, costretto all’esilio. «Non ho particolari problemi con questa condizione» spiega Jarrah, mentre ci avviamo verso il suo ufficio nella redazione del quotidiano panarabo al Arab. «L’esiliato è sicuramente un essere scisso a metà che guarda da dove viene e verso dove va. Ha un doppio sguardo. È una condizione privilegiata. Io mi sento cittadino del mondo, per questo non sono mai straniero». Quando entriamo nella redazione di al Arab, primo quotidiano arabo fondato a Londra nel 1977, gli uffici sono vuoti.

È domenica, Al Jarrah è capo-redattore delle pagine culturali del giornale. Ma lui si definisce solo un poeta. «Il giornalismo è un mezzo per vivere, non c’è un giornalismo arabo libero – sottolinea, seduto alla sua scrivania – perché i quotidiani sono finanziati dai governi e così diventano il diffusore scritto delle politiche dei regimi. Non esiste un giornalismo arabo, ma giornalisti che scrivono in arabo» critica senza mezze misure. «Le pagine culturali sono le uniche dove si riescono a trovare spiragli per superare la censura delle idee, criticando».
E la vita di Al Jarrah è stata tutta una critica: prima, da giovane, contro il partito comunista siriano – di cui era membro – e poi contro il governo di Hafez al Assad.

Così, a 25 anni, in pericolo di vita, è costretto a…

 

L’intervista di Shady Hamadi a Nouri Al Jarrah prosegue su Left in edicola dal 16 novembre


SOMMARIO ACQUISTA

La satira è sovversiva perché fa pensare

Non amo parlare di Satira. Preferisco farla. Non mi piace nemmeno parlare di censura. Preferisco rifiutarla. Non accettarla. Mai. E la più insidiosa e pericolosa delle censure è l’autocensura. Opportunità, buon gusto, correttezza, senso del limite… in una sola parola: conformismo. Il conformismo è, per chi fa satira, come la kryptonite verde per Superman o peggio come il congiuntivo per Di Maio, micidiale.

Nella mia produzione, le vignette che preferisco sono quelle sulle quali non sono d’accordo nemmeno io. La satira può essere: tagliente, graffiante, pesante, amara e tutti gli altri aggettivi che di solito le vengono attribuiti da chi non la fa. Per me è un gioco, proprio come quello dei bambini, a volte rischioso, spesso chiassoso, fastidioso alle orecchie degli adulti ma mai monotono e sempre ricco di fantasia. E i bambini (almeno quelli di un tempo lo erano) sono immuni al conformismo.

Potrei stilare un elenco dei tentativi di censura, dei licenziamenti ed espulsioni, delle denunce e dei processi, assoluzioni e condanne che, negli anni, questo gioco mi ha procurato. Ultima l’ossessione compulsiva di Salvini di querelarmi ogni venti minuti. Non lo farò perché è noioso e pure un po’ triste.

Non ho la vocazione né al martirio né all’autocommiserazione. Ho la vocazione all’allegria del gioco. È l’allegria in fondo quella che potenti e prepotenti temono più dell’invettiva. Il potere è cupo per definizione. L’allegria è sovversiva perché ciò che rende allegro l’animo è la Libertà. Chi coltiva ostinato l’allegria cerca la Libertà. L’agguanta, la ruba, l’addenta. La rifiuta quando gli viene concessa, una libertà autorizzata non è Libertà.

«Questo mondo non è attrezzato per l’allegria, la gioia va strappata a viva forza», diceva Majakovskij. Qualcuno potrebbe obiettare che però Majakovskij alla fine si sparò un colpo. Beh, forse anch’io lo farò se la «viva forza» un giorno mi venisse a mancare. Mi sparerò con una pistola giocattolo.

Per gioco e per allegria.

L’articolo di Vauro Senesi è tratto da Left in edicola dal 16 novembre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

Pope Francis (C) stands in front of prelate auditors, officials and advocates of the Tribunal of the Roman Rota during an audience for the occasion of the solemn inauguration of the judicial year at the Clementine Hall of the Vatican Apostolic Palace on January 23, 2015. AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO (Photo credit should read OSSERVATORE ROMANO/AFP/Getty Images)

Una casa qualunque, nella più scialba delle località di mare. Vi abitano da anni quattro sacerdoti anziani e una suora che apparentemente svolge la funzione di domestica, ma in realtà li controlla. I preti vi risiedono per volere della Chiesa, sono in punizione: devono riconoscere ed espiare i loro «peccati» – che vanno dalla cleptomania fino al vizio del gioco e all’omosessualità – il più lontano possibile da occhi indiscreti. Il tempo scorre lento in questo ambiente anonimo, i sacerdoti pregano a orari fissi, si scambiano qualche parola, guardano la tv: una vita normale, come se nulla fosse. Uno dei quattro sembra in stato catatonico, in realtà ascolta tutto ciò che viene detto tra quelle mura ingiallite. Siamo in Cile e questo è il set del film Il club, diretto da Pablo Larraín e vincitore nel 2015 del Gran premio della giuria alla Berlinale. In Italia, dopo la proiezione alla Festa del cinema di Roma, la pellicola è passata in poche minuscole sale, giusto il tempo di un respiro. Improvvisamente, nel film, la routine quotidiana è incrinata dall’arrivo di un quinto ospite, che si porta dietro una storia di abusi. Una delle sue vittime, ridotta a vagabondare e a delirare, lo ha seguito e si è accampata nei pressi della casa per tenerlo sotto controllo. Urlando da dietro una bassa palizzata, ricorda al suo aguzzino le violenze subite e lo fa nel linguaggio più volgare e con tutti i più crudi particolari, guardandolo negli occhi: il prete pedofilo, schiacciato dal senso di colpa, si toglie la vita. A quel punto compare padre García, un aitante religioso di nuova generazione, deciso, risoluto, inflessibile, dall’eloquio ipnotico. Un gesuita. Ha il compito di chiudere quel luogo ed evitare lo scandalo, ma la tragedia che si è appena consumata sembra solo un pretesto. García di questi siti ne ha già dismessi parecchi perché la «Casa madre» li considera fuori dal suo controllo. Questo è ciò che accade al cinema. Nella realtà, i siti di controllo, cura ed espiazione per sacerdoti problematici sono tenuti in grande considerazione dalla Chiesa cattolica, pur non essendo mai menzionati nei discorsi ufficiali delle sue gerarchie. È lo stesso diritto ecclesiastico a prevedere l’esistenza di «case destinate alla penitenza e alla correzione dei chierici anche extradiocesani» (can. 1337, §2). Ve ne sono ovunque nel mondo e, come abbiamo scoperto, anche in Italia, disseminate come piccole enclave vaticane lungo tutto lo Stivale, dal Trentino fino alla Sicilia. Siamo andati a scovarle, a visitarle e a parlare con chi ci vive, le gestisce e coordina. Nessuno lo aveva mai fatto prima. Qualche volta ci hanno aperto le porte, molto più spesso non ci hanno nemmeno risposto. Ne abbiamo censite diciotto, nel corso di un’inchiesta fatta di sopralluoghi, interviste, centinaia di mail e telefonate, e ancora incrociando e verificando dati e notizie estrapolati dagli annuari delle diocesi italiane, oltre che da articoli di giornale quasi sempre relegati in cronaca locale. Forse la mappa non è neppure completa, perché la discrezione che avvolge queste strutture spesso sfocia in segretezza, a causa dell’atavico timore del Vaticano verso lo scandalo pubblico. Il motivo è semplice: in genere questi centri sono una via di mezzo tra una clinica psichiatrica per sacerdoti in profonda crisi e un luogo di reclusione, poiché è tra queste mura che i preti che hanno guai con la giustizia italiana spesso chiedono di scontare le misure cautelari e gli arresti domiciliari. Ma c’è di più. Sono queste le strutture che la Chiesa utilizza per curare e tenere sotto controllo i sacerdoti riconosciuti colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede, e che la Santa sede non ha voluto segnalare all’Onu (a due diverse Commissioni delle nazioni unite che nel 2014 indagavano sul rispetto della Convenzione per la tutela dei minori e di quella contro la tortura, ndr) e quelli che spontaneamente chiedono aiuto a «colleghi» specialisti dopo aver scoperto di essere «attratti» dai bambini. Si tratterebbe in pratica di luoghi di reclusione – ma senza sbarre e carcerieri – paralleli a quelli dello Stato, dove sono trattenuti i presunti responsabili di reati compiuti in territorio italiano ma che non vengono denunciati alla giustizia civile dai loro superiori. Perché secondo la legge vaticana costoro sono prima di tutto dei peccatori, e come tali devono essere puniti ed espiare secondo i canoni della giustizia divina. Queste dimore costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg. Durante un colloquio con un sacerdote psicoterapeuta abbiamo scoperto che da almeno trent’anni esiste nel nostro Paese una rete ben organizzata di assistenza per preti in crisi, avvolta nella totale riservatezza, che attraversa la penisola come un fiume carsico. Una rete composta da centinaia di case parrocchiali, comunità di religiosi e abitazioni di famiglie laiche pronte ad accogliere, per periodi più o meno lunghi, quegli ecclesiastici che secondo i loro superiori hanno bisogno di «staccare la spina» a causa dei motivi più disparati, dai disagi interiori più o meno marcati alle crisi vocazionali. In ciascuna delle oltre duecentoventi diocesi italiane è presente almeno una struttura in grado di isolare dal mondo i «figli della Chiesa» che vogliono intraprendere un cammino di recupero, espiazione e penitenza. Da questa rete di assistenza residenziale sono invece escluse le suore, che hanno a disposizione solo servizi ambulatoriali e l’aiuto esterno da parte di equipe di psicoterapeuti. In alternativa c’è la «cura» da parte delle consorelle in convento.

*

In libreria L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista di Left Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando in Giustizia divina, in libreria per Chiarelettere dal 9 novembre, i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, c’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. Se questa è la realtà dietro agli appelli e alle battaglie di papa Francesco, se questo è il Vaticano, difficile che qualcosa possa davvero cambiare.