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Libertà di stampa e diritto ad essere informati (video)

Libertà di stampa e diritto ad essere informati. Correttezza, approfondimento, pensiero critico sono la spina dorsale di tanti giornalisti in Italia, oggi insultati, attaccati, minacciati anche con querele temerarie. In occasione dell’uscita del nuovo numero di Left dedicato a questi temi e alla difesa dell’articolo 21, in redazione ne abbiamo parlato con Lazzaro Pappagallo, segretario di Stampa Romana e con la giornalista Antonella Napoli che per Left ha scritto reportage dalla Turchia e da altre zone del mondo dove i giornalisti ogni giorno rischiano la pelle per crescere un’opinione pubblica informata e libera di scegliere. Parliamo anche del Rapporto Iheu sulla libertà di pensiero mondo che la UAAR Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti ha presentato alla Camera nei giorni scorsi. In quanto a tutela dei diritti degli atei, dei non credenti o di chi appartiene a minoranze religiose, basti dire che l’Italia si piazza al 159 posto su 196 Paesi.

 

Per approfondire, Left in edicola dal 16 novembre 2018 oppure in versione digitale sul nostro sito


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Pietra tombale sul caso Magherini. Tutti assolti i carabinieri in Cassazione

Foto LaPresse/Lo Debole - Bianchi 02-11-2015 Firenze - Italia cronaca Prima udienza del processo Magherini, in aula sono stati convocati i primi testimoni Nella foto: Andrea Magherini Photo LaPresse/Lo Debole - Bianchi02 november 2015 Florence - Italy news Hearing process MagheriniIn the pic: Andrea Magherini

«Guido ed Andrea Magherini. Una famiglia distrutta. Quel video terribile che documenta la morte di Riccardo stretto al suolo mentre urla invano chiedendo aiuto. Quei calci ripetuti riferiti da 14 testimoni. La lesione al fegato. Due condanne pronunciate dai Giudici di primo e secondo grado improvvisamente annullate dalla Cassazione senza rinvio “perchè il fatto non costituisce reato”. È un momento difficilissimo ma se vogliamo essere vicini ed aiutarli non abbandoniamo la strada della civile indignazione. Quel che posso dire è che la vicenda giudiziaria non è da considerarsi chiusa. Attendiamo le motivazioni. Di più non dico».

Guido e Andrea, rispettivamente, sono il padre e il fratello di Riccardo Magherini. E chi scrive il post su facebook è Fabio Anselmo, il loro avvocato, parte civile in parecchi processi come questo. Processi di malapolizia, di abusi in divisa.

Il giorno dopo il clamoroso colpo di spugna, l’indignazione per l’assoluzione e la solidarietà per la famiglia Magherini attraversano la comunicazione nelle reti di quanti si battono contro la police brutality – da Acad (che proprio ieri presentava il Vlad, vademecum contro gli abusi in divisa) fino ai ragazzi delle curve, alle associazioni per i diritti umani – e la vicenda di giustizia negata avrà un eco, certamente, anche nelle mobilitazioni contro il decreto Salvini.

I fatti
Durante la notte fra il 2 e il 3 marzo 2014, nel quartiere di San Frediano, a Firenze, Riccardo moriva schiacciato sotto il peso di quattro carabinieri. Muore a quarant’anni, gridando e chiedendo disperatamente aiuto. Poco prima era, dall’altra parte dell’Arno, all’hotel St Regis di piazza Ognissanti. I testimoni diranno che alternava momenti di lucidità ad altri in cui sembrava preda di allucinazioni. All’una meno un quarto chiama un taxi dal cellulare. Chiede di essere accompagnato a Porta Romana ma al ponte alla Carraia, prende a urlare, inveisce, accusa il tassista: «Anche tu sei uno di loro, non puoi farmi questo…». Riccardo scende e inizia a correre, ormai è in preda al panico, sale su un’auto con 5 ragazzi che passa sul ponte, dice che è inseguito e che vogliono sparargli, poi corre verso San Frediano. A spallate rompe la porta a vetri di un locale ed entra. Vuole chiamare la polizia, strappa il telefono dalle mani del pizzaiolo, esce in strada e s’inginocchia chiedendo ai passanti di non sparare. Sale su un Doblò che passa per strada, poi fugge verso un’altra pizzeria ma sbatte la testa alla porta chiusa e finisce per terra. A quel punto arriva la prima gazzella. I carabinieri, al loro arrivo, avvertiranno l’ambulanza. Riccardo, senza opporre resistenza, restituisce il telefono al pizzaiolo. Arriva la seconda macchina dei carabinieri.

I carabinieri riescono a immobilizzare Magherini di fronte al cinema Eolo: braccia dietro la schiena e pancia a terra ma lui continua a scalciare e a chiedere aiuto. All’1.21 arriva la chiamata alla centrale dell’Arma: «Lo abbiamo fermato». Uno dei militari chiede del 118 e la centrale conferma: «Sta arrivando l’automedica». I testimoni diranno che uno dei carabinieri, capelli rasati, sferra calci sul fianco destro di Magherini. Alcuni raccontano di un un altro che tiene il ginocchio sul collo di Riccardo, piantato sulle spalle o sulle gambe. Altri tre testimoni che all’inizio avevano parlato di comportamento corretto dei carabinieri, cambiano versione e confermano i calci. Nove persone che raccontano la stessa scena. In un video si sente la voce di un giovane che dice al carabiniere di non dare calci e il maresciallo che risponde «non rompere i coglioni». Riccardo urla, qualcuno dice «no, i calci no, chiamate l’ambulanza». Riccardo urla «ti prego, chiama l’ambulanza. Salvatemi». Un appuntato è a cavalcioni sulle gambe di Magherini. Il carabiniere ferito alla fronte è in disparte a identificare alcune persone. L’appuntato più alto, anche lui senza capelli, si trova sulla destra, all’altezza del bacino di Magherini, il maresciallo con i capelli si trova a destra all’altezza della testa.

All’1.33 l’ambulanza comunica di essere sul posto ma senza il medico. Un volontario chiede alla centrale «un dottore per poter sedare» l’uomo che è per terra, «gli sono addosso in due per tenerlo fermo». Riccardo smette di urlare e muoversi nei cinque minuti che vanno dall’1.28 all’1.33, così come emerge dall’orario di registrazione dei video (all’1.28 si sentono ancora le grida di Riccardo). Quando arriva l’ambulanza Riccardo è immobile, ammanettato pancia a terra. Ha gli occhi chiusi. Una volontaria gli solleva le palpebre e vede le pupille dilatate. Chiede di togliere le manette ma il maresciallo risponde che le toglie solo se necessario specificando che lui non risponde di eventuali gesti violenti di Magherini. Viene applicato il saturimetro al dito ma non c’è alcun parametro vitale. Pensano che non funzioni, nessuno capisce che Riccardo sta malissimo. L’auto medica arriva all’1 e 44 ma si ferma 50 metri prima. Riccardo è in arresto cardiocircolatorio, da almeno 12 minuti non si muove. Le manette verranno rimosse su richiesta del medico che tenterà una vana rianimazione.

Alle 5.50 un uomo chiama il 113: «Buongiorno, mi scusi se la disturbo. Sono il papà di Riccardo Magherini. Mi hanno detto di chiamare voi perché è successa una disgrazia…».

La sentenza
La quarta sezione penale della Cassazione ha assolto i tre carabinieri accusati dell’omicidio colposo di Riccardo Magherini. Il collegio, presieduto da Patrizia Piccialli, ha disposto l’annullamento senza rinvio della sentenza d’appello perché “il fatto non costituisce reato”. Si conclude così il processo a Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, che quella notte avevano ammanettato Magherini in preda al delirio. Una decisione che al momento la famiglia, il padre è stato un noto calciatore della Fiorentina, preferisce non commentare. Avevano sperato, dopo le due condanne, in primo grado e in appello, il 19 ottobre a Firenze, e dopo la requisitoria del procuratore generale che ne aveva chiesto la conferma, che il capitolo si chiudesse. «Hanno fatto di tutto per farlo apparire come un delinquente. Vogliamo che il suo nome sia rivalutato», aveva detto il padre lasciando il Palazzaccio al termine dell’udienza, assieme all’altro figlio, Andrea.

Nei due processi di merito la causa della morte del 40enne, ex calciatore, come suo padre, era stata individuata nell’intossicazione da stupefacenti associata all’asfissia. Le motivazioni della sentenza della Cassazione faranno luce sul percorso che ha portato i giudici a ritenere che il fatto imputato ai tre militari non è reato. Nella requisitoria il sostituto pg Felicetta Marinelli, aveva sostenuto l’opposto: «Se i carabinieri lo avessero messo in posizione eretta, avrebbero permesso i soccorsi e con elevata probabilità la morte non si sarebbe verificata»: l’ha ripetuto per due volte, ricordando che Magherini era stato a terra col torace sulla strada, per un quarto d’ora, «lo stavano arrestando e avevano l’obbligo di tutelarlo».

«Il decesso di Magherini – ha premesso la pg – è stato determinato dall’elevato tasso di cocaina, da asfissia e dallo stress», stress, ha ripetuto, «dovuto all’assunzione di cocaina e al tentativo di liberarsi dalla posizione prona in cui lo tenevano i carabinieri». «È pacifico – ha aggiunto – che i carabinieri erano ben consapevoli dell’alterazione psico-fisica e se l’avessero liberato dalla posizione prona quando aveva dato i primi segnali di calma e manifestato affanno», l’uomo «avrebbe potuto essere soccorso e con elevata probabilità di salvarsi». I carabinieri, ha anche evidenziato il pg, «avevano una posizione di garanzia perché lo stavano arrestando e avevano l’obbligo di tutelarlo». Secondo la procura generale, che ha chiesto di rigettare anche il ricorso in tal senso presentato dai familiari di Magherini, si è trattato di un «reato chiaramente colposo» e non di «omicidio preterintenzionale»: i colpi e i calci contestati in ogni caso «non hanno avuto rilevanza nella morte».

«Riccardo – ha detto Anselmo, lo stesso legale che ha seguito i familiari di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, Dino Budroni e altre storie simili – non è morto per la cocaina, la cocaina uccide ma lascia tracce, invece il cuore di Riccardo era perfetto. Non è morto per infarto, ma perché gli è stato impedito di respirare». Secondo la difesa dei tre militari, che su questo ha puntato parte della strategia difensiva, non poteva essere imputata loro un’omissione perché non avevano le conoscenze mediche per riconoscere i segni di una crisi respiratoria. «Riteniamo che i carabinieri non avessero elementi per capire quello che stava accadendo a Magherini a causa dello stupefacente. Magherini è morto per una serie di concause, tra cui anche la sofferenza per la posizione prona, ma era necessario bloccarlo, e i carabinieri non potevano capire che era il momento di metterlo a sedere», ha osservato l’avvocato Francesco Maresca, che ha difeso due dei tre carabinieri. Uno di loro, Agostino della Porta, era in aula oggi, ha assistito in prima fila al dibattimento. «In attesa di leggere i motivi – ha detto l’avvocato Eugenio Pini, difensore di Stefano Castellano, uno dei tre militari imputati – ritengo che giustizia sia stata fatta. Dopo aver affrontato numerosi casi analoghi, spero che questa sentenza possa tracciare una nuova linea giurisprudenziale».

Ischia il vento

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, e il ministro per il Sud, Barbara Lezzi (D), durante il voto sul Dl Genova al Senato, Roma, 15 novembre 2018. ANSA/ETTORE FERRARI

Non me ne vorrà l’amico Pippo Civati se gli rubo il titolo geniale che ha coniato come didascalia di Toninelli che esulta a pugno chiuso in Senato un decreto che sotto l’etichetta di Genova e della sua ricostruzione ci ha messo un bel condono edilizio per Ischia. Notate la grottesca drammaturgia: in un provvedimento urgente che dovrebbe ricostruire si inserisce di straforo un liberi tutti su una ricostruzione abusiva che sta dall’altra parte d’Italia. Se fosse la trama di un racconto, qualsiasi editore lo rimanderebbe indietro contestandone l’assurdità. E invece la realtà è un pessimo romanzo, talvolta, incredibile nel senso letterale del termine, di qualcosa che verrebbe naturale non crederci. Ma è così.

Ma non è tanto la scena di giubilo di Toninelli a turbare il sonno (gesti simili di esultanza sguaiata ci sono stati offerte da tutti, di tutti i partiti, nemmeno troppo tempo fa) quanto la continua banalizzazione del provvedimento su Ischia che viene ridotta a slogan d’accusa da parte di un’opposizione che legittima la rincorsa alla banalizzazione e che invece la maggioranza cerca di confondere.

Allora proviamo a capirne di più. Il punto fondamentale è nel primo comma dell’articolo 25 del decreto. Lo spiega bene il professore Giacomo Costa, già docente di Economia all’Università di Pisa: «Il provvedimento su Ischia inserito nel Decreto Genova è un condono? Tecnicamente no, sostanzialmente sì: in base al primo comma dell´art. 25 del decreto la platea delle domande di condono presentate in risposta alle leggi di condono dell´1985, 1994, 2003 viene ampliata stabilendo che tutte e tre le generazioni di domande siano valutate “applicando esclusivamente le disposizioni… della legge 47/85” proposta e approvata dal governo Craxi.  Questo voluto anacronismo consente di ignorare non solo nella valutazione ma anche nell´ ammissibilità delle domande di seconda e terza generazione i requisiti posti dalle leggi del 1994 e del 2003 in base all´evoluzione nella legislazione ambientale, antisismica, idrogeologica successiva al 1985.»

In pratica il governo ha deciso di appiattire la normativa alla regolamentazione più lasca, allargando le maglie di controlli e di doveri alla misura più comoda. Se fosse un dialogo sarebbe più o meno così:

«Facciamo una gara per vedere chi arriva prima?», «sì, certo, però adottiamo le regole di quella volta che trent’anni fa, ti ricordi, per qualche mese, valse anche arrivare secondi o terzi e quarti eppure dichiararsi primi!», «perfetto!», «via!».

Con la sanatoria del 1985 si poteva sanare tutto: case abusive in riva al mare, in aree franose, a rischio sismico, vincolate, demaniali, dentro ai Parchi.

Dicono quelli al governo che però se non fosse così a Ischia non si potrebbe costruire.

Quindi un’opera abusiva diventa una colpa solo se ci muore qualcuno? Così, solo per capire. Perché arriveremo sempre tardi, pensandola così. Sempre e solo dopo i morti. O no?

Buon venerdì.

Where and how the Roman Catholic Church is hiding pedophile priests

Pope Francis (C) stands in front of prelate auditors, officials and advocates of the Tribunal of the Roman Rota during an audience for the occasion of the solemn inauguration of the judicial year at the Clementine Hall of the Vatican Apostolic Palace on January 23, 2015. AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO (Photo credit should read OSSERVATORE ROMANO/AFP/Getty Images)

A house like any other, in a sad nameless seaside town. Four old priests and a nun have been living there for many years. The noon seems to be there just to cook and clean but actually she is checking on the priests. They live in that house upon the decision of the Roman Catholic Church. They are grounded. They must acknowledge and atone for their «sins» – kleptomania, gambling problems, homosexuality – as far away as possible from prying eyes.

In this dull place time goes by very slowly: the priests pray on a schedule, now and then they talk, they watch tv; a normal life, like nothing happened. One of them seems catatonic but actually he’s not, he is always listening to every word spoken within those old walls.

We are in Chile…and this is the set of the movie Il Club by Pablo Larrain, winner of the Jury Grand Prix at the Berlin International Film Festival. In Italy we saw this movie during the Festa del Cinema di Roma; then it has been shown just for a very few day in a very few little theatres and finally it disappeared.

But in the movie the story goes on.

Suddenly the routine in the small house is broken. The arrival of a fifth guest, that brings his story of abuse with him, changes everything. Moreover one of his victims, wandering and hallucinating all the time, has followed him and set a camp nearby the house, to watch the priest closely. The victim is always crying out loud, over the low fence, towards the house, making the abuser remembering the violences he perpetrated, using an obscene vocabulary, giving every gruesome detail, looking right into the eyes of his tormentor. The abusing priest cannot deal with his guilt and commits suicide. At that moment father Garcia, a fascinating, keen, determined clergyman of a new generation, makes his entrance. He is a jesuit: self confident, assertive and with a very impressive ability to talk. He has the task of closing the house and covering up the scandal, but the tragedy that just happened seems to be only a pretext. It is not the first case of this kind, for father Garcia, and places like this are considered out of control by the Church. This is what happen in the movie.

In real life, places where priests can be controlled, cured and made conscious of their sins, are hold in high esteem by the Roman Catholic Church, yet never mentioned in official documents or speeches by any member of the clergy. Nevertheless it’s actually the Vatican Law that established that “houses for atonement and reformation for priests from every diocese” should exist.

These houses are worldwide and we discovered that they are located also in Italy from the North to the South, from Trentino to Sicily, like small enclaves of the Vatican power. We decided to find and visit them, we decided to go and talk with the people that are in charge there. No one else had never done it before. Sometimes we were welcomed by the clergymen from these houses, some other times, very often, we weren’t even answered. We counted eighteen houses during our researches and studies. We worked on site; we interviewed, mailed, called people; we cross-referenced data from diocese yearbooks and news from local newspapers. Our map could even be lacking of informations because of the struggle to find data due to the strong privacy and confidentiality that cover any of these clerical activities. Vatican always avoids public scandals. The reason why is very simple: generally these centres are in between psychiatric hospitals, for priests living personal dramas, and places of detention, for priests who are in trouble with the Italian Law and ask to serve their precautionary measures or house arrests in these houses. But there’s something more. These centres are the institutions where the Church cures and has under control also priests that have been convicted for child abuse by the Congregation for the Doctrine of the Faith. These are the priests that the Holy See refused to report to the United Nations (specifically to the two different United Nations Commissions that in 2014 were monitoring the violations of the UN Convention on the Rights of the Child and the UN Convention against Torture) or the priests that spontaneously asked for help to their “colleagues” after becoming aware of their “attraction” to children.

So realistically, these houses are “soft” places of detention – no jails no guards – alternative to the Italian ones, where potential criminals that committed felonies in Italy are held in custody without be reported by their superiors to the Italian Police. All these things can happen just because, according to religious point of view, these people are first and foremost sinners so they should be punished as sinners by God, not as criminals by Justice.

Moreover these “houses of atonement” are surely just the thin end of the wedge. Talking with a priest that is also a psychotherapist, in fact, we found out that in Italy, during the last thirty years, a big and completely secret network of assistance for priests in crisis has grown bigger and bigger. This network is made of parish and clergy houses, clerical communities and private houses ready to welcome for some weeks, months or more any priest that, according to his superiors, need to “take a break”. A break needed for many reasons, from inner distress to vocational crisis. In every of the one hundred and twenty dioceses in Italy clergy men have at least one of these institutions to isolate any “Son of the Church” willing to take a path to rehabilitation, atonement and expiation. From this network of residential assistance women/nuns are excluded. They just have day-care services and some help from secolar psychotherapists. Or the “cure” from other nuns in convent. [Tradotto da Ludovica Valeri]

*

New book

Former numerary member of Opus Dei Emanuela Provera and Left weekly magazine journalist Federico Tulli travelled through Italy visiting and reporting in their book ”Giustizia Divina” (Divine Justice), edited by Chiarelettere and released on November 9, about the so called “treatment centers” for priests and nuns “with problems.” How do these centers work? How are they financed? From North to South, they operate in the most absolute discretion and confidentiality. They host priests and nuns with the most different backgrounds, with some of them helped to to escape justice. The Church takes care of them, like a “loving mother.” Child abuse is not the only crime committed by church people. There is the stalker nun, the murderous priest, there is homosexuality which is still a sin for the Church and must be expiated away from prying eyes. There is the priest suffering from gambling addiction and the one obsessed by porn sites. Certainly a minority, but still quite numerous. This is all the devil’s fault, according to the Church, as recorded in the final part of this investigation, devoted to the schools of exorcism in Italy and to rituals to evict “the devil” from a person, at which the authors of the book were present. If all of this is what really happens behind the appeals and the battles of Pope Francis, if this is the Vatican, it is unlikely that something may really change.

Voici où et comment l’Église cache les prêtres pédophiles

Pope Francis (C) stands in front of prelate auditors, officials and advocates of the Tribunal of the Roman Rota during an audience for the occasion of the solemn inauguration of the judicial year at the Clementine Hall of the Vatican Apostolic Palace on January 23, 2015. AFP PHOTO / OSSERVATORE ROMANO (Photo credit should read OSSERVATORE ROMANO/AFP/Getty Images)

Une maison ordinaire dans un morne village en bord de mer. Depuis des années, elle est habitée par quatre vieux ecclésiastiques et une religieuse qui semble remplir la fonction de domestique ; en réalité, elle les surveille. Les prêtres y résident par volonté de l’Église, ils sont en punition : ils doivent reconnaître et expier leurs « péchés » – qui vont de la cleptomanie aux problèmes de jeux et à l’homosexualité – le plus loin possible des regards indiscrets. Le temps s’écoule lentement dans cette atmosphère anonyme, les ecclésiastiques prient à heures fixes, échangent quelques mots, regardent la télé : une vie normale, comme si de rien n’était. Un des quatre semble plongé dans un état catatonique ; en réalité il écoute tout ce qui se dit entre ces murs jaunis. Nous sommes au Chili et ceci est le décor du film El Club, réalisé par Pablo Larraín et vainqueur du Grand prix du jury à la Berlinale de 2015. En Italie, après une projection au festival international du film de Rome, le film est passé dans peu de petites salles, pendant un court laps de temps.

Dans le film, la routine quotidienne de la maison est brusquement compromise par l’arrivée d’un cinquième hôte, responsable d’abus. Une de ses victimes, réduite au vagabondage et au délire, l’a suivi et reste à proximité de la maison pour le surveiller. De derrière une petite palissade, il hurle et rappelle les violences subies à son tortionnaire, dans un langage extrêmement vulgaire, et sans oublier les détails les plus crus, tout en le regardant dans les yeux : le prêtre pédophile, écrasé par la culpabilité, se suicide. C’est alors qu’apparaît padre García, un beau religieux de la nouvelle génération, déterminé, ferme, inflexible, aux discours hypnotiques. C’est un jésuite. Son devoir est de fermer ce lieu et d’éviter le scandale, mais la tragédie qui vient de se produire ne semble qu’un prétexte. García a déjà désaffecté plusieurs sites de ce genre parce que la « Maison mère » les considère hors de contrôle.

Ça, c’est ce qui se passe au cinéma. Dans la vie réelle, les sites de surveillance, de traitement et d’expiation pour ecclésiastiques problématiques sont pris en grande considération par l’Église catholique, bien que ses dignitaires n’y fassent jamais allusion dans les discours officiels. C’est d’ailleurs le droit ecclésiastique qui prévoit l’existence de « maisons destinées à la pénitence et à la correction de prêtres, également extra-diocésains. » (can. 1337, §2). Il y en a partout dans le monde et, comme nous avons découvert, aussi en Italie, dispersées tout le long de la Botte comme de petites enclaves vaticanes, de la région du Trentin au Nord jusqu’à la Sicile.

Nous sommes allés les débusquer, les visiter, et parler avec ceux qui y vivent, ceux qui en assurent la direction et la coordination. Personne ne l’avait fait auparavant. Parfois, ils nous ont ouvert leurs portes ; bien plus souvent, ils ne nous ont même pas répondu. Nous en avons recensé dix-huit, au cours d’une enquête faite d’inspections, d’interviews, de centaines de courriels et d’appels téléphoniques, en croisant et en vérifiant des données et des informations provenant des annuaires des diocèses italiens, ainsi que des articles de journaux presque toujours relégués à la rubrique des faits divers. Le plan d’ensemble auquel nous avons abouti n’est peut-être même pas complet, la discrétion qui entoure ces structures se transformant souvent en confidentialité, à cause de la crainte ancestrale du Vatican de subir un scandale public.

La raison est simple : en général, ces centres sont à mi-chemin entre clinique psychiatrique pour ecclésiastiques profondément en crise et lieu de détention, puisque c’est souvent entre ces murs que les prêtres qui ont des ennuis avec la justice italienne demandent de purger les mesures de contrôle ou les arrêts domiciliaires.

Mais ce n’est pas tout. Ce sont ces structures que l’Église utilise pour soigner et garder sous surveillance les ecclésiastiques de la Congrégation pour la doctrine de la foi reconnus coupables d’abus sur mineurs, et que le Saint-Siège n’a pas voulu signaler à l’ONU (à aucune des deux différentes Commissions des Nations Unies qui, en 2014, enquêtaient sur le respect de la Convention pour la protection des mineurs et de la Convention contre la torture [NDLR]), ainsi que les prêtres qui, spontanément, demandent de l’aide à leurs « collègues » spécialistes après avoir découvert qu’ils étaient « attirés » par des enfants. Il s’agirait en fait de lieux de détention – sans barreaux ni gardiens – parallèles à ceux de l’État, où sont détenus les auteurs présumés d’actes criminels perpétrés sur le territoire italien mais que leurs supérieurs ne dénoncent pas à la justice civile. Parce que, selon la loi vaticane, ces prêtres sont avant tout des pécheurs, et c’est en tant que tels qu’ils doivent être punis et expier leurs fautes selon les canons de la justice divine. Ces maisons constituent seulement la pointe d’un gigantesque iceberg. Pendant une interview avec un ecclésiastique psychothérapeute, nous avons découvert que, dans notre pays et depuis au moins trente ans, il existe un réseau bien organisé d’assistance pour prêtres en crise, tenu dans le plus grand secret, qui traverse toute la péninsule comme une immense rivière souterraine. Un réseau composé de centaines de maisons paroissiales, de communautés de religieux et d’habitations de familles civiles prêtes à accueillir, pour des périodes plus ou moins longues, ces ecclésiastiques qui, selon leurs supérieurs, ont besoin de « décompresser » pour les raisons les plus diverses, qui vont des désagréments internes plus ou moins marqués aux crises vocationnelles. Dans chacun des plus de deux-cent-vingt diocèses italiens, il y a au moins une structure en mesure d’isoler du reste du monde les « fils de l’Église » qui veulent entreprendre un parcours de recouvrement, d’expiation et de pénitence. En revanche, les religieuses sont exclues de ce réseau d’assistance résidentielle : elles ont seulement à disposition les services de clinique et l’aide externe d’équipes de psychothérapeutes. Sinon, il y a le « traitement » proposé par les consœurs au couvent.

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Chez les libraires italiens

Emanuela Provera, ex-comptable de l’Opus Dei, et Federico Tulli, journaliste, ont traversé l’Italie pour visiter ces sites appelés centres de traitement pour ecclésiastiques et religieuses “en difficulté”. Ils racontent leur enquête dans Giustizia divina, en librairie aux éditions Chiarelettere à partir du 9 novembre. Comment ces sites fonctionnent-ils ? Qui les finance ? Du Nord au Sud, ils œuvrent dans la discrétion et le secret les plus absolus. Ils accueillent des membres du clergé aux histoires les plus diverses, et certains d’entre eux échappent à la justice. Comme une “mère aimante”, l’Église s’occupe d’eux. La violence sur les mineurs n’est pas le seul crime commis par les ecclésiastiques. Il y a la religieuse coupable de harcèlement, l’ecclésiastique assassin, l’homosexualité qui, pour l’Église, est encore un péché à expier loin des regards indiscrets. Il y a le prêtre atteint de ludopathie et celui qui est obsédé par les sites pornos. Une minorité, bien sûr. Mais très nombreuse. Selon l’Église, c’est de la faute du Diable, comme le montre la dernière partie de cette enquête, consacrée aux écoles d’exorcisme en Italie et aux cérémonies de libération du “Malin” auxquelles les auteurs ont personnellement participé. Si c’est cela la réalité qui se cache derrière les appels et les batailles du pape François, si c’est cela le Vatican, il semble difficile que quelque chose puisse vraiment changer.

Traduzione di Catherine Penn

Un governo allergico alla democrazia

LUIGI DI MAIO ED I MINISTRI DEL M5S SI AFFACCIANO DAL BALCONE CENTRALE DI PALAZZO CHIGI PER FESTEGGIARE

Il tema non è quello del rapporto fra stampa e potere. In un’epoca di strisciante totalitarismo va affrontata la relazione fra il dissenso, le libertà democratiche con cui abbiamo per molto tempo vissuto e il Paese in cui ci ritroviamo in questo scorcio di ventunesimo secolo. L’epifenomeno è quello degli insulti volgari, sessisti e padronali rivolti da una classe dirigente inadeguata verso chi ha il diritto e dovere di informare. Prevale una sguaiatezza insopportabile per chi semplicemente segue un’inchiesta che riguarda un proprio esponente di rilievo, un approccio da tifoso ultras che ha ormai preso il sopravvento su gran parte della capacità di argomentare giudizi. La novità non consiste nell’insultare chi prova ad informare non soggiacendo alle logiche di potere. Questa è una costante di almeno trent’anni di vita italiana, con alti e bassi certamente, ma accentuata anche dalla velocità della rete, al punto che per diventare “notizia” si deve, ogni volta, alzare l’asticella dell’insulto, altrimenti si finisce nel dimenticatoio. L’attacco oggi è però più virulento e a farsene alfieri sono alcuni paladini dell’antipolitica. Privati di visibilità, a causa del monopolio dell’odio xenofobo e delle ricette securitarie, saldamente in mano ai “Salvini” di turno, impossibilitati a rendere realistiche le promesse elettorali, poco credibili nell’appropriarsi del marchio del “differenti perché onesti” ormai ampiamente decaduto, occorre all’oligarchia pentastellata un bersaglio nuovo. Una “nuova kasta”, su cui scaricare livore. Non più i politici, di cui rappresentano parte consistente, restano dunque i soggetti avversi, i sindacati, i corpi intermedi che reagiscono cercando di spiegare la complessità. Fra questi, una parte del mondo dell’informazione. Quale migliore occasione per…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 16 novembre 2018


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Il diritto a essere informati

TOPSHOT - A Yemeni artist sprays graffiti on a wall in the capital Sanaa criticising the limitations on the freedom of press in Yemen on September 19, 2016. / AFP / MOHAMMED HUWAIS (Photo credit should read MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Così la Costituzione antifascista, ad incipit dell’articolo 21. Che poi prosegue: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

La libertà di stampa ha un’importanza vitale per la democrazia. Anche il presidente della Repubblica Mattarella ha sentito la necessità di ribadirlo già in due occasioni in quest’autunno contrassegnato da una ridda di attacchi a chi fa informazione da parte di ministri e portavoce di governo. Sempre più colleghi che lavorano ad inchieste scomode subiscono perquisizioni e intimidazioni. Sempre più sono le querele intimidatorie che colpiscono anche chi fa satira, come denuncia Vauro con un suo corsivo su Left.

Un giornalismo autorevole, basato sulla verifica delle fonti, sulla ricerca della verità e dell’approfondimento, apre la strada a una discussione pubblica sul senso di ciò che accade. Che il mondo dei media si articoli in una pluralità di voci, è fondamentale per ampliare l’opinione pubblica informata, attiva, critica, capace di non lasciarsi abbindolare dalle fake news e dalla propaganda.

«Conoscere per deliberare», diceva non un comunista, ma il liberale Luigi Einaudi. Ma tutto questo oggi non aggrada ai picconatori della democrazia rappresentativa. Dando uno sguardo alla storia vediamo che regimi fascisti e teocratici da sempre usano la censura e l’olio di ricino contro chi osa pensare liberamente. Ma anche i governi populisti se la prendono con chi fa informazione. Alla dialettica e al confronto preferiscono la demagogia, le arringhe dai balconi, puntano a far fuori ogni fastidiosa intermediazione per parlare direttamente alla cosiddetta pancia della gente, a chi ha meno strumenti, ai delusi di un centrosinistra barricato ai Parioli, a chi, anestetizzato da trent’anni di tv commerciali, è disposto a bersi la politica-spettacolo propalata dalla piattaforma Rousseau (vedi Left del 2 agosto 2018, Eclisse di democrazia).

«Pennivendoli e puttane», «Infimi sciacalli», tali sono i giornalisti secondo esponenti di primo piano del M5s come Di Battista e come il ministro e vice-premier Di Maio (che così facendo accusa se stesso visto che il suo nome compare nell’elenco pubblicisti dell’Ordine della Campania). Perfino l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, questa volta, ribadisce «l’esigenza di un’informazione libera, pluralista, rispettosa della dignità delle persone, del ruolo delle forze politiche e dell’autonomia professionale dei giornalisti». «Ogni attacco agli organi di stampa rischia di ledere il principio costituzionale di libera manifestazione del pensiero, che è alla base del pluralismo dell’informazione e del diritto di cronaca e di critica» si legge in una nota dell’Agcom.

Tutt’altro che parte della casta (ormai moltissimi giornalisti in Italia vivono in condizioni di precariato estremo) redattori e freelance nei giorni scorsi sono scesi in piazza (#giùlemanidallinformazione) rivendicando il proprio diritto/dovere di informare. Giornalisti dalla schiena dritta, come scrive autorevolmente Antonio Cipriani in questo sfoglio, che vantano senso di responsabilità, passione per il proprio mestiere, aderenza totale al dettato costituzionale.

Personalmente ne conosco moltissimi che, investendo del proprio, “gambe in spalla” si recano sul posto, per capire il contesto, per comprendere cosa c’è dietro un fatto, una notizia, stando dalla parte di chi non ha voce. Ancora oggi in uno scenario di crisi che offre scarsissime opportunità di lavoro giornalistico retribuito, tantissimi sono i giovani che vanno nei territori di guerra e di crisi, per documentare, denunciare, con professionalità e senso di umanità e giustizia. Tanti sono quelli che si imbarcano con le Ong (criminalizzate da Minniti, Di Maio e Salvini) per raccogliere la voce di migranti che la politica disumana di oggi riduce a meri numeri; per scuotere l’opinione pubblica, per fermare la strage.

Con orgoglio pubblichiamo ogni settimana i loro reportage su Left, così come con orgoglio abbiamo partecipato alla manifestazione del 10 novembre che ha visto una pacifica e inarrestabile onda di persone fluire per le strade della Capitale, contro il razzismo, contro il decreto Salvini, contro le misure discriminatorie e repressive del dissenso sociale imposte da questo governo. Il clima festoso, la musica, i sorrisi, i cartelli parlavano da soli, come raccontano anche le foto riportare in queste pagine. Oltre 50mila persone sono arrivate a Roma da ogni parte d’Italia nonostante le forze dell’ordine abbiamo fermato pullman, identificato e schedato i manifestanti, ritardando il loro viaggio. (Hanno fatto lo stesso due settimane fa con i neofascisti che andavano a sfilare a Predappio?).

La manifestazione del 10, dopo il raduno spontaneo a Riace in sostegno di Mimmo Lucano, conferma che un’opposizione forte c’è in Italia, auto convocata, che non si fa confondere la testa. Chiede inclusione, più diritti sociali e civili ma anche più cultura e, anche per questo non può certo sentirsi rappresentata dal governo giallonero che – in linea con i precedenti – taglia i fondi alla cultura, de-finanzia la scuola pubblica, l’università, la ricerca. Gli attacchi a chi fa informazione e formazione vanno di pari passo alla denigrazione di scienziati e intellettuali (ultimo ma non ultimo il caso di Roberto Battiston rimosso dal ruolo di presidente dell’Agenzia spaziale italiana).

L’anti-intellettualismo, la diffidenza verso chi si dedica allo studio per la crescita culturale di tutti, l’ignoranza ostentata, la gara a chi ha meno titoli di studio caratterizzano tutti i movimenti conservatori e reazionari. Tenere «il popolo» all’oscuro è necessario perché sia completamente subalterno. Noi invece siamo tenacemente convinti che lo studio e la corretta informazione siano importanti e irrinunciabili strumenti di auto-emancipazione e di crescita culturale collettiva.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 16 novembre 2018


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Vilipendio di diritti umani

Ci sono due correnti di pensiero in giro tra quelli che si ostinano a non sopportare la bruttura che infondono alcuni atti di questo governo: c’è chi dice che non bisogna cadere nella tentazione di rispondere alle provocazioni per non dare più risalto del dovuto ai provocatori e c’è chi invece ritiene alcune pessime decisioni (e azioni) di questo governo ben più di semplici provocazioni e ritiene necessario ribattere. Sempre. Colpo su colpo. Senza cedere alla fatica. Personalmente non amo la tanatosi degli opossum, fingersi morti aspettando che passi, e allora tocca parlare di Stefania Pucciarelli, eletta ieri presidente della commissione per la tutela dei diritti umani con i voti, badate bene, di Lega e 5 Stelle.

Le competenze, innanzitutto, in tema di meritocrazia: Stefania Pucciarelli (il suo curriculum è qui) è in possesso di licenza media e si dichiara casalinga. Nessun elitarismo, per carità, ma su un tema così spesso, vasto e impegnativo sarebbero molti ad avere le vertigini ritrovandosi in ruolo di tale responsabilità. Lei no. Stefania Pucciarelli si dichiara orgogliosa e emozionata, pronta a lavorare “pancia a terra”.

Ma chi è Stefania Pucciarelli? È una leghista appassionata di ruspe (ma va?) che esultava lo scorso 8 novembre per l’abbattimento di un campo nomadi abbattuto “finalmente – scrive Pucciarelli – per ristabilire la legalità”. Poco male, direte voi. Aspettate. La scorsa estate sul suo profilo Facebook aveva pensato bene di mettere un mi piace su un commento di un suo fan sui migranti che recitava testualmente così: «Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria dal tenore di vita che hanno. E poi vogliono la casa popolare. Un forno gli darei». È indagata per odio razziale. Poi ovviamente (come è loro abitudine) ha detto di essersi sbagliata. Come al solito. Benissimo. È famosa per le sue battaglie contro i “finti profughi” (chissà come li riconoscerà poi, quali abilità d’indagine nascosta): “spreco di soldi per i migranti” aveva dichiarato fiera lo scorso 23 agosto meritandosi addirittura un articolo su “Città di Sarzana”.

E poi. Il 23 settembre scorso ha applaudito le ronde di Casa Pound parlando di “isteria e ipocrisia antifascista segno di una sinistra finita”. E poi. Ha definito un “palese atto di egoismo e inaccettabile pretesa” il dibattito sulla genitorialità degli omosessuali. Ha applaudito le azioni di polizia contro “i questuanti” nella città di Sarzana. Non è finita: nel luglio 2012 scrisse che “se uno deve pagare per essersi difeso, è meglio che la mira la prenda per bene” riferendosi alla vicenda di Ermes Mattielli, il cittadino veneto condannato per avere sparato a dei ladri.

Ne ha anche per gli alleati grillini: “Ora capisco perché le zecche dei centri sociali non vanno a tirar sassi nei comizi del Pd e dei 5 Stelle: in loro hanno trovato chi li tutela” scrisse nel 2015 quando il Movimento 5 Stelle si dichiarò a favore dell’introduzione del reato di tortura (ah, bei tempi andati).

Cos’è la nomina di una persona così in una commissione del genere? Vilipendio ai diritti umani. Vilipendio alla dignità delle cariche pubbliche. Una schifezza perpetrata in un lurido tempo con il colpevole assenso degli alleati. E forse sarebbe il caso di chiamare le cose con il loro nome: questo non è populismo, questo è letame che puzza dello stesso odore di altri pessimi tempi.

Come scrisse Arthur Schnitzler «Quando l’odio diventa vile si mette in maschera, va in società e si fa chiamare giustizia». Oppure presidente di commissione.

Buon giovedì.

Emergenza rifiuti a Roma, una questione di cultura. Checchino Antonini intervista Christian Raimo (video)

Per dare un contributo alle battaglie del III Municipio di Roma (215mila abitanti, più di Trieste o Cagliari) ossia arricchire e rinnovare la sua offerta culturale e chiudere l’impianto di trattamento dei rifiuti Tmb Salario, tutelando salute e benessere di chi abita nella zona si può scrivere a [email protected] e [email protected]

È possibile acquistare la versione digitale di Left n. 45 del 9 novembre 2018 con l’articolo di Christian Raimo su https://left.it/sfogliatore/

 

Christian Raimo, assessore alla Cultura del III municipio di Roma, è insegnante e scrittore. Il suo ultimo libro è La parte migliore (Einaudi)

L’imagination en scène avec Camus

Le 7 novembre, la réimpression de Tout le théâtre de Camus sort aux éditions Bompiani. Quatre œuvres (Le malentendu, Caligula, Les Justes, L’État de siège) pour tous ceux qui souhaitent approfondir leurs connaissances sur l’auteur qui, dès l’Étranger, a doté la littérature française d’un point de vue profondément original. En ce moment historique que nous vivons, partir à la découverte des pièces de l’auteur français d’Algérie peut être un voyage fascinant. Né en Algérie en 1913, Albert Camus fut un fils de la France coloniale, c’est-à-dire qu’il grandit dans les quartiers populaires d’Alger mais en étudiant et en pensant en français. Il se reconnut donc d’abord dans la culture du pays d’origine de son père, mort dans les tranchées lorsque Camus était âgé d’un an seulement. Puis, toute sa vie durant, en France, quand il fut résistant pendant la seconde guerre mondiale, et même pendant le moment déchirant de la guerre pour l’indépendance de l’Algérie, Camus garda un lien très fort avec l’Afrique et la Méditerranée, conservant en lui une sorte de coexistence entre les deux cultures d’appartenance… qui furent peut-être trois, puisque que sa mère et sa grand-mère, avec qui il vivait à Alger, étaient d’origine espagnole.
Grâce à ses origines multiculturelles, Camus réussit-il à maintenir, ou à retrouver, une distance féconde de la culture française qui lui permit ensuite d’entrevoir et de dénoncer les limites et les dangers de la pensée existentialiste ? La recherche est ouverte.

Mais pourquoi commencer par le théâtre de Camus? Tout d’abord parce que le théâtre était très important pour lui. Dès son adolescence, ce fut une passion sans trêve qui le vit acteur, metteur en scène, machiniste, adaptateur de romans (au sein de deux compagnies théâtrales fondées par lui à Alger, le Théâtre du Travail et le Théâtre de l’Équipe) et enfin dramaturge. Camus voyait le théâtre comme une manière d’agir politiquement qui lui permettait de traduire en actions ses idées. Et cela, en travaillant avec les autres, parce que le théâtre est une forme d’art collectif. Camus disait dans une interview de 1959 : « Pour moi je n’ai connu que le sport d’équipe au temps de ma jeunesse, cette sensation puissante d’espoir et de solidarité qui accompagnent les longues journées d’entraînement jusqu’au jour du match victorieux ou perdu. Vraiment, le peu de morale que je sais, je l’ai appris sur les terrains de football et les scènes de théâtre qui resteront mes vraies universités. Mais pour en rester aux considérations personnelles, je dois ajouter que le théâtre m’aide aussi à fuir l’abstraction qui menace tout écrivain. »

Camus commença à écrire pour le théâtre en 1937 (année où l’on trouve ses premières notes sur Caligula). L’écrivain avait vingt-quatre ans et son inquiétude ne cessait de croître face à l’immense vague de fascisme qui s’apprêtait à engloutir l’Europe entière. La vague noire qui déferlait et qu’il fallait arrêter pour ne pas mourir, comme la tuberculose qui avait envahi ses poumons quelques années auparavant, alors qu’il avait 17 ans, le contraignant à renoncer au football, sa grande passion de jeunesse.

L’horreur face à la guerre civile espagnole, la conscience du fait que de violents dictateurs avaient habilement conquis le pouvoir, le pressentiment que quelque chose de terrible fût sur le point de se déchaîner, tout cela l’amena à réagir, à écrire, à s’interroger sur la figure de l’empereur fou. Cette figure sera présente dans sa recherche jusqu’en 1958 et l’auteur y reviendra, l’étudiera et l’approfondira, tout comme l’image de la peste, durant toute sa carrière littéraire.

Dans Tout le théâtre, la première œuvre proposée est le Malentendu. Écrite par Camus en pleine seconde guerre mondiale, s’inspirant d’un fait divers qui l’avait bouleversé, il s’agit d’une certaine manière de la plus classique de ses pièces. Dans le Malentendu, l’auteur propose sa réflexion sur l’absurdité des relations entre individus en mettant en scène l’histoire d’un homme qui revient chez sa mère et sa sœur après vingt ans d’absence. N’ayant pas été reconnu, il loue une chambre chez les deux femmes sans savoir qu’elles ont l’habitude de louer leurs chambres à des hommes de passage pour ensuite les tuer, et faire disparaître leurs corps. Est-ce vraiment d’un malentendu dont nous parle Camus ? Ou plutôt de la froideur, de la lucidité totale qui empêche de reconnaître sur le visage d’un homme un autre être humain, ou même un sentiment profond ?

De son côté, Caligula, pièce en quatre actes que Camus remania plusieurs fois, ouvre le « Cycle de l’Absurde », également composé de l’essai Le mythe de Sisyphe et du roman l’Étranger. Il est intéressant de remarquer que L’Étranger et Caligula commencent tous deux par un deuil pour le personnage principal. Caligula est déjà fou au moment du deuil, l’ « étranger » non. Camus avait peut-être décelé l’origine de la maladie psychique dans la perte des sentiments et des émotions ? Ce qui est certain, c’est qu’il a décrit des personnages qui souhaitent dépasser leur douleur en « dépassant » leur condition humaine, condition qui leur permet d’éprouver la douleur, comme toutes les autres émotions.

Ensuite, Les Justes mettent en scène, en cinq actes, un groupe de terroristes russes qui organisent l’assassinat du Grand-Duc Serge dans la Russie tsariste de 1905.

Écrite après La Peste, roman dans lequel émerge l’idée que la lutte contre l’épidémie noire n’est possible que si les hommes s’unissent pour la combattre, ce texte constitue une élaboration ultérieure de la pensée de la révolte qui aboutira ensuite dans L’homme révolté.

Camus écrivit Les Justes en 1949 en réponse aux Mains sales de Sartre qui était sortie l’année précédente. Dans ce texte, le philosophe existentialiste proposait l’idée que le fait de se salir les mains, formule créée par Sartre pour parler du meurtre politique, était secondaire par rapport à l’affirmation de l’idéologie communiste, l’idée que les histoires personnelles de l’individu ne contaient pas beaucoup face à la « révolution en marche ». Camus ne pouvait pas accepter cette idée : il fit se débattre ses personnages (le « Poète » Kaliayev ; Dora, la seule femme parmi les révolutionnaires ; le chef des terroristes Boria) entre l’impossibilité de mettre en pratique une révolution armée sans effusion de sang, la nécessité de rester fidèles à leurs idéaux et l’exigence de la joie de vivre.

Si on rappelle que Camus écrivit ce texte dans la France d’après-guerre, pendant une période de paix, quoique marquée par la Guerre Froide et les tensions souterraines, on comprend bien que la seule idée de mettre en œuvre une révolution armée devait être mordante.

La situation est désespérante dans l’État de siège, pièce dans laquelle les influences du théâtre de l’absurde se font plus évidentes. Les protagonistes de la pièce sont Diego, jeune médecin amoureux mais peu enclin à la critique de la société et Victoria, fille du Juge de la ville, folle amoureuse de Diego, et qui se révèlera immunisée contre la peste. Peste qui arrivera sur scène sous la forme d’un véritable personnage, accompagné par sa secrétaire, la Mort, remplaçant les chefs du pays et perpétrant son inhumaine domination jusqu’à ce quelqu’un réagisse, jusqu’à ce que le peuple s’unisse dans la lutte.
Les hommes finiront par chasser la Peste, qui s’en ira en les menaçant de bientôt revenir. Cependant, la fin tragique des personnages nous amène à formuler une brève réflexion.

Albert Camus eut de nombreuses relations durant sa vie, la plus importante avec l’actrice Maria Casarès qui partagea sa passion pour le théâtre et qui fut souvent l’interprète, et peut-être la muse qui inspira les héroïnes de ses pièces ; il fut très aimé par les femmes qui voyaient en lui un homme sensible, capable de vivre avec sincérité. Mais ses personnages féminins peuvent aussi révéler un point faible de l’auteur.

Dans ces œuvres, la femme n’a jamais vraiment un rôle égal à celui du personnage masculin. Dora pour le poète Kaliayev, Victoria pour Diego : elles sont toujours un peu moins fortes, un peu plus irréelles ; un peu moins vive Dora, un peu moins politique Victoria. Sans parler de l’image de Drusilla ou du personnage de Caesonia dans Caligula, ou encore de la mère et de la sœur dans le Malentendu.

Dans tous les cas, en lisant Tout le théâtre de Camus, il est impossible de ne pas remarquer la force de cet écrivain, plongé au cœur des événements de la seconde guerre mondiale et de l’après-guerre ainsi que des idéologies qui les ont animés, et quand même révolté. Les quatre pièces de ce recueil mettent aussi en scène Camus lui-même, un Camus aux prises avec la culture française dans une lutte extrêmement dure et jamais totalement gagnée. Au milieu des ruines de la guerre, au moment historique où culmine l’idée que c’est le néant, l’absurde qui triomphe sur les êtres humains, le théâtre de Camus révèle le courage d’un homme et d’un auteur qui n’hésita pas à s’opposer à cette vision des choses.

Et qui n’hésita pas non plus à dénoncer les dérives de l’idéologie communiste ; qui sut prendre ses distances de Sartre et de l’existentialisme, conscient du fait qu’il allait le payer cher. Il prit position même s’il savait que cela lui coûterait d’être éloigné et petit à petit banni de toute la gauche française.

Il ne renonça jamais à ses idées. Pour lui, l’absurde ne put jamais être autre chose que le point de départ d’une réflexion sur l’homme, jamais sa conclusion. Parce qu’à l’absurde du monde, l’homme peut et doit opposer sa révolte, uni aux autres êtres humains, pour construire un monde meilleur. En 1945, Camus dit: « Je ne suis pas philosophe. Je ne crois pas assez à la raison pour croire à un système. Ce qui m’intéresse, c’est de savoir comment il faut se conduire. Et plus précisément comment il faut se conduire quand on ne croit ni en Dieu ni en la raison».

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Traduzione di Catherine Penn