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«Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?»

In Svezia, anche in Svezia, la campagna elettorale si è giocata tutta sull’immigrazione. Anche lì i socialdemocratici hanno cominciato a inseguire la destra (o meglio: si sono fatti mangiare dalla destra e dal centrodestra visti i risultati elettorali) riuscendo nel capolavoro di fare apparire un illuminato moderato il leader destrorso Jimmy Akesson che in cerca di voti al centro si è lanciato a dichiarare: «non potremo essere per sempre un Paese dai capelli biondi e dagli occhi azzurri». Roba che qui da noi sarebbe derubricata come buonismo, per dire.

Sicurezza, integrazione, cifre (sparate un po’ a caso) sull’accoglienza sono state all’ordine del giorno, tutti i giorni, sulle prime pagine di tutti i giornali. Se la capacità di un leader sta nell’autorevolezza di ristabilire le priorità di un Paese la vincitrice delle elezioni però è una ragazzina di 15 anni che ha spaginato la propaganda restando seduta per settimane fuori dal Parlamento. Greta Thunberg ha scioperato dalla scuola per distribuire volantini per raccontare ai suoi concittadini che l’estate svedese più calda degli ultimi 262 anni non è un accidente del meteo ma il frutto (marcio) di un’economia che considera i cambiamenti climatici l’inevitabile conseguenza delle folle rincorsa alla produttività e al capitalismo. L’hanno intervistata da tutto il mondo, quella ragazzina con il suo cartello appoggiato di sbieco vicino allo zaino viola. Ha costretto la politica nazionale a rispondere.

In molti si sono uniti alla sua protesta: il suo professore Benjamin Wagner ha rinunciato a tre settimane di stipendio pur di essere lì. «Tutti sanno e nessuno reagisce. Greta è una rompiscatole, ma in questi casi l’unica cosa ragionevole da fare è essere irragionevoli», ha dichiarato ai giornali. Quando la ragionevolezza diventa un benpensare comodo per proteggere gli interesse di pochi danneggiando i molti diventa un dovere reagire.

Qualcuno ha detto che Greta dovrebbe studiare piuttosto che rompere le scatole. Lei ha risposto: «Se i politici non fanno niente, è mia responsabilità morale fare qualcosa. E poi perché dovrei andare a scuola? I fatti non contano più. Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?». E io, non so voi, la trovo la dichiarazione più politica che mi sia capitato di ascoltare in questi ultimi mesi.

Io voto Greta. Voto le persone che escono dai social, che non si fanno bastare gli inorridimenti privati, che sono disposte a manifestarsi oltre che genericamente manifestare, quelli che ritengono doveroso avere risposte reali piuttosto che fumosi annunci. Quelli che sono disposti a rimetterci qualcosa. “Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere”, diceva Brecht. Prima o poi vincono, i fatti.

Buon lunedì.

La rivolta delle arabe contro la dittatura del patriarcato

RABAT, MOROCCO - NOVEMBER 24 : Moroccon women hold placards and shout slogans during a demonstration protesting violence against women outside the parliament in the Moroccan capital Rabat on November 24, 2013. (Photo by Jalal Morchidi/Anadolu Agency/Getty Images)

«Mi hanno tenuta prigioniera per due mesi. Non li perdonerò mai. Hanno distrutto la mia vita». Khadija ha accettato di parlare in tv, senza mostrare il suo volto. Ha invece mostrato i segni che resteranno per sempre, quelli degli abusi e le torture subite per mano di una gang. Lei, marocchina di Olan Ayad, nel distretto di Beni Mellal, appena 17 anni, contro un gruppo di 15 uomini, tra i 18 e i 27 anni. Lei contro una brutalità agghiacciante che ha sconvolto l’intero Paese nordafricano. Perché è devastante dare un volto alla riduzione di una donna al suo corpo, violato come non fosse umano.
Per due mesi l’hanno violentata, picchiata, le hanno spento sigarette addosso, l’hanno privata del cibo, le hanno riempito il corpo di tatuaggi – “disegni”, una svastica, dei nomi – a marchiarla come proprietà altrui. La sua storia ha sconvolto il Marocco: dopo la sua liberazione ha raccontato, ha denunciato. E mentre i marocchini scendevano in piazza, in decine di migliaia firmavano petizioni e si mobilitavano per chiedere giustizia, gli investigatori individuavano almeno 12 dei responsabili – fa sapere Ibrahim Hashane, uno degli avvocati volontari che stanno seguendo il caso pro bono – e li accusavano di rapimento, abusi e stupro.
«Khadija è ancora sotto choc anche se prova a essere forte – ha detto Loubna El Joud, dell’associazione per i diritti delle donne Nsat, che le sta offrendo sostegno medico e psicologico -. Quando parla le sue mani tremano». E se l’opinione pubblica marocchina ha già deciso da che parte stare, non manca chi insinua accuse, chi tenta di spostare la colpa sulla vittima. Conduceva una vita dissoluta, dicono i parenti degli accusati, parole che stavolta cadono nel nulla. Ma non sempre accade: nella società marocchina la violenza sessuale…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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La poesia operaia che scuote Pechino

È passato poco più di un anno da quando il presidente cinese Xi Jinping ha arringato il 47° Forum economico di Davos sui pregi della globalizzazione e gli effetti nefasti di populismo e protezionismo, difendendo a spada tratta quel libero mercato che ha permesso alla Cina di diventare la seconda potenza mondiale grazie a un bacino inesauribile di manodopera a basso costo, a cui le multinazionali occidentali hanno attinto a piene mani. Di Cina e globalizzazione si è tornato a discutere nel corso del festival della poesia di Berlino, organizzato dalla Haus für poesie (Casa della poesia) alla fine di maggio. Questa volta però da una prospettiva inusuale. «Mentre assemblavo quei piccoli oggetti mi sentivo parte del resto del mondo», racconta Zheng Xiaoqiong, classe 1980, ex lavoratrice migrante originaria del Sichuan, una delle province ad aver contribuito di più alla più massiccia migrazione di forza lavoro verso le zone costiere, vero cuore pulsante del manifatturiero cinese. 

Nel 2001 Zheng ha lasciato il villaggio d’origine per un posto in uno stabilimento di Dongguang, città industriale del Guangdong a cui la Repubblica popolare deve per estensione il soprannome di “fabbrica del mondo”. Vi sarebbe rimasta sei anni, alternando le mansioni quotidiane sulla catena di montaggio alla narrazione in versi dell’alienazione fisica e spirituale sperimentata in fabbrica. Nel 2007, l’assegnazione del Liqun literary prize le ha permesso di lasciare la linea di produzione per un impiego in una casa editrice, primo passo verso un presenzialismo internazionale nell’ambito della cosiddetta dagong shige (poesia dagong), espressione letteraria del disagio sociale vissuto dai lavoratori migranti cinesi, anonimi artefici della strabiliante crescita economica degli ultimi quarant’anni.

«In fabbrica lavoravo dieci ore al giorno, eppure riuscivo a trovare il tempo per scrivere e leggere», raccontava tempo fa in un’intervista all’Ong All-China women’s federation, «ho continuato a farlo per perseguire i miei sogni ed è questo che…

L’articolo di Alessandra Colarizi prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Remo Bodei: «Ricongiungiamo il lavoro alla conoscenza»

Il mutamento del lavoro nella società globale impone nuove sfide e problemi, la disoccupazione tecnologica è uno di questi. Disoccupazione di massa, precarizzazione, lavori a chiamata (che rendono impossibile ogni progetto di vita) sono alcuni dei molti problemi sul tavolo. Di questo si discute al festival Con-vivere a Carrara fino al 9 settembre, con una serie di interventi di storici, sociologi, politologi e filosofi che ripercorrono la storia umana in cui il lavoro è stato visto e vissuto in modi molto diversi fra loro. Se nell’antichità l’otium letterario era l’aspirazione del cittadino sulla pelle degli schiavi e delle donne, nel medioevo cattolico il lavoro era castigo divino, condanna biblica. Sono stati i protestanti poi a creare l’etica del lavoro e del razionalismo ascetico a tutto vantaggio del capitalismo. Se per molti secoli il lavoro è stato per i più una necessità per la soddisfazione dei bisogni oggi potrebbe essere mezzo per una realizzazione di sé nel rapporto con gli altri. Paradossalmente però proprio ora che la rivoluzione tecnologica ci potrebbe permettere di affrancarci dai lavori di fatica il turbo capitalismo produce disoccupazione e nuovi schiavi. Abbiamo chiesto al filosofo Remo Bodei, ideatore e direttore del festival di ripercorrere con noi alcune tappe di questa storia millenaria del lavoro per arrivare ai problemi che si aprono oggi.
Professor Bodei, come era considerato il lavoro nella Grecia antica, dove a lavorare erano soprattutto schiavi e meteci?
Non bisogna pensare che i cittadini liberi non lavorassero, che stessero sempre in assemblea con la pelle del leone politico. Ciò che era condannato era il lavoro alle dipendenze di qualcun altro.
Gli schiavi non erano visti come pienamente umani, a differenza del cittadino greco libero e maschio?
Accadeva loro ciò che è successo anche alle donne. Non si dava il diritto di voto alle donne perché si pensava che dovessero essere i mariti, padri, i fidanzati a guidarne le scelte. Nel mondo antico si procuravano gli schiavi con le guerre. C’è un grande mito fondativo di tutta la società occidentale basato in realtà sulla necessità economica. La parola «servus», per esempio viene da servare, avere salva la vita, più che da servire. Invece di essere uccisi in quanto nemici si aveva salva la vita in cambio del lavoro coatto. Nell’antichità gli schiavi venivano considerati come individui a cui manca la pienezza del Logos, si negava la loro capacità di guidarsi da soli, la loro capacità di decidere. Hanno bisogno di qualcuno che li comanda, di una mente di cui loro siano il braccio, dicevano i Greci antichi.
Una negazione dell’identità umana degli schiavi che è durata millenni?
Per un lunghissimo periodo la schiavitù non è stata messa in discussione da nessuno. Persino gli schiavi che diventavano liberti volevano avere schiavi. Il Cristianesimo considerava gli uomini uguali davanti a Dio ma non su questa terra. Tutto cambia quando la schiavitù diventa meno conveniente, quando per la prima volta le macchine non era più solo delle specie di giocattoli che creavano meraviglia, perché non si capiva come una semplice leva riuscisse a sollevare grandi pesi con piccolo sforzo. Tutte le macchine antiche erano macchine pneumatiche ad aria calda, ma l’unica che serviva a qualcosa era quella inventata da Ctesibio, un ingegnere meccanico di Alessandria d’Egitto del III sec. che aveva il padre barbiere e inventò le sedie che si alzano e si abbassano come quelle de Il grande dittatore di Chaplin. Poi un’invenzione importante è stato il molino ad acqua romano nel I sec d.C. Le macchine erano considerate un’astuzia, un inganno alla natura. Le arti meccaniche erano considerate degne di operai manuali ed erano ben distinte da quelle liberali considerate arti nobili.
Una svolta ci fu con la cosiddetta civiltà delle macchine?
Un punto di svolta ci fu quando Galileo dimostrò matematicamente che non c’era nessuna astuzia, che l’uomo non gioca tiri mancini alla natura, non è come un astuto Odisseo che uccide la natura stupida e grossa, come Polifemo. L’unica astuzia che c’è nelle macchine è quella economica, la forza del vento, costa meno della forza degli animali e dell’uomo. Così nasce la civiltà delle macchine. Con la rivoluzione industriale per la prima volta si vede che la schiavitù non è conveniente. Si avviò in questo modo un grande processo per cui dallo schiavo antico si passò marxianamente allo schiavo salariato delle grandi fabbriche. Per cui gli schiavisti nel Sud degli Stati Uniti ebbero buon gioco a dire: in fondo allo schiavo diamo vitto e alloggio e il suo lavoro è sicuro, mentre in fabbrica non vedono la luce del sole, c’è un clima pessimo, acidi, rumore ecc. Inoltre possono essere licenziati, tanto il padrone della fabbrica troverà sempre chi li sostituisce.
Discorsi che sentiamo fare ancora oggi, purtroppo. E qui veniamo al tema della sua lectio per Con-vivere, quest’anno dedicato a tema del lavoro: il passaggio dal modello taylorista all’intelligenza artificiale.
C’è un punto da considerare: le macchine ausiliatrici, quelle della catena di montaggio taylorista, impegnano solo il corpo mentre la mente è libera di vagare. Non così le macchine calcolatrici su cui riflette già Leibniz. Per la prima volta permettono all’uomo di sottrarsi a quegli automatismi che le macchine possono espletare lasciando libero il pensiero creativo. L’invenzione del primo computer, lo sviluppo delle macchine di Touring, sono passaggi chiave. Con la cosiddetta intelligenza artificiale noi abbiamo questo miracolo, in apparenza: per la prima volta il Logos, la decisione non abita in corpi viventi ma è trasferita nell’inorganico, nelle macchine, nei robot in tutti i dispositivi di intelligenza artificiale. E questo provoca grandi cambiamenti che hanno ripercussioni enormi. C’è chi dice – ma l’ipotesi è dubbia – che le macchine possano diventare talmente intelligenti da poter a un certo punto emanciparsi dall’intelligenza umana. Quel che vediamo oggi sono i risvolti che riguardano il lavoro.
Come affrontare la disoccupazione tecnologica?
La disoccupazione tecnologica è un problema che c’è da due secoli ma che oggi è molto più ampio. La difficoltà è anche tenere il passo con le macchine. Certamente per quanto riguarda il calcolo sono più efficienti di noi.
Già Marx parlava di tempo liberato. Le macchine potrebbero liberare dalla fatica e in questo modo indirettamente favorire così la piena realizzazione umana?
Non c’è dubbio. Altrimenti si cade nel vittimismo e si prospetta questa gigantomachia, macchina – uomo, come due entità contrapposte che chiedono soluzioni unilaterali. In realtà le macchine sono un grande vantaggio. Ma va detto anche che si calcola che il 40 per cento della produzione umana sarà frutto di robot di ultima generazione, si parla di robotica cloud, capace di collegarsi momento per momento all’archivio di dati.
Lei insegna all’Università della California, qual è l’ultima frontiera della robotica oltreoceano e quale impatto ha sul mercato del lavoro?
A San Francisco alcuni robot non vengono messi in produzione perché sarebbero un disastro dal punto di vista sindacale e umano. Ci sono robot capaci di fare 400 panini con hamburger all’ora. È facile immaginare che impatto abbiano sul lavoro nelle catene di fast food: disoccupazione di massa. A Las Vegas ci sono automi che preparano cocktail al posto dei barman. Nella contea delle arance in California stanno per essere messi in commercio raccoglitori velocissimi che lasceranno senza lavoro i poveri messicani. In prospettiva il numero dei posti di lavoro potrebbe riequilibrarsi, ma il problema è anche quanto tempo ci metteremo ad adeguarci e che tipo di formazione serve. Le macchine hanno un deep learning o un machine learning che le rende molto veloci dal punto di vista produttivo. Ciò che ci salva sono la nostra unicità e imperfezione. Non ci possono copiare completamente. Un calciatore che tira in porta un pallone è inimitabile per intuizione, velocità della palla, eleganza del tiro, l’angolazione ecc. Non è vero che il nostro cervello sia l’hardware e il pensiero sia il software.
Quanto alla disoccupazione tecnologica?
Si calcola che 820 mestieri saranno cancellati. Alcuni studiosi di Oxford sostengono che il 47 per cento dei lavori spariranno. In Paesi tecnologicamente avanzati anche dal punto di vista della robotica come la Germania la disoccupazione è al 4 per cento. Questa innovazione tecnologica colpirà soprattutto i Paesi più arretrati che potrebbero soffrire di danni irreversibili. Lo scenario rischia di essere un mondo spaccato in due come nel romanzo di Huxley.
Come evitare che le persone più anziane, gli adulti analogici siano esclusi da questa rivoluzione tecnologica per mancanza di know how?
Questo è il problema più importante. Provo a dirlo con una battuta: dovremo curare la formazione continua, fare come l’esercito svizzero: c’è un periodo di ferma ed è quello degli studi che ciascuno fa, poi ci dovrebbe essere un richiamo continuo, non solo per i singoli mestieri, ma per la conoscenza generale, altrimenti saremo una società di idioti nel senso greco della parola, di gente che capisce solo il suo mondo piccolo, il suo mestiere.
È una questione politica, dunque?
Non si può ignorare, per esempio, che gli algoritmi segreti di Facebook e altri social possono essere usati dai militari, dall’industria, ecc. (il caso di Cambridge analytica insegna). Assistiamo al ritorno dei poteri occulti, c’è un lavaggio (soft) del cervello. Facebook, Google, sembrano gratis in realtà li paghiamo alimentando le loro banche di dati. I Big data sono fattori che ormai condizionano. Una serie di nodi vanno sciolti. Ma ripeto, al centro c’è l’educazione del cittadino. Nella catena di montaggio l’operaio compie movimenti standardizzati, ma il sapere riguardo a ciò che fa ce l’hanno solo ai vertici amministrativi della fabbrica. Bruno Trentin diceva che il problema era ricongiungere il lavoro alla conoscenza. Nuovi tipi di lavoro catturano l’intelligenza, non solo il corpo delle persone, solo che questa intelligenza è spesso catturata dal general intellect che è quello del capitalismo algoritmico, come vien chiamato. E dei rischi ci sono. Faccio un esempio: le auto senza pilota sono un sistema innocuo, ma i sistemi missilistici che sparano senza che ci sia un immediato controllo umano. Oppure pensiamo gli algoritmi finanziari di Wall street che avendo un linguaggio segreto sfuggono alla democrazia conosciuta che vive di linguaggi naturali e confronti fra persone.
La democrazia rappresentativa attraversa un momento di crisi ma sovranismo e nazionalismo sono gli strumenti per affrontare le sfide di cui stiamo parlando?
Stiamo assistendo ad un ritorno agli anni Trenta: nazionalismo e protezionismo economico. È una involuzione. Certo, tanti si sono fatti della globalizzazione un’idea tout court emancipatoria. Ma i processi globali non possono essere affrontati con referendum: globalizzazione sì, globalizzazione no. Bisogna cercare di capire leggendo il quadro mondiale. Non con l’ottica sovranista ristretta. Quanto al ministro Salvini, che si mette con Orban chiedendo la solidarietà in certo modo dell’Europa, mi sembra faccia un atto del tutto contraddittorio. Non sarà certo Orban o il gruppo di Visegrad ad accettare la redistribuzione dei migranti.
Servono anticorpi?
Il problema grosso è il mantenimento dei nostri valori di uguaglianza, libertà ecc. Come dice la sociologa Saskia Sassen i super ricchi si sono tirati fuori dagli eventi dell’umanità e hanno creato un loro Aventino escludendo il resto dell’umanità. Ogni elemento di contrasto alla povertà è stato abbandonato. Il darwinismo sociale è diventato darwinismo mondiale: si arrangi chi può. Come in certi posti in Brasile dove le case dei ricchi hanno il filo spinato, poliziotti, guardie armate. Si va verso un neo feudalesimo. Chi può si arrocca, gli altri rischiano di diventare clienti o servi della gleba. Non è che non esistano anticorpi, serve una sinistra che abbia la capacità di reagire, non semplicemente ricordando il passato, ma con una nuova visione, lavorando per cambiare la percezione distorta che la gente ha della migrazione.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Remo Bodei tratta da Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Allarme, son rossobruni! I pasdaran dello Stato nazione

È un virus che si sta diffondendo: tanti piccoli Diego Fusaro che spuntano come funghi. È il rossobrunismo che avanza e che sfonda a sinistra. Il più delle volte gli adepti sono inconsapevoli di aver abbracciato tale corrente di pensiero, ma tant’è. Il terreno è scivoloso: i confini per definire chi è rossobruno e chi no sono labili, di certo ci possono essere degli indizi e più indizi fanno una prova. Tra gli eminenti rappresentati dei rossobruni annoveriamo sicuramente sia i noeuro come Alberto Bagnai, divenuto pasdaran salviniano, che i tanti che dall’opposizione non sdegnano apprezzamenti per il nuovo esecutivo come, per citare qualche nome, lo scrittore di Educazione siberiana Nicolai Lilin, il giornalista Giulietto Chiesa, Fulvio Grimaldi finanche il deputato di Liberi e Uguali Stefano Fassina (l’8 settembre a Roma la presentazione della sua nuova associazione Patria e Costituzione, ndr). Gente che, forse, non ha mai fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo e che subisce, oggi, la fascinazione per la Russia di Vladimir Putin.

In Italia negli anni 60 abbiamo già assistito a tale fenomeno ma, diversamente da oggi, erano i settori neofascisti che rimanevano infatuati dal pensiero sinistrorso. Da qui sorgeranno il filone del nazimaoismo e il movimento d’estrema destra Terza posizione che, dietro la teorizzazione di un’ipotetica alleanza tra rossi e neri contro la società borghese, mimetizzava propaganda neofascista, tramite lessico e immagini della parte opposta. Sono gli anni in cui si diffondeva il pensiero del filosofo Costanzo Preve. Ora ci sorbiamo il suo allievo, Diego Fusaro. Il giovane studioso di Gramsci, così ama definirsi, è il guru per eccellenza del rossobrunismo, un personaggio che gioca a fare l’anti-Sistema pur vivendo nei salotti televisivi del Paese. Mentre sul web il rossobrunismo sguazza perfettamente nel complottismo esoterico-politico, così come nelle bufale razziste.

I punti di pericoloso contatto con i neofascisti – ma pure con la Lega e il M5s – sono…

L’articolo di Giacomo Russo Spena prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Campi di battaglia, cosa (non) si fa contro il caporalato

Migrant workers travel in a mini-bus as others take part in a march near Foggia on August 8, 2018, held in the aftermath of the death of 16 migrant workers in two road accidents. - The two near-identical crashes, which came within 48 hours of each other outside the city of Foggia in the Puglia region, have put a spotlight on the plight of foreign seasonal tomato-pickers during harvest season. The Foggia province hosts thousands of African migrants who spend the summer harvesting season picking tomatoes in blazing temperatures alongside workers from eastern Europe, typically Romanians, Bulgarians and Poles. (Photo by ROBERTO D'AGOSTINO / AFP) (Photo credit should read ROBERTO D'AGOSTINO/AFP/Getty Images)

Due schianti, due boati nelle strade della Capitanata, a pochi giorni di distanza. Medesima dinamica: furgoni stipati di braccianti di ritorno dalla raccolta dei pomodori si schiantano contro un tir. Ci troviamo nella provincia di Foggia, ed è l’inizio di agosto. A perdere la vita sono 16 operai agricoli stranieri. La loro morte si fa simbolo di questa ennesima estate di sfruttamento e violenza padronale sugli immigrati nelle campagne italiane. Una violenza quotidiana, ininterrotta, sommersa. Di cui media, istituzioni e opinione pubblica si accorgono però solo quando arriva, puntuale come i ritmi che governano l’agricoltura, la tragedia, capace di irrompere nelle tv degli italiani.

Abbiamo però scoperto un dettaglio non di poco conto, in questa vicenda, che ancora non è emerso dalle cronache. Proprio nel foggiano, una prima sperimentazione relativa al trasporto dei braccianti verso i loro luoghi di lavoro – in condizioni di sicurezza e di legalità – era da mesi sul tavolo delle istituzioni. E li è rimasta. I pulmini, quelli in regola, sicuri e legali, sono rimasti fermi. E 16 persone sono morte.

Per capire perché una buona idea non si è tradotta in prassi, è necessario fare un passo indietro al settembre del 2015 quando si è messa in moto la macchina della Rete del lavoro agricolo di qualità. Voluta dall’allora premier Matteo Renzi e dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, avrebbe dovuto promuovere l’agricoltura virtuosa, e osteggiare così la piaga del caporalato. In che modo? Permettendo alle aziende agricole di iscriversi alla Rete – previa autocertificazione di essere in regola col fisco, di non avere precedenti per sfruttamento del lavoro, di rispettare i contratti. Una vetrina di imprese pulite. A coordinare i lavori della Rete, una cabina di regia presieduta dall’Inps, e partecipata da numerose realtà, tra cui vari ministeri, sindacati, organizzazioni di categoria. Una whitelist, dicevamo, che ha avuto sin da subito un destino infelice, come già in altre occasioni abbiamo spiegato sul nostro settimanale (v. Left n. 39 del 30 settembre 2017). Nel 2016, le aziende iscritte erano solo 2mila, su un totale di circa un milione e mezzo e di almeno 100mila potenzialmente interessate. A settembre 2017 le iscrizioni salivano a 2.800. Oggi sono circa 3.500. Numeri che perpetuano il racconto di un palese fallimento.

D’altronde, per quale motivo le ditte – che dall’iscrizione ricevono solo l’ennesimo “bollino di qualità”, senza nessun reale aumento del potere contrattuale rispetto a fornitori, industriali e giganti della grande distribuzione – dovrebbero iscriversi?

Di questo limite ne è consapevole anche la Flai Cgil, che per prima si è impegnata nella promozione della Rete. E che ora lavora a renderla più appetibile. «Abbiamo avuto alcuni esperimenti che hanno funzionato in questo senso, e vanno replicati», spiega Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai e membro della cabina di regia nazionale della Rete. «In Emilia Romagna, nei bandi legati al Piano di sviluppo rurale alle aziende iscritte alla Rete veniva attribuito un punteggio più alto, stessa cosa è accaduta con il bando per rivitalizzare il mercato di San Teodoro a Roma. Ciò ha portato ad impennate di iscrizioni. E perché, seguendo questo indirizzo, non fare in modo ad esempio che le mense scolastiche scelgano frutta eticamente a posto, raccolta dalle aziende che si sono autocertificate presso la Rete, che hanno dimostrato di essere in regola? Chissà cosa potrebbe accadere, se meccanismi del genere partissero in tutta Italia».

Il grimaldello nelle mani del governo italiano per sfidare i caporali non consta solo della iscrizione a una lista tramite autocertificazione. La legge 199 approvata ad ottobre 2016, meglio conosciuta come “anticaporalato”, oltre a irrobustire l’impianto repressivo per i fenomeni di sfruttamento del lavoro, prevede il potenziamento della Rete tramite sezioni territoriali in tutte le province. Nelle sezioni, istituzioni e parti sociali dovrebbero promuovere modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro e servizi di trasporto da e verso i campi. Ma i due incidenti nel foggiano ci dicono che siamo ben lontani da un’entrata a pieno regime di questi meccanismi. Eppure è noto che potrebbero contribuire a  rendere inutile la figura del caporale. Un ruolo che si è consolidato – è bene ricordarlo – a causa dello smantellamento del collocamento pubblico in agricoltura, e dell’insufficienza cronica di mezzi pubblici per spostarsi nelle zone rurali. Dove lo Stato si ritrae, il caporalato, lo sfruttamento del lavoro e i rischi per i lavoratori proliferano.

Ad aggiungere sconcerto allo sconcerto c’è il fatto che nel marzo scorso si è insediata la prima (e a oggi unica) sezione territoriale. Indovinate dove? Proprio a Foggia. E proprio qui – a poco meno di due anni dall’entrata in vigore della legge – era sulla via dell’approvazione il primo progetto pilota per garantire lo spostamento dei braccianti in sicurezza. Cosa ne rallentava l’entrata in funzione?

«I fondi per poter acquistare i furgoni erano stati trovati, sarebbero stati anticipati dalla Regione e poi reperiti grazie ai Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione, ndr) – spiega nei dettagli Mininni -. L’ipotesi era di costituire una cooperativa di giovani che li avrebbero guidati, magari gli stessi braccianti. Alcuni di loro, tra coloro che sono ospiti del centro autogestito Casa Sankara, erano pronti a partecipare alla sperimentazione. Ma in tutti questi mesi le associazioni datoriali, Confagricoltura, Coldiretti e Cia, non hanno mai fornito nomi di aziende disponibili a ricevere e far lavorare gli operai agricoli da questa filiera legale. Mai. Neanche una».

Abbiamo sottoposto la questione a rappresentanti delle tre associazioni ma solo Cia e Coldiretti hanno voluto rispondere ai nostri quesiti. Il direttore della sezione di Foggia della Cia, Danilo Lo Latte, ha così replicato: «Non ci sono arrivate richieste di questo tipo e quello degli spostamenti dei braccianti non era il tema principale della discussione. La priorità della sezione era un’altra, ossia individuare luoghi dove strutturare moduli abitativi per favorire l’accoglienza dei lavoratori stranieri».

Giuseppe De Filippo, presidente provinciale della Coldiretti di Foggia, ha invece proposto una soluzione diversa: «Se ci fosse veramente voglia di istituire una forma di trasporto alternativa, dovrebbe essere il pubblico a prendere l’iniziativa. Si realizzino una decine di linee che partono all’alba dai ghetti, e poi vediamo se funziona. Come Coldiretti abbiamo consegnato al prefetto Mariani un elenco di zone di interesse dove i veicoli potrebbero fare tappa». Il punto è che «l’imprenditore è intimorito, è intimidito, di andare a parlare con l’ente pubblico». Forse perché questo significherebbe sottoporsi a dei controlli non graditi? Fatto sta che l’esperimento non è mai partito. E 16 persone sono morte.

In tutto questo, mentre la Rete stenta a decollare, il governo giallonero ha iniziato a muovere le sue pedine nell’ambito dell’agricoltura, almeno a parole. Da un lato il ministro del Lavoro Luigi Di Maio il 3 settembre a Foggia ha lanciato l’idea di «un piano triennale per il contrasto al caporalato», che punti non solo a potenziare i controlli ma anche a «far funzionare i centri per l’impiego» e a implementare «un meccanismo dei trasporti», tutto ciò dopo aver già potenziato l’uso dei voucher in agricoltura (v. Sentimenti a pag. 26); dall’altro, il titolare del dicastero delle Politiche agricole, Gianmarco Centinaio (quello della casella mail “terronsgohome”), in una intervista a La Verità ha definito il caporalato come una «questione di ordine pubblico». «È bene che la gestisca il ministero dell’Interno di cui mi fido ciecamente», ha aggiunto. Una frase che lascia presagire il peggio. Vale a dire un’ondata di sgomberi dei ghetti che colpisca gli sfruttati anziché lo sfruttamento, lasciando intatte le dinamiche economiche e “politiche” attraverso cui si genera questo crimine. 

Nemmeno una parola riguardo lo strapotere della grande distribuzione organizzata (Gdo), che dall’alto impone i suoi prezzi e (indirettamente o meno) incide sul costo del lavoro. A denunciarlo, da tempo, è l’associazione Terra!, che con inchieste e campagne di sensibilizzazione punta a responsabilizzare politica e consumatori sulle pratiche sleali adottate dai supermercati. Come le aste elettroniche inverse, bandite dalla Gdo: i fornitori fanno una prima offerta di prezzo di vendita della passata di pomodoro o dell’olio, la distribuzione prende l’offerta più bassa e la usa come base d’asta per una seconda asta online al ribasso. È così che possono arrivare negli scaffali prodotti come una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi, un litro di latte a 59 centesimi, una confezione di würstel a 19 centesimi. Una cifra che viene spartita tra distribuzione, logistica, industria, e che arriva solo in minima parte al primo anello della catena: l’agricoltura e i suoi lavoratori.

«È chiaro che se costringi l’agricoltore a venderti un prodotto a pochi spicci, questo poi da qualche parte si deve rifare. E gli elementi su cui si può farlo sono qualità del prodotto e costo del lavoro», spiega Fabio Ciconte, direttore di Terra! onlus. «Ma finalmente, nel mondo della grande distribuzione e in parte della politica si è aperto un bel dibattito sul tema. Di aste si è parlato anche durante la manifestazione dei sindacati a Foggia l’8 agosto». Una sensibilità che cresce anche tra chi fa la spesa. «La Gdo ha una grande capacità di leggere le intenzioni del consumatore e adeguarsi. Vedi la rapidità nel cambio di prodotti sugli scaffali all’indomani dell’allarme sull’olio di palma. Per questo le nostre scelte, insieme all’intervento della politica, possono fare la differenza».

Di strapotere della grande distribuzione parla anche la rete Campagne in lotta, che dal 2011 opera nei campi per sostenere le lotte e i processi di autorganizzazione dei braccianti: «C’è una macchina dell’irregolarità che non ha mai smesso di funzionare ed è frutto dell’attuale sistema di gestione dell’immigrazione, oltre che dello strapotere della grande distribuzione organizzata sulle filiere agro-industriali». Per questo motivo «chiedere documenti e contratti per i lavoratori signfica, da una parte, puntare il dito contro le attuali politiche migratorie, e dall’altra esigere che le categorie che più traggono profitto dall’agricoltura – le organizzazioni dei produttori, le industrie e la grande distribuzione organizzata – sostengano i costi di casa e trasporto per i lavoratori e le lavoratrici, e più in generale garantiscano loro condizioni eque». Secondo Campagne in lotta, dunque, «sequestri, arresti e indagini non scalfiscono di una virgola l’organizzazione del comparto agro-industriale, che si serve dell’irregolarità fatta sistema per spremere profitti prima di tutto dai braccianti, siano essi africani, rumeni o bulgari. Non solo chi lavora in campagna è segregato in campi, ghetti o casolari, isolati e controllati in forme più o meno esplicite e istituzionalizzate. Le emergenze create ad arte su immigrazione e criminalità generano un clima di ostilità e ignoranza diffuse, che cercano di impedire a chi è sfruttato di fare fronte comune». E sul futuro, segnato dal tandem Salvini – Centinaio? «Quel che questo governo sarà in grado di fare dipenderà anche da ciò che sapremo mettere in campo noi».

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Alla sinistra serve il rifiuto

È veramente curioso osservare quello che accade nella politica di questi tempi. Non voglio parlare della devastazione culturale che sta creando questo governo “del cambiamento”. In un Paese in cui dilaga l’analfabetismo funzionale, il governo invece che contrastarlo lo alimenta. Si creano problemi invece di risolverli, perché se c’è un problema è molto facile accusare e non fare niente. Vedi per esempio il caso Diciotti, un problema inesistente creato ad arte per tenere alta la fiducia nelle doti del capitano Salvini senza che egli faccia nulla.

La cosa invece da approfondire è il perché improvvisamente e inaspettatamente, è iniziata nell’house organ del Pd (la Repubblica) un dibattito su cosa dovrebbe essere la sinistra e un tentativo di analisi della sconfitta del marzo scorso.

Viene da chiedersi perché adesso. Apparentemente non è cambiato un granché rispetto a tre mesi fa.

Certamente la vicenda Diciotti e quella del Morandi, con i fischi al Pd, hanno senz’altro contribuito a scuotere la politica di sinistra o sedicente tale, che la situazione è grave. Certo potevano anche accorgersi prima, eh! A ben vedere in realtà in ambito Pd nulla si è veramente mosso.

Quello che è accaduto lo avete visto e letto.

Repubblica ha iniziato a pubblicare pezzi sull’argomento in uno sfoglio dedicato che ha chiamato “le idee”. E poi un lunghissimo articolo di Walter Veltroni il 29 agosto. Seguito il giorno dopo da un editoriale di Scalfari di elogi per Veltroni e da una chiamata alle armi a Gentiloni, Minniti, Zanda e Mattarella a scrivere su Repubblica per contribuire con le loro idee a ricostruire la sinistra.

Dell’articolo di Veltroni posso dire solo che è imbarazzante. Come ha ben scritto Christian Raimo nemmeno un briciolo di autocritica o perlomeno di analisi di possibili errori personali quando era il leader del maggior partito di sinistra. Nemmeno un’ombra di dubbio che forse il problema è proprio di costruzione del Pd come fusione dei resti del Pci e dei resti della Dc. Macché.

Ma al di là di questo, la cosa grave è Repubblica.

Perché insiste a voler imporre personaggi vecchi che hanno ricette vecchie che non funzionano?

Evidentemente non si vuole in nessun modo che possa esistere una sinistra.

Credo che si siano combinate due cose.

Da una parte la ribellione degli elettori di sinistra. Di quelli che magari non votano più Pd da un pezzo ma si sentono ancora di sinistra. In particolare per la manifestazione di Milano e quella di Catania. Accanto a questo un altro evento che è passato sui media mainstream non con il dovuto risalto: la Chiesa cattolica che sta inesorabilmente e rapidamente scomparendo a seguito dei tantissimi scandali e denunce di pedofilia. Lo stesso papa parla di “fallimento”. I preti pedofili, si scopre che sono sempre più numerosi, ma non solo perché ci sono nuovi crimini ma perché si scoprono i crimini del passato. Migliaia di casi scoperti e gli stessi inquirenti che parlano di molti e molti altri che sicuramente sono stati cancellati. Si scopre che la Chiesa cattolica è l’organizzazione ideale per un pedofilo che voglia agire indisturbato. Organizzazione strutturata per proteggere i pedofili che se scoperti vengono sistematicamente spostati in posti lontani e le prove disperse. Quanti sono i crimini che sono stati insabbiati e cancellati dalla Chiesa nel corso dei duemila anni della sua storia? Eppure Veltroni fa riferimento al papa. Zingaretti candidandosi alla guida del Pd fa riferimento al papa. E sappiamo quanto Scalfari e Repubblica siano fan del papa. Le parole e le idee del papa, il capo di un’organizzazione che copre e aiuta pedofili, organizzazione che quindi favorisce il reato di pedofilia, sarebbero le parole di riferimento della sinistra.

La Chiesa è finita. Passeranno ancora degli anni ma è evidente anche al papa stesso che la Chiesa è destinata a concludere la sua esistenza per “fallimento”. Se si vuole fondare una Sinistra che sia veramente nuova la prima cosa da fare è liberarsi dalle idee violente. Liberarsi dai tanti scheletri che riempiono gli armadi della politica di sinistra e che ne hanno determinato il fallimento.

Quindi tanto per cominciare basta con il papa! Smettetela di parlare della Chiesa e del papa come riferimento ideale! È il capo di un’organizzazione che copre criminali pedofili. E se la risposta è “si però ha fatto la commissione contro la pedofilia, lui è buono ed è contro i pedofili” beh, vi ricordo che né il papa né la Chiesa cattolica hanno mai denunciato un prete pedofilo per farlo arrestare. MAI. Nemmeno una volta che sia una.

Perché essere d’accordo con la Chiesa significa odiare i bambini. Volerne la distruzione. È questa l’idea di sinistra che avete, caro Veltroni e caro Scalfari? O forse più semplicemente siete voi che odiate i bambini? Liberiamo una volta per tutte il pensiero da queste schifezze e poi possiamo discutere di cosa possa e debba essere veramente la sinistra.

Che sicuramente non è odiare i bambini ma amarli profondamente.

PS: il motivo per cui ho voluto denominare Left “Unico giornale di sinistra” è perché noi di Left siamo gli unici a non scendere a compromessi (ideali e pratici) con la Chiesa cattolica.

Chi fa patti di qualunque tipo con la Chiesa, per esempio pubblicandone i libri, non può definirsi di sinistra. Nemmeno un po’.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Di Maio e Salvini alla prova dei conti

Leader of the League party, Matteo Salvini, right, and Luigi Di Maio, leader of the Five-Star movement, during the swearing-in ceremony for Italy's new government at Rome's Quirinale Presidential Palace, Friday, June 1, 2018. (Alessandro Di Meo/ANSA via AP)

Prove tecniche di flat tax e di reddito di cittadinanza, ma la manovra del governo giallonero si preannuncia della stessa pasta delle leggi di bilancio che l’hanno preceduta. La caccia alle coperture non sta risparmiando tensioni tra i due colori del governo. «È una fase confusa e convulsa», avverte Gianna Fracassi, segretaria confederale Cgil, anche perché l’economia italiana rallenta, unico caso nel G7.

È possibile spoilerare che non ci saranno «investimenti pubblici per la creazione di posti di lavoro, né ammortizzatori sociali adeguati alla crisi che non è finita, né le flessibilità annullate dalla Fornero o un piano di assunzioni straordinarie nella pubblica amministrazione (con buona pace della retorica sui vigili del fuoco “eroi” ma sotto organico) e abbiamo già visto che intervenire sul mercato del lavoro non ha determinato un aumento dell’occupazione», spiega Fracassi.

Ecco allora le principali misure annunciate e i loro costi. Nemmeno quest’anno scatterebbe la…

 

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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Angela Davis, a viso aperto contro l’oppressione

Non ero ancora nata quando la mia famiglia, negli anni Sessanta, lasciò Haiti per sfuggire alle persecuzioni del regime di Duvalier. Arrivati in Italia come richiedenti asilo, ottennero tutti lo status di rifugiato politico. Compresa mia nonna, italiana di nascita, ma che in quanto donna, secondo la legge allora vigente, aveva perso la sua cittadinanza per aver sposato uno straniero, uno che di cognome faceva Moïse. Insieme alla cittadinanza, nonna perse tutti i diritti ad essa connessi, da quello di voto alla possibilità di esercitare la sua professione di insegnante. E se oggi quella legge è stata abolita è grazie alla tenacia di nonna e della marea di donne che scesero in piazza in quegli anni alla conquista dei propri diritti.

Così, sono nata con un “privilegio”: quello di ereditare da una parte la cittadinanza italiana, e dall’altra il cognome dei Moïse, ovvero il nome trasmesso a me attraverso i secoli da una famiglia di schiavi d’origine africana. Com’era consuetudine ai tempi tratta transatlantica degli schiavi, i colonizzatori del cosiddetto “nuovo mondo” usavano sostituire il nome d’origine dei loro schiavi con un nome biblico (Moïse significa Mosè in francese) per sradicarli definitivamente dalla loro terra e dalla loro storia.

La schiavitù e il razzismo così come la violenza sulle donne e lo sfruttamento di classe si nutrono di un lavoro quotidiano di appiattimento della storia sul presente, un’operazione che rescinde i nessi tra i fenomeni sociali e le loro origini. Nella tabula rasa di un presente senza tempo e sempre uguale a se stesso, le ingiustizie ci appaiono come ostacoli perenni e insormontabili a cui non resta che abituarci nel momento in cui calano come un sipario su ogni orizzonte di cambiamento.

È questo il tempo della crisi economica contemporanea: la crisi che ha generalizzato la condizione di precarietà, impennato le cifre di femminicidi e violenze sessuali, moltiplicato le aggressioni razziste e il lavoro semi-schiavile dei migranti spinti ai margini della società.

Eppure, in questo presente disperante, un movimento sociale di…

L’articolo di Marie Moïse prosegue su Left n. 35 del 31 agosto 2018


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Straziami ma di rimborsi saziami

Che un partito rubi soldi non è una novità. Basta fare un salto ai tempi di tangentopoli (con tutte le storture che ha comunque lasciato come macerie) o ricordare i 25 milioni di euro che il tesoriere della Margherita, Lusi si intascò meritandosi anche una condanna per calunnia nei confronti di Rutelli. La politica italiana (e questo sì sarebbe un tema di cui discutere) ha sempre esercitato il potere nella forma malata legata a doppio filo con l’arricchimento personale. Ci siamo abituati, anche. Io lo trovo terribile: non è forse l’abitudine al delitto o alla bassezza morale il primo passo per l’insensibilità verso il presente e le persone che lo abitano? Anche di questo, sarebbe il caso di prendersi il tempo di parlare.

Però dei 49 milioni di euro che ieri il Tribunale del Riesame ha autorizzato a sequestrare alla Lega mi interessava ascoltare soprattutto la risposta politica. Anzi le risposte: quella di Salvini (che con la sua comunicazione tutta emotiva si ritrova a mettere la magistratura tra le repulsioni che i cittadini hanno il diritto di ostentare e ha gioco facile) e quella dei suoi compagni di governo.

Salvini, appunto. Dice il leader leghista che questa sentenza riguarda il passato e a lui non interessano i processi alla storia. Peccato: a noi sì. Perché il giochino della storia vecchia non funziona nemmeno nelle più sbrindellate compagnie da birreria e non si vede perché dovremmo concederla a un dirigente del Paese. Ma c’è un passo in più: quella storia vecchia non è stata né rinnegata né elaborata. Il protagonista Umberto Bossi è senatore voluto, fatto eleggere proprio da Salvini e la Lega (questa volta di Salvini) non si è costituita parte civile, quindi non si sente parte offesa. Non solo ci interessa il processo alla storia ma addirittura ci piacerebbe sapere quali siano i fili che la tengono ancora legata al presente, quella storia. I processi alla storia, tra l’altro, servono perché non si ripetano gli stessi errori e gli stessi orrori. Capisco che questo turbi un po’ il ministro dell’interno. Dice Salvini che gli italiani sono con lui. Sarebbe da battergli il ditino sulla spalla e ricordargli l’altro Matteo, ben più alto (nei voti) rispetto ai suoi sondaggi.

Ma Salvini non si batte con questa sentenza e sarebbe il caso che questa (blanda) opposizione lo capisca in fretta. Non si cancella Salvini sperando che qualcuno gli impedisca di fare politica: è stupido e anche inefficace. Il tintinnare di manette è antipolitica tanto quanto l’indignazione da scontrini. Non se ne esce così. Non si entra nel campo avversario (vale per i rimborsi ma vale anche per la svolta a destra sull’immigrazione) introiettando le stesse paure e finendo per legittimarle. La gente non smetterà di votare Salvini per questa condanna e soprattutto non voterà quegli altri nel caso in cui dovesse farlo. I voti di sponda, quelli volatili e biliosi, sono troppo friabili per ricostruire un Paese.

Buon venerdì.